ENZA DELLE I
EDIZIONE
pÀKDAU frano i
Presented to the
LIBRARY o/r/ie
UNIVERSITY OF TORONTO
from
the estate of
GIORGIO BANDINI
*%
J &?
MANUAIJ PIERRO
ni SCIENZE GIURIDICHE E SOCIALI
Pubblicati :
1. Francesco Nitti, professore ordinario di scienza
delle finanze nella R. Università di Napoli: Scienza delle
finanze (5* ediz.). L. 35- —
2. Camillo Supino, prof, ordinario di economia politica
nella R. Univ. di Pavia: Economia politica (4* ediz.) L. 25. —
3. Napoleone Colajanni: professore ordinario di sta-
tistica nella R. Univ. di Napoli: Statistica (3* ed.), {esaurito).
4. — Demografia (2» ed.). L. 12. —
5. Giulio D i e n a , professore ordinario nella R. Univer-
sità di Torino : Diritto Internazionale'.
Volume Primo. Diritto Internazionale Pubblico. L. 25.^ —
6. — \'olume Secondo. Diritto Internazionale Privato. L. 75. —
7 . Bernardino A 1 i m e n a, prof, ordinario di diritto penale
nella R. Univ. di Modena: Diritto penale, voi. I. L, 25. —
8. -— Diritto penale, voi. 11. L. 25. —
9. — Principi di Procedura Penale (voi. I.). L. 25. —
10. Oreste Ranelletti, professore ordinario di diritto
amministrativo nella R. Università di Napoli: Diritto ammi-
nistrativo (voi. I). {esaurito)
11. Bartolomeo D u s i, professore ordinario nella R. Uni-
versità di Torino: Istituzioni di diritto civile, voi. I. L. 25. —
/// preparazione :
1 . Bartolomeo D u s i , professore ordinario nella R. Uni-
versità di Torino : Istituzioni di diritto civile, (voi. H.).
2. Bernardino Aiimena, prof, ordinario di diritto pe-
nale nella R. Università di Modena: Principi di Procedura
Penale (voi. 11.).
4. Oreste Ranelletti, professore ordinario di diritto
amministrativo nella R. Università di Napoli : Diritto am-
ministrativo (voi. 11).
PRINCIPI
DI
SCIENZA DELLE FINANZE
DI
FRANCESCO NITTI
PROFESSORE ORDINARIO DI SCIENZA DELLE FINANZE
NELLA R. Università di Napoli
QUINTA EniZIONK KM ATI A
NAPOLI
LmGi PiERRo, Libraio-Editore
Piazza Dante, 76
1922
Tutti i diritti di traduzione, riduzione e riproduzione sono riservati.
CTli esemplari ìion muniti della seguente firma sono falsificati.
/^>A^^. / L
DELLO STESSO AUTORE
Il socialismo cattolico, Torino, Roux, 1891, pag. 418, 2 edizioni italiane:
traduzione in francese (editore Guillamnin) ; inglese (editori Swan
Sonnenschein and Co.) ; spagnuola (traduttore : Dorado Monterò)
polacco, ecc. ecc.
La popolazione e il sistema sociale, Torino, Roux, 1894, pag. 214 : traduzioni
in inglese (editori Sonnenschein and Co.) ; francese (Giard et Briére);
spagnuolo (editorial Miner\'a) ecc. ecc.
Uora presente, Torino, Roux, 1893.
U emigrazione italiana e i suoi avversari, Torino, Roux, 1889.
Poor relief in Italy, London, 1892.
La légtslation du travati en Italie, Paris, 1892, pag. 60.
Die Bankfrage in Icalien, Wien, 1894.
V alimentazione e la forza di lavoro dei popoli, Torino, 1894.
(tradotto in inglese e in russo).
La misura delle variazioni di valore della moneta, Torino, 1895.
Il lavoro, Torino,' 1895.
(tradotto in francese).
L'economia degli alti salari, Torino 1896.
(tradotto in russo e in spagnuolo).
La nuova fase della emigrazione italiana, Torino, Roux 1899.
// saggio dello sconto, Napoli, 1898.
(tradotto in francese e in spagnuolo).
Nord e Sud, con 47 incisioni, Roux e Vi arengo, 1900.
// bilancto dello Stato dal 1862 al 1896-97, 100 esemplari in gran formato a
lire 25 ciascuno, Napoli, 1900 (con oltre 200 grandi tavole statistiche,
diagramiii e cartogrammi).
L'Italia all'alba del secolo XX, Torino, 1901, Roux e Viarengo.
La città di Napoli, studi e ricerche su la situazione economica presente e la
possibile trasformazione industriale (edizione in gran formato di 100
esemplari), Napoli, 1902.
Napoli e la questione meridionale, Napoli, 1902.
Le forze idrauliche dell'Italia e la loro utilizzazione, Napoli, 1902, (edizione
di 100 esemplari).
Nuove ricerche sulle forze idrauliche dell'Italia e la loro utilizzazione, Na-
poli, 1903 (edizione di 100 esemplari in 4° grande).
La ricchezza dell'Italia, un grosso voliune in 40 grande (edizione di 100 esem-
plari a lire 20 ciascuno), Napoli, 1904.
La ricchezza dell'Italia, Torino, Roux, 1905.
La conquista della forza, Torino, Roux, 1906.
Il partito radicale e la nuova democrazia industriale, Torino-Roma, Casa
editrice nazionale, 1907.
// porto di Napoli, Napoli, 19 io.
Basilicata e Calabria. Relazione della Inchiesta parlamentare sulle con-
dizioni dei contadini nelle province meridionali e nella Sicilia, Roma,
1910, I voi. pag. 236 in formato grande; Il volume, pag. 822.
// capitale straniero in Italia, Bari, Laterza, 191 5.
La guerra e la pace, Bari, Laterza, 1916.
L'Europa senza pace, Firenze, Bemporad, 1921, seconda edizione, 1922 ;
tradotto in inglese : edizione britannica ; Peaceless Europe, London,
Cassel, 1922, ed edizione americana : The ureck of Europe, Indiana-
polis - New- York, Bobbs Merrill Company, 1922 ; in tedesco : Das
friedlose Europa, Frankfurt am Main, Frankfurter Soci età ts Drucke-
rei, I edizione 1921 e seconda edizione 1922; in spagnuolo : Europa
sin paz, Buenos Ayres, Editerà Intemacional, 1922 ; in russo : Eu-
ropa Bez Mira, Wolga Verlag, 1922; in finnico : Eurooppa vailla rau-
haa, Hameenlinna, Arvi, A, Karisto Osakeyhtio, 1922 ; in bulgaro :
Evropa bes mir, Sofia, 1922 ; in svedese : Det Friedlosa Europa,
Stockholm, CheUus & Co, 1922 ; in francese : V Europe sans paix,
Paris, librairie Stock, 1922; in olandese: Europa zonder Wrede, Rot-
terdam, Niigh & Ven Ditmar, 1922 ; in ungherese Nincs Beke Euro-
paban, Budapest, Pallas Irokodalmi es Nyomdai R. T, Kiadaia, I
edizione 1922, 2 edizione 1923 ; in danese Det Fredforladte Europa,
Copenhaghen, Levin & Mtmksgaard 1923 ; in greco : / Evropa xoris
Eirinin, Atene, Ekdolikas Oikos F. J, Basileion, 1922 ; in serbo croato
Europa bez mira, Zagrab, Zabavne Biblioteke ; ecc. Altre traduzioni
e riduzioni in turco, portoghese, persiano, giapponese, arabo.
La Decadenza dell'Europa, Le vie della ricostruzione ; Firenze, Bemporad,
1923. Tradotto in inglese : edizione britannica The decadenu of Eu-
rope, London, T. Fisher Unwin, 1923, e second edition, third im-
pressione 1923 , edizione americana The decadence of Europe, New
York, Henry Holt & Co. 1923, in tedesco : Der Niedergang Europas.
Die wege zum Wiederaufbau, Fremkfurt a M., Frankfurter Società ts
Druckerei, 1923, in ungherese : Europa Hanyablaia, Budapest, Pallas,
Irodalmi es Nyomdai R. T. Kiadesa, 1923, in russo Europa nad Be-
zdnoi, Wolga Verlag, 1923; in spagnuolo La decadencia de Europa, Bue-
nos Ayres, Editoria Intemacional, 1923; in olandese: Het ver vai van
Europa, Leiden, B. W. Sijthoft, 1923; in bulgaro: Upadgka na Euro-
pa, Sofia, 1923. Traduzioni e riduzioni in stampa in portoghese, da-
nese, serbocroato, turco, arabo, finnico, persiano, svedese, greco, espe-
ranto ecc.
Europa am Abgrnnd, Volksansgabe, Frankfurt a. m. 1923.
ecc. ecc. ecc.
VII
A Vincenzo Nitti, mio padre
E A Vincenzo Nitti, mio figlio
Con queste poche parole, pubblicando per la prima volta i
Principi di scienza delle finanze, io avevo voluto ricordare la
gratitudine per mio padre ed esprimere le speranze nel mio primo
figliuolo. Son passati venti anni dalla prwta edizione e tutto
intorno a me è mutato.
Il mio povero padre è morto dopo una lunga vita di lavoro.
Discendente di una famiglia in cui da secoli era il culto della
libertà e la fede della democrazia, antico milite della Falange
Sacra di Mazzini, antico soldato di Garibaldi nelle guerre del-
l'Indipendenza, avea, nelle vicende non sempre liete della sua
vita, conservato la immutabile fede nella patria e un amore della
libertà, ch'era quasi insofferenza di ogni vincolo. Suo padre,
medico insigne e umanista sapiente, era stato trucidato nella rea-
zione borbonica dell'aprile 1861 e dalla terra nostra ai piedi del
Vulture, da Venosa, s'era iniziato con la sua uccisione quel mo-
vimento che per cinque anni funestò largamente il Mezzogiorno
d'Italia. Era un antico carbonaro : avea voluto che nel 1848 due
suoi figliuoli fossero condannati a morte, piuttosto che servire
sotto le bandiere borboniche. Avea mandato egli stesso mio padre
nelle schiere garibaldine. Viveva dei suoi studi e del suo aposto-
lato ; confinato dalla violenza del Governo nella sua piccola città
nativa, avea sotto tutte le persecuzioni, aumentato il suo fervore.
Era uomo virtuoso e religioso : nelle piccole chiese della mia
terra si cantano ancora i siioi inni sacri. Fu trucidato perchè,
di fronte agli invasori, che volevano costringerlo a gridare evviva
al Re di Borbone, gridò : Viva l'Italia ! Il suo cadavere venerando
fu fatto a pezzi e l'antica casa dove molte generazicmi si eran se-
I
vili
guite, tutte intente al lavoro e finite raccolte nello stesso spinto
religioso, fu incendiata. Ho riunito dopo molti anni solo pochi
libri scampati alla distruzione. Visse come un savio e morì come un
eroe e di niuna cosa sono più grato a mio padre che di avermi
imposto il suo nome.
Quando questo libro apparve, il mio primo figliuolo avea ap-
pena quattro anni. Egli ha saputo rinnovare la tradizione degli
avi, e quando nessun obbligo di servizio militare pesava su di lui,
é stato come volontario, forse il più giovane di tutti i soldati d' I-
talia, che, ancora fanciullo, ha partecipato alla guerra. Tre volte
decorato al valore, ferito in combattimento con i tedeschi, prigioniero
per quindici mesi in Germania, nelle più dure sofferenze, egli ha
conservata la stessa serena e composta dignità dei suoi avi. Serberò
fra i più grati ricordi le relazioni delle sue tre medaglie al valore.
Una di esse, quella per l'azione di Boscomalo sul Carso, 23-24
maggio igiy, è semplice e breve : « Vincenzo Nitti, da Napoli,
sottotenente di complemento 3 g Reggimento Fanteria. Giovanissimo,
volontario di guerra, spinto da alto sentimento del dovere e ani-
mato da vivo entusiasmo, durante un'avanzata, lasciato il co-
mando di brigata cui era addetto, risolutamente assumeva il co-
mando di un plotone e lo trascinava alla conquista di una diffi-
cile posizione, validamente contribuendo col suo valore personale
e con la sua nobile iniziativa al buon esito dell'azione. Già di-
stintosi in precedenti pericolosi servizi di informazioni e di ri-
cognizioni ». Così per l'azione di Selo Korite sul Carso {21-24
maggio igiy) rimasto comandante di compagnia per la morte
dei suoi compagni, dava con atti di eroismo « prova costante di
alto senso del dovere, di calma e di valore ». E dopo Caporetto,
nell'azione di Monte Ragogna : « Vincenzo Nitti, da Napoli,
sottotenente di complemento 3g Reggimento Fanteria. Aiutante
maggiore in seconda, in una critica situazione, sotto V intenso
fuoco nemico di artiglierie e mitragliatrici, con grande sprezzo
del pericolo, percorreva la prima linea, mantenendo il collega-
mento fra i vari reparti e validamente coadiuvando l'azione del
proprio comandante. In^un momento in cui i nuclei avversari
provvisti di mitragliatrici attaccavano a tergo il comandante
del battaglione, prontamente riuniva i pochi uomini disponibili
e, condottili risolutamente in acconcia posizione, li incitava col
IX
pfoprio mirabile contegno a strenua lotta, costringendo gli assa-
litori a ritirarsi. Già distintosi in precedenti azioni per devozione
al dovere e per ardimento ». A mio padre fu negata la suprema
gioia di vedere che il fanciullo, nella cui tenera anima avea istil-
lato l'ardente amore della patria e il culto della libertà, avea sa-
puto mostrare, nell'ora del pericolo, che quegli insegnamenti non
erano andati perduti. Ma io spero che dagli insegnamenti del
suo avo il mio figliuolo e quelli della mia stirpe che verranno dopo
di lui conservino la fede profonda nella democrazia, senza di
cui non è grandezza di popolo, il culto della libertà, che è fine a
sé stessa, la passione per le classi sociali che vivono di lavoro.
10 spero anche che abbiano e conservino immutata la stessa pas-
sione per il popolo, l'odio per ogni privilegio sociale, la convin-
zione che tutti gli sforzi di una società civile devono essere diretti
a creare una grande democrazia del lavoro, in un regime di pace
interna e di libertà e in una convivenza internazionale, basata
sul rispetto del diritto e della giustizia.
Breve passaggio è la vita e solo a traverso lunga serie di ge-
nerazioni un popolo può compiere opere grandi e immortali.
11 fuoco sacro della tradizione familiare è soltanto durevole e
costituisce la forza delle democrazie libere.
E' nel ricordo del passato che si prepara l'avvenire.
Breve è la vita, ha detto Marco Aurelio Antonino, nei suoi
inmortali Ricordi, e l'unico frutto di questa esistenza terrena
e la santa disposizione dell'anima e l'opera indirizzata al comun
bene.
Tutto il resto è poca cosa e la lode e ti biasimo non contano.
Acquafredda in Basilicata, 2 maggio 1923.
NlTTI
PREFAZIONE ALLA QUINTA EDIZIONE
La stampa delia quinta edizione è cominciata in aprile ig2i
ed è finita in maggio 1923. Durante questo periodo molte leggi
sono mutate, molti gravi avvenimenti si sono svolti, il disordine
finanziario è cresciuto quasi dovunque. Sotto la pressione tor-
mentosa in cui si trovano quasi tutti gli stati, obbligati ad aumen-
tare comunque le loro entrate, le buone regole della scienza finan-
ziaria cadono in oblio. Le leggi sono mutate e rimutate come bozze
di stampa. E' quasi impossibile seguire la legislazione finanzia-
ria. Le cifre dei bilanci non hanno altro valore che di indicazioni
approssimative : molti paesi vivono in larga parte sul debito,
in alcuni gli abusi della circolazione hanno profondamente di-
sordinata tutta la vita economica e finanziaria.
Mai come ora è necessario tornare ai buoni principi e alle
buone pratiche. Ma la politica finanziaria brancolerà ancora
parecchi anni incerta ed è assai difficile che un ritorno alla vita
normale, nella maggior parte dei beni di Europa, avvenga per
ora.
In molti stati europei è incerta la finanza, in molti è incerta
la vita economica, in altri è incerta la sicurezza. I Parlamenti
non hanno ripreso la loro normale funzione e senza il ritorno
al controllo parlamentare non vi sarà mai una finanza seria,
e seriamente durevole.
La libertà, con tutti i suoi inconvenienti , è ancora Veleterio di
ogni progresso ; i parlamenti, con tutti i loro difetti, sono il pre-
sidio di ogni società civile.
Umana libertà come sei cara, ha detto uno dei più grandi
geni della nostra stirpe, Leonardo da Vinci.
Senza libertà, senza democrazia, non vi è vero progresso, né
scienza, né altezza di vita e non vi è né meno la ricchezza.
La guerra ha dimostrato che i popoli i quali si sono prima
accasciati, e che poi sono caduti nella rivoluzione sono anche
quelli che aveano l'assolutismo e in cui non erano né libertà, né
tradizioni parlamentari. I popoli anglosassoni, in cui più antico
è il rispetto della libertà e più antica e gloriosa la vita dei parla-
menti, non solo hanno avuto la più grande resistenza e sono stati
fattore decisivo della vittoria ; ma anche, come la Gran Bretta-
gna, dopo la guerra, si sono imposti i più duri sacrifizi per avere
il risanamento della finanza e il risanamento della vita economica.
Questo libro è necessariamente incompleto e contiene molte
lacune. Non è possibile che questo tumultuoso periodo della vita
economica dei popoli, che speriamo abbia a finire in tempo non
troppo lontano, sia in ogni paese descritto, né che tutti i fenomeni
che si sono prodotti da un decennio nel campo economico e fi-
nanziario siano largamente illustrati. Ma ho cercato tenerne
conto nella maggior misura possibile.
Io mi auguro che quando si pubblicherà una nuova edizione
di questi Principi, io possa scrivere delle leggi e degli ordina-
menti di un' Europa, unita nei vincoli della solidarietà econo-
mica, nel sentimento della pace e nel rispetto della libertà dei
popoli.
Maggio ig23.
NlTTI
XIII
PREFAZIONE ALLA PRIMA EDIZIONE
Sono in questo libro esposti, il più- semplicemente che mi sia
riescilo, i principi della finanza pubblica: niuna cosa ho omessa
perchè V esposizione riescisse chiara e completa. Il piic che possi-
bile ho seguito le tracce della legislazione: ogni giudizio ho voluto
che vestisse fuori dai fatti. Forse l'amore della osservazione stati-
stica parrà i?i qualche caso eccessivo: ma io rite?igo che nelle scienze
sociali non si faccia vtai uso a bastanza delle ricerche positive. I
fatti valgono piii delle opinioni; l'esaìne dei risultati più. che l'ana-
lisi delle previsioni; la osservazione diretta dello svolgersi di un
fenomeno è sempre preferibile alla piti ardita speculazione astratta.
Il mar di tutto il senno, com,e direbbe Dante, è oramai l'espe-
rienza.
Ho desiderato sopra tutto in questo libro la precisione e la
chiarezza.
Dov' è chiara la lettera
Non fare oscura glosa,
avvertì il santo monaco di Todi. E io, piuttosto che dire solen-
nemente le cose setnplici, ho voluto quando potevo, dire sempli-
cemente anche le cose più oscure.
Napoli 4. marzo 1903.
F. NlTTI
XV
PREFAZIONE ALLA TERZA EDIZIONE
Questo libro ha avuto una fortuna che io non osavo augurargli. In meno di
tre anni due edizioni sono state esaurite. Poco tempo dopo eh' era uscita la
prima edizione italiana, 1' editore russo S. Sabachnikoff ne ha pubblicata una
traduzione fatta da J. Schreider, curata e adattata al pubblico russo dal dottore
A. R. Svirtscevski, professore a laroslaw, e a cui il grande economista russo A.
TchouprofF ha voluto premettere una prefazione molto interessante. Dopo qualche
mese gli editori francesi Giard et Brière ne han pubblicato, nella Bibliothéque
zìiternaiionale de droii public (diretta da Boucard e Jéze), una traauzione assai
nitida, per cura del professore T. Chamard, insegnante nella Università di Cler
mont-Ferrand e per cui ha scritto una splendida prefazione il professore A. Wahl,
decano della università di Lille e uno dei maggiori finanzieri e giuristi di Francia.
Di questi PHncipi parecchie traduzioni sono in corso; uscirà presto a Tokio una
edizione giapponese a cura del professore Yoshimasa Ishikama. Io attribuisco
questa accoglienza larga e onorevole a un sol fatto: alla imparzialità scientifica,
vorrei dire alla sincerità, cui questo mio libro è ispirato.
La terza edizione è stata da me riveduta e resa completa ; ho cercato di
riparare a molte deficienze e di togliere ciò che poteva parere superfluo.
Napoli, febbraio 1907.
F. NlTTI
PREFAZIONE ALLA QUARTA EDIZIONE
Questa quarta edizione fu cominciata a stampare nei primi mesi del 191 1 ; la
stampa è finita solo ora. Nominato, alla fine di marzo, Ministro di agricoltura
industria e commercio, e non avendo tempo sufficiente per curare questa pubbli-
cazione, ne ho dato incarico al professore Adolfo Musco, Voglio ora ringraziarlo
vivamente della sua opera.
Roma, gennaio 1912.
F. NlTTI
ELENCO DELLE ABBREVIAZIONI
Alcune opere più frequentemente citate, alcune riviste e alcuni dizionari nelle
note sono stati indicati con semplici abbreviazioni, di cui^si dà quindi spiega-
zione :
Ricca: Istituz.
Oraziani: Istituz.
C o s s a : Finanz.
Einaudi: Studi
P i e r s o n : Problemi
Leroy Beaulieu: Traité
G a r n i e r : Traité
S t o u r m : Budget
Boucard et Jèze: Finance
B a s t a b 1 e : Finance
S e 1 i g m a n : Incidence
S e 1 i g m a n : Essays
S e 1 i g m a n : Progress, tax
C o h n : Finanz.
Conrad: Finanz.
Wagner: Finanz.
R o s e h e r : Finanz.
Schaeffle: Steuern
G. Ricca Salerno: Istituzioni di scienza delle
finanze, Firenze i888.
A. Oraziani : Istituzioni di jscienza delle fi-
nanze, 2. ediz., Torino, 1911.
L. Cossa: Istituzioni di scienza delle finanze,
IO. ediz., Milano 1909.
L. Einaudi: Studi sugli effetti delle imposte,
Torino, 1902.
N. O. rierson : Problemi odierni fondamen-
tali dell' economia e della finanza, tra-
duzione dall' olandese del dott. E. Ma-
lagoli, Torino, 190 1.
Leroy Beaulieu: Traité de science des finan-
ces, Paris, 1906, 7. ediz.
F. Garnier: Traité de finances, 4. ediz., Pa-
ris, 1883.
René Stourm: Le budget, 4. me edit., Paris,
1900.
Max Boucard et Oaston Jèze : Éléments de
science des finances et législation finan-
cière francaise, Paris, 2. me edition, 1902.
Bastable: Public finance, London, 1894.
Seligman: On the shiftìng and incidence, of
taxation, New-York, 1899, 2. ediz.
Seligman : Essays in taxation, New -York,
1895.
Seligman : Progressive taxation, New- York,
1905. 5- ediz.
G. Cohn : System der Finanzwissenschaft
Stuttgart, 1899.
F. Conrad: Finanzwissenschaft, Iena, 1899.
A. Wagner: Finanzwissenschaft, Leipzig,
1901.
W. Roscher : Finanzwissenschaft, Iena, 1899.
Schaeffle : Die Steuern, Leipzig, 1895.
XVIII
D. C.I.B. GuyotetRaffalovich: Dictionnaire
du Commerce de V Indtistrie et de la B an-
gue, Paris, Guillaumin.
D. of P. E. R, H. I n glis P algr a ve : Dictionary qf
Politicai Economy, London, Macmillan.
B. d. E. Biblioteca dell' Economista.
Val. mob. Congrés internalional des valeurs mobilières,
Paris, 1900, 4. voi.
B. S. L. C. Bollettino di statistica e legislazione compa-
rata, pubblicato dal Ministero delle fi-
nanze a Roma.
R. S. ^o. Riforma Sociale, rassegna di scienze so-
ciali e politiche diretta da Roux , Nitti
ed Einaudi.
Giornale degli Economisti.
Revue d' Economie politique.
Revue politique et parlementaire .
/oumal des Économistes.
Bullettin de statistique et lègislation com-
parèe (Ministère des Finances).
V Economiste Francais.
Bulletin de l' Institut International de Stati-
stique.
Journal de la Società de statistique de Paris.
Revue de science et de lègislation financières.
The economie journal.
The Economist.
The North American Review.
Journal of the Royal Statistical Society,
London.
Finanz Archiv. Stuttgart.
Conrad' s lahrbùcher, Jena.
Zeitschrift fùr die gesammte Staatsivissen-
schaft.
fahrbiìcher fùr NationaWkonomie.
Jahrbiìcher fùr Gesetzgebung, Verwaltuvg
und Volkswirthschaft in deutschen Reich.
G.
d.
E.
R.
d.
E. P.
R.
P.
P.
J.
D.
E.
Bull.
S. L. C.
E.
F.
B.
I.
S.
J.
S.
R.
s.
1. f.
E.
J.
Econ.
N,
, A
. R.
J.
R.
SS.
F.
A.
c.
I.
Zeit.
J.
N.
G.
J.
f.
VALORE IN LIRE
DELLE PRINCIPALI MONETE STRANIERE
Nel testo le notizie relative a stati esteri sono espresse assai spesso nelle mo-
nete dei rispettivi stati, che equivalgono in monete d' oro.
Germania
Inghilterra
Argentina
Austri a-Ungheria
Brasile
Chili
Stati scandinavi
Stati Uniti di Araer.
Giappone
Olanda
Portogallo
Russia
I marco = ice pfennings
I lira sterlina = 20 scellini
I peso = 100 centesimi
I corona = 100 hellers
I milreis = 1000 reis
I peso =100 centavos
I corona = 100 cere
I dollaro = 100 cents
I yen = 100 sen
I fiorino = 100 centesimi
I milreis ^1000 reis
1 rublo = Vió rubli
lire
1-235
25.221
5.000
1.05
2.832
1.891
1.389
5.181
2.58
2.08
5.60
2.666
Gli stati dell' unione monetaria latina dal 23 dicembre 1865 hanno le stesse
unità monetarie dell' Italia e sono : Francia, Belgio, Svizzera (franco), Grecia
(drachma) ; equivalgono alla lira italiana la peseta in Spagna, il markha del gran
ducato di Finlandia, il ley in Romania e il divar in Serbia.
Nel disordine enorme dei cambi attuali queste indicazioni servono solo per
riferimento.
INDICE
Dedica pag. vii
Prefazione alla V edizione » xi
Prefazione alla I edizione » xiii
Prefazioni alla III e alla IV edizione » xv
Elenco delle abbreviazioni » xvii
Valore in lire italiane delle principali monete straniere » , xix
Indice » xxi
Nozioni generali
I. La scienza delle finanze pag. 1-18
I La esistenza dello Stato e la pubblica finanza. 2 Diffi-
coltà di sviluppo delle scienze sociali. 3 Molteplicità dei ten-
tativi per la costruzione di una scienza sociale. 4 II principio
della solidarietà sociale : come derivi da un maggiore sviluppo
di rapporti una più grande solidarietà sociale. 5 Inutilità delle
controversie preliminari nelle opere di scienze sociali ;' come la
più gran parte delle discussioni sui limiti di arte e di scienza e
sull'origine storica delle varie teorie siano inutili, 6 Come la
pratica finanziaria abbia preceduta la dottrina.
U. L'azione economica dello Stato e degli enti locali pag. 19-39
7-9 Le forme di attività dello Stato. Bisogni individuali e
bisogni collettivi. Lo Stato non ha scopi propri, non è al di-
sopra e al di fuori di coloro che lo compongono ; non è l'anti-
tesi dell'individuo , non è mai tutta la società. Esagerazioni
sullo Stato etico, io Lo Stato e le esagerazioni dell'individua-
•ismo economico. 11 Come lo sviluppo della solidarietà au-
menti i rapporti d'interdipendenza senza ridurre la libertà.
Esagerazioni ed errori sulla natura dello Stato. 12 Ciò che
lo Stato può o non può fare. 13 Dove l'azione dello Stato è
necessaria, dove è dannosa. 14 Funzioni che lo Stato abban-
dona e funzioni che assume : errori del materialismo storico.
15 I servizi pubblici e i servizi di utilità pubblica.
ni. Teorie generali relative ai fenomeni finanziari . .pag. 39-49
16 II principio regolatore della finanza pubblica. 17 Teo-
ra del consumo, ragione stòrica di essa. 18 Teoria dello
XXII SCIENZA DELLE FINANZE
scambio : esagerazioni sulla natura dello scambio. 19 Teorie
sulla produzione : lo Stato come produttore di pubblici ser-
vizi. 20 Teoria del valore : come si presti meglio a intendere i
fenomeni J&nanziari. 21. Le forme coattive della imposizione.
22 Natura permanente dei bisogni collettivi.
IV. L'azione dello Stato e raumento delle spese pub-
bliche pag. 49-65
23 Se le spese dello Stato aumentino indefinitamente :
importanza dell'osservazione storica e statistica. 24 II bilan-
cio francese dal 1234 a ora. 25 II bilancio inglese dal 1691 a
ora. Le spese locali della Gran Brettagna. 26 Aumento delle
spese pubbliche nei piccoli stati ; in Belgio dopò il 1851, in
Svizzera dopo il 1850, in Olanda dopo il 1851, in Svezia dopo
il 1877. 27 II bilancio della Germania dopo il 1874, della Rus-
sia dopo il 1803. 28 Come i paesi nuovi non sfuggano all'au-
mento : il bilancio degli Stati Uniti dal 1791 ad ora ; il bilan-
cio del Giappone. 29 Un secolo di finanza municipale : Pa-
rigi e Torino. 30 Le spese pubbliche in Italia, dalla costitu-
zione del nuovo Regno.
V. Se raccrescimento delle spese pubbliche sia reale pag. 65-78
31 L'accrescimento delle spese pubbliche è, secondo Say,
una malattia universale. È reale e fino a qual punto ? Un
fatto universale può dipendere da un errore generale ? 32
Elementi che bisogna tener presenti nella comparazione :
variazioni nel territorio degli Stati. 33 Aumento della popo-
lazione. 34 Sviluppo della ricchezza. 35 Variazioni avvenute
nel valore della moneta. 36 Cause effettive dell'aumento
delle spese pubbliche nel secolo XIX.
VI. La comparazione in materia finanziaria pag. 78-82
37 Usi e abusi della comparazione in materia finanziaria,
come spesso siano violati i principi della logica statistica.
38 Difficoltà dei confront : norme che si devono seguire.
39 Cause più frequenti di errore nella comparazione.
VII. La misura delle variazioni di valore della moneta
e il calcolo della ricchezza delle nazioni, .pag. 82-107
40 Alcuni procedimenti più in uso. 41 La misura delle varia-
zioni di valore della moneta. 42 Metodi adoperati dopo Lowe
e Scrope per eseguire tale misura. Gl'index numbers. 43 Le
variazio^ii . dei valori doganali. Il metodo delle monografie di
famiglia. 44 Se si possa misurare la ricchezza di una nazione
INDICE XXIII
in epoche differenti e d' differenti nazioni nella stessa epoca. 45
Ricchezza pubblica, ricchezza privata, ricchezza nazionale :
metodi seguiti per calcolare la ricchezza privata. 46 II reddito
nazionale e la capitalizzazione annuale di ciascun paese. In
che senso deva essere intesa la capitalizzazione. 47 Cause
della capitalizzazione.
Vili. La ricchezza privata e l'onere dei contribuenti
nei paesi moderni ". pag. 107 -113
48 Calcoli più recenti sulla ricchezza privata nei vari
paesi. Come si misuri la pressione tributaria. 49 Situazione
dei principali paesi dal punto di vista della pressione tributaria
IX. Le spese e le entrate pubbliche pag. 113-124
50 Come l'argomento delle pubbliche spese interessi tutta
la finanza. 51 Classifica delle pubbliche spese secondo gli
scopi, la durata e la forma. Come le leggi di Engel trovino
riscontro nella vita degli stati. 52 Le entrate originarie e
derivate. 53 Classifica delle pubbhche entrate.
X. La ripartizione della ricchezza e le forme della im-
posizione pag. 124-150
54 L'ammontare della ricchezza privata determina i li-
miti della imposizione : la distribuzione ne determina la
forma. Ipotesi della distribuzione : la curva dei redditi. 55 Di-
stribuzione della ricchezza in Svezia, Nor%-egia e Olanda.
56 La distribuzione della ricchezza in Francia : ripartizione
dei va ori mobiliari. 57 Indagini più precise fatte in Prussia
e in Sassonia. 58 I risultati déil'Einkofnmgnsteuer in Prussia.
59. La ripartizione della ricchezza in Inghilterra e negli
Stati Uniti. 60 Calcoli sull'Italia. 61 La crisi del reddito: con-
dizioni presenti delle classi medie. Tendenze a una più larga
ripartizione. 62 Come non si verifichi un processo di accen-
tramento, ma ima elevazione dei redditi inferiori e imo sv i-
luppo continuo dei redditi medi.
LIBRO I.
Le spese dello Stato
I. Le spese nei vecchi e nei nuovi bilanci pag. 150-159
63 Come la natura delle pubbliche spese non abbia molto
variato. Prevalgono le spese necessarie all'esistenza. 64 Le
XXIV SCIENZA DELLE FINANZE
spese pubbliche in Italia per quaranta anni. 65 Le spese
pubbliche in Francia per un secolo. Altri confronti. Nota :
Spese dello Stato nella Gran Brettagna dopo il 1841.
II. Le spese per la costituzione pag. 160-167
66 Quali siano le spese per la costituzione. Le spese per
la sovranità nel passato. La hsta civile dei sovrani moderni.
67 Le spese per le camere legislative e per le alte magistratiure.
68 Spese per il debito pubblico e per le pensioni : rapido au-
mento di tali spese.
III. Il costo della difesa pag. 168-177
69 Grande sviluppo delle spese militari. Costo delle guerre
moderne ; costo della pace. 70 Carattere generale dell'au-
mento delle spese militari. Nota : Statistica e storia delle
spese militari nei maggiori e nei minori stati.
IV. Le spese di giustizia e le spese di sicurezza in-
terna pag. 177-181
71 Le spese per la giustizia e per la sicurezza : importanza
nuova e crescente di tah spese. Come queste spese sieno essen-
ziali. 72 Le spese per la magistratura.
V. Le spese per la istruzione e le spese per la educa-
zione pag. 181-187
73 Le spese per la istruzione, per la educazione e per la
religione : differente sviluppo di esse. Effetti della istruzione
primaria obbUgatoria. 74 L'istruzione media e superiore
non può esser gratuita. L'istruzione tecnica. 75 Le spese per i
culti .
VI. Le spese per i lavori pubblici pag. 188-191
76 I lavori pubblici nel secolo XIX. Quali lavori lo Stato ha
assunti. Differente legislazione dei paesi moderni.
VII. Le spese per sviluppare la produzione pag. 191-194
77 Spese di conservazione del territorio nazionale. Spese ne-
cessarie allo sviluppo. Funzioni nuove determinate dalle
forme attuali di produzione.
INDICE XXV
Vili. Le spese per la legislazione sociale e la pubblica
assistenza pag. 194-200
78 La legislazione sociale nei suoi risultati finanziari. Il
costo dell'assistenza pubblica. L'assistenza pubblica e lo Stato
nei paesi protestanti e nei paesi cattolici. 79 Quali spese sieno
produttive : abuso della classifica di spese improduttive .
IX. Le spese dello Stato e le spese degli enti locali pag. 200-202
80 Attribuzioni dello Stato e degli enti locali. Proporzione
fra le spese dello Stato e quelle degli enti locali in alcuni paesi.
LIBRO II.
Le entrate ordinarie dello Stato
Parte i : il demanio e le tasse.
I. Il demanio fiscale pag. 205-215
81 Differente funzione del demanio pubblico e del demanio
fiscale. I beni demaniali. L'antico e il nuovo demanio. 82 II
demanio fondiario, forestale, minerario e industriale in al-
cuni paesi. 83 Nuove cause che determineranno sviluppo di
nuove forme demaniali. Le acque pubbliche e la loro naziona-
lizzazione. 84 Aumento della ricchezza comune e indivisa.
II. Le tasse pag. 215-225
85 Definizione della tassa. Servizi pubblici che devono
essere pagati con tasse : servizi i quah possono essere pagati
solo con imposte. 86 Come ai servizi pubblici di utihtà spe-
ciale corrispondano le tasse. 87 I contributi di miglioria
{betterment taxes)
III. Le pubbliche imprese e i monopoli sociali . . . .pag. 225-258
88 Sviluppo di alcune pubbliche imprese negli Stati mo-
derni. I monopoli. I prezzi di concorrenza e di monopoHo. 89
Le tariffe dei monopoU. Tariffa proporzionale, differenziale,
graduale, unica. 90 La monetazione, assunta dovunque dallo
Stato. 91 La moneta convenzionale, la moneta divisionale
e lo Stato. 92 L'emissione dei bigUetti di banca come pubbMco
servizio. Pericoli delle imposte sulla circolazione bancaria. 93
Come la partecipazione dello Stato ai benefizi! delle Banche
XXVI SCIENZA DELLE FINANZE
di emissione sia preferibile alle alte imposte. 94 La Posta come
servizio pubblico. La posta durante im secolo. 95 Quali ser-
vizi assume la Posta. La Po^ta come Banca intemazionale.
96 II telegrafo : ragione del monopolio di Stato. 97 Tendenza
del Telefono al monopolio di Stato. 98 I grandi mezzi di tra-
sporto: le Ferrovie e lo Stato. Tendenza al monopolio. 99
Come la concorrenza non sia spesso né possibile né conveniente
100 Le tariUe ferroviarie : quali siano preferibili. loi La tra-
zione elettrica suJle ferrovie, nuove cause che determinano
l'esercizio di Stato.
PARTE II : NOZIONI GENERALI SULLE IMPOSTE.
IV. Natura e forma delle imposte pag. 258-270
I02 Definizione dell'imposta. Come sia necessaria per i
servizi pubblici non divisibili. 103 Gjme le imposte abbiano o
scopo finanziario o scopo economico ; ma come abbia impor-
tanza fondamentale lo scopo finanziario. 104 II criterio di ri-
partizione della imposta. Principio della capacità contributiva
e principio della uguaglianza di sacrifizio. Principio del sa-
crifizio minimo. 105 I due principi fondamentali : la uniformità
e la generalità. Illusioni tributarie : come i bilanci modem i si
basino tutti sulle imposte indirette.
V. Imposta unica e imposte molteplici. Classifica dei
redditi e delle imposte v pag. 270-286
106 Imposta unica e imposte molteplici. Impossibilità di
un'imposta unica. 107-108 Le classi sociali, la distribuzione
del reddito e la diversificazione delle imposte. Redditi fondati
e non fondati. Classifica delle imposte. Imposte dirette ed
indirette, reali e personali. 109, Se le imposte devono colpire
il capitale o il reddito. Come la questione sia messa male.
Il reddito o il capitale come misura e non come fonte continua-
tiva della imposizione. Come non esistano vere imposte esclu-
sive sul capitale. Le imposte sul patrimonio in America e in
Europa. Discussioni teoriche, no La generalità delle imposte
e le sue eccezioni.
VI. Le imposte dirette e le imposte indirette nei bi-
lanci moderni pag. 286-299
ni Diversa funzione delle imposte dirette e delle imposte in-
dirette nei bilanci moderni. Prevalenza delle imposte indirette
in tutti gli Stati. 112 Situazione relativa delle imposte di-
rette e delle imposte indirette ne' vari bilanci. 113 Caratteri
economici e finanziari delle imposte dirette e indirette. Nota :
Entrate della Gran Brettagna dopo il 1841.
INDICE XXVII
VII. Le imposte dirette reali e personali pag. 300-308
114 Le imposte reali e le imposte personali : loro produt-
tività. L'arbitrio nelle imposte personali. Caratteri de Uè im-
poste reali. 115 II metodo di quotità e il metodo di contin-
genza
Vili. La progressività e la proporzionalità delle im-
poste pag. 308-333
116 Imposte con saggi proporzionali o progressivi : impo-
ste degressive. 117 Teorie contro e in favore della progressi-
vità. Esagerazioni sui danni del a progressività. Esempi di
progressione nella storia tributaria. 118 Se la progressività
della imposta sia contraria allo sviluppo della produzione, se
tenda ad assorbire il reddito e intaccare il capitale se sia im-
praticabile, se scoraggi il risparmio. Altre obiezioni. 119
Principi che giustincano dal punto di vista economico e so-
ciale le aliquote progressive nelle imposte dirette personali
e nelle imposte di successione. 120 Temperamenti con cui
è applicata la progressività delle imposte. Dove esistono im-
poste progressive. La progressione in Europa e in America. 121
Vari metodi seguiti in Svizzera, in Austria, ecc. Nota : Formula
di Vauchier. La progressività delle imposte in Italia.
IX. Esenzioni e limitazioni nei sistemi tributari mo-
derni pag. 333-34^
122 Le esenzioni da^^e imposte : quando siano giustifica-
c abili. Se esista un minimo di esistenza e se i redditi minimi
vadano esenti dalle imposte dirette. Cause di esenzione. Nota :
L'esenzione dei redditi minimi nella pratica tributaria . In-
ghilterra, Prussia, Austiia, Sv zzerà. Olanda, Danimarca, Nor-
vegia Francia, Italia, Australia, Giappone 123 La famiglia
nelle leggi d. imposta. A^ote;La situazione della famiglia e 'im-
posta in a cune legislazioni tributarie : Inghilterra, Prussia,
Austr a. Francia, Svizzera, Norvegia, Tasraatia. 124 La detra-
zione dei debiti dalie imposte sul reddito e dalle mposte di suc-
cessione. Nota: La detrazione de' debiti nella pratica tribu-
taria : Prussia, Svizzera.
X. La ripercussione delle imposte pag. 348-355
125 La ripercussione delle imposte come problema fonda-
mentale della finania. Percussione, traslazicne, incidenza,
XXVIII SCIENZA DELLE FINANZE
evasione delle imposte. Casi di traslazione. 126 La traslazione
delle imposte in monopolio e in concorrenza ; con imposte
tenui o gravi ; secondo la varia mobilità dei capitali ; con do-
manda elastica o non elastica ; con prodotti a costi decre-
scenti, crescenti o costanti ; ecc.
XI. Alcune regole alle imposte pag. 356-365
127 Le quattro regole classiche di A. Smith : i principi
di giustizia, di certezza, di comodità, di economicità. Come
implichino : accertamento dello imponibile, determinazione
dell'ammontare del tributo, modo e tempo del pagamento.
128 Regole di Sismondi, Gamier, Wagner, ecc. Come le impo-
ste non devano mai ostacolare la produzione ; come, a parità
di condizioni, siano preferibili le imposte vecchie alle nuove
come la imposta deva avere una funzione essenzialmente
fiscale.
XII. Alcuni sofismi relativi alle imposte : i limiti della
imposizione pag. 366-372
129 Pericolosi sofismi : se l'imposta induce all'economia e
spinge a una maggiore produzione ; se l'imposta è un investi-
mento ; ecc. 130 I limiti della pressione tributaria. Elasticità
positiva e negativa delle imposte dirette. La legislazione
della Nuova Zelanda.
PARTE III : LE IMPOSTE DIRETTE.
XIII. Le imposte personali e familiari non in rapporto
con il reddito : le imposte di capitazione ; e le
imposte sulle manifestazioni esteme della ric-
chezza pag. 376-383
131 Natura delle imposte di capitazione. La funzione di
esse nelle democrazie moderne. L'imposta personnelle in
Francia. Le imposte gerieraU non in rapporto con il reddito nei
cantoni svizzeri. Le imposte di capitazione in America e nelle
finanze coloniali. 132 Le imposte sulle manifestazioni esterne
della ricchezza. La contribution mobilière e Vimpòt sur les
portes et fenftres in Francia.
XIV. La imposta fondiaria sui terreni pag. 383-418
133 Carattere e forma della imposta fondiaria. Natura
del reddito fondiario. 134 Incidenza della imposta fondiaria.
Teorie e ipotesi sulla consolidazione o ammortamento della
INDICE XXIX
imposta fondiaria : se questa imposta incida solo il proprie-
tario prò tempore. La riforma di Pitt in Inghilterra. Ragioni
di prevalenza delle imposte reali di contingente. 135 Se sia
possibile un'imposta unica sulla terra. Esagerazioni sulla
rendita fondiaria. La conservazione dell'agricoltura come
ima necessità demografica dell'Europa. 136 Esenzioni delle
minori quote immobiliari. Piccola e grande proprietà nella
pratica tributaria : Australia, Germania, Danimarca, Inghil-
terra, Romania, Serbia, Svizzera. La progressione nella im-
posta fondiaria in Austraha e in America. Uact Torrens e la
mobilizzazione della proprietà fondiaria. I centesimi addi-
zionali. L'imposta fondiaria in alcuni Stati : Prussia, In-
ghilterra. 137 I sistemi di accertamento del reddito fondiario.
Il catasto : forme delle operazioni catastali. 138 L'imposta
mineraria. L'imposta sui redditi minerari in Prussia, in Fran-
cia, nel! 'Alsazia-Lorena in Austria, in Inghilterra. Nota : Lai
imposta fondiaria in Italia.
XV. La imposta sul reddito edilizio pag. 418-434
139 Carattere dell'imposta sui fabbricati. L'urbanismo
ùei paesi moderni. Importanza del reddito edilizio. 140 Va-
rie fasi dell'imposta sul prodotto dei fabbricati. Elementi
che formano il reddito edilizio. L'elasticità nella domanda di
case. Fenomeni di traslazione e d'incidenza. 141 Gli aumenti
di valore delle aree edilizie. Di una imposta sugli incrementi
futuri del valore del suolo. 142 Esenzioni e limitazioni. Mezzi
di accertamento del reddito edilizio. L'imposta sui fabbricati
in Italia, Francia, Inghilterra, Prussia, Sassonia, Austria. Da-
nimarca, Nota : L'imposta sul reddito edilizio in Italia
XVI. Leimpostesui plus valori immobiliari pag. 434-455
143 Incrementi di valore non guadagnati. Stuart Mi 11,
Wallace, George e gli incrementi non guadagnati. La sopra -
■ valutazione dei suoli nelle città. Come si giustifica l'imposi-
zione dei plus-valori non guadagnati. Che s'intende per plus-
valore non ^iuadagnato In qual momento e come calcolare i
plus-valori non guadagnati. Applicazioni pratiche del'e im-
poste sui plus-valori. L'imposta sui plus-valori nel possedi-
mento Asiatico di Kiao-Tcheou L'imposizione dei plus-valori
nelle città germaniche. L' imposta federale germanica del
1911 sui plus-valori immobiliari : suo ordinamento L'impo-
sta inglese del igio sui plus-valori : come è ordinata Le al-
tre imposte immobiliari inglesi del 1910 : reverston du'.y, unde-
veloped land duty. minerai rigkts duty. Le imposte sui plus-
valori in Italia.
XXX SCIENZA DELLE FINANZE
XVII. Le imposte sulla ricchezza mobiliare e sui red-
diti del lavoro pag. 455-497
I. 144 Importanza crescente della ricchezza mobiliare.
Calcoli sulla importanza rispettiva della ricchezza mobiiare
e immobiliare in vari paesi durante il secolo XIX Varie forme
dei redditi mobiliari. II. 145 Le imposte sui redditi del capi-
tale. Forme molteplici dei redditi derivanti da interesse. 146
Se la rendita pubblica deva essere colpita da imposta. Ra-
gioni invocate per la esenzione. Avversione dei finanzieri pra-
tici ail'imposta sulla rendita : esagerazioni di essi L'imposi
zione dei plus-valori mobiliari. Ili 147 L'imposta sui redditi
industriali. Vari tipi di imposte industriali con carattere reale
e personale, 148 Ordinaxaento delV itnpot des droiis de patente in
Francia. 149 Ordinamento della imposta industriale [Gewerhe-
steuer) in Prussia L'imposta sui grandi magazzini in Prus-
sia. Le imposte industriali in Austria, nel Belgio : in Russia
in Baviera, in Svizzera, in Inghilterra. IV. 150 L'imposta sui
redditi personali : per quali cause questi ultimi non devano
essere esclusi oltre un minimo di esenzione. I redditi delle
professioni iberali e degli operai. Differente azione dell'im-
posta sui vari redditi personali. L'imposta sui maggiori as-
segni in Austria. V. 151 Un'imposta generale su tutti i redditi
mobiliari e del 'avoro : la imposta di ricchezza mobile ita-
liana. Ordinamento di questa imposta : importanza storica
ch'essa ebbe. Come abbia un proprio speciale indirizzo. Esen-
zione del minimo e la discriminazione dei redditi nella imposta
di ricchezza mobile. Deduzioni dall'imponibile. L'accertamento
del reddito. Evasioni. Accenni di progressione. Il sopraprezzo
delle azioni di nuova emissione.
XVIII. Le imposte generali sul reddito pag. 497-542
I. 152 Carattere delle imposte generali sul reddito : tipo
dell'tncowte tax inglese , tipo déiX' Einkotnmensteuer prussiana.
II. 153 Vincome tax. Storia di questa imposta. Le riforme
del 1898, del 1907 e del 1910. Minimo di esenzione. Dedu-
zioni dell*'mponibile. La discriminazione del reddito e Vincome
tax : riforme di George. Redditi guadagnati e non guadagnati.
Uincotne tax si trasforma in un im posta globale. L'accertamen-
to del reddito Le dichiarazioni del contribuente e le evasioni.
U income tax e la progressione. L'vicome tax e la situazione
della famiglia Effetti della riforma del 191 o III. 154 LHncome
tax e g i Stati Uniti. La general property tax è un'imposta sul
capitale. IV. 155 L' Einkommensteuer della Repubblica impe-
riale tedesca. V. 156 L'imposta personale sul reddito austriaco.
VI. 157 Le imposte sul patrimonio e sul reddito in Olanda.
\'II. 159 L'imposta complementare sul reddito in Francia.
INDICE XXXI
Vili. i6o L'imposizione sul reddito in Italia. IX. i6i L'im-
posizione sul reddito nella Svizzera. X. 162 L' imposta ce-
dolare nei redditi e complementare sul reddito nel Beigio.
XI. 163 Le imposte sul reddito in altri stati.
XIX. Le imposte sul capitale , . pag. 542-549
165. Le imposte sul capitale dopo la guerra 1914^18 e
le spese della guerra. 166 Le proposte di capital levy e di
coscrizione delle fatture. Imposte straordinarie sxil capitale.
PARTE V : LE IMPOSTE INDIRETTE.
XIX.6ÌS Imposte sulla circolazione: registro e bollo pag. 551-560
168 Varie forme delle imposte indirette. La loro impor-
tanza in tutti ì bilanci moderni. 169 II registro e il bollo.
Natura di queste imposte sulla circolazione. 170 II tipo ing ese
di imposte sulla circolazione (solo il bollo) , il tipo francese
(registro e bollo). Le imposte sulla circolazione bancaria. Nota :
Il registro e il bollo in Italia.
XX. L'imposta di successione pag. 560-572
171. Fondamento economico e giuridico della imposta
di successione Come tenda sempre più ad assumere il carat-
tere di imposta complementare delle imposte dirette. I si-
stemi ereditari vigenti e le imposte di successione. Le riforme
più recenti. La riforma inglese del 1894 e quella del 1910.
L'imposta federale germanica sulle successioni del 1906. L'im-
posta sulle successioni in Francia (tariffe del 1910), e in Ita-
la. 172 Come l'imposta di successione tende a esentare le for-
tune minori e i lasciti a scopo sociale ; a colpire diversamente
secondo il grado di parentela, l'età di chi eredita, l'ammontare
della successione, la data dell'ultima successione, ecc. Preva-
lenza dei saggi progressivi. L'imposta di manomorta.
XXI. I dazi doganali pag. 572-631
173 Dazi di importazione, di esportazione di transito.
Crescente importanza della legislazione doganale I. 174 I
dazi di esportazione. In quale caso soltanto possano essere
ammessi e con quale funzione I dazi di esportazione in
alcimi Stati. Nota : I dazi di esportazione in Italia. IL 175
I dazi di importazione. Dazi fiscali e dazi economici. Preva-
lenza dei dazi economici. Le limitazioni del libero scambio nella
fase moderna di produzione. In quali casi possa essere ani-
messa la protezione doganale. La formazione delle industrie
XXXIV SCIENZA DELLE FINANZE
di un prestito ne agevoli o contrasti il collocamento. Azione
dei prestiti pubblici sull'economia nazionale.
III. Stipulazione, conversione, ammortamento dei
debiti pubblici pag. 717
209 Forme di accensione del debito stipulazione diretta,
stipulazione indiretta. 210 II Gran Libro del debito pub-
blico. Varie forme di titoli, ^'affidavit. 211 Corso della rendita
pubblica : cause che lo determinano. L'arbitraggio. 212 Con-
versione della rendita : quali condizioni siano necessarie
perchè una conversione possa riescire. Varie forme di conver-
sione. 213 Ammortamento del debito pubblico. Illusioni
sull'interesse composto. Come non vi sia altro modo di am-
mortizzare i debiti che di pagarli. Le casse di ammortamento.
Nota: I Alcune questioni riguardanti i debiti pubblici. II Al-
cune valutazioni dei debiti pubblici.
LIBRO IV.
L'ordinamento del bilancio dello Stato.
I. Nozioni generali. La preparazione del bilancio pag. 749-761
214 Nozioni del bilancio. Il diritto al bilancio, come pri-
mo segno di indipendenza. 215 A chi spetti la preparazione
del bilancio. L'iniziativa in materia di spese : pericoli della
iniziativa parlamentare. 216 Ordinamento dei ministeri fi-
nanziari : il Treasury inglese. 217 L'anno finanziario in Eu-
ropa e in America. L'esposizione finanziaria.
II. Struttura del bilancio. Preparazione e discussione
nelle Camere legislative pag. 762-773
218 Requisiti di un bilancio moderno dal punto di vista
finanziario e dal punto di vista contabile. Bilancio di cassa e
bilancio di competenza. 219 Le quattro divisioni del bilan
ciò italiano. 220 Preparazione e discussione del bilancio. Co-
mitati aperti e comitati chiusi. Sistemi seguiti nelle Camere
legislative in Inghilterra, negli Stati Uniti, in Francia, in
Italia. 221 Bilancio di previsione, bilancio di assestamento
o di rettifica, bilancio consuntivo. 222 II fondo consolidato,
la parte statica del bilancio inglese. Se tutte le spese e tutte le
entrate devano andare ogni anno in discussione.
INDICE XXXV
IH. Il rifiuto del bilancio e l'esercizio provvisorio. Il
controllo del bilancio pag. 773-780
223 Se esista il diritto di rifiutare il bilancio. Come si
tratti di un espediente rivoluzionario. 224 L'esercizio provvi-
sorio per dodicesimi. 225 La legge del bilancio. Controllo
parlamentare e controllo preventivo del bilancio. La Corte
dei conti. 226 Riscossione delle imposte. Il Tesoro dello Stato.
Nota : Ordinamento della Corte dei Conti in Italia. Il si-
stema di riscossione italiano.
LIBRO V.
La finanza locale.
I. Il Governo locale pag. 783-789
227 Natura del governo locale. Funzione essenzialmente
economica del governo locale. Il comune e gli enti intermedi.
Finanza di Stato e finanza locale. 228 Linee generali del go-
verno locale in Inghilterra. 229 Cenni sul governo locale in
Francia e in Italia.
II. La finanza locale pag. 789-806
230 Le entrate della finanza locale. Entrate originarie ed
entrate derivate. La mimicipalizzazione dei pubblici servizi.
Vantaggi di essa: esagerazioni sulla sua importanza, 231 Si-
stemi di finanza locale. Le imposte dirette reali come più
adatte aUa finanza locale. Le imposte indirette. Le dotazioni
e le sovvenzioni. 232 Linee generali della finanza locale in-
glese. La finanza locale in Francia, in Russia e in Italia. 233
Altre imposte locali o speciali. Nota : L' ordinamento della
finanza locale in Italia : entrata e spese delle province e dei
comuni.
Appendice I. I sistemi di imposte pag. 807-819
Appendice II. Notizie sommarie sul bilancio dello Stato
in Italia pag. 820-834
NOZIONI GENERALI
I.
La scienza delle finanze.
I , La scienza delle finanze ricerca in qiial modo lo Stato
e gli enti locali si procurino le ricchezze materiali necessarie
alla loro esistenza e al loro funzionamento, e in qual modo le
impieghino ; studia dunque l'attività economica dello Stato e
rlegli organi collettivi* minori, come i comuni e gli enti inter-
medi (nei vari paesi: province, dipartimenti, contee, ecc.). È
quindi una disciplina che ha un campo assai vasto ; poiché
entrano nel suo esame tutti i rapporti che vengono a stabilir-
si, a causa della riscossione e dell' impiego di ricchezze date
dai cittadini.
La esistenza dello Stato e degli enti amministrativi, giudicata
nel suo insieme, non ha nulla di arbitrario: è il risultato necessa-
rio di ogni convivenza sociale. Vi può essere un'azione più o meno
intensa da parte degli enti collettivi, a seconda le differenti con-
dizioni di esistenza o di sviluppo ; mai però gli uomini, usciti
da una fase primitiva, sono vissuti senza un governo e quindi
senza una funzione collettiva. Le ricerche della preistoria, se
anche dimostrassero il contrario, non avrebbero da questo punto
di vista alcuna importanza, poiché proverebbero anzi che gli
uomini, a pena fuori dal primitivo stato barbarico, hanno avuto
bisogno di unirsi, non essendo possibile a ciascun uomo alcuno
sviluppo in solitudine. In qualsiasi grado di civiltà i popoli
Nitti. I
2 SCIENZA DELLE FINANZE [CAP. 1.
hanno avuto dunque forme di cooperazione politica per scopi di
difesa o per le necessità stesse della vita sociale. Anche la co-
stituzione fisiologica rende l'uomo quasi incapace di vivere in
solitudine e di produrre da solo quanto è necessario all' esi-
stenza. Il romanziere inglese, che, storia o leggenda, ha parlato
di Robinson Crosuè, vivente in solitudine, non ha potuto sup-
porlo veramente solo. Robinson, nel naufragio della nave, rie-
sciva a salvare, oltre al grano e ai vestiti, anche le armi, cioè
tanti capitali che rappresentavano il risultato del lavoro e del-
l'esperienza di migliaia di generazioni. La narrazione non avreb-
be avuto seguito se il naufrago fosse scampato solo, senza armi,
senza capitali. E se anche fosse scampato solo e nudo, egli
avrebbe avuto sempre nella sua mente il risultato del lavoro
delle generazioni precedenti.
La difesa dell'esistenza, la sicurezza, la tutela dei beni sono
bisogni comuni a tutti gli uomini : non è possibile soddisfarli
con mezzi individuali. Quali bisogni collettivi derivino dalle
forme di vita sociale, particolari di ciascun gruppo, è argo-
mento assai discusso ; è evidente però che forme più progre-
dite di coesistenza, implicano necessariamente maggiore con-
nessità di rapporti. È negli organismi superiori che i rapporti
di mutua dipendenza delle singole parti, e la subordinazione
di tutte alla vita e allo sviluppo dello insieme, sono maggiori.
Noi abbiamo attualmente paesi la cui popolazione supera di
gran lunga-i più grandi imperi dell'antichità : l'impero romano,
nel tempo della sua maggiore espansione, non ebbe forse la
popolazione attuale della Russia. Agglomerati umani copie la
Germania con 63 milioni di abitanti, gli Stati Uniti di Ame-
rica con 106, la Gran Brettagna con 45, l'Italia e la Francia
con oltre 38, costituiscono, per il loro numero e per la loro
importanza, fatti nuovi nella storia della civiltà. La costitu-
zione dei grandi stati moderni e 1' accrescimento rapido della
loro popolazione rispondono senza dubbio alle forme rapide di
produzione e di scambio : stati che a noi sembrano formati
di piccole società (come il Belgio con oltre 7 milioni di abitan-
ti) hanno anch'essi una popolazione superiore a quella di tutta
l'Italia durante il tempo in cui Roma conquistatrice spingeva
già le aquile vittoriose assai oltre i confini del Lazio. La
GAP. I.] NOZIONI GENERALI 3
guerra combattuta in Europa fra il 1914 e il 19 18 ha avuto
per conseguenza la creazione di molti nuovi stati. Ma i pic-
coli stati sorti dopo la guerra hanno già molte difficoltà di
esistenza e saranno costretti per il loro sviluppo a forme di
unione, o almeno a forme d'intesa economica. Quando si tratti
di grandi agglomerati umani, di società o di stati composti
di diecine e di centinaia di milioni di uomini, il soddisfaci-
mento dei bisogni collettivi, presenta una complessità assai
grande. E le ricerche dirette a indagare in qual modo lo Stato e
gli enti amministrativi si procurino la ingente massa di ric-
chezze necessarie alla loro esistenza e al loro sviluppo, sono
per necessità assai più difficili e complesse.
2. Come tutte le discipline relative alle società umane, la
finanza presenta notevoli difficoltà di sviluppo : essa infatti
studia fenomeni che agiscono e reagiscono gli uni sugli altri e
la cui complessità è spesso grandissima.
In tutte le scienze sociali la indagine presenta difficoltà più
grandi che nelle scienze fìsiche e matematiche : non solo per
la complessità dei fatti, ma anche per i rapporti di mutua di-
pendenza in cui essi sono *, E anche perchè, mancando spesso
ogni possibilità di sperimento, ed essendo l'osservatore assai
di frequente interessato nei fatti che deve giudicare, l'indagine
è soggetta ad errori e deviazioni.
Nella Introduzione alla scienza sociale, Herbert Spencer ha
fatto già da gran tempo notare che le concezioni di cui la
scienza sociale si occupa, sorpassano tutte le altre in complessità
ed è impossibile intenderle senza una corrispondente comples-
sità delle facoltà f. Ha soggiunto anche che, sciaguratamente,
sono le persone le quali più mancano delle qualità necessarie,
quelle che credono poter risolvere questioni le quali non in-
tendono.
L'anatomia e la fisiologia, poiché vi sono moltissimi uomini
e le osservazioni ripetute sono possibili, arriveranno forse a un
grado culminante del loro sviluppo. Ma noi non conosciamo che
* '< L'oubli de la luutuelle dépendance des phénomènes sociaux donne
lieu à un nombre extrémement considérable d'erreurs ». Pareto:
Couts d^ economie politìque, § 605,
t Spencer: Introduction à la sciencc sociale (ed. frane.) pag. 135-36.
4 SCIENZA DELLE FINANZE [^AP. 1.
una sola umanità: di cui le origini ci sono ignote, la infanzia
mal nota. Se un solo uomo fosse esistito sulla terra, egli non
avrebbe mai potuto conoscere la propria fisiologia e la propria
anatomia. A noi mancano molti termini di confronto : e quelli
di cui disponiamo sono spesso di una tale complessità, che non
sempre si riesce a penetrarne la natura.
È proprio per queste ragioni che la sociologia generale ha pro-
gredito pochissimo, mancando di elementi comparativi : e vice-
versa hanno avuto più rapido sviluppo le discipline sociali che
studiano solamente alcuni rapporti concreti : come la demo-
grafia, che indaga le leggi della popolazione ; o la finanza, che
indaga solamente alcuni fatti relativi agli uomini viventi in
società. È anche assai dubbio se esista e se possa esistere una
sociologia. Augusto Comte considerava come vana e dannosa
ogni distinzione che abbia per scopo la separazione fra le
scienze che studiano le società umane, e non ammetteva che una
scienza unica, destinata a studiare i rapporti sociali sotto tutti
gli aspetti : questa scienza unica è quella eh' egli chiama socio-
logia. Ogni studio isolato dei diversi elementi sociali, scriveva
Comte, per la natura della scienza è profondamente irrazio-
nale e deve rimanere sterile *. A quasi un secolo di distanza si
cade spesso negli stessi errori : e la così detta sociologia vaga
anche oggi fra pretese leggi e incertezze evidenti, rimanendo
indeterminata nei suoi scopi e nel suo indirizzo. Se qualcuno
pretendesse assurdo studiare i fenomeni della natura sotto
diversi aspetti e volesse una scienza unica, una fisica generale,
che li abbracciasse tutti, parrebbe a noi un uomo di altri tempi
e nessuno gli darebbe retta. Pure, se nelle scienze fisiche è
giustificata la nuova tendenza di riattaccare le leggi, scoperte
con lunghe indagini, ed alcune cause fondamentali, ogni ten-
tativo di costruzione unitaria delle scienze sociali rimane as-
surdo, essendo queste discipline ancora allo inizio. La socio-
logia, come scienza generale delle società, è destinata a rima-
* Toute étude isolée des divers éléments sociaux est dono par la nature
de la science, profondémente irrationelle et doit demeurer essentielle-
ment stèrile, à l'exeinple de notre economie politique «Comte: Cours
de philosophic positive, XXVIII le9on.
GAP. I.] NOZIONI GENERALI 5
nere sterile : le così dette leggi di cui essa abbonda, non luiuno
punto carattere scientifico e le ricerche eseguite da Gumplo-
wicz, da Giddings, da Simmel sopra tutto, tendono piut-
tosto a dimostrare l'inutilità di ogni tentativo diretto a
formare una scienza generale della società. Ancora adesso,
le leggi che regolano le società umane nella loro esistenza
e nel loro sviluppo ci sono in gran parte ignote: e, ciò che
è peggior male, nella ricerca di esse noi non portiamo, ne
ci è possibile portare, quella serenità che, sola, permette la
ricerca del vero. Quando Hermite e Kroneker ricercavano i
rapporti nelle più profonde proprietà fra le funzioni elittiche e
le forme aritmetiche, si può esser sicuri che portavano nelle
loro indagini uno spirito più sereno che non abbian portato
tutti i teorici i quali hanno ricercato le origini e le funzioni del
capitale. Del pari, quando Schiaparelli facea le sue grandi sco-
perte sul pianeta Marte, non temeva in alcuna guisa che le
sue ricerche potessero giustificare o condannare le forme po-
litiche o sociali dell'Italia. Nello studio dei fatti sociali assai
spesso si parte dal preconcetto di giustificare forme e rapporti
che esistono ; o peggio di condannare in vista di ideali più o
meno assurdi quelle forme e quei rapporti, che non derivano
nel loro contenuto essenziale dal caso o dall'abuso, bensì dalla
necessità stessa.
3. Le discussioni sull'individualismo e sul socialismo, sulla
estensione e sui limiti dell'azione dello Stato, sulla libertà eco-
nomica e sulle limitazioni ad essa necessarie, sono state e sono
innumerevoli Ma fuori alcune verità fondamentali, quasi gene-
ralmente riconosciute, si è ben lungi dal venire a un accordo.
René Descartes, che sotto certi aspetti è stato uno dei più gran-
di precursori dell'indirizzo attuale delle scienze, nei suoi Discours
de la méthode, consigliava : non date mai il vostro assentimento
a una proposizione di cui la materia non sia talmente chiara,
talmente distinta, che non vi sia modo di dubitarne*. In-
vece , troppo facile assentimento noi prestiamo ad afferma-
zioni le quali non hanno se non un valore assai discutibile e
* RenéDescartes: Discours de la niHìwdc in Ocuvres, ed. Cousin,
Paris, 1824, voi. I.
6 SCIENZA DELLE FINANZE [CAP. I.
Spesso costituiscono altrettante difficoltà messe sul nostro
cammino. Ciò che importa maggiormente in tutte le scien-
ze sociali è, quanto è più possibile, essere moderati nelle affer-
mazioni : niente sotto questo aspetto è anzi più strano, che so-
pra pochi elementi costruire leggi e pretendere che alcune con-
statazioni, spesso controvertibili, siano leggi generali. Sono so-
pra tutto i sociologi che abusano di questi procedimenti. E il
dubbio operoso, come dice Goethe *, lo scetticismo attivo, il
cui solo scopo è di conquistare sé stesso, anche nella ricerca
dei fatti sociali può arrecare maggior vantaggio.
Molti scrittori di scienze sociali concentrano tutti gli sforzi
nel ricercare i principi fondamentali delle loro discipline : il prin-
cipio fondamentale della finanza teorica è, per esempio, ragione
di controversie vivissime. In un campo assai più largo i principi
generali della economia sono ragioni di controvei sie anche mag-
giori. Ora gli sforzi diretti in questo senso spesso rimangono
sterili e sono d'ordinario eccessivi. Del resto, anche nelle scienze
fìsiche, i principi fondamentali sono in gran parte controversi e
si basano su ipotesi non comprovate. Noi non sappiamo ancora
con precisione che cosa sia la elettricità f : ma, dopo le grandi
scoperte di Pacinotti, di Herz, di Ferraris, di Edison, la elet-
trotecnica ha meravigliosamente progredito ; e la forza elet-
trica, data dai fiumi o prodotta dal combustibile, alimenta già
migliaia di industrie, ilhmiina le città e semplifica la locomo-
zione. I progressi della chimica, sono così prodigiosi , che
hanno qualche cosa di fantastico : e pure le leggi fondamen-
tali della materia ci sono in gran parte ignote. La chimica
si fonda principalmente sulla teoria atomica : si può dire
che questa teoria sia vera ? si può essere sicuri che sarà ac-
colta domani ? Graham ha già emesso l'ipotesi che gli atomi
* In Massime e riflessioni cap. VII.
t L'energia elettrica si spedisce a grandi distanze senza sapere il mec-
canismo della propagazione. « Quale sia il meccanismo di questa propa-
gazione dell'energia elettrica rimane ancora oggidì un problema a risol-
versi ». S. P a g 1 i a n i : Gli odierni problemi della elettrotecnica, Palermo,
1902, pag. 7. N a q u e t nei Principes de la conservation de V energie
dice: Toutes les forces, toutes les causes du mouvement se rcsument dans
un principe unique, inconnu dans la nature, l'energie.
CAP. T.] NOZIONI GENERALI 7
siano composti da particelle più piccole che egli chiama gli
ultimati ; queste particelle sarebbero tutte identiche e gli a.to-
mi non differirebbero fra essi che per il numero degli ultimati,
il loro aggruppamento e la direzione dei loro movimenti. Si sup-
ponga una forza nuova che porti in chimica una potenza at-
tualmente ignota e noi potremo metterla in combinazioni nucv
ve. E niente si opporrà allora alla formazione artificiale di
quei corpi, che ora riteniamo semplici e irriduttibili.
La ipotesi fondamentale su cui si basa attualmente la chimi-
ca può essere dunque erronea : ciò non ha impedito lo sviluppo
meraviglioso di questa scienza. Cosi la ipotesi della esistenza
dell'etere atmosferico o la dottrina della evoluzione sono an-
cora allo stadio di ipotesi non verificate ; ma ciò non ha ostacolato
lo sviluppo grandissimo di alcune scienze fisiche e naturali. Ac-
cade qualche volta che una teoria errata possa anzi servire di
base a una solida costruzione. Le teorie sono assai spesso pure
ipotesi : e non vi è rapporto necessario tra esse e i fatti alla
cui scoverta hanno contribuito. Ciò che occorre è riportarsi al
più grande numero possibile di fatti. Poiché allora, se anche
le conseguenze che se ne inducono sono inesatte, i fatt i che
sono serviti di base rimangono come base ad altre costruzioni.
Ipotesi e sistemi possono anche essere oggettivamente erronei
e condurre da altra parte a conclusioni vere : le scienze natu-
rali riboccano di esempi che provano tutto ciò. Le grandi ri-
cerche di Pasteur e dei suoi scolari sulla sieroterapia sono par-
tite da una ipotesi erronea : cioè dalla ipotesi che l'adatta-
mento degli organismi ai veleni, conosciuto già da gran tempo,
dipendesse dalla produzione spontanea di un contro veleno,
di una antitossina.
Nella scienza sociale le ipotesi generali possono essere er-
ronee, senza che questo fatto sia particolare ad essa, né che
noccia allo sviluppo delle singole discipline. Ciò che ad esse
nuoce è lo spirito dommatico che vi predomina spesso, il pre-
tendere di possedere le verità essenziali e l'enunciare come verità
indiscutibile ciò che dovrebbe esser più controverso. I tenta-
tivi per costruire una scienza generale delle società sono an-
cora incerti, forse sono ancora prematuri ; la stessa opera di
Spencer non dà ai fatti economici la importanza che essi hanno
8 SCIENZA DELLE FINANZE [CAP. I.
e rimane tentativo non riescito e manchevole. Sarà solo lo
sviluppo delle ricerche particolari, che permetterà in seguito
una costruzione più solida. Ed è appunto perciò preferibile
discutere meno sui metodi, sugli indirizzi, sui principi fonda-
mentali; e lavorare, sia pure per diverse vie, su elementi con-
creti. La deduzione presenta senza dubbio grandi vantaggi
nelle ricerche particolari e limitate : se ne abusa però assai
largamente, e alcune ipotesi, la cui verità è assai discutibile,
servono spesso per intiere costruzioni*. J. S. Mill ha mostrato
assai bene nella sua Logica** le difficoltà di applicare il metodo
sperimentale alle scienze sociali. La più grande difficoltà, egli
ha detto, è nel tentare esperimenti : anche se fosse possibile
organizzarli, sarebbe impossibile assicurarsi di tutti i fatti di
ciascun esperimento e di prenderne nota: e poi i fatti sono di
una tale mobilità, che prima di passare il tempo necessario
per la esperienza, vengono a mutare non poche circostanze
essenziali.
Questa e altre osservazioni sono senza dubbio vere. Ma non
è a negare che, se non è in nostro potere produrre i fatti e iso-
lare artificialmente i fenomeni che vogliamo studiare, noi pos-
siamo basare le nostre osservazioni sui fatti che si producono
e non ritenere mai come sicura ninna affermazione che i fatti
stessi non provino t-
Non si può negare che ora i mezzi di osservazione dei fatti
sociali sono assai più poderosi che ai tempi di Mill : e come
* « Toute généralisation est une hypothèse: 1' hypothèse a donc un róle
nécessaire que nul n'a jamais conteste. Seulement elle doit étre, le plus
tòt possible, et le plus souvent possible, soumise à la vérification. Il va
sans dire que, si elle ne supporte pas cette épreuve, on doit-l'abandonner
sans arrière-pensée. C est bien ce qu' on fait en general, mais quelque
fois avec une certaine mauvaise humeiu" ». H. Poincaré: Sur les
rapports de la physique expérimentale et de la physique mathématique,
Paris, 1900, pag 8.
** J. S. M i 11 : Logic, libro VI; cap. VII.
t « Gràce à la généralisation, chaque fait observé nous en fait prévoir
un grand nonibre ; seulement nous ne devons pas oublìer que le premier
seul est certain, que tous les autres ne sont que probables. Si solidement
assise que puisse nous paraìtre une prévision, nous ne sommes jamais
sùrs ahsolument que 1' expérience ne la démentira pas, si nous entrepre-
nons de la vérifier pratiquement ». Poincaré: ^of. <^ii. pag. 3.
CAP. I.] NOZIONI GENERALI g
Io studio dei fenomeni sociali trova una base sostanziale nelle
ricerche della psicologia, le scienze economiche trovano un po-
tente ausilio nei procedimenti sempre meno imperfetti della
statistica e nei risultati della legislazione.
La questione se convenga applicare saggi progressivi o saggi
proporzionali d'imposta, dal punto di vista dottrinale, è stata
discussa almeno cento anni con assai pochi risultati. Tutte le
volte che si abusava di procedimenti deduttivi non era possi-
bile arrivare a conclusioni accettabili. Quando, per esempio, si
enunciava come un postulato sicuro, che il metodo della pro-
gressività tendeva a distruggere le fonti stesse del reddito e
queste affermazioni erano, con ragionamenti astratti, origine di
una serie di proposizioni, si poteva discutere senza venire mai
a un accordo. Ora, esaminando le statistiche del reddito e cin-
quanta anni di legislazione in senso progressivo in alcuni fra
i principali paesi di Europa, noi vediamo cadere tutte le preoc-
cupazioni di Min. Senza negare dunque che sperimentare nello
scienze sociali sia assai difficile e senza negare che quello che
Min chiama il metodo chimico di ricerca non si possa applicare
se non in poca parte alle ricerche riguardanti i fatti sociali, bi-
sogna, quanto più è possibile, considerare come pericoloso l'a-
buso del metodo deduttivo esatto. Fortunatamente cresce ogni
giorno la massa degli elementi che abbiamo a nostra disposi-
zione : le ricerche della statistica diventano sempre più larghe
e complete ; la legislazione si occupa spesso di fare ciò che
nessun osservatore potrebbe. La massa di elementi reali di cui
gli osservatori dispongono è ora dunque infinitamente più
grande che ai tempi di Mill.
Le leggi che è possibile formulare da coloro che ricercano i
fatti sociali non hanno nessun carattere di immanenza come
le leggi fisiche, le quali appariscono costanti, assolute e neces-
sarie. Le leggi che regolano la materia sono oggi quelle che
furono ieri, quelle che saranno domani. In qualunque epoca,
date le condizioni del nostro pianeta, una pietra lanciata in
aria, è caduta a terra : cadrà domani come oggi. Nelle leggi
sociali non ve n'è alcuna la quale agisca allo stesso modo :
esse sono tutte limitate e valgono per le osservazioni di un dato
tempo e di un dato luogo. Non esprimono dunque necessità.
IO SCIENZA DELLE FINANZE [CAP. I.
ma rapporti di regolarità e di probabilità. Quando i vècchi eco-
nomisti parlavano di leggi eterne della economia politica,
confondevano rapporti di probabilità e di regolarità con rap-
porti di necessità.
Spesso l'abuso della deduzione nelle scienze sociali ha spinto
a errori non pochi e ha fuorviato dalla indagine positiva. Molte
discussioni sembrano anche adesso far risorgere le contro-
\-ersie della scolastica : baroco e baralipton ritornano in voga.
Accade non di rado che su una premessa errata (per esempio :
la ipotesi di Marx che la ricchezza tenda nella società odierna
a concentrarsi) si sieno scritte centinaia di opere e si sia lun-
gamente disputato. Un esame dettagliato della questione,
fatto sul più gran numero possibile di statistiche economiche
e finanziarie, ci mena a dire che questo progresso di concentra-
mento non sia punto vero, né inevitabile. Allora che cosa ri-
mane di tutte le deduzioni, sia pure ingegnose, che l'affermg,-
zione avea determinato ? Da dieci anni a questa parte in In-
ghilterra, in Germania, in Francia, negli Stati Uniti di America,
per mezzo dei rispettivi dipartimenti o uffici del lavoro, sono
stati pubblicati migliaia di volumi che contengono ricerche
sul salario. Queste immani raccolte di elementi di fatto mostra-
no quanta poca utilità abbiano avuto, nella più gran parte,
le innumerevoli discussioni teoriche sul salario. '
Ciò che bisogna evitare negli studi sociali è l'abuso del ragio-
namento astratto. Molte elucubrazioni dottrinali (anche fra
le più in voga) non sono dissimili dalle esercitazioni logiche
dei vecchi filosofi, o estetici, o eruditi. Si discuteva per gran
tempo se la pittura fosse più nobile della scultura e in che
simili e in che differenti i poeti e i pittori. Messer Benedetto
Varchi studiava la questione : se i morti possono amare a essere
amati. E studiava anche più profondamente il quesito : se l'a-
more può star fermo in un medesimo sito senza crescere, ne sce-
mare. Quante discussioni si basano su elementi anche più fra-
gili ! Forse il più grande benefìzio per le scienze sociali sarà
quello di sbarazzarsi di una serie di questioni preliminari, che
spesso intralciano ogni cammino.
Si discute da gran tempo sul socialismo e sull'individuali-
smo : se cioè il maggior sviluppo delle società umane sia compa-
CAP. I.] NOZIONI GENERALI II
tibile con l'un sistema o con l'altro, e poiché i principi fonda-
mentali sono tuttavia controversi e i fatti sociali sono in rap-
porto di mutua dipendenza, è assai diffìcile che per via di dimo-
strazione si provi l'assurdità di quei sistemi che ora sono più
contrari alla nostra civiltà e alle nostre credenze. Invece, ciò
che è certo, è che ogni giorno, in un maggiore sviluppo della
vita sociale, aumenta la solidarietà : e che essa, pur rendendo
più stretti i rapporti tra gli uomini, permette uno sviluppo
di libertà che altrimenti non sarebbe possibile. La solidarietà
è un fatto naturale, che dipende dalla vita dell'insieme e che
cresce man mano che questa si sviluppa *.
4. Le forme attuali della produzione hanno determinato
una divisione del lavoro sempre crescente e una più grande
specializzazione delle funzioni. Le quali, alla loro volta, hanno
agito su tutti i rapporti sociali, determinando una più grande
solidarietà. I rapporti di scambio hanno da parte loro contri-
buito non poco a sviluppare questa solidarietà sempre più
grande. Lo stesso Spencer aveva già riconosciuto che i rap-
porti economici di mutua dipendenza vanno crescendof. Se-
parate, egli avea detto, le popolazioni che lavorano alle miniere
di carbon fossile dalle popolazioni, vicine, che fondono i metalli
o fabbricano a macchina le stoffe, ed esse morranno prima so-
cialmente, poiché le loro funzioni si arresteranno ; e poi mor-
ranno individualmente. La guerra europea ha dimostrato ora
questa verità. Tutta 1' Europa era una vivente unità econo-
mica: la linfa vitale correva a traverso tutti gli stati. Rotta
dalla guerra l'opera dei secoh, tutta l'Europa è in un pro-
fondo disagio. È ritornato in Europa un personaggio che molte
generazioni non avevano conosciuto, la fame; e le condizioni
della vita sono profondamente turbate. La idea che la solida-
rietà tra gli uomini cresca, a causa della più grande comples-
sità dei rapporti economici, dovuta all'aumento della divisione
del lavoro e allo svolgersi degli scambi, è stato soggetto di
numerose e importanti ricerche.
* Cfr. W u n d t : Ethik ; G i d e in R. d' E. P. ottobre 1893 ; D u r-
k h e i m : La division du travati ; Bourgcois: La jolidartté ; Ma-
rion: La solidarité morale, Paris, 2. ed., 1893; ecc.
t Spencer: Sociology, tom. II, cap. V.
12 SCIENZA DELLE FINANZE [CAP. I.
L'apologo di Menenio Agrippa ha un profondo significato
sociale.
Nelle nostre società, dove risorge lo spirito corporativo, cia-
scuna classe, ciascun ceto tende a esagerare la sua importanza.
Si potrebbe vivere senza gli agricoltori ? si potrebbe produrre
e scambiare senza le ferrovie e la navigazione ? La così detta
macchina dello Stato se si arrestasse, tutte le attività si arre-
sterebbero. Di ciò si valgono spesso i ferrovieri, gl'impiegati,
gli agenti delle imposte per ricattare lo Stato e pretendere rimu-
nerazioni più alte, per avere, come si dice, prezzi politici e
non prezzi economici. Ma la esagerazione sta appunto a di-
mostrare come ancora, dopo migliaia d'anni, Menenio Agrippa
abbia parlato invano.
Nel linguaggio giuridico si chiamano solidali le persone ob-
bligate le une per le altre e ognuna per tutte ; cosi i membri
di una società sono solidali allorquando ognuno è, per esempio
tenuto al pagamento del debito di tutti. È una spiegazione un
po' ristretta e che non dà la idea di ciò che sia la solidarietà
sociale. I fisiologi danno alla idea di solidarietà un altro signi-
ficato. Essi chiamano solidarietà organica il rapporto neces-
sario di un atto dell'economia con atti differenti che si com-
piono in altre parti dell'organismo: in altri termini l'idea di so-
lidarietà organica implica quella di una relazione costante, anzi
di una mutua dipendenza, tra le parti e il tutto.
La divisione del lavoro, resa necessaria dall'aumento della
popolazione, non solo ha permesso la esistenza di gruppi, che
altrimenti non avrebbero potuto formarsi e durare, ma ha de-
terminato la coesione di essi, i rapporti di mutua dipendenza e
quindi di mutua unione e solidarietà. Nei gruppi primitivi le
rassomiglianze tra gli individui che li componevano erano as-
sai maggiori che oggi non siano : la divisione del lavoro e lo svi-
luppo della civiltà hanno determinato una differenziazione
crescente, la quale ha reso necessaria una coesione più grande.
Questi rapporti di maggiore coesione non sono determinati,
come si pretende, da un fatto contrattuale, ma da un fatto di
ordine naturale, che a sua volta è causa di un'azione sociale
positiva più larga.
Le forme generali della produzione sono divenute tali che i
CAP. t.] N02tONt GENERALI I3
mercati sono gli uni agli altri legati strettamente. In passato
ciascuna regione produceva per sé la più gran parte degli og-
getti di cui abbisognava : le distanze avevano una grandissima
importanza, i prezzi erano diversissimi da paese a paese. La
facilità grande dei mezzi di trasporto ha permesso a tutte le
industrie, a tutte le culture,di concentrarsi nelle zone dove mag-
giori sono le condizioni di sviluppo : vi sono intere regioni che
lavorano alla produzione di materie prime, altre vivono della
fabbricazione di alcune merci. Intere città, assai più popolose
di Atene antica nel maggiore sviluppo, si basano soltanto o
quasi su una industria : la lavorazione del ferro, dell'acciajo,
del cotone, della lana, ecc. Anzi la specializzazione è giunta a
tal punto che si lavora spesso, anche dalle maggiori fabbriche,
a costruire parti di una macchina. Così molte grandi case non
fabbricano biciclette, ma soltanto parti di esse. Il rialzo del
prezzo del carbone inglese agisce sui costi di produzione di
quasi tutte le industrie di Europa : un mancato raccolto di
grano in Argentina o negli Stati Uniti di America agisce sulle
condizioni dei salariati di gran parte di Europa. I rapporti di
interdipendenza sono giunti a tal punto che le condizioni di cia-
scun mercato interessano quasi tutti gli altri ; che nessuna
guerra, per quanto lontana, rimane indifferente ai principali
mercati finanziari: così, nello svolgersi d'interessi spesso op-
posti, aumentano i legami che uniscono fra di loro le società
civili. I grandi trusts di capitali, i grandi irusts di uomini costi-
tuiti dalle unioni operaie in tutto il mondo civile, sono la con-
seguenza di questa solidarietà ; e, non ostante tutte le esagera-
zioni e gli errori, non cessano dal rappresentare un'azione utile
allo sviluppo e alla regolarità della produzione.
Ogni giorno la scienza scopre l'intimo legame che unisce
gli uomini. Si credeva una volta che la maggior parte delle
malattie dipendesse da colpe o da sventure individuali : la
igiene e la demografia si accordano ora nel riconoscere che con-
tro la più gran parte dei morbi non bastano i mezzi di difesa
individuali. I mali infettivi o diffusivi costituiscono tuttavia
la base della morbilità ; e anche molte malattie, che noi cre-
diamo dipendere da disposizioni individuali, sono determinate
da mancanza di prevenzione sociale.
14 SCIENZA DELLE FINANZE [CAP. I.
Non si può negare che la morale pubblica sia cresciuta quasi
dovunque in Europa ; poiché la sensibilità è cresciuta. Molte
istituzioni per i poveri sono, senza dubbio, effetto di questi
sentimenti. Ma non si può negare del pari che i lavori di risa-
namento, le frettolose costruzioni di case operaie, i ricoveri
bene aerati sono stati voluti di più e in maggior misura, quando
si è saputo che i microbi dei quartieri poveri non hanno nes-
suna educazione e penetrano senza riguardo nei quartieri dei
ricchi. È una solidarietà anche questa ed è imposta dalla
natura.
Quando parliamo dell'uomo, ci formiamo il concetto del ge-
nere umano come di un tutto, e solo in questo senso possia-
mo applicare i metodi scientifici all'investigazione allo studio
dei fatti sociali. Noi non possiamo dubitare che ciascuna so-
cietà costituisca una entità. Benché liberi di pensare e di agire,
siamo gli uni uniti agli altri da vincoli non definibili, ma che
possiamo sentire. Il sentimento di solidarietà ci rende con-
sapevoli di far parte di un tutto. E se questo sentimento
proclamato da secoli dalla religione in modo differente, non è
dimostrato ancora dalla scienza, è perchè la conferma speri-
mentale non può esser data se non da mezzi di investigazione
assai più potenti di quelli che abbiamo.
Lo sviluppo delle forme di solidarietà, che sono una conse-
guenza stessa dell'accrescimento della produzione e degli scam-
bi, determinano una vita collettiva più intensa. Ciò spiega il
fatto che in tutte le società moderne, quale che sia la loro for-
ma politica, si destinano alla vita collettiva masse ingenti di
ricchezza ; e vi é anche, con l'aumento di vincoli di solidarietà,
una tendenza sempre crescente a destinare una quantità mag-
giore di ricchezze alla vita dell'insieme.
Studiare quanta ricchezza in ciascuna società vada ogni
anno destinata alla vita dell'insieme, in qual forma queste ric-
chezze vadano riscosse e in qual forma impiegate, quale sia il
modo più conveniente per le economie private di contribuire
alla vita dell'insieme, quali effetti porti l'estensione del sacri-
fizio che ciascuna economia privata deve compiere sullo svilup-
po della produzione : ecco il nucleo delle quistioni che cadono
nel campo delle ricerche della scienza delle finanze.
CAP. I.] NOZIONI GENERALI I5
E poche discipline sociali hanno come questa un campo di
attività sempre crescente. È, per esempio, un continuo spe-
rimento che le legislazioni di tutti i paesi civili fanno delle
forme più diverse d'imposizione : studiare gli effetti di ciascuna
e vagliarli ai principi teorici già acquisiti, è opera in continua
rinnovazione.
La parola finanza (da finis termine di pagamento e anche
transazione nel latino medioevale) ha avuto nel passato signifi-
cati diversissimi ; anche adesso è usata in casi molteplici per
esprimere cose assai differenti. La scienza delle finanze, secondo
il suo indirizzo attuale, è un ramo della economia pubblica, che
si propone di indagare i modi di acquisto e di impiego delle ric-
chezze necessarie alla vita dello Stato e degli enti locali. Smith
considerava a dirittura l'economia come un ramo della scienza
politica (0/ statesman or legislator), che aveva due scopi prin-
cipali, il secondo e più importante dei quali era di provvedere
lo Stato del reddito sufficiente per i pubblici servizi *.
Quali problemi studia la scienza finanziaria ? Edgeworth li
riduce a due fondamentali : a) quali sono i primi principi in
base a cui deve essere distribuito, fra i cittadini l'onere dei tri-
buti ? b) qual sono gli effetti delle imposte ? La prima indagine
interessa dunque i principi fondamentali della imposizione : la
differenza fra tasse e imposte, la proporzionalità o progressività
di queste ultime, i criteri di distribuzione del carico tributario
secondo il criterio della capacità contributiva dei cittadini, o
secondo il criterio della eguaglianza di sacrifizio: ecc. La se-
conda indagine riguarda lo studio della traslazione, della inci-
denza, e in generale gli effetti delle imposte f- Questa ultima
indagine parve già a Davide Ricardo la maggiore e più impor-
tante fra tutte.
* \. Smith (in Wealth of Nations, libro IV, Introduction) considera
scopo principale della politicai economy di studiare il modo più conve-
niente to supply the State or commonwealth with a revenu sufficieni far
the public services. Finance, dice Littré, « vient de l' ancien verbe finer,
qui signifiait finir, terminer, conclure, en general et dans un sens re-
streint finir une affaire, terminer un différend moyennant argent ».
tF. y. Edgeworth: The Pure Theory of taxation in E. J. del
1897 e in Memoranda chiefly relating to the classification and Incidence
of Imperiai and Locai Taxes, pag. 127.
l6 SCIENZA DELLE FINANZE [CAP. 1.
È fuori di dubbio che i problemi fondamentali della finanza
sono quelli indicati : ma alla soluzione di essi occorrono altre
indagini. Il fenomeno delle spese pubbliche, per esempio, è in
stretta relazione con quello delle entrate e non si può non stu-
diarne le cause che ne determinano le variazioni.
5. Una delle questioni preliminari di ogni insegnamento è
se la disciplina che si studia sia un'arte o una scienza, e nel
caso che sia una scienza, sui contatti che ha con le altre scien-
ze. Sono due questioni che danno luogo a un grandissimo nu-
mero di dissertazioni più o meno dottamente noiose, che non
sempre hanno il mèrito della utilità : anzi d'ordinario servono
piuttosto a produrre confusione che a eliminarne*. Le scienze
le quali sono giunte a un relativo grado di sviluppo hanno già
abbandonato queste discussioni sterili. Nessuno dei recenti trat-
tati di chimica si occupa di esaminare la quistione se la chi-
mica sia o non una scienza e quali siano i rapporti suoi con
le altre scienze. E del pari la storia di ciascuna teoria è ab-
bandonata a speciali opere di erudizione ; non essendo neces-
saria alla conoscenza teorica di una disciplina la storia della
sua formazione. È assai probabile che i più grandi chimici di
Europa ignorino i primi tentativi fatti per spiegare le trasfor-
mazioni chimiche della materia ; e il Timoteo di Platone e le
M etere ologiche di Aristotile sono loro ignoti anche di nome.
Forse anche i più grandi matematici ignorano la vera posi-
zione rispettiva di Descartes, di Cardano, di Galileo, di Leibnitz
e di Napier nello sviluppo della scienza matematica.
Lo spagnuolo Raimondo Lullo è stato forse il più vario e
strano intelletto che la storia delle scienze ricordi ; fu vera-
* Ciò non toglie che lo studio della storia della cultura sia molto in-
teressante e che la storia delle singole discipline, come una parte di
essa e della storia delle scienze, abbia molta importanza. Anzi la storia
si avvantaggia molto di tali ricerche, il cui sviluppo è desiderabile, ben-
ché quasi del tutto indifferente alle attuali ricerche scientifiche. La più
completa e bella Storia delle dottrine finanziarie in Italia ecc. è del
Ricca Salerno, Palermo 1898 ; notevole per la storia degli ordi-
namenti finanziari nelle province meridionali la notissima opera di
Lodovico Bianchini su la Storia delle finanze del reame di
Napoli. Cfr. anche S t o u r m : Bibliographie historique des finances de
la France, Paris, 1895 ; L. C o s s a in G. d. E. marzo 1895.
GAP. i.] Ì^OÉiONt GfeNEiRAtt t7
mente, come lo dissero, il doctor illuminatus. Questo monaco
di Majorca che cercò nella piena notte del medio evo pene-
trare i misteri della chimica, che quasi in ogni scienza lasciò
la sua traccia, che scrisse forse quanto nessun uomo mai scrisse,
è ignorato ora dagli stessi chimici. Né alcuno che scriva un
trattato di chimica sente il bisogno di cominciare la sua espo-
sizione enumerando le opere di Lullo ed esaminandone la im-
portanza, relativamente alle opere dei chimici antichi e mo-
derni. Tutto ciò è anzi indifEerente ai chimici e può solo for-
mare oggetto della storia della scienza, o della storia della cul-
tura o della storia in generale. Così le quistioni generali riguar-
danti il metodo, i limiti e le tendenze di ciascuna disciplina,
nelle scienze in cui si è progredito, sono in generale neglette.
Nelle scienze sociali troppo spesso, in ogni quistione, si co-
mincia dal diluvio e ciò non è piccola causa di confusione e di
errore. La scienza è impersonale : così che le sapienti discus-
sioni su chi prima abbia enunciata una teoria o una ipotesi,
servono più alla vanità accademica che al progresso degli studi.
Scienza è un sistema di verità generali riguardanti un dato
ordine di fenomeni : l'arte ha una funzione puramente precet-
tiva. È stato detto che stanno come l'indicativo e l'imperativo.
Vi è un po' di esagerazione forse neL paragone : ma l'idea so-
stanziale è vera. Tranne quanto riguarda i suoi principi fon-
damentali, che si collegano ai principi generali della economia,
la finanza è sopra tutto un'arte.
Recenti tentativi sono stati fatti per la costituzione di una
scienza finanziaria pura ; sopra tutto dopo il 1887 quando E.
Sax pubblicò la sua opera sui principi fondamentali di una
economia finanziaria teoretica, opera il cui valore più grande
non è già nell'aver discusso solamente le questioni del valore,
ma nell'aver determinato un largo movimento di studi teorici,
se non sempre utili allo sviluppo della disciplina finanziaria,
non privi d'interesse da un punto di vista più largo *.
In quanto ai rapporti che la finanza può avere e ha con
altre scienze è forse inutile soffermarvisi. I rapporti di affinità
e di connessità sono tanti che è impossibile precisarli. Vi è
* E. S a X : Grundlegung der Theoretischen Staatsic'irlschaft, Wien, 1887.
N i 1 1 i. 2
l8 SCtENZA DELLE FINANZE [cAP. 1.
Ogni giorno un processo di specializzazione delle singole disci-
pline ; ma nello stesso tempo ciascuna ricerca ha oggi bisogno
di uscire il maggior numero delle volte fuori del campo della
scienza cui appartiene. Ghi studi, nei suoi effetti, una imposta
sul sale, avrà bisogno di ricorrere alla chimica, alla fisiologia,
airigiene,ecc.; una ricerca sulle imposte può contenere tutta una
serie di problemi di psicologia e di matematica. Non è possi-
bile concepire barriere entro cui' ciascuna disciplina deva
rinchiudersi. Spesso anzi, si move per una via e si giunge a
un'altra; e ai ricercatori accade assai di frequente ciò che ac-
cadde a Cristoforo Colombo. Egli cercava la via delle Indie e
trovò l'America; è spesso per vie incerte che si giunge meglio
alla ricerca della verità.
6. In principio era l'azione, dice il personaggio di Goethe:
si stabilirono imposte prima che si fosse pensato a fare una
teoria sulle imposte: si prelevarono dazi quando mancava ogni
nozione teorica sul protezionismo e sulla libertà degli scambi.
Allo stesso modo che si fabbricò la birra prima delle teorie di
Pasteur: e che non si segui per mare la via diritta, anche prima
delle teorie di Maury. La pratica finanziaria è forse antica
quanto la civiltà: anche le prime tribù che dovettero adempiere
a bisogni collettivi ebbero pratiche e consuetudini finanziarie
quando pagarono tributi ad altre genti vincitrici; o quando
prelevarono parti della ricchezza prodotta per destinarle a scopi
di utilità generale. Ma lo studio delle discipline finanziarie,
la ricerca delle leggi che regolano i fenomeni finanziari costi-
tuiscono un fatto del tutto recente *.
* I trattati di finanza sono oramai numerosissimi. Si possono studiare
più utilmente C o s s a : Scienza delle Finanze, io. ediz. Milano, 1909 ,
Ricca Salerno: Scienza delle finanze, Firenze 1888 ; Oraziani;
Istituzioni di scienza delle finanze, Torino, Bocca, 1897 ; Flora: Ma-
nuale di scienza delle finanze, 3. ediz. Livorno, 1903, ecc. ; M a e C u 1-
1 o e h : Taxation and the funding system, London 1846 (edizione riveduta
1863) ; B a s t a b 1 e : Public fi)uince, London, 1894 ;Thorold Ro-
ger s : articolo Finaìice nella E-ncyclopedia Britannica; R o s e h e r: Fi-
nanzwissenschaft, 5. ediz. Stuttgart 1901 ; E. Cohn Finanzwissen-
schaft, Stuttgart, 1889; Wagner: Finanzwissenschaff , Leipzig, 1885- 1901
3. ediz. L Conrad: Finanzwissenschaft, Iena, 1899, (nel Grundris zum
Studium der poliiischen Oekonomie dritter teil); V o e k e : GrundzUge der
GAP. II.] NOZtONI GENERALI Ì9
II.
L'azione economica dello stato e degli enti locali.
7. Su pochi argomenti si è scritto tanto quanto su\Vazw7ie
dello Stato; sopra tutto da Bentham in poi si può dire che la di-
scussione non sia stata mai chiusa. Può parere ancora superfluo
discuterne in una esposizione dei principi della finanza pub-
blica. Infatti, nelle indagini finanziarie non occorre ricercare
ne quale sia, né quale deva essere l'azione dello Stato. Tutto
al più questa ultima indagine può essere utile quando, esami-
nate le contribuzioni che si prelevano ai cittadini per le funzioni
dello Stato e degli enti collettivi, e studiati gli effetti di tali
contribuzioni, si trova che esse agiscono in una guisa o in
un'altra sulla produzione *. Allora, dal punto di vista finan-
ziario, si può dire che alcune funzioni sono utili, o dannose,
che alcune imposte sono più o meno accettabili di altre. Le ri-
cerche finanziarie però presuppongono sempre l'esistenza dello
Stato e degli enti collettivi, come presuppongono sempre che
vi siano bisogni di ordine sociale, cui non sia possibile adem-
piere con mezzi individuali.
Nondimeno, se qui si accenna ad alcune questioni riguar-
danti i limiti delle attribuzioni dello Stato, è meno perchè ciò
sia necessario a una trattazione finanziaria, quanto per liberare
il cammino da alcune difiìcoltà. Molti errori in materia finan-
ziaria dipendono da giudizi non veri o addirittura da precon-
cetti sull'azione dello Stato.
D'ordinario si. è inclinati a credere che lo Stato sia qualche
cosa al di fuori e al di sopra degli individui : si parla di fini
dello Stato, di scopi che lo Stato deve raggiungere. Ora lo Stato
Finanzwissenschaft, Leipzig, 1894; I. K a i z 1 : Finanzwissenschaft, Wien,
1900; K. T. Eheberg; Finanzwissenschaft, 7. ediz. Leipzig, 1903 ;
G a r n i e r: Traité definances, Paris,i872, 4. ediz.; LeroyBeaulieii:
! raité de science des finances, Paris, 1906, 7. ediz, ecc.; Gastonjéze:
iiirs élémentaire de science des finances et de légtslation financière fran-
caise, nouvelle édition, Paris, 19 io, 4. ediz.; ecc.
* E i n a u d i : Studi, Introduzione.
2ò Sciènza delle finanze [cap. tt.
non ha scopi suoi, poiché esso non è altra cosa se non ciò che
sono coloro che ne fan parte, o per dir meglio, è il risultato
di necessità e di condizioni sociali differenti. Lo Stato non
è che una organizzazione sintetica della unità politica ; e quindi
ha per base o una nazione, o un popolo, o un aggregato storico*.
Si parla spesso dello Stato come di qualche cosa di perma-
nente o qualche volta come di cosa al di fuori degli individui.
Ora lo Stato non ha missioni da compiere, né è al di sopra
degli individui, né è al di fuori di essi ; né é l'antitesi dell'in-
dividuo, né infine é mai una formazione arbitraria. Lo Stato è
una forma naturale di cooperazione sociale : nessuno sviluppo
degli individui é possibile anzi, senza questa forma prima e più
importante di cooperazione.
Vi sono bisogni collettivi al cui soddisfacimento non possono
mai adempiere gli individui da sé stessi : l'azione dello Stato e
dei minori enti di diritto pubblico subentra quindi all'azione in-
dividuale. Ma i bisogni di uno Stato non sono altra cosa se
non il risultato di forme di convivenza sociale. È una verità
elementare: eppure gran parte degli errori di coloro che attri-
buiscono allo Stato una missione deriva appunto dal discono-
scerla. Da gran tempo anzi, questa idea che lo Stato abbia una
missione superiore da compiere, è diffusa negli scienziati, è dif-
fusa sopra tutto nel pubblico : e le esagerazioni della scuola
storica hanno contribuito non poco a questa diffusione.
Ora sarà bene precisare alcuni concetti t-
* « Le gouvernement (avea già detto con profonda penetrazione Augusto
Comte nel suo Cours de philosophie positive) l' uni verselle ré action né-
cessaire, d'abord spontanee, en suite régularisée de l'ensemble sur les
parties ».
t Suir azione economica dello Stato e sui limiti di essa sono state
scritte migliaia di opere. Cfr. nel senso più spiccatamente individualista,
Spencer: The man versus the State (tradotto in italiano) e anche
Principles of sociology e le altre opere; Wordsworth Doni-
s t h o r p e : Law in a free Sfate, London, 1895 ; ecc. Nel senso inter-
venzionista oltre le opere di Dupont-Withe, Laveleye, cfr.
C. F. Ferraris: // materialismo storico e lo Stato, Palermo, 1887 e
Socialismo e riforma sociale nel morente e nel nascente secolo nella R. S.
del 1900. Una larga letteratura della questione si trova nelle opere di
Ahrens, Green, Stein, Gneist, Leroy Beaulieu {UÉtat
moderne et ses fonctions), David G. Ritchie {Principles of State
GAP. II.] l'azione dello STATO 21
Lo stato non è al di sopra e al di fuori di coloro che formano
il gruppo politico e sociale da cui emana, quindi non è da con-
siderarsi come un organismo che abbia scopi propri ; bensì
come risultante storica degli interessi generali di ciascun grup-
po. Senza dubbio, poiché lo Stato non ha la fuggevole durata
degli individui, può avere, ed è preferibile che abbia, vedute
prospettive : ma non si può nemmeno in questo caso parlare
di missione, poiché è la durata stessa che determina l'azione,
e non già un potere superiore, la cui natura ci sia ignota.
Poiché è la maggior forma di cooperazione sociale, lo Stato
può avere sullo sviluppo della società un'azione grandissima : le
più grandi opere collettive sono compiute solo mediante esso
ed è solo il suo potere coercitivo che può rendere possibili le
mutazioni più profonde nella vita della società *. Ma nessuna
attività collettiva può prodursi senza che si svolgano tante atti-
vità individuali; le ricchezze di cui lo Stato dispone, che servo-
no alla sua esistenza e al suo funzionamento, sono prodotte da-
gli individui. L'opera dello Stato è in certa guisa il prodotto della
opinione pubblica e della coscienza media dei gruppi prevalenti.
La sua azione può essere profondamente utile : può essere dan-
nosa ; può lo Stato provvedere ai bisogni del presente e ai bi-
sogni dell'avvenire con utile impiego di attività e di ricchezza
prodotte dal gruppo cui sovrasta ; ma da sé stesso non produce
nulla, poiché esso non é un organismo astratto, nelle mani o
di una oligarchia prevalente nella società, o dei rappresentanti
della nazione intera. Ma lo Stato non é la nazione ; e, comun-
que organizzato, non rappresenta se non interessi o idee dei
gruppi sociali prevalenti che possono essere anche i migliori
o i più convenienti ma non sono quelli della società intera.
Lo Siato non è l'antitesi dell'individuo : questa idea che esi-
sta un'antitesi fra l'attività dello Stato e quella degli individui è
interference, London 1891); C. Supino: Individualismo economico,
Torino, 1892; ecc. ecc.
* « Où en serions-nous, si l'Ètat s'était remis complètement à l'action,
des intéréts individuels et à l'influence de l'assoaiation uniquement vo-
lontaire ? Pour le saisir voyez ce qu' était la société dans son enfance,
avant que les esprits se fussent développés, avant que les intelligences
se fussent ouvertes, avant que cette grande vérité, la puissance de l'As-
sociation, eùt été seutie ». Rossi: Cours, tom. IV, pag. 210.
22 SCIENZA DELLE FINANZE [CAP. II.
stata ed è sostenuta con molto calore dai vecchi e dai nuovi
teorici dell'individualismo. La tesi di Spencer dell'individuo
contro lo Stato {The man versus the State) non è giustificata
Y>GVÒ da alcuna osservazione larga dei fenomeni sociali. Lo
Stato, lungi dall'essere l'antitesi degli 2W£?m^m, va considerato
come la sintesi di essi, per dir meglio, come la forma più alta di
cooperazione sociale. Non è che ogni forma di attività dello
Stato sia una diminuzione di libertà individuale : anzi vi sono
alcune libertà, le quali non sono possibili se non mediante lo
sviluppo delle forme superiori della cooperazione sociale. Tutte
le idee più alte, tutte le pratiche più elevate non nascono se
non in una piccola ^727^; ora l'associazione libera è spesso inef-
ficace a diffonderle e rischiano di andare disperse se un potere
coattivo non ne determini l'applicazione spesso in forma coer-
citiva*. In questo caso lo Stato, lungi dall' attentare alle libertà
individuali, ne rende possibile l'applicazione. In ogni modo lo
Stato e l'individuo sono due elementi variabili e non già op-
posti : forme più complete di cooperazione sociale possono coin-
cidere con un più grande sviluppo di libertà individuali.
Lo Stato non è mai tutta la Società, benché sia la forma su-
periore di organizzazione : la idea di patria e la idea di nazione
derivanti da ragioni di sentimento e di storia, di razza e di ci-
viltà, non vanno confuse con la nozione dello Stato. È per-
ciò che questo ha limiti non solo nella unità politica, ma nel bi-
sogno di fare che le minoranze possano difendere le loro ten-
denze e i loro interessi nelle forme e nei limiti consentiti dalle
idee morali di ciascun gruppo. Lo Stato nel passato significa-
va assai spesso una piccola oligarchia : solo adesso, mediante
lo sviluppo della civiltà e della cultura e la unione delle classi
popolari, rappresenta un più grande numero d'interessi. Non-
dimeno, neanche ora lo Stato rappresenta tutta la società : si
* Vi sono, scrive S t u a r t M i 1 1 (libro V, cap. XI, § 17), tempi e paesi
in cui non vi sarebbero né strade, né bacini, né porti, né canali, né lavori
d'irrigazione, né ospizi, né scuole, né tipografie, se il Governo non fa-
cesse tutto ciò ; perché la massa del pubblico è troppo povera per tro-
vare i fondi necessari, o troppo poco illuminata per apprezzare l'impor-
tanza dei risultati, o troppo poco abituata all'associazione per trovare
il mezzo di fare queste cose.
GAP. II.] L AZIONE DELLO STATO 23
può essere contro di esso pure avendo ideali umanitari* L'idea
anarchica, qualunque giudizio si voglia darne, anche da coloro
che la ritengono del tutto irrealizzabile, è basata sulla ipotesi
che non sia conveniente alle società umane qualunque forma
di esistenza dello Stato. Ora si può dire che gli anarchici sono
contro lo Stato, si può anche dire che i loro fini non sembrano
a noi realizzabili o sembrano a dirittura condannevoli, ma
non si può dire che gli anarchici siano contro la società.
Non vi è nulla di costante nelle relazioni tra lo Stato e i cit-
tadini : essi non sono che i risultati dei bisogni singolarmente
mutevoli in ciascun periodo di civiltà. Da prima lo Stato avea
nel campo politico e religioso una importanza assai più gran-
de che ora non abbia, e adesso, non ostante le apparenze in
contrario, ha nel campo economico e sociale importanza assai
maggiore che prima non avesse f-
Lo Stato etico che ha una missione da compiere, una con-
cezione di cui si è tanto abusato dai teorici tedeschi, come ab-
biamo visto, non è che un'astrazione la quale non ha riscontro
nella realtà ; allo stesso modo che il dire che lo Stato e le so-
cietà sono governati dalle stesse leggi, le quali regolano gli
organismi, non può essere che wri analogia. Può essere utile
qualche volta ricorrere ad analogie o ad astrazioni di tale na-
tura : l'abusarne però induce in una serie di errori. Tutte quel-
le teorie le quali, mettendo a base la rassomiglianza fra la so-
cietà, e gli organismi viventi, fanno derivare da questa ras-
somiglianza leggi e rapporti relativi allo sviluppo e all'avvenire
della società non solo non hanno alcun fondamento, ma si può
dire che spesso abbiano contribuito ad accrescere il disordine.
Che le forme economiche primitive delle società umane ab-
biano in qualche cosa rassomiglianza con quelle delle società
animali ; che, secondo ha provato sir John Lubbock, si tro-
* Secondo il nostro modo di vedere, antagonismo fra Stato e Società
non può esistere, potendosi riguardare lo Stato come quella parte della
società che disimpegna la funzione politica. Mosca: Principi di scienza
politica, Torino 1896, pag. 172.
tDupont White scriveva : « À plus de vie il faut plus d' orga-
nes, à plus de forces, plus de régles ; or la règie et l'organe d'une Societé
c'est l'Etat ».
24 SCIENZA DELLE FINANZE [cAP. II.
vino fra le formiche i tipi di società corrispondenti ai popoli
cacciatori, pastori e agricoltori, è senza dubbio interessante
sapere. Ma a illustrare i rapporti sociali fra gli uomini e a in-
dagare le leggi che regolano la società umana giova poco sapere
come si comportino in casi analoghi la formica fusca e il lasius
flavus. Di poche cose si è abusato come del così detto organi-
cismo : sopra tutto dopo Shaeffle, le esagerazioni qualche volta
hanno assunto carattere grottesco*. Alcuni scrittori hanno
preteso perfino che la scienza sociale sarà organica o non sarà :
e un eminente scrittore russo, ha detto non senza solennità :
nemo sociologus nisi biologus. Si tratta di.un latino che Cicerone
non avrebbe compreso : ma si tratta pure di una idea che gli*
studiosi moderni comprendono anche meno. L' analogia tra
la società e l'organismo può essere ammessa quando si limiti
a esprimere il concetto che la vita degli individui è legata
alla vita dell'insieme : e anche che vi sia interdipendenza
funzionale tra l'una e l'altra. Ma, come riconoscono anche
gli scrittori positivisti più intelligenti, la società è bensì una
formazione naturale, ma differenziandosi dall'istinto origi-
nario, diventa un fenomeno nuovo con caratteri specifici e
propri. L'analogia tra società e organismo, essendo puramente
allegorica, non può dunque servire di base alle indagini delle
scienze sociali: tanto meno può autorizzare quei precetti di arte
sociale, che spesso sono stati con estrema facilità derivati. Del
resto il concetto stesso di organismo è ancora assai oscuro : le
leggi generali della vita non sono meno ignote di quelle della
società. Le abusive analogie servono solo a dichiarare ignohtm
per ignotius.
I fatti, è stato detto, valgono più delle opinioni. Mentre,
sopra tutto dal principio del secolo non si fa che discutere da
un punto di vista o dall'altro dei limiti e della natura delle
funzioni dello Stato, in quasi tutti i paesi civili si è verificato
un processo storico identico. Nella lotta delle idee è sopra tutto
di questo fatto che bisogna tener conto. Lo Stato, cori la par-
tecipazione a esso di un numero sempre maggiore d'individui,
* Cfr. Annales de VItntilut International de Sociologie, tom. Ili, Paris,
1898; L. Stein: Wesen und Aufgabe der Sociologie, Berlin, 1898;
Ritchie: op. cit. pag. 13 e seg.
CAP. II.] l'azione dello stato 25
per effetto della solidarietà crescente, ha aumentato le sue fun-
zioni economiche sociali. Viceversa, riconosciuta l'eguaglianza po-
litica e religiosa di tutti i cittadini che ne fanno parte ha perduto
alcune funzioni che avea conservate fimo a tempi recenti. Allo
stesso modo per effetto non solo dei bisogni nuovi, ma delle
nuove conquiste della scienza, lo Stato tende a sostituire il
principio della prevenzione sociale a quello della repressione.
IO. I libri come Paris en Amériqiie di Laboulaye, The man
versus the State di Spencer e quelli cosi numerosi di Doni-
sthorphe, di Wemys e di altri non sono stati scritti se non
astraendo dalle condizioni di fatto*. Il nichilismo ammini-
strativo, come dice Huxley t, non è mai esistito né potrebbe
esistere in una fase di civiltà progredita. Migliaia di pensatori
da Aristotile in qua, non avrebbero logorata la mente, se la
soluzione di tutti i problemi sociali fosse nel non fare. Se il
massimo scopo da raggiungere fosse l'astensione da ogni in-
tervento, da ogni vincolismo, come si ama di dire da qualcuno,
quasi non vi sarebbe bisogno di ricercare. Basterebbe ridurre
lo Stato al minimo e assicurare il massimo di libertà economica.
Invece si nota in tutta la civiltà moderna una tendenza in-
teramente diversa : la quale per il suo carattere di quasi com-
pleta universalità non può esser considerata come un fatto tran-
sitorio. Sorpassata la prima fase di concorrenza industriale
ciascun paese tende a organizzarsi nel modo più conveniente al
suo sviluppo. Nessun paese di Europa e di America ha avuto
una completa libertà commerciale; se si tolgano pochissimi (In-
ghilterra, Olanda) i quali per ragioni storiche o naturali ri-
traggono il maggior vantaggio da una politica di libero scam-
bio. Ma, viceversa, quasi tutti i paesi si organizzano nel modo
* « M. de Laboulaye nous enseignait alors que le raeilleur gouverne-
luent est celui qui travaille à se rendre inutile. Dans un livre qui fut le
gi'and succès de 1' epoque : Paris en Amèrique : et où la première
chose qu' admire le héros à son réveil, e' est un pays, qui n' a point de
gendarmes ni de sergents de ville, 1' auteur nous proposait cornine
idéal ce qu' il appelle lui raéme, dans la derniére ligne du livre « la folie
de la liberté ». G i d e : Uécole nouvelle.
t Evolution is the substitution of consciously regulated coordination
among the units of each organismi, for blind anarchie competition. H u-
X 1 e y in Contemporary Review, febbraio 1888.
26 SCIENZA DELLE FINANZE [CAP. II.
più conveniente alla loro produzione e al loro consumo. Le
lotte fra il capitale e il lavoro hanno a loro volta perduto la
forma individuale : esistono quasi dovunque grandi organiz-
zazioni di capitali di fronte a grandi organizzazioni di lavoro.
Gli stessi trusts, trascurando ogni questione intorno alla loro
natura giuridica, si rivelano come la espressione di un bisogno
nuovo verso una produzione più ordinata, *. D'altra parte vi
sono nella società nostra conflitti d'interessi, i quali determi-
nano pratiche dannose allo sviluppo di tutta la società ; e
in cui è evidente la necessità di un intervento del potere col-
lettivo per impedirle, o per limitarle, e per cui quindi l'azione
individuale è del tutto insufficiente.
II. L'individualismo, considerato come principio unico o
prevalente della organizzazione economica, non è più ammis-
sibile. La scuola individualista, la quale pretendeva che il sem-
plice agire delle forze economiche tenda a stabilire l'equilibrio
tra la produzione e il consumo, a far coincidere il prezzo e il
costo dei prodotti, ad attuare nella vita economica la legge del
.minimo mezzo, vede assai spesso in regime individualista av-
venire il contrario. Oramai i suoi teorici rimangono inquieti
dinanzi all'effetto degenerativo di quei principi che parevano
destinati a portare la pace nel mondo : e l'aver creduto che
gl'individui potessero essere tanti atomi, uniti solo da rapporti
di scambio, senza che né meno i loro movimenti si riperco-
tessero e determinassero unioni, dominate a loro volta dalla
vita dell'insieme, si manifesta ogni giorno più assurdo.
Come bene è stato avvertito, ai tre principi individuali-
stici della responsabilità individuale, della concorrenza sfre-
nata tra i vari elementi economici, della lotta fra individui e
classi sociali, si devono sostituire e si sostituiscono ogni giorno,
tre altri principi di natura affatto diversa. Il principio della re-
* Secondo i dati ufficiali del Census BuUetin (30 dicembre 1901) alla
line del 1901 i trusts costituiti negli Stati Uniti erano già migliaia : molti
superavano il capitale di 50 milioni di dollari, non pochi aveano più di
150 milioni di dollari, e parecchi (acciaio, oli minerali, ecc.) supera-
vano anche questa cifra ; attualmente il processo di concentrazione è
assai più grande Che cosa diventano le lotte dell' individualismo eco-
nomico com'era concepito cinquanta anni or sono ?
CAP. II.] l'azione dello stato 27
sponsahilità sociale mira ad ottenere dalle varie classi e dagli
enti collettivi Tadempi mento di quei doveri la cui trascuranza
(anche non criminosa) sarebbe di danno alla collettività. Il
principio della giustizia sociale si esplica nella creazione e con-
servazione di pubblici istituti, che oJEErono a tutti il modo di
esplicare la propria personalità, e nella esplicazione di equità
nel ripartire gli oneri che derivano ai cittadini dalle spese pub-
bliche. Il principio (ieW arbitrato sociale fa in modo che (senza
impedire che individui che hanno interessi simili si associno
per lottare con quelli che hanno interessi contrari) le vertenze
fra gli interessi coalizzati si risolvano con mezzi di concilia-
zione, che diventano tanto più necessari quanto più le organiz-
zazioni si sviluppano e le lotte assumono carattere gigantesco.
In tal guisa la produzione continua ad essere opera degli
individui e la forma collettivista non soffoca le iniziative indi-
viduali. Ma tra le innumerevoli lotte degli uomini, nelle agi-
tazioni di interessi spesso cozzanti fra loro, si determina un'or-
ganizzazione la quale regola il movimento e coordina le azioni
dei singoli allo sviluppo dell'insieme.
Gli scrittori individualisti si compiacciono spesso di descri-
vere un paese che non è mai esistito : che non esisterà mai
forse. L'Inghilterra, ch'era da essi presa ad esempio, è vice-
versa il paese in cui l'intervento legislativo in materia econo-
mica e sociale è stato ed è forse più largo *. Dai tempi di Eli-
sabetta le leggi sui poveri, buone o cattive, sono applicate con
una rigidezza di cui non è esempio sul continente. In materia
industriale la protezione dei lavoratori è circondata di norme
dettagliate. Il pagamento del salario ha una regolamentazione
che non s'incontra altrove. E in materia di industrie e di com-
merci i progressi della legislazione diventano a lor volta ogni
giorno maggiori. Dunoyer nel 1855 segnalava già la nuova ten-
denza e se ne doleva come di una modificazione profonda dello
spirito individualista inglese : Spencer non ha fatto che doler-
* G i d e nota nella conferenza su 1' École nouvelle : « De 1870 à i8go
on ne compte pas moins de 220 lois ou projets de lois [acts ou hills) pour
s'occuper des logements, de l'alimentation, du transport, de l'éduca-
tion... ». Ma è dopo il 1890 sopra tutto che la più grande mutazione nello
spirito pubblico è avvenuta.
28 SCIENZA DELLE FINANZE [CAP. II.
sene .a sua volta. Che importa ? Queste limitazioni della libertà
individuale in vista dello sviluppo dell'insieme, cioè per ef-
fetto della solidarietà, non si palesano, appunto per la loro ge-
neralità, come necessarie ?
Dopo la guerra le grandi organizzazioni operaie inclinano
sempre più verso il socialismo. La conseguenza di tutte le
grandi guerre è quella di determinare rivolgimenti sociali pro-
fondi. Ma dove la produzione capitalista è stata sostituita
dalla produzione comunista, la miseria più profonda si è de-
terminata e la produzione si è arrestata.
Se l' individualismo, com'era concepito dai vecchi teorici,
non può coincidere con le forme attuali di produzione e di vita,
il comunismo non è compatibile con lo sviluppo della produ-
zione e con la esistenza stessa della civiltà.
In regime comunista cessano tutti i moventi dell'attività in-
dividuale e la produzione si arresta e decade. Noi non rie-
sciamo a concepire forma di produzione comunista senza la
rovina dei popoli moderni.
Ma le forme stesse della produzione moderna e degli scambi
determinano una crescente solidarietà.
Senza negare che la libertà individuale deva considerarsi
come la base di ogni futuro sviluppo della umanità, bisogna
riconoscere che ognuno deve arrestarsi dove la libertà tende a
degenerare : dove la libertà si trasforma in assolutismo indi-
viduale, deve essere regolata.
Non si può negare d'altra parte che il massimo sviluppo
della produzione coincide assai spesso con il massimo di libertà
individuale ; ma, oltre che spingere la produzione a un limite
massimo non è il solo scopo della umanità, in regime individua-
lista può anzi accadere e accade, che per effetto della libertà
si limiti la produzione : esempio notevole si ha nel caso di molti
sindacati il cui solo scopo è appunto quello di limitare la produ-
zione. Il contratto di lavoro dev'essere senza dubbio libero.
Ma appunto perciò, mentre deve esser permesso alle coaUzioni
operaie di vendere insieme il loro lavoro alle condizioni che cre-
dono più vantaggiose, si devono, mediante forma di arbitrato
impedire o attenuare lotte (non più individuali, ma di individui
CAP. IÌ.5 l' azione dello StAtO ^9
numerosissimi contro organizzazioni potenti ) che si risolve-
rebbero in danno di tutta la società.
12, L'azione dello Stato, e in generale l'opera degli enti col-
lettivi, non può essere quindi giudicata al lume del vecchio indi-
vidualismo: e si può anche dire che essa oramai risponde ai bi-
sogni nuovi della produzione e che non ha nulla di arbitrario*.
Le illusioni e gli errori vigenti dipendono spesso dal fatto
che coloro i quali credono l'azione dello Stato deva ridursi a
un minimo, cioè a provvedere alla difesa e alla sicurezza, non
tengono conto che, dato il carattere della produzione moderna
e data la vita delle società moderne, questa concezione è ir-
realizzabile.
Ciò non deve menare allo errore contrario: cioè a quella fi-
ducia nello Stato di cui si abusa cosi spesso nei parlamenti dei
paesi moderni. Il 25 settembre 1848 Bastiat enunciava la sua
celebre proposizione: L' Ètat c'est la grande fiction à travers la
quelle tout le monde s'ef force de vivre de tout le monde. È una bella
frase: molto spesso si può applicare anche giustamente. Ma non
ha e non può avere alcun valore. Il dire che in tutti i tempi vi
sono stati individui che invece di produrre direttamente la
ricchezza hanno trovato, per mezzo dello Stato, più conve-
niente spogliare coloro che l'hanno prodotta, non significa
niente. Ai tempi di Bastiat, il bilancio dello Stato in Francia
era appena la terza parte del bilancio prima della guerra eu-
ropea. Si può credere che col crescere della civiltà la grande
fiction aumenti ? Peggio: gli Stati Uniti di America, l'Inghil-
terra, la Svizzera, i paesi in cui Bastiat avrebbe avuto mag-
giore fiducia, presentano lo stesso fenomeno.
Spencer e i suoi seguaci, in conclusione, hanno fatto un lun-
go elenco di colpe dello Stato, una specie di requisitoria da
pubblico ministero ; in cui sono enumerati tutti gU impieghi
antieconomici di ricchezza fatti dallo Stato. Una enumerazione
lunga, che rassomiglia ad un atto di accusa. E bene, cento,
* E I y : Introduction to politicai economy, pag. 102 dice : The « Is »
includes what was once the « Ought to do »... The « Is » embraces the
future Ought The two cannot be separated ». Le attuali forme in-
dustriali preparano e contengono in sé società in cui la solidarietà sarà
sempre più grande. Cfr. W e b b : Industriai Democracy.
30 Scienza Celle finanze [cap. ii.
mille errori che cosa dimostrano ? Bisognerebbe fare la dimo-
strazione contraria, cioè che gl'individui privati avrebbero
fatto meglio; e anche in questo caso la dimostrazione rimane
valevole per tempi e individui determinati. D'altra parte lo
stesso procedimento di Spencer si può seguire benissimo in
senso contrario; dimostrare tutti gli errori delle società commer-
ciali, gli sperperi di ricchezza delle grandi anonime, gli atti
di corruzione da esse compiuti, le distruzioni di ricchezza fatte
dai trusts, è relativamente assai facile*. Certo è assai più facile
per lo Stato che abita in una casa di vetro; che pubblica i suoi
bilanci, che sottopone tutte le sue azioni a controlli preventivi
e controlli posteriori; che è sottomesso quasi dovunque al sin-
dacato parlamentare. Gli errori che si rilevano sono spesso in-
granditi, e sovente assumono per ragioni politiche un* appa-
renza di gravità, che è ben lontana dal rispondere al vero.
Prendendo in esame una grande società di trasporti, che im-
pieghi 50 a 60 mila individui, non è difficile trovare in essa
molti dei mali e delle colpe attribuiti allo Stato. Gli errori di
una società privata, che lavora sempre nell'ombra, si cono-
scono solo quando sono troppo gravi per essere nascosti. Si ri-
pete sempre che gl'impiegati dello Stato non sono mossi dall'in-
teresse personale : ma sono forse gl'impieghi di una grande so-
ciet«à per azioni ? La mancanza di zelo, la mancanza di onestà,
il poco spirito di disciplina, la lentezza nel lavoro sono fatti
che dipendono dallo stato morale di un paese, piuttosto che
dallo svolgersi dell'attività dello Stato e degli enti collettivi. Si
fa spesso contro lo Stato lo stesso ragionamento che si fa contro
la Chiesa dagli spiriti settari. Tutte le colpe dell'Inquisizione,
tutti i roghi, tutte le torture, vengono imputati alla Chiesa,
come se essa soltanto ne fosse responsabile. Basta invece stu-
diare le forme procedurali dei tempi passati per intender come
si trattava di criteri di procedura penale, che la giustizia laica
applicava in egual modo e spesso peggiore. La tortura era un
* Leroy Beaulieu: L' État moderne et ses fonctions, lib. II, cap.
Ili, nega che le grandi società anonime presentino spesso nell'ammini-
strazione gli stessi inconvenienti dello Stato ; ma gli argomenti che in-
voca non sono ben scelti.
CA1>. II.] L AZIONE DELLO STATO 3I
complemenlo della prova testimoniale ; il rogo o la forca erano
forme di condanna riseibati sovente per delitti non gravi.
Molti rubano ora all'ombra dello Stato : è verissimo. Ma quan-
ti rubano all'ombra delle società private e piuttosto che produrre
ricchezza, consumano la ricchezza prodotta da altri ? Senza
disconoscere in nessuna guisa che l'interesse personale sol-
tanto può dare in quasi tutte le intraprese industriali il massimo
sviluppo della produzione, bisogna però ammettere che l'inte-
resse personale in molte intraprese è contrario a quello collet-
tivo e che riesce in non pochi casi a limitare la produzione
con danno di tutta la società. Vi sono adunque intraprese, e
il loro numero diventa ogni giorno maggiore, che sono più util-
mente esercitate dagli enti collettivi e dallo Stato, che non dai
privati.
In senso contrario, bisogna osservare che coloro i quali nei
fenomeni economici e sociali desiderano un più largo inter-
vento del potere collettivo, spesso senza misurare la conve-
nienza economica della sostituzione dello Stato ai privati im-
prenditori, non tengono presente che l'azione dello Stato, in
qualunque senso diretta, non si esplica se non mediante con-
sumo di ricchezze materiali prodotte dai cittadini. Troppo spesso,
quando si tratti di lavori pubblici, o di provvedere ai bisogni
di una regione, s'invoca l'intervento dello Stato. Ora bisogna
tener presente che lo Stato non può dare a una regione, se non
togliendo ad altre ; non può provvedere a gruppi di cittadini,
che chiedono particolare aiuto o difesa, senza che altri citta-
dini sopportino un sacrificio corrispondente. Spesso anzi può
accadere (e gli esempi sono numerosissimi in tutti i paesi, ne
occorre la mente di Spencer per trovarli) che lo Stato impieghi
in modo antieconomico ricchezze che i privati avrebbero forse
impiegate meglio,e che la spesa determinata dal suo intervento
sia di molto superiore ai benefizi che questo intervento arreca.
Lo Stato può agire utilmente sostituendo le iniziative pri-
vate quando esse siano incapaci ; aiutandole quando siano
insufficienti ; ordinando come servizi pubblici intraprese, le
quali per la loro natura non si prestino a essere esercitate dai
privati. Ma la fiducia cieca che le moderne democrazie hanno so-
vente in esso è del tutto irrazionale. Quando Luigi XVI rien-
^2 éCÌÉNÉA DELLE FINANZE [CAP. li.
trava a Parigi, allora tormentata dalla mancanza di pane, le
donne gridavano a lui, alla regina e al delfico : Vive le houlan-
ger, la houlangère et le petit mitron. Credevano che la presenza del
re bastasse a portare il pane. Oramai la fede del pubblico non
prende la forma personale : il cesarismo è stato sostituito dai
parlamenti ; ma dove prima era l'adorazione del feticcio, la
fiducia diventa più indeterminata e tutto si concentra in quella
entità astratta che è lo Stato. I parlamenti contribuiscono non
di rado ad eccitare le illusioni, e la mediocrità degli uomini
che in prevalenza li compongono rende possibili alcuni errori
che altrimenti non sarebbero. Tutto ciò è vero : ma subordi-
nare l'azione dello Stato nella vita economica e sociale a criteri
teorici estremamente discutibili e non al principio di conve-
nienza, significa andare necessariamente incontro all'errore.
Non si può infatti in linea generale risolvere casi di politica
economica e finanziaria con massime assiomatiche : come sa-
rebbe quella che è a base dei libri di Spencer e di tutti i suoi
numerosi seguaci. I rapporti liberi e volontari, che esistono
ora tra gli uomini, sono stati spesso determinati da forme di
coazione. Wundt ha dimostrato che tutto ciò che era incoscien-
te si trasforma spesso in un fine voluto e cosciente. L'individuo,
si libera poco a poco dalla solidarietà primitiva e forzata, ma
per tornarvi in seguito con una coscienza più larga della fun-
zione cui egli deve adempiere nell'ordine sociale. La solida-
rietà, che la natura stessa impone, e di cui ci avvediamo ogni
giorno più, rende necessaria un'opera crescente di prevenzione
sociale.
13. Contro le esagerazioni degli scrittori del suo tempo.
Pellegrino Rossi riconosceva che lo Stato è un agente attivo
di progresso e che l'associazione volontaria da sola è del tutto
insufficiente. Senza dubbio, diceva Rossi, la storia offre molti
esempi di dispersioni di ricchezza determinate dallo Stato : ma
ne offre assai più numerosi di progressi generali compiuti me-
diante l'efficace cooperazione dello Stato. È preferibile senza
dubbio che questo non deprima gli sforzi individuali ma che
li secondi ; che cerchi di promuoverli piuttosto che di far la
-oro concorrenza ; e che si sotituisca ai privati solo quando vi
sia utilità evidente. Ma quante cose oramai, allo stato* attuale
cAt>. II ] l'azione Dello stato 33
delle conoscenze, ci avvediamo di non poter fare con i mezzi
individuali, in quanto sentiamo che essi sono insufficienti o a
dirittura incapaci di reagire ai pericoli che ci circondano. Ogni
giorno le ricerche della microscopia e dell'igiene dimostrano
che la più gran parte delle malattie ha carattere infettivo o
diffusivo, o si riattacca a causa contro cui nessuna prevenzione
individuale è valevole. Non è in questo caso necessario un in-
tervento del potere collettivo ? I flagelli e le pestilenze del pas-
sato aveano forme di una intensità che non sappiamo né meno
più concepire. Venti anni di battaglia o venti della guerra più
accanita, dice Littrè, erano nulla in paragone delle stragi ca-
gionate da quei flagelli. Il colera ha fatto morire in Francia in
pochi anni più uomini che tutte le guerre della rivoluzione. 11
vajolo è stato per otto secoli così diffuso, che si è perfino cre-
duto, secondo le parole di un vecchio medico italiano, che fosse
« un tributo che ciascun individuo pagar dovesse alla natura ».
Ora, dopo la scoverta di Jenner, mediante la pratica della
vaccinazione obbligatoria, il vajolo è quasi scomparso da al-
cuni stati. In Germania le morti per vajolo sono appena poche
diecine ogni anno. Ancora pochi anni fa il vajolo uccideva in
Europa centinaja di migliaja di persone e ne attaccava milioni:
adesso le morti per vajolo, con un po' di prevenzione maggiore,
sono in diminuzione continua. In alcuni paesi il vajolo è anche
scomparso, e sono discesi a centinaia, anche a diecine d'individui
nell'ultimo decennio i casi di vaiolo nei paesi più civili di Europa
e di America. Ora, nessuna prevenzione individuale ci mette in
grado di difenderci contro la diffusione del vajolo. E poiché,
dopo le ricerche della scienza moderna, l'efficacia del vaccino
non é da mettere in dubbio, si può non riconoscere la necessità
della vaccinazione obbligatoria? È vero che costringere un uomo
a vaccinare i figliuoli significa violare la sua libertà. Ma, poi-
ché i bambini non possono né volere né rifiutare, è possibile
non proteggerli? che cosa possono fare essi se il vajolo o li ucci-
de o li deturpa ? vi é forse un'azione di danno ? e a che cosa
serve un'azione di da'nno se la malattia ha deturpato o ucciso ?
È bastata una prevenzione un po' più attenta per diminuire
prima della guerra in tutta Europa in pochi anni la mortalità
per morbi infettivi o diffusivi. La moitalilà per alcune ma la t-
N i 1 1 i. 3
34 SCIENZA DELLE FINANZE [CAP. II.
tie è discesa di trenta o quaranta volte; alcuni morbi infettivi
e diffusivi sono anche scomparsi.
Per alcuni paesi come 1' Italia il problema della malaria ha
un'importanza che nulla serve ad attenuare: la malaria lieve,
grave o gravissima, è sparsa sulla pivi gran parte del territorio
nazionale. L'Italia meridionale, sopra tutto, ne è profonda-
mente infetta : e ciò è causa prevalente della sua povertà. Ora
recenti studi hanno dimostrato che la malaria è una malattia
contagiosa: che la diffusione di essa va dovuta a una zanzara,
un anofele. Dopo gli studi fatti finora si può conchiudere' che la
trasmissione della infezione avviene direttamente per mezzo degli
anofeli, e l'uomo malato contagia l'anofele soltanto nelle stagio-
ni in cui la temperatura è relativamente elevata. L'uomo in-
fetto da malaria è quindi contagioso, in condizioni di tempera-
tura idonea, come qualunque individuo affetto da altre malat-
tie già contagiose. Ora, per risolvere questo grandissimo e vitale
problema che cosa possono gli sforzi individuali ? Quando
una soluzione definitiva dovrà essere tentata, occorrerà sem-
pre un grande sforzo collettivo. Senza dubbio, in materia
come questa, non bisogna esagerare e gli igienisti sono propensi
alla esagerazione. Ma non si possono negare i risultati della
esperienza.
La istruzione obbligatoria è certo una violazione di libertà :
poiché lo Stato subentra ai genitori, limitando i loro poteri. È
stato detto che è una pretesa ingiusta, poiché l'amore dei ge-
nitori fa molto meglio. E può anche darsi che ciò sia in mol-
tissimi casi : ma non vi sono genitori che tormentano i figliuoli ?
non vi sono altri che li abbandonano ? E possiamo noi ammet-
tere che un uomo, sol perchè é ignorante e non comprende e non
può giudicare i vantaggi della istruzione, abbia il diritto di
fare che i suoi nati rimangano nella ignoranza più tenebrosa ?
e che cosa diventeranno essi per la società ?
Tutti questi argomenti hanno una importanza ben più gran-
de in materia di legislazione sociale. Assicurare norme igieni-
che per i lavoratori ; proteggere l'infanzia da forme di sfrut-
tamento dannose, evitando che si uccidano nel bambino le
forze che può sviluppare da adulto, allo stesso modo che il pru-
dente coltivatore impedisce il raccolto di frutta acerbe ; garan-
CA P. II.] L AZIONE DELLO STATO 35
tire con norme speciali il lavoro femminile, nell'interesse della
razza ; imporre per tutti giornate di riposo, ecc. ecc., può avere
in apparenza l'aspetto di limitare la libertà. In realtà, è solo
impedendo la decadenza fisica di una popolazione ed elevan-
done la cultura intellettuale e la sanità fisica, che si può far par-
tecipare il più grande numero di uomini ai beni della civiltà.
La teoria dissolvente, che considera gli uomini come tanti
atomi disgregati, non ha compreso che la libertà non è mai un
fine, ma un mezzo : e che il fine è la più grande elevazione della
specie. Dove la libertà può assicurarla, è benefica ; dove rag-
giunge lo scopo opposto è dannosa e riesce a ridurre sé stessa,
nessuna libertà giovando a popolazioni povere e degradate.
È assai curioso però, vedere alcuni teorici usare verso lo
Stato gli stessi argomenti che si adoperavano due secoli or
sono ; quando nella più gran parte dei paesi l'imposta era un
dovere assoluto verso l'autorità, che poteva disporne a suo pia-
cimento , il principe non dovendo dar conto delle sue azioni ai
sudditi, ma solo a Dio. Le innumerevoli discussioni sulle fun-
zioni dello Stato sono dunque spesso sterili, poiché i fatti di-
mostrano che la vita della società non può essere subordinata
ai principi assoluti di libertà invocati da Spencer e dai suci
seguaci. Se dovunque la tutela igienica é affidata allo Stato e
agli enti collettivi ; e quasi dovunque la istruzione obbliga-
toria è sancita dalle leggi ; se la legislazione operaia si estende
dovunque e i principi di previdenza sociale si sviluppano e l 'as-
sistenza si sostituisce alla carità ; vuol dire che vi sono alcune
necessità le quali determinano, più che il movimento delle
idee, l'azione collettiva.
È evidente che lo Stato non deve compiere se non quei ser-
vizi che i privati non potrebbero, o non potrebbero se non con
maggiori sforzi e con risultato minore, non solo per gì' indivi-
dui che lo compongono, ma per i bisogni nuovi che si determi-
nano: esso quindi è di sua natura variabile. La sua azione di oggi
non può essere quella di domani, né è quella ch'era ieii. Non
vi possono essere, dunque, entrate fisse ; né tanto meno, fuori
che in linea molto generale, si possono segnare dei limiti all'a-
zione dello Stato.
È assai difiìcile dire quali siano i bisogni collcttivi, in quanto
36 SCIENZA DELLE FINANZE [cAP. II.
la loro valutazione dipende dal criterio che ne hanno le classi
politicamente prevalenti.
14. La scuola del materialismo storico ha sostenuto per
molto tempo che la struttura economica della società sia la
base reale di tutti i fenomeni giuridici e politici, e che il modo di
produzione determini in generale il processo sociale, politico
ed intellettuale della vita. Lo Stato non sarebbe altra cosa
che l'organo della classe economicamente dominante in vista
di assicurare la propria esistenza e il proprio dominio. Ma
queste affermazioni infondate, che per molti anni hanno avuto
larga eco, cominciano 01 a ad essere abbandonate, almeno nella
loro forma dommatica, anche da quelli che se ne facevano
banditori. Come la complessità dei fatti sociali sfugge a queste
semplificazioni e non è mai possibile riattaccarli a una causa
unica, per quanto importante essa sia, cosi nella storia delle
istituzioni politiche non è possibile vedere una causa unica,
che ne determini la trasformazione e la vita.
Nella vita dei popoli moderni lo Stato abbandona sempre
più le funzioni politiche e religiose e sviluppa qu?lle di carat-
tere economico e sociale : cosi la opera di prevenzione assume
una importanza àempre più grande di fronte a quella di re-
pressione. Lo Stato non impone la religione, si come avveni\^a
in passato, ma fa ch3 la libertà religiosa sia rispettata ; dunque
la sua azione è diventata in questa materia non più imperativa,
ma conciliativa. Viceversa, in tutti i paesi più civili, poiché
l'accattonaggio è vietato, è proclamata obbligatoria l'assi-
stenza, è obbligatoria la istruzione, è obbligatoria la legisla-
zione sanitaria, è obbligatoria la viabilità, ecc. Ecco dunque
un grande numero di casi in cui l'azione dello Stato che prima
era scarsa, o appena serviva a proibire qualche abuso più gra-
ve, è diventata imperativa.
In alcuni casi lo Stato e gli enti locali sussidiano l'azione
privata, che è deficiente (bonifiche, beneficenza, ecc.) : in altri
dove essa è tarda, riescono a spingerla e a completarla (legi-
slazione sanitaria, istruzione obbligatoria) ; in altri raffrenano
l'attività privata dannosa a classi di popolazione e sopra tutto
in quella parte che può meno difendersi (legislazione operaia) ;
in altri intervengono per impedire che alcune industrie, le quali
CAP. II.] l'azione dello stato 37
tendono a trasformarsi in monopolio, siano sfruttate da priva-
ti (mezzi urbani di comunicazione, ferrovie, ecc.) o alcuni
servizi i quali hanno carattere di utilità generale siano sfruttati
solo con criteri industriali (poste e telegrafi, ecc.). Questi di-
\'ersi criteri talora s'intrecciano e concorrono variamente a
determinare le modalità dell'intervento, il quale può e deve
essere diverso, secondo le condizioni di tempo, e di luogo e di
cultura e secondo le tradizioni storiche, e le difficoltà finan-
ziarie ; o le ragioni tecniche, che impongono di agire in un modo
o in un altro.
L' intervento o il non intervento dello Stato non si possono
far dipendere da teorie di ordine generale, né si può dire a
priori che siano utili o dannosi. Poiché qualunque azione dello
Stato e degli enti collettivi non si produce senza un corrispon-
dente consumo di ricchezza, e questa non è fornita se non dagli
individui che la producono ; occorre di volta in volta sapere se
si tratti o non di un utile impiego. In altri termini occorre sa-
pere : il consumo di ricchezze che fa lo Stato è determinato da
necessità della vita sociale ( sicurezza, difesa, ecc. ) ? E se non
è determinato da esse, occorre indagare se ciascun impiego di
ricchezze abbia un corrispondente benefìcio, presente o av-
venire, tale che ne giustifichi l'uso.
15. È evidente che quanto si è detto dello Stato s' intendo
anche vero per gli enti locali, la cui vita é dominata dalle stesse
leggi e che rispondono più o meno a bisogni della medesima
natura. Vi sono stati unitari, come la Italia o la Francia ; e
stati federali, come gli Stati Uniti, la Germania, la Svizzera ; e
vi sono forme costituzionali intermedie di confederazioni di
stati. La diversità di ciascuna forma agisce non poco nel detei-
minare le attribuzioni rispettive dello Stato e degli enti minori.
Ma si può dire che generalmente vi siano alcuni servizi pub-
blici o alcune funzioni che sono quasi dovunque di competenza
dello Stato (sicurezza esterna o interna, rappresentanza all'e-
stero, giustizia, moneta, grandi mezzi di comunicazione e di
trasporto, ecc.) ; altri che sono di competenza degli enti locali
(acqua potabile, illuminazione, nettezza urbana, mezzi urbani
di comunicazione, ecc.) ; altri che sono o dello Stato o degli
38 SCIENZA DELLE FINANZE [CAP. II.
enti locali, o in varia misura di entrambi (servizi di assistenza
pubblica, di istruzione, d'igiene, di previdenza sociale, ecc.).
I servizi pubblici sono organizzazioni create e sostenute dallo
Stato o dagli enti locali in vista della soddisfazione di un biso-
gno collettivo ; i servizi di utilità pubblica sono invece organiz-
zazioni create e sorrette da un istituto di utilità pubblica, in
vista della soddisfazione di un bisogno collettivo. Differiscono
questi ultimi dai primi in quanto non sono creati e sorretti dallo
Stato, ma da una istituzione corporativa, che riceve soltanto il
riconoscimento di pubblica utilità. Il diritto amministrativo
studia appunto l'insieme delle regole che presiedono all' orga-
nizzazione e al funzionamento dei servizi pubblici e alla sorve-
glianza dei servizi di utilità pubblica. Bisogna distinguere fra
i servizi pubblici che consentono e quelli che non consentono il
concorso di industrie private. La sicurezza esterna e interna,
la giustizia, la monetazione, ecc. sono grandi servizi pubblici,
da esercitare necessariamente in forma monopolistica. Altri
servizi pubblici sono esercitati dallo Stato o dagli enti locali
in concorrenza con i privati : così la istruzione elementare. In
generale i servizi pubblici, organizzati in vista di un interesse
di ordine sociale, assumono la forma di monopoli.
Perchè una intrapresa diventi pubblico servizio occorrono al-
cune condizioni : la posta è generalmente un pubblico servizio ;
non può esser tale invece la industria del pane. Un monopolio
di Stato ( quando non si riattacchi a principi generali di giusti-
zia o di ordine o viceversa non abbia carattere veramente fi-
scale) può essere determinato da cause di varia natura. Essen-
ziali tra esse sono la mancanza di attività individuali sufficien-
ti al bisogno collettivo: oppure, anche data la esistenza di tali
attività, il trattarsi di intraprese che per la loro natura non pos-
sono essere abbandonate all'attività individuale*.
Una funzione esercitata dall' industria privata si trasforma
in servizio pubblico quando la produzione dello Stato è più eco-
nomica di quella privata. Ciò può accadere, infatti, tutte le volte
che una industria assume carattere di monopolio; come tutte le
volte che i privati non riescano a produrre senza troppa di-
* Cfr. Sax: Grundlegung der theoretischen Staatswirtschaft, p. 393.
CAP. III.] TEORIE GENERALI 39
spersione di ricchezze. Deriva quindi da questa considerazione
che le intraprese le quali assume lo Stato sono in generale quelle
che, lasciate all'industria privata, si trasformerebbero in mono-
poli o perchè la concorrenza è impossibile, o perchè è antiecono-
mica. Occorre infine, perchè un'intrapresa privata diventi pub-
blico servizio, ch'essa riguardi un bisogno generale risentilo
dalla coUettivitàf. Tutte le volte che si assume un servizio pub-
blico, è la società intera la quale fornisce il capitale : ora non
si può ammettere che i servizi pubblici riguardino interessi o
bisogni di una minoranza, e non della grande maggioranza.
Quasi tutte le imprese pubbliche sono diventate dopo la
guerra passive in quasi tutti i paesi di Europa. L' aumento
del prezzo delle materie prime è venuto a coincidere con au-
menti enormi del salari e con una minore energia di lavoro.
È uno stato transitorio, ma che rappresenta nella fase attuale
un vero e grande- pericolo. Infatti le finanze di tutti gli stati
europei usciti dalla guerra risentono questa condizione di di-
sordine.
Quasi tutti i servizi pubblici sono in molti paesi esercitati
con prezzi politici, invece che con prezzi economici e la diffe-
renza non è pagata dalle tasse, ma dai debiti.
Oltre quelle che sono attribuzioni essenziali dello Stato e
che vanno considerate da un punto di vista più alto che non
sia quello semplicemente economico : sicurezza interna ed
esterna, giustizia, ecc. ; oltre quelle attribuzioni, lo Stato ne as-
sume altre esercitando, per le ragioni già dette, alcuni servizi
pubblici.
III.
Teorie generali relative ai fenomeni finanziari.
i6. Si è lungamente disputato sulla natura dei fenomeni
finanziari : e non pochi teorici, per semphcità di trattazione o
per convenienza logica, hanno cercato di riattaccarli a un solo
principio : molte teorie generali sono dunque sorte. Alcune di
esse sono già state abbandonate : altre ancora rimangono in
campo. I fenomeni della finanza, per quanto siano complessi.
40 SCIENZA DELLE FINANZE [CAP. ITI.
si riattaccano ai principi primi dell'economia. I bisogni collet-
tivi derivano dai bisogni individuali: e possono essere appagati
solo mediante un consumo di ricchezze materiali, determinato
dal funzionamento degli organi della collettività : lo Stato e gli
enti locali. Vi sono bisogni comuni a tutti o alla maggior parte
dei componenti il consorzio politico : ciascuno diversamente ne
ha, ma vi è una media generale. È questa media generale che
determina l'ammontare complessivo delle entrate e delle spese
pubbliche.
Ogni anno masse enormi di ricchezza sono prelevate dallo
Stato e dagli enti locali ai cittadini e sono spese per servizi
pubblici o in ogni modo per scopi collettivi. Sono nei mag-
giori Stati parecchi miliardi. Da che è determinato questo
grandioso prelevamento ? Con quali procedimenti e con quali
leggi avviene ? Lo Stato, che è la maggiore espressione della
volontà collettiva, ha scopi di sicurezza, di civiltà, di giusti-
zia, di benessere. In quale forma vengono raggiunti ? esiste
una legge fondamentale della finanza pubblica ? esistono rap-
porti che permettano risalire a un principio fondamenta-
le di tutti i fenomeni finanziari ? La ricerca di questo prin-
cipio fondamentale è stata fatta da ijiolti scrittori. Le loro
conclusioni però si aggirano o intorno alla idea del consumo,
o alla idea dello scambio, o a quella della produzione : o in-
fine si liattaccano alla idea del valore. Queste teorie hanno in
gran parte carattere storico e vanno considerate come la espres-
sione dei bisogni e delle idee dell' ambiente in cui sorsero. Non
potrebbero ora essere discusse se non tenendo conto delle cir-
costanze che le produssero.
Adamo Smith, il quale riteneva che nessuna società ordinata
fosse possibile senza governo, e che contrariamente alle esage-
razioni di molti dei suoi seguaci, ammetteva che il governo non
dovesse aver solo ufficio di sicurezza interna ed esterna, ma
anche, sebbene non essenziali e in misura variabile, scopi di
civiltà e di benessere, non formulò alcuna teoria su questo
proposito.
17. Fu più tardi, che esagerando o a dirittura mutando le
idee politiche di Smith, i suoi continuatori collegarono i feno-
meni finanziari alla teoria del consumo: secondo cui la finanza
CAP. III.] TEORIE GENERALI 4I
pubblica è un semplice consumo improduttivo di beni materiali,
un consumo che è inevitabile, ma che occorre limitare al mi-
nimo. Come la grandine per un'azienda agricola, cosi le spese
degli enti collettivi per la società. J. B. Say usa a dirittura
immagini di tal genere. Dal momento, egli dice, che un va-
lore è pagato dal contribuente, è perduto per lui : dal mo-
mento che è pagato dal governo, è perduto per tutti e non si
riversa punto nella società*.
Ciò sarebbe vero se il governo buttasse le ricchezze fornite
dai cittadini nel mare : ma dal momento che le impiega, è sol-
tanto la utilità dello impiego che bisogna misurare. Dire che
si tratta di ricchezza perduta per tutti non è né meno un pa-
radosso, è un'assurdità. Come si può concepire che un paese
civile spenda molti miliardi di lire all'anno per scopi che cre-
de di utilità generale, quando non si tratta se non di consumi
improduttivi ? E come si può concepire che consumi di tale
natura crescano rapidamente ? È una spiegazione del tutto er-
ronea e artificiale, e non guarda che al fatto esterno. È come
dire che la civiltà stessa determini una crescente dispersione
della ricchezza : anzi che tale dispersione sia conseguenza ine-
vitabile della civiltà. J. B. Say vivea in un tempo in cui opi-
nione diffusa era che i bilanci avessero decisa tendenza alla
diminuzione e che scopo dei sovrani e degli statisti fosse quello
di ridurre le spese pubbliche. Ora questa idea è smentita dai
fatti dopo un secolo. Non si può parlare di diminuzione dove
esis'te un aumento vertiginoso e dove, come vedremo, l'aumen-
to si è svolto, nella stessa forma quasi dovunque : in paesi li-
beri e in paesi a regime assoluto, in paesi bene e in paesi male
* J. B. S ay : Traile, libro III, cap. VI e Cours, libro III, cap. IX,
Ma Say avea scritto assai più giustamente : « Si les consomniatious
faites par les nations ou par leurs gouvernements, qui les représentent
bien ou mal, occasionnent une perte de valeurs et par conséquent de
richesses, elles ne sont justifiables qu'autant qu'il en résulte pour la na-
tion un avantage égal aux sacrifices qu'elles lui coùtent. Tonte l'habilité
de r adrainistration consiste à comparer perpetuellement et judicieuse-
ment l'étendue des sacrifices imposés avec l' avantage qui doit en reve*
nir à l'Etat ; et tout sacrifice disproportionné avec cet avantage, je n'hé-
site pas à le dire, est une sottise ou un crime <^e l'administr^^tion ». Ciò è
sempre vero.
42 SCIENZA DELLE FINANZE [CAP. TU,
amministrati. Un così enorme e sempre crcvSCente impiego di
ricchezza privata per scopi collettivi non può avvenire per
cause accidentali o perturbatrici : ma riveste carattere di
regolarità.
Questa interpretazione dei fatti finanziari è più che altro un
latto storico e transitorio : si potrebbe non tenerne conto, rele-
gandola nella storia delle idee economiche, che può formare
argomento di altre disciphne.
i8. Rappresenta anche una fase storica ormai finita, la
idea che un fenomeno di scambio sia base di ciascun ordina-
mento finanziario, cioè che vi sia scambio di servizi pubblici
con ricchezze private,
È una idea uri po' più larga : in quanto motivo dell'imposta
è in essa non già l'arbitrio, ma un fatto di ordine naturale, la
necessità di una funzione collettiva, al cui mantenimento i
cittadini concorrono, scambiando ricchezze materiali contro
servizi. Le idee di libera concorrenza, che sono state per tanti
anni la base della economia politica, hanno ancora il loro peso :
e ciò spiega come tanti si ostinino a considerare i rapporti fra
lo Stato e i cittadini e i motivi della imposta del punto di vista
assai angusto dello scambio. Anche adesso non pochi insi-
stono sulla necessità che taluni servizi dello Stato, se anche
perfettamente non divisibili, siano pagati con imposte speciali
e transitorie*. Lo Stato, secondo alcuni teorici, è dunque un
produttore di servizi pubblici : questi servizi vengono scam-
biati con i cittadini che ne hanno bisogno. Vi sarebbe nien-
te altro che una permuta. Questa dottrina non è meno anti-
scientifica della precedente. Come può esservi scambio quando
vi è coazione ? Non vi è scambio senza un rapporto di equiva-
lenza ; non vi è permuta che non sia consensuale. E d'altra
parte si può considerare tutta l'opera dello Stato come un
insieme di servizi pubblici permutabili ? Credere che i fun-
zionari pubblici si adoperino per soddisfare i bisogni collet-
tivi dei contribuenti, e che questi a loro volta lavorino per prov-
vedere al mantenimento de' funzionari pubblici, e che secondo
* B a s t i a t : Oeuvres choisies, pag. 112; Cfr. Ricca: Isiituz., pag.
12 e seg.
CAP. in.] TEORIE GENERALI 43
Bastiat, rimangono immutati da ambo le parli in tutti i casi
i principi dello scambio, è concezione quasi puerile. Ciò che lo
Stato e gli enti collettivi danno ai cittadini non è in equivalen-
za con ciò che questi ultimi restituiscono : le imposte non ri-
spondono a servizi particolari e sono esse la base dei bilanci ;
or, poiché non si può stabilire un rapporto di equivalenza fra
ciò che dà ciascuno e ciò che a sua volta riceve, bisognerebbe
stabilirlo viceversa fra ciò che tutti danno e ciò che tutti ri-
cevono in corrispettivo. E che cosa vien mai a significare que-
sto rapporto così generale ? *
Lo Stato, poi che contempla più largamente l'avvenire, im-
piega invece larga massa di ricchezza per scopi estranei al be-
nessere attuale e personale di chi gli fornisce i mezzi di esi-
stenza. Lo scambio non è che una forma della produzione, uno
dei fenomeni che derivano dall'associazione e dalla divisione
del lavoro, cioè da una forma di cooperazione semplice e da
un'altra di cooperazione complessa. Ora, ciò che lo Stato scam-
bia non è dato che da una produzione precedente di ricchezze
materiali ed è fornito dai cittadini.
19. Queste due ipotesi, messe a base dei motivi della im-
posta, dovevano riescire egualmente ingrate agli scrittori te-
deschi, che la filosofia di Hegel e una lunga tradizione avevano
abituati a una assai diversa idea delle funzioni dello Stato.
Troppo lungamente lo Stato era apparso staccato dagli indi-
vidui, quasi come un essere divino, come il più grande stro-
mento della Idea attuantesi nella storia, perchè si potesse
ammettere che i motivi speciali degli individui dovessero pre-
valere. Cosi, in generale, i teorici tedeschi si sono mostrati
sempre ostili a vedere nella imposta il corrispettivo di un servi-
zio ; o peggio una dispersione di ricchezza, un male da limitare
il più che possibile, come pretendeva Say. Perciò molti scrit-
tori, anche adesso, in Germania, aderiscono a un concetto
* In ogni modo le tasse rispondono a servizi particolari, ma non rap-
presentano né meno un esatto corrispettivo del servizio reso. Basta in-
fatti domandarsi quale sarebbe il costo di produzione di quel servizio
per il consumatore (contribuente) per intendere che la tassa pagata non
è mai proporzionale alla soddisfazione soggettiva ottenuta ; è sempre
inferiore o superiore ad essa.
44 SCIENZA DELLE FINANZE [CAP. III.
essenzialmente diverso dai precedenti : mettono a base dei
fenomeni finanziari un fenomeno di produzione. Partono in
generale dal concetto che lo Stato, emanazione della società,
sia un produttore di ricchezze immateriali; che le ricchezze ma-
teriali fornite dai cittadini siano da esso trasformate in beni di
giustizia, di sicurezza, di civiltà. Questo concetto ha assunto
molte forme e ha preso molte denominazioni : Storch e Dietzel
parlano a dirittura di una produzione capitalistica ; Stein, con
più precisione e larghezza, di una riproduttività indiretta ;
Wagner di una produzione diretta. Or questa concezione della
scuola etico storica, che, secondo Stein, è l'assioma di tutto il
sistema finanziario, non è meno erronea delle precedenti.
Lo Stato, secondo coloro che accettano il principio della pro-
duzione, è un grande trasformatore ; anzi un grande produt-
tore di beni immateriali e di servizi. Stein parla a dirittura di
riproduttività. Come ciascuna economia individuale, per vi-
vere, deve riprodurre le condizioni della propria esistenza, così
ogni spesa pubblica, per essere riproduttiva, deve offrire come
risultato la ricostituzione dei costi e un guadagno ulteriore.
Il valore delle ricchezze che costituiscono le spese pubbliche,
ricompare intiero nel valore dei beni prodotti.
Le numerose teorie che si rallegano a un concetto di produt-
tività o di riproduttività hanno un fondamento erroneo comu-
ne : poiché mettono a base di fatti economici principi etici o
giuridici. 11 credere allo Stato etico, o attribuire allo Stato una
missione, sono due concetti egualmente erionei. Chi può stabi-
lire un rapporto fra costo e prodotto ? chi può, sia pure per
ipotesi, concepire che in un paese poco civile lo Stato sia un
produttore di servizi e che tutto ciò che toglie ai cittadini ri-
compaia sotto forma di servizi pubblici non solo in quantità
eguale, ma in quantità maggiore ? Senza dubbio gli indigeni
del Marocco pagano, relativamente alla loro ricchezza, assai
più imposte degli inglesi e dei francesi : ma si può dire che le
ricchezze le quali essi forniscono al Sultano siano destinate a
un fenomeno di produzione ? Molte tribù le forniscono anzi a
chi tenta il loro sterminio. Nell'economia finanziaria è impos-
sibile qualunque calcolo fra costo e prodotto trattandosi di
elementi eterogenei ; e il confronto utilitario che si stabilisce
CAP. III.] TEORIE GENERALI 45
non è fra il costo e la produzione, ma fra la soddisfazione dei
bisogni collettivi e la soddisfazione dei bisogni individuali, se-
condo la relativa loro importanza fra i vari modi di uso della
ricchezza. Perchè il principio di uno Stato produttore potesse
avere una rispondenza qualsiasi nella realtà, occorrerebbe che
il costo dei servizi e l'utilità che ne ricavano i consociati
uti singuli o uti universi avessero a loro volta una rispon-
denza costante.
20. Tutte queste teorie dunque risentono dell'ambiente in
cui nacquero : sono anzi derivazioni dirette di concetti politici
in gran parte sorpassati, in parte ancora sopravviventi. Drjvea
quindi derivare il bisogno di spiegare i fenomeni finanziari al
di fuori dei concetti politici ed etici, che riducevano la finanza
a un'arte messa in servizio dei legislatori.
Gli scrittori socialisti, che spesso inclinano ad esagerare il
carattere di reazione alle teorie ottimiste, hanno forse a lor
volta troppo insistito nel dimostrare la connessità tra l'ordina-
mento della finanza e lo stato economico di ciascun popolo :
questa insistenza non è stata però senza vantaggio, poiché,
facendo discendere lo Stato dai cieli in cui di solito veniva col-
locato, fino agli abissi della denigrazione, si è potuto assai me-
gho studiarne la natura. L'affermare ripetutamente che l' im-
posta sia nelle società moderne assai spesso uno stromento con
cui la classe capitalista riesce ad assicurare a sé stessa un'esi-
stenza oziosa o parassitaria e un mezzo di depressione del sa-
lario, potea essere facilmente oppugnato, poiché generalmente
non è vero, ma induceva anche a una reazione salutare.
Nello stesso tempo, un vantaggioso risultato sull'indirizzo
della disciplina finanziaria e, in generale, su tutti gli scrittori
di scienza sociale, aveano le ricerche delle scienze naturali ;
da cui derivava il concetto che la vita della società presenti una
solidarietà più grande, per effetto stesso della elevazione di
coloro che la compongono e appariva del pari manifesto che l'o-
pera degli individui abbia solo un valore limitato per la vita dello
insieme.
Come lo Stato si era dunque spogliato del suo carattere quasi
ieratico, di ente superiore, attuante una missione propria ;
come d'altra parte era troppo evidente che la vita dell'insieme
46 SCIENZA DELLE FINANZE [CAP. Ut.
non potesse considerarsi alla stregua ristretta della vecchia
concezione individualistica ; occorreva spiegare i motivi della
imposta ben diversamente che non si fosse fatto prima.
21. La indeterminatezza e la incompiutezza delle idee, che
abbiamo riassunto o anche la loro erroneità, hanno spinto i
teorici a ricercare fuori dei principi giuridici o politici e a in-
dagare nel campo più strettamente economico. Infatti la fi-
nanza pubblica, che studia i modi di acquisto e di impiego delle
ricchezze che occorrono alla vita dello Stato e degli enti col-
lettivi, ha per base, i principi stessi della economia : sono prin-
cipi identici a quelli che determinano la produzione della ric-
chezza. Le spese e le entrate pubbliche appaiono non altri-
menti che come spese di entrate dei cittadini messe in uso pei
bisogni collettivi. E Sax ha meglio degli altri, e senza dubbio
prima di ogni altro, riattaccato ai fenomeni del valore i prin-
cipi generali della finanza*.
Secondo Sax, i bisogni collettivi non sono cosa altra se
non bisogni individuali, poiché risentiti da singoli individui e
in rapporto ai beni materiali, mediante 1' uso a cui possono
soltanto essere applicati. Ora la finanza è un' applicazione di
ricchezza per V appagamento di bisogni determinati ; è il valore
subiettivo quindi che ne determina le leggi. Ciascuno attribuisce,
secondo la sua situazione (ricchezza posseduta, intensità di
bisogni) una valutazione subiettiva differente ai bisogni pub-
blici ; ma è questo insieme di valutazioni differenti che forma
una media generale, che determina le pubbliche spese e le pub-
bliche entrate. Così, mentre non può dirsi nulla relativamente
all' ammontare assoluto dei tributi, si può dire invece che
r ammontare relativo è in rapporto con la utilità finale della
ricchezza posseduta dai contribuenti f.
La finanza e 1' economia sociale avrebbero dunque un nesso
intimo: anzi studierebbero fenomeni della stessa natura: solo
che mentre l'economia studia fenomeni che si rallegano preva-
lentemente ai bisogni individuali, la finanza studia fenomeni
* E. S a X : Grundlegung der theoretischen Staatswirtschaft, Wien, 1887.
t « Le contribuzioni collettive sono processi collettivi di valutazione,
i quali trovano la loro piena spiegazione nell'assenza generale del feno-
meno del valore». Sax: op. cii. pag. 302.
CAP. III.] TEORIE GENERALI 47
che si rallegano prevalentemente ai bisogni collettivi. Cosi
l'imposta risulterebbe dal fatto che il contribuente rinun-
zia ad alcune ricchezze per la soddisfazione dei bisogni indi-
viduali , destinandole a bisogni collettivi, ritenuti più im-
portanti. La teoria del Sax, esposta in forma dommatica
e spesso troppo verbosa, è stata oggetto di critiche numerose
da parte degli avversari : e da parte dei seguaci e degli ade-
renti di riduzioni o di mutazioni. Ma si può dire che se questa
teoria, considerata nelle sue linee generali, è accettabile come
una tendenza, le applicazioni numerose di cui si è abusato non
hanno fatto assai spesso che determinare confusioni ed errori.
Ciò che va sopra tutto notato è, che i motivi della imposi-
zione non possono avere basi esclusivamente razionali, se
non attribuendo per ipotesi alla massa dei contribuenti o alla
più gran parte di essa bisogni che non risentono e valutazioni
che non hanno mai fatto. Infatti, per il grandissimo numero dei
contribuenti, che pure valuta i bisogni individuali con piena
coscienza, i bisogni collettivi esistono in forma assai limitata :
e la più gran parte non ha ancora una nozione elementare dello
Stato, che vede traverso 1' agente delle imposte e i funzionari
preposti ali 'ordine pubblico. La complessità della vita degli stati
moderni, resa maggiore dal crescente spirito di solidarietà, non è
intesa che da un piccolo numero di uomini : e d'altra parte, la
grandezza territoriale e il numero enorme di abitanti dei maggio-
ri stati moderni fanno si, che non sia più possibile per ciascun
contribuente stabilire, come che sia, un rapporto tra ciò che dà
per ciascuna imposta e ciò che riceve. Ogni individuo considera
diversamente i servizi pubblici e li valuta in diverso modo:
vi sono anche molti i quali ritengono che lo Stato debba avere
funzioni puramente negative. E pure costoro pagano le imposte
e le pagano anche senza rendersi conto preciso del risultato
della loro contribuzione. D'altra parte, non si può negare che
lo Stato, pur rappresentando la società, riesca particolarmente
proficuo, in ciascuna costituzione politica, alle classi e ai ceti
prevalenti.' A questi ultimi assai sovente va attribuita una mag-
giore massa di benefizi nelle spese pubbliche, che a tutto il re-
sto delia società. Onde ogni teoria che consideri gli sforzi dei
contribuenti come volontari e voglia stabilire un rapporto qual-
4^ SCIENZA DELLE FINANZE [CAP. III.
siasi fra l'intensità dei bisogni individuali e 1 intensità dei bi-
sogni collettivi, è fuori della realtà.
È vero invece soltanto che gli enti collettivi che provvedono
al soddisfacimento di bisogni collettivi per mezzo di imposte,
risultano da un bisogno comune a tutte le società : che il pro-
blema della ragione della imposta non è mai esistito in forma
reale, poiché, in una guisa o in un' altra, imposte e contributi
personali sono esistiti fin dalle prime forme di civiltà : che
quindi la tradizione storica e l'abitudine han fatto sì che nes-
suna società si sia messo il problema che noi discutiamo.
22. Le pubbliche spese sono in conclusione determinate da
bisogni di ordine collettivo, risentiti in varia misura dai singoli
individui di ciascun consorzio e che non possono essere appa-
gati se non dallo Stato e dagli enti minori della cooperazione
sociale. Ciascuna forma di attività di questi ultimi determina
uso di ricchezze, fornite da un numero più o meno grande di
individui.
Che esistano bisogni collettivi, diveisi dai bisogni individuali
e che siano nello stesso tempo risultato e causa nella vita del-
l'insieme, è fuori di dubbio*. La necessità di coesistere, e quindi
il sacrifizio relativo di ciascuna individualità al gruppo sociale,
è di ogni forma di associazione, naturale o volontaria : la fa-
miglia, il comune, lo Stato. Ammesso dunque che vi siano bi-
sogni collettivi diversi dagli individuali, la soddisfazione di
essi non può avvenire se non con ricchezze o prestazioni for-
nite dai cittadini a quegli organi (Stato, enti locali) che produ-
cono i servizi e le opere necessari alla vita collettiva. Vi sono stati
bene ordinati, stati male ordinati : ma l'esistenza di organi col-
lettivi è una necessità di tutti i popoli usciti dalle forme pri-
mitive. Le entrate pubbliche sono determinate dalle spese,
come dicevano già i vecchi finanzieri ; ma le spese sono in ra-
gione dei bisogni, delle tendenze politiche e delle forze econo-
miche di ciascun paese. La soluzione dei problemi più essen-
ziali della finanza e della politica finanziaria consiste nel sapere
* Le definizioni dei bisogni collettivi sono differenti. R o d b e r t u s:
Das Kapital pag. 73 dice che derivano dalla società come tale: Sax che
sono stati di coscienza della collettività per il raggiungimento di suoi fini
concreti di vita e m dipendenza dell'ambiente.
GAP. IV.] L*AUMENTO DELLE SPESE 49
se il sacrifizio imposto alle economie individuali con la sottra-
zione di una parte del patrimonio privato sia compensato dai
beni che lo Stato e gli enti collettivi producono; nell' indagare
i rapporti che determinano queste forme differenti di attività,
sopra tutto, a causa dei tributi ; nel ricercare se i servizi che lo
Stato offre siano minori o maggiori dei beni che sarebbero
derivati alla collettività, qualora i privati avessero avuto a di-
sposizione le ricchezze che hanno dato, e avessero potuto prov-
vedere, mediante associazioni in forma non coattiva, ai biso-
gni cui lo Stato e gli enti minori hanno provveduto*.
Molti scrittori ostentano di considerare i fenomeni finanziari
come transitori e relativi ad alcune forme di società. Invece,
essi sono di ciascuna società che abbia raggiunto un qualsiasi
grado di sviluppo. Infatti, supponendo ( ipotesi non probabile
e forse non verificabile ) uno Stato completamente comunista :
invece di applicare le imposte, lo Stato preleverebbe le spese di
amministrazione sociale dalla produzione del reddito di ciascun
individuo o di tutta la società. Mutatis nmtayidis, la differenza
non sarebbe grande.
IV.
L' AZIONE DELLO StATO E l' AUMENTO DELLE
PUBBLICHE SPESE.
23. Le numerose controversie sulla natura e sui limiti
dell'azione economica dello Stato si basano spesso non sola-
mente su concezioni erronee, ma su fatti erronei. Une società
progressive porte plus de gonvernement, diceva Dupont White;
e senza dubbio il progredire della civiltà accresce l'opera di
prevenzione dello Stato e ne aumenta l' importanza sociale
ed economica. È evidente che le interminabili discussioni,
spesso cosi sterili, quasi sempre cosi noiose, sui limiti e sulle
funzioni dello Stato, possono meglio che in altra guisa essere
* Cfr. anche W i e s e r : Naturliche Werth, pag. 214 e seg. ; K u n z
Wickseil: Finnztheoretische Untersuchungen nebst Darstelhmg und
Kritic des Sfeuenvesens Schwedens, Iena, 1896, pag, no e seg. ecc. Per
più larga bibliografia: L. C o s s a in G. d. E. marzo 1896.
Nitti. * A
50 SCIÈNZA DELLE FINANZE [cAP. tV.
eliminate dall'osservazione dei fatti. Quando fosse general-
mente constatato che lo Stato, dovunque e sotto i più diversi
regimi di politica, tende ad assumere alcune funzioni e a
smetterne altre, si sarebbe autorizzati a considerare questa ten-
denza come una legge sociale.
L'expèrience seule doit nous diriger: elle est notre criterium
unique, diceva Claude Bernard. Se non il criterio unico,
poiché vi sono tante cose che sfuggono alla esperienza, è
però sempre il criterio più importante. Se dovunque lo Stato
aumenta le sue spese, vuol dire che questo fatto non ha
nulla di arbitrario ; sono piuttosto arbitrarie tutte quelle teo-
rie che vorrebbero ridurne le attribuzioni. Ora accade che i
bilanci si sono aumentati dovunque rapidissimamente, al-
meno in apparenza. Il bilancio francese è cresciuto quasi quin-
dici volte da Luigi XIV al 1901 ; oltre settanta volte è cre-
sciuto il bilancio della Gran Brettagna dalla pace di Riswj^ch
al 1897-98 ; il bilancio italiano è assai più che triplicato dal
1871 alla vigilia della guerra europea. L' aumento è appa-
rente? o è reale ? e fino a quale punto? Vi sono stati alcuni
autori tedeschi che hanno parlato perfino di una statificazione
progressiva : è un errore di osservazione o è veramente una
tendenza ? Se presso tutti i paesi in condizioni differenti, in
regime assoluto e in regime di libertà, in paesi ove il parla-
mento esiste e ove non esiste; dove il governo è nelle mani
di una oligarchia e ove vi contribuiscono le masse popolari;
se dovunque si determina un aumento delle pubbliche spese,
vuol dire che il fatto risponde a un bisogno di ordine gene-
rale, e se le teorie sono contro i fatti, non è a questi ultimi
che bisogna dar torto.
La grande guerra, che ha devastato l'Europa tra il 191 4 e
il 1918, ha distrutto masse enormi di ricchezza; tutto il la-
voro paziente delle generazioni precedenti che ha reso pos-
sibile r accumulazione di capitali, è stato rovinato. L'Eu-
ropa intera, vincitori e vinti, è stata ridotta in molta parte
in povertà. I debiti sono cresciuti in forma imp re veduta, per
centinaia di miliardi. La finanza di quasi tutti gli Stati è
in grande disordine. L' Europa, nel suo complesso, da conti-
nente creditore degli altri continenti, si è trasformata in de-
CAP. IV.] L AUMENTO DELLE SPESE 5I
bitore. In varia misura i paesi belligeranti di Europa sono
ricorsi a tutte le possibili forme di debito : peggiore fra tutti
il debito sotto la forma di carta moneta.
Come vedremo in seguito, i debiti pubblici di alcuni stati
sono cresciuti di sette, di otto, di dieci volte. I bilanci de-
vono sopportare non solo l'onere degli ini eressi, ma anche le
spese dipendenti dalla guerra. Vi sono milioni di persone o di
famiglie, che hanno diritto a pensioni, per invalidità dei
combattenti ritornati dalla guerra, o per sussidiare i su-
perstiti.
Durante la guerra, lo Stato in ogni paese si è dovuto so-
stituire al commercio privato per i bisogni fondamentali del-
l'alimentazione, per le stoffe, per le calzature. Lo Stato non
si è limitato a una funzione di controllo; ha esercitato diret-
tamente il commercio, sotto la pressione della necessità, ma
con sperperi enormi di ricchezza.
La carta moneta ha aumentato i prezzi quasi dovunque ed
è venuta a coincidere con una grande diminuzione della ca-
pacità di lavoro.
Uno dei fatti più caratteristici che ha seguito la guerra è
un minore sforzo di produzione. Come dopo tutti i grandi
cataclismi che devastano l'umanità, terremoti, pestilenze, ecc.
la guerra ha avuto per effetto di determinare negli animi un
minore senso del risparmio, una minore energia di lavoro, una
più viva smania di godimenti.
Le classi operaie e gli agricoltori hanno preteso dovunque
più alte remunerazioni. Quasi tutte le pubbliche imprese sono
diventate passive: ferrovie, telegrafi, telefoni ; non ostante
gli aumenti di tariffa il pubblico paga ancora prezzi politici
e non prezzi economici,
Tutta una bufera è passata sugli ordinamenti finanziari: si
accrescono le vecchie imposte e s'introducono nuove imposte.
Per parecchi anni le entrate ordinarie non saranno sufficienti
quasi in nessun paese di Europa e bisognerà ricorrere ai
debiti.
L' Europa è minacciata per gli alti cambi di soffrire per
parecchi anni le più dure privazioni : alcuni paesi sono mi-
nacciati dalla fame.
5Ì SCIENZA DELLE FINANZE {cAP. IV.
In questa situazione parlare di diminuzione di spese pub-
bliche è semplicemente assurdo. Si può prevedere che, quando
si uscirà dall'attuale disordine, i bilanci si consolidereranno in
quasi tutti i paesi di Europa in una cifra che sarà almeno
quattro o cinque volte superiore all'anno che precedette la guerra
Il sogno di alcuni scrittori individualisd, che avrebbero
voluto le spese dello Stato diminuissero piuttosto che aumen-
tare, esaminato alla stregua dei fatti, appare assurdo. Il re
d'Yvetot esiste solo nella canzone dove lui méme à tahle et
sans suppòt — Par chaque muid levait U7i poi — D'impót. Se
il buon re penetrasse nella realtà si troverebbe a disporre
non di briciole, ma di grandi somme. Sono infatti, i piccoli
stati, e spesso i più pacifici, quelli in cui le spese pubbliche
presentano un aumento più grande.
Sarà utile osservare il processo storico che hanno avuto le
spese pubbliche, piuttosto che discutere indefinitamente sulle
opinioni contraddittorie dei vari autori.
24. Storicamente è incontestabile che i bilanci di tutti i
paesi sono in aumento continuo. La Francia è il paese più
anticamente unitario di Europa e alcune mutazioni si possono
meglio in essa che altrove seguire ; ora il bilancio francese si
è accresciuto continuamente. I redditi ordinari dello Stato
convertiti in milioni di franchi sono aumentati di assai più
che cento volte dal secolo decimo terzo alla fine del secolo
decimo ttavo *.
* L'aumento è avvenuto in Francia secondo dati di relativa precisione
questa forma :
Epoche
Entrate dello !
Stato
Sotto S. Luigi.
1242
milioni
3-7
Sotto Filippo il Bello
1300
5,5
All'avvento di Carlo V.
1364
8,1
» - Carlo Vn.
1422
13.6
Sotto Carlo VIIL
1491
44.8
All'avvento di Francesco I.-
1515
72.8
» Carlo IX.
1560
84
Sotto Enrico IV.
1607
90.8
» Luigi XIV.
1648
184
» Luigi XIV.
1683
229
All'avvento di Luigi XV
1714
266
Sotto Luigi XV.
1756
253
» Luigi XVI.
1789
475
CAp. IV.] l'aumento delle spese 53
Vedremo fino a qual punto questo aumento sia reale e fino
a qual punto sia apparente. Ora occorre constatare che un
aumento notevole è indicato dalle cifre e che assume un
aspetto assai più grave dopo il 1789. Continuando infatti il
calcolo sui documenti ufficiali francesi, noi osserviamo che
l'aumento più straordinario è avvenuto appunto nel secolo
XIX : da 755 milioni nel 1798 si è passati a 2084 milioni nel
1860, a 3343 nel 1892, a circa 5 miliardi nell'anno precedente
la guerra *.
Nel 1828 ai deputati francesi, che si mostravano sbigottiti
dell'aumento del bilancio, sorpassante il miliardo, il ministro
delle finanze Villèle diceva : Messieurs, saluez ce chiffre : voits
ne le reverrez plus. Senza dubbio Villèle aveva ragione, ma
solo dando alle sue parole una interpretazione del tutto op-
posta ; i deputati francesi non rividero infatti giammai il
bilancio di meno di un miliardo; poiché il bilancio si trasfor-
mò, s'ingrandì. Il miliardo crebbe fino a due nel 1870 per
arrivare a 3 miliardi dopo la guerra, per raggiungere 4 mi-
liardi e mezzo più tardi: quanto nessun paese del mondo
avea mai speso prima per il tramite dello Stato. Decisamente
se Villèle non era, come l'abate Gioacchino di Dante di spi-
De F o V il 1 e : La Franco èconomique, Paris, 1890, pag. 408. Cfr.
Nicolas: Les budgets de la France depuis le commencement du dix-
neuvième siede, Paris. 1882 ; Felix Fan re: Les budgets de la France
de i8yo à i88y, Paris, 1889 e il Compie general de finances del 1887 e del
1900 ecc.
* Le spese sono cresciute in Francia nel secolo decimonono forse più
rapidamente che in altri stati :
Anno 1798 milioni 755
» i8io » 1.007
» 1830 » 1.095
» 1850 » 1.473
» 1860 » 2.084
» 1880 » 2.760
•' 1892 » 3.343
1896 ,, 3.554
» 1901 (senza l'Algeria) « 4.185
» 1914 » 5191
La previsione delle spese ordinarie nel 191 9 era di 10.789 milioni;
ma le spese effettive sono almeno da tre a quattro volte superiori !
54 SCIENZA DELLE FINANZE [CAP. IV.
rito profetico dotato, non era né meno dotato di un grande
spirito di osservazione.
25. Si è dato l'esempio della Francia, non perchè il fatto
sia limitato ad essa ; ma perchè si è potuto per essa risalire
più lontano, quale che sia il valore delle cifre riportate; tali
cifre infatti devono essere soggette a esame attento e bene
vagliate nei loro elementi.
L'Inghilterra, per la sua posizione geografica, per vicende
storiche, per diversità nella indole degli abitanti, ha avuto
forme di governo assai differenti da quelle della Francia e
un più largo prevalere della vita locale. Ma nella Gran Bret-
tagna, l'aumento delle spese pubbliche, cosi dello Stato, come
degli enti locali, ha avuto una progressione assai rapida.
Nel 1691 le spese dello Stato erano 3 milioni di sterline, 78
nel 1809 e quasi 200 milioni di sterline nell'anno precedente
la guerra *.
Ma assai eloquenti sono le cifre posteriori al 1904-905, da
quando, diminuite in gran parte le spese di guerra, perman-
gono molti aumenti permanenti di spesa.
* Le spese della Gran Brettagna sono cresciute rapidamente anch'esse:
rei 1691
milioni di sterline
3
» 1697
2
» 1747
II
» 1797
58
» 1809
72
» 18 14 (guerre)
112
» 1865-66
65
» 1874-75
74
» 1881-82
85
» 1891-92
89
» 1897-98
102
» 1898-99
108
» 1899-900
133
^ 1901-902
183
» 1904-905
141
» 1913-914
»
197
Bisogna tener conto che gli anni posteriori al 1898-99 sono stati anni di
guerra ; non però l'aumento rimane meno rapido.
Questi dati non sono del tutto comparabili, poiché prima è esclusa,
poi è compresa l'Irlanda, Cfr. De F o v i 1 1 e : toc. cit. e per dati recenti
G i f f e n : A financial retrospect in J. R. SS. marzo 1902.
GAP. IV.] l'aumento delle SPESE 55
Il cancelliere dello scacchiere, sir Michael Hicks Beach, nella
seduta del 19 aprile 1901, non nascondeva le sue preoccupa-
zioni, e dopo aver constatato che negli ultimi cinque anni
le spese si erano aumentate di 28 milioni di sterline e le entrate
di 16, dichiarava di essere inquieto per l'avvenire. « Cinque
anni or sono, egli diceva, quando per la prima volta io ebbi
l'onore di presentare un bilancio alla Camera dei Comuni,
io mi sono azzardato, meglio che mi era possibile, a fare
un' avvertenza al Parlamento e al paese. Io ho preso la sto-
ria di venti anni precedenti e ho mostrato che durante quei
venti anni 1' aumento delle nostre spese è stato assai più
grande, proporzionatamente a quello delle entrate e io ho
espresso, il meglio che potevo, i miei dubbi sulla possibilità
per il nostro sistema finanziario attuale di sopportare un si-
mile fardello se continuasse a crescere ». Le spese dell' In-
ghilterra durante la guerra hanno raggiunto cifre non mai
prevedute, tendono ora a consolidarsi in un bilancio di oltre
un miliardo di sterline.
Né questo è in Inghilterra un fatto particolare dello Stato.
In misura non meno rapida sono cresciute le spese degli
enti locali, che danno prova di una vitalità grandissima. Dal
1868 al 18 14 le spese degli enti locali sono aumentate anzi
più rapidamente di quelle dello Stato e ora sorpassano quelle
di molti grandi stati *.
Si può dire che un accrescimento delle spese inglesi locali
ha forma quasi vertiginosa, come non vi è esempio altrove
e che è spiegato dall'enorme numero di leggi nuove che at-
tribuiscono non pochi servizi agli enti locali.
Cosi dunque, il paese di Europa che presenta il maggiore
sviluppo della vita locale, 1' Inghilterra, e quello che presenta
* Le spese degli enti . locali inglesi sono negli ultimi anni aumentate
nel seguente modo :
Nel 1868
milioni
di
sterline 36.5
» 1880
»
» 62.9
« 1890
»
69.3
a 1903-04
))
133-6
» 1912-1913
»
» 158.4
56 SCIENZA DELLE FINANZE [CAp. IV.
il maggiore sviluppo delle forme accentratrici, la Francia,
non differiscono notevolmente per l'aumento straordinario
delle spese pubbliche. Non differiscono né meno gli altri
paesi, che hanno un regime politico o situazione economica
differente.
26. Ma r Inghilterra da oltre un secolo ha riempito il
mondo di guerre; ha combattuto Napoleone, ha combattuto
per il suo impero coloniale in America, in Asia, in Africa.
La Francia stessa ha avuto grandi vittorie e grandi cata-
strofi e ha molto combattuto. È forse diversa la situazione
dei paesi più pacifici di Europa ? di quelli che per la loro
piccolezza o per la loro situazione geografica meno hanno
avuto bisogno di difendersi, meno hanno osato di offendere?
La Svizzera, la Svezia, ecc. piccoli per popolazione, grandi
centri di cultura e di civiltà, da lungo tempo immuni da
guerre, sono iors? in condizioni diverse dall' Inghilterra e
dalla Francia ?
E pure le spese del Belgio sono cresciute più rapidamente
di quelle della Francia e dell' Inghilterra: in Belgio le spese
dello Stato che erano intorno ai 100 milioni sessanta anni fa
hanno sorpassato i 600 milioni, cioè, in proporzione degli abi-
tanti, più dei maggiori Stati *.
* Aumento delle spese dello Stato nel Belgio :
Anno 1835
milioni di franchi
87
» 1841
»
114
» 1851
118
» 1861
163
» 187 1
222
» 1881
402
» 1891
402
» 1895
410
» 1900
574
» 1903
628
» 19H
689
Ministére des Finances: Statistique generale des recettes et des
depenses du Royaume de Beìgique 1840-1895, 1900, p. 203 e seg. Bisogna
però tener conto che in Belgio le ferrovie sono esercitate dallo Stato. Così il
Ministero dei lavori pubblici (con decreto 16 gennaio 1884, si chiama Mini-
CAP. IV. J l'aumento delle spese 57
Le spese, dopo la guerra, benché in proporzione assai mi-
nore che nei maggiori stati, sono nel Belgio in grande aumento.
La Svizzera che non ha avuto guerre, che può per la sua
piccolezza essere uno Stato neutro, ma che per la sua situa-
zione geografica è un centro notevole di attività e di scambi,
avendo forme politiche assai democratiche, presenta Io stesso
fenomeno di accrescimento delle pubbhche spese. Dal 1850 le
spese della Confederazione Svizzera sono cresciute in propor-
zione non minore : da 6 milioni nel 1850 a 158 nel 1909, a
236 nel 191 7 *.
Né diverso è il caso della pacifica Olanda, dove in mezzo
secolo le spese dello Stato si sono più che raddoppiate f.
stère des chemins de fer,postes et télégraphes) spendeva nel 1835 milioni di
lire 4,2, ne spendeva nel 1899 milioni 147.8. Nondimeno tolte anche, le
spese di riscossione e di amministrazione, l'aumento del Bilancio del
Belgio è enorme.
* Ecco le spese della Confederazione Svizzera :
Anno 1850 franchi 6 milioni
1850
franchi
6
1860
21
1870
30
1873
23
1876
43
1880
41
1890
66
1896
79
1899
98
1900
102
1909
158
I9I7
236
Ma più ancora che le spese della confederazione, sono aumentate quelle
dei cantoni. Dal 1886 al 1896, secondo documenti ufficiali svizzeri, le
spese sono cresciute nel cantone di Vaud del 33 per °/„, del 40 per °/o
a Ginevra, del 57 «/o a Bàie-Ville, del 91 **/o Zurigo; ecc. Dal 1896 al
1900 tutte le spese dei cantoni sono cresciute da 100 a 121 milioni.
Ci. M. de Cerenville: Le impòts en Suisse, Lausanne, 19 18 in-
troduzione.
t Spese dello Stato in Olanda.
Anno 185 1 spesa in milioni di fiorini 73
» 186 1 » » 97
» 1871 » » 94 ,
» 188 I » » 123
» 1892 » » 130
» 19H » » 194
» 1920 (previsione) » » 454
58 SCIENZA DELLE FINANZE [CAP. IV.
La Svezia, che è generalmente nota per le solidità dei suoi
ordinamenti, per la cultura dei suoi abitanti, per lo spirito di
progresso che vi domina, ha visto le spese pubbliche più che
raddoppiarsi dal 1866 a ora *.
In pochi anni, la spesa media per ogni abitante è passata
da 11,67 corone a 25.08: ora è assai più che doppia.
Un'altro paese, che presenta un accrescimento rapidissimo
e che a sua volta è in profonda trasformazione economica, è
l'Ungheria. Le spese dello stato ungherese (a parte quelle co-
muni al bilancio austriaco) sono passate dal 1868 al 1894 da
147 milioni di fiorini a 487, cioè sono aumentate del 270 "|o;
sono ora in aumento minaccioso t.
Dunque si può constatare : lo sviluppo staordinario delle
spese pubbliche non è un fatto caratteristico dei grandi stati:
ma sembra anche estraneo a molte cause politiche, cui è stato
finora attribuito.
* Da una pubblicazione ufficiale del governo svedese risulta che il
movimento delle spese dello Stato si è venuto svolgendo nella seguente
guisa :
Totale delle spese dello Stato Spesa
Media degli anni Popolaz. media in migliaia di corone per abitante
1866-70
4.166.000
48.637
11.67
1871-75
4.274.000
56.684
13.27
1876-80
4.500.000
76.850
17.08
1881-85
4.605.000
81.222
17.64
1886-90
4,742.000
91.153
19.22
1891-95
4.832.006
102.497
21.21
nel 1898
5.036.000
126.608
25.08
nel 1904
5.429.600
203.511
La Suède, pubblicazione fatta dal Governo svedese per l'esposizione di
Parigi del 1900. Nel 1917 le spese ordinarie della Svezia sono state di
183 milioni, le straordinarie di no; nel 1920 le spese ordinarie erano
preventivate in 259 milioni, le straordinarie in 104.
t Dalla pubblicazione ufficiale V État hongrois tnillénaire, Budapest
1896. Le spese dall'Austria e quelle comuni della monarchia austro-un-
garica per il 19 IO erano previste in 2477 milioni ordinarie e 302 stra-
ordinarie, in tutto 2780 milioni di corone ; lo stesso dell' Ungheria in
1555 corone.
CAP. IV.] l'aumento delle spese 59
27. Dove più, dove meno, lo stesso accrescimento è av-
venuto in tutti i paesi di Europa e di America ; è un fatto
generale, sopra tutto dal principio del secolo a ora.
La Germania, costituitasi a impero appena nel 1871, riserba-
va al bilancio comune solamente alcune spese riguardanti so-
pra tutto la rappresentanza all'estero, le poste e i telegrafi,
l'amministrazione militare e della marina: le altre spese erano
fatte in generale dai singoli stati. Ebbene il bilancio dell'im-
pero ha visto crescere le spese in misura ancora più rapida
di stati antichi *,
Secondo un calcolo recente tutte le spese degli stati confe-
derati e dell' Impero ascendevano prima della guerra in Ger-
mania a circa io miliardi di marchi. È vero che questa spesa
era per oltre un terzo destinata ad alcune grandi aziende indu-
striali, fra cui le ferrovie : era però sempre grandiosa.
Quale è ora il bilancio della Germania ? Dopo i rovesci mi-
litari il credito germanico ha avuto un grande turbamento; le
finanze risentono di questa condizione. Nel 1919-20 le previ-
sioni delle spese ordinarie erano di 13 miliardi di marchi; ma
nel complesso spese ordinarie e straordinarie si calcolavano in
58 miliardi di marchi.
* Le spese della Germania, sono cresciute nella seguente forma :
Anno 1874 milioni di marchi 672
» 1880-81 » » 500
» 1885-86 » » 637
» 1888-89 » » 1.020
» 1891-92 » » 1.245
» 1893-94 » » 1.269
» 1896-97 » , 1.255
» 1899-900 » » 1.960
» 1900-901 » » 2.197
» 1908-909 » » 2.850
Un accrescimento addirittura vertiginoso tanto più se si pensi che
sono aumentati moltissimo anche i bilanci della Prussia (previsione del
191 1 milioni di corone 3728, di cui però 2287 per spese di riscossione
e gestioni delle ferrovie, delle miniere ecc.) della Baviera (626 milioni
per il 1910-11) della Sassonia (369 milioni per il 1910-11) e di tutti gli
Stati che formano 1' impero.
Dallo Statistiches lahrbuch fiir das Deutsche Reich.
6o SCIENZA DELLE FINANZE [CAP. IV.
È stato detto che sono le democrazie le quali hanno più
potentemente contribuito a determinare forme costose di go-
verno : ma questa affermazione non paie che abbia un valore
assoluto; perchè i governi dispotici od oligarchici non sembrano
nella società moderna meno costosi dei governi democratici.
Secondo dati ufficiali, le spese ordinarie dello Stato nella Rus-
sia hanno avuto aumento sotto il regime assolutista e prima
della rivoluzione, che ha così profondamente ammiserita la
Russia, non meno rapido di quello degli stati liberi *.
L'aumento delle spese dunque è stato in Russia straordi-
nario; esse sono, almeno in apparenza, cresciute in un secolo
di oltre venti volte.
Non solo quindi non si può dire che negli stati a regime,
assoluto vi sia tendenza a diminuire le spese o a frenarle, co-
me troppo spesso si è ripetuto ; ma si deve ammettere che
essi presentino a dirittura una tendenza opposta.
28. Né i paesi nuovi sfuggono a questo fatto, il quale rap-
presenta una tendenza generale : pare anzi corrisponda a un
bisogno di carattere universale dei popoli moderni.
* Spese dello Stato in Russia :
Anno 1803 milioni di rubli 109
» 1820 » » 499
» 1840 » » 187
y> 1860 » » 438
» 1870 » » 563
» 1880 » » 793
Ma dopo il 1880 r accrescimento delle spese ordinarie è stato, secondo
cifre ufficiali, ancora più rapido, anzi quasi vertiginoso :
Anno 188 1
milioni di rubli 840
» 1885
» 913
» 1895
« 1.520
1898
» 1.772
1907
» 2.449
» 1912
» 3.309
Dati del Ministero delle finanze, Cfr. anche De Bloch: Les finances
de la Russie au XIX siede, Paris 1899. Naturalmente i dati posteriori
alla guerra con il Giappone rappresentano un aumento eccezionale.
CAV. IV.Ì L*AUMENTO DELLE SPESE 6t
Le spese ordinarie e straordinarie del governo degli Stati U -
niti * (non tenendo conto dei singoli stati, che hanno spesso bi-
lanci altissimi) sono aumentate anche pili rapidamente di
quelle degli stati europei. Si può risalire un po' lontano anche
per gli Stati Uniti e allor? 1' accrescimento è anche più evi-
dente.
Entrati ora nella via dell' imperialismo, con la violenza di
espansione che spesso hanno i paesi nuovi, gli Stati Uniti
sembrano a dirittura invasi da una febbre di prodigalità e di
espansione. Coloro i quali contrapponevano (o fatuità delle
previsioni !) alla vecchia civiltà guerriera dell'Europea lo spi-
rito mercantile della nuova civiltà americana, seno ora imba-
razzati dinanzi alla febbre imperialista ed espansionista degli
Stati Uniti.
E sé la vecchia Europa presenta un grande aumento di
spese pubbliche e l'America nuova presenta fenomeno iden-
tico, gli stati dell'Asia, nuovissimi alla civiltà europea, anzi
* Il bilancio federale degli Stati Uniti è cresciuto nel seguente modo:
Spese del governo federale degli Stati Uniti
Spese per abitante
milioni di dollari
in do
Anno
179 1
3
—
i8oo
IO
2.04
1820
18
1.90
1840
24
1.42
1860
63
2.01
1870
102
7.61
1880
264
5.28
1890
297
4.75
1900
487
6.39
» I908-I909 865 • —
Fra spese ordinarie e straordinarie nel 1912-1913 erano loio milioni
di dollari. Dato la guerra l'aumento è stato enorme.
Bull. S. 1. e. maggio 1902 e C. T. Bui look nel Politicai science
quaterly di marzo 1903. Per il 19 17-9 18 le sole spese ordinarie sono
state di 9291 milioni di dollari.
62 SCIENZA DELLE FtNÀNzE [GAP. IV.
da pochi anni appena aperti ad essa, come il Giappone, pre-
sentano lo stesso fenomeno *.
È un aumento assolutamente eccezionale : ma non è men
vero che l'essere il Giappone entrato di un tratto nella civiltà
europea spiega appena la violenza deiraccrescimento.
Nessun paese è sfuggito dunque a questo accrescimento : né
coloro che hanno più progredito, né quelli che hanno meno;
né i paesi vecchi, né i nuovi; né i paesi che hanno avuto una
politica di espansione più larga, né quelli che si sono rinchiusi
in sé stessi.
29. E né meno é a dire che questo fatto sia particolare
dello Stato : i comuni e gli enti locali di ogni natura hanno
visto rapidamente aumentare le loro spese : più rapidamente
forse dello Stato.
Nel Belgio le spese delle province sono passate da 5.773.680
nel 1840 a 16.593.020 nel 1899; quelle dei comuni da 90 milioni
nel 1865 a 179 nel 1892 t-
Abbiamo già notato che in Inghilterra le spese degli enti
locali sono passate da 26 milioni di sterline nel 1868 a 197 nel
1913-14. Se prendiamo il bilancio comunale di qualche grande
città, noteremo lo stesso fatto. La città di Parigi, che è come
un piccolo stato (più popoloso della Danimarca, della Grecia
* Le spese del Giappone sono aumentate nel seguente modo :
Anno 1868
spese effettive milioni di
ygn 30
» 1878
» 60
« 1888
» 81
» 1897-98
» 223
» 1900-1901
« 292
» 1903-1904
» 249
» 1913-1914
» 426
» 1918-1919
» 823
Nel 1910-11 erano previsti anche 116 milioni di yen di spese straor-
dinarie, in tutto 534 milioni.
Cfr. M. M a t s u k a t a (ex Presidente dei ministri del Giappone) :
Financial System of Japan in N. A. R. maggio 1902. Naturalmente le
spese di guerra sono in fuori. Le spese di guerra con la Russia sono
state calcolate in 1356 milioni di yen,
t Annuaire statistique de la Belgique 1901, pag, 263,
CAP. IV.] l'aumento dèLlè spèse 63
della Norvegia, ecc.) spendeva a sua volta prima della guerra
più che il Portogallo e la Grecia uniti insieme *.
Ma Parigi è la capitale del più ricco stato dell'Europa con-
tinentale. Se non è più oramai, come è stata per lungo tempo,
la più popolosa città di Europa, è sempre uno dei centri mag-
giori di attività ed è sempre mirabile per la sua potenza di
espansione e per la sua vitalità economica ed intellettuale.
Ma anche città assai minori, centri d'importanza assai più mo-
desti, antiche capitali che non sono più tali, presentano lo
stesso fenomeno.
Noi possediamo una storia finanziaria accurata del comune
di Torino, pubblicata nel 190 1 percento della stessa ammini-
strazione municipale ; ebbene a Torino, come in tutte le
grandi città, il fenomeno dell' aumento si presenta sotto la
stessa forma f.
* Ora l'accrescimento delle spese della città di Parigi dopo il 181 3 è
stato il seguente :
Anno 1813 spesa effettiva 23 milioni di franchi
» i86g » » 168 » i)
» 1887 » » 257 » »
» i8g6 » » 397 a »
Gaston Cadoux: Les finances de la ville de Paris de 1 600 à
1900 Paris, 1901. Le cifre posteriori alla guerra sono addirittura
enormi.
t Risulta da tale indagine che le spese sono cresciute dal 1797 al
\i)<)o nel seguente modo :
Anni
Popolazione
Spese
Spesa media
per
abitante
1797
93-076
547-330.30
5.88
1825
107.338
1.024.814.98
II. 21
1855
157.896
5.266.418.65
31-36
1875
217.806
IO 696.981.26
49.11
1906
329.444
15.912.872,80
48.40
L'accrescimento posteriore è assai più grande.
Dunque le spese pubbliche locali sono cresciute quasi di otto volte :
mentre è fuori di dubbio che la ricchezza privata dei cittadini non è
cresciuta in proporzioni identiche.
È notevole constatare che dal 1797 al 1900 le spese di polizia e igiene
64 SCIENZA DELLE FINANZE [CAP. IV.
30. L'Italia non potea a sua volta sfuggire a questo fatto
di ordine generale : anzi si può dire che abbia spinto le sue
spese eccessivamente, rasentando qualche volta i limiti della
pili alta pressione tributaria*.
Noi non possiamo far risahre le nostre indagini a un pe-
riodo anteriore al 1860. Vi erano allora tanti bilanci quanti
erano gli stati; e siccome gli stati mutarono di frequente non
solo di dinastie, ma di territorio e mancò un grande nucleo
centrale, cosi ogni ricerca è per ora vana. Si aggiunga che,
anche dal principio del secolo a ora, ogni tentativo riesce
inutile. Anche aggruppando i bilanci dei singoli stati (e non sa-
rebbe lieve difficoltà poiché i bilanci non erano allora pubbli-
cati dalla più gran parte dei governi) non si riescirebbe a sta-
bilire un confronto esatto. La Lombardia e il Veneto, per
esempio, dipendevano dall'Austria e non avevano un bilancio
autonomo.
per ogni abitante sono pa<5sate da lira 1,10 a lire 6,44; quelle di sicu-
rezza e giustizia da 0,12 a 6,44; quelle per opere pubbliche da 0,7 a 3,08;
per l'istruzione pubblica da 0,7 a 7,74. Son cresciute poco le spese per
la beneficenza, passando da 0,84 a 1,23; sono diminuite quelle per il
culto da 0,16 a 0,05. E queste cifre indicano meglio di ogni altra cosa
le tendenze che si son venute determinando.
G. Depanis: Attraverso ad un secolo di vita amministrativa: Torino
1797- 1900, Torino, 1901.
* Le spese effettive dello Stato e degli enti locali in Italia sono aumen-
tate nel seguente modo:
Stato
Province
Comuni
1863
930.4
25.7
236.4
1867
903.6
62.9
323.3
I87I
I059-2
74.6
325.3
1877
1265.5
90.5
402.9
1884-85
1481.4
98.7
451.6
1891-92
1654.4
109.5
—
1899-900
1654.2
131.6
642.0
1907-908
1884.6
—
656.6
I9I3-I4
2556.8
230.0
—
1914-15 (guerra)
5395.3
259-4
—
Le spese dei comuni nel 1912 erano valutate in 1.339 milioni.
Dopo la guerra le spese dello Stato e degli enti locali sono straordina-
riamente aumentate.
CAP. TV.] l*aumt:nto delle spese 65
Limitando ogni ricerca, per le ragioni anzidette, agli anni
dopo il 1860, si ha che anche in Italia l'aumento delle pubbli-
che spese è stato continuo, così per lo stato, come per le pro-
vince e i comuni ; in meno di mezzo secolo il bilancio dello
Stato è assai quasi triplicato e in proporzione maggiore sono
cresciute le spese locali *.
In Italia l'aumento delle spese è stato assai rapido, anzi si
può dire che non vi sia stato arresto per circ? trent'anni, e che
solo dopo che le spese sono state spinte a un limite estremo,
vi è stata una lermata brusca da prima e una lenta discesa da
poi. Ma da qualche anno le ^pese sono in aumento.
Senza dubbio l'aumento delle spese pubbhche è un fatto ge-
nerale; ma bisogna vedere fino a qual punto sia reale, sopra
tutto vedere se le cifre riportate abbiano un valore assoluto; e
se non l'hanno, di quali altri elementi si deve tener conto per
metterle nella loro vera luce^
V.
Se l'accrescimento delle spese pubbliche sia reale.
31. Leon Sa3^ in un suo opuscolo, che nel 1866 ebbe
grande eco, dedicò alcune pagine, assai interessanti, a dimo-
* I dati precedenti non. sono del tutto comparabili. Quelli relativi
alle spese dello Stato sono stati desunti dalla pubblicazione fatta dalla
Ragioneria generale del Regno su II bilancio del Regtio d'Italia negli eser-
cizi finanzian dal 1862 al igoy-go8 Roma 1909, e àdW Annuario Stati-
stico; le cifre relative alle spese dei bilanci comunali e provinciali sono
state prese dalle pubblicazioni della direzione generale di statistica. La
quale non ha raccolto i dati relativi ai bilanci locali nel 1890, 1892, 1894
e 1896 e per parecchi anni non li ha raccolti per i bilanci provinciali.
Nel 1884 fu introdotto il nuovo anno finanziario che va dal i. luglio
al 30 giugno: però per i comuni e le provincie rimane l'anno solare come
anno finanziario. Si è quindi per semplicità messo le cifre l'una al fianco
dell'altra, non tenendo conto della diversità dell'anno. E così di seguito.
Fino al 1890 le spese dei comuni e delle province appaiono più grandi
che non furono, poiché contengono le contabilità speciali e le partite di
giro le quali sono state tolte dopo il 1871. Sulla storia del bilancio ita-
liano cfr. Plebano: Storia della fittcmza italiana, Torino, 1899 e
N i 1 1 i : // bilancio dello Stato dal 1862 al iSgò-gj, Napoli, 1898; ecc.
Nitti. 5
66 SCIENZA DELLE FINANZE [CAJ>. V.
strare che la progressione delle spese è un male universale *;
e certo non potea destare poca inquietudine 1' aumento che
era avvenuto rapidamente nel periodo in cui egli scriveva.
Le spese degli stati di tutta Europa, che erano nel 1865 nove
miliardi e novecento milioni; erano passate già nel 1879 a 14
miliardi e 641 milioni. Due terzi di questi aumenti erano
stati assorbiti dallo sviluppo delle spese per i lavori pubblici
e di quelle per la istruzione. La malattia sembrava al Say
generale : ed egli non esitava a credere che si trattasse di
vera malattia, anzi di malattia più pericolosa nei paesi de-
mocratici. Se i confronti fatti a pochi anni di distanza spa-
ventano, assai maggiore deve esser la sorpresa guardando alle
spese pubbliche dei secoli passati e paragonandole alle attuali.
Qualche scrittore, sopra tutto quei teorici tedeschi, che al-
l'azione dello Stato attribuivano (attribuiscono ancora ?) un
carattere etico, dall'aumento delle spese pubbliche hanno cre-
duto si possa far derivare la conseguenza che l'azione dello
Stato sia sempre crescente. Anzi questo accrescimento delle
funzioni dello Stato, che si manifesta con l'aumento delle pub-
bliche spese, ha fatte, come abbiam già notato, dire al Blun-
tschli e a qualche altro, che vi sia una tendenza storica verso
una statifìcazione progressiva. Niente di meno vero. L'aumento
delle '^pese pubbliche è più un fatto apparente che reale,
quando si guardi al passato: solo dal principio del secolo a ora
vi è un aumento vero, ma assai minore che non si creda.
Le cifre riportate possono indurre in errore : vi è come di-
ceva Bastiat, ciò che si vede, e vi è, nei fatti economici, ciò
che non si vede: almeno a prima vista. E in materia di
spese pubbliche, di bilanci, non bisogna mai fermarsi alle ap-
parenze esteriori.
Per vedere se l'azione dello Stato sia maggiore ora che nel
pa.ssato e se l'appagamento dei bisogni collettivi richieda ora
* L. Say: Les finances de la France sous la troisième répuhlique,
Paris, 1900, tom. III. Ivi è riprodotto l'opuscolo. Comrnent nos contri-
butions ont ètè dèpensées depuis qnatre-vingt ans de 1800 a 1886 : « La
progression. des dépenses budgétaires est véritablement effrayante, si on
compare au présent 1' avenirqui nous ménage une politique iudifféreute
à l'équilibre des budgets ».
Cap. v.] l*aumè:nto delle st'fest; 67
proporzionalmente una maggior somma di ricchezza, il calcolo
deve essere fatto in guisa da evitare gli errori in cui si cade
di frequente. Confrontando i bilanci del passato bisogna in-
fatti tener conto : i della quantità delle prestazioni perso-
nali o in natura ; 2 della estensione territoriale che avea lo
Stato nelle epoche differenti che si confrontano ; 3 della po-
polazione ; 4 dell'ammontare della ricchezza privata ; 5 delle
variazioni nel valore della moneta. Così solo riescono possibili
quei confronti che altrimenti rimangono sterili e senza ri-
sultato.
32. Non si può per esempio paragonare la finanza dei re-
gimi feudali a quella moderna; la prima era basata sulle con-
tribuzioni in natura, sulle prestazioni personali, sulle entrate
demaniali; la finanza odierna è basata essenzialmente sulle
entrate di diritto pubblico, tasse e imposte, anzi su queste
ultime sopra tutto. La quantità delle prestazioni personali è
ora quasi minima; in passato rappresentava il maggior con-
tributo in pace e in guerra. Le opere pubbliche non erano in
generale fatte altrimenti. In guerra nel periodo feudale, cia-
scun feudatario mandava al sovrano un certo numero di ar-
mati. Vi erano forme diversissime di prestazioni: ma dovun-
que erano numerose. Ora, tranne il servizio militare, che è
breve e che tende sempre più a ridursi a brevissimo tempo,
tranne la giuria, non vi è quasi altra forma di prestazione
personale *.
* Cfr. fra i molti V a i t z : Deutsche Verfassungs geschichie, 2. edizione
voL II, pag. 246-336; Schupfer: Manuale di storia del diritto italiano
2. ediz. pag. 367, 410; Veritzy : Elude sur le regime financier de la
France avant la revolution de i/Sg, Paris, 1878; ecc. Salvie li: Sto-
ria del diritto italiano, 3. ediz., pag. 194 scrive : « Presso i Longobardi,
come poi presso i Franchi, l'esercito nulla costava al Re né allo Stato: i
liberi doveano equipaggiarsi e mantenersi, far le scufie o guardie, prestar
angarie e vetture, e in seguito i possessori del suolo furono tenuti a equi-
paggiare e a mantenere i loro uomini ; i grandi lavori di strade, ponti,
canali, ecc., erano a carico dei proprietari ; la giustizia non costava al
re, invece fruttava sotto forma di ammende: la burocrazia non era pa-
gata; i messi, per lo più grandi ecclesiastici, viaggiavano a loro spese; la
beneficenza era messa a carico dei privati. Restavano poche spese per-
sonali e nemmeno complete, perchè il re e il palatium in viaggio aveano
68 SCIENZA DELLE FÌNAN2E [CAP. V.
D'altra parte noi parliamo spesso di una Italia, di una
Inghilterra, di una Francia, come se avessero rappresentato
sempre le stesse grandi unità territoriali. Invece la formazione
dei grandi stati è un fatto recente, che coincide con le grandi
scoverte geografiche e con le nuove forme del commercio in-
ternazionale. È stato un processo unitario lento, che ha deter-
minato la formazione territoriale degli stati odierni. La Francia
di Enrico IV non era la Francia di ora; tanto meno quella di
Filippo il Bello. E né meno la Gran Brettagna attuale è quella
che era ai tempi di Cromwell. E non solo la distribuzione
degli stati e la rispettiva posizione di ciascuno, ma la distri-
buzione delle lingue e delle razze sono singolarmente mutate
da qualche secolo a questa parte: i popoli di lingua tedesca
non seno, per esempio, soltanto relativamente più numerosi
ora che in passato, ma occupano un territorio assai diverso
da quello che occuparono.
33. E sopra tutto ciò che è mutato è il numero degli
uomini : il secolo decimonono rappresenta forse un periodo
di accrescimento come mai vi è stato altro nella storia del
mondo. La popolazione attuale è di gran lunga maggiore di
quella del passato : e mai forse il mondo ha sopportato la
metà di questo immane numero di uomini che calca ora la
terra. L'Europa avea al principio del secolo XIX la metà de-
gli abitanti che ebbe alla fine : e chi più e chi meno tutti
i paesi che la compongono sono cresciuti assai per numero
di abitanti.
I>' Inghilterra, per esempio, non è solo molto più ricca ma
è molto più popolosa che nel passato. Verso il mille proba-
bilmente tutte le isole britanniche non aveano tre milioni e
mezzo di uomini *. L'Inghilterra e il Paese di Galles non a-
veano che 5 milioni e mezzo di abitanti nel 1688, 6 milioni
nel 1740, poco meno di 9 milioni nel 180 1 f-
il diritto di prendere per sé e per la corte quello che volevano; e poi le
spese personali si confondevano colle pubbliche, per la stessa ragione che
mancava una distinzione fra imposta pubblica e reddito regio ».
* P ar e t o : op. cit. § 211.
tG. King in Davenant: Politicai and commercial works, H, 184
J. R. SS. XLIII, 462; Cunningham: The growth of englishindustty
and commerce in modem times, Cambridge, 1872, pagina 699.
CAP. V.] l'aumento delle spese 6g
Ora, secondo i dati più recenti, al 30 giugno 19 17 la po-
polazione della Gran Brettagna è di 46,2 milioni di abitanti
e quella della sola Inghilterra e del Paese di Galles di 33,4.
La Svezia ha visto senza dubbio aumentare le spese pub-
bliche; ma la popolazione è aumentata a sua volta rapida-
mente. Avea appena 900 mila abitanti nel 1570: ma nel 1700
aveva quasi raggiunto i miUone e mezzo, 2 milioni e mezzo
nel 1819, 5,815,000 nel 1918. La popolazione della Norvegia
è passata dal 1800 al 1910 da 885 mila abitanti a 2.391,782;
la popolazione della Prussia da 13,707,000 abitanti nel 1800
a 38 milioni nel 1910; la popolazione dell'Italia da 17 milioni
nel 1800 a 36,5 nel 1918 *. La Francia che, nel 1904 avea
38,2 milioni di abitanti, ne avea 20 al principio del secolo
decimottavo e meno che 25 al tempo della rivoluzione ha
ora con i territori annessi dopo la guerra una popolazione di
poco superiore all'Italia **.
Vi è qualche nazione in Europa che ha più abitanti che
non abbia avuto l'Europa intera ai tempi di Carlomagno.
34. Ma, se la popolazione è cresciuta, è cresciuta assai
più la ricchezza. Il reddito annuale di ogni nazione si è au-
mentato in Europa straordinariamente, in forma quasi impre-
vedibile, durante il secolo decimonono negli Stati Uniti di
America e nei paesi più ricchi di Em'opa. Ancora forse nessun
paese ha raggiunto quell'alto grado di ricchezza bastevole ad
assicurare un livello elevato di esistenza alla grande mas.,a dei
cittadini; ma benché questi raffronti siano molto difficili, si
può dire che un inglese t è ora assai più ricco che due secoli
* Suède, voi. I; Norvège (pubblicazione per l'esposizione di Parigi del
1900).
** Levasseur nell' Histoire de la population frangaise ritiene che
la Gallia avesse ai tempi di Cesare da 6 a 9 milioni di abitanti.
t II reddito annuale dell'Inghilterra è variato nel seguente modo:
Nel 1700 (secondo Dudley Baxter) era milioni 55 di sterline
» 1774 » » » 150 »
» 1815-10 » » » 350 »
» 1868-79 » B » • 360 »
» 1891 (secondo A. L. Bowley) » 161 1 »
Secondo i dati forniti dalla statistica ufficiale svedese dal 1866 al 1898
70 SCIENZA DELLE FINANZE [GAP. V.
or sono. La ricchezza di tutti i paesi di Europa, durante
il secolo XIX, è cresciuta in proporzione che non ha ri-
scontro nel passato. Sono stati tali i progressi compiuti, prima
del 1914, nella tecnica industriale cheli basso prezzo dei pro-
dotti coincideva con più alta retribuzione del lavoro. Qual-
che paese dove l'aumento della ricchezza è stato più grande,
come la Svezia, ci presenta a dirittura il caso di vedere au-
mentata la ricchezza di ciascun abitante più che il suo con-
tributo alle spese dello Stato e degli enti collettivi.
Il reddito dei cittadini francesi è venuto smgolarmente a
crescere. Secondo le indagini della Direzione generale delle
imposte dirette, 'il reddito della ricchezza immobiliare è pas-
sato da 1,440 milioni nel 1791 a 4,671 nel 1879. Il reddito
mobiliare, calcolato da Dèlai d'Agier a 1,050 milioni nel 1791,
era, secondo Wolowski, di circa 6 miliardi nel 1881. I calcoli
posteriori hanno indicato un aumento rapidissimo; il signor
Peytral, in un progetto di legge presentato il 30 ottobre 1888
alla Camera dei deputati, calcolava il reddito nazionale in 16
miliardi : de Foville più tardi in circa 20 miliardi; A. Coste in
22 miliardi e mezzo; ora è di gran lunga più elevato.
L' accrescimento della ricchezza, dunque, nei paesi che
hanno più progredito è tale che, quantunque vertiginoso, l'au-
mento delle spese pubbliche non lo supera molto. Senza dub-
bio ciò che si è detto della Svezia e che può esser detto della
Gran Brettagna, degli Stati Uniti di America, della Germa-
nia, della Svizzera e del Belgio e dei paesi più ricchi, non può
esser detto di altri paesi, dove è accaduto in realtà che le spese
pubbhche sono cresciute più rapidamente della ricchezza de-
gli abitanti.
le spese dello Stato avrebbero avuto in confronto della entrata media di
ciascun abitante il seguente sviluppo :
Reddito medio Spesa dello Stato
per abitante (media per abitante)
in corone 11
17
19
» 21
25
I866-I870
66
1876-1880
97
I886-I890
118
I89I-I895
134
1898
167
CAP. V.] l'aumento delle spese 71
33. Il problema dell 'accrescimento delle spese pubbliche
va studiato, dunque, non già nel suo aspetto esterno, ma nella
sua realtà economica. Proporzionalmente alla loro ricchezza i
cittadini di uno Stato danno più ora o davano più in passato ?
Ecco la questione che va esaminata; poiché non importa affatto
sapere se la quantità di monete che i cittadini danno sia ora
maggiore o minore che in passato.
Ora tutti i calcoli sono concordi nel dimostrare che la mo-
neta ha perduto non poca parte della sua potenza di acqui-
sto : l'oro non vale ora quanto in passato, poiché con una
quantità identica di monete si può adesso comprare meno
che in passato non si potesse. Non si può dire, ancora, come
il favolista, comment en un plomb vii l'or pur s'est changé; ma
certo la discesa è stata rapida.
Per molti secoli i principi e i governi non hanno fatto che
riduzioni continue delle monete, nel senso di diminuire la
quantità di metallo che era in esse, pretendendo mantenere
intatto il valore. La livre di Carlo Magno era una vera libbra
d'argento ed é solo per riduzioni successive che si è ridotta
alla lira francese e italiana di 5 grammi. De Foville e D'Ave-
nel hanno mostrato come la livre tcurnois francese abbia avuto
366 variazioni dal 1258 al 1793- La livre che valeva 20.26
franchi nel 1258- 12 78, valeva appena 0,99 nel 1785- 1795 *.
Ma queste modificazioni possono essere studiate e calcolate
senza difficoltà: ciò che é più grave è che non solo assai spesso
le monete sono venute a contenere una minore quantità di
metallo, anche serbando lo stesso nome : ma che il valore di
acquisto del metallo é diminuito. Ai tempi di Carlo Magno
una stessa quantità di metallo valeva nove volte più di ora.
* D e F o V 1 1 1 e : o^. cit., cap. XXII : è classico il lavoro di N. de
V a i 11 y : Mèmoire sur les variations du livre fournois depuis Saint Louis,
Paris 1857. « Au fond, les princes du moyen àge, gros et petits, clercs
ou laiques, s' estimaient maitres du numéraire, comme d'une portion de
leur domaine, se livraient sans scrupule à la pratique des deux sortes
de fausses monnaies que je viens de dire ». D'A vene! Histoire écono-
mique de la proprietà des salaires, des denrèes etc, Paris, 1894 volume I,
pag. 51. Le due forme preferite di falsificazione riguardavano 1' uno la
natura del metallo, l'altra il valore che si attribuiva.
72
SCIENZA DELLE FINANZE
[GAP.
cioè poteva essere scambiata con una quantità di cose nove
volte maggiore : valeva sei volte più a' tempi di Carlo Vili;
tre volte più a mezzo del secolo decimottavo *.
I cittadini francesi che ai tempi di Carlo Vili davano, dun-
que, apparentemente un franco in moneta attuale, davano in
realtà 6 franchi.
E poi, non solo i metalli preziosi aveano un assai maggior
valore, ma in alcuni periodi la scarsità estrema di essi deter-
minava un accrescimento straordinario del tasso dell'interessa.
Cosi tenendo presente ciò che rendeva il danaro, si vede che
in realtà chi dava looo lire allo Stato facea sacrifizio quasi
non paragonabile a chi ne dà ora 506 mila.
Durante e dopo la grande guerra europea del 1914-1918,
tutti gli stati, sia pure in diversa misura, hanno abusato della
emissione di carta moneta. La carta si è dunque svalutata. 1
prezzi sono saliti in alcuni paesi soltanto del 250 al 300 per
cento, in altri fino al 600 a 700 per cento, anche senza tener
conto della situazione di quasi completa rovina di alcuni dei
* Secondo L e b e r {Appréciation de la fortune privée au Moyen àge,
Paris, 1847), dall'anno 850 al 1890 le variazioni di valore della moneta
sono state le seguenti ;
Anno 850
valore
della
moneta 9
» 1375
» 3
» 1500
6
» 1600
» 2
« 1750
3
.) 1890
)) I
112
Secondo d' x\ v e n e 1 , supposto eguale a i il valore attuale della mo-
neta {Histoire économique de la propriétè, des salaires, des denrées eie,
tora. I. pag. 32) le variazioni avvenute dal 1600 al 1800 sono esatta-
mente le seguenti :
Dal
1601 al 1625
3.00
1626 » 1650 ■ .
2.50
165 1 » 1675
2.00
1676 » 1700 . ,
2.33
1701 » 1725
2.75
1726 » 1750
3.00
1751 » 1775
2.33
1775 » 1790
2.00
CAP. v.J l'aumento delle spese 73
paesi vinti. Cosi la nostra moneta attuale rende quasi impos-
sibili i confronti con il passato.
Ma il tasso dell' interesse era nel passalo tale che chi era
costretto a prendere in prestito per pagare le imposte, potea
spesso ritenersi rovinato; qualche volta prima del secolo XV,
sopra tutto per i valori mobiliari, era difficile avere a prestito
a meno del 20 e anche del 25 ^Jo'. e anche frequentemente vi
erano prestiti ritenuti non usurari a interesse assai sui)e-
riore *.
Ecco un altro fatto che viene a spostare quei risultati che
pareva derivassero dal confronto.
Se dunque si bada a tutte queste cose, se si guarda all'en-
tità delle entrate demaniali; se si tien conto dei servizi per-
sonali; se si osservano le variazioni territoriali; se nel confron-
tare i bilanci passati a quelli attuali, si dividono questi ultimi
o si moltiplicano i primi, per il rapporto che intercedeva nei
periodi che si confrontano in materia di popolazione, di ric-
chezza, di potenza d'acquisto della moneta; si vedrà allora che
noi diamo allo Stato e a tutti gli organi della vita collettiva
non assai più che in passato, come si è detto, ma qualche volta,
anzi meno.
Non vi è dunque, non si è mai verificato un processo di
statificazione progressiva, come alcuni hanno preteso: non potea
né meno un simile processo verificarsi progressivamente. Forse
anche vi sono alcuni paesi dove, tenendo conto di tutto ciò
che si è detto, i cittadini danno ora allo stato proporzional-
mente meno che in passato: benché quasi dovunque si paghi
assai più ora che prima. In ogni modo, se è assai difficile sta-
bilire confronti con società assai lontane, si può bene stabilire
con quelle prossime a noi. E bisogna allora riconoscere che
da un secolo a questa parte tutte le spese pubbliche, spese di
Stato, spese locali, sono cresciute assai più che in passato, per
aumento della solidarietà che si va determinando, per cause di
* « L'intérét mobilier a varie au moyen àge, en France, autant qu'on
en peut juger par un assez grand nombre d'exemples choisis dans diver-
ses provinces, de io à 45 010; en moyenne il osci Ile entre 20 et 25 010;
mais plus près de 20 que de 25. ». D' A v e n e 1 : op. cit., voi. I., pag. 81 .
74 SCIENZA DELLE FINANZE [CAP. V.
natura assai differente. Gli aumenti del secolo XIX sono ve-
ramente reali e in qualche guisa, non ostante lo sviluppo stra-
ordinario della ricchezza, i cittadini sopportano carico sempre
più grave.
36. Né le variazioni del valore della moneta, né le varia-
zioni dei redditi spiegano sufficientemente gli aumenti che si
sono verificati da mezzo secolo in qua. I bilanci della Francia,
dell'Inghilterra, della Russia aumentano da un anno all' altro
di diecine, qualche volta di centinaia di milioni. Ora questi
aumenti sono reali : in quanto ninna delle condizioni limita-
tive indicate innanzi ha importanza, o ne ha assai trascurabi-
le *. Che cosa determina dunque questi accrescimenti che sono
cause di inquietudini vive, che rompono spesso l'equilibrio dei
bilanci meglio ordinati ? Gli aumenti avvenuti durante il se-
colo XIX, e sopra tutto nella seconda metà, sono reali e de-
rivano principalmente :
a) dall'aumento continuo e incessante delle spese militari. Le
cifre raccolte e pubblicate con tanta cura da de Bloch, nella
sua famosa opera, che provocò l'iniziativa dello Czar in fa-
vore della pace, sono veramente preoccupanti. In cinquanta
anni le spese militari sono cresciute dovunque con una rapi-
dità quasi fantastica : e l'accrescimento é stato egualmente ra-
pido nei paesi repubblicani come nei paesi monarchici. Nei
paesi più liberi, anzi, in Inghilterra, in Svizzera, in Svezia, ecc.
la progressione ha assunto forme che non si trovano né meno
nei paesi a regime assoluto. In passato si faceano molte più
guerre : ma si spendeva molto meno, a cominciare dalle armi
fino all'equipaggiamento dei soldati. Un pezzo di ferro sopra
un'asta di legno era una lancia: le armi e gli strumenti di
* Anche nei paesi dove la ricchezza è maggiormente cresciuta, le spese
pubbliche sono negli ultimi anni aumentate anche di più. Secondo B u 1-
1 ock : loc. cit. negli Stati Uniti vi è stato il seguente accrescimento in
dieci anni :
1890
Ricchezza 65.037.900.000
Spese 297.736.000
Ricchezza per abitante 1.036
Spese per abitante 4.75
1908
Aument
94,000.000.000
44 «/o
487.713.000
63-0 %
1.232
109. »/o
6.39
34.5 7o
1
CAP. V.] l'aumento delle spese 75
guerra erano generalmente semplici. Le armi moderne sono
quasi sempre costosissime : un grande cannone di acciajo costa
spesso più che l'armamento di un grosso stuolo di soldati an-
tichi. La più grande flotta militare di Atene costò forse meno
di una sola nave da battaglia moderna. E poi, fino alle grandi
guerre napoleoniche, gli eserciti permanenti quasi non esiste-
vano. Le armi erano il mestiere di una minoranza: 1' educa-
zione militare d'altronde si facea più facilmente. Dunque le
spese erano poche in rapporto alla loro continuità; si guerreg-
giava di più ma si spendeva di meno; mentre ora è la pace
stessa che costa ai grandi stati ogni anno quanto non costò la
più grande guerra dell'antichità. La guerra europea del 1914-
1918 rassomiglia piuttosto a un cataclisma sociale. Ha scon-
volta tutta l'Europa, deprimendone per lungo tempo tutte le
condizioni della esistenza.
b) dai grandi lavori pubblici. È proprio da mezzo secolo
che l'impiego del vapore e dell'elettricità, nome forze motrici;
l'introduzione su vasta scala del telegrafo elettrico, hanr ode-
terminato spese pubbliche ingenti. Il mondo non avea esem-
pio di una trasformazione che anche lontanamente si potesse
rassomigliare a quella eh' è avvenuta. Cosi, non ostante l'enor-
me sviluppo della ricchezza in alcuni paesi, il prezzo del capi-
tale si mantiene ancor alto per gli investimenti continui in
lavori pubblici, oltre che per gli investimenti industriali, i quali
tendono a prendere forme sempre più svariate. In molti paesi
lo Stato ha costruito per suo conto oltre le strade pubbliche,
che in generale al principio del secolo XIX erano quasi do-
vunque scarsissime, anche diecine di migliaia di chilometri di
ferrovia e dovunque diecine o centinaia di migliaia di chilo-
metri di telegrafi elettrici;
e) dall'aumento dei debiti pubblici. È vero che i debiti si
fanno perchè si devono fare le spese; ma è anche vero il con-
trario, cioè che molte spese non si potrebbero fare se non vi
fossero i debiti pubblici. E di quanto son cresciuti i debiti
degli stati ! Il 23 settembre 1800 il capitale nominale del de-
bito francese era di 713,6 milioni (secondo de Foville); nel
1891 era già di 30,170 milioni (secondo Pelletan); nel 1914
era valutato 32,455 milioni. In Italia gl'interessi dei debiti in-
76 SCIENZA DELLE FINANZE [CAP. V.
scritti al momento dell'unificazione erano di ili milioni; gl'in-
teressi pagati nel 1913-1914 sono stati 540 milioni. Queste sono
le cifre anteriori alla guerra: ma, dopo la guerra, le cifre del
debito si sono triplicate o quadruplicate in quasi tutti i paesi
belligeranti di Europa.
Non vi è quasi alcun paese dove non si sia ricorso in misura
larga, spesso troppo larga, ai debiti pubblici. Parca che tra i
grandi stati di Europa solo l'Inghilterra rappresentasse una
fortunata eccezione; poiché godeva di condizioni naturali stra-
ordinariamente favorevoli e poteva senza sforzo destinare una
parte delle sue entrate a estinguere i vecchi debiti piuttosto che
ad accenderne nuovi. Ma ora anche essa, a causa della guerra,
ha un debito enorme, il più grande anzi d'Europa;
d) dallo sviluppo dì tutte le forme di prevenzione sociale per
cui l'azione economica dello stato è cresciuta. L'azione dello
Stato era diretta nel passato a reprimere le forme più gravi dei
mali della società piuttosto che a prevenire : non solo ora le
condizioni della società sono mutate, ma lo sviluppo stesso
della conoscenza induce a seguire una via opposta. Quando
l'azione si limitava a curare il male o ad attenuarlo, si poteva
bene ricorrere alla iniziativa privata; gli ospedali, le opere di
pietà, i ricoveri fatti per curare o attenuare mali che colpiscono
gli occhi e l'anima poteano sorgere per iniziativa di privati.
Ma l'azione dei privati non è richiamata d'ordinario da alcuna
forma di prevenzione. Così le misure igieniche o sanitarie di-
rette a prevenire i mali, non possono essere prese che dallo
Stato e dagli enti collettivi minori. La prevenzione come un
fatto generale e volontario richiede troppo sviluppo della
cultura e della morale, perchè possa mai avverarsi del tutto ;
e) dalla partecipazione sempre crescente delle classi popolari
alla vita pubblica, per cui il governo e gli enti locali hanno
dovuto assumere servizi che non erano prima creduti di utilità
generale o che, in ogni modo, venivano negletti. È vero che
l'aumento delle pubbliche spese è avvenuto anche, e qualche
volta più nei governi assoluti che nei liberi; ma è innegabile
che questi ultimi abbian dato assai spesso l'aire. Un governo
nazionale, dicea nel 1832 de Rémusat, alla Camera francese.
CAP. V.1 l'auménto delle spese 77
non è spesso economico *. Si è visto assai di frequente il po-
tere assoluto costar poco ai popoli, e per mantenersi ridurre
le imposte e trascurare l'interesse pubblico. Poiché ora il con-
trollo è assai più largo che in passato non fosse e le spese dei
sovrani sono distinte da quelle pubbliche, e nei bilanci figurano
dovunque nettamente divise, l'imposta non è considerata come
una perdita: e le spese sono per la maggior parte veramente
spese pubbliche, nel senso che son fatte nell'interesse del pub-
blico. I governi costituzionali, che sono succeduti alle vecchie
forme autoritarie, non permettono più di considerare l'ammi-
nistrazione come un nemico, l'imposta come un flagello, il da-
naro che si dà allo Stato come danaro perduto. Oramai è as-
sai difficile che si possa fare una distinzione netta tra governo
e paese: e se qualche volta si esalta l'uno contro l'altro, ètra-
scurando del tutto gli elementi di giudizio, che questa diffe-
renza si stabilisce. In ogni modo non si può negare che le
classi popolari, partecipando in più larga misura al governo,
impongano spese di cui non era prima esempio o eh' erano li-
mitatissime : spese per la istruzione obbligatoria e la cultura
popolare, spese di igiene e di previdenza sociale, assicurazioni
obbligatorie ecc. che prima non esistevano né meno. La esten-
sione del principio sociale nella politica degli stati moderni non
è ultima causa dell'accrescimento grandissimo delle spese. E
perciò che si verifica un fatto che altrimenti sarebbe stato im-
possibile; l'individualismo tende spesso al cesarismo, credendo
nella pratica che solo in tal guisa possano i principi di libertà
avere largo svolgimento e i poteri dello Stato ridursi.
Sono dunque tutte queste cause, principalmente sono queste
* L. S ay : 0^. cit, voi. II. pag. 83. « On a vu souvent, dicea de Ré-
musat, le pouvoir absolu coùter peu en argent aux peuples. S'il n' a pas
la manie des conquétes, il est difficile que ses fantaisies minent une na-
tion. Pour se maintenir, il réduit les impóts et neglige les intéréts pu-
bliques... » Ciò spesso era vero : ma è vero del pari che le democrazie
sono spesso assai dissipatrici. L'avversione dei governi assoluti all' au-
mento di imposte fu bene intesa da S e i a 1 o j a : / bilanci del Regno di
Napoli e degli Stati Sardi, Torino, 1858, pag. 51-52.
78 SCIENZA DELLE FINANZE [CAP. Vi.
condizioni nuove, che hanno determinato da un secolo a que-
sta parte un accrescimento reale delle spese pubbliche *.
VI.
La comparazione in materia finanziaria
37. I principi di logica statistica relativi alla compara-
zione vanno applicati con molto rigore in materia finanziaria.
Il dimenticarli troppo spesso non è causa ultima dei frequen-
tissimi errori in cui si cade dagli scrittori politici e sopra tutto
nelle camere legislative. GÌ' impressionanti confronti che ven-
gono fatti in ogni occasione sono spesso fantastici e le cifre di
cui si abusa non esprimono né meno un'approssimazione. Quante
volte si è detto che in Inghilterra lo Stato non invadeva il
campo dell'attività dei privati e si è affermato così basandosi
sulle spese dello Stato; bastava vedere le spese degli enti locali
per intendere come la funzione collettiva era esercitata più lar-
gamente da essi: ma in fondo il fenomeno non si presentava
assai diversamente nel suo contenuto da altri paesi.
La comparabilità dei dati, il quarto dei canoni di logica stati-
stica di Quetelet, è troppo spesso violato in materia finanziaria;
sopra tutto dagli uomini politici. Occorre quindi mettere in
guardia contro l'abuso della comparazione, i dati che si con-
frontano, essendo spesso ottenuti con metodo non uniforme,
per diversità di ordinamento legislativo, per diversità di con-
dizioni e situazione. Non si possono in regola generale com-
parare che termini omogenei e uniformi. O che si tratti di com-
parare dati relativi a luoghi diversi nella stessa unità di tempo
o per una successione di tempi identici, occorre che vi sia tra
* Suir aumento dei bilanci moderni cfr. oltre gli scrittori citati, L e r o y
B e a u 1 i e u : Traité voi. II. cap. VI; Geffcken: Le spese di Staio
pubbliche nella B. d. E. serie III, voi. IV; S i 1 1 a : L' aumento progres-
sivo delle spese pubbliche, Ferrara, 1893 ; Correspondange reUuing io the
budgets of various contries, London (a cura del Cobden Club) 1877; Ora-
ziani: V aumento progressivo delle spese pubbliche, Modena, 1877;
A. Wagner: Firumz., C o n i g 1 i a n i : V aumento apparente delle spese
pubbliche ecc. Milano, 1890, ecc.
CAP. Vi.] LÀ COMPARAZIÓNE FINANZIARIA 79
i dati che si confrontano omogeneità intrinseca [qualità, misura)
ed estrinseca [luogo, tempo). Occorre inoltre, perchè i dati ab-
biano il loro giusto valore, che sia tenuto conto di tutte le
cause di variazione. Tutta una serie di errori sarebbe evitata
seguendo i giusti dettami della logica e della statistica. La
comparazione o che sia fatta da oggetto a oggetto, o da tempo
a tempo, o da luogo a luogo, deve esser sempre eseguita con
grandi cautele: e tener conto delle variazioni determinate dalle
leggi o dalle condizioni particolari di ciascun paese.
38. Occorre prima di tutto che i dati siano ottenuti con lo
stesso mezzo. Così non si può comparare il bilancio italiano al
bilancio inglese, senza tener conto che il primo è di compe-
tenza, il secondo di cassa. Del pari, in una statistica interna-
zionale si peccherebbe di metodo se per un paese si prendes-
sero in esame i bilanci di previsione e per un altro i bilanci
consuntivi; o se si comparasse un bilancio antico, in cui man-
cano generalmente le spese di riscossione e di amministrazione
delle imposte, a un bilancio moderno in cui invece figurano.
Occorre inoltre che i dati esprimano lo stesso fenomeno. Chi
voglia, per esempio; calcolare quanta parte di ricchezza i cit-
tadini di un paese diano per l'appagamento di bisogni di ordine
collettivo, non può confrontare i bilanci di uno Stato a quelli
di un altro. È appunto partendo da questo errore che si è
detto sempre con esagerazione evidentissima che in Inghilterra
lo Stato lasci più libere le iniziative individuali che altrove :
basta osservare le spese degli enti locali per vedere come (caso
del tutto unico) questi ultimi spendano presso a poco quanto
lo Stato. Poiché al contribuente importa spesso assai poco pa-
gare allo Stato o agli enti locali, bisogna tener conto di tutti
i sacrifizi che sopporta per gli uni e per l'altro quando vera-
mente si voglia vedere l'onere che sopporta.
Che si devono confrontare dati quanto più è possibile uniformi
e omogenei è evidente: bisogna anche confrontare i dati in tal
guisa che le cause di variazione siano precisamente indicate.
Cosi, per esempio, la comparazione del bilancio di uno Stato
federale a quello di uno Stato unitario è assurda *; del pari è
* Per esempio le spese federali negli Stati Uniti, secondo il censimento
del 1890 erano: Governo federale milioni di dollari 352.2, stati, territori e
8o Sciènza gellé ftNAisizÈ [cap. vt.
assurda, se non fatta con le debite cautele, la comparazione
del bilancio di uno Stato in cui siano molte spese di gestione
e di amministrazione per grandi servizi pubblici o per indù -
strie, a quella di uno Stato che non abbia se non pochi servizi
di carattere industriale. Cosi, per esempio, nel bilancio prus-
siano di previsione figurava, come spese di esercizio di ammini-
strazione e di percezione di tutti i rami di entrata, qualche
miliardo: basta osservare che la Prussia esercitava per suo conto
il più grande demanio fondiario e industriale di Europa, che
esercitava direttamente una grandissima rete ferroviaria e mi-
niere, saline, foreste ecc. per intendere come in niun modo il
bilancio prussiano poteva compararsi al bilancio inglese, o
italiano, o francese, se prima non si teneva conto della di-
versità di situazione e delle cause di variazione particolari
in ciascun bilancio. Del pari, confrontando le spese della
Francia a quelle di altri paesi, bisogna per esempio tener
conto che prima il bilancio della repubblica era unito a quello
dell'Algeria ora è diviso. Quando si osserva lo svolgersi di
una imposta, occorre non dare alcun giudizio prima di cono-
scere le cause di variazione. Per esempio: il maggiore rerdi-
mento di una imposta può dipendere da maggiore sviluppo
di ricchezza. Ma può dipendere anche da altre cause, per cui
la ricchezza dei cittadini, non crescendo o anche diminuendo,
l'imposta rende di più: così per esempio le leggi che aumen-
tano il tasso della imposta.
39. Occorre infine che i dati siano adegimti all'importanza
del fatto che si vuol dimostrare. Per vedere qual peso soppor-
tino i contribuenti di un paese in confronto di quelli di un
altro è, per esempio, procedimento troppo semplice e som-
mario dividere la cifra delle entrate dello Stato per il nu-
mero degli abitanti. Prima di tutto bisogna vedere la natura
delle entrate : altra cosa sono le entrate demaniali, altra
quelle per servizi pubblici, altra le tasse, altra le imposte.
distretto di Columbia 77.1, contee 114. 5, municipalità 232.9, scuole pub-
bliche 139: in totale 915 milioni di dollari. Le spese federali sono dun-
que poco più che la terza parte. Cfr. Abstract oj the elevetith census of.
U. S., pag. 190.
€AP. VI.] LA COMPARAZIONE FINANZIARIA 8[
Ma anche quando si siano separate le une entrate dalle al-
tre, la comparazione è difficile. Importa poco infatti, per
misurare il peso delle imposte, sapere quanto dia ciascun
contribuente in paesi diversi o in tempi differenti nello
stesso paese; ciò che importa sapere è quanto dia in pro-
porzione delle sue sostanze. Quale è la parte di reddito che
ciascun contribuente deve dare allo Stato e agli enti locali?
Rispondere a una di queste domande implica una serie di
procedimenti statistici estremamente complessi : e sono ap-
punto le persone troppo semplici e ignare che rispondono
o credono rispondere con maggiore facilità. Vedere, per e-
sempio, quanto un paese spenda per scopi di istruzione, non
si può confrontando semplicemente i bilanci di uno Stato
a quelli di un altro: in Francia le spese per la istruzione
elementare, le più grandi di tutte quelle per la istruzione,
sono a carico dei comuni. Infine, chi voglia dimostrare
quanto per scopi militari spenda un paese in confronto di
altri, non può prendere un sol bilancio militare e parago-
narlo ad altri, ma deve prenderli tutti. Così, per esempio,
è procedimento assurdo (e quante volte usato !) paragonare
le spese per il ministero della guerra in Francia, in Inghil-
terra, in Italia, in Svizzera. In Francia si spende molto per
la guerra, ma vi sono anche molte spese per la marina mi-
litare e cosi, in proporzioni minori, in Italia; viceversa l'In-
ghilterra, paese insulare, fino a pochi anni or sono ha speso
poco per l'esercito; ma ha concentrato i suoi sforzi nella marina
militare. In Svizzera le spese per l'esercito sono tutto, la Sviz-
zera che non ha mare, non potendo avere una flotta. Dunque
per sapere le spese militari, bisogna confrontare cosi quelle per
la guerra, come quelle per la marina e riunire i due bi-
lanci. Ma non basta. Bisogna vedere che cosa contengano i
bilanci prima di confrontarli. Ora il bilancio del Ministero
della guerra in Italia è lungi dall'esprimere soltanto spese
di carattere militare. Oltre la massa enorme delle pensioni
militari, che in altri paesi non figurano nel bilancio della
guerra, figura la spesa rilevantissima per i carabinieri reali,
che rappresentano in realtà spese di pubblica .sicurezza, che
in qualche Stato sono a carico del Ministero dell' Interno
Nitti. 6
82 §CtÈN2A t)ELLE FINANZE [CAt>. VII.
o non figurano affatto nel bilancio dello Stato, essendo a
carico degli enti locali.
Cosi dunque la comparazione deve esser fatta sempre con
grande circospezione e circondata di tutte le cautele, senza
di cui perde ogni importanza scientifica e serve solo a im-
pressionare le camere legislative o a sbalordire il pubblico,
non meno avido d' impressioni, che legge le note di varietà
dei giornali politici *.
VII.
La misura delle variazioni di valore della moneta
E il calcolo della ricchezza delle nazioni.
40. La conoscenza dei procedimenti più in uso nella
statistica è singolarmente giovevole alla disciplina finanzia-
ria; anzi poche discipline ne usano più di essa largamente.
Nondimeno noii è di tali procedimenti in generale, che sono
meglio studiati dalla logica e dalla metodologia statistica,
la quale è anch'essa una parte della logica, che noi ci oc-
cuperemo.
Qui interessa soltanto accennare a due procedimenti sta-
tistici quasi peculiari degli studi di finanza, a cui appunto
i finanzieri più largamente ricorrono per le esigenze della
comparazione; e riguardano due misure: la misura del valore
della moneta, la misura della ricchezza privata di ciascun
paese. Importa poter conoscere le variazioni di valore della
moneta per poter indagare quali effetti abbiano sugli impe-
gni che lo Stato ha a lunga scadenza; su tutti i pagamenti
e gli acquisti che esso, per mezzo dei suoi organi, è costretto
a fare. Importa poter conoscere la ricchezza privata degli
abitanti di ciascun paese per proporzionare ad essa le im-
poste, per indicare almeno approssimativamente quale onere
* Sulle norme della comparazione si confrontino in generale i manua li
di statistica sopra tutto quelli di Colajanni, A. L. Bowley,Ber.
tiUon, G. vonMayr etc. e Morpurgo:La Fifianza, Firenze,
1877, pag. XV e seg.; Riecke: Dig internationale Finanz. Statistik.
Stuttgart. 1876.
CkP. Vlt.] IL VALORE DELLA MONÉTA 83
i cittadini sopportino, e in generale per dirigere con sicure
vedute tutta la politica finanziaria.
/. La misura delle variazioni di valore della moneta.
41. Tra le diverse unità di cui l'uomo si è servito e si
serve per misurare i fenomeni dell'ambiente, nessuna è stata
sempre ed è tuttavia più mal sicura e più incerta della unità
o delle unità monetarie, cioè delle comuni misure del valore,
adottate nel passato e nel presente.
Quando noi sappiamo quale sia il rapporto fra la yarda e
il metro, importa assai poco che la distanza fra una città e
l'altra sia espressa in base all'una o all'altra unità di misura.
Noi possiamo sempre, senza nessuna difficoltà, ridurre a
yarde il numero di metri e viceversa. Anche quando si tratta
di luoghi e di cose assai lontani il calcolo non incontra quasi
difficoltà alcuna. Basta sapere il rapporto fra il miglio ro-
mano e il chilometro, e aver notizia di quante miglia ro-
mane era il circuito della città di Roma, per poter ridurre
a chilometri, e senza difficoltà alcuna, la lunghezza del cir-
cuito stesso.
Quando invece noi sappiamo quanti denarii di argento o
quanti sestertii di rame riceveva un operaio alla fine del re-
gno di Nerone, e sappiamo che il denarius sestertius conteneva
27,29 grammi di rame, non abbiamo ancora saputo nulla. A
che cosa può servirci il conoscere con precisione quanto valga
ora un gramma di argento o un gramma di rame ? E può
questa sola nozione, il sapere cioè quale potere di acquisi-
zione abbiano ora un gramma di argento e di rame illumi-
narci menomamente sulle condizioni del lavoro in quel tempo
lontano ?
Certo non vi è, né può esservi, nessuna unità di misura
assolutamente invariabile. Lo stesso metro di platino e d'iri-
dio, fuso con tanta fatica e con tanta spesa e conservato nel
Conservatorio di arti e mestieri di Parigi, per servire come
misura tipo ai paesi che hanno adottato il sistema metrico,
cambia ogni giorno di lunghezza, secondo i gradi di tempe-
ratura. Che importa ! Noi sappiamo quale sia il coefficiente
di rMlatazione, e possiamo senza difficoltà calcolare le singole
84 SCIENZA DELLE FINANZE [CAP. VII.
variazioni. Il litro di acqua distillata, che ci serve di unità
di misura per il peso, ha in realtà un peso assai mutevole,
secondo ogni grado di latitudine od ogni metro di altezza.
Ma noi conosciamo le leggi di queste variazioni e possiamo
misurarle. Ma le variazioni di valore di un gramma d'ar-
gento o di un gramma di oro sono di gran lunga più difficili
a misurare, tanto più quando si tratta di epoche lontane.
Il prezzo non essendo altra cosa che l'espressione numerica
di un rapporto esistente a un dato momento tra il valore
' della moneta e quello degli altri oggetti, ne viene che non
si può affermare niente di sicuro in quanto al mercato reale
di questi due variabili. Il valore assoluto dei metalli è, e
sarà fSrse sempre, una incognita, che noi non conosceremo
mai bene, e per cui dovremo contentarci di relative appros-
simazioni. Anche le induzioni che sembrano più sicure sono
spesso nella loro essenza fallaci. Vi sono tanti fattori di cui
bisognar tener conto, che i calcoli migliori e più attendibili
restano e devono restare niente altro che ipotesi solo in parte
comprovate.
Anche le ipotesi più semplici sono quindi assai poco sicure.
Senza dubbio a un rialzo generale dei prezzi corrisponde o
una diminuzione della quantità del medio circolante, o una
diminuzione sensibile nella produzione generale. Ma se l'eco-
nomista può, per comodità di ricerca, adattare l'ipotesi al
ragionamento, la realtà gli sfugge. È solo in certi periodi
della storia che noi vediamo prodursi oscillazioni brusche :
d'ordinario i movimenti sono quasi impercettibili. Come il
consumo dei metalli preziosi è solo parziale ed è lentissimo,
ne viene che la quantità di metallo, che il mondo possiede,
aumenta insensibilmente ogni giorno. Qualche volta avviene
che le nuove correnti mostrano di voler bruscamente alterare
il livello della superficie totale; ma l'equilibrio si ristabilisce
subito. Nella società in cui viviamo è assai difficile che vi
possa essere aumento o diminuzione generale di tutti i prezzi:
vi .sono prezzi che salgono e prezzi che scendono, vi sono
prezzi che oscillano bruscamente e prezzi che sembrano man-
tenersi durevolmente. L' economista non può concepire il
GAP. VII.] IL VALORE DELLA MONETA 85
mercato economico come il sistema planetare, ove ogni astro
percorre sempre lo stesso spazio nello stesso tempo.
Come i bisogni umani sono infiniti e mutevoli, ne avviene
che, fatta eccezione per alcuni generi di prima necessità, il
consumo di tutti gli altri è soggetto a mutamenti continui :
or la domanda e l'offerta di ciascuno agiscono necessariamente
sulla formazione del prezzo, anche in non diretta dipendenza
dalla quantità di numerario di cui la società dispone. Inoltre,
anche senza che lo stock monetario di una nazione venga ad
accrescersi, vi può essere diminuzione generale dei prezzi,
quando la produzione pel più gran numero delle merci-venga
ad aumentare e con essa il consumo si sviluppi rapidamente.
È cosa che vedremo chiaramente in seguito, studiando l'in-
fluenza dei nuovi processi industriali e dello sviluppo dei
mezzi di trasporto sulla formazione dei prezzi. Ogni varia-
zione del valore della moneta può coincidere con situazioni
assai differenti : i la quantità del numerario e la quantità
delle merci scambiate sono rimaste invariate; 2 è diminuita
la cifra degli scambi ed è diminuita, nella identica propor-
zione, la quantità del medio circolante ; 3 è aumentata la
quantità del numerario ed è aumentata in proporzione iden-
tica quella dei prodotti scambiati.
Nella realtà le cose non avvengono però con la stessa sem-
plicità. Se anche quell'astrazione economica che noi chiamia-
mo livello dei prezzi trova un riscontro pratico, i prezzi non
si muovono già, come eserciti in marcia, in lunghe file sim-
metriche. Mutevoli come il bisogno, variabili come il deside-
rio, si assoggettano spesso mal volentieri alla disciplina del
calcolo e sfuggono non di rado alle più sapienti previsioni.
Inoltre, nelle società nostre la quantità dei metalli preziosi
che ogni singola nazione possiede non esercita sui prezzi l'in-
fluenza che esercitava per il passato, quando ogni transazione
commerciale si chiudeva d'ordinario con il pagamento in ispe-
cie metalliche. Non solo fra mercati esteri, ma sullo stesso
mercato interno, nei paesi più progrediti, le transazioni si
fanno ogni giorno più senza metter mano alla borsa. Oltre
tutti i succedanei della moneta, lo sviluppo immane del cre-
dito sotto le forme più varie, agisce direttamente o indiret-
86 Scienza delle finanze [gap. vii.
tamente sulla formazione dei prezzi. Anzi è appunto quCvSto
sviluppo immane delle forme raffigurative della moneta, che
modifica spesso bruscamente il mercato dei prezzi, e che rende
ora più che mai vivo il bisogno di trovare un modo di cono-
scere e misurare con esattezza le variazioni di valore della
moneta.
Non sono soltanto gli storici quelli che si preoccupano del
problema e cercano di potere in tal modo valutare le condizioni
di esistenza delle società che ci han preceduto; ma sono sopra
tutto gli statisti e gli uomini di governo, i quali tentano di
fare in modo che intere classi sociali, pagate a stipendio fisso,
non si veggano ogni giorno soggette a bruschi mutamenti. An-
che le posizioni fra creditori e debitori si sente il bisogno di
regolare in base agli stessi criteri e di renderle più eque e meno
mutevoli. Il problema da oltre un secolo interessa gli econo-
misti e tenta le menti dei ricercatori.
Le variazioni di valore di ogni unità monetaria possono es-
sere intrinseche ed estrinseche. Sono intrinseche quando le
cause che fanno variare i prezzi dipendono dalla quantità del
numerario circolante, sono estrinseche quando invece si ralle-
gano alle forme di produzione, al sistema di trasporto e di
scambi. In ogni caso riescono assai difficili a misurare.
Già nel 1822 Lowe e nel 1834 Scrope tentavano, mediante
le variazioni dei prezzi, di calcolare le variazioni di valore
della monéta e cercavano di pubblicare a periodi determinati
le statistiche di queste variazioni che, secondo il concetto degli
autori, sarebbero valse a correggere gli errori risultanti nella
pratica dall'impiego del numerario come misura del valore.
Anche il sottile Cournot potè concepire in base alle illusioni
di coloro che lo precedettero, la speranza di trovare una mi-
sura efficace del valore nella sua moneta di conto. Questa mo-
neta, invariabile anche col mutare del costo di produzione
dei metalli preziosi, modificando a ogni variazione nel loro
costo il rapporto della unità ponderabile del metallo, o, più
semplicemente, accrescendo la quantità di metallo contenuta
nella moneta quando essa venisse a rinvilirsi, e diminuendola
viceversa quando accrescesse di valore, pareva dovesse ri-
solvere il problema. Così, alla stessa guisa in cui noi misu-
CAP. VII.] IL VALORE DELLA MONETA 87
riamo i coefficienti di dilatazione della nostra unità di lun-
ghezza e li correggiamo, avremmo potuto misurare e correg-
gere le variazioni del valore della moneta. Cournot stesso
però non tentò la difficile prova di precisare, diremo così,
le condizioni di esistenza della moneta di conto, prova in cui
avrebbe dovuto, dinanzi alla complessità del fenomeno, ar-
restarsi. Henger, il quale ha del resto acutamente ricono-
sciuto il debole fondamento di tali calcoli, che si urtano con-
tro difficoltà pratiche insormontabili, ha nutrito però la spe-
ranza di una moneta il cui valore sarebbe invariabile, e
quindi al di fuori della legge comune. Secondo l'economista
austriaco si può arrivare a questo risultato emettendo tale
moneta nelle proporzioni calcolate, in modo da neutralizzare
le cause di variazione a grado e a misuia che si producono *.
Mancando ogni elemento di calcolo, o per lo meno dovendo
calcolare sopra dati che sono tutti variabili, si comprende però
come molti economisti siano arrivati a ritenere questo proble-
ma insolubile.
II. Metodi adoperati per misurare il valore della moneta.
42. I metodi adoperati a questo scopo sono molteplici.
Il più antico metodo è quello che Quesnay adoperò, che Ada-
mo Smith consigliò con fiducia : il metodo cui ricorsero Ci-
* Cfr. Messedaglia : La moneta e il sistema monetario in generale,
Roma, 1872, pag. 8; Robert Barclay: The Silver question and the
Gold question, 2. ediz. London, 1886, pag. 46; C. B a 1 f o u r P h i p s o n:
The redemption, of Labour, or free Labour upon free Land. London, i88g,
voi. I, pag. 260-261; A. F h i li p : The function of Labour in the Produc-
tion of Wealth Edinburg, 1890, pag. 54; Jamieson Robert: Poli-
ticai Economy, London, 1889, pag. 148-153 e 262-291; Joseph Lowe:
The present state of England, 2. ediz., London, 1823: PoulettScro-
p e : PrincipUs of Politicai Economy. London 1833 e Politicai Economy for
plain people, London 1873; A. Cournot: Recherches sur les principes
mathématiques de la thèorie des richesses, cap. II. Cfr. L. W a 1 r a s ; EU-
ments d'economie politique pure, 2. ediz. Losanna, 1899, 39. lezione,
L. Menger neìVHandwòrterbuch des Staatswissenschaften, voi. III. pa-
rola: Géld. pag. 739 e seg., e V articolo La nionnaie mesure de la valeur
nella R. d. E. P. di febbraio 1892 : N i t t i : La misura delle variazioni
di valore della moneta in R. S. 1895.
88 SCIENZA DELLE FINANZE [CAP. VII.
brario, J. B. Say, Garnier e tanti altri *. Consiste nel pren-
dere come termine di paragone il grano: vedere con una stessa
quantità di metalli preziosi quanto grano si potea acquistare
in periodi differenti. Il grano è un alimento di prima neces-
sità: è il vegetale che contiene più azoto assimilabile e forma,
per cosi dire, una transizione fra il regno animale e il regno
vegetale, donde il nome di carne vegetale dato al glutine.
Rispondendo quindi a un bisogno permanente della specie
umana, il frumento ha subito nel prezzo variazioni minori di
quelle che han subito in generale le altri merci, mutevoli
come i bisogni meno essenziali della vita. In mancanza di
altri procedimenti più sicuri è quindi logico che si sia ricorso
al grano ^ per misurare le oscillazioni di valore dei metalli '
preziosi durante il passato. Mi è un metodo troppo semplice.
Prima di tutto perchè il prezzo del grano non ha avuto in
passato il carattere di relativa stabilità che tende ora ad avere,
essendo da prima quasi affatto locale, e poi perchè nell'ali-
mentazione umana il grano oggidì ha nella nostra civiltà una
importanza sempre minore. Nel bilancio del maggior numero
delle famiglie ora, il pane non assorbe che una parte minima
della spesa totale. Solo in difetto di meglio si può ricorrere
a un metodo così primitivo. Del pari adottare una sola merce
quale che sia la sua importanza, ora che il consumo è così
vario, è assurdo. Cosi, abbandonati questi sistemi troppo sem
plici, i procedimenti, di cui gli economisti si sono avvalsi fi-
nora, possono ridursi a tre tipi fondamentali ; i il sistema
così detto degli index numhers, tanto nella sua forma semplice
e primitiva delle medie aritmetiche, come nella forma più
moderna e migliore delle medie graduate; 2 il sistema che
prende a base dei suoi calcoli i prezzi delle merci importate
ed esportate; 3 il sistema dei cosi detti bilanci familiari, che
dalle variazioni sopravvenute in epoche diverse, in un regime
di vita identico nelle spese di una famiglia, indaga le modifi-
cazioni del livello generale dei prezzi.
* Cfr. Xitti: loc. ciL; De F o v i 1 1 e in E. F. iS giugno 1894;
T. R o g e r s : History of agiiculture and prifcs in England tom. i pa-
gina 245; Far agli a: Storia dei prezzi in Napoli, Napoli, 1878, pa-
gina 211, ecc.
GAP. VII.] I NUMERI INDICI 8)
Gli index numbers sono forse, non ostante l'apparente diffi-
coltà, il mezzo più semplice (anzi, si può dire in qualche caso
il mezzo troppo semplice) per indagare le fluttuazioni del li-
vello generale dei prezzi. Gli index numbers si formano nel modo
seguente; si prendono per una serie di anni, i prezzi di un certo
numero di merci riputate le più importanti, e al prezzo di cia-
scuna merce si attribuisce la cifra loo per l'anno di partenza
[datum line). Le variazioni degli anni successivi si esprimono
mediante il rapporto di tanto per cento. Si è introdotta più
tardi l'abitudine di riunire in una sola cifra i vari numeri in-
dici di ciascun anno e di sommarli. Il totale cosi ottenuto {totai
ifidex numbers) serve a far conoscere lo stato dei prezzi di cia-
scun anno. Questo procedimento, più o meno corretto, è stato
usato da numerosissimi economisti, diffuso dal giornale The
Economist, da Sauerbeck nella Statisi., da Sòtbeer. Si comprende
come più grande è il numero delle merci su cui si calcola, e
maggiore è la probabilità di un'approssimazione più attendi-
bile. Cosi, per esempio. The Economist ha calcolato su 22 merci,
Sauerbeck su 45, Sòtbeer su 114 merci, Denis su 28 *.
Senza dubbio, volendo contentarci di approssimazioni rela-
tive, il metodo dei numeri indici ha molti vantaggi : esso ci
mette in grado di seguire un movimento di prezzi ineguale,
molteplice e variabile. Quando le oscillazioni del prezzo di ogni
merce sono segnate con variazioni al di sopra o al di sotto
della cifra 100, presa come punto di partenza, quando tutte
queste cifre sono sommate insieme, si riveste di un'apparenza
* La bibliografia in N i t t i : loc. cit. V Economist ha come punto di
partenza (datum line) il periodo 1847-18S0; Sòtbeer 1847-1850; Sauer-
beck 1867-1877, ecc. Secondo Sauerbeck, prendendo come punto di
partenza il periodo 1867-77 ( — 100) e calcolando su 45 merci si ha :
1873 •
. Ili (massimo)
1893 .
. 68
1878 .
. 87
1898 .
. 64
1883 .
. 82
1900 .
• 75
1888 .
• 70
1902 .
. 69
I dati del Board of Trade inglese ragguagliando a 100 il periodo
1901-1905 danno per il 1914 la cifra di 120 e successivamente 147.9 per
il 1915, 191-9 per il 1916,250 perii 1917, 277 per il 1918. Ma per tutti
i paesi il maggiore aumento è avvenuto dopo la guerra.
qo SCIENZA DELLE FINANZE [CAP. VH .
concreta quell'astrazione che noi chiamiamo Hvell© generale
dei prezzi.'
Procedimento anche migliore per l'uso dei numeri indici è
quello di Palgrave *, per cui alle medie aritmetiche semplici
si sostituiscono medie ponderate. Dare la stessa importanza al
grano, alla carne, alla lana, al burro, al riso, al thè, al caffè,
all'alcool ecc. è ridicolo : è una specie di unione forzata, di
suffragio universale applicato alle merci. Cosi il procedimento
è stato corretto dando a ciascuna merce la sua importanza
relativa : il voto multiplo si è sostituito al suffragio univer-
sale. Nei numeri indici dello statistico inglese ciascun prezzo
riceve un coefficiente. L' influenza dei vari prezzi è dunque
proporzionata al movimento di affari più o meno considerevole
di cui ciascuna merce è oggetto. Dopo aver eliminato tre
menzioni per il cotone, Inglis Palgrave calcola gli altri 19 ar-
ticoli dell' Economist in quantità e in valore venale, aggiungendo
alla importazione la produzione indigena approssimativa.
Senza alcun dubbio i numeri indici, fatti in base alle medie
graduali, sono di gran lunga preferibili a quelli che ^i basano
su semplici medie aritmetiche, poiché presentano, se non una
grande precisione (le ragioni per cui non possono presentarla
le abbiamo già viste), almeno una sicurezza relativa assai
maggiore. Disgraziatamente la loro compilazione non è della
stessa facilità, né forse lo sarà ancora per molto tempo.
Il total index numhers, comunque ottenuto, ha il vantaggio
di metterci in grado di giudicare sommariamente i perturba-
menti che si producono in quell'astrazione che noi chiamiamo
livello generale dei prezzi. Ma i prezzi non dipendono già sol-
tanto dalla quantità dei metalli preziosi; vi sono ben altre
cause che agiscono direttamente o indirettamente e che ne mo-
dificano la formazione. Tali cause hanno qualche volta carat-
tere permanente, come le variazioni nel costo di produzione
e nel costo di trasporto dei prodotti, e qualche volta hanno
* Palgrave: Third Report on Depression of Trade, I^ndon, 1886,
appendix. B. Cfr. Edgeworth: Memoranda on the hest tnethods of
ascertaining and measuring variations in ths value of the monetary stan
dard — Report of the British Association etc. for. 1887, 1880, 1887 e ai
ticolo in D. of P. E.
ar-
CAP. VII.] I NUMERI INDICI 9I
invece soltanto carattere accidentale e temporaneo, come l'ac-
celeramento degli affari, la loro grande espansione nei periodi
prosperi, il loro ristagno o il loro decadere nei periodi di crisi
commerciale. Vi può essere quindi rialzo o ribasso anche ge-
nerale dei prezzi, senza che vi sia punto riduzione o accresci-
mento di valore dello stesso metallo.
Inoltre vi è grande differenza fra i prezzi all'ingrosso e i
prezzi al minuto : e i numeri indici non esprimono approssi-
mativamente che il movimento di una sola serie di essi *.
Perchè i numeri indici dei prezzi all' ingrosso rispondano
al loro scopo, è necessario che essi siano compilati sopra un
largo numero di merci, che noi crediamo debba essere supe-
riore a trenta, ma che non può in ogni caso essere inferiore;
e che il sistema delle medie aritmetiche semplici sia, per
quanto è possibile, sostituito da quello delle medie aritmetiche
graduate, ottenute aggiungendo alla pioduzione indigena ap-
prossimativa l'ammontare delle importazioni. Nessuno dei nu-
meri indici compilati finora corrisponde alla precisione che sa-
rebbe desiderabile : nessuno forse corrisponderà fino a quando
la statistica dei prezzi, ora ancora quasi dovunque embrionale,
non sarà fatta su basi diverse delle attuali.
43. Oltre questo procedimento dei numeri indici, per mi-
surare le variazioni di valore della moneta ve ne sono due
altri : lo studio delle variazioni dei valori doganali e il metodo
monografico. Il primo è relativamente di facile uso, ha im-
portanza e scopi assai limitati ; il secondo può, se bene usato,
sostituire tutti gli altri metodi e presentare forse una maggiore
sicurezza. Ma le difficoltà inerenti alla natura di questo se-
condo metodo, la poca probabilità di usarlo con assoluta esat-
tezza, rendono un cosi utile strumento di ricerca assai peri-
glioso e difficile.
Fu nel 1858, quando. Levasseur pubblicò il suo libro sulla
* De F o V i 1 1 e : Prix nel Dictionnaire d' economie politique; S e h-
w i e 1 a n d in R. d. E. P. 1828; N i t ti, loc. cit.; Denis: La dépres'
Sion économique et Vhistoire des prix. Bruxelles, 1895, pag. 135, ecc.
92 SCIENZA DELLE FINANZE [CAP. VII.
questione dell'oro *, che il calcolo dei valori doganali venne
forse per le prime volte applicato allo studio delle variazioni
del valore della moneta. In quel tempo le statistiche doganali
francesi davano due valutazioni delle importazioni e delle e-
sportazioni: basate, la prima, sui valori ufficiali determinati
nel 1827, la seconda sui valori attuali fìssati annualmente, dopo
il 1848, dalla Commissione dei valori doganali. Dal confronto
fra queste due valutazioni veniva fuori quindi il rialzo o il ri-
basso dei prezzi di ciascun anno in rapporto ai prezzi del 1827.
Il metodo ha avuto fortuna ed è stato usato più tardi anche
da statistici eminenti.
Senza dubbio, facendo astrazione da ogni cambio all'interno,
e non tenendo conto che dal commercio internazionale si può
facilmente, in base ai prezzi d'importazione e di esportazione,
misurare esattamente il rialzo o il ribas?o dei prezzi da un'epoca
all' altra. Ma il semplice fatto di non tener conto della massa
enorme delle transazioni che avvengono all'interno, le quali sono
dovunque di gran lunga superiori a quelle che avvengono con
l'estero, toglie a questo metodo gran parte della sua impor-
tanza e ne riduce di molto la utilità pratica. Nondimeno la
facilità stessa di usarlo ha indotto molti statistici a ricorrervi
spesso : ognuno però ha creduto di modificarlo in certa guisa,
per renderlo migliore; cosi che è stato diversamente adoperato
da statistici e da finanzieri.
Però bisogna dire che questo metodo, che pure può essere
qualche volta adoperato con vantaggio, non presenta in ge-
nerale alcuna di quelle garenzie che sono indispensabili. La
sua apparente semplicità, diremmo anzi il suo semplicismo, la
facilità stessa di ottenere subito risultati che sembrano sicuri,
ha potuto per molto tempo farlo adottare. La critica più fu-
gace basta invece a mostrare come non abbia base alcuna di
solidità. Se in alcuni casi speciali può essere utilmente usato,
se qualche volta conviene anche di esso avvalersi, bisogna però
dargli soltanto quel valore che ha e non ricorrere ad esso con
fiducia eccessiva.
* L e V a s s e u r : La question de Vor, Paris, 1858. Cfr. De F o v i 1 1 e:
articolo Prix e A r 11 a u n è : La moiinaie, le crédit et le change, Paris.
1894, pag. 26, ecc.
CAP. VII.] LE MONOGRAFIE Di FAMIGLIA 93
Vi è un terzo metodo : quello delle monografie di famiglia,
utilissimo per confrontare lo variazioni del valore della mo-
neta in periodi lontani, metodo che è assai usato dagli storici.
Lo hanno adoperato con molto vantaggio, oltre il De Foville,
r abate Hanauer per l'Alsazia, C. Guyot per la Lorena, il
visconte d'Avenel per tutta la Francia e, fino a un certo
punto, Thorold Rogers per l'Inghilterra *.
Questo metodo consiste nel prendere in esame il bilancio di
una famiglia con le parti ineguali che vi rappresentano neces-
sariamente le diverse categorie di spese: nutrimento (pane,
carne, bevande ecc.), vestiario, alloggio, riscaldamento. Si ri-
cerca quindi ciò che sarebbe costato, in ciascuna dei due
periodi che si confrontano, un regime di vita identico. Il con-
fronto delle medie di questi bilanci familiari, ottenute in tal
modo, permette di valutare le variazioni avvenute nel livello
generale dei prezzi.
Quando si vogliono indagare le condizioni di esistenza del
passato e si ha quindi bisogno di conoscere il valore della
moneta in periodi differenti, solo questo metodo può dare ri-
sultati efficaci. Per epoche assai lontane è infatti a dirittura
impossibile valersi degli index numbers, quando anche per
r epoca presente le difficoltà sono si numerose e si gravi.
Lungi dal poter calcolare sopra i prezzi medi reali, noi do-
vremmo contentarci di cifre arbitrarie; lungi dal poter avere
medie graduate relativamente sicure, noi dovremmo attri-
buire a ogni merce un valore arbitrario. Il metodo dei bilanci
familiari è invece non solamente l'unico che presenti garen-
zie di sicurezza, ma anche l'unico possibile, quando si tratti
di confrontare periodi non molto vicini.
Il visconte d'Avenel, nella sua opera sulla storia dei prezzi
in Francia dal 1200 al 1800, come nelle altre sue ricerche, ha
voluto seguire anch'egli questo metodo come il più sicuro e
il migliore. È facile, egh scrive, quando si possiedono moltis-
sime cifre, confrontare i prezzi della vita di un'epoca deter-
* D e Foville: op. cit. Hanauer: Études économigues sur VAlsace,
Rogers:©^. cit.; C. G u y o t ; Le paysan lovrain; ecc.
à
94 ^CtÈKÉA DELLE FINANZE [cAP. VÌI.
minata. Questo calcolo si fonda su basi assolutamente positive
per la massa popolare, il cui consumo è ristretto a un pic-
colo numero di oggetti di prima necessità; e si fonda anche
su dati solidi quando si studiano le classi ricche o agiate, per-
chè s'introduce nelle loro spese una parte sempre maggiore
di oggetti di godimento o di lusso. In tutti questi casi si
prende per punto di partenza, a due periodi diversi, una cifra
fissa che rappresenta le entrate, e addizionando la somma dei
bisogni e dei godimenti ai quali questa cifra risponde, se ne
conchiude, se esso ne rappresenta due, tre o quattro volte più,
che il potere acquisitivo della moneta era due, tre o quattro
volte più elevato a un periodo che a un altro. Si trovano cosi
per la classe ricca, per la classe agiata, per la classe operaia
tre poteri della moneta speciali e differenti, di cui ciascuno
deve essere ricercato a parte, e che servono di tipi. Per la
Francia, partendo dai dati più recenti, il d'Avenel ritiene che
si possano dividere i redditi in tre categorie : redditi al di
sotto di 2.500 lire per famigha o per individuo isolato e che
rappresentano il 60 o/o della massa totale; redditi da 2.500
a 7.500 lire e che rappresentano il 30 per o/o ; e infine red-
diti superiori a 7.500 lire e che rappresentano soltanto il
IO o/o. Volendo misurare il grado di agiatezza dei francesi
contemporanei con quello di cento, di duecento, o di cinque-
cento anni or sono, non si devono quindi che moltiplicare le
suddivisioni nel seno di ciascuna di queste tre categorie. I vari
poteri acquisitivi particolari della moneta, che si appUcano a
ciascuna di queste classi e che, riuniti insieme, formano il
potere generale o comune dei metalli preziosi nella proporzione
di 60, 30 a IO o/o, non sono essi medesimi che le medie della
potenza di acquisto delle somme che compongono il bilancio
probabile di ciascuna categoria.
Ogni bilancio familiare si divide, naturalmente, in due parti;
l'entrata e la spesa. I salari dei lavora'tori, gli stipendi degli
inservienti e dei piccoli impiegati, il valore di quella parte
del prodotto che si ha dai contadini, che dividono col proprie-
tario il prodotto della terra la quale essi coltivano, sono le
fonti, d'altronde a bastanza semplici, dell'entrata delle masse
popolari. Le spese non sono meno semplici, esse si attengono
CÀf . VII.] LE MONOGRAFIE DI FAMIGLÌA 05
d'ordinario all' alimentazione, al vestiario, al riscaldamento e
illuminazione e alla casa e, solo in alcune epoche, ad alcune
forme di piccolo lusso. Le spese si allargano e si complicano
nella classe agiata; diventano numerose, molteplici e estre-
mamente diverse nella classe ricca, ove i bisogni fittizi pren-
dono il sopravvento e fra le spese figurano, in parte note-
volissima, le derrate più ricercate, i mobili e i vestiti di
lusso; i cavalli, le vetture, i gioielli, i libri, i viaggi e una
infinità di altre cose, che variano da epoca a epoca e da
luogo a luogo.
I bilanci familiari, come metodo per ricercare le variazioni
del valore della moneta tra periodi molto distanti fra loro,
presentano sugli altri sistemi vantaggi considerevoh. Mediante
essi noi possiamo non solo ottenere una misura relativamente
esatta delle variazioni di valore della moneta, ma possiamo,
ciò che è più, valutare come queste variazioni agiscano sulle
differenti classi sociali, e riesciamo, in base allo stesso me-
todo, ad estendere il campo delle nostre ricerche anche ad
epoche lontane.
Nella compilazione dei bilanci familiari, allo scopo di ri-
cercare le variazioni di valore della moneta, è necessario :
I fare tanti tipi di bilanci per quanto la forma di distribu-
zione della ricchezza, nel paese e nel tempo in cui si vive,
richiede; 2 studiare da prima la potenza di acquisto della
moneta in ciascuna classe di popolazione e solo dopo stu-
diarne la potenza generale^ comune; 3 attribuire a ciascun
bilancio un valore proporzionale alla quantità della popola-
zione, sottomessa a ciascun regime di vita studiato dai vari
bilanci.
Arrivati a questo punto, noi dobbiamo però dichiarare che
non esiste nessuna misura delle variazioni di valore della mo-
neta veramente esatta, e che forse il problema è, se non teori-
camente, praticamente insolubile. Analisi, medie, sintesi non
hanno che valore assai scarso di relativa approssimazione.
Quando noi sappiamo i prezzi di ciascun articolo in epoche e
in luoghi determinati, noi possiamo al più determinare ciò
che costerà in più o in meno ciascuna quantità o la vita di
una famigha. È un errore il credere all'esistenza di una va-
gO SCIENZA DELLE FINANZE [CAP. Vii.
riazione esattamente misurabile nel piezzo della totalità dei
beni sopra mercati diversi e in periodi diversi, poiché non e-
siste nessuna misura delle variazioni estrinseche della moneta.
Le variazioni dei prezzi sono assai difficilmente uniformi sia
in grado, sia in direzione, ogni spiegazione che si tenta di dare
non risponde quindi assai spesso alla realtà. Dire se ogni va-
riazione dei prezzi si debba attribuire al valore intrinseco della
moneta o a quello di date merci, o, come spesso accade, a
tutte due, non si può con i metodi usati, i quali, come bene
dice Henger, danno spesso una mediocre probabilità e spesso
non danno niente *. A base dei metodi in uso, ha scritto
Henger, si trova una confusione di problemi; i loro calcoli sono
di un interesse incontestabile per determinare, per quanto è
possibile, il movimento del valore estrinseco del numerario,
ma quanto a quello del suo valore intrinseco, il problema più
importante dell'economia politica dei nostri giorni non ci ap-
prende nulla.
Il valore di ciascuno dei metodi in uso si limita dunque solo
alla possibilità di studiare le variazioni del valore estrinseco
della moneta, e la bontà di ciascuno di essi sta proprio nel
grado in cui corrisponde a questo scopo.
Dopo la guerra europea il valore della moneta ha avuto
grandi variazioni. Tutti i confronti in questo periodo transi-
torio, che durerà almeno dieci anni, sono dunque estrema-
mente difficili e fallaci. Si può però dire che nei paesi vinci-
tori i prezzi sono aumentati in proporzione del 250 al 700
per cento e nei paesi vinti l'aumento è anche maggiore.
///. 5^ si possa misurare la ricchezza di una nazione in
periodi di tempo differenti e di diverse nazioni nello stesso pe-
riodo.
44. Questo problema interessa del pari l'economia pub-
blica, la statistica e la finanza : e la sua soluzione ha per gli
uomini politici un grandissimo valore. Infatti è solo la cono-
scenza del grado di ricchezza di una nazione che può essere
guida sicura nella politica finanziaria. Bisogna riconoscere però
* M e n g e r : art. cit.
CAP. VII.] LA RICCHe;2ZA dELLE NAZIONI 97
che se grandi progressi si sono realizzati in questa materia,
gli ostacoli non sono ancor tutti vinti e che i procedimenti
seguiti non sono del tutto rassicuranti.
Quando si trattasse di indicare la ricchezza privata di un
solo individuo ò di una famiglia, il procedimento non sarebbe
difficile. Si potrebbe indicare metricamente la quantità di ric-
chezze: tanti ettari di terreno, tanti e tali oggetti; o pure si
potrebbe indicare il valore di essi, con un multiplo della unità
di valore prescelta e dire che un individuo ha 100 mila o
200 mila lire. Ma ben diverso è il caso di un gruppo di indi-
vidui, di cui alcuni considerino una stessa cosa come ricchezza
altri no, appunto perchè diversi sono le situazioni e i bisogni;
e più differente ancora è il caso di gruppi di individui, che
hanno bisogni diversi e diverso consumo.
Ora si considerano come ricchezze molte cose che prima non
erano tali, e viceversa molti oggetti che prima erano conside-
rati ricchezze ora non hanno più questo carattere, essendo
venuta meno la utilità che era loro attribuita. Mutando i
tempi, scompaiono bisogni che piima erano, e compaiono a
lor volta bisogni che prima non erano. Fra le ricchezze di
una nazione un secolo fa; figuravano ricchezze che ora o non
si conoscono o non si adoperano più, e figurano ora tante al-
tre che prima erano del tutto ignote. Anche nei confronti at-
tuali gli errori di apprezzamento difficilmente si possono evi-
tare. Supponiamo che un paese abbia dalla natura una grande
rete di fiumi navigabili; un altro invece spenda un miliardo
per costruire dei canali, che nondimeno adempiono molto meno
bene che i fiumi, nel caso precedente, alla funzione di vie
d'acque e di mezzi d'irrigazione. Così, per i patrimoni privati.
Se nella ricchezza noi dovremo in Inghilterra calcolale la quan-
tità dei carboni necessari al riscaldamento; in un paese dove
la spesa per il riscaldamento quasi non esiste, come a Napoli,
il criterio che ci dovrà guidare sarà differente. L'utilità di ogni
raffronto suppone almeno una relativa identità di condizioni
naturali e di bisogni.
Ora, trattandosi di valutare la ricchezza di un gruppo di
individui e di una nazione intera in un tempo determinato, il
solo criterio pratico che si possa seguire è di considerare co-
N i t t i. 7
gS SCIENZA DELLE FINANZE [CAP. VII.
me ricchezze ciò che anche una parte della società considera
come tali, e in generale di comprendere tutto ciò che costi-
tuisce materia di scambio. Quindi non soltanto i beni diretti,
ma i beni strumentali (ferrovie, canali, strade, opifici, ecc.)
vanno compresi nel calcolo, quando si voglia conoscere la ric-
chezza di un paese determinato.
Ma la difficoltà maggiore consiste sempre nello stabilire
confronti fra gruppi differenti di uomini. Un paese che co-
struisce con spese ingenti canali di cui un altro paese fa a
meno, avendo ottimi fiumi navigabili, è forse, appunto per la
sua stessa difficoltà naturale, in condizione più vantaggiosa.
Or come si può mettere nella sua ricchezza la spesa occorsa
per costruire i canali ? La situazione dei paesi caldi o tem-
perati in paragone dei paesi freddi non è diversa; poiché, men-
tre i primi hanno beni gratuiti i secondi hanno ricchezze one-
rose. Quando vi siano gruppi sociali in condizioni analoghe e
nella stessa civiltà, il raffronto dunque è tanto più vantag-
gioso che quando si tratti di gruppi e civiltà differenti. Ben
diverso è il caso nei confronti con il passato : molti bisogni
essendo scomparsi, moltissimi altri essendone apparsi e le con-
dizioni di esistenza essendo mutate. *
Né minore è la difficoltà di indicare e misurare le ricchezze
di società differenti, non essendo di vantaggio alcuno enume-
rarle soltanto o indicarle metricamente (tanti campi, tante
case, ecc.) ed essendo assai difficile calcolare tutte le cose in
base al loro valore di scambio. Il calcolo si complica con al-
tre difficoltà.
Infatti, per stabilire confronti occorre indicare le ricchezze
mediante il loro valore di scambio, cioè trovare una unità di
valore comune. Ora, poiché tutte le ricchezze hanno cambiato
di valoie, e la moneta ha cambiato come e più delle altre,
occorre poter calcolare il coefficiente di variazione del valore
della moneta. E come questo calcolo sia difficile, sanno tutti
coloro che l'hanno tentato.
Si tratta m ogni modo di uno dei più conijìlessi problemi
dell'economia sociale e, benché i risultati ottenuti finora siano
vantaggiosi, pure sono assai scarsi.
Kl\ VII.] LA RICCHEZZA DELLE NAZloNl 99
IV. Dei metodi seguiti per calcolare la ricchezza di una na-
zione.
45. Secondo la denominazione comunemente in uso, si
deve distinguere tra ricchezza pubblica, ricchezza privata e
ricchezza nazionale.
La ricchezza pubblica comprende tanto i beni di patrimonio
dello Stato e degli enti locali, quanto i beni di demanio
pubblico, come le strade, i canali, le fortificazioni ecc. In
altri termini la ricchezza pubblica è quella posseduta dallo
Stato e dagli enti di diritto amministrativo. La ricchezza
privata è costituita dalla somma dei patrimoni privati ap-
partenenti a persone fisiche o giuridiche di diritto privato,
come le società commerciali di qualsiasi natura, i consorzi
agrari ecc. La ricchezza nazionale è costituita dall'insieme della
ricchezza pubblica e della ricchezza privata.
È evidente che la stima dei beni comuni, cioè il calcolo
della ricchezza pubblica di ciascuna nazione non può esser
fatta che con gli stessi criteri di quella delle ricchezze pri-
vate. Anche dove sono leggi che dichiarano tutto o parte della
proprietà collettiva inalienabile, i beni che la costituiscono pos-
sono sempre valutarsi in base al loro costo di riproduzione, se
non sempre in base al loro valore di scambio. Ma in qual
modo si può misurare la ricchezza privata di una nazione ?
e con quali proeedimenti ? Il procedimento più in uso è
quello adoperato da de Foville, il noto ad elegante statistico
francese *.
Ogni anno avvengono successioni per causa di morte o trasfe-
rimento di proprietà tra vivi. Cosi, tutte le ricchezze possedute
dai privati in una serie di anni passano traverso l'imposta di
successione, e si rinnovano le persone che possiedono le pro-
prietà private. Tutto ciò che noi possediamo, prima o dopo
sarà espropriato dalla morte ; e quando la garde montante, co-
me cantano i soldati della Carmen, rimpiazzerà la garde de-
scendante, bisognerà partire, come siamo veduti al mondo.
* DeFoville:La France économique, pag. 504 e seg.; e articoli
nell'E. F. del 1878, del 1879, del 1881, del 1882 e del 1890 ; conferenza
La fortune de la France, 14 marzo 1885.
tDO SCIENZA DELLE ElNANZE [cAP. Vtl.
con le mani vuote. L'intervallo fra due generazioni in Fran-
cia era calcolato in trentacinque anni. Tenendo conto non solo
delle successioni, ma anche delle donazioni tra vivi, delle
costituzioni di dote e degli assegni fatti dai genitori ai figli,
poiché le donazioni, le doti e gli assegni non sono che suc-
cessioni anticipate, si avrà la base del calcolo.
Supponiamo che si trasmettano presso a poco sei mi-
liardi all' anno: basterà moltiplicare questa cifra per la du-
rata media della generazione per avere 1' ammontare delle
ricchezze private. Senza entrare nei dettagli del calcolo si può
ben dire che questo metodo è il meno insicuro e anche quello
più generalmente in uso. Se la vita media di un paese è di
35 anni e i beni trasmessi per le successioni o donazioni in
un biennio sono in media di un miliardo, si può ritenere che
l'ammontare della ricchezza privata sia presso a poco di
35 miliardi.
Naturalmente, in questi calcoli bisogna procedere con molta
ponderazione e anche non contare che su risultati di appros-
simazione. La vita media è diversa da paese a paese : è di-
versa tra i due sessi; è maggiore ora che non in passato.
D'altronde nei paesi dove le imposte sono troppo gravi, gh
eredi cercano, quanto piii è possibile, attribuire un valore mi-
nore ai patrimoni ereditati ; e sopra tutto i titoli al portatore
sfuggono e sfuggono anche, oltre i titoli al portatore, le pic-
colissime successioni, i doni fatti brevi manu, ecc. Più le im-
poste di successione sono gravi, e maggiore è la tendenza a
evaderle. Ma non basta. Per quanto gli agenti del fìsco siano
oculati, sono nella impossibilità di colpire tutto : e le omis-
sioni ed occultazioni sono in tutti i paesi frequenti. In Italia
la direzione generale delle tasse calcola che i|4 dei beni
trasmessi sfugga alla imposta di successione ; in altri paesi le
proporzioni sono qualche volta minori, sempre però sono rile-
vanti. È da notare anche che, più che la vita media, occor-
rerebbe sapere à^ sopravvivenza media degli eredi a coloro da
cui ereditano : e questo dato si può ottenere molto appros-
simativamente. In Francia la sopravvivenza è calcolata in
36 anni : ma de Foville 1' ha ridotta a 35.
Vi è poi un metodo diretto di valutazione che è stato ado-
CAP. VII.] IL CALCOLO DELLA RICCHEZZA lOI
parato da Leon Say, da Neymarck e da altii specialisti ; e
consiste nel calcolare direttamente il valore dei beni mobilie
dei beni immobili sulla base sopra tutto dei ruoli delle impo-
ste, applicando in seguito al reddito che ne risulta un tasso
di capitalizzazione.
È presso a poco ciò che ha fatto Giffen per l'Inghilterra*.
In Inghilterra esiste, come è noto, l'income tax, che forma
un'imposta generale cui non sfugge alcuna forma di reddito.
E poiché r imposta era prima della guerra tenue e non rag-
giungeva in alcun caso gli eccessivi saggi che in altri paesi
inducono i contribuenti a nascondere la verità e a celare la
vera entità dei redditi; e poiché le denunzie sono quindi ri-
spondenti in generale alla realtà, si può più che altrove ba-
sarsi sulle dichiarazioni dei contribuenti. Neil' income tax i
redditi sono divisi secondo la loro natura originale : redditi
fondiari, divisi a lor volta in case e terreni ; redditi mobiliari
che comprendono i redditi industriali, personali derivanti da
titoli di credito ecc. Giffen applica un coefficiente speciale di
capitalizzazione, tenendo conto della natura e specialmente
della durata del reddito. Basandosi su questi criteri R. Giffen
calcolava nel 1874 la somma dei valori esistenti in Inghilterra
in otto miliardi e mezzo di sterline.
Nel 1885, in base allo stesso metodo, calcolò la ricchezza in
IO milioni di sterline.
Questi sono i due principali metodi adoperati ed è difficile
che un metodo migliore del primo possa essere comunque ado-
perato ; non ostante tutte le sue imperfezioni, esso è un
♦Giffen: Essays in Financc. London, 1882, pag. 169. Sui procedi-
menti statistici e sulle ricerche fatte per calcolare la ricchezza e la capi-
talizzazione dei principali paesi cfr. fra i molti scrittori: B o d i o : Di
alcuni indici misuratori della ricchezza privata in Italia, Roma 1891; N i 1 1 i
La ricchezza dell'Italia, Napoli, 1905; la Correspondance relative to the
hudgets of various countries, London, 1877 {Cobden duh); Leroy Beau-
1 i e u : Traité voi. II. pag. 142; S o t b e e r : Umfang und Vertheilung
des Volkseinkommens, ecc. Leipzig 1879; Neumann SpaUart:
Uebersichten Veltwirtschaft, Stuttgart, i886, numero II; Engel, nel
B. I. S. 1887; T u r q u a n : Evaluation de la fortune priv^e en Franca
nella R. d. E. P. del 1900; ecc. ecc.
1132 SCIENZA DELLE FINANZE [CAP. VII.
mezzo poderoso di approssimazione e fa grande onore allo
statistico eminente che l'ha per primo adoperato.
F. // reddito nazionale e la capitalizzazione annuale di ciascun
paese.
46. Se conoscere l'ammontare della ricchezza privata di
un paese ha grande importanza per l'economia pubblica, per
la finanza e perla politica generale, importanza non minore
ha calcolare il reddito nazionale e la capitalizzazione annuale
di ciascun paese. Infatti, è solo la conoscenza del reddito an-
nuale di una nazione che mette in grado di valutare l'onere
delle imposte. Supponiamo che i cittadini di un paese diano
allo Stato e agli enti locali 2 miliardi all' anno. Sarà ben
diverso il caso se il reddito di tutti i cittadini sarà di 4, di
IO o di 40 miliardi. Nel primo caso i cittadini daranno 50 per
cento, nel secondo 20 per cento, nel terzo solo 5 per cento
delle loro entrate per i bisogni collettivi. Del pari, conoscere
la capitalizzazione, cioè il risparmio annuale di ciascun paese,
la differenza tra la produzione e il consumo, importa non
meno. Se un paese non risparmia che 300 milioni all' anno,
sarà atto di inconsideratezza finanziaria gittare in una volta
sola sul mercato un prestito di un mihardo.
Il reddito annuale di una nazione consta dell'insieme dei red-
diti individuali, cioè di tutte le entrate di cui dispongono i
cittadini che ne fanno parte. È evidente che se la entrata
lorda di un commerciante è di ventimila lire e se egli, dopo
aver pagato salari, affìtti, ecc. non guadagna al netto che cin-
quemila lire, è quest' ultimo reddito che bisogna calcolare ;
del pari, se un coltivatore consuma egli stesso con la sua
famiglia il grano e le derrate agricole che ha prodotto, non è
che non bisogna attribuirgli alcun reddito, ma si deve invece
attribuirgliene uno pari al valore dei prodotti annualmente
consumati. Se non si segiiissero questi criteri, si accrescerebbe
o si diminuirebbe erroneamente il reddito della nazione intera.
Poiché le imposte colpiscono tutte le forme di reddito, si
può, tenendo conto della differenza dei loro saggi, calco-
lare lo ammontare di tutta la massa del reddito nazionale ;
CAP. VII.] IL REDDITO NAZIONALE IO3
bene inteso che i dati della imposta vanno corretti e com-
pletati.
Nei paesi dove le imposte sono gravissime, si può ammet-
tere senza difficoltà che i saggi stabiUti dalle leggi non si ap-
plichino se non in misura assai hmitata. Questi calcoli non
sono nuovi. Sopra tutto per la Francia e per l'Inghilterra ve
ne sono alcuni molto antichi, se non molto sicuri.
Ma quel che occorre sopra tutto tener presente è quanto cia-
scuna nazione capitalizza ogni anno, cioè il suo risparmio
annuale. È solo quest'ultimo elemento che mette in grado di
vedere se un paese progredisca o non sulla via della ricchezza,
e se la pressione tributaria sia o non tale da impedire o da
ostacolare il formarsi di nuova ricchezza II risparmio di una
nazione è uno dei principali agenti della sua prosperità; esso
permette di accrescere la produttività delle industrie esistenti
e stimolare le industrie nuove.
Una nazione può capitalizzare in parecchi modi: i, destinando
nuove ricchezze o ad accrescere le industrie antiche o a for-
marne nuove ; cosi, se in un anno un paese migliora le sue terre,
pianta boschi, fa sorgere opifìzi nuovi per cento milioni, vuol
dire che di egual somma è cresciuta la ricchezza nazionale in
paragone dell'anno precedente; 2, destinando attività personali
e ricchezze a formazione di beni durevoli invece di consumare
le ricchezze prodotte; cosi, per esempio, quando costruisce una
ferrovia o un porto che saranno compiuti solo fra venti anni;
3, infine, semplicemente risparmiando e ammassando beni in
previsione di accrescimento della utilità di essi. Risparmiare
per un individuo vuol dire semplicemente astenersi dal consu-
mare ricchezze di cui si ha la disponibilità ; il risparmio di tutta
una nazione va considerato diversamente di quello fatto dai
singoli individui. Un individuo può risparmiare in moneta e
non fare uso di questa moneta in ninna guisa; può usarla male,
quando si decida a usarla. Allo stesso modo, noi non possiamo,
date le leggi statistiche, dire se un individuo agirà in un modo
o in altro sotto la pressione di una stessa causa. Ma una massa
d'individui si presenta assai diversamente: essa offre in gene-
rale una regolarità assai grande. Ora tutti coloro che semplice-
mente risparmiano non tanno per una nazione che capitalizzare:
104 SCIENZA DELLE FINANZE [CAp. VH.
essi determinano infatti la formazione di tutte le intraprese.
E sia che più tardi diano a prestito ad altri paesi sia che prima
o dopo adoperino le ricchezze risparmiate nell'interno della
nazione, il risparmio di tutta la nazione si confonde con l'in-
vestimento, ed è esso stesso una forma di capitalizzazione *.
47. Quando si parla di capitalizzazione di un paese si dà
spesso a questa parola un significato molto largo: cioè sempli-
cemente quello di rinunzia a un bene presente o prossimo per
avere un bene più grande. Ma in realtà, presa in tal senso la
capitalizzazione, niun calcolo è possibile e il concetto stesso
non risponde a criteri di natura economica. La costruzione di
una piramide o la creazione di un grande museo sono cose
eccellenti, poiché fra le gioie maggiori dello spirito sono quelle
derivanti dalla bellezza : ma non si può dire che accrescano il
patrimonio di una nazione. Ma è senza dubbio opportuno limi-
tare il concetto di capitalizzazione a quello che esso è realmente:
creazione di strumenti di produzione. Di quanto si accresce la
quantità di questi ultimi, di tanto aumenta il capitale nazio-
nale. Quindi il miglior modo per conoscere la capitalizzazione
annuale di un paese è vedere quante nuove industrie sono
sorte, di quanto le antiche sono cresciute, quali miglioramenti
sono stati introdotti neiragricoltura, quali investimenti nuovi
sono stati fatti, ecc.
In generale, la diversa capitalizzazione di ciascun paese di-
pende da cause melteplici. Prima di tutto è lo spirito di eco-
nomia più o meno largo presso i vari popoli: coeteris paribus,
come direbbero i matematici, i tedeschi hanno una tendenza
a capitalizzare più grande dei loro vicini, uno spirito di fru-
galità maggiore. Rinunziare a beni presenti per beni futuri più
grandi, dipende da uno stato particolare di animo e da una
* I progressi della prodvizione possono agire diversamente. Infatti gli
uomini, mediante essi, possono : i capitalizzare, risparmiando una parte
delle ricchezze prodotte per investirle in seguito nella produzione; 2 au-
mentare il loro numero, per avere in seguito più grande numero di produt-
tori. Ciò avviene nei paesi primitivi con una grande natalità, nei paesi
ricchi con una maggiore diu-ata tlella vita; 3 aumentare il loro consumo; 4
diminuire it loro lavoro. Si trovano tipi di società ove prevale in varia in-
tensità ciascuna o più di una di queste tendenze.
CAP. VII.] LA CAPITALIZZAZIONE I05
educazione speciale dello spirito. Come vi sono uomini che
pensano all'avvenire più che al presente, cosi vi sono popoli
i quali lavorano sopra tutto ad aumentare il loro reddito. Vi
sono popoli che accumulano ricchezze ed altri che tendono a
capitalizzare il loro reddito sotto forma di uomini *• Un se-
condo fattore di capitalizzazione è nella produttività degli im-
pieghi aperti ai capitali privati : e la produttività dipende
prima di tutto dal maggiore o minore bisogno che se ne ha, e
anche da tutte le condizioni politiche e sociali : stato di sicu-
rezza, legislazione, sistemi tributari, ecc. Nei paesi nuovi e poco
popolosi il processo di capitalizzazione è d'ordinario più rapido
che nei paesi vecchi e densi. Infine, contribuisce energicamente
a determinare la misi ra della capitalizzazione annuale di cia-
scun paese il grado stesso di ricchezza cui esso è pervenuto.
Se i primi stadi sono difficili a sorpassare, gli stadi ulteriori
sono sempre più facili. Se la prima capitalizzazione riesce pe-
nosa, la difficoltà diminuisce man mano.
La fa;;e che traversa ora l'Europa è fra le più difficili di cui
la storia abbia ricordo. La emissione di carta moneta ha dato
in molti paesi la illusione della ricchezza, ma l'aumento enorme
dei prezzi rende più difficili le condizioni della vita.
I calcoli riportati in seguito sono tutti anteriori alla guerra.
Calcoli, dopo la guerra, non è possibile fare.
Prima della guerra l'Europa rappresentava agh effetti della
produzione e degli scambi come una unità vivente : i cambi
fra un paese e l'altro erano assai bassi. Vi erano solo piccole
differenze. Tutti i paesi più importanti aveano la loro moneta
alla pari. Dire che un paese avea una ricchezza complessiva
di circa 50 miliardi e un altro di loo significava che il primo
paese avea metà della ricchezza del secondo.
j\Ia ora tutta l'economia dell'Europa è profondamente tur-
bata. La moneta è deprezzata per l'enorme svilimento deri-
vante dalla carta moneta: i prezzi sono cresciuti dal 200 al
700 per cento nei paesi vincitori; in proporzione ancor più
grande in alcuni paesi vinti.
II cambio presenta fenomeni quasi ignorati : vi sono paesi
* Sull'importanza dei capitali personali cfr. Pareto: op. cit., voi. l.
Io6 SCIEN7A DELLE FINANZE [CAP. VII.
che perdono sulla loro moneta il loo, altri il 200, altri il 400,
altri assai più.
Una terra che si vendeva al prezzo di i.ooo si vende ora
in alcuni paesi 3 mila, in altri 5 mila, ciò non vuol dire che
dia una massa di prodotti tre o cinque volte superiore; spesso
dà in complesso una produzione minore. Ma siccome i prezzi
sono aumentati da tre a cinque, cosi anche le terre, le case,
alcuni valori mobiliari seguono le stesse proporzioni; calcolando
sui valori successori attuali o sulle imposte sui redditi si ha
la sorpresa di trovare una ricchezza dei cittadini di gran lunga
maggiore. In realtà solo le cifre sono più alte. La moneta ha
perduto valore e quindi i beni espressi in moneta, raggiun-
gono cifre altissime * in realtà la produzione è assai diminuita
dopo la guerra, tutta l'Europa è in disordine, alcuni paesi sono
minacciati dalla carestia e dalla fame: tutti risentono, sia pure,
in diversa misura, della rottura dell'equilibrio economico.
Secondo alcuni calcoli presentati doÀVInstitute of bankers di
Londra, il Belgio ha perduto per causa della guerra il io
per cento della sua ricchezza; la Gran Brettagna il 12;
l'Italia il 22; la Francia il 22.6. Se le richieste di indennità sta-
bilite dai trattati di pace dovessero essere mantenute, la Ger-
mania avrebbe perduto gran parte della sua ricchezza. L'Ame-
rica, l'Ungheria, la Polonia sono ridotte a condizione di estrema
povertà. La guerra, al contrario, ha avuto per effetto di ar-
ricchire straordinariamente alcuni paesi neutrali : gli stati Scan-
dinavi, r Olanda, la Danimarca, sopra tutto la Spagna. Ha
anche aumentato notevolmente la ricchezza degli Stati Uniti
di America e in misura assai minore del Giappone.
I paesi debitori si sono trasformati in paesi creditori ; monete
deprezzate prima della guerra sono ora molto apprezzate. È
stato tutto un sovvertimento di rapporti di cui soffrono gli
stessi paesi creditori e neutrali, perchè l'altezza dei cambi li-
mita le esportazioni e determina crisi industriali. Ciò che è
evidente è che, nel suo complesso, tutta l'Europa è assai più
povera e tutti i paesi sono minacciati, sia pure in diversa misu-
ra, da una grande decadenza economica.
È anche vero che se, prima della guerra, era difficile fare
confronti, ora è quasi impossibile.
CAP. VITI.] RICCHEZZA E IMPOSTE I07
La -ricchezza privata dell'Italia prima della guerra si poteva
valutare su circa loo miliardi di lire : espressa in lire italiane,
dati i prezzi attuali delle terre, delle case, dei titoli mobiliari
è di almeno 250 miliardi. Ma, in realtà, è minore, che prima
della guerra.
La ricchezza francese si poteva indicare approssimativamente
fra 200 e 250 miliardi prima della guerra : espressa in franchi
ai prezzi attuali è ora di almeno 600 miliardi ; nondimeno è
diminuita notevolmente. La ricchezza britannica che era di
416 miliardi, ai prezzi attuali si può esprimere in quasi 700
miliardi.
La svalutazione della moneta fa esprimere con cifre superiori
una ricchezza diventata minore.
Per questa ragione i debiti pubblici diventati enormi sono in
realtà minori che in apparenza, perchè non possono essere con-
frontati a quelli di prima della guerra.
La guerra ha mutato tutte le situazioni e spostata notevol-
mente la distribuzione della ricchezza. Dovunque le classi a red-
dito fisso sono state danneggiate. In particolar modo hanno
sofferto coloro che possedevano titoli pubblici e ricchezze mo-
biliari che non si sono avvantaggiate della guerra.
Valutazioni dell' ammontare della ricchezza e comparazioni
sono, dunque ora più che mai difficili, se non impossibili.
Si può dire senza difficoltà, che la capitalizzazione è ancora
assai scarsa, che non si capitalizza a bastanza, né meno nei
paesi più ricchi, per i bisogni crescenti della produzione e del
consumo e data la enorme distruzione di ricchezza che la
guerra ha portico.
Vili.
La ricchezza privata
E l'onere dei contribuenti nei paesi moderni.
48. I procedimenti statistici per valutare la ricchezza pri-
vata in ciascun paese sono, come abbiamo visto, estremamente
complicati. E anche per le ragioni già dette, i confronti fra
I08 SCIENZA DELLE FINANZE [CAP. Vili.
un paese e un altro sono necessariamente fondati su fragili
basi, essendo diversa la situazione dei paesi che si confrontano
e diversi i bisogni : ed essendo ad alcuni necessario investire
grandi masse di ricchezza per procurarsi beni che sono per altri
paesi gratuiti.
I calcoli che saranno qui riferiti hanno dunque una impor-
tanza assai relativa; i modi di valutazione essendo inoltre non
sempre identici e mancando molte di quelle condizioni che pos-
sono rendere la comparizione attendibile. Nondimeno vale la
pena di riferirli, poiché, non ostante tutti gli inevitabili errori,
il confronto riesce vantaggioso.
Se i governi mettessero maggior cura nel raccogliere i dati
che si riferiscono all'ammontare della ricchezza privata, si ot-
terrebbero facilmente risultati più attendibili. Il governo degli
Stati Uniti fa ogni dieci anni, insieme al censimento della po-
polazione, quello delle risorse, dei valori e delle ricchezze del
paese. Secondo il census del 1890 la ricchezza degli Stati Uniti
potea valutarsi a circa 1000 dollari per abitante; mentre era di
870 dollari nel 1880, di 780 nel 1870 e di 514 nel 1860. La
ricchezza di tutti i cittadini degli Stati Uniti, secondo il supe-
rinfendant del censimento americano, potea nel 1890 valutarsi
in 65 milioni di dollari, e nel 1900 in 94 miliardi (470 miliardi
di lire; per abitante lire 6,159); dopo la guerra in 210 miliardi
di dollari.
Probabilmente la ricchezza dell'Inghilterra esposta in lire
alla pari era prima della guerra di circa 350 miliardi, quella
della Francia di oltre 280; la ricchezza dell'Italia oscillava, se-
condo diversi calcoli, tra 105 a no miliardi *.
* Ecco, quale era, prima della guerra, l'ammontare probabile della ric-
chezza in alcuni stati di Europa :
miliardi di lire
Inghilterra secondo la Tesoreria l'anno 1886 235
»
Giffen
1894
291
Francia
De Foville »
1905
208
»
Turquan »
1898
214
Prussia
Sotbeer .
1893
85
Austria
Inama-Sternegg »
1892
61
Ungheria
a > »
1892
23
GAP. Vili.] L*ONER£ DELLE ImPOSTÉ tCC)
La ricchezza privata posseduta dai cittadini è una parte della
ricchezza nazionale: lo Stato e gli enti locali possiedono anche
una massa di ricchezza pubblica, in parte fjuttifera e in parte
non fruttifera, composta dal demanio fiscale e dal demanio pub-
blico. Comparando le cifre della ricchezza privata e quella
dei tributi, occorre quindi distinguere da questi le entrale
demaniali, derivanti dalla riccliezza pubblica e non dalle eco-
nomie private.
L'onere delle imposte, come si è già detto, non può esser
misurato dalla cifra della contribuzione di ciascun abitante,
ma dal rapporto tra la ricchezza media di ciascuno e il con-
tributo. Quando si dice che un francese paga più imposte di
un italiano perchè dà una somma maggiore, si dice una cosa
non esatta: bisogna vedere quale sia la ricchezza media di un
francese e quale sia quella di un italiano. Ora in materia d'im-
poste non vi sono né massimi, né minimi. Il massimo della
imposizione si ha o si dovrebbe avere logicamente quando l'im-
posta, raggiunto il limite più elevato della pressione tributaria,
comincia ad arrestare la produzione e il consumo e quindi a
Belgio secondo Graux
Olanda » Boissevain
Svezia » Falbeck
» » id.
Danimarca x Falbe Hausen
Grecia » Skiadan
Italia » Pantaleoni
. » Nitti
» Nitti
La ricchezza della Germania prima della guerra avea avuto il più rapido
accrescimento. La Germania, prima della sua deplorevole impresa militare,
era il paese di Europa più progressivo e più tecnicamente organizzato.
Secondo le cifre di S t a m p {Journal of the Royal StatisHcal Society)
allo scoppio della guerra (1914) la ricchezza sarebbe stata in sterline:
Gran Brettagna secondo Stamp milioni di sterline 14.500 per abit. 318
Stati Uniti » Ufficiale > 42.000 » 474
Germania » Helferch s 16.550 > 244
Francia » Pupin > 12.000 » 303
Italia > Gini » 4.480 > 128
La ricchezza d'Italia ammontava, prima della guerra, al 191 4, così, a
lire nostre 112 miliardi 990 milioni (circa 113 miliardi). Per ogni abitante
la ricchezza era di lire 3228,29.
miliardi di lire
l'anno
1893
34
1892
22
1891
9
1898
12
en j)
1890
7
1890
5
1889
54
1903
65
1914
105
Ito sciIìnZa delle finanze [gap. Vili.
render di meno. Ma vi sono molti paesi che sorpassano ancora
questo massimo con danno del loro avvenire.
Per misurare l'onere delle imposte in ciascun paese si può
paragonare la massa totale delle imposte all'ammontare com-
plessivo della ricchezza privata o confrontare il reddito
medio annuale della nazione all'ammontare complessivo delle
imposte.
Ma come i calcoli sono difficili' Prima di tutto, i mezzi at-
tuali di cui la statistica dispone sono, come abbiamo visto,
assai limitati in quanto riguarda il calcolo dell'ammontare della
ricchezza privata e peggio ancora del reddito annuale di una
popolazione determinata ; e poi, anche quando si riesca, è
l'altro termine che è assai difficile precisare. Alcuni stati, come
la Prussia, ricavano le loro entrate in buona parte dal de-
manio ; altri, come l' Inghilterra, quasi non hanno demanio
fiscale. Alcuni hanno grandi industrie redditizie (telegrafi, fer-
rovie, telefoni, ecc.): in altri le ferrovie, i telegrafi, i telefo-
ni, ecc. sono in mano a società private. Piuttosto che confron-
tare l'ammontare della ricchezza privata con la massa delle
imposte, riesce più vantaggioso e anche più agevole confron-
tare il reddito annuo di ciascuna nazione con l'ammontare
delle pubbhche entrate dello Stato e degli enti collettivi. Cosi,
se il reddito annuo di tutti i cittadini è calcolato in io miliardi
e le imposte e tasse di ogni natura pagate dai contribuenti
sono 2 miliardi, si può ritenere che i cittadini diano il 20 ^jo
delle loro entrate.
Molti calcoli sono stati fatti sull'ammontare dei redditi di
tutti i cittadini nei vari stati di Europa *. Il Dipartimento
* Per la Gran Brettagna esistono molti calcoli : riportiamo alcuni dei
più recenti. Il reddito era calcolato nel seguente modo :
Sir Louis Mallet. K. C. S. I. 1883-84
National income and Taxation milioni di sterline 1.289
Prof. Leone Levi, The Times 13 gena. 1885 » 1-274
Prof. A. Marshall: Report of industriai re
muneration conference,january 1885, pag. 194. » 1.125
Sir R. G i f f e n, Essays in Finance, voi. II,
p. 460, 472 (1886) » 1.270
Prof. A. L. Bowley, 1891, I. R. SS. voi.
Vili, pag 248 » 1,611
CAP. VIII.J IL RISPARMIO NAZIOI^ALÈ Iti
del lavoro di Washington ha anche pubblicato alcune di queste
ricerche; ma non si tratta che di approssimazioni assai relative
e che non autorizzano a confronti sicuri.
49. Qualche autore distingueva in Europa, prima della
guerra, paesi a imposte lievi, dove cioè i contribuenti pagavano
allo Stato e agli enti locali il 5 o il 6 per 100 del loro reddito
(esempio il Belgio); h) paesi a imposte moderate, dove il reddito
dei cittadini dava allo Stato e agli enti locali da 7 a 8 per.
100 (esempio l'Inghilterra); e) paesi a imposte gravi, (esempio
la Francia), dove i cittadini davano presso a poco 11-12 per
100 forse *. Si poteva aggiungere a queste categorie quella dei
paesi a imposte gravissima (come l'Italia, l'Austria Ungheria,
sopra tutto la Russia). Che cosa esiste più ora di questi rapporti?
Alcuni stati sono scomparsi, altri sono in crisi rivoluzionaria
di lunga durata, altri in grande depressione. In tutti i paesi
usciti dalla guerra le imposte saranno per molti anni al-
tissime; in alcuni paesi quasi insopportabili.
Tutti i raffronti hanno carattere di lontana approssimazione,
esprimono solo grosso modo la situazione: esprimmio forse più
che relazioni sicure, constatazioni approssimative. Ma quando
si dice che in una nazione che ha un reddito di io miliardi i
cittadini ne pagano 3, bisogna, per stabilire la prima cifra,
operare un gran numero di calcoli; e quando si è riescito ad
avere dei risultati, si deve, come abbiam detto, dubitare sem-
pre di essi, se con nuove riprove non si sia ottenuta una suf-
ficiente sicurezza.
Ond'è che alcuni scrittori di finanza preferiscono seguire
Prima della guerra si calcolava approssimativamente il reddito della
Gran Brettagna in due milioni di sterline, il reddito della Germania in 40,
(Iella Francia in 30, dell'Italia in 15.
Secondo dati ufficiali, per gli Stati Uniti il reddito allo scoppio della
guerra era di 7.250 milioni di sterline, cioè 72 sterline per abitante; per
il Regno Unito, secondo Stamp, era di 2.250 milioni di sterline, cioè di
50 sterline per abitante; secondo Helferich era per la Germania di 2.150
milioni di sterline, cioè per abitante 30 sterline; per la Francia era secon-
do Pupin di 1.500 sterline, pari a 38 sterline per abitante e per l'Italia
era di 800 milioni di sterline, pari a 23 per abitante.
** Leroy Beaulieu: Tratte, voi. I. Cfr. Pareto: op. cit. §
988-98^.
11^ SCIENZA DELLE FINANZE [GAP. Vili.
un procedimento molto più semplice, che permette anche ve-
dere quanta parte l'imposta prelevi nelle diverse classi sociali.
Si prendano nelle varie classi della società o con redditi dif-
ferenti, diversi tipi di famiglia: supposto, per esempio, quattro
famiglie che abbiano 20 mila, 7 mila, 3 mila lire e mille lire
di reddito, vedere quanta parte delle entrate di esse lo Stato
e gli enti locali prelevino con imposte *.
Abbiamo già visto come un dato di fatto assai interessante
sia quello relativo alla capitalizzazione nei vari paesi. È solo
mediante esso che si può vedere di quanto cresca la ricchezza
e se cresca più o meno della popolazione. Infatti, se la quota
di accrescimento annuale di una popolazione è di io per mille
e la ricchezza aumenta in proporzione dell' i ^/o (per esempio:
un paese in cui la ricchezza privata ascende a 50 miliardi
risparmia appena mezzo miliardo), allora popolazione e ric-
chezza crescono allo stesso modo. Or dato l'aumento dei bi-
sogni che caratterizza la vita moderna, un paese siffatto sarà
in stato di vero disquilibrio. Ciò che è desiderabile è che la
ricchezza cresca in misura più rapida della popolazione e non
mai il contrario.
Ma alcuni paesi hanno progredito e progrediscono assai più
rapidamente : e il loro progresso è tanto più notevole in quanto
essi sono già creditori dell'estero e tendono sempre più a di-
ventare. Prima della guerra la Germania, l' Inghilterra e la
Francia erano tra i grandi paesi creditori di Europa : e vice-
versa vi erano molti paesi debitori. Oltre la Spagna, il Porte-
gallo e i paesi dell'Oriente a finanze avariate, in Europa, an-
che la Russia, l'Austria Ungheria, l'Italia erano paesi debitori;
* Leroy Beaulieu, in base a procedimenti siffatti, calcolava
che in una famiglia di operai parigini di tre persone l'imposta preleva
10.80 o/o del reddito; in una famiglia con 80 mila lire di reddito, di cui
una metà in beni mobili, e l'altra metà di due parti eguali in fondi pub-
blici e in valori mobiliari diversi, l'imposta prelevali 17 "/o per lo Stato,
i dipartimenti e il comune. Anche in Francia nel 1895 il signor B e a u -
vin Grenier alla Société de statistique presentò un calcolo relativo
alla sua famiglia : con un'entrata di 20 mila lire all'anno per un numero
di 9 persone, la famiglia pagava il 23 «/o. Calcoli siffatti esistono per molti
paesi e non mancano di interesse se condotti con rigore : il male è che
del rigore di essi si deve spesso dubitare.
cÀp. Vili.] La ricchezza dèLl'italia 113
essi importavano capitali piuttosto che esportarne. L'Italia
però tendeva sempre più a diminuire il suo debito verso l'estero
piuttosto che ad accrescerlo e ad esportare anzi capitali in-
dustriali. Ma dopo la guerra, tutti i paesi d'Europa che vi
hanno preso parte sono debitori dell'estero, sopra tutto del-
l'Inghilterra e degli Stati Uniti d'America per cifre altissime.
Tutta l'Europa è nel suo complesso debitrice. Masse di capitali
sono state annullate. I capitali collocati in Russia sono stati
distrutti e le ragioni di credito non hanno quasi alcun valore.
Come abbiamo già avvertito nel confrontare l'onere delle im-
poste dei vari paesi, poiché gli ordinamenti politici o ammini-
strativi sono differenti, occorre vedere ciò che i contribuenti
danno a tutti gli enti collettivi e non già soltanto allo Stato :
che le spese per la istruzione siano fatte poi dallo Stato o dai
comuni, è cosa che non modifica nulla. D'altra parte negli
stati retti a forma federale, bisogna tener conto delle spese
degli stati singoli e non solo della confederazione. Le spese
degli enti locali rappresentavano prima della guerra quasi la
metà di tutte le spese collettive in Inghilterra: mentre in Italia
non rappresentavano che circa il quinto e in Francia anche
meno. Da quanto si è detto finora risulta che i facili confronti
di cui si abusa sono tanto più errati quanto più grande appare
la evidenza. Chiunque conosca gli elementi della tecnica stati-
stica sa che niente è più malagevole che fare dei confronti in
materia di spese, e in materia d'imposte. Occorre non solo la
maggiore prudenza, ma la conoscenza esatta di due bilanci per
poterli paragonare. Altrimenti la comparazione non diventa
che una sterile esercitazione.
IX.
Le spese e le entrate pubbliche.
50. Lo studio delle pubbliche spese e delle pubbliche en-
trate e dei fenomeni che derivano dalla prelevazione e dall'uso
di una parte della ricchezza nazionale, costituisce il campo
delle ricerche finanziarie.
Molti scrittori di finanza si rifiutrnodi trattare l'argomento
Nitti, 8
il4 Scienza dell^^ einàn^e [gap. iX.
delle pubbliche spese poiché credono interessi la politica e non
già la finanza. Le pubbliche spese, essi dicono, dipendono
sopra tutto da.lla forma politica e dalle condizioni sociali ed
economiche di ciascun paese, La finanza si limiterebbe in
questo caso a studiare le pubbliche entrate nella loro azione
economica. In realtà, la finanza non può considerare l'un
fenomeno indipendentemente dall'altro: poiché l'acquisto e
l'uso delle ricchezze materiali necessarie alla vita e allo svi-
luppo degli enti collettivi costituiscono due fatti in mutua
dipendenza fra loro. I grandi finanzieri hanno sempre visto
questi rapporti di dipendenza. Vi sono alcune spese le quali
possono agire utilmente sullo sviluppo delle entrate : cosi al-
cuni lavori pubblici, per esempio, possono avere per conse-
guenza uno sviluppo di entrate. Vi sono entrate le quali non
possono essere fissate senza un precedente sviluppo di spese *.
Gli scopi che l'attività dello Stato si propone sono in certa
guisa la causa delle pubbliche spese, e sono gli apprezzamenti
che i cittadini o per dire più esattamente il gruppo poHtico
dominante fanno sulla utilità di esse che ne determinano i li-
miti: ma questi ultimi sono assai più nello sviluppo della ric-
chezza, nella forma politica e nei modi di organizzazione di
ciascun popolo. A. Smith avea fin dal suo tempo inteso assai
bene la natura e il carattere delle pubbliche spese; lungi dalle
esagerazioni dei suoi seguaci, non solo non concepiva una so-
cietà ordinata senza governo, ma credeva che questo, oltre al
supremo ufficio della sicurezza interna ed esterna, dovesse avere
scopi di prosperità e di cultura. Al governo A. Smith consi-
gliava non solo di occuparsi di opere pubbliche e di igiene ge-
nerale: ma anche di educazione e di istruzione **.
Per lungo tempo si é creduto che la prodigalità nelle spese
pubbliche fosse a sua volta causa di ricchezza per la nazione f.
1
* Nella sua famosa lettera al re Luigi XVI, Turgot rinchiudeva il suo
programma finanziario in tre sole frasi: point de banqueroute, point d'aug-
mentation d'impòts, point d'emprunts. Ecco a evidenza un programma in cui
le spese e le entrate sono strettamente legate fra di loro : ed è anche
così, sempre, nella realtà.
*♦ A. Smith: Wealth of Nations, libro V.
t In una lettera al cardinale di NoaiUes madama di Maintenon rac-
CAP. IX. i ENTRATE E SPESE tl5
Anche a.de£SO i parlamenti mostrano una facilità grande nel de-
liberare nuove spese: e non mancano molti i quali esaltano la
prodigalità come il sistema più adatto alla popolarità dei par-
titi di governo.
In realtà, le spese pubbliche non sono da considerarsi di\er-
samente dalle private : esse rispondono a bisogni permanenti
e inerenti alla vita sociale e vanno giudicate secondo la loro
utilità. Se fosse dimostrato che molti servizi pubblici possono
essere meglio esercitati dalla industria privata e con maggiore
vantaggio della collettività, le spese per essi non sarebbero
giustificabili. Al contrario, se lo Stato assume servizi che la
industria privata non può esercitare o non può esercitare che
con dispersione di ricchezza o con danno, le spese per essi
sono giustificate della convenienza sociale.
51. Per bene valutare l'ampiezza d'importanza delle pub-
bliche spese e per avere un concetto esatto della loro azione
nell'economia generale del paese, bisogna tener presenti gli
oggetti cui si riferiscono: vedere, in altri termini, gli scopi per
cui sono fatte. Un paese in cui una stessa quantità di spese è
determinata da scopi militari è in condizione diversa da uno
in cui è determinata da scopi di civiltà e di cultura.
I>a difesa della libertà e della indipendenza è senza dubbio
la difesa dei due beni supremi : e nessun sacrifìcio è forse ec-
cessivo. Ma una nazione che sacrifichi alla difesa la più gran
parte delle sue risorse, non è in condizione assai diversa da
un individuo che viva circondato da selvaggi e deva impic-
colita che uà giorno, esortando il re a fare elemosine più considerevoli,
Luigi XIV le rispose: Un roi fait Vaumóne en dèpensant beaucoup. J. B.
Say nota {Traité, libro III. cap. VI) non senza ragione: mot prècieux et
ierrihle, qui montre comment la mine peut étre rèduite en principes. Anche
gli spiriti più profondi del secolo XVIII non sfuggivano a questi errori;
perfino Galiani, acutissimo sempre, a proposito di grandi spese nella Corte
affermava, quidquid delirant reges, ma è danaro che si spende. Voltaire,
parlando delle spese folli di Luigi XVI, diceva che non gravavano lo
Stato, ma servivano à /aire are uler Vargent dans le royamne. Furono questi
errori, la rovina ridotta in principi, come dice Say, che determinarono la
reazione così limgo tempo prevalsa, secondo cui le spese pubbliche erano
da considerarsi come un fenomeno del consimio: qualche volta come una
perdita netta per la nazione.
tl6 SCIÈNZA DELLE tlj^ÀNZfe [CAI>. I^.
gare tutte le sue energie per difendersi da essi. A lui non sarà
concesso di progredire ne nella ricchezza, né nella sua intelli-
genza se non assai limitatamente. Senza dubbio, quando si
tratti di grandi agglomerati di uomini, il caso è assai men
grave; poiché assai spesso ai grandi sacrifizi fatti per la difesa
corrispondono condizioni di sicurezza interna e di tranquillità,
che sono i primi elementi di sviluppo.
Le spese pubbliche prendono forme assai differenti.
Per la loro forma possono essere in natura o in moneta :
prevalevano le prime in passato quando frequentemente lo
Stato pagava funzionari e soldati con merci, derrate o con-
cessioni. Nell'economia monetaria degli stati moderni le spese
pubbliche avvengono quasi sempre in danaro.
Per il tempo in cui sono fatte e per la loro durata e conti-
nuità le spese sono ordinarie e straordinarie : sono spese ordi-
narie quelle che, rispondendo a bisogni continui, si rinnovano
in ogni esercizio finanziario: sono spese straordinarie quelle che
rispondono a bisogni accidentali e variabili. Le spese per la
giustizia, per l'istruzione, per l'esercito sono, in generale, spese
ordinarie: al contrario le spese per un nuovo fucile, o per la
costruzione di una ferrovia, o per l'esec.uzione di un nuovo
catasto sono straordinarie.
Poiché si ritiene che alle spese ordinarie si deva provvedere
sempre con entrate ordinarie (imposte, tasse, redditi patrimo-
niali) e alle spese straordinarie si possa provvedere con en-
trate straordinarie (alienazione di patrimonio o accensione di
debiti) si discute se le spese per le costruzioni di ferrovie, che
sono senza dubbio spese straordinarie, siano da fare con de-
biti. È un caso di politica finanziaria che va risoluto secondo
le circostanze. Ma i pericoli del debito sono tanti che é buona
norma di politica finanziaria di sopperire anche alle spese
straordinarie con entrate ordinarie, salvo la eccezione delle
opjre sicuramente riproduttive e di una parte dei debiti di
guerra. È infatti evidente che se una linea ferroviaria messa
in esercizio ha un valore industriale che eguaglia o supera le
spese di costruzione; e se produce un reddito, che è egual.
o superiore all'interesse che le somme investite in esse avreb
bero prodotto, il debito non costituisce in alcun mòdo un
GAP. IX.] SPESE PUBBLICHE ÌI7
pericolo. Sotto un certo aspetto è come se si fosse costituita
una società per azioni allo scopo di costruire una ferrovia :
lo Stato ha emesso i titoli di debito allo stesso modo che
un banchiere avrebbe emesso i titoli industriali. Il male è
che nella pratica si abusa dei debiti (ed è solo il credito che
rende possibili i maggiori abusi) per costruire molte, spesso
troppe ferrovie, che non hanno carattere industriale, ma
qualche volta, adirittura elettorale.
Rispetto agli effetti ecanomici le spese pubbliche possono
essere produttive o improduttive, le prime quando accrescono
o il patrimonio dello Stato o le attitudini dei privati, le ul-
time quando non agiscono né in un senso, né nell'altro, o
quando la utilità che ne deriva non compensa le ricchezze
consumate. Ma spese improduttive non vuol dire punto spese
inutili: vi sono benefizi morali che si traducono prima o dopo
in benefizi economici, vi sono guerre di difesa, che rispon-
dono al bisogno fondamentale della esistenza e vi sono anclie
guerre nazionali che destano le energie di una nazione più che
qualsiasi progresso industriale.
Si distinguono anche riguardo alla loro natura le spese reali
dalle spese di esercizio. Le spese reali sono quelle fatte in realtà
per servigi pubblici in soddisfazione dei bisogni collettivi; le
spese di esercizio sono quelle determinate o dalla riscossione
di prò V venti del bilancio o àdlV amministrazione dei beni dello
Stato e dallo esercizio delle sue industrie. Quando si confron-
tano bilanci, bisogna, come abbiamo già avvertito, con cura
assidua separare le spese reali dalle altre, sopra tutto dalle
industriali. Vi sono paesi che hanno un demanio industriale
grandissimo, altri che non ne hanno o ne hanno assai limi-
tatamente. Entrano dunque nelle spese di esercizio anche
quelle occorrenti per acquisto di materie prime, occorrenti a
privative e a monopoli di Stato ; onde è grave errore, per
esempio, confrontare le spese di esercizio dello Stato italiano
a quelle dello Stato prussiano o dello Stato inglese. Questo
confronto non dice nulla: fra tante altre cose va tenuto pre-
sente che lo Stato in Italia, come abbiamo già notato, eser-
cita il monopolio del tabacco, che altrove costituisce una
industria privata.; e in Prussia lo Stato esercita le ferrovie
ii8 scie:nza delle finanze [cap. lx.
che in Inghilterra sono esercitate da grandi società private.
Onde i confronti sulle spese di esercizio di due paesi non
hanno spesso alcun significato ; piuttosto sono importanti i
confronti relativi alle spese di riscossione, cioè alle spese fatte
per esigere le singole imposte o tasse. Una finanza è tanto
più ordinata e tanto più adatta in quanto queste spese sono
minori. In generale più le imposte sono gravose e più la ri-
scossione è costosa, tendendo i contribuenti a evadere il più
che possibile le imposte gravi *.
In ordine agli scopi cui sono destinate, le spese si dividono
in tre grandi categorie: i, spese per la costituzione. Compren-
dono, in generale, la lista civile, o dotazione al capo dello
Stato, le dotazioni alle Camere legislative, gli assegni ai mini-
stri, e le spese per il debito pubblico, cui si suppone lo
Stato non possa sottrarsi senza venir meno a un impegno
costituzionale; 2, spese per scopi militari, cioè di sicurezza di
difesa (ministeri della guerra e della marina militare); 3, spese
per scopi di diritto, di civiltà e di benessere (lavori pubblici,
iigricoltura, commercio, istruzione, servizi pubblici ecc.). Que-
sta terza categoria di spese, che ha più grande produttività,
è quella che interessa in maggior guisa.
Quando si vuol valutare in quasi tutti i paesi l'efhcacia
delle pubbhche spese e l'azione che esse esercitano, bisogna
tener conto della situazione rispettiva delle tre categorie an-
zidette. Ora per gli stati è come per gl'individui. Se non si
sono soddisfatti i bisogni primari dell'esistenza non si pensa
ad altro; le prime ricchezze disponibili sono appunto desti-
nate alla soddisfazione dei bisogni più essenziali.
Sono note le quattro leggi di Engel in materia di alimen-
tazione. Le spese per l'alimentazione sono tanto più grandi
quanto più i bilanci familiari sono piccoli: in alcune classi le
spese per la sussistenza assorbono grandissima parte del red-
dito. Secondo Engel, l'esame dei bilanci familiari rivela che:
* Ai tempi di SuUy in Francia, di 150 milioni che formavano il pro-
dotto lordo delle imposte, solo 30 entravano nelle casse dello Stato : al
tempo di Necker le spese di percezione si elevavano a 11 % del prodotto
totale ; erano già nel 1836 appena 7,4 °lo', ora rappresentano una cifra
assai minore.
CAP. IX.] PUBBLICHE ENTRATE II9
I, la proporzione delle spese per il nutrimento cresce in pro-
gressione geometrica e in ragione inversa del benessere ; in
altri termini meno il reddito è elevato e più proporzional-
mente è alta la spesa di sussistenza; 2, la spesa per il vesti-
mento prende e conserva una proporzione sensibilmente co-
stante nell'insieme; 3, la spesa per l'alloggio, il riscr.ldamento
e l'illuminazione ha una proporzione quasi invariabile quale
che sia il reddito; 4, infine, più il reddito cresce e più aumenta
la proporzione delle spese diverse le quali esprimono il grado
di benessere *. Sopra tutto la pi ima legge ha riscontro com-
pleto nella realtà. Ora, come le spese per la sussistenza assor-
bono quasi tutto il reddito delle persone povere, le spese fon-
damentali per la difesa assorbono ancora la più gran parte
del reddito degli stati. Cosi la vita dell'umanità, considerata
nei suoi più grandi gruppi politici, non sembra ancora aver
raggiunto un alto livello : e la maggior parte delle ricchezze
fornite dai cittadini è assorbita da spese per la sicurezza in-
terna ed esterna e in generale per la difesa. Cosi le più povere
famiglie impiegano la quasi totalità delle loro entrate per
sopjjerire ai bisogni della vita animale o alla difesa contro
l'ambiente e assai poco rimane per lo sviluppo del corpo e
dello spirito.
52. Entrate e spese pubbliche sono, come abbiam visto,
in rapporti di mutua dipendenza. Mentre la massa del reddito
nazionale e i rapporti di distribuzione della ricchezza deter-
minano l'ammontare delle entrate, la loro forma e la loro ri-
partizione, le spese sono, in non poca parte, influenzate dalle
forme politiche e sociali di ciascun paese. Abbiam visto che,
come vi sono spese ordinarie e straordinarie, vi sono anche
entrate dell'una e dell'altra natura. Vi sono entrate che si
rinnovano periodicamente e vi sono entrate le quali, per la
loro stessa indole, non hanno carattere di periodicità, bensì
occasionale, o per lo meno non si rinnovano regolarmente. Pre-
valevano, in generale, nel pas?ato, forme più eventuali che ora
non siano, nell'acquisto, da parte dello Stato, dei beni neces-
* Cfr. N i t t i : V alimentazione e la forza di lavoro dei popoli in R. S.
1894.
I20 SCIENZA DELLE FINANZE [CAP. IX.
sari al suo funzionamento. In materia di pubbliche entrate è
assai difficile fare classificazioni precise *. È anche più difficile
trovare nella storia degli ordinamenti, finanziari del passato
sistemi che ai nostri si avvicinino. Gli ordinamenti politici,
i differenti ordinamenti economici hanno determinato a loro
volta differenti ordinamenti finanziari.
Poiché lo Stato e gli enti collettivi, per raggiungere gli scopi
che derivano loro dalla origine e dalla loro base stoiica, hanno
bisogno di ricchezze materiali, hanno, abbia m già detto, dif-
ferenti modi di procurarsele. Vi sono prestazioni obbligatorie,
o contribuzioni di ricchezze, o sotto la forma volontaria o per
contratto, o per coazione. Nelle società passate era frequente
il sistema dei donativi. La tradizione e l'uso davano però qual-
che volta a tali prestazioni un carattere poco volontario. Le
offerte volontarie (quando erano veramente tali) erano un fatto
possibile solo in piccole organizzazioni cui sovrastava il più
delle volte un pericolo comune ; adesso non hanno quasi più
alcuna importanza. Le entrate che derivano da contratti,
come quelli che fa lo Stato con i cittadini per il debito pub-
blico, hanno a loro volta una importanza limitata: poiché sono
entrate straordinarie ai cui oneri bisogna adempiere con en-
trate ordinarie. Queste sono ora in piccola parte ricavate dai
beni che lo Stato possiede, in parte grandissima per imposi-
zione. I bisogni collettivi essendo cresciuti rapidamente e de-
terminando l'uso di masse di ricchezze notevoli, e il sistema
contrattuale non bastando, si è andati man mano verso la
forma attuale coattiva. Mentre in generale negli stati antichi
derivano per la maggior parte le entrate da beni demaniali,
miniere e tributi indiretti su generi di consumo, sopra tutto
* Su questo argomento e per un maggiore sviluppo di esso si possono
leggere utilmente Ricca Salerno:!.^ entrate ordinarie dello Stato nel
Manuale di dtritto amministrativo di Orlando; Wagner; op. cit.,
voi. I; E. Sax: op. cit. ; T e 1 i g m a n : The classification of pubblic re-
venues negli Essays on Taxation, New York, 1895, pag. 265-304; Stein:
op. cit., voi. I, pag. 350 e seg.; B as t ab 1 e : Pubblic. finance, pag. 155
e seg. ; CarlG. Plehn: Classification of Pubblic Revenues nel Poli-
ticai Science quaterly di marzo 1897; Oraziani in G. d. E. febbraio
1893.
CAP. IX.] PUBBLICHE ENTRATE I2l
SU quelli introdotti dall'estero, negli stati moderni sono le im-
poste e le tasse che formano la base dei bilanci.
Base notevole di entrate nei vecchi stati erano le regalie.
Che cosa esse siano, secondo un vecchio autore, è assai difficile
dire: regaliae vero quae sint vix definiri potest. Erano in gene-
rale, nel medio e.vo, i diritti finanziari i quali si credeva deri-
vassero dall'esercizio della sovranità. Comprendevano spesso
dii-itti di ogni natura, che si riferivano al potere giudiziario,
o alla sicurezza, alla tutela o alla protezione. Erano non di
rado vere imposte, ma con impronta demaniale. Fra le regahe
medioevali figuravano alcune prestazioni che era obbligatorio
rendere al principe, in casi determinati; i beni senza padrone
che erano devoluti alla Corona; i compensi e le retribuzioni
per servizi resi direttamente dallo Stato; e infine molti mono-
poli, possessi e industrie diverse. Più tardi l'espressione di re-
galia si limitò a queste ultime categorie ed ebbero parte prin-
cipale la coniazione delle monete, le poste, ecc. la cui impor-
tanza divenne sempre maggiore accanto alle regalie di carat-
tere fondiario. Le regalie, di cui dunque è assai difficile dire
la natura precisa e i limiti, ebbero una trasformazione conti-
nua e incessante *.
Negli stati moderni sono scomparse quas-'i del tutto le
prestazioni di carattere personale. Anzi nella più gran p£irte
* Roscher distingue quattro forme principali di regalie nel medio
evo : Finanz., pag. 71 e seg. ; ma le forme di ess3 erano diversissime.
Jean Bodin, che fu tra i più profondi teorici politici, nel sorgere del-
l'evo moderno, nella sua opera Les six livres de la Répubhlique, fa deri-
vare da sette fonti le pubbliche entrate : i. ex agris publicis ; 2. ex
hostium spoliis; 3. ex amicorum largitionibus; 4. ex sociorum vectigalibus
ac tributis ; 5. ex earum rerum vectigalibus, quae aut inveniuntur aut
exvehuntur ; 6. ex mercatura ; 7. ex subditorum tributis. Ora ex agris
puhbUcis non si ricava che molto poco; poiché sopra tutto nei paesi po-
polosi il demanio fondiario è in diminuzione. Ex hostium spoliis, in una
società civile, non si può pretendere di ricavare una fonte di entrate, quan-
tunque i cosi detti trattati di pace conchiusi dopo la guerra europea fanno
discendere la società europea ai tempi delle barbarie. Ex amicorum largi-
tionibus... non è poi da pensare. E così anche le altre entrate ordinarie,
tranne le imposte e le tasse, hanno importanza minima. Ad ogni modo
la classifica di Bodin ci rivela tutto il sistema politico e finanziario di un
tempo ormai finito.
122 SCIENZA DELLE FINANZE [CaP. IX.
degli stati di Europa non vi è quasi più traccia della serie
grandissima di prestazioni, che in passato costituivano la
base della finanza. Tranne la leva militare, che impone ai
cittadini quasi senza compenso, per scopo supremo di sicu-
rezza e di difesa, di prestare la loro opera nell'esercito, non
vi è quasi traccia di servizi personali coattivi. La giuria, che
nel maggiore numero dei casi è retribuita, si riduce a un
obbligo poco oneroso e per pochi. In ogni modo anche in
questi casi lo Stato provvede al mantenimento delle persone
e dà loro i mezzi di vivere.
L'obbligo di assum3re alcuni pubblici uffici gratuitamente,
obbligo che è tanta parte dell'autonomia locale in Inghil-
terra, non costituisce un vero onere nel tempo nostro, e del
resto è limitato ad assai poco. Ancora in qualche paese le
leggi sui lavori pubblici conservano qualche traccia di pre-
stazioni personali obbligatorie: ma la loro importanza è scar-
sissima.
53. Oramai si può dire che i bilanci dei paesi moderni
si basino non solo prevalentemente, ma quasi esclusivamente,
su entrate di diritto pubblico, come le imposte e le tasse.
Gli stessi grandi monopoli dello Stato sono in realtà dissimili
nel contenuto dalle vecchie regalie : quando non sono stabiliti
per ragioni di sicurezza o di ordine (monetazione, posta, te-
legrafo ecc.) sono vere imposte indirette come i monopoli del
sale, del tabacco, dell'alcool, ecc.
Le pubbliche entrate possono essere classificate o tenendo
presente il loro svolgimento storico giuridico, o il diritto po-
sitivo vigente, o i rapporti finanziari che vengono a deter-
minarsi, o, e questo è il punto di vista che più interessa,
la loro natura economica.
Le entrate ordinarie, come le entrate straordinarie, non
differiscono sostanzialmente : mediante esse si impiega una
parte della ricchezza nazionale all'appagamento di bisogni
collettivi. Le entrate ordinarie derivano dal demanio pubblico
o privato e da contribuzioni periodiche dei cittadini a qual-
siasi titolo. Le entrate straordinarie derivano invece da dimi-
nuzione sotto qualsiasi forma del patrimonio collettivo (ven-
dite di patrimonio, debiti) o da aumenti temporanei di im-
GAP. IX.] PUBBLICHE ENTRATE I23
poste esistenti. La loro diversa funzione è quindi nettamente
indicata.
Le entrate ordinarie per la loro natura o per disposizione di
legge si rinnovano periodicamente in ogni esercizio finanziario:
le straordinarie non hanno carattere di regolarità e non si pre-
sentano con periodicità costante. Ma accade che anche queste
ultime per la legge dei grandi numeri, trattandosi ingenerale di
grandi collettività umane, tendono qualche volta ad assumere
le caratteristiche delle precedenti. Onde qualche autore, cone-
vidente esagerazione, ha creduto di aggiungere un' altra cate-
goria, quella delle entrate ultrastraordinarie , come delle spese
nltrastraordinarie .
Le entrate ordinarie possono essere originarie e derivate.
Sono originarie quelle che derivano da beni patrimoniali o
di diritto privato; sono derivate, o di diritto pubblico quelle
che comprendono i tributi cosi speciali; (tasse, multe pecu-
niarie) come generali (imposte).
Le entrate straordinarie sono; i l'impiego dei fondi del
Tesoro dello Stato, 2 l'aumento temporaneo dei tributi esi-
stenti o una speciale contribuzione di guerra, 3 1' alienazione
del demanio fiscale, 4 la dichiarazione di corso forzato, 5
infine la più importante fra tutte : l'accensione di debiti.
Nella pratica finanziaria in quasi tutti i bilanci si distin-
gue fra entrate effettive ed entrate non effettive. Una imposta
fondiaria è una entrata effettiva ; infatti essa, senza modi-
ficare in nulla la situazione patrimoniale dello Stato, gli pro-
cura una entrata. L' accensione di un debito è una entrata
non effettiva ; poiché lascia traccia passiva nel patrimonio
dello Stato e non è altra cosa che il risultato di uno sposta-
mento avvenuto nella situazione patrimoniale.
Fra le entrate ordinarie ve ne sono dunque di diritto pri-
vato, come quelle che derivano dal patrimonio ; quasi pri-
vato, come le contribuzioni relative a imprese industriali ;
di diritto pubblico, come le tasse e le imposte. Prevalgono
nei bilanci moderni le entrate di diritto pubblico, sopra
tutto le imposte.
Sorte da principio come entrate supplementari o sussidiarie
delle grandi entrate demaniali, le imposte hanno avuto poi una
124 SCIENZA DELLE FINANZE [CAP. X.
importanza crescente; sono ora la base de' bilanci moderni,
benché il demanio tenda a riacquistare queir importanza
che pareva avesse definitivamente perduta.
Tasse e imposte hanno una funzione assai differente. La
tassa è il corrispettivo di servizi pubblici speciali, 1' imposta
di servizi pubblici generali. Vi sono servizi pubblici, sopra
tutto di carattere politico, di cui non è possibile misurare i
vantaggi che recano ai singoli cittadini e per cui non è pos-
sibile valutare i singoli atti di Stato ; cosi la sicurezza in-
terna ed esterna, la quale non si può dire quanto giovi a
ciascuno. Ora a questi bisogni politici si provvede sempre
con imposte, trattandosi di funzione di Stato indivisibile.
Ma vi sono servizi pubblici, sopra tuttodì carattere sociale,
peroni lo Stato non differisce essenzialmente da una intra-
presa privata ed è allora retribuito in ragione del consumo
individuale del servizio che esso rende. Si ha allora la tassa.
Chi possiede un reddito di looo lire, paga, supponiamo, una
imposta quando dà allo Stato il 5 «/o delle sue entrate, senza
paiticolare designazione degli scopi cui il suo tributo deve
servire. Lo Stato lo impiegherà per i suoi fini politici, se ne
avvarrà come meglio crederà. Invece chi richiede una parti-
colare istruzione e paga per l'università, supponiamo 300 lire
all'anno, paga una tassa. L'uso delle imposte e delle tasse
non è indifferente, né si può usare per gli stessi scopi le
une o le altre, come avremo occasione di dire più larga-
mente in seguito.
X.
La RIPARTIZIONE DELLA RICCHEZZA E LE FORME
DELLA IMPOSIZIONE.
54. I cittadini di ciascun paese devono fornire ogni anno
per la esistenza dello Stato e degli enti collettivi, masse enormi
di ricchezze : ciascun individuo, anche povero, sopporta un
sacrifizio di cui egli stesso non si rende conto per effetto
delle imposte indirette. Ora occorre indagare quali norme pre-
siedano a questa prelevazione. Donde gli stati moderni, che
CÀTP. '^.] RtPAÉTÌ^IONÉ DELLA RICCHEZZA I25
hanno spese cosi ingenti, ricavano le loro entrate ? quale pro-
cesso segue la imposizione ? com' essa opera ?
Ma prima di cominciare lo studio delle entrate pubbliche
sarà bene affrontare una questione preliminare, che ha una
importanza decisiva per quanto noi dovremo dire. È opinione
comune che la finanza pubblica deva non solo provvedere
all'appagamento dei bisogni collettivi, ma anche agire util-
mente sulla distribuzione della ricchezza : anche coloro i quali
questa seconda cosa negano, riconoscono che in realtà le for-
me attuali della imposizione finiscono con agire assai spesso
in tal senso. Di fronte a queste idee, si è venuta sviluppando
generalmente la convinzione che nelle società moderne la ric-
chezza sia generalmente accentrata ; e che la imposta deve
colpire preferibilmente i redditi maggiori. L'elevazione delle
classi popolari e la loro partecipazione alla vita pubblica,
hanno contribuito non poco a diffondere queste idee: spesso
a esagerarle. Nei parlamenti si discute assai spesso della im-
moralità delle imposte indirette : anzi della necessità di abo-
lirle, o almeno di ridurle al minimo; di basare le pubbliche
entrate sopra una grande imposta diretta. Cosi nel pubblico
si diffonde sempre più la idea che basti colpire i redditi
maggiori per provvedere alle crescenti esigenze delle pubbli-
che spese.
Ora invece, esaminata da vicino la distribuzione della ric-
chezza con tutti i mezzi che la statistica finanziaria mette a
nostra disposizione, appare evidente che i redditi superiori
sono dovunque pochi e le singole società, ove varia molto il
processo di produzione e ove l'ammontare della ricchezza
privata è assai differente, ci appaiono dominate dalle stesse
forme di distribuzione. Appare anche dall' esame di tutte le
statistiche finanziarie che non solo non vi sia punto una ten-
denza air accentramento della ricchezza, come da molti si è
preteso finora, ma come non si possa più onestamente par-
lare del famoso processo del capitalismo per cui i ricchi ten-
dono a diventare sempre più ricchi e i poveri sempre più
poveri. Invece si nota una tendenza sempre crescente delle
classi inferiori m. elevarsi ed è dimostrato che noUe società
126 SctENZÀ DtLLE FÌNANZ]: [CAP. ^.
modejne la massa del reddito nazionale va solo in minima
parte alle classi ricche.
Basandosi su alcune inesatte affermazioni di Ricardo, Marx
ha voluto dimostrare il cosi detto accentramento capitalista;
l'accumulazione del capitale per efletto di un processo ine-
vitabile. Le forme moderne dell'industria e del credito de-
vono secondo Marx portare inevitabilmente a un processo di
proletarizzazione : così di fronte a una moltitudine, serva
delle macchine e del capitalismo, e sprovvista di ogni capi-
tale, vi sarà un numero di ricchi sempre più ricchi : sarà
proprio questo processo capitalistico che determinerà la so-
cietà comunista, in cui la terra e gli stromenti di produzióne
saranno della collettività.
I fatti hanno dimostrato che queste ipotesi non hanno al-
cun fondamento. Non solo non vi è il minaccioso accentra-
mento ; ma la ricchezza tende sempre più a ripartirsi larga-
mente. La condizione delle classi operaie si eleva e il popolo
partecipa alla distribuzione della ricchezza prodotta in mi-
sura sempre crescente.
Come reazione sono sorte non poche teorie che conside-
rano la distribuzione della ricchezza come un fatto naturale.
Uno scrittore italiano, il Pareto, nel suo Cours d'economie
politique, esaminando la distribuzione delia ricchezza nelle so-
cietà moderne e confrontandola, nei limiti concessi dalle ri-
cerche di cui disponiamo, a quelle dell' antichità e delle so-
cietà medioevali, fu colpito da un fatto singolare : la ripar-
tizione dei redditi gli parve seguire la stessa tendenza. Anche
in differenti condizioni di civiltà e di sviluppo economico,
notò sempre che il numero dei possessori diminuisce con
l'aumentare del reddito e vide la ripartizione della ricchezza
seguire la identica curva: rappresentata graficamente, la di-
stribuzione dei vari paesi produce l' impressione stessa, egli
scrisse, di disegnare sulla carta un certo numero di cristalli
di una stessa sostanza chimica. Vi sono cristalli grandi e ve
ne sono piccoli e mediocri; ma essi hanno tutti la medesima
forma. Come l'autore stesso dovè riconoscere, i dati fomiti
non hanno per il passato che un valore assai relativo. Le
persone che ci hanno tramandato notizie sul Perù nel secolo
AP. X.] RIPARTICI 0?^E 13ELLÀ RICCHEZZA 127
XVIII, o anche sulla distribuzione della ricchezza nel medio
evo, non meritano forse una grande fiducia. Ma al contrario
i dati' che noi possediamo attualmente sulla distribuzione
della ricchezza nelle società contemporanee, meritano di es-
ser tenuti in seria considerazione. Il Pareto ritiene che an-
che i dati relativi alle società odierne, mettano in grado di
affermare che i redditi seguano una stessa curva, la quale
non può essere determinata dalle condizioni economiche, poi-
ché è la stessa in paesi che hanno condizioni economiche di-
versissime, come r Inghilterra, la Germania, l'Italia, ecc *.
La piramide sociale, di cui si parla spesso e di cui i ricchi
rappresenterebbero la punta e i poveri la base, è secondo
questa ipotesi, una imagine un po' imprecisa, ma che non si
discosta molto dalla realtà.
Or non è il caso di entrare nella disamina di questa ipo-
tesi del Pareto, che non manca di audacia. Per essere accet-
tata avrebbe bisogno di' un corredo di fatti e di osservazioni
quali mancano tuttavia. Per non accettarla bastano i fatti
che noi possediamo. Si può ben dire però che ciò che sor-
prende neir esame delle statistiche odierne è che la distri-
buzione della ricchezza si presenta quasi dovunque con va-
riazioni assai minori che non si creda a prima giunta.
Fino a qualche anno fa nessuno osava dubitare di una
tendenza all'accentramento della ricchezza. Perfino Leone XIII
nella sua famosa enciclica Rerum novarum riconosceva esservi
* Pareto: Cours § 965 afferma quindi : « Il n'est donc pas vrai qiie
dans les circostances actuelles, l'inégalité des fortunes aille en augmen-
tant et toutes les déductions qu' on a voulu tirer de cette proposition
erronee, tombent dans le néant ».
Questa coincidenza fa credere al Pareto che il fenomeno possa dipen-
dere da qualche cosa inerente alla natura umana. Essa infatti si riscon-
tra nelle condizioni più disparate di organizzazione politica e sociale, di
cultura e di ricchezza. Cfr. Pareto: Cours, lib. Ili, cap. I.
Secondo le ricerche del Pareto portando i logaritmi del tasso dei red-
diti {x) e del numero di questi stessi redditi (y) su due assi rettangolari,
la curva che se ne ottiene e che differisce assai poco da una linea retta, ha
per equazione nella sua forma più semplice di cui le costanti A e a
X z
possono essere ottenute per interpolazione dei logaritmi di N. t.
128 SCIÈNZA t» ELLE FINANZE [t;At>. X.
divitiarum in exiguo numero affluentia, in multitudine inopia.
A Londra esiste un proverbio secondo cui accumulazione
della ricchezza è rovina degli uomini * : e la ricchezza, si ri-
pete sempre, aumentando si concentra. Fino a qualche anno
fa, niuno parea dubitasse della cosi detta proletarizzazione,
invocata sempre, dopo Marx, dagli scrittori socialisti a soste-
gno della loro tesi.
Non vi è nulla invece di meno vero. Oramai le ricerche
che la statistica ha compiuto in questo campo sono molto
importanti ; anzi i dati che noi possediamo sono da questo
punto di vista esaurienti e dimostrano come manchino di
ogni base le affermazioni di tutti coloro che insistono sulla
tesi secondo cui la ricchezza tenda ad accentrarsi. La Prus-
sia, la Sassonia, il Baden sopra tutto, ci permettono, me-
diante le loro accurate statistiche, una indagine, la quale ha
veramente il maggiore interesse. Ma anche altri stati possie-
dono un materiale che è degno di attenzione. Perciò questo
argomento va discusso all'infuori di ogni preconcetto conven-
zionale, e soltanto secondo le risultanze della statistica t-
55, Cominciamo da un paese, ove meno violente sono
state le mutazioni politiche e ove il processo di distribuzione
della ricchezza ha avuto anche un cammino più normale : la
Svezia. Si tratta anche di un paese che fa dal principio del
secolo XIX censimenti della popolazione, che sono stati
spesso modelli di precisione. Ora i tre censimenti eseguHi
nel 1805, nel 1840, nel 1855, hanno tenuto conto della di-
stribuzione della ricchezza ed enumerato le famiglie del re-
gno dal punto di vista della loro situazione economica. Ri-
sulta da quelle cifre che mentre il numero delle famiglie po-
* C. B o o t h : Life and labour of the people in London, voi. IX, pa-
gina 64.
t Cfr. su questo argomento, oltre le numerose statistiche finanziarie, una
bibliografia di C o s s a nel G. d. E. settembre 1894: Leroy Beau-
lieu: Essai sur la répartition d es richesses, ediz., Paris 1896; G if-
f e n : op cit.: B e n i n i : Demografia Firenze, 1901, pag. 287; A m m o n:
L'ordre social et les bases naturelles, Paris, 1900, cap. XXVII e XLIII;
R. M e y e r : Einkommenstatistik nell' Handworterhuch der Staatswissen-
schaffen di M e y e r : De F o v i 11 e : Le morcellement etc, Paris, 1885,
ecc. ecc.
CAP. X.] RIPARTI ZIONE DELLA RICCHEZZA 129
vere è diminuito notevolmente, è straordinariamente cresciuto
quello delle famiglie che hanno ciò che occorre alla vita
senza essere ricche e in gran parte né meno agiate. Queste
parole ricchezza, agiatezza, sono un po' indeteiminate, masi
tratta di vecchi censimenti, cui non è possibile chiedere ciò
( lie mezzo secolo fa non era possibile dare *.
Né la Norvegia presenta una situazione molto diversa. Se-
condo accurate ricerche, il reddito nazionale della Norvegia
nel 1898 si elevava a 700 milioni di corone, cioè, data la
popolazione, a 325 corone per abitante. Ora, secondo i dati
della statistica svedese, 87 per cento dei contribuenti aveano
un reddito inferiore a 700 marchi e solo 0.2 per cento supe-
riore aio mila **. L'imposta nazionale sul reddito per l'eser-
cizio 1899- 1900 conferma questi risultati t-
* Secondo i censimenti svedesi del 1805, del 1840, del 1885, la si-
tuazione della popolazione era la seguente :
FAMIGLIE 1805 1840 1853
a) che possiedono al di là del necessario 2.96 ojo 9.35 ojo 13.75 njo
/>) che possiedono il necessario . . 25.74 62.74 67.05
e) che possiedono più o meno al disotto
del necessario 54.81 22.28 15.93
d) in una povertà completa .... 16.49 5-63 3.27
Totale 100.00 100.00 100.00
Cfr. Suède, voi. I, pag. 129.
** Ripartendo i redditi della Norvegia in 4 classi :
I classe indigente, reddito annuale inferiore a corone 700
II » media » da 700 a 3.000
III » agiata t da 3.000 a lo.ooo
IV » ricca » superiore a 10.000
si ha nel 1898 la seguente ripartizione :
I classe conta 87.3 ojo dei contribuenti e paga 50.7 010 della imposta
II » 12.2 Op » » 26.3 OfO j
III » " 1.3 o\o » » 12.7 Op »
IV » 0.2 Op » » 10.3 op »
Cfr. lo studio di H. E. B e r n e r nel volume Norvège, pagina 212.
Kristiania, 1900, pubblicato dal governo norvegiano per 1* esposizione
di Parigi,
t Bull. S. I. e. aprile 1902.
N i t t i . ^ Q
t30 SCIENZA DELLE FINANZE [cAP. X.
Anche l'Olanda non ha avuto nel secolo scorso né rivolu-
zioni profonde, né sommovimenti politici notevoli : la distri-
buzione della ricchezza non appare assai diversa. In una po-
polazione di poco meno di 5 milioni di abitanti nel 1894,
115 persone soltanto aveano un patrimonio da 2 milioni di fio-
rini in su, in complesso 339 milioni; 287 aveano da i a 2 mi-
lioni e tutti insieme 377 milioni; 905 da 500 mila fiorini a
I milione, tutti insieme 1.007 milioni; 3,326 da 200 mila a
500 mila fiorini, complessivamente 1007 milioni : viceversa
6.274 individui aveano da 100 mila a 200 mila fiorini, com-
plessivamente 864 milioni; 12.005 da 50 mila a 100 mila fio-
rini e complessivamente 836 milioni e 54,668 da 13 mila a
50 mila fiorini e complessivamente 315 milioni *. Ma nei pri-
mi anni l'applicazione della imposta sul patrimonio fu incerta
e difficile : hanno una maggiore importanza i dati più re-
centi. Dalla imposta sul patrimonio sono esclusi i patrimoni
inferiori a 13 mila fiorini. Ora nel 1901 i patrimoni colpiti,
cioè da 15 mila fiorini in su, rappresentavano una ricchezza
complessiva di 5729 milioni t-
Coloro che possedevano da 13 mila a 100 mila fiorini, for-
mavano tutti insieme una ricchezza di 2295 milioni; coloro che
possedevano da 100 mila a 500 mila fiorini rappresentavano
2033 milioni ; e i veramente ricchi, coloro che possedevano
oltre 500 mila fiorini, rappresentavano complessivamente 1600
milioni. Ma il grandissimo numero è formato anche in Olanda
da persone che non possiedono, o possiedono al di sotto di
13 mila fiorini.
56. Né nei grandi paesi la situazione è diversa. In Au-
stria, in occasione della presentazione del bilancio del 1899, in
un documento parlamentare, il reddito dei paesi rappresentati
al Reichsrath veniva valutato in 3 miliardi di fiorini, i red-
diti sottomessi alla nuova imposta sul reddito rappresentavano
* Bull. S. 1. e. 1897, pag. 452.
t Da dati ricevuti dal Ministero delle finanze dei Paesi Bassi, Va
tenuto conto che l'Olanda, paese essenzialmente commerciale, con traf-
fici sviluppatissimi, con vaste colonie presenta tendenze spiccate alla
formazione di grandi fortune. Nondimeno anche in essa la ricchezza è
meno accentrata che non si creda.
J
CAP. X.] RIPARTIZIONE DELLA RICCHEZZA I3I
invece 1.118 milioni di fiorini; di cui il 27 per cento era fqr-
mato di redditi da 600 a mille fiorini e oltre il 64 per cento
da redditi inferiori a 3600 fiorini : appena il 26,90 per cento
da redditi inferiori a 6 mila fiorini *.
In Francia, calcoli di relativa approssimazione sulla ripar-
tizione del reddito nazionale non esistono : ma tutto fa rite-
nere che la divisione della ricchezza sia generalmente più
larga che in tutti gli altri grandi paesi di Europa. Numero-
sissimi scrittori anzi dimostrano essere il suolo francese sud-
diviso assai più che il suolo degli altri paesi fra un grandissi-
mo numero di proprietà: i t-
Anche i redditi mobiliari sono in Francia largamente di-
visi : e non solo la rendita pubblica, ma anche i titoli delle
grandi società commerciali.
Nel 1894, in un discorso pronunziato a Romilly, Casimir
Perier valutava il reddito medio dei possessori di rendita pub-
blica in 370 franchi; nel 1896 Neymarck nella memoria sul
Morcellement des valeurs mobilières in 403 franchi : il diiettore
del Debito pubblico, Chaperon, in 404 franchi. È vero che
queste medie possono essere il risultato di termini assai di-
versi : ma non è meno vero che esistevano in Francia circa
2 milioni di detentori di rendita pubblica e che togliendo la
* La ripartizione, secondo quel documento parlamentare, era per
il 1899 :
Categorie di redditi Contribuenti Redditi in migliaia per ojo
di fiorini del totale
da 600 a 1000 fiorini 404,044 302.400 27.06
» 1000 a 2000
»
215.000
275.000
24.60
» 2300 a 3600
»
50.751
139.600
12.48
» 3600 a 4600
»
12.739
51.600
4.61
» 4600 a 6000
»
9-350
48.900
4-37
oltre 6000 fiorini
17.874
301.000
26.90
709.758 1. 118. 500 100. —
I redditi inferiori a 3600 fiorini rappresentavano dunque 617 dei con-
tribuenti e 64 o[o del totale della imposta.
t Cfr. Anmiaire statistique de la Francg, 1894, pag. 585. Le cotesfon-
cières che pagavano per imposta oltre 1000 franchi, rappresentavano
10.69 o{o del totale.
132 SCIÈNZA DELLE FINANZE [CAP. X.
rendita posseduta dai maggiori enti morali, la media scende a
222 franchi di rendita, che rappresentano un capitale di ciica
7500 franchi*. Nel 1870 gli azionisti della Banca di Francia
erano 16.062 e possedevano in media 11 azioni per ciascuno,
che al corso di 2600 franchi valevano 26.000 franchi. Nel
1900 eranu 27.135 con 6 ^/^ azioni per ciascuno, che al corso
di 3.800 franchi valevano da 26.600 a 28 mila franchi t-
* Secondo Chaperon nel 1830 le rendite nominative, che allora
rappresentavano la grandissima parte si dividevano così :
Nel
Iscrizioni
da
IO a 50
franchi
9.30 010 del
totale
»
51 a 600
»
62.99 op
»
»
601 a i.ooo
»
7,97 010
»
•
i.ooi a 1.500
»
5-91 010
»
»
1.501 in su
»
13.83010
'
1 1888 le
proporzioni erano
anche più
mutate :
Iscrizioni
da
2 a 50
franchi
35.90 ojo del
totale
»
51 a 500
»
50.11 010
»
a
501 a 1000
»
7-53 op
»
»
i.ooi a 1500
»
2.61 0[0
»
»
1.501 in su
»
4-05 op
»
Chaperon calcolava che esistessero i milione e mezzo di deten-
tori di rendita con un reddito medio di 404 franchi. Val. mob. voi. I.
t II Crédit Fonder di Francia nel 1899 era rappresentato da 341.000
azioni che appartenevano a 40.085 azionisti. La media delle azioni pos-
sedute da ciascun individuo era di 8 ij2, cioè rappresentava circa 5.800
franchi, ciascuna a2Ìone essendo valutata al prezzo di 675 franchi. Né,
secondo i calcoli di Neymarck, il debito della città di Parigi e le azioni
della società ferroviaria sono meno frazionati.
Cfr. Neymarck: Valeurs mohilières in D. C. I. B.
Anche le pompe funebri controllano utilmente le statistiche della ri-
partizione dei redditi. La vanità degli uomini è grande durante la vita
ma non si limita alla vita. Ragguagliando a 1000 i 202.490 interra-
menti fatti dal 1876 al 1879 a Parigi è stato calcolato che vi sono
stati 4 per mille interramenti di i. 6 2. classe, io di 3. e 20 di 4. Gli
interramenti di 7, 8 e 9 classe sono stati 276 e quelli gratis 547.
Niente invece dimostra 1' affermazione, tante volte ripetuta, che il
commercio tenda a concentrarsi anche più delle industrie. Secondo i
ruoli delle imposte delle patenti in Francia, i diritti fìssi o proporzio-
nali che ascendevano nel 1850 a 1. 163. 255 cotes salivano invece nel
1900 a 1.752.345.
CAP. X.] RIPARTIZIONE DELLA RICCHEZZA I33
La statistica delle successioni è conferma esplicita di tutte
le cifre date già. La media delle successioni del 1902 (at-
tivo netto), nel più ricco paese del continente di Europa è
stata appena di 13 mila franchi, f-
^j. Ma se andiamo a nazioni che ci danno mezzi di in-
vestigazione migliori e più completi, lo stesso fatto ci è con-
fermato. L'indagine è più facile in quei paesi come l'Inghil-
terra, gli stati (.Iella Germania, ecc. che possiedono grandi
imposte sul reddito. Nei paesi come la Francia, o l' Italia,
l'indagine è più diffìcile. Infatti ha assai poca importanza sa-
pere il numero di quote fondiarie o urbane : uno stesso in-
dividuo potendone possedere molte e figurando ugualmente
come proprietari coloro che possiedono i ettaro di teira e
coloro che ne possiedono 30 mila. Ciò che importa sapere è
come il reddito nazionale o la ricchezza si ripartiscono. Per-
ciò si prestano assai meglio alla indagine quei paesi i quali
t Ecco come nel 1905 si classificavano le successioni in Francia se-
condo l'importanza dell'attivo netto :
Numero delle successioni Ammontare
complessivo (in milioni)
da I a 500 franchi 116.802 29
da 501 a 2000. franchi 101.710 127
da 2.001 a 10.000 h-anchi 107.733 520
da 10.001 a 50.000 franchi 44.056 944
da 50.001 a 100.000 franchi 7.118 493
da 1 00.001 a 250.000 franchi 4.638 723
da 250.001 a 500.000 franchi 1.619 ' 576
da 500.001 a I milione 816 565
da I a 2 milioni 328 463
da 2 a 5 milioni 150 442
da 5 a IO milioni 34 235
da IO a 50 milioni 12 253
oltre 50 milioni 3 373
Osservando la statistica delle successioni nel 1902 de Foville nota :
on peut y voir comme une reédition sous forme numérique, du fameux
sermon sur le petit nombre des élus. Voyez sur 1000 défunts doni le fise
a suini le convoi, i seul millioiiaire, 2 demi millionaires, 4 quart de mil-
lionaires: et c'est tout. In R. P.P. io sett. 1903. Ma non è tutto. Il fisco
non segue che un piccolo numero di funerali. Su 800.000 morti nella
stessa Francia la metà circa non lascia nulla.
134
Scienza delle finanze
[CAP.
possiedono grandi imposte generali sul reddito. E prima di
tutti i paesi della Germania *.
La Sassonia e la Prussia avevano imposte sul reddito ordinate
in guisa che si poteva, senza gravi difficoltà, conoscere con
approssimazione la divisione della ricchezza. La Sassonia,
aveva, secondo il censimento del i» dicembre 1900, abitanti
4» 199» 758*. era.il paese tedesco in cui lo sviluppo industriale
era più notevole. Risulta dalle statistiche finanziarie che dal
1879 al 1900 le persone colpite dalla imposta sono ?umen-
tate del 60 o/o, l'ammontare dei redditi del 131 o/o) il reddito
medio per persona di circa il 44 °/o. Si trattava dunque di una
situazione assolutamente eccezionale: che del resto rispondeva
non solo ad un rapido aumento di ricchezza, ma anche a cri-
teri più precisi nell'applicazione della imposta f .
La Sassonia è un paese prevalentemente industriale, dov^
la maggior parte dei redditi ha origine industriale.
Dal 1879 al 1900 i redditi (non dedotti gli interessi dei de
biti) sono cresciuti nel seguente modo: beni fondiari 50.
per o/o, rendite 128,5 per o/o, stipendi 202,5 per o/o commerci j
* La Prussia e la Sassonia si prestavano meglio della stessa Inghil
terra a un esame della distribuzione dei redditi, prima di tutto per
più bassi limiti di esenzione e poi per 1' ordinamento stesso delle lor^
imposte sul reddito.
t Le statistiche finanziarie della Sassonia davano i seguenti ri
sultati :
Numero ' Redditi Media del reddito
Anni delle persone col- (detratti gli iute- delle persone Ammontare
pite dalla imposta ressi dei debiti) colpite della imposti
marchi marchi marchi
1879
1.088.002
959.442.075
822
II. 891. 253
1884
1. 213.188
J. 140.977-502
940
II. 804. 172
1890
1.404.069
1.495.910,639
1.065
20.696.674
1896
3-581.311
1.792.669.404
II34
26.815.321
1900
1.746.408
2. 214. 069.135
1.268
35-242.597
La più gran parte delle notizie sulla Sassonia è attinta dalla pul
blicazione ufficiale Statistiche Uebersichten iiber die Ergebnisse det
Yahre... in Konigreiche Sachsen ausgefurten Einschàtzungen Zur Einkot
menstener, pubblicata annualmente.
CAP. X.] RIPARTIZIONE DELLA RICCHEZZA I35
e industria 94,6 per ^'[o *• Senza dubbio queste cifre hanno un
diverso valore, essendo evidente che i risultati sono dovuti in
parte ai migliori processi di accertamento del reddito. Non
è meno vero che vi è stato uno sviluppo proporzionalmente
assai maggiore nei salari che in tutte le altre forme di
reddito. '
Or che risulta dall'esame della stati^jtica dei redditi in Sas-
sonia ?
Nel 1895 la popolazione della Sr.ssonia era di 3.787.688 abi-
tanti. Le persone che avevano un reddito molto alto eran po-
che : formavano nel 1898 appena una piccola minoranza. E in
ogni modo" una minima parte del reddito nazionale, appena
8,47 per cento, era destinato alle persone veramente ricche,
con oltre 54 mila marchi di reddito. Coloro che avevano oltre
100 mila marchi di reddito non rappresentavano che 5.59 per
cento del reddito della nazione. Quest'ultimo, com'era com-
posto nella maggior parte ? Per 87 ^jo di redditi inferiori a
8.009 marchi, per 58.59 o/o di redditi inferiori a 2.200 marchi.
Ciò che è anche più notevole, se si osservino queste statistiche
per un certo numero di anni, è la tendenza spiccatissima dei
redditi medi (da 800 a 3.300 marchi) a soverchiare tutti gli
altri. Se prendiaiiio nella stessa Sassonia la statistica dei red-
diti dal 1879 al 1898, troviamo questo fatto in forma spic-
catissima t-
* Dal 1879 al 1900 i redditi colpiti daìV Einkommenstetier sono pas-
sati da 108,8 a 2.403 milioni di marcili. Nello stesso periodo i redditi
dei beni fondiari sono passati da 218 a 329 milioni; le rendite daiii
a 288; gli stipendi e salari da 364 a 1.103: i provventi del commercio
e della industria da 350 a 681 milioni.
t Ecco le variazioni della statistica dei redditi in Sassonia dal 1879
al 1898 :
1879 1890 1898
Fino a 500 marchi 560.210 546.138 529.543
Da 500 a 800 » 270.246 401.439 476.994
Da 800 a 1.600 * 165.699 . 318.125 476.099
Da 1.600 a 3.330 » 62.140 91.224 131.777
Da 3.300 a 9.600 » 24.414 36.841 47-332
Superiori a 9.600 » 5.293 10.402 i5-035
136 SCIENZA DELLE FINANZE [GAP. X.
Le persone senza alcun reddito erano poi 1.842.359 nel
1879. 2.098.615 nel 1890, 2.293.070 nel 1898. Il reddito netto
di ciascun abitante, che era di 882 marchi nel 1879 e di 1033
nel 1890, si è elevato a 1.201 nel 1898: ma di questo accre-
scimento si sono avvantaggiati sopra tutto i redditi medi, che
rappresentano le facoltà medie, cioè la massa della popolazio-
ne. 1 redditi medi sono in realtà più numerosi che la statistica
non dimostri. Infatti, un operaio il quale guadagni 750 marchi
all'anno e abbia un figlio che ne guadagni 400, rappresenta
in realtà un reddito familiare di 1650 marchi, e non è in
condizioni diverse, anzi sotto alcuni aspetti è in condizioni
migliori, di un piccolo impiegato che sia solo a guadagnare e
che abbia la stessa somma.
Si deve ancora tener conto che fra 1.666.770 persone colpite
dalla imposta nel 1897, vi sono 6.697 persone giuridiche con
un reddito medio di 11.468 marchi e che quindi contribuiscono
non poco a far sembrare più numerosi i redditi maggiori.
Ora ciò che ci colpisce vivamente nell'esame di queste stati-
stiche è, che ciò che si è ripetuto per tanti anni, la famosa
tendenza dei poveri a diventare sempre più poveri e dei ricchi
a diventare sempre più ricchi, non ha nessun riscontro nella
realtà. Si è anche creduto, si continua tuttavia a ripetere, che
nelle attuali forme di produzione, i redditi medi sono quelli
destinati maggiormente ad esser sacrificati. La statistica finan-
ziaria ci rivela invece che, non solo i redditi medi non tendono
a scemare, ma viceversa tendono a svilupparsi, cosi nel numero
come nella loro importanza relativa. Noi andiamo anzi assai
probabilmente verso forme economiche in cui i redditi medi
avranno nella distribuzione della ricchezza sociale assai mag-
giore importanza che ora non abbiano.
38. Benché la Einkommensteuer prussiana, per il suo ordi-
namento, si presti meno di quella sassone a fornirci gli ele-
menti per i confronti relativi alla distribuzione del reddito,
purei dati che essa fornisce non mancano di significato. Come
è noto, questa imposta esenta i redditi inferiori a 900 marchi
e applica saggi progressivi per i redditi superiori. Riordinata
completamente nel 1891. questa imposta è. si può dire, recente
CAP. X.] RIPARTIZIONE DELLA RICCHEZZA I37
e pei gli anni anteriori bisogna calcolare sopra i dati della
Classensteuer o imposta di classi *.
Al 31 dicembre 1900 la popolazione del Regno di Prussia era
34.468.307 abitanti. Quando fu fatta la statistica di cui ci occu-
piamo la popolazione veniva calcolata in 33.169.810 abitanti,
ma di essi, 22.377.304 erano interamente esenti da imposta,
poiché il loro reddito non raggiungeva 900 marchi, o perchè
godevano di certi privilegi, come quello dell'estraterritorialità:
8.315 persone erano in questo ultimo caso.
Un dettagliato rapporto presentato dal ministro delle finanze
prussiane** sul rendimento dell' Einkommensteuer in Prussia nel
1899 e nel 1900 contiene una serie di elementi di grande va-
lore. Risulta da tale rapporto che sul numero totale dei con-
tribuenti nel 1890 solo 423.878 peisone fisiche in tutto il re-
gno di Prussia aveano un reddito superiore a tre mila marchi.
Nel 1900 vi erano in Prussia 22.377.304 persone fisiche e
morali contemplate dalle imposte sul reddito, ma di esse
20.890.102 venivano esentate per avere un reddito minore di
900 marchi f. Anche in Prussia, dove pure il concentramento
* La distribuzione dei redditi in Prussia secondo S o t b e e r {Zur
Einkommenstatistik von Preussen, Sachsen etg.) era la seguente negli anni
1871, 1881 e 1886:
1876 i88i i886
420
marchi . .
• . 5-I55.524
5.224.654
5-557-I07
3-650
» . .
. . 4-50.567
472.918
522.321
4.800
»
. . 66.319
75-720
88.639
16.800
» . .
. , 8.033
S.785
10.860
84.000
»
• - 532
543
737
** Mittheilungen aus des Venvaltung der direkten Steucrn in preussischen
Stilate — Statistik der preussichen Einkommensteuer Veranlagimg filr das
Yahre igoo, Berlin 1900.
t Ecco i risultati dell' imposta sul reddito in Prussia negli anni
1896 e 1900.
anno 1900 anno 1896
per op della popolazione
Esenti dalla imposta per reddito infe-
riore a 900 marchi 62.41 67.20
Esenti dalla imposta perchè in posi-^
zione non stabile 4.44 3.50
138 SCIENZA DELLE FINANZE [CAP. X.
della ricchezza è notevole, coloro che possiedono oltre 100
mila marchi di reddito sono 0,02 del totale: sono dunque
una minoranza assai scarsa. Tutti coloro che hanno reddito
superiore a 9500 marchi non rappresentano che 0,75 della po-
polazione. La quasi totalità della popolazione, 95,81 ^\o riceve
redditi minori di 3.000 marchi. La popolazione colpita dalla
imposta sul reddito comprende negli anni 1900 e 1899 quasi
un terzo, nell'anno 1896 circa tre decimi della popolazione
totale. Invece di esservi un processo di impoverimento pro-
gressivo deHe classi lavoratrici, come fu detto essere quasi
immancabile nelle forme attuali di produzione, si nota un
accrescimento continuo dei redditi minori. Il numero di coloro
che pagano imposta per una entrata superiore a 900 marchi
passa da 9.185.173 nel 1896 a 11. 092. 514 nel 1900, Ma sono
i redditi medi sopra tutto che aumentano, seno i redditi tra
980 e 3000 marchi; essi passano da 8.840.719 a 9.691.732,
cioè in rapporto alla popolazione da 25.67 «[o a 28.96. La
massa di coloro che non possiedono reddito superiore a 900
marchi dal 1896 al 1900 é diminuita in pochi anni di 4.79°io
in rapporto alla popolazione. D'altra parte, come notano le
stesse statistiche prussiane, i 22 milioni di cittadini che non
pagano imposte perché non hanno reddito superiore a 900
marchi sono ben lungi dal rappresentare la realtà. Fra essi en-
trano molti figli di agiati contadini che lavorano presso case
estranee in determinate stagioni, entrano anche figliuoli di
persone ricche, che non ricevono complessivamente dal capo
di famiglia assegni superiori a 900 franchi; ecc. Quindi la di-
stribuzione del reddito presenta anche qui le stesse forme; le
grandi fortune sono poche e non rappresentano che una parte
minima del reddito nazionale.
Redditi e
la
900 a
3.000
marchi
28.96
25.67
»
3.000 a
6.00Q
2.72
2.38
»
6.500 a
9.500
0.72
0.63
»
9.500 a
30.500
0.60
0.51
»
30.500 a
100.000
0.12
O.IO
» olt
re
100.000
0,03
0.02
Le cifre di questa tavola non sono molto dissimili da quelle già ri
ferite per la Sassonia.
GAP. X.] RIPARTIZIONE DELLA RICCHEZZA I39
h'Ergdnzungssteuer, o imposta complementare sul patrimonio,
permette inoltre di classificare le grandi fortune prussiane. Ora
dai risultati di questa imposta risulta che nel 1902 vi erano
in Prussia 4.257 persone con patrimonio di i a 2 milioni di
marchi e 2,344 con patrimonio di oltre 2 milioni. Fra
queste ultime però solo 5 sorpassavano 44 milioni di mar-
chi e 2 soltanto 100 e ben i.o86 aveano da 2 a 3 milioni,
470 da 3 a 4 e 23Ó da 4 a 5.
59. Sembra fare eccezione qualche paese, come la Gran
Brettagna, dove per cause molteplici la ricchezza è assai
più accentrata : ma anche in Inghilterra si nota una ten-
denza assai accentuata a una più larga ripartizione. Il suolo
britannico è però senza dubbio, ancora adesso, mal distri-
buito; ma bisogna aggiungere anche che in Inghilterra i
redditi fondiaii rappresentano la minor parte del reddito na-
zionale *. Bisogna però fare per l'Inghilterra una distinzione
profonda fra distribuzione della ricchezza e distribuzione dei
redditi. In Inghilterra i salari sono più elevati che in tutto
il continente europeo, lo spirito di economia è scarso, la na-
tahtà elevata. Le più grandi fortune si conservano ancora
per effetto delle tradizioni e delle disposizioni legislative :
ma la continua elevazione delle classi popolari agisce pro-
fondamente sulla ripartizione del reddito. Di quest'ultima le
statistiche inglesi non ci mettono in grado di avere una idea
esatta: poiché essendo elevatissimo il minimo di esenzione della
income iax, sfugge ai calcoli della ripartizione la più gran
parte del reddito nazionale. Tutti i redditi colpiti dalla inccme
tax solo da qualche anno sorpassano i 700 milioni di sterHne:
il reddito annuale dell'Inghilterra è certamente più che due
volte superiore a questa cifra. La legge accorda una esenzione
di 3750 lire italiane : le dissimulazioni di uso la portano al di
sopra di 5 mila. Anche in Inghilterra la concentrazione del
* Cfr. Leroy Beaulieu: op. cit., pag. 521; S o t b e e r : Umfang
und Zertheilung des Volkseinkommen, 1879. Nella income tax più impor-
tante di gran lunga di tutte le altre è la cedola dei profitti industriali
e commerciali. Cfr. Bull. S. I. e. novembre 1886.
140
SCIENZA DELLE FINANZE
[CAP. X.
capitale è minore che non si creda e tendono più degli altri
a svilupparsi i redditi medi *.
Gli Stati Uniti di America sembrano costituire una ecce-
zione a quanto è stato detto finora: ma è che la situazione è
* G ose he II diceva il 26 marzo 1888 alla Camera dei comuni che,
durante il ventennio precedente vi erano state in Inghilterra solo tre
successioni che aveano raggiunto 3 milioni di sterline. Bull. S. 1. e.
1888, pag. 444. E ciò nel paese più plutocratico di Europa! Nell'anno
finanziario 1902-1903 VEstate duty è stata pagata su 275 milioni di ster-
line di valori trasmessi ripartiti nel seguente modo :
Piccole proprietà fino a sterline
Da L. 300 a 500
Da 100 1. a 500 1
» 500 1. a i.ooo 1. ...
» 1000 1. a 10.000 1. . . .
» 10.000 1. a 25.000 1.
» 25.000 1. a 50.000 1.
» 50.000 1. a 75.000 1.
» 75.000 I. a 100.000 1. .
» 100.000 1. a 150.000 1.
» 150.000 I. a 250.000 I.
» 250.000 1. a 500.000 1.
» 500.000 1. a 1. 000.000 1. .
» i.ooò.ooo 1
300
Regno Unito
18.024
8.559
5-712
9.767
16.419
2.212
904
294
139
131
81
45
19
4
Totale 62.310
A prima giunta si nota però qui un concentramento più grande della
ricchezza che nei paesi del continente. Sir Henry Primose, presidente
Board of Inland Revenue nel 1906 ha presentato alla commissione par-
lamentare per la riforma deìVincome tax uno studio da cui risulta che
il numero delle grandi fortune è nel Regno unito il seguente :
Redditi annui
Numero ammontare totale in milioni di sterline
da 5 mila aio mila sterline 6.500
» IO » 20 » 2.500
» 20 » 40 » 750
« 40 mila sterline ed oltre 509
45
34
21
20
Vi sono dunque nel Regno Unito, oltre io mila persone il cui red-
dito supera 5 mila sterline e che tutte insieme hanno 121 milioni ossia
più di 3 miliardi di reddito.
CAP. X.] RIPARTIZIONE DELLA RICCHEZZA 14!
veramente eccezionale e in essi l'accrescimento vertiginoso
della ricchezza ha permesso forme di accentramento impossi-
bili in Europa. Del resto anche negli Stati Uniti i redditi del
lavoro sono in rapidissimo aumento e sono assai più alti che
non siano in Europa *.
60. Sulla ripartizione della ricchezza in Italia mancano
dati attendibili, ma vi sono alcune indicazioni non prive di
valore.
Una ricerca del Benini sulla distribuzione probabile della
ricchezza privata in Italia per classi di popolazione riguar-
dava i comuni capiluoghi di provincia e di circondario e 355
comuni non Cf:.piluoghi per l'anno 1881 e si estendeva a
554.551 famiglie. Calcolava il Benini che 312,040 famiglie
avevano un reddito inferiore a 500 lire, 123.385 da 500 a
1000, 44-575 inferiore a 1500. Mentre solo 3450 famiglie ave-
vano un reddito da 10.000 a 25.000 lire e 1002 appena aveano
reddito superiore a 25.000 *♦. Cosi ragguagliando queste ci-
fre a 100 si ha che 80 ojo della popolazione avrebbe redditi
inferiori a 1000 lire e 8 0|o superiori a 10.000. Senza dubbio
questi dati sono estremamente indiziari e anche non recenti;
ma anche ogni altra ricerca raggiunge conclusioni identiche.
Nel disegno di legge Gagliardo-Grimaldi per l'applicazione
di una imposta progressiva sulla rendita, i redditi superiori
a 5omila lire venivano in Italia classificati in 997, di cui sol-
tanto 225 superiori a zoomila lire f. Forse queste cifre ri-
mangono al disotto della verità ; non cosi al disotto come
si è disposti a credere.
Le imposte in Italia sono gravissime : cosi gravi che i con-
tribuenti cercano evaderle nella più larga misura possibile. Per
molte categorie di redditi risulta dai registri delle imposte una
cifra che d'ordinario è assai minore della metà della cifra reale.
Cosi il reddito netto complessivo nazionale non apparrebbe su-
* E anche negli Stati Uniti la ricchezza va diffondendosi. In base
alla imposta di successione, Einaudi ha dimostrato ciò nel G. d. E.
1900 per il Massachussetts.
** R. Benini: in R. S, 25 giugno 1894.
t Atti parlamentari, legislatura XVIII, d. e. 285.
142
SCIENZA t)ELLÉ FINANZE
[CAP. X.
periore a 3.400 milioni mentre è di gran lunga maggiore : e
questo reddito è largamente frazionato *. Il reddito dei ter-
reni è posseduto da circa 5 milioni di cittadini e inscritto
in circa 6 milioni di articoli di ruolo. 11 reddito dei fabbri-
cati di tre milioni di articoli, è posseduto forse da 2 milioni
e mezzo di individui. Vi sono alcuni grandi proprietari fon-
diari; ma la proprietà in generale è molto frazionata **.
Nell'esercizio 1900-1901 le successioni e donazioni ascesero
approssimativamente a un valore complessivo di 1068 milioni;
di questa somma 132 milioni rappresentavano eredità e dona-
zioni superiori a i milione. Ma andavano suddivisi fra 883
eredi e donatari, che assai probabilmente sono solo in piccola
parte milionari. Nell'esercizio 1 901-1902 le imposte di succes-
sione sono state pagate su 1097 milioni di valori trasmessi :
157 milioni soltanto per eredità di oltre 500 mila lire. La più
grande massa di eredità è stata nella categoria fra io mila e
50 mila lire. Le eredità di oltre i milione sono salite alla cifra
di 89 milioni : da dividersi però tra 399 eredi e legatari e i
donatario f • cioè 522 mila lire in media per le maggiori e-
redità.
* V. esposizione
finanziaria
del Ministro
R
ub
i n
, fatta il
2 dicem-
bre 1900 alla Camera dei
deputati.
** Rubini: loc. L,it. pag.
38. Le successioni del 1908-1909
in Italia
si dividono così :
Ammontare delle
successioni Numero
Fino a
lire 500
■ . . 45-249
Da lire
500
a
I.OOO .
25-193
I.OOO
a
2.000 .
23.095
2.000
a
4.000 .
18.641
4.000
a
10.000 .
15-501
10.000
a
50.000 .
10.082
50.000
a
100.000 .
1.684
100.000
a
300.000 .
922
300.000
a
500.000 .
197
500.000
a
I.OOO. 000 .
112
Oltre I
milione
.
.
64
La Direzione Generale delle Tasse nota che non si verifica aumento
dei redditi maggiori, ma una tendenza allo sviluppo dei redditi medi.
Relazione 1908-1909 pag. 122.
t B. S. L. C. 1901-902 pag. 1322-3.
CAP. X.]
RIPARTIZIONE DELLA RICCHEZZA
M3
Da altri studi risulta però che il concentramento della ric-
chezza è assai maggiore nell' Italia settentrionale che nella
meridionale f-
6i. Si può ritenere che in quasi tutti i paesi di Europa:
T, la distribuzione dei redditi, considerata nelle sue linee più
generali presenta una regolarità assai grande: e, se non assume
le stesse forme, ha sempre alcuni caratteri comuni; 2, i redditi
superiori non formano che una piccola parte del reddito na-
zionale di ciascun paese; 3, esiste una tendenza dei redditi medi
a svilupparsi e dei redditi minimi, che formano la grande
massa, a diminuire.
Tutto ciò ha un grandissimo valore, sopra tutto dal punto
di vista finanziario, in quanto cadono tutte le illusioni di basare
i sistemi tributari su imposte limitate ai maggiori redditi e alle
più grandi fortune. Ma noi siamo ben lontani dal credere che
la normalità constatata risponda a un rapporto di necessità.
Francis Galton ha tentato, coni' .è noto, un' applicazione
del calcolo delle probabilità alle qualità psichiche degli uomini
e ha dimostrato che le attitudini medie sono quelle che in ogni
t Secondo il risultato dei miei più recenti studi sulla distribuzione
della ricchezza in Italia (Torino, 1904) risulta che nel triennio 1 900-1 901
a 1902-1903 rispettivamente a 100 del totale le eredità si riparti-
vano così :
Italia
Italia
Italia Sicilia S
ar degna Total
settentrion.
centrale
merid.
—
—
—
Eredità fino a lire 500 29.39
17-93
31.72
16.39
4-37
100
Da lire 500 a 1000 37.83
18.35
28.31
12.50
3.01
100
Da lire looo a 2000 43.18
17.86
26.08
10.39
2.49
xoo
Da lire 2000 a 4.000 48.25
17.80
23-37
8.59
1-99
100
Da lire 4.000 a 10.000 50.32
18.67
21.37
7-85
1-79
roo
Da lire 10.000 a 50.000 47-79
21.86
20.92
7-77
1.66
100
Da lire 50.000 a 100.000 47.86
24-47
19.26
6.99
1.42
100
Da lire 100.000 a i mil. 55.12
22.87
16.08
5-41
0.52
100
Oltre I milione 65.42
21.08
9.78
3.00
100
m piena opposizione
Come si vede il risultato di queste ricerche
con quanto era ammesso fino ad ora.
Forse vi sono, calcolando sui dati delle successioni, appena 1500 mi-
lionari in Italia : quando ve ne sono più che 12 mila in Germania,
15 mila in Francia e 32 mila in Inghilterra.
t44 SCIENZA t)ELLE FINANZE [CAP. X.
società prevalgono. Secondo dati raccolti in Inghilterra, Gal-
ton ha determinato empiricamente la ripartizione di ciascuna
categoria di attitudini sopra un milione di uomini *. Or che
cosa dimostra la statistica della ripartizione dei redditi ? Che
sono appunto le attitudini medie che prevalgono e che la ri-
partizione delle attitudini non è molto dissimile da quella dei
redditi. Nei paesi industriali sopra tutto, i lavoratori abili en-
trano per la più gran parte nei redditi medi e formano ap-
punto il grosso nucleo che in più larga misura partecipa alla
distribuzione del reddito. Qualche scrittore è stato colpito da
questo fatto f, che non manca d'interesse. Pure si esita a ve-
nire a qualsiasi conclusione in questa materia quando si pensi
quale spostamento porti l'istituto della eredità, come uomini
senza attitudini e senza intelligenza rappresentino assai spesso
i redditi più elevati.
È fuori di dubbio che una serie di fatti hanno in Europa
contribuito e contribuiscono ogni giorno in varia misura ad
attutire le difierenze profonde che ora esistono fra le varie
classi sociali e che esistevano anche più in passato.
L' aristocrazia rurale tende quasi dovunque a scomparire e
le forme sempre più industriali che prende la coltivazione della
terra e il bisogno sempre maggiore che essa ha di capitali ne
affrettano la scomparsa. Certo si sono formati e si formano
veri latifondi nella ricchezza urbana e nella mobiliare : ma la
loro durata non è d'ordinario assai grande. E d'altra parte la
discesa continua nel tasso dell' interesse minaccia non poco
l'esistenza delle classi medie.
La scomparsa di piccole intraprese, anche in passato non
significava sempre diminuzione di redditi medi. Molte volte,
sopra tutto nei paesi come 1' Inghilterra, chi rinunzia va a la-
vorare per conto proprio, portava i suoi capitali e la sua atti-
vità personale alla grande intrapresa. L'apparenza era più mo-
desta, poi che egli rinunziava alla sua individualità ; ma molto
♦ E. Galton: Hereditary Genius. London, 1869: Naturai Inheritance,
London 1889.
t A ra m o n : loc. cit.
CAP. Xj RIPARTIZIONE DELLA RICCHEZZA I45
probabilmente egli acquistava nella distribuzione dei redditi
un posto più elevato *.
Le classi medie hanno avuto lungamente, nella forma sem-
pre più burocratica delle società moderne, alcuni monopoli di
fatto : la istruzione stessa è stata lungamente un monopolio e
così i pubblici uffizi. Ma tutto ciò tende sempre più a scom-
parire. Esistono ancora alcune professioni così dette liberali
dove alcuni riescono a realizzare grandi guadagni : ma lo svi-
luppo delle qualità medie nella folla rende queste distinzioni
sempre più rare. Anche nei pubblici uffizi le retribuzioni sono
ora assai scarse : d'ordinario per i maggiori uffizi gli stipendi
sono bassissimi e le democrazie, ove spesso la invidia e la ge-
losia predominano, tendono a ridurli eccessivamente. I ministri
di alcuni paesi, come l'Italia, hanno stipendi che sono di una
inverosimile modestia: le più alte cariche dell'amministrazione
civile non sono retribuite oltre 9 mila lire. Al 1° luglio 1910,
lo Stato italiano avea, compreso le feirovie, 259.624 impiegati,
di cui 6939 con oltre 6 mila lire di stipendio e di cui solo 807
con 9 mila e 30 appena fra 15 mila e 18 mila **.
Macaulay racconta che ancora al decimo settimo secolo il
primo cancelliere d' Inghilterra non prendeva mai meno in
emolumenti di ogni guisa di 40 mila sterline, cioè un milione
di lire all'anno. La moneta valeva allora fra due volte e mezzo
e tre volte più di ora. I Ministri di Napoleone prendevano
120 mila franchi di stipendio: tre di essi cioè erano pagati al-
meno quanto tutti gli attuali ministri e sottosegretari di stato
italiani uniti assieme. E si aggiunga che Napoleone usava fare
larghi doni ai suoi ministri, che non si peritavano di accet-
tarli f. Tranne le alte magistrature inglesi, che rappresentano
* « Il n'ya pas de féodalité financière, mais une démocratie finan-
cière... Il n'existe pas une aristocratie de porteurs de titre, mais un
peuple qui travaille, économise ». Neymarck: loc. cit.. Questa è la
tesi apologetica delle società attuale e non è vera: ma è vero che au-
mentano i redditi medi dovunque.
** Gli stipendi maggiori sono rimasti in Italia in 42 anni quasi inva-
riati; viceversa i prezzi sono considerevolmente aumentati; anche dopo
la guerra si è esagerato nell'aumentare gli stipendi minori e i medi, la-
sciando quasi inalterati gli stipendi considerati alti.
t Leroy Beaulieu: op. cit, cap. XIII.
Ni tti . IO
146 SCIENZA DELLE FINANZE [cAP. X.
oramai una eccezione, dovunque in Europa la pubblica am-
ministrazione non ha più alti stipendi; in alcuni paesi in mezzo
secolo gli stipendi sono rimasti presso a poco gli stessi mentre
le esigenze della vita sono molto aumentate.
Ora, mentre vi è in quasi tutti i paesi aumento notevole
dei salari, mentre aumenta dovunque la ricchezza comune e
indivisa e il demanio pubblico ha un' importanza sempre mag-
giore, m3ntre si accentua la tendenza del saggio dell'interesse
a diminuire, non si può senza sorridere leggere le previsioni
che da cinquanta anni si sono fatte sull'inevitabile rovina
della società presente per la proletarizzazione di un numero
sempre crescente di individui.
Un grandissimo numero di scrittori, che ha studiato la
condizione, delle classi operaie, è d* accordo nel ritenere che
il rialzo dei salari sia in Europa quasi generale e che sia
tanto più notevole in quanto coincide con una diminuzione
delle ore di lavoro. Basta osservare del resto i bilanci delle
società anonime per convincersi come la grandissima parte
delle entrate sia distribuita in salari e come i salari si ele-
vino *.
L'aumento reale dei salari ha avuto e ha una grande im-
portanza nello sviluppo dei redditi medi, ma ne hanno una
non minore le cause sempre più numerose che spiegano ogni
giorno la loro azione, Le leggi quasi dovunque impongono
la divisione di eredità quando esistano figliuoli legittimi ; 1^
leggi finanziarie sono assai più penetrate che in passato di
spirito democratico, qualche volta anche di prevenzione. D'al-
tra parte il frazionamento dei valori mobiliari ha aumentato
lo spirito di risparmio, la facilità degli investimenti. La coo-
perazione, sotto tutte le sue forme, di produzione, di credito,
* Pareto: loc. cit., De F o v i 1 1 e : La France économique: L. L a u-
g h 1 i n , prefazione all'edizione americana di J. S. M i 1 1 : Principles
of politicai economy, New- York, 1885; B o w 1 e y : Wages in United King-
dom in the nmeteenth Ceniury, London, 1900; Rogers: Six cen*uries
of work and wages, London, 1884; le inchieste compiute recentemente
negli Stati Uniti (per cura di G o u I d ) , in Francia {Salaires et durée
du travati), in Belgio (1896), ecc., e le numerosissime ricerche di A n-
siaux, Schoenhoff, Nitti, Niccolai, ecc.
CAP. X.] RIPARTIZIONE DELLA RICCHEZZA Ì47
di consumo, ha reso possibile il sorgere di grandi aziende
con capitali modesti.
62. D'altra parte anche la concentrazione della industria
e del commercio non ha avuto in Europa prima della guerra
quello sviluppo che si riteneva inevitabile. Le grandi intra-
prese sono costituite in generale sotto forma di anonime, cioè
sono proprietà di un grandissimo numero di persone. E lo
sviluppo crescente delle applicazioni elettriche, la sostituzione
della forza elettrica a quella del vapore, ci serbano forme in-
dustriali assai diverse da quelle presenti. La possibilità di
avere la forza motrice a buon mercato per le piccole come
per le grandi intraprese, farà che le prime avranno nuove ra-
gioni di sviluppo.
Il vapore è stato la più grande causa di concentramento in-
dustriale. Una macchina a vapore per quanto piccola non può
fornire soltanto un ottavo o un sedicesimo di cavallo dinami-
co, e le piccole macchine sono molto costose- Una macchina
di un cavallo dà la forza motrice a un costo proporzional-
mente tre volte più grande di una macchina di 15 : e questa
a un costo tre volte più grande di una macchina di 400 ca-
valli *. Invece la elettricità tende tutto a mutare : l'energia,
che si trasporta oramai anche a 150, a 200, a 260 chilometri
di distanza, ha una meravigliosa potenza di adattamento, può
alimentare la più grande azienda e la più umile, fornire
50 mila cavalli di forza e fornire appena un sedicesimo di ca-
vallo: la elettricità si divide, si spezza; più pieghevole, più ub-
bidiente di qualsiasi forza motrice f-
Queste verità evidenti sono opposte da molti scrittori otti-
misti al socialismo : noi crediamo che sotto qu' sto aspetto ab-
biano un valore assai scarso. Ammesso che la tendenza con-
statata si accentui e che la ricchezza sia sempre più ampia-
mente ripartita, il problema della esistenza del capitale indi-
viduale rimane immutato, essendovi sempre un grandissimo
* Cfr. i calcoli di Sai di ni nel Politecnico di Milano, nov^embre
1887 e N i 1 1 i : Le forze idrauliche dell' Italia e la loro utilizzazione, Na-
poli, 1901, cap. VII.
t Cfr. Julin et Dubois: Les moteurs électriques dans les indu-
stries à domicile, Bruxelles, 1902.
14^ SCIENZA DELLE FlNANZJE [CAP. 5t.
numero di persone costrette a vendere la propria forza di la-
voro. Inoltre il grande sviluppo dei mezzi di produzione e lo
sviluppo delle anonime, che trasforma i possessori del capitale,
siano pure innumerevoli, in semplici azionisti, sono due fatti
piuttosto favorevoli che contrari alla tesi socialista. Cosi, se
gli argomenti addotti e i fatti esaminati hanno un grandissi-
mo valore dal punto di vista finanziario, servono a torto a
tesi ottimiste o apologetiche.
Senza dubbio ancora nelle società più ricche di Europa la
ricchezza è scarsa e il male più grande della umanità, anche
nella sua parte civile, è la povertà. L'Inghilterra, la Germa-
nia, la Francia sono o erano prima della guerra più ricche
che non siano mai state ; ma anche la loro ricchezza è ben
lontana dall 'assicurare un tenore di vita elevato a tutti gli
abitanti. Lo sviluppo straordinario delle macchine, i trionfi '
della meccanica e di tutte le -scienze applicate hanno fatto
sorgere illusioni numerose sulla ricchezza delle società mo-
derne : cosi si è propensi a vedere la ingiustizia dove non
è che la povertà. Senza negare la grandezza della civiltà
moderna, né attutirla in alcuna guisa, bisogna del pari rico-
noscere che i progressi compiuti sono sempre assai modest
e che la ricchezza media per abitante è ancora in tutti
paesi scarsa. D' altra parte i progressi compiuti non riguar-
dano i bisogni primari della umanità ; ma piuttosto biso
gai secondari o derivati. Così i trionfi della industria, otte
nuti soggiogando e disciplinando grandi forze naturali, riguar
dano in generale la industria dei trasporti e la industria ma
nifatturiera. Ma per quanto riguarda le due industrie più im
portanti per l'umanità, la industria agricola, che dà le bas
dell'alimentazione umana, l' industria edilizia, che ci permett
di vivere anche in temperature e sotto climi non favorevoli
non sono stati raggiunti i progressi che era lecito sperare. Ne
non costruiamo forse assai meglio dei romani e degli egiziani
qualche volta forse costruiamo peggio. È per la terra, tuoi
la introduzione dei concimi chimici e la generalizzazione dell
leguminose destinate a fissare l'azoto dell'aria, niente di de
finitivo è stato fatto. Sotto alcuni aspetti, pur tenendo coni
:AP. X.) RIPARTIZIONE DELLA RICCHEZZA I49
lello sviluppo della meccanica agraria, l'agricoltura dei romani
lon era inferiore all'odierna.
I progressi che noi compiamo ogni giorno nel campo delle
ipplicazioni industriali sono vertiginosi ; ma essi non riguar-
lano che in assai poca parte la produzione delle materie o
lei prodotti piìi necessari alla vita. E ancor oggi non vi è
ilcun paese dove la ricchezza generale sia sì alta che per-
netta la prosperità di tutti ; e se la distribuzione è spesso
attiva, la produzione non è quale si è disposti a credere dal
pubblico *. In ogni modo, nelle nostre società la ricchezza e il
eddito sono generalmente assai meno accentrati che nelle so-
ietà precedenti ed è innegabile una tendenza a una più larga
i partizione.
Lungi dal verificarsi il processo tante volte minacciato, se-
ondo cui i poveri diventano sempre più poveri e i ricchi più
icchi, si nota che la massa del reddito in tutte le nazioni è
.ssorbita dai redditi medi e dai redditi minimi che si svilup-
. )ano di più. Da tutto ciò deriva una conseguenzaimportan-
issiina per la scienza finanziaria, ed è che la illusione sc-
endo cui si dovrebbe, con imposte dirette applicate con saggi
ìrogressivi molto accentuati, sostituire lentamente le imposte
lirette, è del tutto lontana dalla realtà. Le sole imposte che
)Ossono formare la base dei bilanci odierni sono quelle che
olpiscono la grande massa della popolazione, la quale, anche
tei paesi più ricchi, è quella che fornisce la grossa massa
elle entrate di ciascuna nazione.
La guerra europea nel 1914-1918 ha però notevolmente spo-
tato tutti i rapporti economici e quindi anche, e sopra tutto
rapporti di distribuzione. Enormi fortune sono state accu-
* «Oh a déjà bieu observé que si l'on égalisait tous les revenus, il
'y aurait qu' une petite augmentation de revenu pour la partie la
loins aisée de la population... On voit quelle est l'illusion des personnes
ui s'imagineut qu'on peut grandement améliorer la condition des pau-
res en leur distribuant la fortune des riches». Pareto: op. cit.,
967. Il socialismo sarebbe vantaggioso solo se coincidesse con un più
rande sviluppo della produzione: altrimenti è da considerarsi vano e
annoso. Ogni forma di produzione comunista ha invece per effetto di
iminuire la ricchezza. I recenti tentativi sono anche peggiori degli
ntichi.
150 SCIENZA DELLE FINANZE [CAP. X.
mulate, nuovi ricchi si sono formati dovunque. La produ-
zione di guerra ha fafto sorgere un gran numero d'industrie
e i prodotti ottenuti in condizioni anonnah sono stati pagati
spesso a prezzi molto elevati. Però anche le modificazioni
che si sono avute nella distribuzione del capitale e dei redditi
sono assai meno essenziali di quello che si potrebbe ritenere a
prima giunta. I primi risultati di alcune nuove imposte sul
patrimonio dimostrano chiaramente che non vi sono modifi-
cazioni sostanziali e che anche ora, dopo la guerra, le grandi
fortune non formano che la minor parte del capitale e del red-
dito della nazione.
LIBRO I.
LE SPESE DELLO STATO
Le spese nei vecchi e nei nuovi bilanci.
63. Le spese pubbliche sono in certa guisa l'indice più si-
curo dell'attività collettiva di ciascun popolo. Un bilancio può
considerarsi come un grande libro di psicologia collettiva. La
destinazione delle pubbliche entrate ad alcuni scopi piuttosto
che ad altri indica non solo lo stato sociale, ma le tendenze di
ciascun paese. Se anche si togliessero le cifre assolute e si man-
tenessero soltanto cifre proporzionali, indicanti il rapporto di
ciascuna parte del bilancio al tutto, nessuno esperto osserva-
tore potrebbe, dopo un esame delle spese, confondere i bilan-
ci della Gran Brettagna, della Germania, dell'Italia, del Belgio.
Però esistono fra le spese di tutti i grandi stati singolari ras-
somiglianze : quasi tutti destinano la maggior parte delle en-
trate non già a scopi di civiltà e di cultura, ma a quelli che
possono dirsi i bisogni primari della esistenza collettiva : la si-
curezza e la difesa.
L'umanità ha senza dubbio progredito. Ma ninno può dire
che un fondo di selvaggia violenza non sopravviva nelle anime
umane. L'ultima grande guerra è stata non Solo la rovina d'in-
finite ricchezze, ma la caduta d'infinite illusioni.
Confrontando anzi i bilanci al principio del secolo XIX e
alla fine si nota che, ancora adesso come in passato, sono le
spese per la sicurezza interna ed esterna quelle che hanno una
prevalenza più grande. L'umanità, anche nella sua parte più
civile e più ricca, non è ancora a tal punto da avere la possi-
154 SCIENZA DELLE FINANZE [LIBRO I.
bilità d'investire la maggior parte delle entrate pubbliche in
scopi diversi che in quelli di sicurezza e di difesa. La guerra
ha peggiorato anzi che migliorare questa situazione. Un esa-
me accurato di tutti i bilanci dei maggiori stati di Europa
e anche di stati civili fuori di Europa, porta alla conclusione
che, dovunque, le entrate pubbliche sono nella maggior parte
destinate a scopi di difesa o a pagare spese cosi dette intan-
gibili, che rappresentano per la più gran parte interessi di
debiti fatti per scopi di difesa. Per le ragioni già dette è as-
sai difficile mettere a raffronto bilanci antichi con bilanci
moderni ; il confronto può essere utile solo se limitato. Ed es-
so ci mostrerà che quanto si è detto ha riscontro esatto nella
realtà anche nei paesi che hanno forme politiche differenti.
La guerra è stata una grande causa di turbamento. Ha
tutto sconvolto nella economia degli stati belligeranti. Pren-
diamo dunque, a base di confronto, il periodo che ha preceduto
la guerra : un lungo periodo di pace e di relativa prosperità.
64. Cominciamo anzitutto dall' Italia. L'Italia conquistò
la sua unità e la sua indipendenza soltanto nel 1860; completò
la prima nel 1870 ; unificò il suo regime tributario nel 1862.
Non era, non è un paese ricco : e la unità politica non corri-
spondeva a un risveglio delle energie economiche. Quanto ha
speso dal 1862 in poi ? Ha speso fino al 1907-1908 la ingente
cifra di 64.417 milioni. Dal 1862 al 1899- 1900 le spese effettive
sono state 45.951 milioni. Sono, dunque, in cifra tonda 46 mi-
liardi: una somma notevole, ma che apparrà meno grande quan-
do si pensi che rappresenta per un grande paese quasi quaranta
anni di vita in comune. Ora supponiamo che questa cifra sia
rappresentata da 100 ; e indichiamo con cifre proporzionali a
100 tutte le altre spese. Ebbene che cosa ha fatto 1' Italia di
ciò che ha preso ai contribuenti ? L' impiego non è causa di
gioia: ha speso 14.063 milioni per interessi di debiti perpetui,
2.762 per debiti redimibili, 2.815 per debiti variabili; 2.025 P^r
un altro debito, cioè le pensioni. Queste cifre stanno al totale
100 rispettivamente come 30.61; 6,01; 6.12 e 4.41. Dunque,
tutto sommato, 1' Italia ha speso 47.15 %, cioè quasi la metà
delle sue enti^ate, o per estinguere debiti, o per pagare interessi
di debiti o pure per pensioni. Si raggiunge subito la metà
CAP. I.] VECCHI E Nuova BILANCI I55
unendo alcune spese necessarie, data la costituzione: nello stesso
periodo 1' Italia ha pagato per dotazioni al Sovrano e ai prin-
cipi 585 milioni di lire e 71 milioni per le camere legislative:
cioè 1.28 e 0.17 % del totale. Siamo proprio a circa la metà,
a 48.70 % : e si tratta di spese che non si potevano in niuna
guisa evitare, almeno data la costituzione politica e sociale vi-
gente. Ma r Italia ha disposto liberamente di quell'altra metà .?
Sarebbe stata invero molto fortunata; ma 1' altra metà è ser-
vita solo in poca parte all' agricoltura, all' industria, al traf-
fico. Prima di tutto non si potea fare a meno di un' ammini-
strazione civile : non si potea, non si potrà mai. E l' Italia ha
speso per essa 1.250 milioni di lire, ossia 2.72 del totale. Non è
moltissimo; ma è già molto. Ma 1' Italia è stata molti anni sotto
il regime del corso forzato e, oltre le spese pei debiti, ha speso
76 milioni ossia 0,17 del totale per commissioni, cambi e paga-
menti all'estero. Siamo già a più della metà delle spese ; ma
sarebbe illusione credere che 1' Italia abbia potuto disporre li-
beramente dell'altra metà. Prima di tutto bisognava riscuo-
tere le imposte e le tasse e la riscossione è sempre costosa;
tanto più dove i cittadini son costretti a dare allo Stato una
parte notevole delle loro entrate. Allora il contribuente tende
a ingannare l'erario e questo tende a sorprendere il contri-
buente, e in definitiva si finisce con spendere molto. E l'Italia
per esigere ha speso nel periodo da noi studiato 5.404 milioni
cioè 11.76 % del totale. Anche per la magistratura si è speso
molto : la magistratura in Italia è tanto mal pagata quanto
numerosa. Cosi essa è costata per spese di ufficio e personale
911 milioni e per spese di giustizia 197, cioè rispettivamente
1.89 e 0.43 del totale. La diplomazia è unpo' meglio pagata,
ma in compenso è poco numerosa: è costata appena 210 cioè
0.44 del totale. (Non importa se ha commesso errori e ha fatto
spendere per altra via; qui non si enumerano che cifre). Quanto
ha speso l'Italia per tutti i servizi pubblici uniti assieme ? Ap-
pena 5.250.9479.38, ossia 11.43 del totale, non tenendo conto di
125. 149.631 (cioè di 0,27 del totale) per l'asse ecclesiastico. Molto
poco senza dubbio : ma è che non si potea forse fare di più. E
la difesa infatti ha assorbito oltre il quinto di tutte le entrate:
si sono spese lire 7.674.833.474 per la guerra e 2.318. 184.088
156 SCIENZA DELLE FINANZE [LIBRO I.
per la marina, cioè rispettivamente 16.71 e 5.05 del totale.
Rimangono due altre piccole categorie: 112.638.253 lire per
spese diverse e 84.791.986 per reintegrazione di fondi, ma sono
appena 0.25 e 0.19 del totale. Queste sono le spese effettive:
giova però notare che rimangono in fuori quelle spese che por-
tano modificazione nel patrimonio : le spese per movimento di
capitali e quelle per costruzioni ferroviarie *.
Dunque, in Italia le spese per la costituzione e le spese mili-
tari rappresentano sette decimi delle spese effettive e unendovi
le spese per la riscossione delle imposte si ha che r82 % rap-
presentano i bisogni primari della esistenza collettiva e ben
poco rimane per scopi di civiltà o di benessere. L'Italia ha do-
vuto provvedere nelle condizioni più difficili alle sue esigenze
presenti e al suo sviluppo avvenire.
65. Sono in condizioni più felici gli altri paesi? È molto
da dubitarne, se si osservano i loro bilanci : alcuni però sono
più ricchi e ciò fa sentire meno il peso. La Francia ha un regi-
me politico differente e assai diverse condizioni demografiche e
sociali : ma le spese dello Stato non hanno diverso impiego.
Leon Say, che ha riassunto i bilanci della Francia dal 1801 al
1886, conferma queste osservazioni. Infatti su 100 miliardi spesi
fra il 1801 e il 1870, non meno di 78 sono stati assorbiti da
debiti, dotazioni, riscossioni; e nel secondo (1872-1880) 28 mi-
liardi su 38 e nel terzo (1881-1886) 11 e mezzo su 16.3. Una si-
tuazione, dunque, niente affatto differente da quella italiana;
anzi la riproduzione dello stesso fenomeno t •
Secondo le cifre date dal senatore A. Dubost, autore della
relazione generale del bilancio per l'anno 1901, nel bilancio fran-
cese del 1900, le spese per il debito rappresentano 29%, le spese
per le pensioni 2,50 %, le spese militari 33.50: in tutto 67% del
bilancio. Adunque la proporzione di tutte le spese non è punto
essenzialmente mutata in un secolo e sono le spese per la co-
* Cfr. N i t t i : // bilancio dello Stato dal 1862 al i8g6-gy, Napoli, 1900
e per le pubblicazioni della Ragioneria dello Stato, dirette nei vari anni
da Orsini, Mela ni e Bernardi.
Say: Les finances de la France sous la ttoisième rèpubliquc, Paris,
1900, voi. III.
CAP. I.] VECCHI E NUOVI BILANCI I57
stituzione quelle che assorbono sempre la grandissima parte di
tutte le entrate * .
La situazione dell' Inghilterra è forse differente ? Nel 1861 le
spese delo Stato erano di 72.8 milioni di sterline, cioè di 4 st.,
IO sh. e 8 d. per abitante, nel 1901 sono state di 183.6 milioni
cioè di 4 st. 8 sh. 6 d. per abitante. Ma le proporzioni fra le sin-
gole categorie di spese non sono punto mutate. Le spese per
la costituzione e le spese militari assorbono gran parte delle en-
trate. Nel 1861 su 72.8 milioni di spese 26.3 rappresentavano
l'onere dei debiti, 31.3 le spese di guerra e marina, 2.2 le altre
spese del fondo consolidato, escluso l'onere dei debiti, i l'istru-
zione pubblica, 6.2 gli altri servizi civili, 2.5 la riscossione delle
imposte e 2.9 il servizio postale e telegrafico. Nel 1881 le spese
erano di 80.9 milioni di sterline: di cui 29.3 per i debiti, 26.8
per la guerra e marina, 1.6 per il fondo consolidato escluso il
debito pubblico, 4.2 per l'istruzione pubblica ,11.4 per le altre
spese dei servizi civili, 2.8 per le spese di riscossione e 5.3 per le
poste e i telegrafi. Il 1901 è stato un anno di guerra. Sopra 183.6
milioni di sterline destinati alle spese, 19.8 sono stati per il de-
bito pubblico, 12 1.4 per la guerra e la marina, 1.5 per le spese
del fondo consolidato esclusi i debiti, 12.6 per la istruzione
pubblica, 14.6 per gli altri servizi civili, 2.8 per le spese di ri-
scossione e 13.4 per le poste e telegrafi f-
Dunque tre tipi di stati diversissimi presentano lo stesso feno-
meno nelle pubbliche spese. In generale, le stesse proporzioni
fra le singole spese si trovano nei maggiori stati; sicché sorge
il dubbio se veramente la politica internazionale abbia realiz-
zato quei progressi che noi stessi vantiamo. In quasi tutti
gli stati di Europa dal 65 al 75 e anche air8o % delle entrate
dello Stato servono a pagare spese per la costituzione e spese
militari : ciò che rimane disponibile per scopi di diritto, di
civiltà o di benessere rappresenta una proporzione relativa-
mente scarsa.
♦AntoninDubost: Rapport Jait... sur le Budget general des dé-
penses et des recettes de Vexercipe 1901, negli atti del Senato francese, n.
26, anno 1901 ; ecc.
t G i f f e n in J. R. SS. aprile igo-j .
I38 SCIENZA DELLE FINANZE [LIBRO t.
Anche i paesi che sono messi in condizioni più vantaggiose
e che da più antico tempo godono della pace, non sono in condi-
zioni migliori degli altri sotto questo riguardo.
I sociologi, che amano la previsione e si abbandonano quindi
alla fantasia, aveano parlato sempre della civiltà militare del-
l'Europa continentale in contrapposto allo spirito mercantile
degli anglossassoni di Europa e di America.
Le spese pubbliche dell'Inghilterra e dell'America non differi-
vano prima della guerra notevolmente, riguardo alla composizio-
ne da quelle degli stati di Europa: sono sempre i bisogni primari
della esistenza, che richiedono le maggiori entrate pubbliche.
Secondo un rapporto del Ministro del Tesoro degli Stati Uni-
ti quella repubblica ha speso (per le sole spese federali) dal 1791
al 1901 la cifra di 32.338.500.197 dollari *. E presso a poco la
ripartizione delle spese è stata la stessa.
In Inghilterra la situazione non è molto diversa: sono sempre le
spese militari e le spese del Tesoro che prevalgono su tutte le altre.
I soli oneri del Tesoro rappresentati quasi esclusivamente
dai debiti assorbivano dal 30 al 50 per cento di tutte le spese nei
maggiori stati t : le spese militari fanno giungere le spese per i
bisogni primari della vita sociale fino a 65 ed 80 per cento di
tutte le spese.
* Ecco, questa enorme somma come è stata impiegata :
5.681.778.167 per la guerra (di cui soli 3.572 milioni prima del 1866).
1 .628.343.213 per la marina (di cui soli 717 milioni prima del 1866).
379-254-290 per gli indiani.
2. 797 -938-464 per pensioni quasi tutte militari.
3.388.735.154 per tutte le altre spese.
I73-494-64I per premi.
3.0I4-699-I47 per interessi.
15. 274-260.118 per il debito pubblico.
Dunque il debito pubblico e le spese militari anche nel paese più ricco
del mondo e dove la tassazione federale è tenue, hanno assorbito la più
gran parte delle entrate.
Annual Report of the Secreiary of the Tresanry on the state of the finances
far the fiscal year ended june 30, 1901, Washington, 1901.
t Cfr. la esposizione finanziaria del ministro del tesoro Rubini, 2 di-
cembre 1900.
CaP. I.] VfeCCtìi fe NUOVI BILANCI I59
L'umanità è ancora nel suo complesso assorbita dalle neces-
sità fondamentali dell' esistenza e della difesa. Si può anche
ammettere che la grande guerra combattuta in Europa sia sta-
ta da un punto di vista generale un grande regresso cosi della
ricchezza come dei sentimenti morali. Si parla ora un linguag-
gio di violenza eh' era ignoto o dimenticato.
Nel complesso si spende in Europa, in America, in Asia, per
spese militari assai più che prima della guerra e si verifica tutta
una serie di fenomeni, che scuote profondamente i bilanci.
Nei paesi usciti dalla guerra, vi sono ora due spese enormi,
oltre le spese militari: l 'una è determinata dagli interessi dei
debiti contratti per la guerra ; l'altra, che durerà anch'essa
lungamente, è costituita dal mantenimento della popolazio-
ne resa invalida dalla guerra e dal numero enorme di pensio-
ni di guerra alle famiglie dei caduti. Sono due spese che assor-
l)ono buona parte dei bilanci.
Prima della guerra vi erano le necessità della difesa ed erano
spese ingenti. Ora vi sono spese più grandi in conseguenza della
guerra : vi è l'onere del passato e l'onere del presente.
I fenomeni finanziari sono diventati estremamente piìi com-
plicati, non solo per la massa ingente di interessi da prele-
vare ;*ma anche per il fatto che, l'equilibrio precedente essen-
dosi rotto, non è venuta ancora e non verrà per qualche tempo
una nuova fase d'equilibrio economico.
Mentre le grandi nazioni hanno diminuito il valore del me-
dio circolante e i prezzi si sono elevati, il saggio d'interesse
è diventato più alto, per le ricerche continue di nuovi prestiti
da parte dello stato e degli enti pubblici. Ma la produzione è
diventata assai più difficile, non solo perchè l'opera dei se-
coli è stata distrutta e le correnti di scambio si sono interrot-
te, ma per la deficienza di materie prime e per il fatto che i
lavoratori tornati dalla guerra hanno subito dimostrato un
bisogno quasi spasmodico di un maggiore benessere, proprio
quando le condizioni economiche erano peggiori.
Così l'aumento sia pure temporaneo delle spese ha un aspet-
to quasi spasmodico e la difficoltà di entrate sufficienti, che
non distruggano le basi stesse della ricchezza, è per molti pae-
si grandissima.
l60 SCIENZA DELLE FINANZE [LIBRO II.
II.
Le spese PER LA COSTITUZIONE.
66. Si chiamano spese , per la costituzione quelle che più
strettamente si attengono alla costituzione politica e che ri-
spondono ad obblighi non solubili senza venir meno ad un patto
costituzionale. Sono nella più gran parte tali, quelle spese che
tradizionalmente entravano nel fondo consolidato del bilancio
inglese, e di cui ci occuperemo in seguito. Entravano in In-
ghilterra nel fondo consolidato, che rappresentava un grosso
nucleo di entrate e di spese, le quali si consideravano come
approvate una volta per sempre (là introduzione di quesito
istituto rimonta all' avvento al trono di Guglielmo III, doj^o
la costituzione del 1688) le seguenti spese : lista civile, inte-
ressi del debito consolidato o fluttuante, alcune grandi pen-
sioni civili e militari, la dotazione del presidente della Camera
dei comuni [speaker), gli emolumenti di alcune corti superiori
e della magistratura, le spese per i servizi diplomatici, ecc.
In generale possono riguardarsi come spese per la costituzio-
ne quelle che si attengono alla lista civile, alla dotazione delle
Camere legislative e che vanno sotto il nome di spese per la
sovranità; le spese per gl'interessi del debito pubblico ; le spe-
se per le pensioni civili e militari. In tutti i paesi moderni la
successione di uno stato all'altro. non modifica gli obblighi con-
trattuali per quanto riguarda il debito pubblico e le pensioni.
Così l'Italia non solo ha pagato e paga le pensioni degli antichi
stati della penisola ; ma ne ha assunto i debiti e ne sopporta
tuttavia l'onere. Così i paesi di nuova formazione, dopo la
guerra europea, hanno accettato proporzionalmente o in varia
misura, secondo le circostanze, i debiti degli Stati che li pre-
cedevano.
Le spese per la sovranità sono ora quasi dovunque proporzio-
nalmente minori che in passato. Mentre ora non rappresentano
che una minima parte dei bilanci moderni, ne rappresentavano
in passato la più grande. Prima di tutto le spese personali
del sovrano non erano né distinte dalle spese pubbliche,
GAP. II.] SPESE PER LA COSTITUZIONE l6l
né limitate : e poi assorbivano in realtà assai più gran parte
delle entrate che non assorbano ora. Nella sua eccellente
Storia delle finanze del regno di Napoli, Ludovico Bianchini
dice che i sovrani normanni mancavano quasi tutti di assegno
personale e perciò, aggiunge, erano ricchi o poveri in ragione
della loro fortezza o furberia o della buona fede o debolezza ;
poiché dove mostravansi furbi e forti riusciva loro appropriar-
si gran parte dei tributi e farli servire a diverso uso da quello
per il quale erano pagati. Essendo le assemblee popolari inca-
paci di mettere ostacolo e avendo il sovrano a sua dipendenza
r amministrazione del pubblico danaro disponeva si come
meglio potea e credea *.
Fino ai tempi recenti non vi era distinzione fra le spese del
sovrano e quelle dello Stato e i sovrani disponevano libera-
mente delle pubbliche entrate.
Fu in Inghilterra, nel 1688, che la distinzione avvenne.
Fino allora non vi era tra i fondi destinati alla Corona e quelli
eh' erano consacrati ai servizi pubblici alcuna distinzione:
gli uni e gli altri erano a disposizione del sovrano. Si stabili
di fissare somme speciali per il mantenimento della casa del
Re e per le spese convenienti alla dignità della Corona. Il rima-
nente dei danari pubblici doveva essere impiegato secondo le
decisioni del Parlamento. Ma non fu che molto tardi, solo nel
1839, che la separazione avvenne completamente. Anche in
Francia, dopo il 1789, la separazione della lista civile divenne
la pietra angolare del nuovo ordinamento f .
La locuzione lista civile è penetrata oramai nel linguaggio or-
* Cormenin scriveva : « Des listes civiles des rois absolus nous
n'en parlerons pas ; ils n'ont rien car ils ont tout ».
Basta una descrizione di una delle grandi corti medioevali per inten-
dere subito come la più gran parte delle pubbliche entrate, o almeno
una gran parte, dovesse essere destinata al fasto della sovranità. In me-
dia la Corte, secondo Taine, costava da 40 a 45 milioni, Cfr, T a i n e :
Ancien regime, lib. II, cap. I.
La Corte di Luigi XVI spendeva la decima parte di tutte le entrate
pubbliche della Francia. Cfr. Corréard: Histoire contemporaine ,
Paris, 1892, pag. 4. Ora quasi nessuna lista civile rappresenta più della
centesima parte delle spese totali : aicune anche molto meno.
t Cfr. RenéStourm:!.^ budget, 4. ediz., Paris 1900, pag. 16 e sg.
Nitti. II
l62 SCIENZA DELLE FINANZE [LIBRO I.
dinario : ma questa locuzione ha un'origine a bastanza strana,
che dimostra come la fortuna delle parole dipenda spesso non
solo dal caso, ma dall'errore. Macaulay, nella sua Storia d' In-
ghilterra sotto Guglielmo III, racconta infatti che il reddito
attribuito alla Corona doveva far fronte non solo alla spesa della
casa reale, ma a quella degli impieghi civili. Perciò si disse
lista civile : e anche quando le spese della casa reale furono se-
parate da quelle del governo civile? la locuzione rimase. Ao-
cadde anzi che i paesi del continente presero la locuzione, emi-
nentemente insignificante, dice Macaulay, di lista civile per
esprimere la dotazione del sovrano.
Negli ultimi bilanci le spese inscritte per liste civili, assegni al
sovrano e dotazioni a principi di case regnanti, sono nel com-
plesso molto scarse. La lista civile in Inghilterra è ora di 470
mila sterline; in Italia dopo la riduzione voluta dal Re (Mini-
stero Nitti) di 14.050.000 lire; in Spagna 9 milioni di pesetas; in
Belgio 3 milioni e mezzo di franchi; in Svezia 1.345.000 corone;
in Olanda 820 mila fiorini ; ecc. Sono poche monarchie ora in
Europa e gli assegni ai principi, generalmente assai modesti,
non hanno nessuna importanza dal punto di vista finanziario.
Le cifre riportate non si prestano ad alcun confronto. In al-
cuni paesi i redditi sono accresciuti dai beni della Corona; in
altri vi sono spese rilevanti che la lista civile deve sopportare.
In Inghilterra i beni sono a carico del bilancio e il re gode i
redditi dei vari ducati della Corona. In Olanda la regina ricava
almeno 400 mila fiorini dai beni della Corona.
La lista civile inglese ha un carattere speciale, un ordina-
mento suo proprio, che limita la disponibilità del Sovrano. Si
tratta di un vero bilancio votato all'avvento al trono di o-
gni sovrano. Le spese sono stabilite e sono pubblicate, senza
mistero. Il Report, numero no, presentato alla Camera dei Co-
muni il 28 marzo 1901, contiene il bilancio della lista civile
dal 1838 in poi *.
La lista civile può essere stabilita a tempo indeterminato, .
* Durante il regno della regina Vittoria il Civil list Act divideva la li-
sta civile infatti in categorie : come se si trattasse di un bilancio qual-
siasi. Tanto deve servire per uno scopo ; tanto per un altro ecc. Le cate-
CAP. II.] LA LISTA CIVILE I63
come era negli stati tedeschi,© per tutta la vita del Sovrano, come
in Inghilterra e in Italia *; questo secondo sistema pare sotto
molti aspetti preferibile.
Nei due principali paesi a regime repubblicano, la Francia e
gli Stati Uniti di America, la dotazione al capo dello Stato è sin-
golarmente diversa. In base a una idea assai bizzarra, la Costi-
tuzione dell'anno terzo accordava a ciascun membro del diret-
torio un pagamento eguale al prezzo di diecimila duecento ven-
tidue quintali di frumento f. Ma la Costituzione del 1848 accor-
dò al presidente un trattamento assai più largo : oltre ai palazzi
messi a sua disposizione riceveva un trattamento di óoomila
franchi l'anno. In seguito la costituzione ora vigente non fissò
alcun trattamento al Presidente della repubblica : anzi nessuna
legge ne determinò i limiti. Il potere legislativo iscrive una som-
ma nel bilancio : e questa somma nel primo bilancio della repub-
blica nel 1871 fu fissata in 600 mila franchi ; ma nel 1873 furono
aggiunte altre 500 mila lire per spese di casa; e nel 1876 altre
300 mila lire per spese di viaggio e di rappresentanza. In com-
plesso sono 1,200.000 franchi cui vanno aggiunte numerose al-
tre spese che sono a carico del bilancio generale.
Negli Stati Uniti di America, secondo la costituzione ora in
vigore, il presidente della Repubblica riceve una indennità che
non può essere né aumentata, né diminuita durante il tempo
gorie sono le seguenti: i Privy Purse, 2 Retired Allowances, Salaries and
Wages, 3. Expenses of Household, 4 Royal Bounty, Alms, and special
Services, 5 Pensions. All'avvento al trono di Edoardo III la lista civile
inglese ha subito una modificazione importante e un aumento di 67 mi-
la sterline.
* L'art. 19 dello Statuto italiano dice a proposito della lista civile:
« Per l'avvenire la dotazione predetta verrà stabilita per la durata di
ogni regno dalla prima legislatura dopo l'avvento del Re al trono ».
La prima legge, che avrebbe dovuto votarsi nella legislatura seguente
all' avvento al trono di Vittorio Emanuele II, non si votò che alla
terza, contrariamente alla disposizione dello Statuto : così è accaduto
anche in Francia sotto Luigi Filippo e in Belgio. L'articolo 77 della co-
stituzione del Belgio dice : « La loi fixe la liste civile pour la durée de
chaque règne ».
t Le traitement de chacun d'eux est fixé, pour chaque année, à la va-
leur de cinquante mille myriagi'ammes de froment (art. 174).
164 SCIENZA DELLE FINANZE [lIBRO I.
in cui egli è in carica. La indennità però è assai meschina dato
l'altissimo uffizio : è stata di 25 mila dollari fino al 1873 : è stata
poi accresciuta successivamente da prima a 50 mila dollari e
poi ha subito nuove variazioni. Ma questa inutile parsimonia è
ragione di debolezza; poiché il presidente riesce difficilmente a
mantenere la sua indipendenza di fronte al partito di cui è
l'emanazione e che è il vero sovrano .
Nella Svizzera il presidente della repubblica ha un' a-zione
assai limitata .Egli non dura in carica che un anno: nominato
dall'assemblea federale, è durante la sua carica presidente del
Consiglio federale e capo del dipartimento politico degli affari
esteri: riceve poco più che gli altri consiglieri federali.
67. Fra le spese per la sovranità entrano anche quelle per il
mantenimento delle Camere legislative. In pochi paesi oramai
la funzione legislativa è gratuita: in molti altri paesi i deputa-
ti ricevono una retribuzione, più o meno alta. In Italia l'asse-
gno ai deputati è di 15 mila lire, in Francia di 25 mila franchi.
Negli Stati Uniti di America le spese per il potere legislativo
ammontano nel complesso a 16 milioni di dollari. *
Nei paesi dove l'indennità è stata adottata, si è dovuto da
una parte mettere tutte le indennità a carico della nazione : e
dall'altra si è fatto obbligo ai deputati di non ricusarle. L'art. 38
* Questo indennizzo trae origine dal fatto che nei vecchi parlamenti
inglesi come negli stati generali francesi e in generale nelle assemblee
medioevali, il deputato che vi si recava, in nome di una circoscrizione,
avea quasi sempre da coloro che lo delegavano le spese di viaggio, di
soggiorno e di nutrimento. In Francia ciascun bailliage pagava l' inden-
nità ai suoi deputati : bisogna anche aggiungere che ciascun ordine, cle-
ro, nobiltà, o terzo stato sopportava separatamente le spese dei propri
rappresentanti. In Inghilterra ciascuna contea, città o borgo pagava una
indennità speciale ai suoi rappresentanti. I vecchi storici francesi non
mancano di aggiungere che ogni convocazione degli stati generali appa-
riva alle popolazioni come un nuovo peso da sopportare ed era guardata
in generale con antipatia. Cfr. E s m e i n : Cours èlèmentaire d'histoire du
droit jrangais, 2. ediz. pag. 509. D'altra parte in Inghilterra, dove un
antico statuto di Enrico VII, abolito solo sotto il regno della regina Vit-
toria, imponeva il carico dei deputati alle singole città o ai borghi, andò
in desuetudine lentamente : e da secoli nessun candidato ha osato recla-
mare la indennità.
CAP. II.] SPESA PER LE CAMERE 165
della costituzione francese del 1848 disponeva per ciascun
rappresentante della nazione una indennità, senza diritto di
rinunzia. Questo obbligo si trova in quasi tutti i paesi ove la
indennità alle Camere elettive è stata introdotta.
68. Tra le spese per la costituzione entrano anche quelle
per il debito pubblico. Esse rispondono ad obblighi i quali non
possono essere violati senza venir meno a un impegno costi-
tuzionale.
Poiché i debiti sono stati contratti nell'interesse di tutta la
nazione, si ammette che non si possa venir meno agli obblighi
ch'essi determinano. Anche nei mutamenti di governo oramai
tutti gli stati rispettano gli impegni del regime precedente,
per qualunque causa assunti. Ciò soltanto rende possibile lo
sviluppo del credito, che altrimenti verrebbe a mancare di ogni
sicurezza.
Le grandi spese per i lavori pubblici e le grandi spese militari,
nella più gran parte degli stati moderni, sono state fatte solo
mediante l'uso frequente del credito : ciò che ha determinato
il fatto che gl'interessi dei debiti assorbono nei bilanci odierni
larga parte delle entrate ; giungono in molti stati a rappresen-
tare la terza parte di tutte le spese: in qualcuno giungono quasi
alla metà.
Entrano del pari nelle spese che rispondono agli obblighi
imprescindibili e che d'ordinario i parlamenti non discutono
mai, quelle per il pagamento delle pensioni *. La pensione è una
rendita vitalizia fornita a titolo di alimento a quei funzionari
che cessano di essere in attività di servizio per vecchiaia o per
condizioni stabilite dalle leggi.
Ora le pensioni tendono a crescere quasi dovunque con una
rapidità vertiginosa e destano viva inquietudine per l'avvenire.
Nei passati regimi le pensioni avevano generalmente carat-
tere eccezionale, o solo di sovrana concessione: ora sono ac-
cordate generalmente a tutti i funzionari e costituiscono un
onere grave.
* Cfr. R a V a 1 i e r : Traile des pensions civiles et militaires, Paris,
1886 ; Laferrière: Tratte de la juridiction administrative, toni. II,
pag. 193 e seg.
l66 SCIENZA DELLE FINANZE [LIBRO I.
Ordinariamente lo Stato trattiene sullo stipendio dell'impiega-
to una ritenuta, cioè una somma destinata insieme a un contri-
buto dello Stato a formare la pensione. Ma generalmente ritenute
e contributi non sono in rapporto: se fossero, lo Stato funzio-
nerebbe come una cassa di assicurazioni e non si verificherebbe
ciò che costituisce il pericolo di tanti bilanci odierni.
Vi sono, in materia di pensioni, sistemi assai differenti.
Vi è prima di tutto il sistema inglese. I funzionari di regola han-
no diritto a pensione; ma in alcune chxostanze, il Tesoro, può
invece di una pensione vitalizia pagare in una volta sola una
somma in danaro, calcolata secondo la durata presunta della
vita del titolare. Nessuna ritenuta è ammessa: la pensione è
interamente a carico dello Stato.
Il sistema tedesco riconosceva anch'esso il diritto alla pen-
sione e ne metteva l'onere esclusivamente a carico dello Stato.
L'impero germanico, la Prussia, la Sassonia,, avevano adottato
questi criteri.
In Italia e in Francia la pensione è accordata agK impiegati
civili e militari : ma questi sono costretti a contribuire alla
formazione di essa con un contributo, che assume forma di
ritenuta sui loro stipendi.
Negli Stati Uniti di America e in Svizzera non vi sono in
via generale pensioni civili.
Lo Statò in tutti i paesi dà ai suoi impiegati uno stipendio
che sempre o quasi sempre è inferiore a quello del mercato per
servizi della stessa natura che rendono gli impiegati; ma è pro-
lungata poi, mediante le pensioni, la rimunerazione anche dopo
il servizio. Nondimeno lo Stato non sfugge a sua volta all' a-
zione della legge del valore: i servizi che riceve sono in rapporto
con la rimunerazione, agendo questa o non da richiamo sulle
intelligenze migliori.
Alcuni scrittori vorrebbero che si desse agli impiegati la
totalità del loro stipendio, senza alcuna ritenuta, e fossero
soppresse le pensioni : in questi casi i funzionari potrebbero
assicurarsi direttamente.
Il sistema più razionale è invece quello di far funzionare sot-
to la sorveglianza dello Stato il servizio delle pensioni in base
alle norme degli istituti di previdenza ; proporzionare cioè rite-
CAP. II.] SPESE PER LE PENSIONI 167
nute e contributi alla cifra che dovrà essere pagata, e togliere
cosi dai bilanci moderni una delle ragioni principali di preoc-
cupazioni e di disquilibrio.
È ciò che ha già fatto la Svezia, fondando casse pensioni
per ciascuna categoria di impiegati, le quali funzionano per-
fettamente nel modo più sicuro e in cui l'ammontare delle
pensioni è formato secondo le esigenze consuete degli isti-
tuti di assicurazione.
In seguito alla guerra vi sono enormi pensioni militari»
non solo agli ufficiali e soldati diventati invalidi, ma alle
famiglie dei morti. Questa spesa supera già in Italia un mi-
liardo e mezzo e s'avvicina gradualmente a due miliardi ; in
Inghilterra e in Francia rappresenta cifra ancora più grande
e non ancora definita nella sua estensione.
Paesi vinti e paesi vincitori, sia pure in diversa misura,
risentono condizioni profonde di disagio dal fatto che óltre
le grandissime spese transitorie della gueira, vi sono ora le
grandi spese di carattere permanente, in conseguenza della
guerra *.
* Il trattato di Versailles 28 giugno 1919 fra i tanti oneri che mette a
carico della Germania mette anche (parte Vili, Annexe I) toutes pensions
ou compensations de méme nature aux victimes militaires de la guerre [ar-
mées de terre, de mer oujorces aeriennes) niutilés, blessés, malades ou inva-
lideSy et aux personnes dont ces victimes étaient le soutien. Le montani des
sommes dues aux gouvernements alliés et associés sera calculé, pour chacun
des dits Gouvernement à la valeur capitalisée à la date de la mise en vigueur
du présent Traile, des dites pensions ou compensations, sur la base des tarifs
en vigueur en France, à la date ci-dessus.
Gli obblighi del Trattato 'di Versailles sono in gran parte ineseguibili.
Mettere tutto l'onere delle pensioni a carico della Germania, la quale
deve, sia pure in misura minima, provvedere a tutte le sue pensioni,
equivale a una somma talmente enorme, da superare ogni possibilità.
Obblighi analoghi si trovano in quasi tutti gli altri trattati di pace,
che son del pari ineseguibili.
l68 SCIENZA DELLE FINANZE [LIBRO I.
IH.
Il costo DELLA DIFESA.
69. Le spese militari assorbono molta parte delle entrate
dei bilanci moderni : in qualche paese poco meno della metà
dei fondi disponibili, tolti gli oneri che hanno carattere costi-
tuzionale. Sono spese di cui 1' aumento è stato continuo, do-
vunque, nei paesi ricchi, come nei poveri; nei paesi industriali,
come nei paesi agricoli. Né meno la forma di governo ha agi-
to su questa progressione.
L'Inghilterra e la Francia hanno anzi più degli altri paesi
spinto le spese per iscopi di sicurezza e di potenza. In cento-
venti anni dal 1775 al 1895 le spese militari della Francia so-
no cresciute di 7 volte ; quelle dell'Inghilterra di 8. Nonostan-
te la posizione sua privilegiata di paese insulare, la Gran Bret-
tagna ha anzi aumentato le spese militari più che ogni altra
nazione europea .Anche i paesi che da tempo più antico go-
dono i benefìzi della pace, come la Svezia, hanno visto dal;
1870 a ora, triplicare le loro spese *.
Le spese militari possono considerarsi da due punti diver-i
si : la spesa ordinaria per il mantenimento dell'esercito e della
armata navale in tempo di pace con tutti gli armamenti e i mez-
* Adamo Smith notava che le spese militari, quasi nulle presso i popo-
li cacciatori e pastori e scarse presso i popoli agricoltori, diventano gra-
vi nei popoli industriali. I popoli agricoltori pochi danni risentono dì
una breve guerra, sopra tutto se questa sia condotta dopo la semina e
prima del raccolto. Mentre nei paesi prevalentemente industriali la si-
tuazione, è assai differente. L'artigiano, che lascia la bottega, non ha per
sé quando prende le armi, la natura che aiuti a preparargli il prodotto^
Già fin da allora Adamo Smith notava che i perfezionamenti dell'art^
della guerra aveano resa questa difficile e complicata e impedito che U
guerre diventassero brevi e finissero in una sola battaglia. V, A. S m i t h :
Wealth oj Nations, libro, V, cap. I, sez., Pure, quando Smith scrivevi
l'arte della guerra era ancora rudimentale ; meccanismi più compili
cati, mezzi di distruzione più perfetti e potenti hanno poi aumentate
straordinariamente le spese militari.
CAP. III.] IL COSTO DELLA DIFESA lÓQ
zi di offesa ad essi relativi : la spesa per la guerra nei casi in cui
essa sia dichiarata.
Ora per la maggior durata che esse hanno, per il loro immenso
costo, per il fatto che esse contrappongono non già un esercito
a un altro, ma date le forme attuali di arruolamento, masse di
uomini le une contro le altre, tutta la parte più viva e più gio-
vane di una nazione, le guerre tendono a diventar meno fre-
quenti. Viceversa le spese militari, fatte in tempo di pace per
preparare se non per evitare la guerra, diventano sempre più
grandi*.
70. L'aumento delle spese militari è un fatto generale,
che non è maggiore nei grandi stati che nei piccoli, nei paesi a
regime monarchico che in quelli a regime repubblicano.
Anzi sono i paesi repubblicani che spesso eccedono maggior-
mente, benché questo fatto non possa considerarsi conseguen-
za della loro forma politica. Nella fase attuale di civiltà si no-
ta spesso che i paesi piccoli non spendono meno dei grandi ;
che le democrazie non sfuggono a un fatto che pare coincida
con le più grandi lotte per la supremazia politica e commercia-
le. Anzi in alcuni dei piccoli stati la proporzione tra la massa
delle spese e le spese militari è più grave che nei maggiori. Ca-
ratteristico è invero il fatto che le democrazie moderne, an-
che nei paesi minori, che godono i benefici di una neutralità
di fatto se non di diritto, non sembrano sfuggire a quello che
è un fatto generale : il grande sviluppo delle spese militari.
* La guerra tra la Prussia e la Francia è di quaranta anni or sono :
dopo, tranne alcune guerre di non grandissima importanza, combattute
nei paesi dell'oriente eiuropeo, sono mancate (prima del 1914) in Europa
altre grandi guerre. Ora la guerra del 1870, combattuta quando gli attuali
progressi militari erano ancora agli inizi, costò, secondo Moltke, la vita
di 6.247 ufficiali e 123.453 soldati tedeschi. Ma Moltke aggiungeva che
« la perdita complessiva dei francesi si sottrae ai calcoli » : perdita di
uomini e perdita di ricchezze.
Ciò solo può dare una idea della immensità delle spese militari odier-
ne. Secondo l'Annuario statistico del Giappone del 1905 la guerra russo-
giapponese è costata al Giappone 1356 milioni di yen. Le spese della
Russia sono ignote, ma sono state forse almeno tre volte maggiori.
Queste cifre sono del tutto insignificanti di fronte a quelle della gran-
de guerra combattuta in Europa il 1914 e il 1918, i cui danni e le cui per-
dite si sottraggono quasi a ogni calcolo per la loro immensità.
170 SCIENZA DELLE FINANZE [LIBRO I.
In tanto però l'aumento delle spese militari è più apparente
che reale. Forse mai l'umanità ha speso meno di adesso per la
difesa interna ed esterna. Soltanto ora è lo Stato che spende,
prima spendevano direttamente i privati.
Quando la sicurezza era scarsa, ogni famiglia pensava alla
sua difesa ; quindi chi aveva qualche cosa da spendere si difen-
deva come poteva; manteneva armati, guardiani, ecc. Una
famiglia agiata in passato spendeva per la sua sicurezza as-
sai più che ora non dia allo Stato; così le grandi spese sono
spesso solo un fatto apparente.
Molti teorici tedeschi non solo giudicano le spese militari ne-
cessarie, ma tendono ad esagerarne i vantaggi. Essi dicono che,
dato il carattere delle industrie moderne, niente più giovi quan-
to la diffusione dello spirito militare, del sentimento di disci-
plina che dà l'esercito. Inoltre, mentre questo rinsalda la unità
nazionale, crea quelle condizioni di sicurezza interna ed ester-
na, che permettono l'espandersi della ricchezza. Alcuni insi-
stono anche sul fatto che le grandi vittorie militari hanno
avuto, se non sempre, assai spesso per effetto di destare nei
vincitori uno spirito di ascensione, una energia cosi grande, che
si sono ripercossi anche sulla vita economica della nazione. La
vera grandezza dell'Inghilterra data dalle sue vittorie su Na-
poleone, la vera grandezza della Germania dalle sue vittorie
sulla Francia. Questi ragionamenti vanno accolti con estrema
riserva: essi infatti sono, più che la conseguenza di un esame
largo dei fenomeni della vita sociale, l'espressione dello stato
d'animo di un popolo a cui la guerra in parola è parsa spesso
la più grande industria nazionale.
Anche scrittori eminenti sono caduti in Francia, in Inghil-
terra, in Italia in apologie della guerra che contrastano con lo
spirito dei tempi moderni. Joseph de Maistre l'avea nel suo
celebre libro De la guerre et de la paix dichiarata divina per sé
stessa, per la gloria misteriosa che la circonda e per il fascino
che ha sulle grandi anime; Victor Cousin, che era un'idealista,
diceva a dirittura che tutta la virtù di un popolo è sui campi
di battaglia: Chateubriand, così penetrato di sentimentalismo,
faceva l'apologia della guerra, come di un bene dell'umanità.
Persino osservatori profondi come Cesare Balbo, come A.
CAP. III.] LE SPESE MILITARI I7I
de Tocqueville non sono sfuggiti a questo fascino della guerra.
Balbo considerava come errore filosofico e morale dire in modo
assoluto che la guerra è un male e la pace è un bene. E Tocque-
ville dicea che solo la guerra ingrandisce il pensiero di un popo-
lo e gli eleva l'anima. Proudhon, non ostante le sue tendenze
anarchiche, è stato il più grande apologista della guerra, che
egli considerava come il fenomeno più profondo e più sublime
della nostra vita morale cui non possono paragonarsi né meno le
creazioni gigantesche della industria. La guerra era per Prou-
dhon l'espressione più inconvertibile della coscienza collettiva.
Questi apologisti della guerra non sappiamo come si com-
porterebbero nei loro giudizi dopo la catastrofe che si è ab-
battuta sull'Europa fra il 1914 e il 1918. Ma nessuno può dire
che questa guerra abbia accresciuto la moralità tra gli uomini
e né meno elevato i loro sentimenti.
In questa materia è assai diffìcile portare una grande serenità
di giudizio : poiché tutto un insieme di tradizioni e di interessi
pesa sul nostro animo. Si può constatare soltanto che da una
parte le nostre società industriali, dove maggipre è la ricchezza,
hanno più bisogno della pace, e che dall'altra le abitudini
della vita moderna non sono le più adatte a sviluppare lo
spirito di guerra. Dal punto di vista finanziario a noi inte-
ressa- solo osservare che le spese militari sono state prima
del 19 14 in continuo aumento in tutti gli stati civili di Eu-
ropa, come anche in quelli fuori di Europa : che esse sono
tra le cause principali dell'accrescimento dei debiti pubblici,
che a sua volta ha determinato accrescimento della imposi-
zione. Nei paesi più poveri questo fatto ha agito qualche volta
dannosamente sulla produzione della ricchezza.
La guerra europea combattuta tra ili9i4eil I9i8è non
solo la più grande e la più terribile che sia mai stata com-
battuta, ma é anche quella che agirà più profondamente a
danni dell' umanità.
Nessuno può calcolarne i danni; in quanto molti milioni
di vite perdute, molte centinaia di miliardi di ricchezze per-
dute, sfuggono a ogni calcolo. Per terra, per mare, per l'aria
tutte le possibili forme di distruzione sono state introdotte. I
debiti di quasi tutti gli stati belligeranti sono cresciuti di quat-
172 SCIENZA DELLE FINANZE [LIBRO I.
tro o cinque volte o assai più. Ma ciò che costituisce un fatto
anche più dannoso è che 1' Europa è stata traversata da tutta
una corrente rivoluzionaria, che si contrappone alla gara dei
nazionalismi; che nelle masse popolari si è manifestata una mi-
nore volontà di lavoro; che 1' Europa si è frazionata in una
serie di piccoli stati, i quali non riescono a trovare il loro as-
setto. L' Europa prima della guerra era una grande unità eco-
nomica: dopo la guerra si è divisa fra paesi vincitori, paesi
vinti e paesi in rivoluzione fra cui gli scambi sono impossi-
bili o difficili. La situazione di alcuni vincitori è deplorevole.
La diffidenza fra i popoli minaccia di far retrocedere la ci-
viltà stessa; e l' Europa intera, nel suo complesso, si è trasfor-
mato da continente creditore, in continente debitore e traver-
serà, per molti anni, crisi profonde, prodotte dal disquilibrio.
NOTA.
Quando lo Czar nel 1898 invitò le potenze europee alla conferenza per
la pace che fu poi tenuta ad Aia, il Messaggero ufficiale dalla Russia no-
tava come le spese militari assorbivano oramai gran parte delle entrate
pubbliche. E dopo aver dato le cifre militari di tutti i principali Stati
aggiungeva :
a Ognuno può rendersi conto da ciò di quel che costerebbe una gran-
de guerra eventuale. L'ultima guerra tra la Cina e il Giappone ha in-
ghiottito un miliardo e 250 milioni di franchi. In caso di guerra europea,
le spese raggiimgerebbero 6 miliardi di franchi, ai quali bisognerebbe ag-
giimgere le perdite incalcolabili di uomini e materiale.
E dopo aver dato queste notizie, il Messaggero ufficiale facea seguire
le seguenti considerazioni :
« Spese così colossali non potrebbero certamente essere produttive.
Esse esauriscono le fonti di reddito delle nazioni, contribuiscono all'au-
mento delle imposte, paralizzano il funzionamento degli organi finan-
ziari del paese e arrestano lo sviluppo del benessere generale. I miglio-
ri spiriti di tutti i paesi si sono applicati in ogni tempo a trovare un mez-
zo onde assicurare la pace altrimenti che con l'accrescimento delle forze
militari, vale a dire sui principi di diritto e di equità, sottomettendo le
controversie tra nazioni all'arbitrato, in maniera da mettere fine a que-
sta teoria veramente barbara, che identifica la civiltà con 1 perfeziona-
menti sempre nuovi pòrtati ai mezzi di distruzione ».
Nel secqlo scorso la Gran Brettagna è il paese che ha combattuto mag-
gior numero di gueiTC.
Dai dati forniti da Bastable (Finance, pag. 68) risulta che dal
1775 al 1857-58 le spese militari sono cresciute nella seguente guisa:
CAP. III.] LE SPESE MILITARI I73
Gran Brettagna
spese ordinarie
Anno 1775 migliaia di sterline 3.810
» 1823 » » 14-350
» 1847 » » 18.500
» 1857-58 » » 25.550
Dal 1861 in poi le spese militari della Gran Brettagna sono cresciute
sempre e anche assai rapidamente :
Anno Esercito Marina Totale
. (in milioni di sterline)
1861 15.0 13.3 31.3
1871 15.3 9.0 22.5
1881 14.6 10.5 25.8
1891 17.9 15-5 33.5
1901 91.9 29.5 121. 4 (guerra del Transvaal)
1904-1905 29.2 36.8 66.0
1909-1910 27.2 35.8 63.0
1914-15 28.8 51.5 80.3
Oramai le spese militari sono in Inghilterra altissime, e, anche in tem-
po di pace, in rapido aumento. I nuovi oneri e il nuovo programma na-
vale e aereo impongono spese maggiori che prima della guerra.
Francia
Anche in Francia le spese militari sono continuamente cresciute, e so-
no cresciute sopra tutto dopo la terza repubblica.
Spese dell'esercito Spese della marina
(in milioni di franchi)
Anno 1869 393-6 155-5
» 1870 406.6 195-9
» 1875 ' 485-2 155.5
» 1880 558.5 193.6
» 1885 600 307.4
» 1890 580 201.3
» 1895 637 268.1
» 1899 664 322.4
» 1914 1.203.6 513.8
Per molti anni la Francia è stata il paese continentale che in rap-
porto alla popolazione ha avuto le maggiori spese militari. Dopo la guerra
europea è anche il paese che ha nell' Europa continentale il più largo pro-
gramma militare.
174 SCIENZA DELLE FINANZE [LIBRO I.
Germania
In Germania le spese militari effettive hanno avuto in 30 anni un
aumento rapidissimo e così anche le pensioni militari che indichiamo
insieme :
Spese dell'esercito Spese della marina Pensioni militari,
(in migliaia di marchi)
Anno
1871*72
206.172
24-531
»
1876-77
456.038
41.009
25.032
»
1881-82
396.092
38.003
18.356
1886-87
396. o8t
50.467
22.775
1891-92
566.514
85.397
38.710
1896-97
565.833
92.070
53.815
1901-03
656.349
168.145
65.820
1914-15
870.559
220.861
118
Benché il trattato di Versailles sia concepito nella idea che tutte le re-
sponsabilità delle guerra spettino alla Germania e che quindi sopra di
essa deve cadere il risarcimento dei danni, non è a dubitare che, nel
complesso , Gran Brettagna, Francia, e Russia spendevano più dei paesi
che formarono la triplice alleanza: Germania, Austria Ungheria e Italia-
L'aumento progressivo degli armamenti, insieme a una coscienza mili-
tare sempre in sviluppo, delineava la diffidenza.
Ciò nulla toglie alla enorme responsabilità della Germania, che ha pre-
meditata la guerra e l'ha concepita perfino come un'industria nazionale.
Molti de' suoi abominevoli teorici della guerra hanno agito sinistramente,
non solo in Germania ma in tutti gli altri paesi, determinando la gara dei
nazionalismi e l'apoteosi della violenza.
Russia
Il Ministero delle Finanze di Russia (nel 1910) ci ha messo in grado di
fornire i dati relativi alla Russia per un secolo. Le spese sono qui in-
dicate in migliaia di rubli.
Spese ordinarie
spese
militari
Guerra
Marina
straordinarie
totale
1804
41.942
. ro.742
—
52.684
1807
63.42
17-155
—
80.557
I8I5
213.966
16.868
—
230.834
1825
155-202
24.222
—
179.427
1835
201.449
42.696
—
244.142
1845
71.968
14.457
—
86.425
1855
239.823
30.263
—
270.086
GAP. III.] LE SPESE MILITARI I75
1865
140.019
23.247
—
163.265
1876
191-312
27.109
50.998
269.419
I88I
225.664
30.467
29.981
286.112
1886
211.995
45-038
—
257.033
I89I
226.108
45.468
26.654
298.230
1896
294.359
59.531
—
353.890
1900
333-541
88.561
61.843
483.945
1908
480.716
89.247
50.
445-554
Nel 1912 (ultimo conto preciso a nostra disposizione) le spese per la
guerra erano state di 621 milioni di rubli per l'esercito e 246 per la mari-
na. È fuori di dubbio che la Russia si preparava rapidamente alla guerra.
Dopo la guerra europea le tendenze panslaviste non sono morte, e la stessa
rivoluzione bolscevica si è trasformata a sua volta in un grande movi-
mento militare.
Stati Uniti di America
Gli Stati Uniti di America, che sono un paese nuovo (celebrato da al-
cuni scrittori frettolosi come il paese meno militarista del mondo) hanuQ
destinato anch'essi la più grande delle risorse federali alle spese milita-
ri. Del 1791 al 1901 hanno speso 5.681 milioni di dollari per spese di guer-
ra, I, 628 per spese di marina, 2.797 per pensioni quasi tutte militari.
L'aumento delle spese è stato il seguente (in dollari).
Guerra Marina Pensioni.
175
73
75
242
1,170
2.388
2.293
1.034
28.533
50.059
124.415
139.896
1914-15 175-188 142.721 —
Abbiamo evitato di segnare gli anni di guerra : e pure la evidenza del-
l'aumento è innegabile. Si devono aggiungere anche le spese militari dei
singoli Stati.
Il bilancio federale degli Stati Uniti è formato in gran parte dal debi-
to pubblico e dalle spese militari. Dopo la guerra gli Stati Uniti hanno
I79I
623
—
1801
1.672
2.111
I81I
2.032
1.965
I82I
4.464
3.319
1831
4.841
3.856
I84I
8.801
6.001
I85I
12.161
8.880
1861
23.001
12.387
1871
35.372
21.249
I88I
40.466
15.686
I89I
48.728
26.113
1901
144.615
60.506
1908-1909
163.341
II6.315
(in milioni)
172.507
51-754
44-246
31.245
151-977
27.763
171-949
41.818
190.079
46.060
240.627
90.063
233-253
97-912
245-166
101.315
223-235
114.278
395-454
242.278
176 SCIENZA DELLE FINANZE [lIBRO I.
un bilancio militare e navale enorme. Il nuovo programma navale degli
Stati Uniti d' America non manca di destare la maggiore iuquietudine
in tutto il mondo.
Italia.
Secondo la pubblicazione ufficiale // bilancio del Regno d' Italia negli
esercizii finanziarti dal 1865 al j8gg-goo, Roma 1901, le spese militari
effettive sono state :
Guerra Marina
1862
1867
1872
1877
1882
1877-88
1892-93
1897-98
1899-900
1913-14
Dopo la guerra le spese sono straordinariamente cresciute, ma è diffì-
cile precisarle non essendo ancora consolidate.
In realtà le spese militari sono minori che non sembrino poiché il bi-
lancio della guerra contiene anche spese di sicurezza interna, come quel-
la dei carabinieri, che altrove sono a carico di altri bilanci, o a dirittura
di corpi locali.
I PAESI MINORI : GLI StATI PICCOLI O NEUTRI.
I paesi piccoli spendono assai spesso per la difesa più dei grandi, gli
Stati cosi detti neutri assai spesso non meno dei più bellicosi : in ogni
modo l'accrescimento delle spese militari non è minore in essi.
In poco oltre mezzo secolo le spese militari della pacifica Olanda, se-
condo dati ufficiali del Ministero delle finanze di Aja, si sono raddoppiate:
Bilancio della guerra Bilancio della marina
(in migliaia di fiorini)
1851 10.057 5.060
1861 12.910 6.226
1871 14.744 8.836
1881 19.944 II. 916
1891 22.180 13.829
1915 36.889 19095
Così, tenendo conto della popolazione, l'Olanda pacifica spende assai
più dell'Italia e quasi quanto i paesi più grandi di Europa.
CAP. IV.] St>ESE DÌ GIUSTIZIA E SICUREZZA IKTÉRÌSTA ty^
In Belgio, secondo la pubblicazione uf&ciale Statistique generale des
recettes et des dèpenses 1840-1895, pag. 205 e seg., le spese militari, che era-
no 29 milioni nel 1841 e 26 nel 1851, crebbero a 42 nel 1861, 48 nel 1871,
51 nel 1881, 83 nel 1901. Nel 1913 erano 78 milioni. Se si tenesse conto
di molte spese di sicurezza pubblica e delle pensioni, si vedrebbe che an-
che il Belgio spende per lo meno quanto i maggiori paesi.
Dopo la sua alleanza (sia pure difensiva) con la Francia, il Belgio ha
cessato di essere un vero paese neutrale.
La Svezia, che ha goduto forse più a lungo i benefizi della pace, ha avuto
a sua volta in trent'anni il seguente accrescimento nelle spese militari.
spese ordinarie
Anno 1870 migliaia di corone 16.359
1880
1890
1898
1899
1915
24.684
30.003
41738
44236
75-420
Grandissimo è l'aumento delle <;pese militari del Giappone, che anche
dopo la guerra europea prepara larghi armamenti.
IV.
Le SPESE DI GIUSTIZIA E DI SICUREZZA INTERNA.
71. Tutte le spese le quali non entrano nelle due prece-
denti categorie e che non si attengono né alla riscossione delle
imposte né all'esercizio delle industrie di Stato, riguardano
in generale scopi di diritto, di civiltà e di benessere : in alcuni
casi tendono infatti a mantenere istituzioni che rendano i rap-
porti fra i cittadini più facili; in altri a diffondere la istruzione o
la educazione: in altri a creare, mediante pubblici lavori, larghe
vie al traffico, ecc. Anche le spese per rappresentanze all'este-
ro, ora principalmente che in quasi tutti i grandi stati il servi-
zio consolare assume un aspetto prevalentemente commerciale,
hanno carattere di spese destinate ad agire sulla ricchezza del-
la nazione.
Si possono avere le idee più diverse sulla natura dello Stato
e sulle sue attribuzioni, non si può negare da alcuno che due
funzioni gli siano essenziali : la sicurezza interna e la giustizia.
N i t t i 12
Ì78 SCIENZA DELLE FINANZE [lIBRO t.
La sicurezza interna è la prima condizione di sviluppo, dopo
la esterna : né agricoltura, né industria, né traffico, trovano
possibilità di sviluppo, dove la sicurezza manchi *.
Occorrono dunque organi speciali per la difesa della sicurez-
za interna. Lo Stato ha sempre la tutela suprema dell'ordine
pubblico : ma spesso alcune funzioni sono da esso devolute agli
organi amministrativi minori. Così in Inghilterra, in Francia,
anche in Italia e un pò dovunque, la sicurezza interna é affidata
non solo allo Stato, benché esso abbia la più grande responsa-
bilità.
La sicurezza nei paesi civili non consiste solo in servizi di
repressione; ma sopra tutto di prevenzione: si cerca quanto più
è possibile di prevenire i disordini, le violenze, tutto ciò che
renda la vita sociale più difficile o meno sicura.
Le spese di sicurezza in tutti gli stati sono straordinariamen-
te cresciute f : alcune città, come Londra, Berlino, o Parigi,
hanno un numero di agenti di sicurezza, che supera quello
dei combattenti in alcune fra le più famose battaglie della
Grecia antica. E' una necessità più che un bisogno: e anche
supponendo una società più colta e più morale, gli elementi
inferiori o anormali che perdureranno in essa, non permette-
ranno mai di ridurre notevolmete le spese di sicurezza. Si
sono aperte moltissime scuole, ma anche moltissime prigion
e spesso sono mutate più le forme della delinquenza che h
intensità reale. In ogni modo, se la istruzione é un grandissime
bene, cui occorre molto sacrificare, non é men vero ch'essa noi
va sempre unita a una grande elevazione morale.
Per molti secoli la giustizia e la sicurezza sono state consi
derate, se non nelle leggi, nelle consuetudini in gran part
* Anche un paese male ordinato è preferibile a quello in cui non si
alcun ordine. Se in passato era possibile che ciascuno dovesse difendei
la propria persona, nessuno Stato moderno considera la sicurezza interr
altrimenti che come un pubblico servizio, anzi come il principale fra tutt
L'esercito, ora come nel passato, ha anche una grande funzione di s
curezza interna: ma può essere usato a tale scopo solo in caso di rivolt
di ammutinamenti, ecc. mai in via normale.
tLeroy Beaulieu; VÉtat moderne et ses jonctions, libro II
Gap. II;Bastable: Finance, libro I, cap. III.
.
CAP IV.] SPESE DI GIUSTIZIA E SICUREZZA INTERNA I79
come un fatto individuale: qualche volta perfino lo Stato ap-
paltava a compagnie private l'esercizio della sicurezza e della
giustizia. La Santa Hermandada, che induceva Sancio Panza
a dare consigli di prudenza a don Chisciotte, non è stata una
istituzione speciale della Spagna. Anche adesso negli Stati Uni-
ti di America vi sono società private le quali esercitano funzioni
di sicurezza per conto dei privati, di cui difendono la vita o gli
averi mediante speciale compenso ; o s'incaricano a dirittura
di scovrire i colpevoli di furti o di omicidi.
Le spese per la sicurezza interna e per la giustizia, che quasi
non aveano nei bilanci passati alcuna importanza, sono invece
nei bilanci odierni rilevanti.Dovunque.queste due funzioni sono
oramai esclusivamente riserbate allo Stato e ai poteri pubbli-
ci: se in qualche caso, come abbiamo visto, alcune funzioni
relative alla sicurezza pubblica sono state delegate agli organi
minori, e cosi anche alcune funzioni di giustizia, ciò non toglie
che lo Stato sopraintenda sempre all'una e all' altra e che sia
generalmente ammesso che l'azione individuale sia del tutto
insufficiente *.
Le spese per il mantenimento dell' ordine e per 1' applicazio-
ne della legge sono dunque tra le più necessarie : e non vi è
alcun paese moderno che possa farne a meno. Anzi, come la
ricchezza generale aumenta e il continuo svolgersi della pro-
duzione crea forme nuove di attività , così si rende ne-
cessario sempre più che la difesa sociale assicuri a ciascuna
forma il modo di vivere e di espandersi. Per le spese di sicurezza
e di giustizia si cerca, come per quelle relative alla sanità, di
sviluppare sempre più i mezzi di prevenzione invece che quelli
di repressione: di evitare le manifestazione, anzi la formazione
del male, piuttosto che di reprimerlo quand'esso si è manife-
stato. E' un processo identico e che deriva dallo sviluppo
delle conoscenze f.
* Il commercio e le manifatture, diceva Smith , non possono fiorire
lungo tempo in uno Stato mancante di amministrazione regolare della
giustizia, nel quale le proprietà non siano perfettamente garentite , la
fede nelle convenzioni non sia appoggiata dalla legge. Ed aggiungeva
che il commercio e le manifatture saranno raramente fiorenti in uno Sta-
to dove la politica del governo non ispiri una certa confidenza.
t S m i t h : Wealtli oj Nations, lib. V. cap. III.
l80 SCIENZA DELLE FlNAtSTZÈ [lIÈRO I.
I
A rendere più elevate le spese per la sicurezza interna con-
tribuisce il fatto che i sistemi penali sono mutati. Fino a qual-
che secolo fa la pena di morte era somministrata senza parsimo-
nia: spesso era determinata da reati di non grande gravità. Ciò
che non faceano le esecuzioni capitali, faceano le prigioni o
le galere, in generale veri luoghi di morte, dove una lunga vita
era impossibile: basta leggere la descrizione di una prigione
mediovaie o vederne i ruderi per intendere come il manteni-
mento dei condannati e in generale la giustizia primitiva doves-
sero costar poco. Dopo Beccaria, dopo Bentham, dopo la rivo-
luzione profonda operata nelle idee dalla filosofìa del secolo
XVIII e dai progressi del diritto penale, la pena è stata consi-
derata con. criteri assai differenti. In pochi stati la pena di
morte è stata del tutto abolita: permane ancora nei più civili.
D'altra parte le prigioni non sono più antri tenebrosi, ma siti
ove il più che si può si cerca di rispettare le norme igieniche,
dove l'alimentazione è sufficiente, se non larga, dove infine si
cerca, se pure non si riesce, di migliorare lo stato morale dei
delinquenti piuttosto che di aggravarlo. Cosi la spesa per le
prigioni è ora in quasi tutti gli stati grandissima : quando si
pensi che in molti paesi di Europa si trova in luoghi di pena
permanentemente dall' i al 2, qualche volta al 3 per mille della
popolazione totale, si comprende come la spesa deva essere ri-
levante. D' altronde la procedura che si usa al Marocco o in
Cina di lasciar libero il delinquente, mozzandogli le mani
perchè sia reso incapace di nuocere, urta tutti i nostri senti-
menti e nessuno può desiderarla.
72. Non si può negare che fra gli attributi principali dello
Stato moderno sia quello di determinare i diritti eie responsabili-
tà giuridiche, di essere quindi esecutore del diritto e di avere
come funzione principalissima la difesa della giustizia. Le leggi
emanano dallo Stato, e se anche sono le necessarie relazioni che
derivano dalla natura delle cose, è solo mediante lo Stato
che ricevono applicazione *. Gli organi giudiziari destinati a
mantenere il rispetto della legge, a punire i colpevoli, a de-
* Per la giustizia nel passato cfr. S u m m e r M a i n e -: Ancient Laws
cap. X ; Early InxstUutions, cap. IX e X.
GAP. V.] SPESE PER LA ISTRUZIONE l8l
cidere le controversie fra i privati, si riattaccano a un'alta
funzione dello Stato.
Il giudizio può essere affidato o a magistrature popolari, in
generale gratuite o quasi, o a pubblici ufficiali, messi al di fuori
della dipendenza del potere esecutivo. La giuria ha avuto nel
passato una grandissima importanza e dall'Inghilterra è stata
introdotta in larga misura sul continente ; ma si tende ora a
restringerne le attribuzioni, limitandola al giudizio dei processi
politici. In ogni modo dal punto di vista finanziario essa non
è in generale meno costosa delle magistrature ordinarie. I giu-
dizi civili sono quasi dovunque affidati a queste ultime.
L'ordinamento giudiziario è diverso da paese a paese : se-
condo tradizioni storiche e particolari condizioni sociali.
Presenta un carattere affatto speciale l'ordinamento inglese,
dove le magistrature sono poco numerose e largamente re-
tribuite e la giuria ha una importanza grandissima.
V.
LE SPESE PER LA ISTRUZIONE E LA EDUCAZIONE.
73. Le spese per la istruzione, per la educazione e per la re-
ligione figurano ancora insieme in alcuni bilanci. Ora invece
esse hanno avuto un processo assai differente. Nei vecchi bi-
lanci predominano le spese per la religione, benché la Chie-
sa avesse quasi dovunque grandi beni e la istruzione fosse gene-
ralmente affidata alle iniziative private. Sopra tutto nel medio
evo, in un medio evo che è durato sino alla fine del secolo
XVIII, i vantaggi della istruzione non erano ammessi: o si
credeva dovessero essere riserbati solo ad alcune classi. Gene-
ralmente si guardava più al passato che all'avvenire; si credeva
dagli uomini di Stato che il sommo della sapienza fosse stato
raggiunto dai greci e dai romani e che fosse savio consiglio
interpetrare i loro grandi scrittori, piuttosto che ricercare la
verità. Il dubbio, che è la base della scienza, veniva disprez-
zato come malefico: ed è stato solo lo spirito moderno, che ha
osato toglierlo dagli abissi del disprezzo, per sollevarlo alle al-
tezze della sovranità. Ora, in generale, i vantaggi della istru-
l82 , SCIENZA DELLE FINANZE (LIBRO I.
zione sono ammessi anche da coloro i quali ne temevano
maggiormente i risultati. Si è visto che non solo nessuna ele-
vazione è possibile senza un aumento di conoscenze, ma come
nessuno sviluppo di ricchezza è possibile in società ignoranti.
Il lavoro soltanto eleva : il lavoro illuminato dalla coltura; e
soltanto la istruzione può dischiudere alla tolleranza le menti
in cui fermentano i pregiudizi e gli odii *.
Ora è ammesso nella più gran parte degli stati di Europa
che la istruzione primaria deva essere gratuita per coloro che
non possono pagarla e obbligatoria nei primi gradi ; che la
istruzione superiore, quando essa abbia per scopo la pura ri-
cerca scientifica, deva essere sostenuta dallo stato e il più che
possibile sorretta, ma che la istruzione professionale non deva
essere né obbligatoria né gratuita. Alcuni paesi, come l'Italia,
la Francia ecc., esagerano quindi dannosamente nel portare la
gratuità, o quasi, anche nell'insegnamento secondario e supe-
riore destinato solo a benefizio di alcune classi, generalmente
ricche.
La obbligatorietà della istruzione primaria o elementare,
almeno per i primi gradi di essa, rappresenta un bisogno di
difesa sociale. Nella vecchia democrazia francese bastava edu-
care il Delfino, il figliuolo del re, che dovea reggere le sorti del
regno : ora il delfino negli stati democratici è tutta la genera-
zione nuova. Sono forse coloro che si trovano più in basso
destinati a salire più in alto : sono tutti o quasi che con il. voto,
sia pure con V astensione dal voto, partecipano al governo e
orientano nelle grandi linee la politica nazionale f.
* Adamo Smith, riconosceva fin dal suo tempo che la divisione del la-
voro, legando le masse operaie e costringendole a occuparsi di cose sem-
plici e togliendo loro il tempo per istruirsi, rendeva necessario che lo Sta-
to si assumesse le spese per la istruzione, se non voleva vedere il popolo
in una degenerazione fisica, intellettuale e morale. Sulle idee di S m i t h
circa la istruzione cfr. Wealth oj nations, lib. I, cap. V.
t Senza dubbio l'obbligo corrisponde a una diminuzione di libertà in-
dividuale : e senza difficoltà si può ammettere che in molti casi, se non
nella più gran parte, l'amore dei genitori non deve essere solleticato da
un obbligo legale. Ma non vi sono genitori che tormentano i figliuoli per
malvagità, altri che li abbandonano per indifferenza, altri che per igno-
ranza li rovinano ? Possiamo noi ammettere che un uomo, sol perchè
CAP. V.] SPESE PER LA ISTRUZIONE 183
Lo Stato dunque apre (o induce i minori organi della collet-
tività sociale, i comuni ad aprire) scuole gratuite per chi non
può pagare la istruzione; e questa è una conseguenza del prin-
cipio della obbligatorietà. Ma se chi può pagare la istruzione
frequenta le scuole pubbliche, non deriva punto dalla obbli-
gatorietà della istruzione il principio della gratuità anche per
i ricchi o gli agiati. Lo Stato o i comuni non si riserbano il mo-
nopolio della istruzione elementare; solo aprono scuole per chi
non può pagare la istruzione privata, o perchè altrimenti non
si aprirebbero scuole, o, come in alcuni centri, si aprirebbero
solo assai cattive. Ma è evidente che il consumo di questo ser-
vizio pubblico che è 1' istruzione elementare, profitta solo
prevalentemente ad alcune classi di cittadini ; ed è naturale
che vi siano nei limiti della convenienza pratica speciali tasse,
non potendo l'imposta sopperire a tutta la spesa per la istru-
zione, quando il benefizio è disegualmente avvertito.
Per queste ragioni appunto l'istruzione inedia e superiore
non dovrebbero essere pagate con imposte.
L'istruzione primaria obbligatoria con tutti i suoi difetti
ha reso grandi servizi alla società moderna : lo stesso spirito
di scontento delle masse, che corrisponde al bisogno di ele-
varsi, è dovuto in gran parte alla difiusione della istruzione
elementare.*
ignorante e quindi non di grado di comprendere i vantaggi della istruzio-
ne, abbia il diritto di condannare i figliuoli alla ignoranza più tenebrosa?
Qui non vi è un interesse individuale da difendere, ma un grande inte-
resse sociale da tutelare. L'obbligatorietà della istruzione elementare è
oramai quasi generalmente ammessa : e a questo principio sembrano
inclinare anche quei popoli, che, come gli anglosassoni, parevano più
tradizionalmente ostili. Ma dall'essere l'istruzione elementare obbliga-
toria deriva che deva essere gratuita ? Senza dubbio la conseguenza
dell'obbligatorietà è la gratuità, quando si tratti di gente povera e che
non può pagare : où il n'y a rien le roy perd son droit, dicevano i vecchi
francesi. Non si può per convenienza sociale creare un obbligo, cui gran
parte dei cittadini non può adempiere, senza dare anche i modi di adem-
pierlo.
* È oramai impossibile, per lo sviluppo stesso della produzione, sup-
porre una massa operaia di analfabeti. Del resto anche i paesi che sono
184 SCIENZA DELLE FINANZE [LIBRO I.
74. In quanto alla istruzione secondaria, che serve come
preparazione alle università e in generale per i pubblici im-
pieghi, il caso è assai diverso : se è utile che lo Stato manten-
ga scuole secondarie in quantità sufficiente per i bisogni del-
la popolazione, non è utile che soffochi le iniziative private :
e anche è assai dannoso che pretenda al monopolio. Man mano
che si sale nella spesa della istruzione ogni pretesa di eccessiva
uniformità è dannosa. L'insegnamento medio è, del resto, in
quasi tutti i paesi di Europa quello che più lascia a deside-
rare : sembra più adatto a formare impiegati che uomini di
lotta ; vive di tradizioni classiche ed è in generale lontano
dalle esigenze della vita moderna *.
L'università va considerata da due punti di vista : in quanto
è campo di ricerche e di attività scientifica, ed allora è nell'in-
teresse generale ; in quanto, viceversa, è luogo di educazione
professionale, ed allora è solo a vantaggio di alcuni, da cui do-
vrebbe esser pagata interamente. Non vi è alcuna ragione infat-
ti che induca lo Stato a fare una produzione gratuita e abbon-
dante di medici, di avvocati e di laureati e diplomati di ogni
specie. Nell'insegnamento superiore l'azione dello Stato è neces-
saria per stimolare, nell'interesse della civiltà, ricerche che al-
trimenti non sarebbero possibili. Ma occorre che non soffochi
le private iniziative: e non solo è necessaria la libertà di inse-
gnamento (nel senso che niun ostacolo deva essere messo alla
libertà della indagine e della critica nelle università); ma anche
che la eccessiva uniformità sia considerata come un male.
costretti a dare larga emigrazione non possono nei paesi civili manda-
re analfabeti. Caratteristiche sono le norme per la immigrazione negli
Stati Uniti.
Le spese per la istruzione primaria sono dunque in rapido aumento :
in Italia nel 1900 sorpassavano i 75 milioni di lire, ma erano nel 1900
di 135 milioni in Austria Ungheria, nel 1901 di 291 milioni nella Gran
Brettagna e di 450 milioni nell'Impero germanico.
* Si aggiunga che in alcuni paesi come l'Italia, il numero di coloro che
esercitano professioni così dette liberali, la medicina, l'avvocatura, la
ingegneria, ecc. è già così enorme che non ha riscontro in paesi che hanno
raggiunto la più grande ricchezza e prosperità. L'Italia è il paese di Eu-
ropa che ha più università ed è fra quelli che hanno più medici, più av-
vocati, più ingegneri civili : e ha tanta minore ricchezza di altri !
CAP. V.] SPESE PER LA ISTRUZIONE 185
In tutta Europa vi sono università di Stato : in alcuni paesi
però vicino alle università di Stato vi sono quelle mantenute da
privati, o da corporazioni religiose, o da enti locali*. Lo Stato
in alcuni paesi sussidia soltanto la istruzione superiore. Vera-
mente singolare è il caso degli Stati Uniti di America dove, le
più grandi università sono state costituite e mantenute o ri-
fatte con ingenti doni di ricchissimi privati**. La libertà d'in-
segnamento è, in generale, rispettata in quasi tutti i paesi di
Europa: più che altrove forse in Italia, dove si può dire assoluta.
La Francia, la Russia, sopra tutto l'Italia, hanno eccessivamente
burocratizzato l'insegnamento superiore, imponendo una uni-
formità che riesce sotto ogni aspetto dannosa f.
L'insegnamento tecnico professionale assume negli stati
moderni una importanza sempre maggiore. Sono scuole pra-
tiche, medie o superiori che sorgono ogni giorno per diffon-
dere la istruzione tecnica tra coloro che si dedicano all'indu-
stria e al traffico. Nella più gran parte delle industrie oramai
la pratica sola è insufficiente: si richiedono condizioni speciali,
conoscenze di dettaglio e preparazione più o meno larga. La
Germania aveva poderosamente organizzato l' insegnamento
industriale e questa fu fra le cause maggiori del suo sviluppo jf-
* Dove vi sono lotte religiose fra Stato e Chiesa, e coesistono grandi
gruppi di religioni differenti, le università libere sono più numerose.
** Negli Stati Uniti di America sono celebri le enormi donazioni di
Gould, di Vanderbildt, di Carnegie e di tanti altri alle Università : sono
donazioni di diecine di milioni. Alcune università prendono nome dai
donatori e hanno mezzi ingenti e redditi di molti milioni all'anno.
t L'Italia presenta (e in gran parte anche la Francia) la uniformità
più assiirda: tutti i professori sono pagati allo stesso modo dal più ignoto
al più illustre: Galileo Ferraris non era pagato diversamente di quello che
non sia ora il più oscuro professore di una università con 150 studenti.
Esistono in Italia 17 università di Stato e 4 libere (oltre gli istituti supe-
riori): le prime aveano nel 1900-4 complessivamente 25-801 studenti. Na-
poli avea il maggior numero con 5450: il minor numero Sassari con 200,
e Siena con 213. Ora non solo le stesse leggi ma gli stessi regolamenti
regolano in modo uniforme tutte le università : un professore di Napoli
e di Roma è retribuito allo stesso modo di uno di Sassari. La Cina non
ha avuto mai nulla di più assurdo!
tt Cfr. Blondel: L'essor industriel et commercial du peuple allemand.
l86 SCIENZA DELLE FINANZE [LIBRO I.
La spesa per rinsegnamento tecnico è fra la più produttive e
anche fra le più necessarie. Iniziative individuali possono
spesso bastare per le università, qualche volta per l'insegna-
mento medio e primario : ma l'insegnamento tecnico può es-
sere solo promosso in larga misura dallo Stato, che deve se-
guire i bisogni della produzione e che solo può sacrificare
per lo sviluppo generale fondi rilevanti. L' insegnamento
tecnico professionale si dirige, nei gradi inferiori e nei medi,
a persone non ricche, ma destinate ad agire assai utilmente
sulla produzione della ricchezza. Tutte le scuole pratiche o
speciali di agricoltura e quelle pei meccanici, tessitori, torni-
tori, elettricisti, ecc. sotto forme svariatissime concorrono al-
l'unico scopo di diffondere conoscenze utili allo sviluppo della
produzione *.
In generale, tutte le spese per la istruzione sono cresciute
straordinariamente dovunque ; non è possibile infatti sottrarsi
a un bisogno che rappresenta una necessità di sviluppo dei po-
poli moderni f-
75. Le spese per i. culti rimangono in quasi tutti i bilanci
odierni ; ma non hanno più la importanza che avevano in pas-
sato. Oramai tutti i culti sono tollerati : solo i culti nazionali
ricevono dallo Stato i mezzi di esistenza. L'antico rapporto se-
l'aris, 1899; Pyfferoen: Rapport sur V enseignement projessioncl cu
Allcniagne, Bruxelles, 1897 ; eco.
* Pyfferoen {op. cit., pag. 345) dice della Germania: «Un fait
general pour les écoles fondées par les corporations est le raanque de
ressources qui les empéche d'atteindre le but poursuivi. Aussi est- il
juste lorsque l'école offre un réel intérét social, que les pouvoirs publies
suppléent à la faiblesse de l'initiative privée ».
t Nei bilanci odierni le spese per la istruzione rappresentano cifre
elevatissime : in Francia l'istruzione pubblica e le belle arti erano rap-
presentate (prima della guerra del 1914) nel bilancio dello Stato da una
cifra di 226 milioni ; in Prussia il Ministero dell'istruzione e dei culti
costava 171 milioni di marchi di cui 7 circa per i culti e il rimanente per
la istruzione; in Austria le spese della istruzione e dei culti erano di 83
milioni di corone di cui 29 per i culti; in Ungheria, lo stesso Ministero
costava 48 milioni di corone. Nella Gran Brettagna le spese per la istru-
zione e le arti furono nel 1906 di 16 milioni di sterline da parte dello
Stato. La più gran parte delle spese per la istruzione è fatta però dalle
amministrazioni locali,
GAP. V.] SPESE PER LA ISTRUZIONE 187
condo cui la Chiesa includeva lo Stato è oramai mutato; è lo Stato
che include la Chiesa o le chiese nazionali. Molti scrittori desi-
deierebbero che la religione fosse un fatto meramente privato,
e come tale von-ebbero ninna spesa lo Stato dovesse erogare
per essa. Ma in Europa nessun paese, tranne la Francia, ha adot-
tato questo concetto e non vi è alcun bilancio in cui la spesa
per il culto non figuri in proporzioni più o meno ampie. D'al-
tronde è innegabile che Stato laico non vuole dire punto
Stato antireligioso : quando si afferma che lo Stato rimane
estraneo ai rapporti religiosi fra i cittadini si fa una pura
astrazione. Lo Stato non è una entità astratta, ma rappresenta
interessi e tradizioni, opinioni e tendenze reali : può com-
battere una religione o conciliarsela, non può affermare mai
d'ignorarne l'esistenza o agire come non esistesse. È perciò
che dovunque in Europa esistono bilanci dei culti. Con sot-
tile acume Adamo Smith notava che nei paesi dove sono molte
sette religiose, e fra esse alcune prevalenti, lo Stato può non
occuparsene, non ostante la insociabilità delle piccole sette :
perchè si fanno scambievolmente concorrenza. Ma dove vi è
una religione dominante, lo Stato non può mai essere sicuro,
se non avendo un'azione notevole sulla maggior parte di co-
loro che la insegnano*. Senza dubbio ora le cose sono molto
mutate ; insieme alla civiltà e alla cultura è penetrato un più
grande spirito di tolleranza, ma in nessun paese lo Stato pra-
tica un'astensione assoluta e completa in materia religiosa j-
* A. S m i t h : Wealth of Nations, libro V, cap. I.
t Si afferma sempre che negli Stati Uniti di America la astensione è
completa. Come ciò non sia vero e come lo Stato consideri spesso molti
doveri religiosi quasi inerenti ali a costituzione, si vede chiaro da B r y e e:
American Commonwealth. 2. ediz. voi. II. pag. 570-1.
l88 SCIENZA DELLE FINANZE [LIBRO I.
VI
Le SPESE PER I LAVORI PUBBLICI.
76. L'azione dello Stato si è largamente sviluppata in ma-
teria di lavori pubblici : cosi anche l'azione degli enti locali.
Da una parte le necessità stesse della produzione e degli scam-
bi, dall'altra i nuovi mezzi meccanici di trazione hanno re-
so indispensabile l'impiego di grandi masse di capitale. Lo Sta-
to o ha costruito direttamente o ha fatto costruire per suo con-
to, o ha stimolata o sussidiata l'attività privata dove era man-
chevole ; assai difficilmente si è astenuto. Vi sono lavori pub-
blici che hanno utilità tangibile, che producono un benefizio
immediato o quasi immediato : è in essi che l'opera dello Sta-
to è generalmente meno necessaria. Ma vi sono molti lavori
che, pure avendo grande utilità per la società, o non produco-
no reddito di sorta, o ne producono in quantità assai inferiore
al saggio medio del capitale da essi richiesto. Non pochi lavori
hanno per effetto di accrescere in via indiretta la produzione
facilitando gli scambi ; ma non sarebbero mai eseguiti da so-
cietà private per la scarsa produttività diretta che essi hanno*.
Anche le grandi imprese private per lavori pubblici, dove
esistono, difficilmente sono sorte senza aiuto dello Stato.
* Appena mezzo secolo fa, M. Chevalier scriveva che nove decimi del-
la umanità ignoravano la ruota; ora l'affermazione sarebbe assai lonta-
na dalla realtà ed è sopra tutto l'opera dello Stato che ha reso possibile
la trasformazione che si è compiuta nei mezzi di comunicazione e di tra-
sporto. La più gran parte dei lavori pubblici non si potea compiere me-
diante iniziativa privata: i porti, i canali, le strade, in gran parte le stesse
ferrovie, dove non presentano una soddisfacente produttività, sarebbero
stati impossibili.
Cfr. Leroy Beaulieu: UEtat moderne et ses fonctions, lib. IV;
C a u w e s : Cours d'economie politique, 3.me édition. Paris III partic.
lib. I ; D u p u i t in Annales des ponts et chaussèes. 1844 e 1849; C h r i-
s t o p h 1 e ; Tratte théorique et pratique des travaux publics. 2. ed. Paris,
1890 ; De Foville: La transformation des moyens de transport et ses
consèquences etc. Paris, 1880; ecc.
ÒAP. Vt.] St>ESE PER LAVORI PUBBLICI 189
Le strade rotabili non poteano essere costruite se non dallo
Stato e dagli enti locali : privati intraprenditori avrebbero po-
tuto costruire soltanto in alcune condizioni e con alti pedaggi,
necessariamente vessatori per il pubblico. Cosi i canali per
la navigazione interna e per la grande irrigazione; i porti ma-
rittimi e lacuali; la sistemazione e V arginatura dei fiumi e dei
torrenti, le grandi bonifiche agricole, ecc., sono per necessità la-
vori pubblici di Stato. L' indole stessa di questi lavori, che
servono quasi alla conservazione del territorio nazionale, non
lascia alcun dubbio sulla loro natura.
Pure se le spese per lavori pubblici testé indicate hanno as-
sunto o assumono ogni giorno un'importanza sempre più gran-
de, i maggiori investimenti sono stati e sono quelli richiesti
dalle ferrovie. Le ferrovie sono un mezzo di trasporto di recen-
te invenzione e in esse i tre elementi che determinano i siste-
mi di trasporto, la via, il veicolo, la forza motrice, sono mutati
interamente di fronte ai sistemi antichi. L' enorme numero
delle costruzioni ferroviarie ha agito sulla finanza degli stati
del continente europeo, più che ogni altra causa, se si tolgano
le spese militari. Ora molti scrittori contestano ogni utilità
d' intervento dello Stato in questa materia o per dir meglio
(un intervento essendo sempre necessario poiché lo Stato in
definitiva deve accordare le concessioni e dare il diritto di
espropriazione delle proprietà private che ogni linea deve tra-
versare) vorrebbero l' intervento ridotto al minimo. Ma vi sono
ferrovie che hanno carattere strategico o militare, altre che
non hanno carattere strettamente economico, ma servono ad
aprire agli scambi e alla civiltà territori che rimarrebbero iso-
lati. Vi sono infine non pochi casi di ferrovie che son vantag-
giose alla società intera senza rappresentare una utilità diretta
notevole per i capitali impiegati. Certo non bisogna abusare
di questi ragionamenti (e in Italia e Francia spesso se n' è
abusato) : ciò non toglie che vadano tenuti nel conto che me-
ritano *.
* Sul carattere della legislazione americana sulle ferrovie, che sembra
rappresentare una eccezione cfr. C. F. A d a m s : The railroads. their
originy and problems New- York. 1884 ; A. T. H a d 1 e y : Railrood tran-
190 SCIENZA DELLE FINANZE [LIBRO 1.
Le maggiori intraprese e le più utili per la civiltà non sa-
rebbero possibili senza 1' opera dello Stato: nessuna società pri-
vata avrebbe forse mai avuto la convenienza di costruire per
suo conto una ferrovia come la transiberiana *.
L' Inghilterra e gli Stati Uniti di America sembrano fare
eccezione a questa tendenza; ma l' Inghilterra al principio del
secolo XIX si trovava in condizioni assolutamente eccezionali
di fronte agli altri paesi e l'attività privata poteva spesso so-
stituirsi senza danno, anzi con vantaggio, a quella dello Stato:
in quanto agli Stati Uniti di America essi rappresentano tut-
tavia una situazione speciale, e l'azione del Governo federale
e degli stati singoli, tende ogni giorno a svilupparsi, come del
resto si è notevolmente sviluppata, già da gran tempo, in
Inghilterra l'azione dello Stato e degli enti locali.
Le ragioni che determinano in materia di lavori pubblici
un'azione continua e crescente da parte dello Stato sono dun-
que molteplici. Prima di tutto vi è la mutazione intervenuta
nelle spese d'impianto dei nuovi mezzi di trasporto, spese sem-
pre più grandiose e spesso non accessibili alle forze dei privati.
Poi vi è il fatto che la concorrenza è spesso dannosa e il mo-
nopolio riesce il sistema più economico. Infine i grandi mezzi di
trasporto, per compiere nel miglior modo possibile la loro fun-
zione, devono avere una relativa unità e uniformità di orga-
nizzazione.
Vi sono mezzi di trasporto di cui lo Stato ha scarsa ragione
di occuparsi, o di monopolizzarli. La navigazione è libera, come
quella che è aperta a tutti: lo Stato ha solo funzioni di vigilan-
za. Nelle strade rotabili, nei canali, lo Stato e gli enti locali
hanno la costruzione e il mantenimento ; ma i veicoli e i mo-
tori sono riservati all'attività privata. Nelle ferrovie e nei mezzi
sportation. New- York, 1883 ; L. P a u 1-D u b o i s : Les chemins de fcr
aux Ètats Unis, Paris, 1896; ecc.
* Per valutare l'importanza delle spese per lavori pubblici nei bilanci
moderni basterà dire che l'Italia ha speso dal 1862 al 1897-98, secondo
un documento ufficiale, 718 milioni per le strade rotabili, 457 milioni
per opere idrauliche, iii milioni per bonifiche. 4076 milioni per ferrovie
ecc. In tutto la spesa per i lavori pubblici è stata di 6.031 e l'Italia non è
uno dei paesi che abbiano speso di più.
cap. vii.] spese per la produzione tgi
di comunicazione, gli elementi tecnici sono invece inseparabili,
la concorrenza è inammissibile e lo Stato interviene a rego-
lare in modo diretto o indiretto l'insieme del servizio *.
VII.
Le spese per lo sviluppo della produzione.
77. Lo Stato rappresenta gli interessi generali della società
non soltanto, ma anche li rappresenta a perpetuità : quindi
esso soltanto può promuovere o compiere alcune opere gene-
rali di conservazione che nessuna attività, nessun interesse
privato può tutelare. La difesa del clima, la difesa del terri-
torio nazionale dall' azione delle acque, le grandi bonifiche
sono inerenti all'azione dello Stato. Cosi la difesa dei boschi,
per esempio, può urtare anche una serie di interessi privati f:
lo Stato solo può farla, o conservando le sue foreste, o impo-
nendo ai privati di non alienare le loro. Il prosciugamento di
uno stagno, che inquina una regione, ola bonifica di un terreno
paludoso, sopra tutto se durano parecchie generazioni, posso-
no difficilmente essere compiuti dai privati. Lo Stato in certa
guisa adempie, compiendo queste opere, un ufficio di conserva-
zione generale. Vi sono ricchezze naturali che non si riprodu-
cono o si riproducono assai lentamente : lo Stato deve curarne
la conservazione, difenderle nell'interesse stesso della col-
lettività.
Ma, oltre questa funzione passiva di conservazione e di
difesa, lo Stato ne ha molte altre : esso può promuovere a di-
rittura tutto ciò che giova allo sviluppo della produzione. Le
spese di questa natura sono in aumento rapidissimo, dovunque.
'L'agricoltura rappresenta ancora, per la più gran parte de-
gli stati, il maggiore interesse e la più grande industria. Solo in
* C. S u p i n o : Principi di economia politica. Napoli, 1904, pag. 318-9.
t La conservazione di un vasto demanio forestale e la difesa dei bo-
schi sono stati fatti con gran cura dagli Stati tedeschi. I paesi meridiona-
li, sopra tutto 1' Italia, hanno spesso improvvidamente distrutto i loro
boschi.
t92 SCIENZA DELLE FINANZE [LIBRO 1.
qualche nazione, come l'Inghilterra, e in alcuni pochi stati mi-
nori, vi è prevalenza d' interessi industriali : 1' agricoltura è
quasi dovunque la più grande fonte di produzione *. Si aggiun-
ga che quasi tutti gli stati tendendo a industrializzarsi, la
concorrenza dei prodotti industriali diventa sempre più aspra
e la conservazione e lo sviluppo dell'agricoltura s'impongono
non solo come una necessità economica ma come un grande
interesse demografico. Le spese che fa lo Stato per 1' agri-
coltura sono di natura assai varia: oltre quelle per lo sviluppo
della educazione agricola (educazione tecnica superiore, media
e pratica), consistono in incoraggiamenti di ogni natura.
Lo Stato promuove le trasformazioni agrarie più utili ; sussidia
o premia le nuove introduzioni di macchine, di animah ripro-
duttori ; protegge il bestiame e le piante dalle malattie dif-
fusive più dannose. Così quasi tutti gli Stati hanno stazioni
sperimentali, campi di osservazione f ecc.
Le spese per l'industria sono oramai del pari rilevanti in qua-
si tutti i bilanci : e non consistono solo nel mantenere l'inse-
gnamento tecnico e nel dargli sviluppo, ma in aiuti diretti
di ogni natura. Lo Stato, per esempio in tutti i paesi difende
la proprietà letteraria, e in generale pubblica non solo l'elenco
dei brevetti, ma la loro descrizione {specification) : la Germania,
l'Inghilterra, gli Stati Uniti sopra tutto, fanno pubblicazioni
dettagliate e importanti. Lo Stato cura quasi dovunque la
verifica dei pesi e delle misure : fa assai più incoraggiando
alcune forme di produzioni o con premi di esportazioni, o con
esenzioni da imposte, o con speciali vantaggi. Occorre una
grande prudenza e una grande moderazione in queste spese :
ma si può anche dire che i pregiudizi contro di esse sono spesso
assurdi. Lo straordinario sviluppo che assume l'industria nella
Russia imperiale aveva da questo punto di vista una gran-
* Sulla importanza speciale deli' agricoltura come industria cfr. A.
Wagner: Agrarstaat und Industrialstaat. Berlin 1901.
t Straordinaria sopra tutto è stata l'azione dello Stato in Germania e
negli Stati Uniti di America. In quest'ultimo paese lo Stato diffonde per-
fino a centinaia di migliaia di esemplari le pubblicazioni ritenute più uti-
li agli agricoltori.
CAP. VII.] SPESE PER LA PRODUZIONE I93
grandissima importanza: la Germania si era valsa largamente
e utilmente del sistema dei premi *.
Per molte industrie per cui la protezione doganale non è
possibile o non è conveniente, ma che si ritiene devano essere
incoraggiate, perchè suscettibili di diffusione e di sviluppo,
lo Stato accorda premi. La marina mercantile, per esempio,
ha avuto finora in molti paesi larghi premi.
Alcune linee non sarebbero esercitate senza premi e forse
la mancanza di esse nuocerebbe anche a quelle linee che
ora sono produttive e che non sarebbero più. Alcuni paesi
danno soltanto premi di esportazione per aiutare le merci
nazionali, almeno in una prima fase, a conquistare i mercati
stranieri. È un sistema pericoloso di cui la Germania ha spesso
abusato e che è causa di non poche diffidenze.
Le spese per il commercio sono di varia natura ; consistono
sopra tutto, oltre che nella diffusione della cultura commerciale,
nella larga conoscenza dei prodotti di ciascun paese. I consoli
sono veri informatori commerciali : sopra tutto gli Stati
Uniti danno loro funzioni prevalentemente commerciali. I mag-
giori stati hanno uffici di informazioni commerciali, speciali
agenti o addetti commerciali presso le ambasciate o le lega-
zioni |. Nel commercio internazionale lo Stato ha funzioni di
difesa, di tutela: è nello stesso tempo un grande informatore
e un grande difensore. Il prestigio di uno Stato non è mai
estraneo alle agevolezze che incontra il suo commercio.
Lo sviluppo della produzione è il più grande interesse di
ciascun paese ; e tutti i sacrifizi diretti a questo scopo trovano
largo compenso. Senza dubbio lo Stato può avere un'azione solo
indiretta su essa : ma anche la sua azione può essere grandis-
sima nel bene e nel male. La produzione nei paesi moderni
perde ogni giorno più la forma individuale che ha avuto finora:
o per dir meglio, rimanendo a base di essa l'attività individua-
* Omettiamo ogni bibliografia su questo argomento, che sarebbe lun-
ghissima. La Germania era arrivata al punto di vendere all'estero (pri-
ma del 191 4) più a buon mercato che all'interno. II sistema del dumping
è ben noto.
t Importantissimi i rapporti consolari pubblicati dalla Francia, dalla
Inghilterra, dalla Germania e sopra tutto dagli Stati Uniti.
Nitti. 13
194 SCIENZA DELLE FINANZE [LIBRO t.
le, esiste una tendenza sempre crescente a una maggiore rego-
larità e a una maggiore disciplina.
I grandi mezzi di rilevazione statistica permettono prima
di tutto di conoscere più facilmente i fattori più importanti
della produzione : la statistica delle professioni, la statistica
delle forze motrici , le statistiche industriali e commerciali,
le statistiche della produzione e in parte quelle del consumo
sono oramai una guida sicura. Molti paesi possiamo dire quanto
consumino, quali consumi abbiano, in quanta parte produca-
no all'interno e in quanta acquistino all'estero. Così l'azione
dello Stato diventa ogni giorno più ordinata, come più grandi
sono le sue conoscenze. Se non è vero che vi sia un accen-
tramento crescente della ricchezza e se non è vero che l'industria
tenda sempre più ad accentrarsi, è fuori di dubbio che la picco-
la industria diventa sussidiaria della grande, e questa tende
a ordinarsi, a sindacarsi, per evitare le crisi e per garentire la
propria esistenza. Lo stesso fenomeno dei trusts rappresenta
spesso una vera necessità della produzione.
Così le spese per lo sviluppo della produzione sotto forme
diversissime tendono a svilupparsi in tutti i bilanci moderni
e in alcuni di essi hanno già un'importanza grandissima.
Per queste ragioni e per altre molte sono assai rilevanti
nei paesi moderni le spese per l'amministrazione civile, che
viene indicata sotto il nome di burocrazia. In quasi tutti
gli stati questa assume un' importanza sempre crescente e ha
ogni giorni autorità e potere sempre più grandi. Data la
natura dello Stato moderno e la vastità della sua azione,
solo le forme attuali dell'amministrazione civile possono per-
metterne il funzionamento.
Vili.
Le SPESE PER LA LEGISLAZIONE SOCIALE
E PER LA PUBBLICA ASSISTENZA.
78. Queste spese in passato quasi non esistevano nei bi-
lanci degli stati ; ora non solo esistono in misura sempre cre-
scente, ma costituiscono, in qualclie caso, causa di vera preoc-
cupazione per r avvenire.
CAP. Vili.] LA LEGISLAZIONE SOCIALE I95
La legislazione sociale rappresenta una vera necessità dei
tempi moderni : oramai non si trovano più di fronte padroni
isolati contro operai isolati o piccoli gruppi di operai ; ma in-
traprenditori assai spesso associati fra loro contro operai quasi
sempre associati fra loro. Non mancano esempi di compagnie
ferroviarie con 50 a 60 mila salariati, di fabbriche con io mila,
o 20 mila operai o anche assai più. I conflitti assumono quindi
una forma ben più grave che in passato.
Ma poi che lo Stato rappresenta gli interessi perpetui e ge-
nerali della società, deve in ogni guisa evitare che le masse
lavoratrici siano sciupate avanti tempo (lavoro dei fanciulli)
o in periodi o in lavori disadatti (lavoro delle donne), o in con-
dizioni insalubri (igiene delle officine). Così lo Stato limita
generalmente il lavoro delle donne e dei fanciulli, qualche volta
determina la durata massima del lavoro degli adulti; prescrive
norme igieniche per le officine, ove si eseguono lavori non sa-
lubri, o per i lavori sotterranei, generalmente molto penosi;
disciplina il pagamento dei salari, in modo da evitare abusi
{truck system) ; ecc.
Quasi in tutti i paesi lo Stato ha ispettori delle fabbriche,
il cui speciale ufficio è di curare l'applicazione delle leggi e dei
regolamenti di fabbriche*.
Vi sono paesi importatori e paesi esportatori di uomini :
in maggiore o minore misura sono esportatori di uomini quasi
tutti i paesi di Europa tranne la Francia; sono importatori,
i paesi nuovi. Ora la emigrazione corrisponde in generale a of-
ferta di lavoro. Lo Stato ha organi speciali d' informazione;
uffici per r emigrazione, qualche volta anche uffici di col-
locamento.
Questi nuovi attributi dello Stato determinano spese note-
voli : non però le più importanti da questo punto di vista.
Le classi lavoratrici che vendono il loro lavoro sono gene-
* Sullo stato attuale della legislazione sociale cfr. oltre le moltissime
opere speciali, le riviste pubblicate dai vari governi : Bulletin of the de-
partment of labor di Washington. Revue du travati di Bruxelles, il Bulle-
tin de l'office du Travati di Parigi, la Labor Gazette di Londra, ecc. V. inol-
tre V Anmtaire pubblicato ogni anno dal governo belga ; ove è riprodot-
ta la legislazione di tutti i paesi più importanti.
19^ SCIENZA DELLE FINANZE [LIBRO t.
ralmente sottomesse ad alcuni rischi assai gravi : gì' infortuni,
la malattia, la vecchiaia, la morte. Anche l'operaio più previ-
dente può senza sua colpa, spesso senza colpa dell' impren-
ditore, essere travolto da una macchina e ucciso; anche l'ope-
raio più abile può, dopo alcuni mesi di malattia, ridursi nella
indigenza ed entrare nella popolazione assistita. Infine la
vecchiaia è generalmente minacciosa per i lavoratori; qualche
volta più della morte : nulla infatti è più triste della oscura
povertà degli ultimi anni dopo tutta una vita di lavoro. È
interesse della società provvedere a questi rischi del lavoro ;
qualche volta è anche savio calcolo. La società moderna non
può espellere gli elementi decaduti ; deve, sia pure con l'assi-
stenza pubbUca, nutrirli : ora è molto più savio evitare la de-
cadenza.
D' altra parte nessuno può sperare che gli operai, sia pure
con la più oculata previdenza, possano mettersi al sicuro da
alcuni rischi che h minacciano. Quanti, anche fra i più fortunati,
sono in condizioni di assicurarsi da sé stessi e a loro spese contro i
rischi del lavoro, contro la malattia, contro la vecchiaia, contro
la morte? Senza dubbio vi sono molti intraprenditori che, con
animo Hberale, assicurano volontariamente i loro imprenditori
a società private di assicurazione ; vi sono altri che li aiutano
e li soccorrono. Ma vi sono moltissimi che non fanno o non pos-
sono fare alcuna di queste cose.
La Germania aveva sin dal 1883 costituito l'immenso edifi-
cio dell'assicurazione obbligatoiia per gli operai*. I premi di
assicurazione contro gl'infortuni erano interamente a carico
degli imprenditori, i premi di assicurazione contro la malattia
per un terzo a caricc> del padrone e per due terzi a carico degli
operai; i premi di assicurazione contro la vecchiaia e la invali-
dità metà a carico dei padroni, metà a carico degli operai. Ma
lo Stato interveniva in larga misura col sussidiare il fondo delle
assicurazioni ii cui funzionamento rimaneva quasi del tutto a
suo carico, i pagamenti essendo fatti dalla posta. Era un im-
* Il miglior riassunto della legislazione germanica sulle assicurazioni
obbligatorie è nello Special Report Commissioner of Labor degli Stati
Uniti di America, 1894. La letteratura su questo argomento è larghissima.
CAP. VITI.] LA LEGISLAZIONE SOCIALE Igy
mense sistema di assicurazioni, a beneficio di circa i8 milioni di
assicurati, e non ostante i suoi difetti, rimane il più grande
tentativo compiuto a benefizio delle classi operaie. Cosi altri
paesi han cercato di imitarlo in misura più o meno larga.
Anche l'Italia ha oramai un sistema quasi completo di assi-
curazioni operaie.
In molti paesi lo Stato cerca di assicurare ai lavoratori e al-
le classi meno ricche la proprietà immobiliare, almeno sotto
la forma della casa di abitazione: o accordando speciali age-
volazioni fiscali ; o avendo speciali fondi per prestiti a buon
mercato, ecc.
Nessun paese è riuscito a stabilire vere assicurazioni contro
la disoccupazione ; ma questo problema interessa tutti gli stu-
diosi e gli statisti.
Sono nei bilanci moderni cresciute straordinariamente an-
che le spese per la pubblica assistenza : la iniziativa individuale
si rivela in questo campo del tutto insufficiente*. Vi sono mol-
ti che non possono lavorare, molti che non vogliono, molti più
ancora che vogliono e non possono : sono varie forme d'indi-
genza cui occorre provvedere in modo differente. Occorre che
sia data a coloro che non possono lavorare un'assistenza;
che sia provveduto a coloro che non vogliono, affinchè la po-
polazione vagabonda e mendicante non diventi un pericolo
per la sicurezza ; che sia infine provveduto anche con mag-
giore interesse a coloro che vogliono lavorare e non possono.
La società che realizza nel suo complesso i frutti di ogni pro-
gresso economico, non deve abbandonare coloro che spesso
sono vittime delle lotte economiche, delle crisi commerciali
della concorrenza. Occorre che l'assistenza pubblica sia ocula-
ta affinchè non diventi causa di degradazioni : gli ospedali,
la casa gratuita dei poveri, non devono spingere alla imprevi-
denza : chi può lavorare deve essere costretto a lavorare. L'ob-
* Cfr. A. Monnier: Histoire de Vassistance dans les temps anciens
et modernes. Paris. 1857; Fawcet: Patiperistn. its causes and re-
medies. London. 1871; Chause: The Better Administration of English
poor law. London. 1895 ; Congrès internaUonal d'assistance publtqtie,
Paris. 1889 ; D o y 1 e : Poor laws in foreign countries, London, 1875. ecc.
igS SCIENZA DELLE FINANZE [LIBRO I.
bligo della pubblica assistenza incombe allo Stato, alla regione,
al comune, in diversa misura ; si tratta di un servizio pubbli-
co che assume forme svariate e che bisogna circondare di ogni
cautela perchè non diventi causa di dannosa dispersione di
ricchezza. D' altra parte si deve con ogni cura cercare di non
scoraggiare le iniziative individuali, di non attutire il senti-
mento filantropico delle classi ricche.
In Germania e in Inghilterra l'assistenza è in principio ob-
bligatoria. In Inghilterra l'obbligatorietà risale a tempo remo-
to, e lo statuto di Elisabetta del 1601 è ancora la base dell'or-
dinamento attuale. Il mendicante girovago non è tollerato: ma
il povero sedentaneo deve essere mantenuto dalla sua parroc-
chia quando esegua a domicilio il lavoro che gli è fornito, al-
lor che dichiari di non trovarne altro. In caso di rifiuto di la-
voro vi è la Workhouse. che serve nello stesso tempo di ospi-
zio ai poveri invalidi e di casa di detenzione per i poveri va
lidi e oziosi. La poor rate o imposta pei poveri, provvede in
generale alle spese per l'assistenza *.
In Germania l'assistenza pubblica era obbligatoria e incom-
beva alle circoscrizioni locali {Ortsarmenverbande) che racchiu-
dono uno o più comuni f ; era tutta una organizzazione molto
ingegnosa che, senza scoraggire la iniziative individuali, cercava
di togliere quanto più è possibile alla assistenza obbligatoria il
carattere di pesantezza e di uniformità che ha d'ordinario.
In generale i paesi protestanti hanno il principio dell'assistenza
pubblica obbligatoria : i paesi cattolici il principio dell'assi-
stenza libera. La differenza ha carattere puramente storico :
nel medio evo erano le congregazioni religiose che provvede-
vano in generale ai poveri e agli assistiti. Nei paesi dove av-
venne la riforma protestante i beni delle congregazioni andaro-
no allo Stato : e fu allora quest'ultimo che dovè occuparsi del-
l'assistenza pubblica. In generale però, in tutti i paesi sono a
carico dello Stato o degli enti amministrativi locali gli alie-
* Su questo argomento fra i moltissimi cfr. G. N i e h o 1 i s : History
of english poor law, London, 1854; P. T. Ascrhrott: Das Englische
Armenwesen Leipzig, 1886; ecc.
t Cfr. C a u w é s : o/>. cit., voi. Ili, pag. 633.
CAP. Vili.] LA LEGISLAZIONE SOCIALE 199
nati, i fanciulli assistiti, la cura gratuita dei poveri, i deposi-
ti di mendicità e case di lavoro, ecc.
79. Giunti in fine di questa enumerazione, occorre ritor-
nare sopra una ripartizione di cui in pratica si abusa molto :
una ripartizione assai indeterminata fra spese produttive e spe-
se improduttive. Si ha l'abitudine di mettere nelle classifica-
zioni frettolose sì comuni nei Parlamenti, la più gran parte del-
la spese per la costituzione e le spese militari fra le improdut-
tive*. L'equivoco deriva forse più che altro dalla vecchia teo-
ria della produttività, secondo cui lo Stato sarebbe un produt-
tore di pubblici servizi. Ma queste classifiche, anzi queste de-
signazioni frettolose, non hanno nulla che risponda alla realtà
né alla scienza. Si può dire, per esempio, che le spese di guer-
ra di un paese sono molte, o poche ; che sono sproporzionate
ai suoi mezzi o ai fini che deve raggiungere ; ma non si può
mai fare una questione di produttività. Allo stesso modo che
si può dire che la spese per costruire una ferrovia sono ec-
cessive in vista dei risultati che deve e può produrre, o dello
scopo che si propone chi la costruisce. Vi sono ferrovie di-
ventate ora inutili, vi sono allo stesso modo spese militari che
non hanno giovato in nessun modo al paese che le ha fatte.
La sicurezza interna ed esterna non è un bene economico e
tanto meno un bene diretto ; ma è assai più che un bene sirii-
mentale, come direbbero gli economisti, è la condizione di ogni
produzione.
Senza dubbio non è punto vero che le vittorie militari pre-
cedano le vittorie industriali e commerciali : la Spagna ha
cominciato a decadere dalle sue più grandi vittorie. Ma non è
da negare che anche nei paesi moderni la stessa prevalenza
commerciale, se non dipende, è resa possibile dalla supremazia
o almeno dalla forza politica. D'altronde per le nazioni come
per gl'individui, si può dire che il successo e quindi la prevalen-
* Nel linguaggio comune si distingue sempre tra spese produttive e
spese improduttive-, anche A. Smith faceva questa distinzione {Wealth
of Nations, libro I, cap. Ili) la quale però, ripetiamo è d'ordinario assai
incert a.
200 SCIENZA DELLE FINANZE [LIBRO I.
za non dipendano solo dalla quantità dei beni materiali che
esse possiedono : ma dal loro spirito di elevazione e dalla fidu-
cia di se stesse, dalla tranquillità del presente e dalla loro fe-
de neir avvenire.
IX.
Le spese dello Stato e le spese degli enti locali.
80. Niente è più diverso quanto i limiti fra l'attività del-
lo Stato e quella degli enti locali. È che queste differenze so-
no il frutto di condizioni speciali a ciascun paese, di tradizio-
ni storiche, di diversità di condizioni. L'Inghilterra e la Fran-
cia, per esempio, non rappresentano in questa materia solo
due legislazioni diverse, ma due diverse situazioni. Vi sono stati
unitari, stati federali, unioni di stati: vi sono paesi centraliz-
zati e paesi con grande discentramento. La diversità di forme-
risponde a diversità di condizioni.
Sono in generale spese dello Stato quelle che riguardano la
difesa esterna ; la rappresentanza all'estero ; la giustizia; i
grandi mezzi di comunicazione e di trasporto; l'amministrazio-
ne delle colonie ; la emissione della moneta e la sorveglianza
dei mezzi di circolazione ecc. Sono prevalentemente spese de-
volute agli enti locali quelle che riguardano bisogni particolari
di ciascun gruppo, vie urbane di comunicazione, nettezza ur-
bana, illuminazione, acqua potabile ecc.
Alcune spese sono in varia misura sostenute dallo Stato e
dagli enti locali. L'assistenza pubblica, per esempio, che pri-
ma era sostenuta quasi esclusivamente dagli enti locali, ora
che richiede mezzi più potenti e coordinamento più largo, è
esercitata insieme da essi e dallo Stato. Le spese per la istru-
zione sono sostenute in alcuni paesi prevalentemente dallo
Stato (Francia), in altri dagli enti locali (Italia, Inghilterra).
E cosi anche la spese che riguardano la igiene, la previdenza
sociale, i culti ecc. Il principio dell' interesse generale deve deter-
CAP. IX.] SPESE DI STATO E SPESE LOCALI 20I
minare le spese dello Stato e quello dell' interesse particolare
le Spese degli enti locali. Vi sono servigi che richiedono uno
svolgimento identico in tutto lo Stato (la sicurezza, la giusti-
zia, per esempio) ; altri che sono congiunti alla vita locale e
che su d'essa hanno maggiore se non completa efficacia. Tutto
ciò è semplice, ma nella vita di ciascun paese vi sono condi-
zioni speciali e tradizioni, che determinano diversità profonde.
Per esempio : la istruzione elementare, che è senza dubbio un
servizio pubblico, interessa tutta la nazione, ma non è men
vero che alcuni stati trovano conveniente che la istruzione
elementare sia a carico degli enti locali, altri a carico dello
Stato. Cosi in Inghilterra, in Italia, quasi generalmente, in Ger-
mania, la istruzione primaria è a carico degli enti locali e rive-
ste il carattere di un servizio locale.
La diffusione della cultura è un servizio di utilità generale :
pure negli stati più colti, come la Germania o 1' Inghilterra, se
ne occupano gli enti locali. Affermare in tesi assoluta che deva
occuparsene lo Stato o devano occuparsene gli enti locaU, non
si può, dunque, non ostante le facili affermazioni di molti autori.
Sono in generale, la tradizioni storiche di ciascun paese che
più agiscono sulla differente attività dello Stato e degli enti
locali : onde ninna ripartizione logica è possibile fra spese di
Stato e spese locali fuori quelle per. alcune grandi funzioni. La
rappresentanza all'estero, la difesa militare, 1' amministrazione
delle colonie, sono, in generale, per necessità, servizi di Stato :
la sicurezza intema e la giustizia invece, se sono attribuzioni
essenziali dello Stato, non sono quasi mai interamente a suo
carico. Le altre spese sono in ogni paese in diversa misura a
carico dello Stato o degli enti locali. Teoricamente il princi-
pio dell'interesse generale e dell'interesse particolare indica
la divisione fra le spese dello Stato e le spese locali : in prati-
ca una ripartizione rigida è assai difficile e vi è situazione dif-
ferente fra stati unitari e stati federaH, stati con tradizioni
storiche unitarie e accentratrici, come la Francia, e stati ove
è esistito per gran tempo un grande sviluppo della vita locale *.
* Così esistevano, appena venti anni or sono, differenze profonde :
202 SCIENZA DELLE FINANZE [LIBRO I.
Le spese degli enti locali sono proporzionalmente minori in
Francia, proporzionalmente maggiori in Inghilterra: l'Italia
appare in una situazione intermedia *.
Gli stati federali, come gli Stati Uniti di America e la Germa-
nia, presentano grande sviluppo di spese di Stato, perchè oltre
il governo federale, vi è il governo dei singoli stati che hanno
azione prevalentemente economica e in minor parte politica.
Spese degli enti locali
Spese Spese per ogni loo
centrali locali di spese dello Stato
Italia : 1902-3; Stato ed enti locali
(milioni di lire) 1695 695 41%
Gran Brettagna : 1898-99 (mi-
lioni di sterline) 108 91 84%
Svezia : 1897 comuni; 1898 Sta-
to (milioni di corone) .... 126 78 71%
Germania: 1900 (milioni di fran-
chi) Stato federale e Stati co-
muni 7243 835 13%
Francia : Stato 1901. diparti-,
menti 1899, comuni 1900 (in
milioni di franchi) ..... 3554 761 21%
Belgio : 1899 (in milioni di fran-
chi) 578 193 33%
Negli ultimi anni però le proporzioni sono alquanto mutate.
Alla vigilia della guerra in Inghilterra le spese degli enti locali tende-
vano ormai a raggiungere le spese dello Stato. Dopo la guerra le spese
locali sono molto aumentate, ma sono anche più aumentate le spese
dello Stato.
* Su questa materia cfr. i dettagliati studi della Royal commission on
locai taxation. Memoranda chiefly relating to the classification and inci-
dence on imperiai and locai taxes : London, 1899. Cfr. pure : B a s t a b 1 e:
F inance, libro I, cap. VII; Goodnow: Locai Government in Prussia
in Politicai science Quaterly, IV, 648-666; De P a r i e u : Principes de
science politique. cap. VII.
LIBRO IL
LE ENTRATE ORDINARIE DELLO STATO
PARTE I.
IL DEMANIO E LE TASSE.
I.
Il''demanio fiscale.
8 1. Le entrate ordinarie dello Stato sono, come si è detto,
originarie e derivate : fra le prime sono le entrate demaniali.
Lo Stato in ogni paese possiede una massa rilevante di beni,
una vasta azienda da amministrare, un' azienda da cui ricava
reddito e che amministra come qualsiasi privato : quest'azien-
da è il demanio fiscale o privato *. Ma a differenza dei privati
cittadini, lo Stato possiede per ragioni di utilità pubblica mol-
ti beni da cui non ricava reddito, o da cui non si propone di
ricavarne ; mezzi di comunicazioni, istituti di cultura, ecc.
da cui piuttosto che ricavare benefizio alcuno gli derivano
spesso perdite rilevanti: questo insieme di beni è il demanio
pubblico.
Si suol dire che la differenza fra il demanio pubblico e U
demanio privato è non solo nella loro destinazione, ma nella
loro natura : il demanio pubblico è imprescrittibile, inaliena-
bile, infruttifero e i cittadini ne godono uti singuli ; il dema-
* Demanio, secondo Roscher, deriva da doma, e originariamente e-
sprimeva, nel latino medioevale, Vager praedialis : allora infatti il dema-
nio (demaniutn) era costituito sopra tutto dai beni territoriali.
2o6 SCIENZA DELLE FINANZE [LIBRO II.
nio privato è prescrittibile, alienabile, fruttifero e i cittadini
ne godono uti universi. A rigore di termini questa differenza non
è evidente, né sempre vera. La differenza fondamentale è
invece di carattere economico. I beni patrimoniali o di dema-
nio privato dello Stato non sono beni diretti, bensì concorro-
no alle entrate dello Stato, alla produzione dei pubblici ser-
vizi: sono quindi beni strumentali. I beni di demanio pubblico
sono mezzi immediati per la soddisfazione di bisogni dei cit-
tadini, beni diretti, beni di consumo in altri termini e non di
produzione. Gli attributi che ne derivano sono la conseguenza
di questo fatto.
L' inalienabilità va intesa^ solo in senso relativo: poiché se
essa è un ostacolo a tutti gli atti che possono minacciare la
destinazione dell'oggetto di demanio pubblico, non può es-
sere per quegli atti che non le nocciono. Cosi, per il fatto stes-
so che il demanio pubblico è fuori commercio, é inalienabile;
ma l'inelienabilità dura solo fino a quando il bene demaniale
conserva il suo carattere di utilità pubblica. Se perde questo
carattere può esser alienato nei modi e nelle forme che le leggi
stabiliscono. Così, se una strada non ha più ragione di essere, può
cessare di far parte del demanio pubblico ed essere alienata.
Si dice che i beni di demanio privato sono fruttiferi, infrut-
tiferi quelli di demanio pubblico. Anche ciò va inteso in
senso assai limitato. Certo un ponte costruito dallo Stato per
il passaggio di un fiume appartiene al demanio pubblico :
esso rende nulla allo Stato ed è per sua natura inalienabile.
Inoltre i cittadini ne godono uti singuli ; e ne godono sopra
tutto quelli di una determinata zona. Un bosco posseduto
dallo Stato appartiene al suo patrimonio, cioè al suo demanio
privato : lo Stato ne ricava un reddito e può, se crede che gli
convenga, aUenarlo. Inoltre i cittadini ne godono uti universi
nel senso che il reddito del bosco va nella massa delle entrate ed
è destinato quindi a provvedere a bisogni collettivi. Ma non può
dirsi in senso assoluto che il demanio pubblico sia infruttifero
e fruttifero il demanio privato. Un museo é senza dubbio di
demanio pubblico: ciò non toglie che il governo possa rica-
varne un reddito imponendo una tassa di entrata. Una strada
è demanio pubblico: lo Stato può ricavare dalla vendita degli
CAP. t.] tL DEMAJs^IO 207
alberi che la fiancheggiano un reddito. Viceversa un bosco
è demanio privato e può non render nulla, ed anche essere
passivo e nondimeno può avere lo Stato interesse a conservarlo.
La differenza fra demanio pubblico o privato par chiara:
pure nella pratica molte volte è assai difficile distinguere.
In fondo, il demanio pubblico è costituito dall'insieme dei
beni pubblici di cui i cittadini godono direttamente : il dema-
nio privato è costituito da quei beni che assicurano un reddito
e che quindi sono di utilità mediata.
Più che in altro, il fondamento di ogni distinzione sta nella
natura economica dei beni. Qualche volta uno stesso bene
può avere entrambi i requisiti. Un porto commerciale è un bene
di demanio pubblico; ma se le navi che entrano in esso pagano
un tanto per tonnellata o per viaggiatore, allora vi è un bene-
fizio che sarebbe particolare dei beni patrimoniali. Così è di un
ponte su cui lo Stato o un comune mettano un pedaggio. L'ina-
lienabilità per il demanio pubblico non è, come abbiamo visto,
un requisito essenziale: o almeno non va intesa in senso lato.
Nulla vieta che, per ragioni di convenienza economica, anche
un bene di demanio pubblico sia alienato. La stessa cosa è a
dire del secondo requisito, secondo cui il demanio pubblico è
infruttifero.
Oltre il demanio pubblico e il demanio privato, vi è una forma
intermedia, che costituisce un vero demanio semipubblico, in
quanto partecipa dell'uno o dell'altro. Così sono tutte le grandi
intraprese create in vista di un pubblico interesse, indipen-
dentemente da ogni idea di guadagno, ma che riescono non-
dimeno a produrre entrate finanziarie spesso assai importanti
come nel caso delle ferrovie. Molti giuristi sostengono che
nei beni di demanio pubblico lo Stato non abbia vera pro-
prietà, ma assai più accettabile è la idea che i beni di demanio
pubblico siano una vera proprietà collettiva in vista di scopi
di utilità generale. La distinzione fra il demanio pubblico e il
privato si fonda dunque sulla esistenza di beni che servono o
mediatamente o immediatamente alla soddisfazione di bisogni
dei cittadini. L'utilità che deriva dal demanio privato è una
utilità diretta: l'utilità che deriva dal demanio pubblico è in-
diretta e dipende dallo impiego che si fa di un bene. Ora può
208 SCIENZA DELLE FINANZE [LIBRO II.
accadere, e accade benissimo nella realtà che uno stesso bene
abbia nel medesimo tempo una utilità diretta e una indiretta,
che abbia quindi carattere di demanio privato e di demanio
pubblico. Un museo è costruito in vista di scopi di cultura,
allo stesso modo che una strada è costruita per agevolare le
comunicazioni; ma se nel primo vi sono entrate a pagamento,
il guadagno che vi si ricava viene a dare alla istituzione pub-
blica carattere di bene patrimoniale. La natura dei singoli beni
ne determina la diversità dell'uso, e nel diverso impiego è la
differenza essenziale fra demanio pubblico e privato. Se la na-
tura dei beni viene a mutare, perchè i bisogni mutano, anche
il demanio pubblico diventa privato o viceversa. In alcuni casi
la destinazione a uso pubblico è determinata dalla natura stessa
dei beni; in altri è volontaria e imposta dalla legge. Ma in
fondo, la differenza tra le due forme demaniali ha la sua base
sempre nella forma di utilità dei singoli beni. Se fortificazioni
militari, che sono di demanio pubbhco, diventano inutili per
lo scopo che le avea fatte sorgere, possono essere bene date in
fitto, come case di abitazione, e diventare di demanio privato* ,
Le proporzioni tra il demanio pubblico e il demanio fiscale
sono singolarmente mutate. Fino a qualche secolo fa lo Stato
traeva le sue entrate sopra tutto dai beni patrimoniali : bo-
schi, terre, domini fondiari di ogni natura. Viceversa allora il
demanio pubblico era molto minore che ora non sia. La causa
principale di questo fatto è nell'abolizione della feudalità. Nel
sistema feudale, il sovrano, primo tra i baroni, era a sua vol-
ta il più grande feudatario. Ora, l'accrescimento della popola-
* La larghissima letteratura sulla questione si trova in R a n e 1 1 e t-
t i : Concetto, natura e limiti del demanio pubblico, Torino, 1897-99 e Del-
la formazione e cessazione della demanialità. Torino 1899, inoltre Leroy
B e a 1 i e u : op. cit. voi. I ; Persico: Principi di diritto amministra^
tivo voi. II, pag. 13-21 e seg. ; Proudhon: Tratte du domaine public.
Bruxelles, 1835 ; RiccaSalerno:o/>. cit., titolo i, cap. I ; M e 1 u c-
c i : Istituzioni di diritto amministrativo, Torino 1902, 3. ediz ; R i m -
p 1 e r : articolo Domànen neW Handìvorterbuch der Staatsivissenschaften.
Iena. 1891 ; Mayer: Deutsches Verzaaltungsrecht. Leipzig 1896. voi.
II § 35 e voi. Ili pag. 71-81 ; De Bernardi: Il demanio patrimonia-
le, Città di Castello 1907.
GAP. 1.] IL DEMANIO iOQ
zione, determinando la fine della economia feudale, poi che
non era più consentito provvedere ai nuovi bisogni con le for-
me di produzione antica, produsse le attuali forme di proprietà.
Ancora, nel 1685, secondo Macaulay, tutte le imposte da-
vano in Inghilterra allo Stato 1,400,000 sterline : cioè 35 mi-
lioni di Hre. Allora le entrate del demanio privato potevano
avere una parte preponderante : ora con gli enormi bilanci
moderni i redditi patrimoniaU non rappresentano che una del-
le entrate e non certo, almeno nella maggior parte degli stati,
la maggiore.
Il provento dei beni di demanio privato, che era in Inghil-
terra grandissimo, ora è minimo. In Francia e in Italia la di-
minuzione dei beni patrimoniaU si può dire sia stata per mol-
ti anni costante : solamente da pochi anni sorgono e si svilup-
pano nuove forme di demanio.
82. Non però questo fatto avviene nella stessa misura :
ne in tutti gli stati. Secondo un calcolo di poco anteriore alla
guerra, in tutti gli stati tedeschi il demanio e gli esercizi indu-
striali rappresentavano poco meno che la metà di tutte le en-
trate.
Caratteristico il fatto di alcuni paesi nuovi, come il Chili, i
quali, senza creare vaste aziende demaniali, riescono a colpi-
re l'esportazione di un prodotto, che potrebbero monopoliz-
zare. Così il Chili ricava la più gran parte delle sue risorse fi-
nanziarie, quasi la metà, dalla esportazione del nitrato.
Quasi sempre si parla dagli scrittori finanziari della diminu-
zione del demanio privato come di un fatto spontaneo o ne-
cessario. Noi dubitiamo molto di queste affermazioni : e le
ragioni per dubitarne sono molteplici. Senza dubbio alcunte
forme di demanio privato diminuiscono. Ma assai probabil-
mente vi saranno in avvenire altre forme di demanio privato
che nel passato non erano né meno previste : è anche assai fa-
cile che queste nuove forme abbiano uno sviluppo grandissimo.
Anche qua, come in ogni altra cosa, vi è ciò che cade, ciò che
si trasforma, ciò che sorge. In passato, il demanio fondiario
era l'elemento principale della finanza delle vecchie dinastie :
alla fine del XVI secolo, Bodin scriveva che di tutte le entrate
pubbliche la più giusta e la più certa era quella del demanio
N i t t i. r.
2lO SCIENZA DELLE FINANZE [LIBRO II.
fondiario *. Adamo Smith ha pagine eloquenti contro le ter-
re pubbliche, che erano mal coltivate, male amministrate, as-
sai poco produttive* * . Malgrado le calde difese, che alcuni teo-
rici tedeschi fecero del demanio fondiario t, la maggior par-
te degli stati, la Francia, l'Inghilterra, la Prussia, la Baviera,
l'Austria, vendettero mano mano le loro terre. Così che oggi
il demanio fondiario non ha alcuna importanza. Ogni forma
comunistica tende a ridurre la produzione e a limitarla : non
vi è che l'interesse individuale che pieghi durevolmente gli
uomini alla dura disciplina del lavoro.
Diversa e ben più grande importanza ha, e deve sovra tutto
avere, oggi il demanio boschivo.
Quando si tratti di boschi, l'amministrazione è relativamente
semplice. Lo Stato, in questo caso, esige facilmente i suoi red-
diti; e può giovarsi della rendita fondiaria, derivante dall'au-
mento della popolazione. Il capitale di esercizio nella industria
boschiva è generalmente non grande, anche trattandosi di
vastissime superficie. L'industria boschiva può essere migliorata
solo assai limitatamente : la sua produttività incontra ostacoli
naturali. Se l'industria boschiva è molto limitata nel suo ren-
dimento, per giunta non può essere portata alla maggiore pro-
duttività se non da chi abbia la possibilità di attendere : un
taglio prematuro o troppo abbondante non assorbe il reddito,
ma intacca profondamente il capitale. Cosi lo Stato è, natural-
mente, il più adatto e migliore proprietario dei boschi. La fun-
zione dei boschi essendo inoltre importantissima cosi dal punto
di vista climatico, idrologico, geologico (e fra breve anche, per
conseguenza, dal punto di vista della conservazione della forza,
rappresentata dalle cadute di acqua, che si trasformano in elet-
tricità) quasi tutti i paesi han cercato o di sviluppare il loro
demanio boschivo o di creare vincoli forestali, per impedire di-
sboscamenti dannosi. I boschi sono, per chi possa attendere
* B o d i n : Les six livres de la République, VI. 2.
*♦ Smith: Vealth 0/ Nations, Libro V, Cap. II.
t Sulla questione dei demani fondiari conf. R a u , Finanzwissenshaft.
Ediz. 1864, § 94 e seg. Wagner, Finanzwissenshaft, I; § 219 e 220,
E h e b e r g, Finanzwissenshajt, io edizione, pag. So e seg.
GAP. I.j IL DEMANIO 2tl
lungamente e sappia coltivarli, una delle industrie più benefi-
che, date le condizioni attuali della produzione : sopra tutto
per chi possa sfruttarli in modo che si rinnovino periodica-
mente. E in Italia è stato non poco male la vendita tumultua-
ria fatta dallo Stato.
In passato, gli stati si dettero ad un disboschimento incon-
siderato. Spesso il provento delle vendite dei boschi serviva a
riparare disastri politici, come in Francia, nel 1814, dopo la
caduta dell'Impero ; nel 1830, dopo la rivoluzione di luglio,
nel 1848, dopo la rivoluzione di quell'anno. Tra il 18 14 e il
1868 si sono venduti in Francia 352 mila ettari delle migliori
foreste e lo Stato non ha ricavato che appena 300 milioni di
lire. Ha venduto sino al 1820 la Prussia: ha venduto l'Austria,
ha venduto la Baviera : il bosco era un mezzo facile di far de-
naro. Ora non si vende più : si ricostituisce, invece : al periodo
della dissipazione succede quello della preoccupazione.
Vi sono paesi in cui il demanio forestale è molto esteso e
contribuisce in modo assai importante alle entrate pubbliche:
sono sovra tutto i paesi germanici. La Prussia ha un demanio
forestale di 2,760.000 ettari; la Baviera ha 852 mila ettari di fo-
reste di stato ; il Wiirttemberg ha 187 mila ettari di bosco;
il Saxe ha 169 mila ettari boschivi. L'Ungheria aveva, prima
della guerra, un demanio forestale di 1. 160.00 ettari e l'Austria
uno di 717 mila ettari, lutti questi paesi si preoccupano di
conservare i loro boschi ; e si preoccupano non solo i paesi
vecchi, anche i nuovi. Gli Stati Uniti, infatti, hanno costituita
una riserva forestale nazionale che comprende bene 8.680.206
acri di boschi, ai quali non è lecito recare offesa. Il problema
della conservazione del demanio forestale è così uno dei più
preoccupanti dell'ora presente.
Le miniere sono invece di amministrazione assai più difficile,
poiché i progressi della tecnica sono, per quanto le riguarda,
continui e numerosi. Fino a quando la coltivazione di esse era
superficiale si poteva sfruttarle con difficoltà tenui; ma dopo
che l'estrazione del minerale è diventata più profonda e più
difficile, le difficoltà sono di gran lunga cresciute. Sono sem-
pre gli stati tedeschi che hanno il maggior demanio minerario,
da cui ricavano entrate importanti. L' Impero Germanico pos-
212 SCIENZA DELLE FINANZE [lIBRO ÌI.
siede un centinaio di miniere di carbone e di ferro, oltre a quelle
di minerale meno importante. In Italia lo Stato ricava circa
I milione, ma l'Italia ha una ricchezza mineraria molto tenue,
quando si confronti a quella dell'Inghilterra, della Germania,
del Belgio, della Russia e della Francia.
83. Fino a poco tempo fa tutte le industrie sono state
fatte esclusivamente di ferro e nutrite di carbone ; il carbone è
stato l'alimento delle macchine, il vapore la grande forza mo-
trice. Ma da pochi anni a questa parte una nuova e immensa
forza si è rivelata e ha sbalordito il mondo con le sue applica-
zioni : la elettricità; prodotta o producibile senza consumo di
materiale dalle cadute di acqua e trasmissibile anche a grande
distanza. La elettricità si piega a tutto : può fornire 50 mila ca-
valli a un acciaieria e muovere i meccanismi più potenti; e può
dall'altra parte dare un sedicesimo cavallo di forza a una pic-
cola industria domiciliare; può muovere grandi locomotive e
trasformarsi in luce in una piccolissima candela.
Or vi sono alcuni paesi in Europa che possiedono grandi masse
di energia idraulica ; ne possiedono in più grande misura l'Italia,
la Francia, la Svizzera, la Svezia e la Norvegia. L'Italia, relati-
vamente al territorio, ne ha più di tutti gli altri grandi paesi :
poiché, avendo un territorio che rappresenta circa tré quinti di
quello della Francia, ha forze idrauliche per lo meno eguali e pre-
senta un vantaggio grandissimo: ed è che queste forze sono spar-
se su quasi tutto il territorio nazionale e non concentrate solo in
una o due zone. Così, mentre l'Italia é stata ed é poverissima di
carbone, é ricchissima di forze idrauliche. Circa 3 milioni di
energia idraulica attendono di essere utilizzati : e possono, con
grandi lavori di derivazione, essere utilizzati e prodotti in tutto
oltre 6 milioni di cavalli. Forza ingente e grandiosa quando si
pensi che l'Italia attualmente ha dalle caldaie a vapore nelle in-
dustrie, nell'agricoltura, nelle ferrovie appena i milione di ca-
valli, e per procurarsi il carbone per produrli, spendeva prima
della guerra, 150 e 200 milioni e spenderebbe assai di più. anche
quando tornassero i prezzi di prima della guerra, se non po-
tesse fare a meno del carbone. Ora a 1000 lire per cavallo 1' uti-
lizzazione di I milione di cavalli di forza non costerebbe che un
miliardo. Un miliardo al 5 7o rappresenta appena 50 milioni
CAP. I.] IL DEMANIO IDRAULICO 2I3
all'anno; ora l'Italia spendeva all'esterno 150 a 200 milioni per
procurarsi una forza inferiore a quella che avrebbe avuto spen-
dendo all'interno 50 milioni all'anno. Ma i grandi corsi d'acqua
sono proprietà collettiva: nessuno può mettere in dubbio che i
fiumi, i torrenti, i laghi formino quella vasta massa di acque pub-
bliche che appartiene allo Stato. Se le cadute di acqua sono pro-
prietà collettiva, le grandi forze che essi producono e che rappre-
sentano una ricchezza pari o superiore a quella sviluppata da
grandissime miniere di carbone, sono senza dubbio proprietà
della nazione intera. È un problema che si presenta in forma nuo-
vissima e che l'Italia ha più degli altri paesi la necessità di af-
frontare e di risolvere: ed è un problema che non può essere riso-
luto se non tenendo presenti le]forme nuove in cui esso si presenta.
La demanializzazione e nazionalizzazione della forza idraulica
si presenta in forma assai differente della nazionalizzazione delle
miniere di carbone : ed è torto di molti confondere questi due
problemi di natura diversissima. L' esercizio di una miniera ri-
chiede mezzi tecnici assai progrediti ; varia sempre ; è una vera
industria nel senso che, in regime di concorrenza, il prezzo non
può essere predeterminato. In una miniera l'opera quotidiana
di produzione non si arresta mai : anzi l'indomani è sempre più
difficile poiché bisogna scendere sempre a più grandi profondità.
Invece la quantità di energia che si può produrre dalle cadute
d'acqua è conosciuta precedentemente : le forme di appropria-
zione sono poco mutevoli. Inoltre, e questa è sopra tutto la
grande differenza, fatti gli impianti per la produzione e il tra-
sporto della energia, non rimane che a esercitarli: cioè una sem-
plice opera di sorveglianza e di amministrazione. Si aggiunga
che nella nazionalizzazione delle energie idrauliche lo Stato non
deprime alcuna attività individuale in quanto non esercita,
né protegge l'industria : esso fornisce la forza come può fornire
la strada, cioè il mezzo.
x\ttualmente la legislazione delle acque pubbliche é ancora
incerta. Ma poi che non si può più dubitare che la sostituzione
della elettricità al vapore sia continua, così avverrà che un giorno
la elettricità dovrà in gran parte sostituirlo. Il giorno in cui il
carbone (chiusa l'era dei prezzi di guerra) si venderà nel Me-
diterraneo a 50 lire per tonnellata e lo Stato italiano possederà
214 SCIENZA DFXLE FINANZE [LIBRO II.
immensi impianti idroelettrici, potrà ricavare la più gran parte
delle sue entrate demaniali da questa nuovissima forma di de-
manio. Infatti il giorno in cui si potesse avere la forza più a buon
mercato degli altri paesi e vendere all'industria privata il ca-
vallo idroelettrico a 50 o 75 lire in più del costo, la utilizzazione
di 2 milioni di cavalli significherebbe per lo Stato una entrata
imponente. Così in alcuni paesi, come l'Italia, la finanza dello
avvenire ci riserba forme nuove: e sarà una forma di demanio
che tornerà a essere la base delle entrate dello Stato. E dove
pareva che le entrate demaniali fossero destinate a diminuire
per sempre, saranno le forme nuovissime di demanio che
muteranno le basi del bilancio di qualche stato. Ciò servirà
ancora uh volta a dimostrare come le previsioni in questa
materia siano estremamente difficili *.
Si tratta di un demanio di durata indefinita. Le miniere di
carbone della Prussia dovranno pure finire un giorno ; ma le
acque eternamente cadenti dalle scaturigini dei monti , dai
ghiacciai alpini, dalle lunghe catene dell'Appennino si rinno-
veranno sempre come la vita.
84. Inoltre aumenta ogni giorno nelle nostre società, anche
nelle più individualiste, la ricchezza comune e indivisa: il dema-
nio pubblico vi assume forme sempre più varie. Demanio pubbli-
co della navigazione interna, demanio pubblico della viabilità,
demanio pubblico monumentale e degli istituti d'istruzione, ecc.,
è quasi impossibile continuare in una classifica che sarebbe inter-
minabile. Ogni giorno la proprietà comune e indivisa, posseduta
dallo Stato e dagli enti amministrativi, cresce in forma vertigi-
nosa. Un inventario del demanio pubblico non può essere che
un semplice elenco ; o al massimo può contenere la indicazione
* Il progetto di nazionalizzazione delle forze idrauliche è sostenuto
largamente da N i t t i : L^ forze idrauliche dell'Italia e la loro utilizzazio-
ne, Napoli, 1901; Nuove ricerche sulle forze idrauliche dell' Italia, Napoli,
1902 ; La conquista della forza Torino, 1903. L'Italia ha una situazione
singolare. Relativamente al territorio è il paese che ha più forze idrau-
liche da utilizzare. Le acque del Nord hanno la massima magra in in-
verno, a causa della costituzione alpina ; le acque del Sud hanno la mas-
sima magra in estate. Con un sistema di serbatoi e laghi artificiali è
possibile . distribuire continuativamente l'energia idroelettrica in tutta
la penisola.
CAP. II.] LE TASSE 215
delle spese fatte per lunghe opere : trattandosi di beni fuori
commercio è impossibile indicare il valore complessivo di essi.
Fra 40 o 50 anni, quando le grandi concessioni saranno tutte o
quasi scadute, e faranno ritorno allo Stato e agli enti locali i
grandi mezzi di comunicazione o di trasporto, gli acquedotti,
i mezzi di illuminazione, ecc. la proprietà comune e indivisa
crescerà ancora sterminatamente.
Questo fatto non è particolare di uno Stato o di un altro,
ma è generale ; e coloro che ci seguiranno troveranno il capi-
tale ammortizzato di opere grandiose e godranno di un capitale
comune che rappresenterà una cifra immensa. È anche prevedi-
bile che la ricchezza privata non avrà nei paesi vecchi la stessa
potenza di sviluppo : cosi le proporzioni tra la ricchezza pubblica
e la privata saranno singolarmente mutate e la società avrà una
diversa conformazione e il regime finanziario si baserà sulle en-
trate demaniali molto più che non si basi ora.
IL
Le tasse.
85. Il demanio fiscale ha, come si è detto, carattere spic-
cato di entrata di diritto privato : le imposte sono vere entrate
di diritto pubblico. Ma fra le une e l'altro vi è una categoria
intermedia di entrate: le tasse. Esse non sono, come le imposte,
entrate assolutamente di diritto pubblico in quanto sono date
in corrispettivo di servizi resi a singoli cittadini ; ma nemmeno
sono, come il demanio, entrate di diritto privato. In ogni c^e-
ra derivante dall' azione dello Stato, è da distinguere la preva-
lenza dell'interesse privato o quella dell'interesse pubblico.
La sicurezza e la difesa sono beni non divisibili : quindi non si
può provvedere ad esse se non con imposte. Ma vi sono intra-
prese dello Stato in cui si cerca solo o di assicurare la produzio-
ne di un servizio al costo minore, o pure di fornire garanzie di
uniformità, di fiducia, di ordine*, ecc. Vi sono alcuni servizi
* Fin da Adamo Smith si distingueva tra imposte e tasse : ma è sopra
tutto negli scrittori tedeschi che la distinzione netta tra contribuzioni
particolari o tasse {Gebuhren) e contribuzioni generali o imposte [Steuer]
è stata fatta meglio.
2l6 SCIENZA DELLE FINANZE [LIBRO II.
pubblici in cui è notevole la prevalenza dell'interesse privato ;
lo Stato li assume in questo caso in condizioni di monopolio
e li esercita direttamente, o li fa esercitare sotto la sua sorve-
glianza. In qualche caso vi è un esercizio diretto (coniazione
delle monete, posta, telegrafo, ecc.) ; in qualche altro caso lo
Stato si riserva un controllo (banche di emissione, esercitate da
società private; controllo dei pesi e delle misure, ecc.) D'or-
dinario queste intraprese formavano in passato il più grosso
nucleo delle regalie. Ma le regalie a loro volta avevano un carat-
tere così vario che comprendevano, insieme al demanio fiscale,
l'esercizio di molti pubblici servizi, che ora danno luogo soltan-
to a tasse. Nel caso del demanio fiscale lo Stato esercita le in-
dustrie secondo le norme del diritto comune ; nel caso di pub-
blica intrapresa (monetazione, posta, ecc.), le esercita in forme
speciali e in condizioni di monopolio. Mentre nel regime di con-
correnza il produttore non può esercitare un' azione diretta
né sul prezzo, né sulla quantità dell'offerta, in regime di mo-
nopolio può benissimo. Sono note le due leggi di Cournot :
I. data la quantità di una merce che un monopolista vuole
vendere, non è arbitrario il prezzo cui può venderla; 2. se il
monopolista stabilisce il prezzo, cui può vendere ogni parte
della sua merce, non è arbitraria la quantità che può vendere.
Le più importanti intraprese pubbliche negli stati moderni
si riferiscono ai mezzi di scambio e ai sistemi di comunicazio-
ne e di trasporto di cui si cerca assicurare il più retto funziona-
mento; e sono, in generale, la coniazione delle monete, la emis
siéne dei biglietti di banca, la posta, il telegrafo, le ferrovie, ecc.
Non é indifferente ricorrere a tasse o ad imposte per provvedere
ai pubblici servizi : é la natura di questi ultimi che determina
il differente ricorso alle une o alle altre.
Le tasse sono il corrispettivo di un servizio ottenuto* dallo Sta-
* Altri definisce le tasse come « contribuzioni che gli individui, i quali
usano di un pubblico istituto, prestano allo Stato in corrispettivo di un
servizio conseguito ». // pubblico istituto si ha « quando il consorzio
politico assume l'esercizio di un'attività, non per motivi economici. ;. ma
per esercitare esso una funzione che di sua natura è pubblica ». In questo
caso la somma che il privato deve pagare per utilizzare il pubblico isti-
tuto dicesi tassa. Questa è da codesti scrittori poi definita «il prezzo che
AP. II.] LE TASSE 21 7
to o dagli enti locali ; mentre le imposte sono contribuzioni
generali pagate per servizi pubblici indivisibili. Quando si pa-
ghi una lira per un telegramma si paga una tassa, perchè si
riceve un servizio diretto ; quando si paghi una lira per fon-
diaria sui terreni, si paga in realtà una imposta^ perchè si con-
tribuisce dai proprietari della terra alle spese generali dello
Stato.
La differenza appare evidente : pure nella pratica è assai
più diffìcile che non si pensi. La tassa, sul disuguale concorso
dei cittadini ad alcuni servizi pubblici, implica il concetto che il
suo ammontare deva corrispondere alla spesa di produzione del
servizio. Ma questa coincidenza (a parte che nell'ordinamento
finanziario non sarebbe mai possibile in modo assoluto) nel-
la pratica, trattandosi di servizi esercitati in monopolio, è as-
sai raro che avvenga. Lo Stato, spesso, tende dalle tasse ad
avere vantaggio finanziario. D'altra parte accade, se non cosi
spesso, certo non infrequentemente, che lo Stato spenda più
che non riceva. Le così dette tasse scolastiche, non solo in Ita-
lia, ma in molti paesi, non compensano che in minima parte
le spese della istruzione.
In linea generale mentre le tasse sono contribuzioni per ser-
vizi particolari di loro natura divisibili, le imposte sono contri-
buzioni generali per il raggiungimento di scopi collettivi, o per
lo meno, per la esistenza di una determinata forma collettiva.
il consorzio politico fissa per i servizi speciali ch'esso rende ai cittadini ».
La parola prezzo, può dar luogo ad equivoci. Il prezzo è, in economia, la
espressione monetaria del valore. La tassa in alcuni casi prescinde addi-
rittura dal costo del servizio. Più esattamente il Cossa chiamava tasse
«le somme prelevate dall'autorità politica per provvedere a quella par-
te delle spese pubbliche che arreca vantaggi particolari a singole cate-
gorie di contribuenti ». Gli scrittori cui si accennava, continuano divi-
dendo in tre classi le tasse dal punto di vista finanziario : « delle quali la
prima comprende gl'istituti che assicurano un reddito netto all'ente pub-
blico; la seconda gl'istituti le cui entrate sono eguali alle spese di pro-
duzione ; la terza gl'istituti le cui entrate non bastano a pareggiare le
spese di produzione, per cui si deve ad esse provvedere mediante altre
entrate ». Esempio della prima classe : il servizio di verificazione dei pe-
si e misure e saggio dei metalli preziosi, che dà allo Stato un reddito net-
to di 2 milioni all'anno. (In questo caso si ha, almeno in parte, una im-
posta mascherata sul consumo).
2l8 SCIENZA DELLE FINANZE [LIBRO II.
La differenza si trova già teoricamente nei vecchi scrittori :
ma nella pratica in tutti i sistemi finanziari moderni, le clas-
sifì eazioni sono più o meno arbitrarie*. È giusto che in ogni
sistema tributario accanto alle imposte vi siano le tasse; poiché
solo in tal guisa alcuni servigi che fruttano soltanto ad alcuni
possono essere pagati individualmente e separatamente. È del
pari giusto che la difesa e la sicurezza interna siano pagate
da tutti, poiché è una spesa che va a vantaggio (^i tutto lo Stato.
Ma se due persone litigano intorno alla proprietà di una terra,
le spese per la giustizia civile non sono a benefìzio di tutti; ma
solo di colui che chiede il riconoscimento del suo diritto ; ed é
bene che chi ha voluto violare o farsi riconoscere un tale diritto
paghi.
Vi sono tasse che si riferiscono a imprese industriali di pub-
blica utilità, esercitate dallo Stato ; e vi sono tasse le quali
si rallegano a istituti di sicurezza, di diritto e di civiltà e for-
mano il nucleo più importante. Mentre la prime hanno molta
affinità con il demanio fiscale, con cui spesso vanno confuse ;
le seconde che riguardano sopra tutto atti giuridici, colpiscono
d'ordinario lo scambio della ricchezza! .
* Le legislazioni positive hanno resa difficile la distinzione fra impo-
ste e tasse, a causa della terminologia assai difettosa adoperata. In Ita-
lia, il legislatore , allo stesso modo come in Francia, adopera come sino-
nimi le parole tasse e imposte. Così nelle nostre leggi tributarie si parla
di tasse sugli affari in generale e in special modo di tasse sui trasferimenti
(successioni, donazioni) a titolo gratuito, etc. : contribuzioni queste che
sono vere e proprie imposte. Anche nella legislazione tributaxia tedesca
ed austriaca si confuse per un pezzo fra Stcurn, Gejaellen, Gehuheren,
Beitrage, Abgaben, Taxen, Auflagen ; ora però le più recenti leggi degli
Stati tedeschi riservano la parola Gehuhren alle tasse.
t Molti autori hanno voluto classificare le tasse, secondo i loro scopi.
C o s s a propone la seguente classificazione delle tasse :
I. per la sicurezza pubblica
A) esterna (tasse per i passaporti, tasse consolari, ecc.) ;
B) interna :
1. giustizia repressiva (tasse giudiziarie e sugli atti civili, ecc.);
2. giustizia preventiva (tasse per licenza di caccia, porto d'armi, con-
cessioni governative, ecc.) :
II. per la proprietà pubblica ;
I. intellettuale (tasse scolastiche per iscrizione, congedi, esami, di-
plomi ; tasse d'ingresso nelle biblioteche, pinacoteche, nei musei, ecc.);
CAP. II.] LE TASSE 2I9
86. Come ai servizi pubblici di utilità generale, e di loro
natura indivisibili, corrispondono le imposte, ai servizi pubblici
speciali corrispondono le tasse : chi paga una lira di imposta
sul reddito paga per servizi pubblici generali di cui non con-
trollerà il consumo effettivo : chi paga una lira per servizi po-
stali, o per un istituto di istruzione, riceve in realtà una con-
troprestazione *. Si può idealmente concepire un sistema finan-
ziario basato interamente sulle imposte, mai sulle tasse, per-
2. morale (dispense da impedimenti al matrimonio , legittimazione,
adozione, conferimento della cittadinanza, di onorificenze ecc.) ;
3. materiale, sia fisica (tasse sanitarie), che economica (tasse di mo-
netazione, sui pesi e le misure, pel marchio dei metalli preziosi, tasse sul-
le strade ferrate, sulle poste, sui telegrafi, ecc.).
Dobbiamo avvertire che queste classifiche riescono spesso imprecise?
Che cosa è mai questa differenza fra tasse sulla sicurezza e tasse sulla
prosperità pubblica ? E la sicurezza pubblica può e?sser materia di tas-
se ! E come si può dire che le tasse consolari e quelle per i passaporti sia-
no rilasciate per la sicurezza pubblica ?
Classifiche di questa natura sono molte numerose : ma noi esitiamo a
credere che siano anche utili.
Del resto, il numero e la varietà delle tasse presentano differenze sen-
sibili nelle legislazioni positive dei diversi paesi. L'Austria e la Francia
presentano il più gran numero di tasse ; meno vi sono in Inghilterra e
negli Stati Germanici.
* Questo concetto della tassa come controprestazione di un servizio
ricevuto è stato di recente combattuto, perchè — si è scritto — in con-
traddizione col carattere del fenomeno finanziario, che è un fenomeno
di consumo e non un fenomeno di scambio. Lo scrittore che propugna
simile tesi vuol dare alla distinzione fra imposta e tassa questa base. « La
distinzione fra imposta e tassa deve ravvisarsi nella diversa natura del
bisogno alla cui soddisfazione provvedono. Quando un tributo è desti-
nato allo appagamento dei bisogni collettivi indivisibili esso riveste ca-
rattere d'imposta, in quanto, come conseguenza della indivisibilità dei
bisogni collettivi, viene prestato in modo generale da tutti i cittadini ;
quando invece il tributo è rivolto alla soddisfazione di bisogni collettivi
divisibili, riveste carattere di tassa, perciochè, come conseguenza della
divisibilità dei bisogni collettivi , viene prestato dal singolo cittadino
quando e in quanto egli provoca la soddisfazione del relativo bisogno ».
E che di diverso si è scritto sinora ? Che non vi sia controprestazione
quando si tratta di un tributo che paga solo chi richiede un determina-
to ser\'igio, e in quando lo richiede non parrebbe. Confronta su ciò :
DeFrancisci Gerbino: Le Tasse nella Dottrina e nel Diritto
Finanziario, Palermo, 1910, pag. io.
220 SCIENZA DELLE FINANZE [LIBRO II.
che la più gran parte dei servizi pubblici è di sua natura indi-
visibile. Le tasse permettono meglio delle imposte di vedere
se i servizi che lo Stato rende siano valutati dai cittadini in
guisa da compensare il capitale impiegato in essi. Supponia-
mo che il servizio postale fosse pagato con le imposte, che
cioè tutti i cittadini ne usassero gratuitamente dal punto di
vista individuale ; sarebbe assai difficile di dire se, e in
quale misura, le operazioni postali sono richieste dai cittadini.
Invece le tasse permettono di commisurare assai meglio la
produttività delle spese pubbliche. Perchè a determinati ser-
vizi pubblici si provveda con tasse occorre prima di tutto che
essi siano divisibili : ora la divisibilità, a parte ogni altra causa,
dipende da condizioni tecniche speciali. Il servizio postale è
divisibile, perchè vi sono tante unità staccate : le lettere, i va-
glia, ecc. ; una strada, invece, può giovare disegualmente al-
l'economia di un paese, ma non rappresenta punto un servizio
divisibile. Vi sono inoltre servizi pubblici i quali, pure essendo
divisibiU e pur avendo per la società grande importanza, in
quanto assumono carattere preventivo contro danni o pericoli,
non son però tali che i privati ne risentano la utilità in forma
diretta : cosi è nel caso della giustizia preyentiva, per la quale
quindi è impossibile l'adozione di tasse.
Ciò che importa di conoscere è quale deva essere la misura
della tassa : idealmente essa dovrebbe essere eguale al servizio
che lo Stato rende ; ma teoricamente dovrebbe avere come
limite massimo ciò che è indispensabile a coprire completamente
le spese del servizio. Al di là di questo limite si ha un imposta
e non una tassa. Generalmente è il fine che il servizio si pro-
pone queUo che influisce a determinare la misura della tassa.
Quando il servizio ha di mira un interesse generale la misura
deUa tassa deve essere più mite ; quando invece riguarda un
interesse particolare sarà più elevata. Vi sono servizi istituiti
per motivi d'interesse generale e, benché fruttino particolarmen-
te ad alcune classi di cittadini, pure lo Stato deve in ogni gui-
sa procurare che si diffondano. Così, per esempio, l'istruzione :
essa, in fondo, frutta direttamente a tutta la società ; ma non
vi è dubbio che coloro che la ricevono ne abbiano un benefizio
particolare. Ora è bene che la istruzione sia "^pagata da chi la
_aP. II., LE TASSt 211
riceve : ma deve essere pagata in tal guisa da non scoraggiare
coloro che desiderano riceverla ; se le tasse scolastiche fossero
troppo alte sarebbero ingiuste e dannose. Non basta però che
non siano troppo alte; occorre ancora che della istruzione possa-
no profittare coloro che non possono pagarle. Si può , anzi si
deve fare per giustizia, che la tassa sia diversa fra ricchi e poveri,
e che questi ultimi, quando non possono pagarla e mostrino
attitudini allo studio, siano a dirittura esenti da ogni pagamen-
to. Vi sono servizi che hanno carattere puramente economico
in quanto mirano a promuovere alcuni interessi, e allora de-
vono prevalere considerazioni di altra natura : si deve cercare
(mantenendo la tassa in limiti modesti, perchè non impedisca
la generalizzazione del servizio che lo Stato rende) di far coin-
cidere la tassa con il costo del servizio. Inoltre, tutte le volte
che si tratta di diminuire una tassa, bisogna avere in mente
che ogni diminuizione al disotto del costo del servizio deve
essere pagata con imposte ; cioè la massa dei cittadini deve
pagare per una parte di essi. Così, solo l'interesse generale può
giustificare la diminuzione *. Se per esempio lo Stato si decide,
in vista degli interessi generali, ad abolire i diritti di passaggio
in un canale, ciò deve avere per effetto di aumentare il traf-
fico : altrimenti l'abolizione è inutile. Queste considerazioni,
che sono accettate da molti teorici, fra cui Piersonj, sono senza
dubbio vere. Però è anche vero che vi sono nei bilanci odierni
molte tasse che hanno perduto il loro antico carattere e che
sono vere imposte indirette. Così quelle di registro e di bollo
assumono assai spesso tale aspetto, o perchè qualche volta chi
paga non riceve alcun servizio valutabile, o perchè ciò ch'egli
paga è infinitamente superiore al servizio che riceve.
* Come vi sono tasse che non pagano il servizio, altre vi hanno che
rendono più di quanto il servizio costi allo Stato. Appartengono, in Ita-
lia, a questa categoria di tasse che forniscono un reddito netto allo Sta-
to, le tasse che pagavano prima i volontari di un anno per la riduzione
del servizio militare^ quando la ferma era lunga), le quali rendevano non
molto meno dei 2 milioni; il servizio di verificazione dei pesi e delle mi-
sure che dà un reddito netto di 3.700.000; i certificati e permessi di au-
torità, cioè dichiarazioni, assensi, licenze; le concessioni governative che
danno quasi 12 milioni.
t P i e r s o n : Problemi, loc. cit.
12'! SCIENZA DELLE FINANZE [lIBRO It.
Le tasse sugli atti civili e le tasse giudiziarie, che vanno,
d'ordinario, sotto la denominazione di tasse sugli affari (una
categoria assai larga nel sistema tributario italiano, ma dove
sono comprese anche non poche imposte sul consumo) sono
tra tutte le più importanti. Vi sono non pochi casi in cui i pri-
vati chiedono allo Stato o la concessione di alcuni diritti, o la
guarentigia di essi; si tratta quasi sempre di una protezione
giuridica, accordata a chi adempie alcuni obblighi. Le tasse
che si connettono alle formalità di questi obblighi, sono molto
numerose. Vi sono poi tasse giudiziarie, le quali riguardano la
retribuzione di quei servizi che lo Stato rende singolarmente
ai cittadini in materia di giustizia repressiva. Ora, siccome il
ricorso a questi servizi è assai diseguale e quasi sempre non in-
teressa se non classi di cittadini assai limitate, è logico che la
spesa relativa sia pagata con tasse speciali. Le tasse giudi-
ziarie sono state oggetto di critiche numerose : sopra tutto le
tasse sulla giustizia penale, che Bentham giudicava immorali.
Senza dubbio, la loro determinazione è un pò arbitraria e gli
inconvenienti che spesso producono non sono lievi. Qualche
economista diceva a dirittura che le parti litiganti non è punto
vero che ricevano alcun beneficio speciale dalle autorità pub-
bliche ; molte volte è la inefficacia stessa degli ordinamenti
civili, che produce le liti. Ma è anche vero che in materia di liti
vi sono diritti privati che richiedono un riconoscimento, e che
lo Stato definisce e riconosce. Nelle cause penali, di regola, vi
è esenzione per tutti gli imputati, appunto perchè tutti pos-
sano difendersi, indipendentemente dal fatto se siano ricchi o
poveri. In generale, le tasse giudiziarie sono proporzionate o
al grado delle magistrature giudicanti, o alla forma degli
atti giudiziari, o alla entità delle loro decisioni. Nel passato,
le tasse giudiziarie formavano uno dei maggiori cespiti di en-
trata dello Stato. Così in Grecia, così a Roma (di cui Mar-
quardt e Mommsen hanno assai bene illustrato tutto il fun-
zionamento finanziario), così in tutto il medio evo.
È stato notato che le tasse pagate dai condannati in una
causa penale hanno molti punti di contatto colle pene pecunia-
rie. Queste non sono certo tasse, sono una forma di repressione
del reato, specie di quei reati che provengono dall' avidità del
CAP. ll.J LE TASSE GIUDIZIARIE 2^3
denaro : ad ogni modo costituiscono un' entrata per 1' erario.
Qualcheduno vorrebbe che esse fossero riserbate unicamente
ai ricchi. I poveri devono commutarle in pene restrittive della
libertà personale {qui non habet in aere luat in corpore) . Gli scrit-
tori vorrebbero che i proventi delle pene pecuniarie fossero
destinati a scopi umanitari ; ma sinora non è che un deside-
rato. In alcune legislazioni la pene pecuniarie sono proporzionali
alla ricchezza del condannato, come in Spagna, in Ingliilterra
nel Brasile, e quindi assumono un carattere progressivo.
Sono comunemente enumerate fra le tasse anche il registro,
il hallo, le così dette tasse ipotecarie, quelle sulle operazioni
di borsa, ecc. In origine alcune di queste contribuzioni erano
vere tasse ; ma ora non sono che imposte indirette sulla circo-
lazione. Il carattere di tassa è interamente perduto quando lo
Stato non dà alcun corrispettivo diretto in cambio di ciò che ri-
ceve. Lo Stato obbliga a registrare un atto, a valersi di carta
da bollo emessa per suo conto : che cosa dà in cambio ? Qualche
volta il registro e il bollo sono semplici tasse giudiziarie : d'or-
dinario sono vere imposte indirette. Ed è a proposito di que-
ste ultime che noi ne parleremo.
87. Vi sono alcuni contributi speciali, che per il passato
non hanno avuta alcuna importanza, ma che vanno assumendo-
ne una sempre più grande : i così detti contributi di miglioria,
special assessments, come dicono gli americani, o hetterment
taxes, come dicono gli inglesi- Sopra tutto nella finanza locale
l'importanza di queste contribuzioni diventa ogni giorno più
grande*. Vi sono opere fatte nell'interesse pubblico, le quali
* Nel Report front the select committee oj the House of Lords on town im-
provements del 1804 trovasi delle contribuzioni speciali questa definizio-
ne : The principle that persons whose property has clearly been increa-
sed in market vaine by an improvement effected by locai authorities,
should specially contribute to the cost of improvement. Cfr. Su questa
materia S e 1 i g ra a n n : Essays in taxation, cap. IX e XI ; R o s e w a -
ter: Special Assessments, New- York, 1893; N e u m a n : Die Steuer und
dàs offentUche Interesse, Leipzig, 1887 cap. 7 : V o e h e : Die Grundzuge
der Finanzwissenschaft, Leipzig, 1884, pag. 93 e seg. ; John R a e : The
Betterment tax in America nella Contemporary Review, di maggio 1890;
•F. Caronna: Le contribuzioni speciali pei lavori di miglioria in R. S.
agosto, 1898, ecc.
2:^4 SCIÈNZA DELLE FINANZE [LlBROIt,
hanno per effetto di produrre un miglioramento notevole e ap-
prezzabile in proprietà private. Cosi se lo Stato costruisse una
strada ferrata, molto probabilmente i proprietari delle terre
che essa traversa vedrebbero accrescere il valore e quindi il red-
diti delle terre. Ancora più evidentemente : se un comune ab-
batte vecchie case e al posto dove esse erano fa sorgere una
piazza, i proprietari delle case circostanti hanno dal migliora-
mento un benefizio diretto. Le loro case acquistano un valore
più grande. Ora, come lo Stato e i comuni pagano i danni che
essi producono, è naturale che anche il vantaggio da essi pro-
dotto sia compensato. Vi può essere un contributo specifico o
di miglioria, per speciali atti compiuti dallo Stato o dal comu-
ne come nei due ca^i precedenti ; vi può essere un contributo
d indole generale. Se una nuova sistemazione stradale miglio-
rasse, per esempio, la situazione di tutte le case e accrescesse
la rendita urbana si potrebbe, senza tener conto di questa o
quella casa in particolare, colpire i proprietari di tutte ; ma
questo caso nella pratica è assai diffìcile che si verifichi.
Mentre le tasse hanno un'azione più larga, riguardano un
corrispettivo di un servizio diretto e misurabile ottenuto dallo
Stato, i contributi servono soltanto per migliorie locali deter-
minate. D'altronde, mentre le tasse sono facoltative, poiché
si può non pagarle rinunciando al servizio dello Stato, i contri-
buti speciali sono obbligatori, perchè non si può rifiutare il
miglioramento. Così dunque, mentre la tassa è pagata da un
individuo come tale, i contributi speciali non hanno vero ca-
rattere di imposta, né di tassa; ma costituiscono una catego-
ria a parte delle entrate pubbliche. La legislazione inglese, e
sopra tutto la legislazione america"na, disciplinano a bastanza
largamente la materia delle contribuzioni speciali per lavori
di miglioria, sopra tutto per quando riguarda le amministra-
zioni locali : ma anche in altri paesi le leggi sui lavori pubblici
contengono numerose disposizioni in questa materia. In Italia,
mancano leggi che regolino e rendano obbligatorie le contri-
buzioni speciali per lavori di miglioria, per quanto vi sieno
CAP. Ili,] LE PUBBLICHE IMPRESI: 225
nella legislazione dei lavori pubblici disposizioni che si asso-
migliano a quelle delle leggi inglesi e americane*.
III.
Le PUBBLICHE IMPRESE E LE ENTRATE DERIVANTI
DA MONOPOLI SOCIALI.
88. Lo Stato, oltre ad esercitare funzioni di sicurezza e di
giustizia, che sono essenziali alla sua esistenza, assume diret-
tamente la produzione di alcuni servizi, o in regime di mono-
polio, o in condizione di concorrenza. I monopoli che lo Stato
assume o fa assumere sotto il suo controllo riguardano in ge-
* In Italia, i contributi speciali sono ammessi dalla legge sulla espro-
priazione per causa di pubblica utilità del 25 giugno 1865, articoli 41, 78
e seguenti; dalla. legge sui lavori pubblici del 20 marzo 1865, alleg. F ;
da quella sulla sistemazione e costruzione delle strade comunali del 30
agosto 1868, oltre che da varie leggi speciali , riguardanti lavori di am-
pliamento e risanamento delle maggiori città (Firenze, Roma, Napoli,
Torino, Palermo). « L'articolo 41 della legge sulla espropriazione ammette
che l'indennizzo dovuto per la porzione della proprietà espropriata pos-
sa essere compensato col vantaggio venuto alla proprietà medesima
dall'opera pubblica, e viene senza altro a riconoscere nell'autorità espro-
priante il diritto a quel concorso della spesa, che è proprio delle contri-
buzioni di miglioria. Ma più esplicitamente queste contribuzioni sono
contemplate dai susseguenti articoli 78 e 79, giacché per essi l'obbligo
di concorrere alla spesa dell'opera pubblica, mediante prestazioni spe-
ciali, non è limitato, come per l'art. 41, ai proprietari parzialmente espro-
priati, sibbene anche a coloro, la cui proprietà sia contigua o limitrofa
all'opera stessa. Senonchè la insufficienza della legge del 25 giugno 1865
a conseguire quegli intenti, che sarebbero corollario dei principi, su cui
lo istituto delle contribuzioni di miglioria si basa, si rende tosto palese,
non appena si consideri che essa non prevede che ipotesi determinate,
e che si avverino con determinati aspetti e sotto determinati limiti e
condizioni ; ed altresì, che la stessa manca di quella norma imperativa,
per la quale dovrebbe essere imposto ai comuni di non rivolgersi, per
far fronte alle spese di opere pubbliche, alle forme ordinarie delle loro
entrate, se non dopo avere esaurita la fonte dei contributi imposti sui
cittadini, la cui proprietà venisse a ricevere uno speciale vantaggio dal-
l'opera medesima. Né le molteplici disposizioni legislative e regolamen-
tari, sorte in occasione di grandi lavori edilizi nelle principali nostre cit-
tà, pur andando oltre a quelle sopra ricordate, colmano le lacune, che
nelle medesime si riscontrano ». Confronta : Caronna: Le contribu-
zioni speciali, pag. 13 a 15.
Nitti. 15
-•
k
2 26 SCIENZA DELLE FINANZE [LIBRO TI.
nerale : a) o industrie le quali per ragioni di sicurezza o di
ordine non si prestano a essere esercitate da privati ; così la
monetazione, la posta, il telegrafo, ecc. ; b) o industrie le qua-
li non sono suscettibili di concorrenza , o dove la concorrenza
riesce a elevare i prezzi piuttosto che ad abbassarli : così alcu-
ni grandi mezzi di trasporto ; e) o industrie le quali non rispon-
dono a bisogni primari, e per la loro semplicità possono essere
monopolizzate, costituendo un forte cespite di entrata : cosi in
alcuni paesi il tabacco , l'alcool ecc. Queste ultime industrie
costituiscono i monopoli fiscali e di essi si parlerà fra le imposte
indirette, non avendo altro scopo che quello di assicurare un
reddito finanziario. Ma i monopoli, o per dir meglio le pubbli-
che imprese delle prima e della seconda categoria, non hanno
punto scopo di assicurare un reddito, o almeno questo non
è il loro scopo prevalente. In ogni modo assai spesso sono
anche passivi ; così la monetazione è quasi dovunque pas-
siva ; la posta in alcuni paesi, come negli Stati Uniti, è cau-
sa di perdite per lo Stato. Dei monopoli determinati da ragio-
ni di sicurezza o di ordine si potrebbe anche non approfondire
le cause tanto sono evidenti e gli stessi scrittori liberali non han-
no difficoltà a riconoscerle. Così ninno trova a ridire, se si ec-
cettui qualche solitario, che la monetazione sia fatta dallo Sta-
to e che la posta sia da esso esercitata. Sono invece i monopoli
della seconda categoria i quali destano ancora vive e non giu-
ste antipatie. M.,
Non è lontano il tempo in cui si credeva che ogni monopolio J
fosse di sua natura condannevole e dovesse sparire, e Bastiat
spiegava il diverso sviluppo dell' Inghilterra e della Spagna,
della Toscana e degli Stati Pontifici basandosi sulla mancanza
da parte degli inglesi e dei toscani di monopoli e sull' averne
gli spagnoli e i romani moltissimi. Invece il numero dei servi-
zi pubblici e di quelli riconosciuti di pubblica utilità tende ora
a crescere a bastanza rapidamente *.
La causa di questo fatto non è arbitraria e dipende dalle
* « S'il fallait des exemples pour prouver les fatales conséquences du
monopole, l'histoire nous en fournirait de toutes parts. Considérez les
plus belles portions du globe. Voyez l'Espagne ». Bastiat: Cobden
et la ligue in Oeuvres, toni. Ili, pag. 119.
\P. ITT.l MONOPOLIO E CONCORRENZA 227
condizioni di esistenza delle società moderne *. D'altra parte
i termini di concorrenza e di monopolio non hanno quasi sem-
pre il significato assoluto che si dava loro in passato , essendo
e divenendo la produzione ogni giorno relativamente più faci-
le, l'abbondanza di prodotti similari più frequente ; né risulta
punto vero che il monopolio corrisponda sempre, o nella mag-
gior parte dei casi , a prezzi più elevati e la concorrenza a prez-
zi più bassi. Non esistono, come è stato tante volte dimostra-
to, né concorrenza assoluta, né monopolio assoluto ; avve-
nendo concorrenza, non solo fra merci identiche, ma; fra merci
di qualità differenti. D'altra parte, se è vero che in regime di
concorrenza i prezzi tendono a coincidere col costo di produ-
zione, é vero pure che li concorrenza eleva spesso il costo di
produzione. Due grandi magazzini di novità, che spendono cia-
scuno un milione di pubblicità, gravano complessivamente i
loro costi di produzione di due milioni, che il produttore mo-
nopolista risparmierebbe in tutto o in gran parte. Vi sono casi
non pochi in cui il sistema di monopolio appare preferibile a
quello della concorrenza ; sopra tutto quando il monopolista
cerca di conseguire, non già il massimo provento, ma di prov-
vedere a un bisogno collettivo, estendendo quanto più é pos-
sibile il consumo di un determinato servizio ; e ciò può ac-
cadere solo quando il monopolista non sia un privato.
Il monopolista tende a scegliere quel prezzo, o in generale
quel valore di scambio che, combinato con la relativa ampiezza
di consumo, gli assicuri il massimo provento netto f .
* Qualche volta lo Stato o gli enti locali concedono cose che sono di
loro proprietà, come nel caso di acque pubbliche, dietro un compenso
e secondo norme contrattuali ; qualche volta permettono o concedono
l'esercizio di un diritto inerente alla sovranità o a un'intrapresa di ca-
rattere collettivo ; qualche volta infine lo Stato permette l'esercizio di
un diritto privato o di una facoltà che non fa parte delle sue attribuzio-
ni. Cfr. RaneHetti: Teoria generale delle autorizzazioni e concessio-
ni amministrative, voi. 3. Torino, 1894-97.
t Supponiamo che si tratti di una industria in cui
al prezzo io si vendano 100 unità e si ottiene un provento di 1000
» 9 » no » » 900
» 8 » 200 » » 1600
» 7 » 250 » » 1758
» 6 » 280 » » i68o
" 5 » 200 » » 1000
228 ^( nXZA DT'LLE FINANZA. [lIBRO II.
Vi sono poi casi in cui la concorrenza non è possibile o è a
dirittura dannosa. In una città dove vi è una conduttura d'ac-
qua non se ne può fare un'altra: in una via dove passa una tran-
via non è possibile riflettere un' altra linea di tramvie. Così
è di tante industrie che si riferiscono in generale alle comuni-
cazioni e ai trasporti, all'illuminazione, alle forniture di acqua
potabile, ecc. Queste industrie tendono per loro natura a tra-
sformarsi in monopoli ; richiedono capitali rilevanti e rispon-
dono a bisogni di utilità generale. In questi casi lo Stato e gli
enti locali interessati intervengono a tutela dell' interesse col-
lettivo , così nelle concessioni, come nella determinazione
delle tariffe, anche quando non esercitano la industria in regi-
me di monopolio.
In casi non pochi la concorrenza riesce dannosa alla collet-
tività. Supponiamo che in una stessa città tre società esercitino
la industria del gaz. La ipotesi è un pò lontana dalla realtà,
poiché dove esiste una società diffìcilmente un'altra se ne forma ;
in Italia centinaia di città hanno il gaz, una sola ha due socie-
tà per la produzione del gaz. Ora sotto una stessa via dove la
prima società ha collocato le sue condutture, la seconda e la
terza società devono fare altre condutture , quando invece la
prima basterebbe ai bisogni di tutto il consumo. L'opera di
canalizzazione riesce a sua volta più costosa: così si moltiplicano
straordinariamente e inutilmente le spese di primo impianto,
senza nessun vantaggio dei consumatori, anzi con loro danno,
perchè il costo di produzione si eleva*. Così tutte le volte che
Il monopolista tende a vendere al prezzo 7 come quello che assicura
il massimo provento. W i e k r e 1 1 : Finanztheoretische Untersuchtmgen,
Jena 1896; K. Menger: Grundsàtze der Volkswerthaftlehre, pag. 191
e seg.
* Su queste questioni cfr. D u p u i t al termine Péage nel Dictionnaire
d'economie politique ; L a n d r y : Uutilité sociale de la propriété indivi-
duelle. Paris 1901 § 9 e seg. ; le tre importanti opere di C o u r n o t : Re-
cherches sur les principes mathèmatiques de la thèorie des richesses, 1838 ;
Principes de la thèorie des richesses, 1868; Revue sommaire des doctrines
économiques, 1877; Lexis: Monopol neWHandtvdrterbuch der Staat-
swissenschajten; V a 1 r a s : VÈvat et les chemins de jer, negli Études d'eco-
nomie politique appliquée, ecc. ecc.
LE TARlFFi-.
■^y
un servizio può essere eompiiito da una sola intrapresa, la crea-
zione di una nuova rappresenta niente altro che una perdita di
ricchezza per la società. Se un acquedotto basta al consumo
di una città, un secondo acquedotto è per la società una
perdita netta ; se una linea telegrafica trasmette tutti i tele-
grammi, una seconda linea è una perdita ; se una ferrovia ba-
sta al traffico, la creazione di una seconda linea è una perdita ;
se una conduttura di gaz esiste in una strada, una seconda e
una terza sono una perdita. Supponiamo anche che una soc" '-
tà ferroviaria, esclusiva concessionaria di una linea, voglia
avvantaggiarsi della sua posizione privilegiata ed elevare i suoi
guadagni invece che al 4 al 6 od al 7 come la pii^i gran parte del-
le industrie, al 10%, Se la via ferrata è costata 200 milioni e
dà una entrata lorda di 40 milioni, supponendo che 20 rappre-
sentino spese di gestione e di amministrazione, 20 sono il be-
nefizio netto, cioè il capitale investito guadagna il 10 per cen-
to. Ma poiché la maggioranza delle industrie rende il 5 o il
6 per cento, nuovi capitali possono avere la idea di inve-
stirsi in una nuova linea che faccia concorrenza all' antica.
È naturale che questa nuova linea costi di più: in via generale
si può ben ritenere che chi ha fatto il primo impianto abbia
scelto anche la via migliore e 1 mezzi meno costosi. Supponia-
mo dunque che la nuova linea costi 250 milioni : ora è impos-
sibile che essa di un tratto rovini l'antica, ^perchè, per quanto
parallela, deve sempre lottare con la tradizione, con le abitu-
dini, con la clientela. Supponiamo pure però che la nuova linea
prenda all'antica metà dei suoi affari e che, traversando paesi un
pò diversi abbia nuovi clienti. Ebbene la sua entrata lorda sia
pure di 25 milioni : cioè 20 presi alla vecchia linea e 5 per affari
nuovi. Se il benefizio netto è della metà, la linea nuova che è
costata 250 milioni darà ai suoi azionisti appena il 5 per cento:
darà cioè meno di quanto danno ordinariamente le industrie.
In tutto ciò va anche notato che l'interesse della popolazione
è compromesso : una parte notevole di capitale circolante es-
sendo, pura perdita, mutata in capitale fisso e venendo a man-
care l'alimento di molte industrie.
Se in un paese vi sono cento ferriere, cento filande, cento
230 SCIENZA DELLE FINANZE [LIBRO II.
fabbriche di prodotti chimici, possono bene sorgerne altre, sen-
za danno, anzi con vantaggio. Un piccolo aumento del consumo,
o una piccola diminuzione negli affari delle fabbriche esisten-
ti, possono permettere alle nuove di prosperare e queste eser-
citare utile concorrenza, inducendo le altre a migliorare i loro
procedimenti. Ma vi sono industrie che non possono essere
esercitate in concorrenza senza danno; altre che non possono
essere se non con perdita. In questo caso lo Stato e gli enti lo-
cali, o le esercitano direttamente o le fanno esercitare in re-
gime di monopolio sotto la loro sorveglianza, stabilendo le
tariffe e regolando i prezzi dei singoli servizi.
89. Quando lo Stato esercita un monopolio pel pubblico
interesse vende i suoi servizi mediante tariffe fìsse o variabili:
vi è una tariffa postale, una tariffa telegrafica, ecc. Il pubblico
usa indifferentemente, in questo caso, le parole tassa e tariffa :
i due concetti, in realtà, hanno una vera analogia, benché ta-
riffa sia in realtà la traduzione in atto della tassa. Vi possono
essere tariffe differenti secondo i criteri da cui parte il mono-
polista; la tariffa può essere infatti proporzionale, differenziale,
graduale, unica.
La tariffa differenziale si ha quando i prezzi variano secon-
do le unità di consumo e in generale in scala decrescente. Per
esempio : se con la tariffa proporzionale una merce spedita a
1000 chilometri di distanza paga proprio dieci volte più che
una merce spedita a 100, con la tariffa differenziale paga, sup-
poniamo, solo otto o nove volte di più. Le tariffe differenziali
sono generalmente applicate sulle ferrovie : servono a stimo-
lare i trasporti a distanza, ed eccitare quindi consumi che altri-
menti non avverrebbero. Inoltre le spese di esercizio di una in-
trapresa non sono quasi mai in rapporto diretto con la sua
estensione. Una società ferroviaria che eserciti 500 chilometri
non spende la metà di una che eserciti 1000, ma quasi sempre
più che la metà : un trisrio che percorra 1000 chilometri non
consuma due volte di più di uno che ne percorra 500, ma qua-
si sempre un pò meno.
La tariffa graduale è anche in pratica quasi sempre decre-
scente e ha un criterio comune con la tariffa differenziale ; essa
non è proporzionale al numero delle unità di consumo. Si
CAP. III.J LE TARIFFE 23 1
applica la tariffa graduale quando il prezzo varia, non per
ciascuna unità di consumo. Cosi in un trasporto ferroviario la
merce per esempio non paga io centesimi per ogni tonnellata
e per ogni chilometro : ma la tariffa varia solo per ogni gruppo
di IO o 100 chilometri. A questi criteri è inspirata la tariffa a
zone, applicata con tanta fortuna in Ungheria. Supponiamo
per il primo gruppo di loo chilometri la tariffa io, per il secon-
do gruppo la tariffa 8, per il terzo la tariffa 6, si hanno due con-
seguenze : nello stesso gruppo si paga sempre lo stesso quale
che sia la distanza ; così a io chilometri come a loo, e poi vi è
come un premio per le distanze.
Vi è infine la tariffa unica; cioè tutti pagano allo stesso modo
quale che sia il numero delle unità di consumo richieste. Cosi
la tariffa postale è generalmente unica per la distanza ; una let-
tera paga lo stesso a io, a mille, a diecimila chilometri di distan-
za. Oramai quasi tutti gli Stati dell'Unione postale hanno una
tariffa unica per la distanza : una cartolina postale può andare
quasi in tutti i paesi del mondo e non si paga che una stessa
somma. La tariffa unica ha per il produttore il grandissimo
vantaggio di diminuire le spese di produzione ; di semplificare
tutti i servizi. Che cosa complicata era la posta quando biso-
gnava pagare secondo le distanze e che cosa più semplice è ora !
La tariffa unica, quando è possibile, è l'ideale ; ma essa è pos-
sibile solo quando si tratti di servizio assai generalizzato e quan-
do non vi siano troppo notevoli differenze fra i vari ordini di
consumatori. Per ora la tariffa unica si trova nella sua forma
tipica solo nel servizio postale.
Vi sono, come abbiamo visto, alcune imprese le quali hanno
carattere di pubblica utilità e per ragioni di sicurezza e di ordine
sono generalmente esercitate dallo Stato ; ve ne sono altre le
quali non possono essere in concorrenza e né meno il loro eser-
cizio è possibile senza speciali concessioni da parte dello Stato ;
per esempio le ferrovie. Nessuna società ferroviaria potrebbe
costruire una linea con probabilità di risultato, traverso nume-
rose proprietà private, se leggi e concessioni speciali non inter-
venissero. E anche dove è costruita una linea ferroviaria spesso
non se ne può mettere una seconda. Ora le industrie della prima
categoria sono in generale esercitate direttamente dallo Stato
232 SCIENZA DELLE FINANZP: [LIBRO li.
non ritenendosi conveniente appaltare intraprese che hanno
carattere veramente pubbHco ; le altre, quando lo Stato non
le esercita, le ha almeno sotto il suo controllo, e generalmente
si riserba di intervenire nella determinazione delle tariffe.
In conclusione, le pubbliche imprese assunte dallo Stato
o degli enti locali riguardono in generale forme di attività che
sono necessarie o utili alla collettività e il cui bisogno non è
solamente economico. Vi sono spesso ragioni di ordine e di si-
curezza ; vi sono più spesso ragioni di necessità per cui 1' im-
presa, a causa dei suoi scopi, non può essere esercitata da pri-
vati, o non può essere esercitata senza danno.
Vi sono imprese in cui la domanda non coprirebbe il costo; e
allora è necessario, poi che l'impresa non sorgerebbe, di avere
un prezzo politico o semipolitico.
Vi sono, come abbiamo visto, anche dei casi (e bisogna ag-
giungere sono assai pochi) in cui lo Stato può produrre a costi
inferiori che le imprese private. Vi può essere anche conve-
nienza di sostituire, per ragioni di utilità generale, un mono-
polio pubbUco a un monopoho privato.
In generale, la monetazione in tutti i paesi è esercitata dallo
Stato ; l'emissione dei biglietti di banca è controllata dallo
Stato e affidata a istituti di carattere pubblico ; la posta e il
telegrafo sono quasi dovunque esercizio di Stato e oramai anche
in molti paesi il telefono; le ferrovie sono esercitate dallo Stato
solo in alcuni paesi.
Quando non è necessario, non è né meno utile 1' esercizio
da parte dello Stato. Ciò si rivela chiaramente nelle ferrovie
e nei telefoni. Le grandi coalizioni di impiegati e di salariati,
più facili nei pubblici servizi, tendono a far perdere loro il ca-
rattere industriale ; così si comincia in generale con avere un
prezzo semipolitico, (per effetto di facilitazioni, concessioni, ecc.)
si finisce con avere un prezzo politico. Sono allora le imposte
che devono provvedere ai disavanzi ; ed è la generalità dei
cittadini che deve contribuire al mantenimento dei servizi
pubblici di cui l'uso è assai diverso e l'utilità è assai disegual-
mente risentita.
CAP. III.' LA MONETAZIONE 233
I. La monetazione.
90. È evidente la necessità di assicurare il regolare funzio-
namento del sistema monetario, chiave di tutti gli scambi e
quindi di grande importanza per la produzione e distribuzione
della ricchezza. Niente più è notevole dei perturbamenti mone-
tari, i quali intralciano ogni scambio e creano difficoltà grandi
alla stessa produzione della ricchezza.
Nel passato, quando Yaes rude non era ancora stato sostituito
dall' aes signatum, era necessario pesare il numerario. A Roma
antica, prima dello sviluppo della moneta, le compre e le ven-
dite non si facevano altrimenti. Prima della riforma monetaria
del 24 maggio 191 o (che introduceva la nuova moneta nazionale
di argento, il yuan (del peso di grammi 26,8632, al titolo di
900 ^/qq) e monete divisionali di argento, nichelio e bronzo, met-
tendo al bando le vecchie monete di argento) che infestavano
la circolazione dell'impero, in Cina si usava pesare i metalli.
Ma le compre fatte in tal guisa dovevano e forse ancora, per-
chè non sappiamo quale efficacia pratica abbia la riforma, de-
vono, presentare necessariamente una grande serie di difficoltà.
È noto come prima che lo Stato intraprendesse la emissione
delle monete, molte famiglie dell'antichità ne emisero per loro
conto: erano le famiglie più ricche e più potenti d'ordinario il cui
nome era garanzia. In questo senso le monete familiari hanno
preceduto le monete dello Stato. Ma da migliaia di anni, nei
paesi civili, lo Stato ha quasi dovunque assunto il servizio del-
la coniazione delle monete. La libera circolazione, senza con-
trollo , renderebbe gli scambi complicatissimi e la moneta,
come medio degli scambi e come denominatore del valore, ha
funzioni troppo importanti perchè sia lasciata senza controllo.
Deve fare lo Stato gratuitamente la coniazione delle monete ?
Il problema è stato vivamente discusso al principio del secolo
scorso. Lord Liverpool, seguito da Jacob e più tardi da Ricardo,
sosteneva che le coniazioni dovessero essere gratuite : che non
vi dovesse essere qualsiasi tassa, nemmeno quella per reinte-
grare la spesa di coniazione. Ma in seguito numerosi econo-
misti in Francia e in Inghilterra, Chevalier, Mac Culloch, De
Parieu , ecc. hanno dimostrato che , non solo una tassa di
monetazione debba ammettersi in via generale, ma che il non
234 SCIENZA DELLE FINANZE [LIBRO II.
ammetterla porti inconvenienti gravissimi e quasi sempre la
fuga della moneta migliore. D'ordinario, quasi dovunque, vi
sono tasse di monetazione tenuissime : e non possono che es-
ser tali poiché non rappresentano, o non dovrebbero rappre-
sentare, che la spesa. La monetazione è dovunque una regia*,
ed è stato generalmente abbandonato l'uso di affidarla, sia pu-
re sotto il controllo dello Stato, a privati intraprenditori. Lo
scopo da raggiungere essendo quello di fabbricare la moneta
in condizioni di sicurezza assoluta, nessuno meglio dello Stato
può adempiere a questa funzione f-
In Inghilterra la fabbricazione delle monete è, come negli
altri stati, una regia; ma la corporazione degli orefici ha lo inca-
rico di verificare la fabbricazione ; dopo aver prelevato su cia-
scuna coniazione una certa quantità di monete, essa le verifica
e dà in fine dell'anno una specie di giudizio, che ricorda gli an-
tichi arréts delle cours des monnaies francesi.
Ciascun cittadino, nei paesi a moneta buona, ha il diritto
di far monetare i metalli preziosi. In Inghilterra per far mone-
tare un chilogramma di oro fino non bisogna spendere che
sterline 0,2082, cioè presso a poco i y^ per mille. Ciò significa
* La letteratura sulle questioni monetarie è interminabile. Basti ac-
cennare a qualcuna delle opere più note. Del resto una larga bibliografia
si trova in Soetbeer: Litteraturnachweis uher Gold und MUnzwesen
insbesondere uher den Wehungsstreit 1871-1891. Berlin, 1893. Si confron-
tino principalmente le note opere di J e v o n s : Money and mechanism
of exchange ; B a g e h o t : Lomhard Street ; le principali opere di S h i e Id
Nicholson, di Foxwell, di Loria, di Pierson, ecc.
t In Inghilterra si segue il sistema della coniazione gratuita ; negli
stati del continente vi è viceversa una piccola tassa di monetazione. In
Inghilterra però i privati non si dirigono direttamente all' ufficio della
moneta, ma alla Banca d' Inghilterra e questa è obbligata a comprare a
una tariffa determinata le verghe metalliche e a scambiarle con moneta
coniata. Ma la Banca, sulla somma che dà, trattiene un piccolissimo scon-
to per il tempo necessario alla monetazione ; quindi sotto altra forma
vi è Una piccolissima tassa monetaria. In Italia i diritti di coniazione
per un chilogramma di oro fino sono di lire 7.445. Per un chilogramma di
argento sono di lire 1.722; ma la coniazione dell'argento, per effetto del-
l'unione monetaria, è interdetta ai privati; poi che il bimetallismo degli
Stati che compongono l'Unione ò incompleto, non ammettendo che la
libera coniazione dell'oro.
CAI'. in.J LA MOKliTAZlONE 235
che l'opera dello Stato rispetto alla moneta buona, si limita
a curare l'eguaglianza del contenuto e la identità della forma,
e non altro.
La moneta, insegnano tutti gli economisti, deve avere un va-
lore intrinseco rigorosamente eguale al suo valore nominale.
Così lo Stato emette monete senza perdere , né guadagnare :
generalmente con una piccola perdita per le spese di moneta-
zione da una parte e dall' altra perchè sostituisce le monete
nuove a quelle troppo usate. Le monete con il tempo si consu-
mano e bisogna ogni tanto ristaurare la circolazione monetaria.
Spesso si tratta di spese non lievi*.
91. Ma la moneta di ciascun paese può avere forme diffe-
renti : oltre la moneta vera o propria, a valore pieno, quella in
cui il valore intrinseco corrisponde al valore nominale , vi è
una moneta convenzionale; e questa è tanto più necessario che
sia emessa dallo Stato f. Nella moneta convenzionale entra la
moneta divisionaria, o frazionaria, o spicciola, che serve solo per
i pagamenti minori. Una moneta d'oro, non può, data la rarità
di questo metallo, rappresentare 5 centesimi di una lira italiana:
o un Kopech imperiale russo o un Penny inglese, bisogna che si
* J e V o n s calcolava che la moneta inglese souvereign perdeva ogni
anno 0.043 di grain. Dovunque, più o meno, la perdita è considerevole.
In Inghilterra, per molto tempo, il deterioramento della moneta è stato
messo a carico dell'ultimo possessore di essa : ma si è dovuto rinunziare
a questo pericoloso sistema; e ora, dovunque, si come prescriveva tas-
sativamente la legge tedesca, purché le monete non siano alterate frau-
dolentemente, lo Stato le riceve al loro valore nominale.
t In Europa esistono soltanto alcuni paesi che hanno un bimetallismo
incompleto e che formano i paesi della così detta Unione Latina. Fu il
23 dicembre 1865 che la Francia, il Belgio, l'Italia, e la Svizzera sotto-
scrissero una convenzione, cui aderì la Grecia subito dopo, in cui fu fis-
sato il regime monetario che, tranne modificazioni, vige ancora in que-
sti stati. La unione del 1865 ha per base la famosa legge francese del 17
germinale anno XI ; modificata in seguito ripetutamente essa oramai
non mantiene un vero bimetallismo, poiché mentre é libera la coniazio-
ne dell'oro, non é egualmente libera la coniazione dell'argento. Dopo il
1874 infatti, i cinque stati hanno limitato la coniazione dell'argento. Do-
po il 1878, in seguito a nuova convenzione, proibirono a dirittura ogni
nuova coniazione. Si tratta dunque di un vero bimetallismo impuro, o
zoppo come si suol dire.
236 SCn:.N/A Di.LLE FINANZE ' | LIBRO li.
adoperino metalli di poco valore ; o almeno non preziosi per la
loro rarità. Le monete divisionali in tutti i paesi non sono coniate
per conto dei privati, poiché il valore non è punto quello che
il rapporto stabilito tra esse e la moneta vera può far supporre.
Uno scellino è legalmente ^/^ di una sterlina ; ma l'argento
contenuto è assai meno della metà. Così se una moneta d'oro
francese da io franchi vale proprio io franchi, una moneta di
argento da i franco non contiene tanto metallo quanto indica;
ma meno della metà. E se circolano nel rapporto indicato le-
galmente, è che in Inghilterra la moneta d'argento è soltanto
una moneta divisionale, e in Francia esiste una legislazione
speciale, che deriva da una internazionale, che regola la cosi-
detta Unione Latina. Ma fermiamoci al primo caso, quello
della moneta divisionale.
La moneta divisionale, come abbiamo visto, ha una funzione
ben chiara : quella di servire ai piccoli pagamenti. D'ordinario
è in nikel e in bronzo: ma potrebbe esser senza danno anche
in metalli meno costosi del nikel. Si tratta in realtà di una mo-
neta il cui valore intrinseco è d'ordinario di gran lunga minore di
quello nominale : e la differenza è, ed è naturale che sia, tutta
a benefìcio dello Stato. Ma di questo benefìcio non si deve abu-
sare. Perchè la circolazione di questa moneta sia regolata auto-
maticamente e non in modo arbitrario, bisogna che lo Stato
sia sempre disposto a cambiarla in oro.
IL L'emissione dei biglietti di banca.
92. La emissione dei biglietti di banca costituisce anch'essa
una pubblica impresa. Non è qui il caso di riferire tutte le
dispute tra i fautori delle banche di emissione di Stato e co-
loro che vogliono ridurre l'azione dello Stato semplicemente
a un controllo*. Quale che sia l'opinione che si abbia sull'ar-
gomento, si è tutti di accordo nel ritenere che l'emissione non
possa essere lasciata in balia della industria privata. In nessun
paese del mondo civile esiste ora vera libertà di emissione ; ne-
* Cfr. Su queste quistioni N i t t i : Essai sur les variaiions dti taux de
r escomile, Paris 1899, e le numerose opere di Vigne s, Nòe 1, Savous,
r r a a 9 o i s, C o u r e e 11 e S e a e u i 1, M a e 1 e o d.
CAP. III.] l'emissione bancaria 237
gli stati" Uniti, vi era libertà di creare banche di emissione in
numero illimitato, ma i biglietti erano soggetti a leggi più re-
strittive di quelle dei paesi di Europa : troppo restrittive for-
se. La legge 23 decembre 191 3 creò 12 Banche federali di ri-
serva col privilegio di emettere biglietti garentiti dal 40 o/o di
oro. Entro trenta anni il vecchio sistema americano dovrà es-
sere sostituito dal nuovo.
Lo Stato può dunque direttamente esercitare la industria
della emissiome : è ciò che fa in Svezia e faceva prima della
rivoluzione in Russia. La Banca Reale di Svezia è la più antica
banca di emissione di Europa : dal 1668 essa funziona sotto la
sorveglianza diretta del Parlamento svedese. Il suo capitale
è di 30 milioni e la Banca può emettere biglietti sino alla con-
correnza di questa somma : il resto deve essere coperto da inte-
ra riserva o da divisa estera. Ha dunque una emissione molto
limitata e le condizioni speciali della Svezia ne rendono facile
il funzionamento.
Non si può negare che lo Stato, il quale espropria tutti i
cittadini del diritto di esercitare la industria della emissione
dei biglietti a benefìzio di una società {Banque de Franca in
Francia, Banque Nationale de Belgique nel Belgio, ecc.) o di
pochi istituti (come in Italia : dove sono la Banca d' Italia, il
Banco di Napoli e il Banco di Sicilia) non solo abbia il diritto,
ma l'obbligo di partecipare ai guadagni che risultano in gran
parte da una espropriazione.
Or come la imposta sulla circolazione dei biglietti è irrazio-
nale nei paesi di libertà bancaria (poiché la circolazione non
rappresenta punto una ricchezza per sé stante), come è sempre
dannoso in regime di monopolio o di privilegio sottomettere gli
istituti di emissione a forti contribuzioni, le quali poi finiscono col
gravare soltanto sulla grande massa dei consumatori del credi-
to, così é logico ed anzi morale sotto ogni aspetto che, in regime
di monopoHo o di privilegio, vi sia partecipazione dello Stato ai
benefìzi. Lo Stato rappresenta la collettività, cioè in questo
caso il grande numero di coloro che, in vista di uno scopo di
utilità generale, hanno rinunziato a esercitare l'industria della
emissione bancaria. Se la industria è causa di benefìzi che sor-
passano notevolmente il saggio medio dei prodotti industriali,
(' necessario ed è morale che lo Stato vi partecipi.
238 SCIENZA DELLE FINANZE TlIRRO II.
Le imposte hanno, quale che sia la loro forma, lo svantaggio
d'essere assai gravose ai consumatori del credito e assai onerose
alla industria e poco agli azionisti delle banche. Per un semplice
atto di traslazione, assai facile a operarsi in regime di mono-
polio o di privilegio, tutte le imposte, prevedute con sicurezza,
sono ripartite fra coloro che ricorrono al credito bancario.
Invece la forma di partecipazione, già introdotta da qualche
Stato e che tende sempre più a essere preferita, ha il vantaggio
grandissimo di non pesare che assai debolmente sui consuma-
tori del credito. Supponiamo un regime bancario in cui i bene-
fizi fino al 4% del capitale versato vadano interamente agli
azionisti, dal 4 al 6 per due terzi allo Stato e per un terzo agli
azionisti, e dal 5 in poi per quattro quinti allo Stato e appena
per un quinto agli azionisti. In questo caso avviene che lo Sta'o
prende una grandissima parte di ciò che rappresenta i bene-
fizi derivanti dal monopolio; né la banca può in precedenza
riversare sui consumatori gli oneri che non conosce. Appare
quindi evidente la superiorità grande di quei sistemi i quali,
invece di colpire la circolazione con imposte gravose, vi sir.no
o no profitti elevati nella banca, preferiscono far partecipare lo
Stato in una certa misura ai benefizi.
93. Quando, dunque, l'emissione dei biglietti è lasciata li-
bera (e questo fatto non avviene in nessun paese), lo Stato non
ha ragione di colpire la circolazione fiduciaria più di quel che
non abbia di colpire la circolazione metallica; se la circolazione
fiduciaria si sostituisce in parte alla metallica è perchè costa
meno : rialzare artificialmente il costo, significa scemarne o an-
nullarne il benefizio. E ciò è tanto più dannoso in quanto è la
massa dei consumatori del credito, cioè la massa del pubblico,
che si avvantaggia di ogni diminuizione. Nel caso ben più fre-
quente di monopolio o di privilegio accordati a società private,
la questione va studiata sotto aspetto ben diverso. In questo
caso lo Stato, che rappresenta gli interessi collettivi, espropria
i cittadini, di un diritto , cioè l'esercizio della industria e della
emissione, e questo diritto concede a uno o a pochi. Siccome
si tratta di una vera espropriazione, di una limitazione fatta o
per necessità storiche, o per causa di utilità pubblica, è ben na-
turale che un corrispettivo vi deva essere e che quante volte la
CAP. III.] L EMISSIONE BANCARIA 239
industria monopolistica o privilegiata dia banefizi molto elevati,
a causa della sua speciale posizione, lo Stato, cioè colui che ha
accordato il monopolio, deva parteciparvi.
Non bisogna dimenticare che tutte o quasi le grandi banche di
emissione, hanno ottenuto il privilegio o il monopolio, in seguito
a favori concessi allo Stato, cioè a una vera transazione inter-
venuta. Anche adesso le banche monopolistiche o privilegiate
sono obbligate a rendere, in cambio della concessione accorda-
ta loro, gratuitamente, una serie di servizi o di prestazioni.
Ma se non ostante ciò l'industria è altamente redditizia, è ben
naturale e onesto che chi ha concesso il diritto di monopolio
o di privilegio e ha espropriato quindi i cittadini di un diritto
che già avevano, renda a questi una parte almeno dei bene-
fizi elevati che la situazione straordinaria arreca agli istituti.
Ma il colpire la circolazione, come materia di imposta per sé
stante, e non già i profitti bancari quando sorpassano un certo
limite, significa quasi sempre colpire i consumatori del credito e
non già coloro che hanno ottenuto una concessione dallo Stato
e che sono perciò obbligati a una contribuzione fissa o variabile.
Quando la imposta è lieve, riesce a ripartirsi sulla altezza dello
sconto, sui benefizi della banca e sulla somma totale delle
operazioni che la banca compie. Anche in questo caso è però
puerile credere che la imposta sia pagata dai benefizi del capi-
tale soltanto : ma, mantenuta entro certi limiti, i danni sono
minori. Non cosi nel caso opposto.
È bene ricordare che nulla rende più del credito facile e
pronta la transazione degli oneri. Se le transazioni avvenissero
tutte in moneta e si pagasse sempre all'atto dello scambio, non
vi sarebbero perdite e il valore del prodotto e del servizio non
avrebbe altro limite fuori che quello accordatogli dalla sua na-
tura. Invece il credito, mentre stimola le attività e permette
lo svolgimento in sfera molto più larga, degli scambi, ripartisce
fra tutti coloro che mantengono i loro impegni le perdite derivan-
ti da quelli che non mantegono le loro promesse di pagamento.
Quando dunque 1' imposta sulla circolazione oltrepassa certi
limiti, le banche riversano l'onere che viene imposto su coloro
che scontano. Le banche potrebbero in alcuni casi diminuire
i benefizi. Ma quando i benefizi della banca sono discesi al sag-
I
240 SCIENZA DELLE FINANZE [LIBRO II.
gio corrente dei profitti, non è possibile diminuirli più ancora
senza danno, anzi senza rovina degli istituti bancari. Si tratta
per altro di un rimedio eroico ; che può essere adottato in casi
eccezionali, ma giammai d'ordinario.
La circolazione delle banche non è necessariamente in rap-
porto con le operazioni che esse fanno, né con i profitti. Avviene
che la circolazione si aumenta di tutto il peso dei biglietti di-
strutti e di quelli conservati con la stessa fiducia del numerario.
La sola circolazione utile alle banche è quella che è rappresen-
tata come contro valore dal portafoglio e dai prestiti. La Banca
d'Inghilterra, oltre a essere il vero banchiere dello Stato ingle-
se e a fare con tenue indennizzo il servizio di pagamento degli
interessi del debito pubblico, paga allo Stato da 230 a 250 mila
sterline all' anno : somma tenue quando si pensi alla massa del-
le sue operazioni. La Banca di Francia paga ogni anno un contri-
buto eguale al prodotto dell'ottavo del saggio dello sconto della
circolazione produttiva: senza che questa contribuzione possa
essere inferiore a 2 milioni. In Italia le banche di emissione sono
state assoggettate a contribuzioni enormi : prima del 1891
pagavano 1,44 per ogni 100 lire di circolazione. Anche adesso,
che danno assai meno, contribuiscono con una somma doppia
di quella della Banca di Francia, che è un istituto poderosissi-
mo, che, prima della guerra del 1914 aveva oltre 3.500 milioni
di circolazione ! Si comprende che lo Stato, concedendo il mo-
nopolio o il privilegio della emissione, partecipi ai benefizi; ma
non si comprende che con pesi enormi riesca ad annullare i be-
nefizi del credito *.
* La legislazione positiva in materia bancaria presenta notevoli va-
rietà. Nell'Impero Germanico, ad esempio, la Reichsbanck, con sede a
Berlino, era sotto la sorveglianza e la direzione dello Impero ed era am-
ministrata da organi dell'Impero stesso. Essa era una persona giuridica
indipendente, il cui capitale di 180 milioni di marchi era in azioni no-
minative. Gli azionisti non avevano alcuna influenza sulla gestione della
Banca. Fungeva da Direttore nominalmente il Cancelliere dell'Impero;
di fatto il Segretario di Stato per gli Interni, che lo sostituiva. La Banca
godeva il privilegio dell'emissione. Aveva funzioni di Cassa dell'Impero.
I benefizi della Banca, detratti i dividendi agli azionisti e il 10% da
assegnarsi al fondo di i
alla Cassa dell' Impero.
CAP III.J LA POSTA 241
III. La pesta.
94. Vi sono alcuni servizi pubblici, come le strade ordi-
narie, che per necessità non possono essere lasciate alla indu-
stria privata, che sarebbe insufficiente; altri che la collettività
assume per ragioni di ordine o di sicurezza, come la monetazio-
ne ; altri che, pur avendo carattere speciale, come la posta e il
telegrafo, perchè tendenti per necessità al monopolio, non pos-
sono essere esercitati economicamente che dallo Stato ; altri
che hanno ancora carattere più incerto come le ferrovie e i tele-
foni. Le ragioni per cui il servizio postale e il servizio telegrafico
sono esercitati sempre dallo Stato nei paesi civili odierni non
hanno bisogno di essere chiarite : sono ragioni di ordine, di pre-
cisione, di sicurezza. La trasmissione della parola scritta, per
mezzo della posta o del telegrafo, deve essere garantita da ogni
possibile abuso. Il segreto postale e telegrafico è senza dubbio
mantenuto meglio da impiegati dello Stato responsabili che da
compagnie private, interessate più o meno direttamente in
speculazioni. La natura stessa di questi servizi li fa tendere ver-
so il monopolio : e in nessuno paese civile monopoli così delica-
ti come la posta e il telegrafo e che riguardano la vita di tutta
la nazione sono abbandonati nelle mani di società private. Così,
dovunque la posta, quasi dovunque i telegrafi all'interno di
ciascuna nazione, in qualche paese i telefoni, sono esercitati
direttamente dallo Stato. E l'importanza di queste pubbliche
imprese diventa ogni giorno più grande, con il crescere degli
scambi, con il moltiplicarsi delle relazioni internazionali, con
lo sviluppo di tutte le forme dell'attività economica.
Ancora un secolo fa, in ciascuna famiglia scrivere una lettera
costituiva un avvenimento, e lo stile espistolare era curato in
guisa che le lettere antiche quando vengono alla luce, ci danno
una idea della lentezza e della gravità con cui erano ordina-
riamente concepite. Sulla origine e sullo sviluppo del servizio
postale numerose opere sono state scritte. È inutile risalire per
noi all'antichità. Se di ogni istituto e di ogni servizio pubblico
si dovesse fare la storia, si finirebbe col perdersi in un laberinto
di notizie, che non hanno spesso se non un valore molto medio-
cre per la nostra trattazione* . Lo Stato per ragioni di universa-
* Sulle poste cfr. Joyee: History of the Post Office. London 1883
Nitti. 16
2.|2 SCIENZA DELLE FINANZE TlIBRO II.
lità di ordine e di regolarità ha assunto dunque in tutti i paesi
civili sotto la forma di monopolio il servizio postale.
Oramai la posta è prevalentemente un servizio economico
sociale: nel senso che pur quando sia redditizia, scopo dello Stato
quasi dovunque non è di ricavare un reddito mediante il mono-
polio. Il servizio postale è per sua natura monopolio; risponde
a un bisogno sentito dalla grande massa della popolazione : lo
Stato infine dà il buon mercato assai più che non darebbe la
industria privata. L'organizzazione vera delle poste non data
che da qualche secolo: l'organizzazione sotto la forma attuale è
un fatto modernissimo. È anzi solo nel secolo decimonono che la
posta ha avuto 1' enorme sviluppo attuale. La posta non si oc-
cupava da prima se non della trasmissione della corrispondenza:
la trasmissione dei valori è stata fatta molto più tardi. E nella
trasmissione della corrispondenza si tenevano presenti due
criteri: il peso e la distanza *. Né in Inghilterra, né in Germania,
né in Italia si sviluppò se non quando alcuni criteri di sempli-
cità nelle tariffe, di precisione negli ordinamenti postali , si so-
stituirono ai criteri antichi che rendevano ogni sviluppo im-
possibile.
Fin quando, per esempio, il peso e la distanza erano due criteri
che occorreva combinare nelle tariffe, la scala di esse veniva ad
allungarsi per necessità smisuratamente e si cercava quanto
più era possibile di non scrivere o di ricorrere ad altri mezzi che
B e 1 1 o e : Les postes frangaises, Paris i886; Von Stephan: Geschichte
der preussichen Poste, Éerlin 1859; Veredarius: Das Buch von der
Weltpost, Berlin 1894 ; G. B i t k b e e h Hill: Life of sir Rowland Hill.
London 1395; Lewins: Her Majesty's Mails, London 1864 ; e sopra
tutto B a i n e s : Party years of the Post Office. London 1895 e le grandi
pubblicazioni fatte per il XXV anniversario della Unione postale.
* Nel 1676 in Francia, per esempio; una lettera pagava 2 soldi a meno
di 25 leghe, 3 soldi da 25 a 60 leghe, 4 soldi da 60 a 80 leghe. Se la lettera
pesava più di un'oncia pagava 4 soldi a meno di 25 leghe e io al di là di
80. Nel 1795, il governo rivoluzionario accrebbe in modo enorme le tariffe
postali ; una lettera pagava 4 soldi nello stesso dipartimento, 5 a meno
di 20 leghe, 6 soldi da 20 a 30 leghe, 7 da 30 a 40, ecc. Una lettera oltre
180 leghe pagava 15 soldi e più. Era un sistema complicatissimo e pesan-
te, che ebbe per effetto di distruggere quasi ogni sviluppo della corrispon-
denza.
[II. j LA POSTA 2-13
[la posta per far pervenire la propria corrispondenza. La sem-
lificazione dei mezzi, la introduzione da prima di fogli di carta
Dstale bollata (nel regno di Sardegna nel 1818 e poi nel regno
t Napoli), che erano buste o fogli su cui era stampato un
rubro, come sulle odierne buste postali inglesi o americane,
itti questi mezzi che precedettero 1' uso o la diffusione del
ancobollo, furono le prime cause di trasformazione.
Ma un'altra va ne fu più grande : la soppressione del criterio
3lla distanza, soppressione che da principio pareva assurda,
3n sembrando logico che una lettera dovesse pagare la stessa
)mma per andare aio chilometri lontano di un'altra per anda-
a i.ooo. Eppure fu questa semplice e in apparenza assurda
edificazione che, semplificando il servizio postale, gli diede
più grande sviluppo. Sostituire la tariffa unica alle varie tariffe
i oporzionali, graduali o differenziali è stata la vera causa del
I ande sviluppo della posta *.
La posta presenta per lo sviluppo della vita sociale un inte-
; sse grandissimo. Ond'è che quanto è più possibile non deve
1 sere considerata come un mezzo di guadagno, ma piuttosto
I «me pubblico servizio. L'Inghilterra è il paese in cui lo Stato
j :ava maggior beneficio finanziario dalle poste: circa 100 mi-
* Nel 1837 sir Rowland Hill propose quella riforma, che ebbe tanta
3 in tutto il mondo. Si trattava di ridurre le tariffe e nello stesso tempo
semplificare il servizio. La maggiore semplificazione veniva dall'aboli-
)ae del criterio della distanza : nell' interno del Regno, qualunque la
stanza, si pagava sempre per lettere di non oltre mezza oncia (grammi
,55) quattro pence, cioè 40 centesimi. Da prima si pagavano in media
a 74 centesimi, 737% pence. La riforma di sir Rowland Hill fu ten-
ta a titolo di esperimento {la politique expèrimentale avrebbe detto
onDonnet) nel dicembre del 1839. L'autore della proposta non era né
ministro, né un uomo politico : era un privato cittadino. Fu tale l'im-
:diato effetto che la riforma ebbe che fu subito adottata, anzi la tassa
Ila lettera semplice di 15.55 grammi fu ridotta a i penny, cioè a io cen-
'imi. Si soppressero nello stesso tempo le franchigie parlamentari per
i i deputati potevano ricevere gratis 15 lettere al giorno e scriverne io.
Mentre nell'Inghilterra, nel 1839, prima della riforma, si scrivevano so-
78' milioni di lettere, se ne scrissero 169 milioni nel 1840, 227 nel 1845,
0 nel 1855 ; oramai il numero delle lettere spedite ogni anno non si
fita più a milioni : da un quarto di secolo ha sorpassato un miliardo e
a si avvicina ai 2 miliardi.
244 SCIENZA DELLE FIN'ANZE [LIBRO IL
lioni all'anno. E in generale nei paesi d'Europa, a popolazione
densa e con largo sviluppo di comunicazioni, ormai la posta
rende e rappresenta un'attività notevole. Nei paesi nuovi, so-
pra tutto in America e in Africa, rappresenta un passivo che
tende sempre più a ridursi a minime proporzioni. La rapidità
dei mezzi attuali di trasporto per terra e jper mare ha permesso
imo sviluppo immane di relazioni e per alcuni generi ha deter-
minata la unificazione vera del mercato, lu'aes tripiex, di cui
Orazio voleva corazzato il cuore dei primi naviganti, ora che
la navigazione è relativamente così sicura, serve piuttosto per
fare dei bastimenti.
La posta in tutti i paesi civili è un servizio pubblico mono-
polizzato, le cui tariffe non hanno carattere fiscale, ma gravitano
quasi dovunque sul costo.
95. In tutti i paesi civili la posta non si limita ormai al sempli-
ce servizio della corrispondenza; sarebbe troppo poca cosa data
un'organizzazione cosi poderosa. Se il compito principale rimane
il servizio della corrispondenza, vi sono molti servizi accessori
che assumono ogni giorno una importanza maggiore : questi
servizi accessori in Italia per esempio, sono : a) i pacchi ; h)
la trasmissione dei valori mediante vaglia, cartoline-vaglia e
titoli di credito; e) le riscossioni per conto di terzi in Italia e
all'estero ; d) le associazioni a giornali italiani e stranieri : e)
le casse di risparmio : /) il pagamento delle cedole di rendita
del Debito pubblico al portatore o a vista : g) la legalizzazione
(per parte dei Ministeri degli affari esteri e della giustizia e dei
presidenti dei tribunali, a secondo dei casi) di atti fuori del
Regno e di atti pure in temi da valere in altre circoscrizioni
giudiziarie e della registrazione di verbali e di sentenze di
giudici conciliatori. Inoltre può rilasciare libretti di ricono-
scimento. Taluni di questi servizi sono, s'intende, limitati allo
in temo del Regno : altri sono estesi ai rapporti con l'estero.
La più gran parte degli Stati civili hanno data la stessa esten-
sione ai servizi postali, assumendone anche alcuni di carattere
diversissimo.
La posta dunque oltre al servizio della corrispondenza, fa
anche servizi che hanno carattere veramente bancario. I
vaglia e le cartoline- vaglia servono alla trasmissione dei valori:
( Al*. III.J LA POSTA 243
pure questo è un servizio per cui prima si ricorreva anche per
somme non elevate ai banchieri. (Anche adesso in molti paesi
gli istituti di emissione rilasciano gratis i vaglia cambiari). Ma
accettando risparmi o corrispondendo loro un interesse, la posta
rende un servizio di carattere esclusivamente bancario. Poiché
lo Stato a sua volta è in Italia costretto, mediante la cassa
depositi e prestiti, a prestare le somme che ha ricevuto in depo-
sito, vi sono dunque le due operazioni fondamentali delle ban-
che : il deposito e lo sconto. Il movimento postale è un in-
dice sicuro del movimento degli affari di ciascun paese; per lo
meno è un indice di grandissimo valore : onde le statistiche
postali hanno una vera importanza economica e commerciale.
Poiché la posta in moltissimi Stati raccoglie il risparmio popo-
lare, bisogna pure che lo impieghi. Per questo bisogno e per
altri non meno importanti ( custodia delle cauzioni, dei depo-
siti giudiziari ecc.) in molti paesi sono sorte grandi istituzioni
di Stato sul tipo della Caisse des depòts et. consignations , di
Francia, della Cassa di depositi e prestiti in Italia, ecc.
Queste istituzioni sono in generale separate nettamente
dal Tesoro e funzionano sotto il controllo dell'autorità legisla-
tiva : hanno quasi dovunque una grande importanza e un ma-
neggio di fondi in generale gigantesco per la sua importanza,
ma limitato dalla legge in quanto all'impiego (titoli di Stato,
in qualche paese titoli di enti locali o prestiti ad essi) ecc.
Attualmente, lo sviluppo postale e telegrafico è stato reso
più agevole dal crescere dei rapporti internazionali e dalle
convenzioni che si vanno ogni giorno stabilendo anche con
Stati più lontani. Le convenzioni internazionali postale e tele-
grafica, che hanno creato un grande ufficio a Berna, il quale
agisce come clearing house (casa di compensazione) tra tutti
gli Stati, hanno singolarmente agevolato il movimento delle
comunicazioni. L' Union postale universelle è stata fondata
nel 1874 ^ costituisce un solo territorio per lo scambio reci-
proco della corrispondenza fra gli uffici di posta dei paesi ade-
renti. Sviluppata in seguito con successive convenzioni, essa
rappresenta la più grande unione che sia mai esistita nel
mondo fra 1075 milioni di abitanti, sparsi su 102 milioni di
chilometri quadrati. 'L'Union postale di Berna non solo agisce
246 SCIENZA DELLE FINANZE [LIBKO 1
come potente ufficio di informazioni ; ma regola in tant
parte le relazioni postali tra i vari stati e sopra tutto agisc(
giusta ciò che si è detto, come una grande clearing houst
Dopo la guerra i servizi pubblici riguardanti le comun
cazioni e anche la posta sono divenuti passivi per lo Stato
quasi dovunque si sono verificati aumenti di tasse. L'arrest
degli scambi è venuto a coincidere col maggior costo de
servizi e con le maggiori difficoltà delle comunicazioni.
IV. Il telegrafo.
96. Per il telegrafo valgono le stesse ragioni che per la ^a
sta : lo Stato l'esercita in monopolio quasi in tutti i paes
Anzi il telegrafo, che sorse quasi dovunque per mezzo d'impn
se private, è diventato anche più presto monopolio di Stat(
Società industriali non potrebbero impiantare linee telegrafich
traverso proprietà private senza intervento delle autorità gc
vernative e senza speciali concessioni di legge: né d'altra pari
le impianterebbero se non dove fosse convenienza economie;
Così tutti i paesi che avevano conceduto l'esercizio dei tel(
grafi a società private, tendono a riscattarli allo Stato. In Ir
ghilterra il riscatto è stato compiuto nel 1880. Negli Stati Uni
di America l'esercizio privato dei telegrafi ha dato luogo a
abusi grandissimi; a sindacati tra le compagnie, a tariffe qua
che volta eccessive, ecc. *
Ben diverso è il caso delle linee all'interno di una nazioi
e di quelle fra una nazione e l'altra. Queste ultime sono costru
te ed esercitate generalmente da società private. Le ragioi
sono molteplici ed evidenti. Prima di tutto, quando si stabilisc
una comunicazione fra due paesi stranieri, nessuno Stato pi
avere il monopolio senza destare i sospetti dell'altro ; e p' j
vengono a mancare molte delle ragioni che rendono il telegra '
interno un servizio monopolizzato. L'Inghilterra e gli St
Uniti possiedono i più grandi cables telegrafici e le più t^rai
* Sui telegrafi e sullo sviluppo di essi v. la nota opera sulle comunic
zioni di Sax: Die Verkehrsmittel in Wolk und Staatswirthschaft, Wie
1878 ; Bozza: Cenni storici sulla telegrafia elettrica nelle Due Sieil
Napoli, 1861 ; N i V o i X : Thèlègraphe nel D. d. C. ; ecc.
i
IL TELEGRAFO
247
linee telegrafiche internazionali ; ma anche gli Stati scandinavi
ne possiedono non pochi. L'Inghilterra, per esempio, è legata
air America del Nord da numerosi cables, che appartengono
tutti a società private, in prevalenza inglesi e americane. I
telegrafi internazionali sono, dunque, in generale» esercitati
da società private : i telegrafi interni dallo Stato.
Anche le tariffe telegrafiche dopo essere state proporzionali e
graduali, sono diventate all'interno di ciascun paese uniche : ,
ma ciò é avvenuto assai più lentamente che per la posta. Allo
interno di ciascun paese, data 1' unità degli scopi, le amministra-
zioni dei telegrafi e delle poste sono generalmente riunite ;
anche in alcuni paesi il personale è lo stesso o quasi e le norme
comuni.
Tutte queste considerazioni valgono per il telegrafo così
com'è stato finora adoperato. Ma le recenti scoverte e applica-
zioni sul telegrafo senza fili vengono a cambiare notevolmente
quanto si è fatto sino adesso. E' assai probabile che, a causa
di queste scoperte, in avvenire il telegriafo non sia più regolato
com'è adesso : che i privati possano comunicare fra di loro
anche a grandi distanze senza bisogno di ricorrere né allo
Stato, né ad alcuna amministrazione privata. Ma anche in
questo caso per la grande massa del pubblico sarà lo Stato
che eserciterà il telegrafo.
Come per la posta, esiste a Berna anche un Bureau Inter-
national des administrations télégraphiques, istituito nel 1868;
dopo la conferenza internazionale di Berna. Tale ufficio funzio-
na fin dal 1869: i fondi perché esso funzioni sono anticipati
dalla Confederazione svizzera e rimborsati poi dalle amministra-
zioni degli stati aderenti
V. Il telefono.
97. Importanza crescente ha anche il telefono: esso non
serve ormai soltanto alle comunicazioni fra brevi distanze,
ma anche a distanze grandi. Così accade del telefono ciò che
è accaduto del telegrafo : esso ormai è quasi dovunque con-
siderato come un servizio pubblico e ha un' importanza
sempre crescente. Da prima il telefono si limitava alle comu-
nicazioni a breve distanza e pareva che dovesse avere uno
248 SCIENZA DELLE FINANZE [LIBRO II.
sviluppo assai limitato. È stato dunque quasi in tutti i paesi
esercitato all'interno delle città da società private. Ma da quan-
do il telefono divenne ogni giorno più adatto a comunicare a
grandi distanze, sopra tutto dopo l'applicazione del microfono,
da quando anzi è diventato internazionale (congiunge adesso
alcune fra le maggiori capitali di Europa) tende ad assumere
lo stesso ordinamento del telegrafo. Il telefono ha sul telegrafo
una superiorità notevole in quanto le spese di impianto sono
in generale meno costose, gli apparecchi più semplici e di più
facile uso, la corrispondenza più vantaggiosa per la soppressio-
ne di ogni intermediario *.
In alcuni paesi lo sviluppo dei telefoni si svolge all'ombra
di quello postale, come già avvenne del servizio telegrafico.
Così in Germania, per esempio, l'amministrazione delle poste
e telegrafi dell'Impero aveva contribuito notevolmente a dif-
fondere l'uso del telefono per il pubblico con l'introduzione
di distributori automatici che riescono a eliminare gli im-
piegati t • La posta, il telegrafo, il telefono (quesf ultimo
sopra tutto se fuori della città) sono servizi strettamente le-
gati l'uno all' altro, che hanno assunto e tendono ad assumere
forme monopolistiche. Così in Svezia, dove il telefono ha as-
sunto più grande sviluppo, le prime linee furono in generale
costruite da società private e più tardi furono riscattate dallo
Stato, che ha adesso le maggiori reti telefoniche, pure es-
sendovi società private di molta importanza.
In Italia il telefono è esercitato dallo Stato fin dal 1907.
Il servizio della posta, del telegrafo sono con il crescere
della popolazione e degli scambi destinati a un'importanza
sempre crescente: e anche dove attualmente non sono, tendono
a diventare servizi di Stato.
* L'uso dei telefoni in alcuni paesi si allarga a tal punto da limitare
notevolmente quello del telegrafo. Secondo Sundbàrg, i paesi del mon-
do che fanno maggiore uso del telefono sono: la Svezia e gli Stati Uniti di
America; poi la Norvegia, la Svizzera, il Canada, la Germania, la Gran
Brettagna, la Francia, l'Italia vengono a gran distanza.
t Sui telefoni cfr. F. M e i 1 : Das Telephonrecht, Leipzig, 1885 ; P i p i a :
Uelettricità nel diritto, Milano, 1700 ; L. R a v a : // telefono nella legisla-
zione italiana, ecc.
GAP. III.J 11- TELEFONU 2.\[)
VI. / grandi mezzi di trasporto: le ferrovie.
98. Vi sono, come abbiamo già detto, alcune industrie, che
per il loro carattere stesso e per la loro natura, interessano
più delle altre la collettività e tendono ad assumere inevitabil-
mente la forma monopolistica. Ora lo Stato e gli enti locali ten-
dono o a monopolizzarle per loro conto o a farle esercitare sotto
il loro controllo. Ciò che nella vita dello Stato è per le ferrovie
è anche nella vita locale per le condutture d'acqua, per i mezzi
d'illuminazione e di trasporto, ecc. Sono industrie dove assai
spesso la concorrenza non è possibile, e se è possibile non e
vantaggiosa per la società * .
Le questioni ferroviarie, i sistemi di costruzione e di esercizio
delle ferrovie, hanno una letteratura interminabile. Noi non
faremo che accennarvi ; 938 mila chilometri di ferrovie erano
stati costruiti, a tutto il 1906, in tutto il mondo e sono stati
i sistemi di costruzione differenti e sono i sistemi di esercizio
i più vari. Dal 1830 a ora, in meno di un secolo, la terra è quasi
tutta coverta di ferrovie. L' America e l'Europa sono giù tra-
versate in tutti i sensi da ferrovie : l'Australia ha grandi li-
nee ; l'Africa stessa non tarderà ad avere una ferrovia che con-
giunga Alessandria a Cape Town. Sono progressi appena vero-
simili quando si pensi che ancora sono viventi coloro i quali
ricordano Thiers affermare nel Parlamento francese che la
Francia non avrebbe mai potuto costruire 6 leghe di ferrovia
all'anno. Quante cose egli temeva e quante cose si temevano
in quel tempo! Non vi era, si diceva, tanto ferro da costruire
le linee più importanti ; il fumo della vaporiera avrebbe
rovinato i campi ; la scintilla li avrebbe incendiati ; i piccoli
centri sarebbero stati rovinati... È celebre il consiglio che
* « I mezzi di trasporto non possono considerarsi come un'industria
qualunque ma sono sempre uno strumento di civiltà e di progresso, che
arreca immensi benefici economici. Ora i privati pensano soltanto al gua-
dagno immediato, non si oreoccupano se il ribasso dei prezzi, spesso por-
tando una perdita per il momento, farà in seguito aumentare il traffico
è darà impulso a qualche ramo di produzione, non possono tener conto
di tutti questi vantaggi, che risultano dallo sviluppo dei trasporti e che
non sono calcolabili in danaro ». C. S u p i n o : Principii di economia
politica, pag. 317.
250 SCIENZA DELLE FINANZE [LIBRO II.
l'eminente sir Astley Cooper dava a Stephenson : non avesse
mai tentato di generalizzare la sua scoperta poiché ne sareb-
bero venuti danni immensi. Bastava, diceva Cooper, che una
vacca fosse messa sul binario per rovinare un treno. Tanto peg-
gio per la vacca rispondeva Stephenson. L'obiezione della
vacca sorge per ogni cosa nuova nel mondo *.
La via, il veicolo e la forza motrice, che sono, come dice
Engel, i tre elementi tecnici di ogni mezzo di trasporto, sono
tutti venuti a mutare : sopra tutto nei trasporti per terra.
Le ferrovie contengono inevitabilmente un monopolio e non
si può lasciare la costruzione o l'esercizio a società private
* Secondo le statistiche alla fine del 1906 l'Europa avea 321,575 chi-
lometri di ferrovie, l'America 468,279, l'Africa 31,609, l'Asia 86,821.
l'Oceania 29,000. Gli Stati Uniti di America hanno da soli più ferrovie
di tutta l'Europa. Opera immane, la quale non si è potuta compiere
senza grandi sacrifizi da una parte, senza spese immense dall'altra. Nes-
suna guerra ha mai ucciso tanti soldati quanti individui la costruzione
delle ferrovie ; e l'esercizio stesso della industria presenta tutta una
serie di rischi e un gran numero d'infortuni ogni armo. I 285mila chi-
lometri di ferrovie costruiti in Europa fino al 1900 son costati oltre
200 miliardi di franchi. Si può calcolare che siano stati investiti finora
nella sola Europa in costruzioni di ferrovie, comprese le reti secondarie,
assai più che 250,000 milioni. Nessuna intrapresa al mondo ha determi-
nato così largo impiego di capitali; è una trasformazione di una gran-
diosità senza precedenti. Ed è sopra tutto per questo fatto e per le
numerose applicazioni dell'elettricità alle industrie e per lo sviluppo
enorme della navigazione marittima, che il prezzo del capitale si è man-
tenuto elevato, quando l'accumulazione era massima.
Alla rivoluzione, che è stata operata nei trasporti non è nemmeno il
caso di accennare in questi cenni fuggevoli su questioni che andrebbero
trattate separatamente una per una. Nel suo bellissimo studio su U indu-
strie des transports, A. de Foville ha riferito una serie di calcoli che dimo-
strano la profonda rivoluzione che si è compiuta. Le distanze sono state
ridotte oramai in modo vertiginoso : la prima locomotiva di Stephenson
non facea che 6.500 metri all'ora ; negli Stati Uniti di America non
sono ora rari i treni che fanno 98 chilometri all'ora. Tenendo conto della
diminuzione delle distanze, operata coll'aumento della velocità in Fran-
cia, secondo Chèysson, il territorio francese si può dire che in due secoli
si sia ristretto da sei a settecento volte. E così per la spesa dei trasporti.
Oramai non è raro il caso di linee in cui, in America, le merci viaggino a
meno di 3 centesimi per tonnellata chilometrica. D e F o v i 1 1 e : La tran-
sformation des moyens de transport et ses consèquences économiques, Paris
1880.
CAP. III. LE FERROVIE 25 l
senza sottometterle a norme inspirate all'interesse generale.
Dal punto di vista della costruzione è chiaro che l'industria
privata si rivolgerebbe solo alle linee più redditizie e trascure-
rebbe quelle altre che hanno un reddito minore. A differenza
che nei trasporti per via di mare, ove la via essendo aperta a
tutti e non essendo occorso tracciarla, ne occorrendo spese
per mantenerla, non si determinano monopoli, oppure si de-
terminano solo assai limitatamente, i grandi trasporti per via
di terra tendono tutti ad assumere forme monopolistiche. Le
più potenti società di navigazione sono costrette spesso a im-
piegare ogni sforzo per resistere alla concorrenza di velieri che
si valgono di una forza motrice naturale quasi gratuita. Non
è così nei trasporti per via di terra, dove la via è costruita
solo con grandi spese e dove la concorrenza, dalle forme mi-
nori alle maggiori, spesso non è possibile : e, sopra tutto nei
paesi a grande densità, è assai raro che accanto a/ una ferrovia
ne sorga un'altra.
Lo Stato può esso medesimo costruire le sue reti ferrovia-
rie ; ma anche quando lo Stato costruisce per proprio conto
preferisce nel maggior numero dei casi appaltare i lavori. La
legislazione ferroviaria è differentissima. In alcuni paesi le
costruzioni sono fatte dallo Stato, in altri sono concesse a
compagnie o imprese private. Fatta eccezione di pochi paesi,
in generale, le costruzioni ferroviarie sono state sottomesse
a norme molto rigide e subordinate tutte ad un criterio di
utilità generale.
È assai diffìcile in una materia come quella che si attiene alle
ferrovie dire quali sistemi siano preferibili, ciascun paese
avendo condizioni diversissime e ciascuno ordinamenti diversi.
Si può notare però che nei paesi a popolazione densa e dove
è prevedibile che le ferrovie dovranno acquistare una impor-
tanza sempre più grande, lo Stato ten^e a far costruire per suo
conto le linee di interesse generale. Cosi anche molti paesi
che da principio aveano conceduto la costruzione delle ferrovie
a società private, tendono a riscattarle, o almeno ad aumenta-
re sempre più le linee di proprietà dello Stato : così è accaduto
in Germania, in Austria, in Francia, in Svizzera, in Italia ecc. *.
* E inutile anche accennare alle innumerevoli pubblicazioni sulle fer-
2^2 SCIENZA DELLK FINANZE [LIBRO li.
Gli Stati Uniti di America restano insieme all'Inghilterra le
sole vere eccezioni : ma non si può dire che il loro esempio ab-
bia molta importanza, in Inghilterra le ferrovie essendo, non
ostante le condizioni singolarmente vantaggiose e facili, assai
costose *, e l'America costituendo più che una legislazione una
situazione speciale. Durante la guerra le ferrovie del Nord
America sono state anch'esse controllate per conto dello Stato.
Se le ferrovie devano essere esercitate dallo Stato o da gran-
di società è problema molto discusso, ma in cui è assai diffìci-
le portare criterii assoluti. In alcuni paesi come nel Belgio o
in Prussia, l'esercizio delle ferrovie da parte dello Stato ha
fatto buona prova. In ogni modo la questione va studiata sem-
pre dal punto di vista della convenienza pratica.
L'esercizio di Stato riesce meglio dove le condizioni del traf-
fico sono più vantaggiose. Il Belgio, per esempio dove il car-
bone è prodotto in gran parte sopra luogo, che si avvale non
poco del commercio di transito, ha le condizioni più favore-
voli per l'esercizio di Stato. In condizioni analoghe è la Prussia.
99. La concorrenza in* materia di ferrovie non è possibi-
le che nei paesi nuovi ; e non esiste, o almeno non è esistita
infatti che in un sol paese, negli Stati Uniti d'America t- Gli
rovie. Si confrontino utilmente : Spaventa: Lo Stato e le ferrovie :
riscatto ed esercizio, Milano 1876 ; Sax: Die Eisenbahnen, 1879 ; Ul-
rich: Personentarif reform und Zonentarif, Berlin, 1895 ; Picard: Les
chemins de fer jrancais, Paris 1884 : Launhardt: Theorie der Tarif
bildung der Eisenbahnen, Berlin, 1870 ; Jeans: The Economics of Euro-
pean Railways, nel B. I. S. 1886 ;J. F. Screiber: Die Eisenbahnen
als òffentliche Verkehrseinrichtungen und ihre Tarif politik, Wien 1887 ; L.
C li o r o n : Etude sur le regime general des chemins de fer. Paris, 1885 ecc.
È utile sopra tutto la Bibliotek des Eisenbahnwesen, con studi di H a b e-
rer, Schreiber, Weill, Reitlere Loewesu tutti gli aspetti
del problema ferroviario, Wien, 1884-87.
* Cfr. Gustav Cohn: Untersùchùngen Uber die englische Eisenbahn-
politik, Leipzig, 1874, e Die Englische Eisenbahnpolitik der letzeten Zehn
lahre 1783-1883 Leipzig, 1883.
t « Nei mezzi di trasporto il monopolio è il sistema più economico. Gli
impianti costosi devono essere sfruttati al massimo grado possibile e de-
vono avere un rapido ammortamento per evitare la p'erdita dei capitali
impiegati ; ora questo doppio scopo si raggiunge concentrando tutto il
CAP. III.] LE FERROVIE 253
Stati Uniti che, bisogna ricordarlo sempre, sono il paese in con-
dizioni naturalmente più vantaggiose : un paese grande quanto
un continente, messo tra due oceani, con grande rete di fiumi
ed ottima distribuzione di acque, con la più grande produzione
di carbone e di ferro, con grandissime estensioni piane, con
enormi cadute d'acqua: gli Stati Uniti presentano dunque la
vera concorrenza. In essi le ferrovie sono sorte e sorgono per
semplice impulso di privati : e vi sono compagnie le cui linee
si estendono per 8 mila, per io mila, per 12 mila chilometri.
Accanto ad una ferrovia antica niuno impedisce che ne sorga
una nuova. Dove vi sono terre da colonizzare si preferisce spes-
so fare una ferrovia piuttosto che una strada rotabile : la ter-
ra è fertile e non sfruttata, il ferro abbondante, il carbone
a buon mercato. La concessione nel senso europeo della paro-
la, non esiste : non esiste cioè l'esercizio di un monopolio con-
ferito dallo Stato sotto alcune condizioni. La charter, ossia il
riconoscimento della società da parte dello Stato, è una pura
formalità commerciale. La compagnia ottiene d'ordinario la
concessione incondizionatamente, e ottiene allo stesso modo
il diritto di espropriazione : bene inteso che la concessione
non accorda alcun privilegio. Ebbene questo regime di libertà
assoluta esercitato nelle condizioni più estremamente vantag-
giose, ha dato luogo a dispersioni enormi di ricchezza: si son
viste in tre anni fallire società che esercitavano ferrovie più
lunghe di quelle di tutta 1' Asia e di tutta 1' Australia unite
assieme ; ferrovie più lunghe di quelle di tutta 1' Africa sono
state vendute all'incanto. Numerosissime sono le compagnie
che anche adesso non danno alcun dividendo : e se la situazio-
ne migliora ogni anno, è che si tende verso forme di concen-
trazione, di sindacati, che sono veri monopoli di fatto *.
Le ferrovie possono essere costruite dallo Stato ed esercitate
da esso : costruite ed esercitate da società private ; costruite in
tutto o in parte per conto dello Stato ed esercitate da società
movimento sopra il mezzo di trasporto che già esiste, mentre non si rag-
giungerebbe se il movimento stesso si dovesse ripartire sopra più mezzi
ili trasporto ». Supino: Principi di economia politica, pag. 316.
* L. P a u 1-D u b o i s : op. cit. 158 e seg.
254 SCIENZA DELLE FINANZE [LIBRO II.
private (Olanda) . Le ferrovie sono esercitate dallo Stato nei
paesi germanici (Prussia, Sassonia, Wurttemberg, Baden,
Baviera); in Austria ; nel Belgio; in Italia; in Russia; nel Giap-
pone; in molte tra le colonie inglesi; nella Svizzera. In Italia
lo Sta':o riprese tra il 1905 e il 1906 l'esercizio definitivo delle
ferrovie che prima era affidato alle società private * .
Le ferrovie, prima del 1914, avevano un rendimento grande
in alcuni paesi, scarso in altri. In Europa alcuni stati hanno po-
tuto costruire grandi reti senza notevoli sacrifizi: questo è il caso
della Germania. Messa nel centro di tutta l'Europa, con abbon-
dante produzione di carbone e di ferro, con una superficie piana
immensa, le sue costruzioni son costate assai poco, meno per
perizia di uomini che per circostanze favorevoli. Così la costru-
zione è stata facile : più facile è l'esercizio, dove le materie
prime costano meno e vi è possibilità di un immenso commer-
cio di transito. Fra i grandi paesi di Europa, l' Italia ha co-
struito le sue ferrovie in condizioni più difficili. Infatti, mancan-
do del tutto di carbone e di ferro, l'Italia è anche fra tutti i
paesi maggiori quello che ha la superficie più accidentata e
maggiore estensione di montagne. Le costruzioni sono state
generalmente costose: l'esercizio è anch'esso difficile e costoso.
E anche, data la conformazione del paese estremamente al-
lungato, le distanze sono rilevanti e non vi è possibilità di
sviluppo del commercio di transito f .
100. Quali tariffe sono preferibili sulle ferrovie? Il siste-
ma non può essere unico in tutti i paesi: esso è mutevole secondo
* In Francia la rete di Stato è stata aumentata nel 1908 col riscatto
delle linee appartenenti alla Compagnie de VOuest. Prima del 1908 la rete
di stato era di 3000 chilometri ; ora è di 9 mila chilometri. La rete totale
francese è di 40 mila chilometri. In Italia, al 30 giugno 1907 lo Stato
possedeva ed esercitava 13.282,744 chilometri di ferrovie. Erano lasciate
in concessione all'industria privata 4610 chilometri di ferrovie. Le fer-
rovie sonò costruite ed esercitate da società private in Inghilterra e negli
Stati Uniti di America.
t Qualche anno fa il signor H. Bonneau, capo dell'esercizio della Paris-
Lyon Mediterranée nel suo importantissimo Ètude sur les chemins de jer
jrangais calcolava il rendimento dei viaggiatori per ferrovia nei princi-
pali Stati. Dopo, molte altre ricerche della stessa natura sono state com-
iiiute.
CAP. ITI.] TARIFFE FERROVIARIE 255
le condizioni *. L'ideale, man mano che le ferrovie tendono
ad assumere forma e carattere monopolistici, sarebbe la tariffa
unica: ma il carattere del servizio ferroviario non permette an-
cora in nessuno paese una riforma di questa natura. Tra i vari
ordini di consumatori del servizio ferroviario sono differenze
troppo profonde e tuttavia il numero di coloro che viaggiano
e si servono delle ferrovie è ancora troppo limitato in paragone
di coloro che si servono della posta. Cosi ancora in molte fer-
rovie, come le inglesi, prevalgono tariffe proporzionali ; in al-
tre ** vi sono tariffe differenziali; in altre infine si è già giunti
alle tariffe graduali. In tutti i paesi si cerca, quanto più è pos-
sibile di diminuire le tariffe ferroviarie, di fare in guisa che il
commercio possa agevolarsi della facilità e della economicità
dei trasporti. Sono stati ideati alcuni procedimenti molto inge-
gnosi, sopra tutto in Ungheria, e la materia delle tariffe è og-
getto di studio continuo da parte degli specialisti più auto-
revoli.
L'Ungheria, prima della guerra, avea introdotto la tariffa a
zona dal i^ agosto 1889. Questa tariffa, che è essenzialmente
graduale, distingue tra il traffico locale, cioè fino a 20 chilometri,
e il traffico lontano : il traffico locale comprende due gradi
corrispondenti alla prima e alla seconda stazione a contare dal
punto di partenza; il traffico lontano è diviso in quattordici
zone, per ciascuna delle quali vi è una tariffa separata. La ta-
riffa per zone, modificata nel 1896 è basata su un sistema gra-
duale in cui le tasse unitarie diminuiscono al di là di alcune
distanze, e ha avuto per effetto di aumentare i traffici più
lunghi f.
La tariffa russa era a sua volta costituita nel senso di dare
una specie di premio ai viaggi più lunghi f \ .
* C o 1 s o n : op. cit. p. 191.
** Come nelle ferrovie italiane per distanze che superino i 200 chilo-
metri.
t Cfr. A. N e m e n y in R. d. E. P. luglio 1891.
tt Così per esempio il prezzo dei biglietti di terza classe era, in Russia,
fissato così: fino a 170 verste (i verste = i Kil. 067) si pagavano 1.4375
pechi (i kopeck — 00 fr.04); da 160 a 300 verste si pagavano 160 ver-
it-, più 7 copechi per io verste supplementari (22.8 cent, per io Kil. ;
256 SCIENZA DELLE FINANZE [LIBRO II.
Questa tariffa fu applicata con il criterio che dovesse appor-
tare una perdita che era prevista anche in 25 milioni di lire.
Invece ha apportato un guadagno notevolissimo e ha avuto per
effetto di diminuire le distanze e di aumentare il traffico note-
volmente. È ciò che si dovrebbe vedere se è possibile in un paese
come l'Italia, per il quale la lunghezza estrema costituisce una
ragione di difficoltà per il traffico, sopra tutto della parte meri-
dionale.
loi. Da qualche anno a questa parte si va determinando un
gran movimento per la trasformazione dei sistemi di trazione
ferroviaria: si tenta cioè di sostituire la elettricità al vapore.
I vantaggi della trazione elettrica sono riconosciuti anche da
coloro i quali sono meno propensi ad ammettere che nella
industria ferroviaria i risultati delle applicazioni della elettri-
cità siano sempre incoraggianti*. Certo la trazione elettrica,
insieme a una più grande sicurezza personale, consente con
identica spesa e qualche volta minore, una velocità più grande
e un maggiore numero di treni. Se i sistemi proposti finora
per fornire la corrente ai motori dei veicoli non hanno raggiun-
to, isolatamente considerati, quella perfezione tecnica che de-
ciderà soltanto della sostituzione su larga scala della elettri-
cità al vapore; considerati nel loro insieme, essi dimostrano che
già buona parte della distanza da percorrere per raggiungere
la mèta è superata.
I motori elettrici, come tutti gli organi elettrici e magnetici
di trasmissione e trasformazione della energia, avendo una ca-
pacità di sovraccarico considerevole, si adattano bene a vincere
resistenze anormali e quindi anche a comunicare grandi acce-
lerazioni e superare forti dislivelli. Ogni macchina dinamo elet-
trica, funzionando da motore, imprime all'asse un movimento
da 301 a 326 verste, 24 copechi di più per 300 verste. È allora soltanto
che cominciavano le zone. Dopo 325 verste vi erano 7 zone di 25 verste
ciascuna a 20 copechi (54 centesimi), poi 7 di 30, 8 di 45, 14 di 40, sem-
pre a 20 copechi. Infine un numero indefinito di zone a 50 copechi.
Cfr. Combes deLestrade:La Russie économique et sociale, Paris,
1896 pag. 347 e seg.
* Cfr. in tutte le questioni relative alla trazione elettrica N i 1 1 i :
op. cit. L'Italia è attualmente il paese di Europa che ha le maggiori e
più importanti linee ferroviarie a trazione idroelettrica.
GAP. IIT.j LA TRAZIONE ELETTRICA 237
di rotazione assolutamente uniforme e pochissimo variabile
nella durata di un periodo. Cessano in tal guisa le azioni dissi-
metriche e, a parità di potenza media, cresce notevolmente l'ef-
fetto utile. Inoltre i motori elettrici sono in grado di funzionare
da freni continui, convertendosi in macchine generatrici, che
possono restituire alla sorgente di alimentazione una parte
della energia comunicata dal treno per forza viva o di quella
che per forza di gravità sviluppa nelle discese. Permettono
non solo dunque una velocità maggiore, ma anche danno il
modo di meglio regolare tale velocità.
Sulle grandi linee di montagna, sopra tutto sulle aspre salite
con profili accidentati e traffico limitato, la trazione elettrica
è destinata a operare una vera rivoluzione: essa soltanto, anzi
rende possibile l'esercizio di ferrovie in siti e ad altezze che
prima erano considerati inaccessibili.
Si può prevedere che prima le linee urbane, poi le linee in-
terurbane, infine le Unee a grande traffico e molto lunghe sosti-
tuiranno lentamente, ove è possibile, la elettricità al vapore. I
vantaggi della sostituzione, anche a parità di costo, sono e-
videnti. Sono prima di tutto vantaggi di velocità. Non sol-
tanto perchè con minore rischio dei viaggiatori si può avere
una velocità maggiore, ma perchè anche le fermate diventano
più facili e più brevi. Sono vantaggi di nettezza e di semplicità :
l'assenza di fumo non solo permette una maggiore comodità,
ma anche conserva meglio il materiale, evita infortuni e rende
facile un traffico più frequente. La trazione elettrica rende,
ciò che è più importante, possibili notevoli economie di perso-
nale. Può sembrare che le linee destinate sopra tutto alle mer-
ci abbiano minor vantaggio nell' adozione della elettricità.
Ma è anche vero che le stazioni centrali di elettricità hanno
un rendimento maggiore quanto più il loro funzionamento è
continuo. Ora i treni di merci, che viaggiano sopra tutto la
notte, quando il servizio dei viaggiatori è poco intenso, uti-
lizzeranno meglio e più convenientemente le forze delle sta-
zioni centrali.
Ma sopra tutto dove sono unità leggere e frequenti la tra-
zione elettrica può essere più utile. I paesi con grandi catene
N i t t i 17
258 SCIENZA DELLE FINANZE [LIBRO II.
di montagne come l'Italia, vedranno non solo l'esercizio dive-
nire sempre più agevole, ma anche meno costoso.
In questa materia però solo l'esperienza può essere guida
sicura. Ma si può prevedere fin d' ora che ai prezzi attuali del
carbone , la sostituzione della elettriciùà al vapore diven-
terà sempre più conveniente sulle linee ferroviarie dei paesi
ricchi di cadute di acqua. E anche possibile per i paesi, che
non hanno forze idrauliche sufficienti e in cui i corsi d'acqua
sono abbondanti solo in otto o nove mesi dell' anno e scarsi
in estate, un esercizio misto delle ferrovie; in essi nelle epo-
che di magra vi sarà esercizio in tutto o in parte a vapore, o pu-
re l'impianto fisso idraulico sarà aiutato da un impianto fisso
a vapore lasciando sempre circolare la locomotiva elettrica.
Così una nuova grande trasformazione si delinea ed essa pe-
serà non poco sulla finanza e sull' indirizzo dei lavori pubblici
negli stati moderni. Questa trasformazione avrà anche per ef-
fetto di spingere lo Stato in molti paesi a esercitare per suo
conto le ferrovie. Le grandi cadute di acqua che producono
la forza sono quasi generalmente proprietà collettiva : quando
il motore sarà l'elettricità e non il vapore e i costi delle singole
unità di consumo non avranno per effetto delle distanze va-
riazioni notevoli, allora nuove cause spingeranno a trasformare
le tariffe proporzionali da prima in differenziali e graduali e
infine, forse, per vastissime zone in tariffe uniche.
PARTE IL
NOZIONI GENERALI SULLE IMPOSTE.
IV.
Natura e forma delle imposte.
I02. La imposta è quella parte di ricchezza che i cittadini
danno obbligatoriamente allo Stato e agli enti locali di diritto
amministrativo, per provvedere alla soddisfazione di bisogni
collettivi. Ha quindi carattere coattivo e serve per produrre
quei servizi la cui utilità è generale e di sua natura non divisi-
bile. Si può dire sotto alcuni aspetti il sacrifizio di ciascun cit-
tadino per la comune partecipazione alla vita dell' insieme.
Il diritto all'imposta è essenziale per la funzione dello Stato e
spetta ad esso soltanto ed è esso solo che può delegarlo agli
enti amministrativi o ad altre persone giuridiche.
Le definizioni della imposta sono infinite nella loro varietà :
poiché partono appunto da concetti diversi. Le varie scuole
economiche le quali mettono un principio diverso a fondamento
della pubblica finanza, definiscono per necessità in modo diver-
so. Alcuni confondono ciò che è con ciò che dovrebbe essere:
altri, dominati da teorie etiche, assegnano alla imposta una
funzione ch'essa non ha, né può avere. Per alcuni l'imposta é
come un premio di assicurazione che i cittadini pagano allo Stato
26o SCIENZA DELLE FINANZE [lIBRO II.
per la loro sicurezza *; per altri le imposte sono prestazioni in
cambio di servizi ri cevuti; per alcuni le imposte rappresentano
le spese generali di esercizio del capitale sociale, ecc. Tutto ciò è
assurdo e non è meno assurdo spiegare il fenomeno della impo-
sta con principi etici: lo scopo, buono o cattivo, cui le contribu-
zioni dei cittadini sono destinate, è estraneo al principio del-
l'imposizione. Qualche volta i popoli più oppressi pagano an-
che più imposte.
Vi sono servizi pubblici non divisibili, come la sicurezza in-
tema ed estema, la giustizia, la igiene pubblica, la conserva-
zione del territorio, ecc. I cittadini tutti hanno bisogno della si-
curezza, ma non si può dire fino a qual punto ne abbiano bi-
sogno. Non essendo in questo caso possibile parlare di tasse,
cioè di contribuzioni per servizi divisibili, è necessario che le
spese generali siano fatte con' imposte. L'imposta, dunque, è
quella parte di ricchezza, che i cittadini danno allo Stato e agli
enti locali di diritto amministrativo per il soddisfacimento dei
bisogni collettivi + .
Molti scrittori tedeschi, e sopra tutto Wagner, Scheel, Neu-
mann, ritengono che l'imposta deva avere un'azione prepon-
* « Les revenus de l'État, dice Montesquieu, sont une portion
quo chaque citoyen donne de son bien pour avoir la sùreté de l'autre cu
pour en jouir plus agréablement ». Espris des lois. XIII. E. T h i e r s :
De la proprietà, libro V, cap. Ili, diceva : « En reproduisant la comparai-
son que j'ai déjà faite de la societé avec una compagnie d'assurance rnu-
tuelle (comparaison la plus vraie, la plus complètement exacte qu'on
puisse employer) je dis qu'on doit payer le risque en proportion de la
somme de propriété assurèe ». Come abbiam visto niente è mero vero.
t Sulle questioni generali relative alle imposte, sulla teoria generale,
sui principi giuridici ed economici della imposizione e sull'ordinamento
amministrativo delle imposte migliaia di opere sono state scritte. Una bi-
bliografia delle opere sulla teoria dell'imposta è in L. C o s s a nel G. d. E.
febbraio e agosto 1899. Oltre le opere già citate di Wagner, Vocke,
Bastable, Leroy Beaulieu, Sax, cfr. F. N e u m a n n: Die
Steuer, Leipzig, 1887 ; M ay er : Deutsches Verwaltungsrecht, 1895, l § 27;
Graziani: Di alcune questioni intorno alla natura e agli effetti econo-
mici delle imposte. Siena 1889 ; E. R. A. S e 1 i g m a n : Essays on Taxa-
tion, V, ediz. New- York 1905 ; Emilio Cossa: La teoria dell'impo-
sta, Milano 1902, cap. I-III ; A. P. Charton: La riforme fiscale en
France et à Vètranger, Paris, 1901, § I-II; Barone: Principi di economia
finanziaria, Roma, 1920, pag. 17 e seg. ; ecc. ecc.
GAP. IV.] LE IMPOSTE 201
derante nel senso di attuire gli urti più gravi e di rendere mi-
gliore la distribuzione della ricchezza. È una cosa che può anche
accadere : e vi sono infatti alcune imposte che agiscono util-
mente sulla distribuzione : come vi sono altre che agiscono nel
senso più dannoso. Ma non è questo un requisito fondamentale
della imposta. Lo Stato, anche dove non ha fini di politica so-
ciale elevati, esiste ed è necessario alla vita dell'insieme: anche
in quei casi esige imposte e ha un suo sistema finanziario.
Data la grandezza degli stati moderni, formati spesso di enor-
mi aggregati di 30, di 50, di 100 milioni di uomini, le grandi spese
occorrenti alla vita collettiva sono alimentate prevalentemente
dalle imposte: dovunque queste ultime sono nel loro complesso
assai più importanti del demanio e delle tasse e se, in qualche
paese, sembrano minori dei proventi di esercizi industriali (co-
me in qualche stato germanico), è che si calcola non l'entrata
netta ma l'entrata lorda di essi, che sopra tutto per le ferrovie
non è quella da tener presente. Gli stati moderni hanno dunque
la necessità di provvedere ai grandi fini collettivi con mezzi
adeguati. Vi sono ora paesi in cui lo Stato e gli enti locali pren-
dono ai cittadini sotto forma di contribuzione monetaria de-
cine di miliardi all'anno. Le norme che presiedono a questo
prelevamento, i fenomeni che ne derivano, l'ordinamento tecni-
co e amministrativo di una così vasta opera sono l'oggetto della
finanza. Senza dubbio anche Roma antica ebbe una potente
organizzazione finanziaria: ma bisogna ricordare che si trattava
più che altro di un vasto organismo amministrativo. Erano
i paesi dominati che concorrevano alla vita e alle spese
della metropoli, conservando in gran parte ordinamenti loro
propri.
Le imposte sono divenute oramai l'entrata tipo dei bilanci
moderni : esse ne sono la base e costituiscono non solo la più
gran parte di tutte le entrate, ma anche il fondamento di tut-
ti i sistemi finanziari. Poi che, in ciascun grado di civiltà, vi
sono, vi saranno sempre servizi pubblici diretti a vantaggio
di tutti i cittadini, nessuna società può fare mai a meno delle
imposte. E se anche per ipotesi potesse esistere una società
comunistica, i componenti di essa non potrebbero mai avere
il prodotto integrale del lavoro, una parte dovendo sempre es-
202 SCIENZA DELLE FINANZE [LIBRO li.
sere trattenuta per spese generali, cioè per bisogni generali, a
cui gli individui non possono soddisfare. Così nessuno può ne-
gare che l'imposta sia un fatto necessario e permanente di
ogni società civile e che solo mediante essa il consorzio civile
sia possibile. Se l'imposta viene percepita dovunque coattiva-
mente, ciò non significa che essa sia una diminuzione di li-
bertà : anche la giustizia e la sicurezza sono mantenute coat-
tivamente ed è ciò appunto che rende possibile lo sviluppo
della libertà.
L' imposta dunque non è altra cosa che un prelevamento
di ricchezza che lo Stato e gli enti locali fanno sulle facoltà
individuali dei componenti ciascuna società, allo scopo di prov-
vedere ai pubblici servizi.
È quindi una prestazione incondizionata : a differenza del-
la tassa che è in rapporto con il benefìzio ricevuto.
103. Non si può negare che in tutti i paesi moderni l'im-
posta ha un duplice scopo : a) finanziario, b) economico.
La maggior parte degli scrittori trova contrario ai fini e alle
tendenze della scienza finanziaria che lo Stato cerchi con la
imposta di agire sulla distribuzione della ricchezza ; o di im-
pedire o limitare alcune forme di produzione o di scambio;
e trova del pari dannoso che l'imposta si attribuisca scopi di
politica sociale. Non è meno vero che sempre, e ora più che
mai, la imposta ha assunto un duplice aspetto ; produttivo,
cioè puramente finanziario e non avente altro scopo che- di
apportare allo Stato e agli enti locali i mezzi necessari alla
loro esistenza ; proibitivo o limitativo , cioè economico. La-
sciamo stare le vecchie imposte : ma in tutti i bilanci mo-
derni le imposte prendono ogni giorno più aspetto proibitive
o limitativo di alcune forme ritenute dannose, e protettivo di
altre ritenute utili. Cosi anche i paesi che non hanno impo-
ste con saggi progressivi cercano di agire utilmente sulla
distribuzione della ricchezza : esentano i redditi minimi, spes-
so fino a cifra elevata (Inghilterra) ; colpiscono quei generi
di consumo, che ritengono meno utili alla vita popolare, e vi-
ceversa cercano di esentare altri che ritengono più vantaggio-
si ; ecc. La funzione delle dogane oramai è solo in minima par-
( AP. IV.] CARATTERE DELLE IMPOSTE 263
le fiscale; esse, nate per ragioni fiscali, assumono anzi un ca-
rattere prevalentemente economico *.
Vi sono molte imposte che hanno carattere quasi esclusi-
vamente economico : e in cui lo scopo fiscale spesso è il meno
importante! Forse non è né meno il caso di accennare a quelle
imposte speciali che hanno carattere e forme non ammissibili.
Molti stati mettono imposte sui viaggiatori di commercio, o
imposte speciali per gli stranieri. Sono queste limitazioni e re-
strizioni ingiuste- Ma senza parlare di esse, non si può discono-
scere che vi sono in tutti gli stati moderni imposte il cui sco-
po è prevalentemente economico e solo sussidiariamente fi-
scale. Cosi i paesi che stabiliscono forme di protezione doga-
nale, o per proteggere industrie esistenti, o per fare che altre
ne sorgano, si valgono della imposta indiretta come di un
mezzo di difesa ; mentre dunque la imposta è redditizia, lo
scopo non è fiscale. Così sono frequenti le imposte che colpi-
scono in forma generalmente più elevata che i redditi e i patri-
moni privati i redditi e i patrimoni di società o congregazioni
religiose, il cui sviluppo è ritenuto dannoso.
È questione di modo e di misura; ma l'idea che le classi poli-
ticamente dominanti, nello stabilire i sistemi di tassazione, cer-
chino di correggere la ripartizione dei redditi in proprio favore, è
nella realtà sempre un riflesso di ciò che è "avvenuto ed avverrà
sempre.
Le vecchie imposte suntuarie sono scomparse. Ma non è
meno vero che le imposte indirette tendono prevalentemen-
te a colpire i consumi non necessari e i' monopoli si svolgono
specialmente a quei consumi il cui sviluppo non è ritenuto
utile. In Francia, per esempio, molti scrittori e uomini politi-
ci illustri patrocinavano recentemente il monopolio dell'alcool
* Nel suo famoso discorso di Sheffield nel 1903 lord Balfour, primo mi-
nistro della Gran Brettagna, riconosceva la necessità di abbandonare la
dottrina prevalsa per due generazioni « che non si debba ricorrere alla
imposta se non per far fronte a spese pubbliche ». Questa affermazione
è parsa una eresia a molti economisti inglesi, che vi hanno visto l'abban-
dono dei principi di Peel e di Gladstone (cfr. B a s t a b 1 e in E. J. dicem-
bre 1903). Il B ast abl e trova a dirittura questi principi dannosissi-
mi; ma la sua dimostrazione è poco conclusiva, perchè è fatta senza tener
conto della legislazione di tutta Europa.
264 SCIENZA DELLE FINANZE [LIBRO II.
non per accrescere il consumo di questa sostanza, né solo per-
chè lo Stato ne ricavasse una entrata, ma anzi per migliorare
la qualità degli alcool e nello stesso tempo per cercare di ri-
durne il consumo.
In Svizzera l'art. 13 della legge del 1886 sul monopolio del-
l'alcool destina il decimo delle somme riscosse quale prodotto
del monopolio alla lotta contro l'alcoolismo e i suoi effetti.
Lt'imposta è un'arma troppo poderosa, perchè rimanga chiu-
sa nel piccolo arsenale delle leggi puramente finanziarie. E
benché si possa da alcuno non ammettere teoricamente che
la imposta deva avere scopi economici, protettivi, proibiti-
vi o limitativi, non si può negare che ciò sia, e non si può non
dare ai fatti l'importanza che essi hanno.
D'altra parte ogni giorno più aumenta il numero di coloro
i quali credono che l'imposta non sia solo il modo di alimentare
le casse della Stato, ma possa essere un fattore economico e
sociale di grande importanza. Nessuno può ammettere che
vi siano immunità tributarie né che le imposte siano causa
di spoliazioni. Ma non si può d'altra parte disconoscere che
nella scelta delle imposte, nella loro determinazione, nel
loro ordinamento prevalgono ora principi sociali assai diffe-
renti da quelli prevalsi finora ; e non è, sopra tutto nei paesi
più ricchi, la produttività delle imposte che le fa preferire, ma
spesso l'azione che esse esercitano sulla vita sociale. Cosi,
quando si esentano da ogni imposta i generi più indispensabili
al consumo popolare, quando si esentano i minori redditi da
imposte dirette , quando si dichiarano insequestrabili anche
per debiti d'imposta le minori proprietà, quando con esenzio-
ni speciali si cerca di aiutare il sorgere di alcune forme eco-
nomiche, come gli istituti cooperativi ; allora la prevalenza
del principio sociale è evidente e negarlo sarebbe assurdo. La
imposta però non mira mai a mutare l' gessetto sociale odierno,
che essa considera come un presupposto necessario ; ma piut-
tosto a raggiungere nel campo finanziario la giustizia e ad at-
tutire, quanto più è possibile, le forme più gravi di attrito.
L'imposta rimane sempre uno strumento poderoso di rifor-
me economiche ; quantunque, anche dal punto dì vista del-
CAP. IV.] TEORIA DELLE IMPOSTE 265
l'azione dello Stato, non sia né il maggiore, né anche il più ef-
ficace.
104. Ma quale criterio di ripartizione deve presiedere alle
imposte ?
Gioverà qui ricordare quanto si è detto sul principio fon-
damentale della finanza. Gli scrittori che insistono sui concet-
ti di prestazioni reciproche, di equivalenza, di scambio, di as-
sicurazione, danno all'imposta come base un principio che si
collega appunto alle idee anzidette ; tutti questi concetti so-
no in generale erronei e alcune teorie, benché ornai antiche,
non meritano nemmeno il rispetto della loro età venerabile.
L'imposta emana dalla sovranità dello Stato ; è un fatto essen-
zialmente politico e risponde alla necessità generale e perma-
nente di provvedere a quei servizi che sono di loro natura in-
divisibili. A quale criterio essa però deve essere commisurata?
Alla capacità contributiva di ciascun cittadmo, dice qualche
scrittore (Wagner, Schàffle, Neumann ecc.) ; alla eguaglianza
di sacrifizio, dice qualche altro (J. S. Mill).
La capacità contributiva presuppone che ciascun individuo
paghi in proporzione del suo reddito e delle sue ricchezze :
l'imposta quindi deve essere graduata in guisa da seguire nelle
sue variazioni le variazioni del reddito dei cittadini che fanno
parte del consorzio politico e che concorrono ai benefizi di esso.
Ma la capacità contributiva presuppone un'altra cosa : reddito
eguale è ben lungi dal rappresentare eguale capacità contribu-
tiva. La capacità contributiva non é sempre nella stessa misura
del reddito; poi che il carattere dei redditi è differente e vi sono
non pochi beni che non possono considerarsi come redditi.
Nella vita delle società moderne non è possibile, sopra tutto
nei paesi più civili, non tener conto, nei sistemi d'imposte, del-
le condizioni individuali dei cittadini. I fattori qualitativi e
subbiettivi della capacità economica, sono tali da determinare
differenze enormi anche dato lo stesso reddito. Il reddito da solo
non può dunque essere il criterio della capacità contributiva.
E perciò evidente che un sistema d' imposte il quale richiedes-
se puramente e semplicemente da redditi eguali imposte eguali,
determinerebbe sacrifizi assai diseguali. Onde l'applicazione
2h() scip:nza delle finanze [libro II.
della progressività non deve logicamente considerarsi come
una violazione del principio della capacità contributiva.
Stuart Mill, che sentiva l'inconsistenza delle teorie relative
alla imposta, volle trovare un principio più scientifico, e for-
mulò la teoria della eguaglianza di sacrifizio. Secondo Mill,
ammessa la necessità di un consorzio civile e che deva prov-
vedersi alla spesa dell'ente politico, ciascuna persona deve sop-
portare una imposizione né maggiore né minore di quella che
altri sopporta: ma questa non deve essere già una eguaglianza
formale. Ciascun cittadino dovrebbe fornire allo Stato quella
parte del suo reddito per cui sopporterebbe un sacrifizio eguale
{principle of equal sacri fica), a quello di altri contribuenti ; in
guisa che pagata la imposta i cittadini rimarrebbero nella stessa
posizione economica in cui erano prima. È un criterio dunque
di eguaglianza relativa; per cui diventa norma della imposizio-
ne il criterio che la imposta deve rappresentare per ciascuno
il medesimo valore, quindi il medesimo sacrifizio *.
Non si può negare che questa idea del Mill sia assai più larga
di quelle che informano le altre teorie. Ma non si può negare né
rtieno che essa, pure essendo conforme al carattere personale
della imposta,presenti in pratica gravi difiicoltà. È assai difficile
infatti determinare che cosa sia l'eguaglianza di sacrifizio per
chi voglia tradurre questo principio nella legislazione positiva.
Nondimeno la idea del Mill, se anche non determinabile in ogni
caso praticamente, rappresenta nella legislazione positiva uno
stimolo efficace verso un indirizzo di giustizia: una meta piut-
tosto che un metodo.
Riannodandosi a Bentham, Èdgeworth crede che nelle im-
poste bisogna badare principalmente al principio del sacrifi-
zio minimo di tutti [principia of least sacrifica). Così, egli dice,
bisogna badare sopra tutto alle conseguenze che le imposte
hanno sulla produzione e sulla distribuzione delle ricchezze :
ma sopra tutto sulla produzione. Il massimo vantaggio della
* Le idee di J. S. Mill furono svolte e applicate in Inghilterra a propo-
sito deW income tax. Cfr. J. S. M i 1 1 : Principles oj politicai economy (ediz.
E a u g 1 i n ) , pag. 539,540. Cfr. pure Oraziani: Istituzioni di Scien-
za delle Finanze, II edizione, Torino 1910, pag. 291295; Pierson:
Problemi, ecc., pag. 441 e seg.
GAP. IV.J TEORIE DELLE IMPOSTE 267
imposta, ovvero il minimo sacrifizio dei contribuenti, si ha in
funzione di due variabili: la massima eguaglianza di distribu-
zione dell'imposta sui cittadini e il minimo ostacolo posto al-
l'incremento della produzione *.
La imposta, cioè il contributo dei cittadini per servizi pub-
blici di utilità generale e non divisibili, è essenzialmente un
fatto ^politico : essa è prelevata secondo le forme della distribu-
zione della ricchezza, secondo la quantità di ricchezze dispo-
nibile in ciascuna e in tutte le economie individuali; secondo
che i bisogni collettivi sono risentiti dal gruppo politico o dalla
maggioranza politica che governa e dirige l'azione dello Sta-
to. La tendenza cui deve sopra tutto inspirarsi, in uno Stato
moderno, la imposta è il minimo sacrifizio possibile dei cittadi-
ni : è il bisogno di non creare alcuno ostacolo alla produzione;
è infine, per quanto è possibile, la eguaglianza di sacrifizio
da parte di tutti i cittadini.
Nella realtà sono preferibili quei sistemi d'imposta, che limi-
tano il meno possibile la produzione, e dato il fabbisogno da pre-
levare, ostacoUno il meno possibile la formazione e lo sviluppo
dei redditi medi.
105, È generalmente riconosciuto che le imposte de vano
avere per base due principi fondamentali : la uniformità e la
generalità. Poi che non si può ammettere che in un paese be-
ne ordinato vi sia differenza di situazióni dal punto di vista
della legge, non si può ritenere né meno che le leggi tributa-
rie assoggettino a uno stesso onere persone di differenti con-
dizioni, o a un diverso onere persone di una stessa condizio-
ne. L'uniformità e la generalità sono dunque la conseguenza
di questo principio f. La generalità include l' idea che nessun
individuo il quale appartenga al consorzio politico e che ne
* E d g e w o r t h : The pure Theory of Taxation in E. J. Volume VII,
PP- 551-556 e Voi. X, 1900, pag. 175.
t « La regola della generalità vuol dire chi deve pagare l'imposta ; la
regola della uniformità sembra determinare la misura nella quale cia-
scuno deve essere tassato. In realtà questi principi significano che alcune
istituzioni del passato che sembrano oggi contrarie all'equità sono state
soppresse ». Cfr. J é z e : Cours élémentaire de Science dcs fiiianccs. IV.
Édition. Paris. Giard et Brière, 1910, pag. 652.
268 SCIENZA DELLE FINAN ZE [LIBRO II.
goda i benefici deve andare esente dagli oneri. Ciascuno deve
quindi concorrere mediante contribuzioni, come concorre ai
benefizi. Vi è senza dubbio qualche eccezione, ma le eccezioni
hanno natura non soltanto diversa, ma opposta a quelle del
passato. Le esenzioni di prima erano fatte non a benefizio delle
classi più povere, ma delle più ricche: si esentavano la nobiltà,
il clero, ecc. ecc. Ora l'imposta tende ad esentare coloro che
non hanno una vera capacità contributiva.
Dice il vecchio proverbio che dove non vi è nulla il re perde
i suoi diritti. E non solo il re ! Il poeta latino aveva detto con
molto spirito : cantabit vacuus coram latrane viator. Chi non ha
nuHa, non teme nulla: né meno il ladrone. Ma anche chi non ha
nulla, dato lo Stato moderno, paga le imposte: qualche volta, e
in ciò è il male, può darsi che ne paghi anche in maggior misura.
Le imposte indirette, sopra tutto quelle sui consumi necessari,
colpiscono un pò tutti: sicché non vi é alcuno che riesca a eva-
derla. L'imposta sul sale é pagata anche dai più poveri, anzi
é pagata in misura più grande. E cosi tante imposte. E d'altra
parte, per fenomeni di traslazione molto complessi, spesso
anche le classi lavoratrici pagano imposte da cui sembra non
abbiano nulla a temere. Ecco la imposta sulla circolazione dei
biglietti di banca : che cosa può parere più estraneo e più indif-
ferente alle classi lavoratrici ? Eppure se il danaro costa più
caro e se il prezzo dei prodotti viene ad elevarsi, é in realtà il
popolo dei consumatori che paga.
Ma i paesi che hanno raggiunto un notevole grado di ricchezza
(e son ben pochi e la loro ricchezza é ancora scarsa per i biso-
gni di uomini civili) tendono da una parte a esentare i redditi
minimi dalle imposte dirette e dall'altra a esentare dalle impo-
ste indirette i consumi di prima necessità. In questo caso può
prodursi qualche volta una esenzione, se non completa, certo
assai larga di una grande massa di cittadini dalla imposta.
Non rappresenta tutto ciò una violazione del principio della
generalità ? In realtà la violazione é soltanto apparente. Dovun-
que si tende a elevare le condizioni di esistenza delle classi
popolari: e ciò non è solo conseguenza di un maggiore sviluppo
delle idee morali ma sopra tutto di una concezione economica
più conforme alla realtà. Lavoratori mal pagati e mal nutriti
CAP. IV. J TEORIE DELLE IMPOSTE r^ÓQ
non rispondono alle esigenze della produzione moderna, che
richiede operai sempre più abili. Onde elevare i consumi si-
gnifica agire utilmente sulla produzione, anzi sullo stesso
impiego di capitale. La esistenza delle democrazie moderne è
legata allo sviluppo economico e morale delle classi popolari.
Ma niente è più pericoloso che abusare di queste verità : e si
tende spesso ad abusare !
È idea generalmente diffusa che basti colpire i redditi mag-
giori per avere grandi entrate ; qualcuno ha detto perfino che
in avvenire si potrà basare il bilancio su grandi imposte gene-
rali sul reddito, con esenzione non solo dei redditi minimi, ma
dei redditi medi. Non vi è nulla di meno vero. Studiando la di-
stribuzione dei redditi noi abbiamo visto che le classi così
dette ricche rappresentano una minima parte _del, reddiJto_so-
ciale ; e che esistono due spiccate tendenze, l'una dei redditi
medi ad aumentare e l'altra dei redditi minimi ad elevarsi.
Ora dunque non è possibile che le imposte, le quali non abbiano
il carattere di generalità, siano veramente produttive ; senza
dubbio però, accogliere la esenzione del minimo di esistenza
è opportunità di politica finanziaria e anche buona regola di
giustizia sociale. Ma anche in questo caso bisogna ricordare
che i bilanci odierni sono basati, nella più grande parte, sujle
imposte indirette e che quindi in realtà esenzioni complete non
esistono.
Ma non basta che tutti paghino le imposte: occorre che tutti
» sopportino un sacrifizio eguale. Occorre che ai bisogni della vita
dell'insieme ciascuno contribuisca secondo la sua capacità.
Vi deve dunque essere un criterio uniforme di misura. La uni-
formità delle imposte esige che ciascun cittadino paghi in misu-
ra graduale alla sua condizione economica. Quindi due indivi-
dui che hanno lo stesso reddito e sieno nelle stesse condizioni
si presume che devano pagare allo stesso modo. La giustizia
tributaria esige non una uniformità esteriore, ma una unifor-
mità intrinseca. Un reddito di 2 mila lire, se deriva dall'atti-
vità personale e deve provvedere a una famiglia numerosa,
è addirittura in condizioni diverse, e deve essere assai meno
colpito, di un reddito della stessa somma, derivante da interes-
se del capitale e destinato a mantenere una sola persona.
270 SCIENZA DELLE FINANZE [LIBRO II.
Uniformità e generalità non sono raggiunte mai però comple-
tamente. Sopra tutto l'uniformità, per la difficoltà pratica che
la tassazione incontra nel colpire alcune forme di reddito piut-
tosto che altre, non sarà forse mai completamente raggiunta.
V.
Imposta unica e imposte molteplici.
Classifica dei redditi e delle imposte.
106. Uno dei punti più discussi, e non da ora, è se vi deva
essere una sola imposta o se ve ne devano essere molte, sì
come nei sistemi tributari odierni. I fisiocrati, i quali riattac-
cavano ai fenomeni fondiari tutti i fatti economici, non esi-
tavano ad affermare che una sola grande imposta sulla terra
dovesse essere la base di ogni sistema tributario *.
* Già nella stessa Francia, prima di essi, Bodin avea sostenuto che oltre
ai diritti doganali non convenisse avere che una sola imposta generale
sul reddito ; e Vauban, nella Dime royale, avea espresso l'idea che non oc-
corresse se non una grande imposta generale e alcune piccole imposte
indirette : un grande astro con dei piccolissimi satelliti. E Boisguillebert
avea a sua volta sostenuto che si potessero abolire quasi tutte le imposte,
convertendole in tailles foncières. L'idea di una imposta unica è dunque
assai più antica dei fisiocrati, benché i fisiocrati sopra tutto l'abbiano vol-
garizzata.
I fisiocrati credevano che tutte le ricchezze derivassero dalla terra :
bastava quindi colpire il reddito agricolo per colpire tutti i consumatori,
cioè tutta la società. E niuno in questo caso sarebbe stato esente dalla
imposta. Q u e s n a y divideva la società in tre classi : classe productive,
foi'mata dai coltivatori ; classe proprietaire, composta dai proprietari, dal
sovrano e dai dècimateurs ; e classe stèrile, composta da industriali e com-
mercianti. Voleva una imposta unica sul prodotto netto della terra e ri-
teneva che il terzo di tale prodotto fosse sufficiente ai bisogni dello Stato.
Le quattro idee fondamentali della fisiocrazia sono : i. esistono leggi fon-
damentali delle società umane ed anche, sopra tutto, una legge dinamica
della popolazione, per cui i salari tendono a non sorpassare alcuni limiti ;
2. esiste una legge naturale dell'interesse dei capitali, che tende a stabi-
lirsi a un livello fisso invariabile ; 3. fissi essendo i salari e gl'interessi, per
effetto di leggi naturali, il valore dei prodotti è chiuso entro limiti prede-
terminati ; 4. solo la industria agricola dà un prodQtto netto, poiché, raen-
GAP. V.] UNITÀ E MOLTEPLICITÀ DELLE IMPOSTE IJl
Oramai niuno mette il problema in termini cosi semplici e
anche cosi ingenui. Non si tratta già di trovare una forma di
produzione o di reddito, colpendo la quale si riesca a colpirle
tutte ; ma prevale un'altra illusione, quella di riunire in una
sola grande imposta personale sul reddito tutte le altre imposte
e di fare déiVhnpót unique, tante volte vagheggiata e sempre
non applicata dai francesi, il fondamento unico dei bilanci mo-
derni. Non vi è nulla che sia più assurdo, non ostante le appa-
renze di logica scientifica di cui danno prova i seguaci di questo
sistema *. Se si trattasse, ^er esempio, di colpire i redditi in
proporzione del 3 ed anche del io per 1000, senza dubbio una
imposta diretta unica sarebbe possibile. Supponendo, per esem-
pio, un paese ideale, che non è mai esistito, né esisterà mai,
un paese straordinariamente ricco con spese pubbliche assai
ristrette, potrebbe bene esservi una sola imposta. In un
paese il cui reddito fosse di 50 miliardi e le spese pubbliche
tre le altre industrie non aumentano le ricchezze materiali, la industria
agricola soltanto le aumenta. Dalla terra deriva direttamente o indiret-
tamente ogni ricchezza. Quest'ultima premessa determinava un gran
numero di idee economiche e finanziarie. Sopra tutto la idea che, colpen-
do la terra con l'imposta, si potesse fare a meno di ogni altra imposizione.
Donde il programma di una grande imposta fondiaria.
È celebre la favola di Voltaire : ì'homme aux quarante écus. Nessuna iro-
nia più atroce : niente di più crudele contro i fisiocrati. Voltaire suppone
che le idee dei fisiocrati e sopra tutto di Mercier de la Rivière, siano state
applicate e che vi sia una imposta unica sulla terra. L'uomo che ha 40
scudi di reddito dalla terra racconta le sue sventure a uno scienziato : e
il semplice racconto basta a dimostrare la vanità della costruzione finan-
ziaria dei fisiocrati.
La favola AéiVhomme aux quarante ècus di Voltaire è ancora quanto si
è scritto di meglio non solo contro i fisiocrati, ma anche, in gran parte,
contro la illusione di una imposta unica. Per intenderla bisogna ricordare
che Mercier de la Rivière, uno dei fisiocrati più celebri, avea scritto che
in imo stato bene ordinato 40 scudi di reddito doveano bastare all'esi-
stenza di ciascun cittadino, secondo la dottrina fisiocratica.
* Cfr. in vario senso oltre le opere citate : L. Stein: Lehrbuch der
Finanzaeissenschaft, voi. I; Seligmann: The single tax negli Essays;
R o s e h e r : op. cit. Mathieu Bodet: La rè/orme des impots et les
projets de taxe unique nella Revue des deux mondes del i giugno 1880 ;
P i e r s o n : loc. cit., L. S a y : Impót unique sur le capital nel Dictinnnairr
des fmances, ecc.
272 SCIENZA DELLE FINANZE ' [LIBRO II,
di mezzo miliardo, stesse cioè in rapporto del io per 1000 la
contribuzione al reddito, una imposta unica non troverebbe dif-
ficoltà. Sarebbe anzi la sola logica. Ma questo paese fantastico
non è mai esistito ; lo Stato prende ai cittadini anche nei paesi
a minore tassazione sino al io per cento; in altri circa il 20 per
cento. Come si può supporre che vi sia una imposta unica?
Le forme di produzione sono cosi molteplici, l'attività indu-
striale è si varia, il movimento della ricchezza è così protei-
forme, che nessuna imposta generale e unica avrebbe mai i
due requisiti essenziali di ogni sistema tributario : la unifor-
mità e la generalità. Come si potrebbero portare a una comune
misura redditi cosi differenti e colpire tutti i redditi con una sola
imposta? La Gran Brettagna, prima della guerra del 1914, non
ricavava dalla income tax in periodi normali più di 16 o 17
milioni di sterline : gli altri stati hanno per la imposta sul
reddito aliquote molto elevate con i*isultati scarsi. La pro-
duttività delle imposte generali dirette è un pò dovunque as-
sai limitata. La difficoltà più grande nell' applicare imposte ge-
nerali o a dirittura uniche sta nel trovare una base razionale
per quanto riguarda la misura della imposta. O l'imposta ge-
nerale si basa sul reddito, e le manca ogni fondamento giusto ;
o si basa sul capitale, e l'arbitrio è anche più grande. In realtà
noi riesciamo a calcolare con difficoltà il reddito di ciascun
paese : e anche i nostri calcoli sono basati su induzioni più
o meno approssimative. Ora mettere una imposta generale
del 10%, per esempio, partendo dalla predeterminazione di un
reddito, può menare facilmente in alcuni casi a oneri del 20 per
cento.
Ripetiamo che se si trattasse di imposte dell'i per 100 non
vi sarebbero vere difficoltà ; ma si tratta di prender spesso
ai contribuenti il io, il 15, qualche volta il 20 %; e dato lo svi-
luppo dei pubblici servizi non è possibile sperare di aver biso-
gno di molto meno. Ora imposte sì gravi in tutti gli stati si paga-
no e si possono pagare solo perchè sono nella più parte invisi-
bili, si com penetrano nei prezzi, si identificano nei prodotti. Che
cosa sarebbe se si dovesse pagare apertamente anche la metà
di ciò che si paga adesso? Supponiamo una imposta generale
del IO %: una famiglia con 2000 lire di reddito dovrebbe pa-
GAP. V.] UNITÀ E MOLTEPLICITÀ DELLE IMPOSTE 273
game 200 di imposta. Date le abitudini della vita moderna
la poca parsimonia, i bisogni crescenti, quante famiglie con
200 lire di reddito potrebbero pagarne 200 di imposta, a rate
fisse ? Sarebbe, anche in una nazione ricca e parsimoniosa,
solo una piccola minoranza puntuale; gli altri non sarebbero e
non potrebbero. Oramai in tutti i paesi in cui vi sono o si voglio-
no introdurre imposte generali sul reddito, non si tratta già di
applicare una imposta unica, ma solamente di avere un cor-
rettivo contro alcune delle più stridenti ingiustizie dei sistemi
tributari odierni.
A base di tutti i sistema finanziari odierni sono le imposte
indirette, le imposte sui consumi: ciò non solo è^ necessario,
date le forme di ripartizione del reddito, ma rende possibile le
entrate elevate di cui abbisognano i bilanci odierni. Invero
le imposte indirette sono state causa di abusi frequenti ( e si
deve cercare in ogni guisa che non ostacolino la produzione
e gli scambi) ma sono le^sole veramente ^ produttive. Ora le
imposte indirette, rimanendo la base dei bilanci, hanno biso-
gno di essere completate : e sono completate dalle imposte dirette
reali e sopra tutto dalle imposte personali. Queste ultime
in molti stati hanno funzione di imposte complementari e
servono più che altro a colpire i redditi che senza di esse sfuggi-
rebbero alla imposizione.
Al di fuori della concezione oramai arcaica dei fisiocrati come
può essere concepita una imposta unica? Una unica imposta
sul consumo è praticamente assurda: non si tratta dunque che
di scegliere il capitale o il reddito come fonte esclusiva di con-
tribuzione ; ora imposta unica sul reddito, imposta unica sul
capitale sono del pari viziose e al di fuori della realtà.
Se le imposte seguono la produzione e la distribuzione della
ricchezza si può dire che, date le forme attuali e quelle che si
delineano ogni giorno, tutti i tentativi di portare i sistemi fi-
nanziari verso la unicità devono fatalmente infrangersi contro
la realtà. L'imposta deve tendere alla semplicità : ma ciò non
dice che deve tendere alla unicità *.
* C o s s a : Primi elementi di Scienza delle Finanze, X Edizione ; Mila-
no 1909, a pag. 100 dice però non senza ragione : « ... il sistema della im-
posta unica, benché d'impossibile effettuazione, nelle condizioni della ci-
Ni tti. 18
274 SCIENZA DELLE FINANZE [LIBRO II.
La semplicità democratica delle nostre società rende sempre
più difficile lo sviluppo delle imposte dirette. E queste ultime,
quando si adottino aliquote non molto elevate e si accettino
minimi di esenzione non estremamente bassi, sono poco pro-
duttive se non vogliono diventare odiose e spoliatrici.
Le tendenze che nei sistemi tributari si delineano, e che sono
destinate senza dubbio a prevalere, sono assai spiccate e assai
generali per costituire un fenomeno transitorio : le imposte in-
dirette rimangono la base di tutte le entrate pubbliche, per la
loro grande produttività : la loro asprezza diminuisce ogni
giorno dove, raggiunto un grado relativo di sviluppo, si esen-
tano da imposta i consumi di prima necessità ; esistono ac-
canto ad esse le imposte reali e di cui la funzione è semplice
ed evidente ; e vicino alle imposte reali si sviluppano alcune
imposte di complemento, imposte sul patrimonio, imposte ge-
nerali sul reddito, imposte di successione, ecc.
Ma è fuori di ogni dubbio che, date le somme enormi che
sono necessarie alle spese degli stati moderni, non vi è nemme-
no la possibilità di parlare di unicità d'imposta. I progetti
tante volte discussi sono così lontani da ogni possibilità pra-
tica, che non varrebbe quasi la pena di accennarvi.
107. Non esiste dunque, non esisterà forse mai (se in que-
sta materia è lecito prevedere) una imposta unica. Bisogna
quindi attingere a fonti differenti e quanto più è possibile col
minimo sacrifizio di tutti e senza danno della produzione.
Nella nostra società non vi sono più differenze fra le classi
sociali, nel senso che non è impedito ad alcuno, almeno legal-
mente, di uscire da una classe per entrare in un'altra. Molti
infatti si elevano ; molti operai diventano intraprenditori.
viltà attuale, non è per altro privo di valore, tanto teorico quanto pratico.
Esso infatti costituisce un ideale che non si potrà forse mai raggiungere,
ma che non si deve per questo dimenticare, e ciò, perchè l'utopista, il qua-
le ritiene senz'altro applicabili i suoi ideali, non è meno riprovevole del-
Vempirico, che non ne riconosce alcuno ». Noi crediamo che l'imposta uni-
ca non possa essere né meno un ideale verosimile ; ma che si possa ten-
dere verso grandi imposte dirette sul reddito o sul patrimonio riunendo
molte delle attuali, le imposte indirette però sono e rimarranno durevol-
mente la base dei bilanci.
CAP. V.J LE CLASSI SOCIALI 275
molti intraprenditori decadono. Il figlio del contadino diven-
ta qualche volta il reggitore dello Stato. Tutto ciò non si può
negare da alcuno. Ma è anche evidente che la maggior parte
degli uomini, anche nella nostra società, rimane nella classe
in cui è nata.
La divisione fra le classi sociali non è ora basata, almeno
negli stati progrediti, sul criterio della nascita, e né meno è
riconosciuta da alcuna legge : si basa esclusivamente sul red-
dito. Ora in tutta la nostra società vi è ancora una larga classe
di produttori autonomi : cioè di persone che fanno valere da sé
stessi la terra o i capitali che possiedono : cosi un piccolo agri-
coltore, un bottegaio, un artigiano che lavori per suo conto,
sono produttori autonomi. Vi sono persone che possiedono
troppi capitali o troppi agenti naturali per farli valere diret-
tamente e allora impiegano il lavoro di altri uomini; sono gli
industriali, o intraprenditori, e il benefizio che esso ricavano
comprende non solo l'interesse del loro capitale, ma anche una
remunerazione della loro attività personale e del rischio che essi
corrono : percepiscono dunque un profitto. Vi sono d'altra
parte persone che non possiedono o possiedono troppo poco e
che vendono la loro forza di lavoro dietro un compenso che si
chiama salario : è la grande maggioranza che si trova in queste
condizioni. Vi sono coloro che non partecipano in alcuna guisa
alla produzione, ma che possiedono o terre, o case, o capitali
e li danno in uso ; vivono dunque delle entrate periodiche che
assicurano loro i fìtti, gl'interessi, i dividendi : é una classe che
vive dello interesse del capitale. Infine é assai grande nella
società il numero di coloro che non fanno niente, che per colpa
propria o senza colpa propria, per crisi industriali, o per sven-
tura, sono caduti in povertà e vivono sulla pubblica assistenza
o beneficenza.
Naturalmente queste divisioni non hanno niente di assoluto :
accade spesso che una persona partecipi a varie forme di red-
dito e non viva né meno prevalentemente di una: spesso anche
che partecipi a due o tre forme di reddito. Non mancano, nei
paesi ricchi, operai che, pur ricevendo salario, possiedono la lo-
ro casa di abitazione e ricavano interesse da titoli o rendite.
Resta ancora un grandissimo numero di persone, la parte
2 7^'» SCIENZA DELLE FINANZE ^LIBRO TI.
prevalente in alcune nazioni, composta di esercenti professio-
ni liberali e di impiegati, che è assai difficile classificare: i primi
sarebbero in realtà dei produttori autonomi, i secondi sono
degli stipendiati, che non differiscono notevolmente da coloro
che danno per salario la loro attività. Ma si tratta di classi che
hanno una fisonomia particolare.
La distinzione un pò arbitraria tra borghesia e proletariato
risponde a un altro criterio ; ma si tratta di una distinzione che
non ha una grande precisione, mancando una differenza netta
fra le due forme considerate ed essendo assai grande il numero
delle persone che non si può assegnare né all'una classe, né al-
l'altra.
Ora i redditi essendo vari, non solo per la loro fonte di ori-
gine, ma per la loro durata, un identico saggio di imposta non
solo sarebbe ingiusto, ma imporrebbe sacrifici disuguali : é
perciò che i seguaci della proporzionalità dell' imposta solo
in apparenza seguono un criterio di giustizia.
Dal punto di vista della loro natura i redditi possono dividersi
molto semplicemente tra : redditi fondati, cioè che hanno a base
un patrimonio, come i redditi derivanti da terre, case, titoli
industriali, ecc. redditi non fondati, che derivano dall'attività
personale e non hanno alcuna base patrimoniale, come il red-
dito di un professionista, di un operaio, ecc. *.
I redditi della prima categoria hanno natura interamente
diversa dagli altri : non solo dal punto di vista della loro durata,
ma anche della sicurezza,. E anche in generale molti fra di essi
come quelli derivanti dall'interesse del capitale, non solo pre-
sentano un rischio assai più tenue dei redditi personali, ma non
derivano punto dall' attività individuale di chi li percepisce.
Molti uomini infatti che possiedono case, terre, capitale non si
danno altra pena fuori di quella di esigere i loro redditi: alcuni,
e non sono i più ammirabili, non fanno che tagliare cuponi di
rendita. Chi vive del lavoro personale, o reddito non fondato,
deve provvedere non solo al presente, ma alla vecchiaia : deve
* Sulla questione discussa si vedano M i 1 1 : op. cit. pag. 544 e seg. ;
Ricca Salerno: Dell' imposta sul reddito nelV Annuario di Fer-
raris, Milano, 1881, pag. 385 ; P i e r s o n : o/>. cit.
GAP. V.] LA DIVERSIFICAZIONE DEI REDDITI 277
prevedere un accidente o una sventura che isteriliscano in lui le
fonti stesse del reddito. Chi può più deve più. Ora chi ricava
dalle sue terre o dai suoi valori io mila lire di reddito ne dispone
interamente senza restrizione : chi ricava io mila lire dal suo
lavoro dispone solo di una parte del reddito, se vuol prevedere
i casi di infortunio e di vecchiaia.
Anche fra i redditi fondati vi sono distinzioni di non dubbia
importanza, sopra tutto in quanto riguarda la loro durata. Una
buona terra che renda sicuramente io mila lire sotto alcuni
aspetti è preferibile a dei titoli di Stato che rendano altret-
tanto ; prima di tutto presenta una sicurezza più grande e poi
non dipende da alcun arbitrio, non deve temere né riduzioni né
conversioni.
Bisogna dunque che l'imposta tenga conto di queste diffe-
renze di fatto; che i redditi siano colpiti: secondo la loro durata,
secondo la loro sicurezza, secondo la maggiore o minore parte-
cipazione personale di coloro che li percepiscono alla loro for-
mazione ; e non a un saggio uniforme. Abbiamo già detto che
saggi uniformi per redditi differenti vogliono dire sacrifizi di-
seguali e non possono essere ammessi in nessuna guisa.
Stuart Mill, sostenendo anch'egli il principio della diversifi-
cazione dei redditi, voleva che il risparmio fosse esentato dalla
imposta. Ora in tesi generali la idea di Mill non può essere
accolta. Quando si tratti di vero risparmio delle classi lavora-
trici, la esenzione ne é giustificata : ma il risparmio delle classi
ricche é un fatto automatico, che si produce sotto la forma
di accumulazione, e, che nella più gran parte dei casi, non deriva
da alcun merito speciale.
I redditi dunque sono di natura assai differente e vanno di-
versamente considerati dalla imposta: è naturale che paghino
più i redditi perpetui dei temporanei, più i certi che gì' incerti,
più i redditi fondati dei non fondati. Solo imponendo sacrifizi
in apparenza diseguali si può ottenere,''almeno approssimativa-
mente, una eguaglianza di sacrifizi almeno relativa.
Se i redditi sono differenti e di varia natura, anche le imposte
che li colpiscono sono quindi differenti. I sistema d' imposte,
comunque considerati, non rappresentano ideali di giustizia
astratta ; ma seguono da vicino le forme di produzione e
278 SCIENZA DELL FINANZE [LIBRO II.
distribuzione della ricchezza. Onde la volontà del legislatore è
quasi sempre assai meno libera di ciò che il pubblico non sia
disposto a credere.
Vi sono in materia di imposte alcune distinzioni che sono per
sé stesse evidenti. Così, per esempio, in ordine alla forma di
pagamento noi distinguiamo tra imposte in natura e imposte
in moneta: in ordine alla permanenza o alla transitorietà, tra
imposte ordinarie e imposte straordinarie : in ordine al carattere
economico di ciascuna imposta, tra imposte reali e imposte
personali, ecc. Nelle organizzazioni primitive, il contributo
era quasi sempre pagato in natura: ora è pagato in moneta.
Si può anzi dire che ora sia ben raro il contributo sotto la
forma di imposte in natura. Imposte ordinarie sono quelle
che si ripetono costantemente in ciascun esercizio finanziario
e che hanno carattere di permanenza. Imposte straordinarie
quelle che rispondono a bisogni eventuali della finanza e si
percepiscono una volta tanto o solo temporaneamente, come
imposte di guerra ecc.
Ma se si consideri la natura delle imposte e si voglia in
base ad esse avere una classifica conveniente, si può raggrup-
parle nel seguente modo :
*
l sui consumi necessari
/ sul consumo <
Indirette \ \ sui consumi non necessari
/ 1 di tutto il patrimoi
Imposte sulle trasmissioni e sugli scambi
' di una parte di ese
/ reali
Dirette ) ( personali sul reddito
\ personali <
\ { personali sul patrimonio
Sarà bene chiarire la varia natura di queste imposte.
Le imposte dirette colpiscono la persona, il reddito 0 il capi-
tale : e sono d'ordinario percepite mediante ruoli nominativi.
Carattere delle imposte dirette, nota giustamente de Foville,
è quello di colpire nel contribuente alcuni elementi che hanno
carattere costante, durevole 0 almeno continuo, come l'esistenza.
e AP. V.] IMPOSTE DIRETTE E INDIRETTE 279
il possesso o la professione. Le imposte indirette colpiscono un
atto, un fatto o uno scambio, e si esigono d'ordinario mediante
tariffe. Carattere delle imposte indirette è quello di colpire non
già qualità o possessi, ma circostanze, fatti particolari o atti
permanenti. In sostanza, mentre lo Stato e gli enti locali con
le imposte dirette argomentano la capacità contributiva dei
cittadini da manifestazioni immediate (possesso, reddito) con
le imposte indirette la argomentano dalle manifestazioni stesse
di tale capacità (consumo, scambio ecc.). Mentre le imposte
dirette colpiscono dunque direttamente ciò che è la fonte del-
la imposta, le imposte indirette colpiscono sopra tutto un rap-
porto, una relazione di scambio.
L'imposta fondiaria sui terreni è una imposta diretta : essa
colpisce direttamente il reddito fondiario dei proprietari delle
terre. Cosi l'imposta sui fabbricati, che colpisce il reddito edi-
lizio; così altre. Viceversa, un dazio doganale suU' introduzione
del petrolio è una imposta indiretta : esso colpisce infatti l'atto
della introduzione, indipendentemente dalla persona o dal red-
dito. È del pari una imposta indiretta la vendita in regime di
monopolio del sale o del tabacco, come in Italia ; il lotto, ecc.
Le imposte indirette sono la base dei bilanci moderni, il fon-
damento stesso della pubblica finanza : la loro enorme pro-
duttività può solo rendere possibili le grandi spese pubbliche.
E ciò si spiega quando si guardi alla ripartizione del reddito.
Se in Prussia 95.81 per cento di tutta la popolazione ha redditi
inferiori a 3 mila marchi, 66.85 P^r cento ha redditi inferiori a
900 marchi o è in posizione non stabile. Solo le imposte indiret-
te possono costituire la base delle entrate *.
Le imposte indirette possono colpire il consumo o la circo-
lazione della ricchezza : cioè le trasmissioni totali o parziali
del patrimonio a titolo oneroso e a titolo gratuito.
Le imposte reali, come la fondiaria sui terreni, colpiscono le
industri o i beni, tenendo conto della persona solo in quanto
costituisce soggetto di contribuzione: le imposte personali si
riferiscono direttamente alla persona o non tenendo o pure te-,
* J. B. S ay : Traile, tom. Ili, cap. IX scriveva : « L'impót est un
fardeau; un des moyens pour qu'il pése le moins possible sur chacuu,
c'est qu'il porte sur tous ».
28o SCIENZA DELLE FINANZE [LIBRO II,
nendo conto della ricchezza che possiede. Però le imposte per-
sonali, non in proporzione con il reddito (come i vecchi testa-
tici) sono quasi abbandonate in tutti i paesi: o almeno tendono
ad avere una importanza scarsissima nei paesi moderni. In altri
termini, la imposta reale differisce dalla personale in quanto
ha sempre per oggetto una sorgente determinata di reddito :
segue il reddito come se vi fosse aderente senza tener conto
delle condizioni in cui si trova la persona che lo percepisce. Co-
si una imposta reale sulla terra non tiene conto delle condi-
zioni del proprietario : se egli ha debiti, se egli ha famiglia
numerosa o breve, ecc. La imposta personale tende a far con-
tribuire i cittadini tenendo conto di tutti i rapporti che si sta-
biliscono tra la persona e gli altri individui in riguardo al patri-
monio. Le imposte reali, per loro natura, colpiscono sempre
separatamente particolari forme di reddito : la terra, le case, i
valori mobiliari. Le imposte personali, negli stati moderni, ten-
dono a riunire insieme gli elementi patrimoniali e a conside-
rare il patrimonio nel suo complesso : solo in tal guisa essendo
possibile avere un criterio del reddito in rapporto alle condizioni
della persona.
109. È una questione lungamente discussa quella di sape-
re se le imposte devano colpire il capitale o il reddito. Ma d'or-
dinario la questione è messa male. Occorre, anzi tutto, non
confondere, come assai spesso avviene, fra imposte prelevate
sul capitale e imposte misurate sul capitale. Nel maggior nu-
mero dei casi: tener presente il capitale o il reddito significa
tener presente solo l'uno o l'altro come misura d'imposizione.
La imposta sul capitale è proporzionale al valore del capitale
posseduto da ciascun contribuente ; mentre l' imposta sul
reddito è proporzionale al reddito che ciascuno ricava. Per
quanto l'una forma e l'altra giungono a risultati diversi poiché
vi sono capitali che non producono redditi pecuniari e redditi
differenti per capitali eguali *, pure nondimeno siamo di fronte
* Non pochi, economisti hanno manifestato una vivace antipatia per
le imposte dirette basate sul reddito. Stuart Mill, che propendeva per la
imposta sul capitale, riteneva che l'imposta sul reddito è sempre inegua-
le nelle sua applicazione, in questo senso : che grava di un peso più forte
GAP. V.] LE IMPOSTE SUL REDDITO 281
sempre ad uno piuttosto che all'altro elemento scelto come
criterio di imposizione. Una vera imposta sul capitale dovrebbe
assumere come fonte continuativa e reale dell' imposta il capi
tale (cioè gli elementi produttivi del patrimonio), ora una impo-
sta generale ed esclusiva sul capitale, che sostituisca le imposte
sul reddito e le imposte dirette tutte, è ancor da tentare. Ab-
biamo in vari Stati imposte che assumono il capitale come mi-
sura della imposizione, in nessuno ancora una vera imposta ge-
nerale ed eclusiva sul capitale. Imposte sul patrimonio, sempre
preso come misura della imposizione e non come fonte della me-
desima, erano principalmente negli Stati Germanici (imposte
sulla fortuna: Vermògensteuer): in Prussia (14 luglio 1893); ii^l
Braunschweig (1899) ; in Assia (legge 12 aprile 1899) ; nel-
la Sassonia, regno (leggi 1902 -1906) ; nella Sassonia-Gotha
(legge 17 marzo 1902) ; nel Granducato di OMenburg (legge
13 maggio 1906); nel Baden (i gennaio 1908) ; ma erano do-
vunque imposte o complementari sul reddito introdotte allo
scopo di integrare la diversificazione dei saggi delle imposte,
come in Prussia; oppure imposte che colpiscono il patrimonio
nominalmente, come nel Baden, e di fatto si rivolgono al pro-
dotto. Anche in Isvizzera vi sono delle imposte di simil genere,
sul contribuente più coscienzioso. E Leon Say andava anche più in là.
Egli affermava d'accordo con Leon Faucher che l'imposta sul reddito si
applichi meglio alla infanzia della società, quando con il sistema delle
decime l'imposta è pagata in natura, che non alle società civili. La tra-
sformazione delle imposte molteplici sui redditi, imposta reale, imposta
sul reddito, imposta personale, costituiva, secondo Say, non già un pro-
gresso, ma un regresso. Queste osservazioni non hanno un grande valore
e le tendenze della legislazione degli stati moderni giungono a dare loro
torto. L'osservazione di Mill, per esempio, è basata sopra un ostacolo
niente affatto solido e sopra tutto esterno : cioè sulla possibilità di una
frode più larga da parte dei contribuenti meno onesti. E un sottile eco-
nomista avea del resto ben ragione di ritenere che quali che siano gli er-
rori inevitabili nel calcolare l'imposta sui redditi, sono sempre minori
di quelli che vi sarebbero calcolando l'imposta sui capitali. Cfr. Smith:
op. cit., lib. V ; R i e a r d o : Principles , cap. Vili ; J. G a r n i e r :
Tratte des finances, 3. ediz. Paris, 1872, cap. VI e IX ; L. L. F a u e h e r
nella Revue des deux mondes, i ottobre 1849 ; Esquiron de Par-
ie u : Histoire des impóts gènèraux sur la proprietà et le revenu, Paris,
1859; J. S. Mill: Principles, lib. III, § 5 ; De Werenville:
op. cit. pag. 93 e seg. ; C h a r t o n : op. cit. pag. 152 ; ecc. ecc.
282 SCIENZA DELLE FINANZE [LIBRO li.
che pendono il capitale a misura della imposizione, ma che non
cadono sul capitale, e che del resto sono accoppiate a imposte
sul reddito come nei Cantoni del Ticino e di Friburgo, che hanno
imposte proporzionali sul patrimonio e sul reddito, e come nei
cantoni di Basilea (Stadt und Land) e Zurigo, che hanno imposte
progressive sul reddito e sul patrimonio : anche colà dunque
queste contribuzioni sono regolate più che altro apparente-
mente sul patrimonio e riguardano il reddito, e colà si nota una
tendenza sempre più ferma alla trasformazione delle imposte
sul capitale in imposte sul reddito. Una imposta sul patri-
monio vi è negli Stati Uniti di America e la hanno quasi tutti gli
Stati della Confederazione : la general property tax ; contro i
cui difetti non poco si grida e che finisce per cadere sulla pro-
prietà fondiaria, si può dir per intero (nello Stato di New- York
per il 90.01% del totale) non riuscendo a colpire che in propor-
zioni irrisorie le proprietà personali. Come si vede le imposte
cui si è accennato e quella sul capitale che vi è in Olanda, sono
in realtà, non ostante il nome che ad esse si dà, imposte mi-
surate sulla fortuna e non prelevate sul capitale. L'imposta è
prelevata sempre sul reddito del contribuente.
Esempi di vere imposte sul capitale abbiamo nei tributi sui
plus-valori fondiari; sulle successioni e in trasferimenti a titolo
oneroso; sulle vincite al lotto: se non sempre, quando per l'ecces-
sività del loro saggio, operano una vera riduzione del patrimo-
nio dell'erede, del debitore ecc.
La maggior parte degli scrittori di finanza è contraria alle
imposte sul capitale, intese nel senso vero, in quanto esse ten-
derebbero, colpendo il patrimonio nei suoi elementi sostanziali
(capitali fìssi e circolanti), ad arrestare la produzione. Adolfo
Wagner però distingue il capitale nazionale dal privato e so-
stiene che questo possa essere soggetto ad imposta. Gaston
Jéze ritiene che i dannosi effetti della imposta sul capitale si
avvertirebbero solo quando il tributo colpisse il capitale
nazionale; onde non crede siano da escludere le imposte sul ca-
pitale individuale, in quanto non ogni prelevamento sul capitale
individuale si risolve in una riduzione di capitale nazionale, che
è qualche volta anzi accresciuto, come quando si gravi sul capi-
tale privato per costruire una ferrovia, un porto, una strada.
GAP. V.J LE IMPOSTE SUL REDDITO 283
un canale; o quando si attinga al capitale degli uni per costi-
tuire capitali a favore di altri (opere di assistenza sociale, co-
stituzione di rendite vitalizie, di pensioni operaie etc). Qualche
volta poi una imposta sul capitale serve a correggere le ine-
guaglianze tributarie, come nel caso della imposta sulle succes-
sioni. Imposte permanenti sul capitale nazionale non sono am-
missibili, secondo Wagner e Jéze ; si può però giustificarle nei
casi assolutamente eccezionali, come in caso di guerra*, il che
del resto è ammesso anche dagli scrittori che non ammettono
la possibilità di colpire i capitali individuali. Allo stato attuale
della legislazione tributaria, quando si parla d'imposta sul ca-
pitale si confonde « la fonte della imposta colla base imponibile,
ossia con l'oggetto che serve a misurarla». Il capitale è assunto
come misura non come fonte.
Il reddito di una nazione è, inoltre, costituito, nella maggior
parte, da capitali personali, da ciò che si chiama comunemente
(se pure la locuzione non è tecnicamente rigorosa) il capitale
umano : i redditi derivati da capitali fondiari o mobiliari non
rappresentano che la minima parte. Nella nostra società i red-
diti professionali hanno una importanza crescente; e in gene-
rale tutti i redditi derivanti dal lavoro e dall' attività indi-
duale hanno una parte sempre più grande nel reddito comples-
sivo di ciascuna nazione. D'altronde, data la complessività del-
la vita moderna e delle relazioni economiche e finanziarie, tran-
ne nei casi di successioni o di vendite, è difficile distinguere e
valutare i capitali esistenti.
Quasi dovunque la legislazione dei paesi moderni tende ora a
prendere come materia d'imposizione, non il capitale ma il red-
dito : sono ragioni di giustizia, ragioni di convenienza pratica e
di opportunità finanziaria, che maggiormente consigliano di
considerare il reddito, come la base dell' imposizione.
Solo avere come base delle imposte dirette il reddito permette
forme di tassazione diverse per le molteplici forme del reddito ;
mentre, a un'imposta sul capitale non pochi redditi si sottrar-
rebbero. Secondo la natura del reddito, più -o meno duratura,
* Jéze: Cours éléméìitaire de Science des Finances — Paris, 1910,
pp. 678-679.
284 SCIENZA DELLE FINANZE [LIBRO IL
più o meno precaria, l'imposta può essere applicata con saggi
differenti. Le imposte dirette, che abbiano per base il capitale,
non solo non possono colpire dunque le forme svariate di red-
diti infondati che acquistano nella società nostra importanza
sempre maggiore, ma si dirigono in generale verso i capitali
fissi. D'altronde, se il reddito è difficile a valutare, assai più
difficile a valutare è il capitale: anzi accade spesso che il ca-
pitale può essere valutato solo dal reddito. Cosi è assai più
facile valutare il reddito dei possessori di titoli mobiliari, azioni,
obbligazioni, ecc. che non sia valutare il loro capitale. In ogni
modo, si tratta di discutere se il capitale o il reddito devano
essere la fonte delle imposte dirette e non più ; poiché non sem-
bra possibile né una imposta unica sul reddito, né una impo-
sta unica sul capitale.
Quando coesistono imposte sul reddito e imposte sul capitale,
l'imposta sul reddito ha saggi uniformi per le diverse forme di
reddito ; e l'imposta sul capitale può intervenire, come in
Prussia, per operare una discriminazione fra redditi fondati
e redditi infondati o temporanei. Ammessa una imposta gene-
rale sul reddito, può esservi infatti, utilmente, a fianco ad essa,
una imposta sul capitale ; il reddito non é sempre proporzio-
nale al valore dei fondi ed è questo valore che l'imposta sul ca-
pitale può avere di mira. Inoltre, siccome i redditi sono di di-
versa natura, temporanei o permanenti, fondati e non fondati,
se l'imposta sul reddito non opera discriminazione e colpisce
tutti i redditi allo stesso modo, una imposta speciale sul capi-
tale può operare in fatto la discriminazione. A ciò tendeva, si é
detto, la imposta complementare sul patrimonio stabilita in
Prussia con legge 14 luglio 1893.
Ammessa la convenienza di colpire il reddito e non il . capi-
tale, si chiede se debba essere colpito il reddito netto o il lordo.
Generalmente si ritiene che si dovrebbe colpire il reddito netto
dei privati «ossia quella parte di ricchezza che può essere con-
sumata senza intaccare il capitale da cui deriva» ; ma siffatta
discriminazione del reddito é assai difficile, ed é addirittura im-
possibile nelle imposte sul consumo, che colpiscono il reddito
lordo ; onde è che le legislazioni positive colpiscono di ordinario
il reddito lordo.
CAP. V.| ESENZIONI DELLE IMPOSTE 285
HO. Tutti i cittadini devono essere colpiti dalla imposta ;
è una conseguenza del principio della generalità. Persone fisiche
o persone morali, niuno deve essere eccettuato ; e l'ideale di un
buon sistema tributario è di fare che ognuno paghi in propor-
zione del suo reddito, bene inteso che bisogna tener conto della
diversa natura dei redditi.
Le imposte reali mal si prestano a considerare la situazione
delle singole persone : se si paghino imposte su terre, case, titoli
mobiliari, si paga indipendentemente da ogni criterio sulla si-
tuazione della persona colpita. Le imposte personali sono da
questo punto di vista più pratiche e più giuste.
Sono soggetti alla imposta tutti i cittadini di uno Stato e anche
gli stranieri che in esso risiedono. Vi sono però alcune eccezioni
generalmente ammesse. Prima di tutto vi è il capo dello Stato,
la cui lista civile o il cui assegno è dovunque esente da imposta ;
e che nella più gran parte degli stati è esente anche per i
suoi beni privati. Sono del pari, quasi dovunque, esenti dalle
imposte dirette personali sulla base di concessioni reciproche,
i rappresentanti di stati esteri.
Nel diritto tributario internazionale vigente, nella più gran
parte degli stati di Europa, gli stranieri, che in uno Stato di-
morano abitualmente a scopo di guadagno, sono considerati
allo stesso modo dei cittadini. Gli stranieri che non dimorano in
un paese, ma che vi fanno dei guadagni, (come per esempio,
chi, senza abitarvi possieda in paese estero case o terre) paga-
no per quei redditi che in realtà percepiscono. Infine gli stra-
nieri che solo occasionalmente, o per breve tempo, o in ogni
modo senza scopo di guadagno, si trovano in uno Stato, ven-
gono esentati sempre dalle imposte dirette e sono in generale
colpiti sólo (perchè non è possibile esentarli) dalle imposte in-
dirette sul consumo.
Ciò che occorre evitare, mediante sviluppo degli accordi
intemazionali, è che una stessa ricchezza sia colpita due volte :
che vi sia doppia imposizione, così del paese dove si trovano i
beni, come del proprio. Caso non infrequente quest'ultimo sopra
tutto nei paesi che hanno imposte sul reddito insieme a im-
poste dirette reali.
Sono in generale esclusi dalle imposte personali le istituzioni
286 SCIENZA DELLE FINANZE [LIBRO II.
pubbliche, gli enti di diritto amministrativo, la cui funzione
sotto tanti aspetti è integrale di quella dello Stato. Altre ecce-
zioni in generale non sono ammissibili, a meno che non si basi-
no sul criterio di esentare i redditi minimi, sopra tutto quando
servono a famiglie molto numerose*. Le imposte personali
soltanto possono permettere la formazione di un sistema tri-
butario il quale insieme alla diversificazione dei redditi tenga
veramente conto della situazione delle persone colpite dalla
imposta e si avvicini, per quanto è possibile, in questa mate-
ria, a principi di giustizia.
VI.
Le imposte dirette e le imposte indirette
NEI bilanci moderni.
III. Mentre le tasse si applicano a servizi pubblici di cui
è valutabile il consumo diretto individuale ; le imposte dirette
e indirette si applicano dunque per provvedere a servizi pub-
blici di utilità generale e il cui consumo non sia individualmen-
te valutabile. Le imposte dirette però prendono il capitale o
il reddito come fonte di contribuzione ; le imposte indirette
colpiscono il consumo individuale, come quantità indiziaria,
equipollente del reddito. Imposte dirette e imposte indirette
esistono in quasi tutti i bilanci. Ma gli scrittori le considerano,
sopra tutto le hanno considerate, assai diversamente. Le im-
poste indirette sono state in passato la base dei bilanci : f poi
* Cfr. su questo argomento : R o n e a I i : L^ imposte personali sul red-
dito nelle moderne riforme tributarie, Genova 1872; S e 1 i g m a n : The
taxation of corporations, New York, 1890 ; E. C o s s a : o/). cit. cap. V ; ecc.
t Montesquieu: Esprit des lois, lib. XIII, dice a dirittura: « Les
droits sur les marchandises sont ceux que les pueples sentent le moins,
parce qu'on neleur fait une deinande formelle. Ils peuvent étre si sage-
ment ménagés que le pueple ignorerà presque qu'ils les paye. Un con-
temporaneo di SuUy diceva: «Entre les piqùres veniraeuses, ontient que
celle de l'aspic est la plus douce, parce qu'elle tue insensibleraent, endor-
mant, ceux qui en sont atteints, et les faisant passer d'un sommeil à l'au-
tre ; et entre les impóts, celui-ci est le plus tolèrable (l'impót indirect),
parce qu'on le paye sans le payer achetant suelement la marchandise un
CAP. VI.] IMPOSTE DIRETTE E INDIRETTE 287
per l'abuso che se ne è fatto, sopra tutto per i generi di prima
necessità, hanno trovato vivace avversione negli economisti.
Ora si va nell'eccesso opposto: non vi è alcun scrittore auto-
revole il quale dubiti che le grandi entrate possano ricavarsi
altrimenti che da esse ; e forse si tende a essere molto indul-
genti nel giudicarle. In realtà i bilanci moderni si basano in
generale sulle ijnposte indirette : e se questo fatto si produce
generalmente, vuol dire che risponde a un bisogno della pro-
duzione e degli scambi.
In generale si può ritenere che i sistemi tributari, quale che
sia la loro formazione storica, sono basati su questo duplice
criterio : le imposte dirette seguono le varie forme del reddito ;
le imposte indirette seguono in generale il consumo e le sue
variazioni. La finanza pubblica, in altri termini, è regolata
nelle sue linee generali, dai rapporti economici di ciascuna
nazione.
Le statistiche del consumo hanno sempre qualche cosa di
arbitrario ed è assai difficile pretendere da esse una grande pre-
cisione: pure le loro approssimazioni hanno qualche vantaggio.
In generale si può dire che vi sono alcuni paesi come l'Inghil-
terra sopra tutto, in cui i consumi non necessari hanno avuto
uno sviluppo grande e crescente : altri dove i consumi popolari
sono d'ordinario limitati ai generi più indispensabili e meno
costosi. Negli uni e negli altri le imposte indirette rimangano
la base del bilancio : ma, mentre i primi possono colpire i con-
sumi voluttuari senza danno; i secondi devono sopra tutto
colpire i consumi necessari.
Si parla spesso della finanza democratica inglese in contrap-
ptie plus cher, ce qui se f ait souvent sans établir le sold pour livre... C'est
la plus juste et la plus raisonnable subvention que l'on puisse inventer,
parce que toutes les personnes y contribuent... chacun selon qu'il a le mo-
yen d'avoir des raarchandises et autant recclésiastique et le noble que le
roturier et le nonprivilégié...» J. C h ali 1 e y : IntroducHon aux Économies
royales de Sully : pag. XXIX. E Sully stesso scriveva: «Il n'y a point
d'impositions plus équitables que les réelles sur les denrées et marchan-
dises». Sully: Économies royales, ed. di Chailley, Paris, 1893,
pag 34. Nella prima metà del secolo XVIII, Walpole pensava di soppe-
rire con le sole imposte indirette alle necessità della finanza inglese.
2 88 SCIENZA DELLE FINANZE [LIBRO II.
posto dei paesi che colpiscono i consumi popolari; ma nel 1835,
l'Inghilterra era in uno stadio del suo sviluppo economico assai
poco avanzato; e la sua finanza si basava sui consumi di prima
necessità. Le entrate dello Stato in Inghilterra erano nel 1836
di 62 milioni di sterline e si fondavano in tal guisa su imposte
indirette riguardanti generi di prima ^necessità, che ricavavano
da esse 71,8 o/o di tutte le entrate. I dazi doganali sul thè, pur
non essendo elevatissimi, danno ora all'Inghilterra assai più di
quanto davano le imposte fondiarie e personali nella Russia
dello Czar. Diritti doganali e accise sulle sole bevande spiritose
(una imposta che non nuoce e che non incontra ostacoli) ren-
dono in Inghilterra assai più che tutte le imposte dirette dell'I-
talia, dove pure le imposte dirette sono assai aspre.
Più il consumo dei generi non necessari aumenta e più con
vantaggio grande della finanza e sopra tutto della economia
pubblica, le imposte indirette si spostano verso di essi e abban-
donano i consumi necessari: la stessa trasformazione si va de-
terminando in Francia, in Belgio, altrove; in generale nei
paesi che hanno sorpassato gli stadi più bassi dello sviluppo
economico *.
Tendenza di un sistema tributario veramente moderno è
quella di basarsi su imposte indirette sui consumi voluttuari,
esentando i generi di prima necessità, e di avere come corre-
zione e come utile complemento grandi imposte personali e la
imposta di successione. Ma una finanza cosi fatta può essere
solo di paesi che hanno raggiunto un alto grado di sviluppo
economico e quindi un grande consumo di generi voluttuari.
La caratteristica dei paesi non ricchi è invece quella di colpire
* Il cancelliere dello scacchiere d'Inghilterra, sir Michael Hicks Beach,
raccontava in un discorso che in un rapporto indirizzato nel 1841 da Carl-
ton Tuffnel alla Commissione per l'imposta sui poveri veniva presentato
un bilancio di una famiglia operaia il cui guadagno settimanale era di 13
scellini e 2 pence. Calcolando le sostanze che tale famiglia consumava e
le imposte indirette di quel tempo anche per cinque sole merci (zucchero,
thè, tabacco, sapone, pepe) si ha che nell'anno la famiglia pagava in com-
plesso per queste sole cinque merci 2 lire sterline, 3 scellini e 5 pence,
mentre oggi per un eguale consumo di merci di quelle indicate da Carl-
ton Tufifnel si pagano appena 12 scellini e 5 Yz pence. Bull. S. 1. e. aprile
igoi.
CAP. VI.] IMPOSTE DIRETTE E INDIRETTE 289
i consumi necessari, non per spirito di ingiustizia, ma per colpa
della povertà. Senza dubbio anche ad essi, ad essi sopra tutto
anzi importa ridurre le imposte indirette più aspre, per veder
svolgere i consumi e quindi la prosperità: ma in momenti di
strettezza non possono rivolgere la tassazione che ai consumi
necessari. Lo stesso processo si verifica nella finanza locale: più
i comuni sono poveri e più, quando devono applicare imposte
indirette, colpiscono i generi di prima necessità. E assai strano
quindi attribuire a merito di alcuni stati ciò che è effetto della
loro situazione.
Se le imposte indirette seguono il consumo, le imposte diret-
te seguono le forme della produzione e del reddito,' i paesi agri-
coli non potendo ricavare altre entrate da imposte industriali
e viceversa. Così i diversi sistemi d'imposte dirette della Francia
e dell'Inghilterra rispondono a due situazioni diverse, le pro-
porzioni fra la fondiaria e la ricchezza mobiliare e industriale
dei due paesi essendo assai differenti *.
112. Dovunque in Europa, nei paesi ricchi come nei pove-
ri, nei primi sopra tutto, le imposte indirette hanno propor-
zionalmente un'importanza assai maggiore delle dirette.
Cominciamo dall'Inghilterra. Quale è la importanza della
income tax che in certa guisa racchiude tutte le imposte dirette?
Sinora non è mai stata grande. Essa rappresenta prima della
guerra del 19 14, dal io al 15% di tutte le entrate : circa la metà
delle entrate era data dalle dogane e dalle accise, f Anche nel-
♦Bastiat che guardava con spavento l'accrescersi delle spese
pubbliche considerava già che questo fatto che fosse possibile per effetto
delle imposte indirette « Partout, dès que l'État veut donner aux citoyens
toutes sortes de bienfaits, l' instruction, la religion, la moralité, on est
obbligè de donner à cet État des taxes indirectes considérables ». Oeuvres
complètes, tom. V. pag. 468. Credeva anche (quante profezie sbagUò !)
che le imposte indirette non avrebbero resistito al suffragio universale.
t Secondo G i f f e n : loc. cit. in Inghilterra le spese dello Stato erano
nel 1871 di miUoni di sterline 70.4 nel 1901 di 130.4. Rappresentando
queste due cifre con 100 si ha che sono avvenute le seguenti variazioni :
Nitti. IO
20O
ftCIENZA DELLE FINANZE
[libro II.
r esercizio chiusosi il 31 marzo 1910 1' income tax dava solo
13.295 mila sterline, mentre le dogane ne davano 31.846 mila,
le accise 31.032 mila, le successioni e il bollo 20.845.
In Germania tutte le imposte dirette e indirette (escluse le
tasse, i proventi dei servizi pubblici, le entrate demaniali), se-
condo dati complessivi che si riferiscono al 1908, fruttavano
all' Impero e agli stati particolari 2554 milioni di lire: ma 1893
rappresentavano le imposte indirette e appena 660 milioni di lire
le imposte dirette *. Le grandi imposte dirette della Prussia,
della Sassonia, della Baviera, così discusse, così spesso ammi-
rate, avevano in realtà una produttività scarsissima. Wagner
ha dimostrata che in Prussia dal 1847 al 1894 l'incremento delle
imposte dirette è stato scarsissimo : grande quello delle indi-
rette, t
Entrai» dello Stato
1861
Somma
1901
Somma • Somma
ri- Pro- ri- Pro- ri- Pro-
scossa porzio- scossa porzio- scossa porzio-
milioni ne a milioni ne a milioni ne a
di 100 del di 100 del di 100 del
sterline totale sterline totale sterline totale
I. luco me tax
10.9
15
13-3
15
29.9
21
II. Successioni
3-5
5
7-4
8
130
IO
III. Imposta fondiaria
ed edilizia
31
4
2.6
3
2.5
2
IV^. Dogane e dazi in-
terni di consumo,
{customs and excises)
42.7
61
44-3
49
59-4
45
V. Bollo (escluse le
successioni)
5.0
7
6.0
7
7-8
6
VI. Poste e telegrafi
3.4
5
12.3
14
7-3
i3
VII, Entrate diverse
1.8
3
3-6
4
3-3
3
Totale
= -
ro.4
89.5
1304 LOO
Il igoi fu anno di guerra e come è noto Vincome tax fu straordinaria-
mente accresciuta. Ordinariamente invece Vincome tax t la imposta fon-
diaria ed edilizia rappresentavano insieme solo il 15 % di tutte le entrate.
* 7 a h n : loc. cit.
t Dal 1847 al 1894, dividendo le entrate di diritto pubblico della
CAP. VI.ì IMPOSTE DIRETTE E INDIRETTE 29 1
In Francia le vere imposte dirette non rappresentano che circa
un sesto di tutte le entrate*.
Anche nei paesi ove le democrazie sono arbitre del governo
e più scarse sono le spese militari, quindi più agevoli le riforme
finanziarie, le imposte indirette sono la base dei bilanci e le
imposte dirette hanno un'importanza relativamente scarsa ;
così a prima giunta può parere spiegabile, se non accettabile,
l'aforisma di Thiers : essere le imposte indirette più conformi
alla civiltà e giustificabile il noto aforisma di Montesquieu:
Prussia in 4 categorie : imposte dirette, registro e bollo, imposte indi-
rette e sul -consumo e piccole imposte speciali, si ha che la parte pro-
porzionale di queste imposte, supponendo il totale 100, è stata :
1847 1870 1885 1894
Imposte dirette
Registro e bollo
Imposte indirette di consumo
Piccole imposte
30.2
21-5
16.6
18
23.1
29
26.3
23-9
42.3
46
48.6
51.8
4-4
3-3
8.5
6.3
100. — 100. — 100. —
Se invece di seguire questo sistema di comparazione si assegna a cia-
scuna delle quattro categorie indicate il valore 100 per l'anno 1847, le
variazioni avvenute posteriormente si possono raffigurare così :
1847 1870 1885 1894
Imposte dirette
Registro e bollo
Imposte indirette di consumo
Piccole imposte
Sotto la denominazione piccole imposte ve ne sono alcune poi abolite
(imposte sulla carta e sugli oli minerali, il monopolio dei fiammiferi e
della polvere, le cosi dette tasse assimilate, le imposte sugli oli vegetali
e animali, sulla stearina, ecc. ecc.) che erano anch'esse vere imposte in-
dirette.
Wagner: Finanz. dritter Theil, pag. 137.
* Cfr. R. S t o u r m nella Revue de Paris, 15 aprile 1897,
100
100.3
134.6
106.3
100
175.9
269
280
100
152.5
281.7
331.8
100
114. 2
475.7
387.6
202 . SCIENZA DELLE FINANZE TlIBRO II.
essere le imposte indirette le più conformi a un regime di li-
bertà politica. *
Secondo il Segretario del Tesoro degli Stati Uniti dal
1791 al 1901 il Governo federale ha avuto una entrata di
33.469.977.531 dollari ripartita nel seguente modo: f
Entrate doganali 8.579.901.258
Reddito interno 6.057.590.231
Imposte dirette 28.131.990
Public land (terre pubbliche) 300.320.075
Altre entrate 999. 188. 114
Entrate del Tesoro, (debiti ecc.) 17.259.242.392
Il Governo federale degli Stati Uniti si basava quindi quasi
esclusivamente sulle imposte indirette.
L'Italia sembra rappresentare una eccezione : in nessun pae-
se come in essa le imposte dirette sono così elevate e rappre-
sentano una parte maggiore della entrata generale. Al 30 giu-
gno 191 1 mentre le entrate ordinarie erano accertate in 2216
milioni le imposte dirette rappresentavano 459 milioni e le
così dette tasse sugli affari, vere imposte sulla circolazione,
291 milioni.
113. E accade che mentre molti teorici non cessano dal
mostrare la loro antipatia per le imposte indirette, queste con-
tinuano ad essere la base di quasi tutti i bilanci. Un contempo-
raneo di Sully scriveva che tra le punture velenose la più dol-
ce è quella dell'aspide, perchè addormentando quelli che sono
colpiti, li fa passare da un sonno all'altro; e aggiungeva che
* Thiers scriveva nel 1875: « On mesuie presque les nations à
la parte que l'iinpót de consuinraation a chez elles. Si vous allez de la
Tiirquie à l' Angleterre, vous verrez, pour ainsi dire l'échelle de la civi-
lisation marquée par ceci : plus on a d'impòt directs et moins on a une
place élevée dansles sociétés civilisées; plus on a d'inxpót de consommation,
plus on a une place élevée dans les sociétés civilisées». Montesquieu:
loc. cit. diceva : « L'impòt par téte est plus natui-el à la servitude ; l'im-
pót sur les raarchandises est plus natiurel à la liberté».
t Annual Repnrl of the Scerei ary of ihe Tresaury on the Siate of the fi-
nances for iìic fiscal year eiuiiui jiiiw 30, iqot, W.isiiintiton, 1901.
CAP. VI.1
LE IMPOSTE INDIRETTE
293
tra tutte la più tollerata è la imposizione indiretta, parce
qu'on le paye sans le parer. Sully divideva la stessa opinione e
il tempo ha dimostrato che essi soltanto esageravano*.
Molti scrittori hanno fatto il confronto fra le imposte dirette
e le imposte indirette, mettendo in evidenza i vantaggi e gli
svantaggi reciproci delle une e delle altre. Ma la funzione di
queste imposte è differente e in nessun sistema tributario vanno
disunite. La grande causa di prevalenza delle imposte indirette
è nella loro produttività. Poi che si percepiscono per piccolis-
sime proporzioni, esse sono di gran lunga più produttive delle
dhette. Il vero vantaggio pratico delle imposte indirette è nel
fatto che esse sono, come si è detto, assai più produttive, perchè
colpiscono anche i redditi minimi. Accade che l'imposta entri
nel mezzo delle merci: che l'abitudine di alcuni prezzi dopo
qualche tempo si formi, e che quasi il pubblico non si accorga
di ciò che paga. Quando noi dobbiamo recarci a pagare anche
una piccola somma di imposte dirette risentiamo tutto l'onere
della contribuzione : laddove, tutto ciò che paghiamo per im-
poste indirette, compenetrandosi nel prezzo dei prodotti, passa
* Secondo un calcolo, che è vecchio oramai di venti anni, ma che è
sempre istruttivo, (H. Tr uch y : Le système des impóts directs d' Èiats
en France, nella R. d. E. P. di marzo 1901) nei vari paesi il rapporto fra
le imposte dirette e il totale del bilancio sarebbe stato.
Entrate totali Imposte dirette
in franchi)
Russia 1898. . . .
Inghilterra 1900- 1901
Italia 1899-1900
Belgio 1900 . .
Olanda 1900 ,
Austria 1898 .
Ungheria 1898.
Spagna 1900 .
Francia 1900 .
4. 120.621. 555
2.922.500.000
1. 714. 785. 628
452.246.618
303.918.688
I763755-69I
1.220. 516. 108
885.998-215
3.492.014.270
270.036.132
531.250.000
482.312.900
56.135.000
71.421.000
301.565.355
242.893.000
376.020.790
5I572I-3I3
Proporzione delle
imposte dirette
alle entrate locali
( — 1000)
6.15
i8.i8
28.13
12.41
23.50
17.10
19.90
42.44
16.79
La Spagna dunque è il paese di Europa con più imposte dirette: fra le
nazioni maggiori V Italia supera di gran lunga tutte le altre. Si noti che in
questo quadro non è, naturalmente, cpmpresa la imposta di successione.
294 SCIENZA DELLE FINANZE [LIBRO II.
senza destare le ire che desterebbe un contributo anche ■ mi-
nore per le imposte dirette.
Nei maggiori stati d' Europa le più umili cose che compaiono
sul desco o nella vita di una famiglia povera sono pagate a più
caro prezzo per effetto delle imposte indirette : il pane, la carne,
lo zucchero, il petrolio, il cotone, la lana, i medicinali ecc. Ma
anche in Italia, dove l'aumento per questa cagione è grande,
niuno pensa, tranne che non sia informato per i suoi studi
o per la sua funzione, che senza quelle imposte il sale si ven-
derebbe a pochi centesimi, la carne ad assai meno che ora.
Ma appunto per questo fatto le imposte indirette non sono
proporzionali alla fortuna e al reddito : questa mancanza di
proporzionalità è un difetto assai grave. Per essere produttive
le imposte indirette devono in una fase meno progredita di
sviluppo economico colpire i consumi di prima necessità ;
in una fase più avanzata possono colpire generi non neces-
sari, ma sempre di largo consumo. Ora il consumo non è
proporzionale né al reddito né al patrimonio. Una fami-
glia povera di dieci persone consuma assai più sale di una
famiglia ricca di due : ma anche trattandosi di consumi non
necessari accade la stessa cosa. In un paese freddo due persone
povere spesso consumano più bevande alcoliche di due per-
sone ricche*.
Non limitate con prudenza le imposte indirette possono anche
avere per azione di ridurre da prima il consumo e poi la produ-
zione ; ma anche nelle imposte dirette accade la stessa cosa,
quando si applicano con troppa durezza. Accrescere artificial-
mente con imposte indirette i prezzi delle derrate non é assai
* Pur difendendo le imposte indirette, fin dal suo tempo J. B. S a y no-
tava che non sono proporzionate alla fortuna dei contribuenti : «une fa-
mille indigente a besoin de la méme quantité de sei qu'une famille dont
le revenu peut étre dix mille iois plus considérable». Cours, 8 parte cap.
V. Montesquieu {Esprit des Iois) lib. XIII scriveva: « Ou peut
mettre des impóts siur les persounes, sur les teiTes ou sur les marchandises;
sur deux de ces choses, ou sour les trois ensemble... Les droits sur les mar-
chandises sont ceux que les peuples sentent le moins, parce qu'on ne leur
f ait pas une demande formelle. Ils peuvent étre si sagement ménagés que
le peuple ignorerà presque qu'il les paye».
CAP. VI.] LE IMPOSTE INDIRETTE 295
più dannoso alla produzione che mettere imposte sulle indu-
strie così gravi da isterilire l'attività industriale. È vero che le
imposte indirette si nascondono e sono più insidiose ; ma è ve-
ro pure che non mancano esempi di imposte dirette assai aspre
e tormentose.
La facilità di percezione che determina la spesa di riscossione
sembra assai più grande nelle imposte dirette che nelle indirette:
anzi moltissimi economisti insistono su questo fatto per com-
battere la imposizione indiretta*. Ecco, si dice, un esempio evi-
dente. Lo Stato per esigere le imposte doganali deve spendere
assai più che per esigere le imposte dirette : deve mantenere
un vero esercito di doganieri, più numeroso forse di parecchi
eserciti che presero parte alle grandi battaglie storiche della
Grecia antica. Sopra tutto nei paesi che hanno frontiere assai
vaste e territorio assai grande, le imposte indirette costano som-
me enormi per spese di percezione. Ma queste affermazioni non
sono molto esatte. Anzi in non pochi paesi la riscossione delle
imposte dirette costa più che quella delle indirette. I doganieri
non esistono solo dove sono aspre imposte indirette, ma anche
dove sono mitissime : in Inghilterra, come in Russia, in Ger-
mania più che in Italia. Se si tolgano le spese di amministra-
zione dei monopoli, che hanno vero carattere industriale, si ha
che in generale la riscossione delle imposte indirette non costa
molto più delle dirette : qualche volta costa meno, come si ri-
scontra spesso in ItaUa. Il bollo, per esempio, costa dovunque
pochissimo per spese di riscossione : e si percepisce più facilmente
di qualunque imposta diretta. Per molto tempo si credeva che
le imposte indirette presentassero una grande instabilità, le di-
rette una grande stabilità. È una osservazione che ricorre spesso
nei fisiocrati e che tante volte dopo è stata invocata. È
* «On a objecté contre les impóts indirects les frais deperception qu'ils
entrainent ; ils exigent des nombreux bureaux, des commis, des emplo-
yés, des gardes ; mais il f aut observer qu'une grande partie de ces frais
ne sont pas une suite nécessaire de l'impót et peuvent étre prévenus par
une bonne administration. L'accise et le timbre en Angleterre, ne cou-
taient plus que 3 ^f^ p. 100 des frais de perception en 1799. II n'y a pas
d'impót direct en France qui ne coùte bien davantage ». J. B. S a y
TrmiU, lib. Ili, cap. X
296 SCIENZA DELLE FINANZE [LIBRO II.
impossibile, diceva Mercier de la Rivière, che si possa provve-
dere a spese certe e giornaliere con imposte di cui la riscossione
è incerta*. Ma queste affermazioni erano possibili solo quando
la legge dei grandi numeri era ignota e i progressi della stati-
stica scarsi ; quando non si sapeva che i consumi delle grandi
collettività presentano una regolarità non minore dei redditi.
Quando le imposte indirette non colpiscono i consumi di pri-
ma necessità sono migliori e più plastiche delle dirette, in quan-
to si proporzionano più facilmente allo stato dei contribuenti.
Il provento delle imposte indirette è sempre proporzionato al
consumo dei contribuenti: in molti casi essi possono astenersi dal
consumare, possono rinunziare al superfluo ; così ogni imposta
indiretta porta in sé come un manometro che indica il grado
di pressione e mostra sempre se si è passato o no il limite. Una
imposta diretta anche mite, in circostanze difficili, può togliere
il pane dalla bocca del contribuente: essere troppo aspra anche
se i saggi non sono molto elevati. Giudicate nella loro comples-
sità, le imposte indirette seguono assai meglio le variazioni del-
la ricchezza in ciascun paese.
Lo sviluppo delle imposte indirette aumenta le frodi, si è ri-
petuto da molti : il contrabbando è una conseguenza dei dazi
doganali : i monopoli di Stato sono un incentivo alla frode. È
una obiezione senza valore. La frode in materia di imposte
diventa più remunerativa secondo l'altezza dei saggi : ma
non è determinata dall' esservi imposte indirette, o imposte
dirette.
Dove le imposte dirette sono aspre, i cittadini nascondono le
* Mercier considerava i proventi delle imposte indirette come una
entrata accidentelle et incertaine. La stessa preoccupazione assolutamente
priva di base, e in L. F a u e h e r: Études sur V Angleterre, tom. i. pag.
130. J. B. S a y aveva già distrutto quésto errore: « On a ditque l'impót
indirect ne promettait au fise qu'une valeur variable, incertaine, tandis
que les dépenses publiques exigeaient des fondis asurs; mais les rentres
variables sont tellement asérées, qu'il n'est pas une qui n'aitétéaffermée.
Excepté dan des circostances extraordinaires et rares, l'expérience fait
connaitre, à peu de choses près, ,le produit de tonte espèce de contribu-
tion. D'ailleurs les impóts sur les consommation sont, de leur nature,
variés ; la plus vaine des uns couvre le deficit des autres». Traile, lib. Ili,
cap. X.
CAP. VI,] IMPOSTE DIRETTE E INDIRETTE 297
loro ricchezze e rivelano redditi assai minori : ciò non è molto
dissimile dall'introdurre in contrabbando merci che sono colpite
da dazi troppo pesanti.
Dirette o indirette che siano, le migliori imposte sono sem-
pre quelle che raggiungono il massimo rendimento e provocano
il minimo malcontento.
Anche riconoscendo gli svantaggi delle imposte indirette e
la loro azione sui processi di distribuzione interna, la loro gran-
de produttività, che risponde alla tendenza sì generale degli
stati moderni ad accrescere le spese pubbliche, le rende e le ren-
derà necessarie.
L'azione dei finanzieri illuminati e dei politici più onesti
dev'essere nel trovar loro un correttivo, esentando o colpendo
leggermente i consumi più indispensabili, non colpendo i red-
diti minimi con imposte dirette e adottando saggi progressivi
nelle imposte sul reddito *.
NOTA
Anche e sopra tutto in Inghilterra, come abbiamo visto, non ostante
tutte le esagerazioni, sull'importanza deWincome tax le imposte indi-
rette sono la base del bilancio.
Nei documenti finanziari inglesi della Camera dei comuni e della Teso-
reria vi sono notizie complete su tutto il secolo XIX; ma poiché queste
notizie non sono comparabili ci limitiamo per consiglio del sottosegreta-
rio di Stato E. Hamilton, ai confronti dopo il 1841.
Ecco ora il movimento delle entrate nella Gran Brettagna dal 1841 al
1910.
* Oltre le opere citate cfr. sulle imposte dirette e le indirette Franz
Holzer: Historische Darstellung der Indirekten Steuern, Wien, 1888 ;
Min. Principles pag. 495 e seg.; Stein: Lehrbuch der Finanzwissen-
schaft, 4. ediz. pagina 450 e sg.; Ricca: Finanz., Uh. II, tit. II, cap. V;
C a n w és : 0^. cit., voi IV, § 1243 e seg.
298
SCIENZA DELLE FINANZE
[libro ]
ENTRATA DELLA GRAN
ANNO FINANZIARIO
Dogane
Excises
Imposte
di
suc-
cessione
Bollo
5 gennaio 1841 . .
5 » 1851 . .
31 marzo i86i . .
» » 1871 . .
1881 . .
» B i8gi
Pagate allo Scacchiere
» Locai Taxation
31 marzo 1891. . .
31 marzo 1901.
Pagate allo Scacchiere . . .
» Locai Taxation A et. .
L.
25,355,000
21,981,000
i 13, 259)000
I
20,134,000
10,184,000
19,480,000
190,000
L.
16,433,000
17,103,000
10,581,000
13,263,000
25,300,000
24,788,000
4,380,000
19,670,000
31 marzo 191U
Pagate allo Scacchiere. . . . 31,348,000
26,262,000
277,000
26,539,000
29,168,000
33,100,000
5,207,000
L.
2,098,000
2,248,000
3,450,000
4,805,000
6,657,000
7,443,000
2,404,000
9,847,000
12,980,000
4,215,000
38,397,000
31,031,000
17,195,000
L.
5,i79,0(
4,479,o<
4,738,0(
3,61 3,0(
4,421, 0(
6,oi7,o<
6,01 7, oc
7,825,00
7,825,00
22,083,594
8,647,05
CAP. vi] imposte dirette e indirette
BRETTAGNA DOPO IL 184I :
299
Landtax
a) Window tax
b) Inhabited
house duty
Imposte
sulla
proprietà
e
sul
reddito
Posta
(net)
Terre
della
Corona
(net)
Azioni
del
Canale
di Suez
TOTALE
L.
1,181,000
1,159,006
i,i44,ooo
1,091,000
1,050,000
i,o3o,ooo
L.
(a) 1,404,000
(a) 1,708,010
(b) 8i 2,000
(b) 1,129,000
(b) 1,690,000
(b) 1,570,000
L.
5,383,000
10,924,000
6,350,000
10,650,000
13, 250,000
L.
74,00
434,000
1,476,000
3,239,000
3,649,000
L.
167,000
160,000
290,000
385,000
390,000
430,000
L.
L.
49,817,000
54,295,000
65,642,000
62,246,000
72,581,000
77.757,000
6,974,000
1,030,000
1,570,000
13,250,000
3,649,000
430,000
—
84,631,000
755,000
(b) 1, 710,000
26,920,000
3,897,000
500,000
815,000
114,774,000
9,739,000
755,000
i,7^§>ooo
26,920,000
3,897,000
500,000
815,000
124,513,000
j
1 161, 8j7
(b) 512,628
13,-93,000
18,220,000
(lorde)
480,000
1,268,909
137,124,840
300 SCIENZA DELLE FINANZE [LIBRO IT.
VII.
Le IMPOSTE DIRETTE REALI E PERSONALI.
114. Abbiamo già mostrato quale differenza vi sia tra le
imposte reali od obbiettive e le imposte personali o soggettive.
Mentre le prime colpiscono beni e redditi non tenendo conto
della persona se non come soggetto di contribuzione ; le imposte
personali si riferiscono in generale alla persona e tendono a col-
pire i cittadini tenendo conto di tutti i rapporti che si stabiliscono
fra il contribuente e altri individui in rapporto al patrimonio.
Tutto ciò sarà anche più evidente con un esempio. L' imposta
fondiaria sui terreni, che colpisce il reddito netto dei proprietari
del suolo, è generalmente una imposta diretta reale od ogget-
tiva. Che cosa significa tutto ciò? Significa prima di tutto che
essa colpisce il proprietario della terra indipendentemente dalla
sua persona, colpisce cioè la fonte di reddito: il proprietario può
essere cittadino o straniero, ricco o povero, indebitato o no,
pagherà sempre allo stesso modo. Così, se un proprietario di
terre è solo, o ha dieci figliuoli : non ha debiti, o ha sul fondo
atesso debiti ipotecari, quali che siano le sue condizioni, paga
allo stesso modo. È perchè l'imposta colpisce il reddito o il
patrimonio. Due conseguenze derivano : le imposte reali od
oggettive danno prima di tutto luogo a una vera obbligazione
reale ; e poi esse sono sempre parziali, cioè considerano isola-
tamente le fonti di reddito che colpiscono (terreni, fabbricati,
valori mobiliari, ecc.). Le imposte personali o soggettive invece
seguono un criterio diverso. Esse sono generalmente globali,
cioè uniscono assieme gli elementi patrimoniali e li trasformano
in valori, considerando il patrimonio come un sol tutto. Sup-
poniamo la esistenza di una imposta generale sul reddito del 5
per cento. Qualunque sia la fonte del reddito, dunque, (e bene
inteso che" ciascun reddito può esser considerato diversamente:
essere cioè discriminato) la persona che lo percepisce pagherà
la imposta. Ma avremo prima di tutto una obbhgazione perso-
nale e appunto perciò la imposta si dirigerà alle persone che
fanno parte dello Stato e non direttamente ai loro beni. L'im-
CAP. VTI.l IMPOSTE REALI E PERSONALI 30I
posta dunque può, anzi deve tener conto delle condizioni del
contribuente: s'egli ha o non debiti, s' egli è già colpito da altre
imposte personali, ecc.
Wagner dice che le imposte personali o soggettive sono quelle
che si applicano alle condizioni personali del contribuente o
al reddito o al patrimonio, che si raccolgono nella sua persona,
soggettivamente (imposte di capitazione in rapporto col reddito
o col patrimonio; imposte di famiglia o di fuocatico; imposte
generali o globali sul reddito o sul patrimonio, con carattere
personale; imposte di successione etc.) e che sono imposte reali
od oggettive quelle che si collegano alle condizioni patrimoniali
considerate oggettivamente (cioè indipendentemente dalla per-
sona) come al terreno, alle case, al capitale, e vengono misu-
rate secondo il numero, l'ampiezza, il valore di questi oggetti*.
Alcune imposte con carattere reale però potrebbero essere
trasformate in imposte con carattere personale, per cui, come
nota Jéze, anche le imposte sui terreni, sui fabbricati, sui red-
diti industriali e commerciali e professionali potrebbero acqui-
stare carattere personale quando tenessero conto della capaci-
tà personale contributiva dei colpiti : il che ora quasi dovun-
que non fanno f . Il criterio della personalità o realtà delle
imposte non sembra abbastanza importante a molti scrittori di
finanza ed a torto: perchè la imposta sia uniforme deve essere
personale, o soggettiva, deve cioè tener conto della situazione
personale del colpito ; se non sempre ciò può avvenire è sovra
tutto per difficoltà di ordine pratico in rapporto alla distribu-
zione della ricchezza. Nei paesi che hanno struttura economica
semplice e redditi non molto disformi e non molto diversi,
le imposte reali sono preferibili perchè facili e sino ad un certo
punto anche relativamente eque; negli stati a struttura econo-
mica complicata e con redditi assai diversi di qualità e di entità
le imposte personali sono le sole che rispondono al requisito della
uniformità ; ecco perchè le personali sono le imposte dei grandi
stati moderni, ed ecco il perchè della tendenza così decisa delle
legislazioni moderne verso di esse. Infatti, le alte esenzioni e
* Wagner, op. cit. par. 335.
t J è z e , op. cit. pag. 665.
302 SCIENZA DELLE FINANZE FlIBRO II.
le limitazioni tributarie inglesi, e le imposte prussiane ed alsa-
ziane, e il nuovo andamento tributario che si segue in Fran-
cia e negli Stati Uniti di America questa tendenza decisamente
dimostrano. Non si può quindi dire che la distinzione tra
imposte reali e personali è della finanza antica soltanto. *
Vero è che storicamente le imposte generali sulla fortuna mo-
biliare ed immobiliare precedono e, che ad esse seguono le im-
poste personali per classi e per ordini sulla fortuna, accoppiate
alle imposte reali sulla terra ; che ad un certo punto le imposte
personali sulla fortuna sono abbandonate, perchè assai poco
produttive, e si va alle imposte reali; ma le imposte personali
rinascono collo sviluppo della ricchezza, col diversificarsi dei
redditi e tendono ad acquistare sempre maggiore importanza
nei sistemi tributari moderni.
Negli ultimi tempi alcuni finanzieri hanno un pò esagerato
i vantaggi delle imposte dirette personali. Dal punto di vista
fiscale non vi è nessun dubbio che le imposte reali presentino
notevole vantaggio. Poi che l'imposta colpisce 1' oggetto esso
non può sfuggirle: terra, case, titoli mobiliari difficilmente sfug-
gono a un'imposta reale. Le imposte reali avendo bisogno di
colpire non già rapporti individuali, ma beni, esonerano per
necessità, almeno in gran parte, le classi le quali non possie-
dono capitale e hanno il vantaggio di colpire il prodotto
netto, che nella ripartizione spetta a chi ha fornito il capitale.
Dal punto di vista fiscale dunque hanno un vantaggio grande :
poiché colpendo il reddito alla fonte stessa da cui deriva, sono
di assai facile riscossione. Ma hanno anche un gravissimo torto;
non tengono conto della capacità contributiva dei cittadini da
esse colpiti. È bensì possibile in esse una discriminazione dei
redditi : infatti possono esservi aliquote più alte per i redditi
del capitale che non per i redditi industriali, ma non si può
tener conto della situazione familiare e personale del contri-
buente. Or poiché le imposte reali danno luogo a non poche
ingiuste diseguaglianze, anche presentando non pochi vantaggi,
si può solo completarle, diciamo così raddrizzarle, aggiungendo
* FI or a : Manuale della Scienza delle Finanze, III Edizione. Livorno
1909» pag. 252.
CAP VII.] IMPOSTE REALI E PERSONALI 303
e sovrapponendo ad esse altre imposte che le completino o le
correggano.
Le imposte dirette personali o soggettive si prestano assai
più delle reali od oggettive all'arbitrio : esse infatti non possono
avere per base che le dichiarazioni, sia pure controllate, dei
contribuenti. Hanno inoltre il difetto, guardando al complesso
del reddito, di non tenere a bastanza presenti le varie forme
del reddito: di trattarle spesso tutte allo stesso modo, senza
una conveniente differenziazione© discriminazione dei redditi *.
Ma hanno un grande vantaggio : quello di tenere presente e
di valutare la situazione personale e familiare dei contribuenti.
Quando si tratta di imposte personali sul patrimonio si può
tenere presente la varia natura degli elementi che lo compon-
gono : non la produttività o la improduttività delle singole par-
ti di cui il patrimonio si forma. Quando si tratta di imposte ge-
nerali sul reddito, allora difficilmente si può distinguere fra i
redditi fondati e i non fondati. È perciò che in alcuni paesi per
avere un'imposta personale secondo le esigenze della giusti-
zia tributaria, si tien conto del reddito e del patrimonio e si
introducono insieme al principio della progressività, il criterio
della famiglia e la esenzione dei redditi minimi.
Le imposte reali od oggettive presentano un fenomeno me-
ritevole di osservazione relativamente a coloro che ne sono col-
piti. Abbiamo detto che queste imposte colpiscono alcune fonti
di reddito indipendentemente da coloro che le possiedono:
l'imposta è dunque un'obbligazione reale. Supponiamo che in
un paese dove esistono imposte sul reddito fondiario, si intro-
duca un tributo reale che consista in una proporzione fissa: per
esempio il io per cento. Se un proprietario possiede un fondo
che valga io mila lire, il reddito viene ridotto in realtà a 9 mila
lire. Cosi, se egli vuol vendere la sua terra, colui che compra sa
in precedenza che essa non rende io mila ma 9 mila lire; ed
è disposto a pagarla solo in questa ragione. L' imposta dunque
* Negli Stati Uniti, in alcuni stati della confederazione la general pro-
Pertytax si risolve spesso in una burla. Così, per esempio, al Kansas. Cfr.
F. W. Blackmar: Méthodes de taxation au Kansas nella Revue de droit
public, marzo- aprile 1902.
304 SCIENZA DELLE FINANZE [LIBRO II.
incide soltanto il propretario del tempo in cui viene o introdotta
o aumentata ; poiché chi compra dopo trova che la terra ha
un valore minore, da che rende meno, e l'acquista a un prezzo
minore. Allo stesso modo se i titoli di rendita pubblica, da pri-
ma esenti da imposta, vengono colpiti da un imposta del io per
cento, essi si svalutano in proporzione e il possessore che voglia
venderli, vede di altrettanto diminuito il suo patrimonio.
« Quello dei due patrimoni ugualmente fruttiferi, il quale è
più gravato dell'altro, per l'incidenza maggiore d'imposte per-
mutandosi contro quello meno gravato subirà un deprezzamento
eguale alla maggiore gravezza d'incidenza capitalizzata ; oppu-
re l'altro subirà un aumento di valore uguale alla minore
gravezza capitalizzata»*. È dunque evidente, che in materia
d'imposte reali applicando un'imposta nuova elevando un'im-
posta antica limitatamente ad alcuni redditi, si viene a colpire
soltanto i proprietari del tempo in cui l'imposta è applicata o
aumentata. I proprietari che seguono ad essi, acquistano i beni
a un prezzo minore; onde l'imposta non viene a colpirli. E
deriva da ciò un'altra conseguenza: ogni riduzione parziale di
un* imposta reale giova solo ai proprietari del tempo. Togliere
un'imposta del io per cento o ridurla al 5 per cento, significa
aumentare il valore del fondo del 100 del 5 per cento a vantag-
gio del proprietario del fondo. I proprietari venturi del fondo,
infatti, dovendo acquistare la terra a un prezzo assai maggiore, ■
non risentono almeno per certo tempo, alcun vantaggio dalla
riduzione della imposta.
Questo carattere particolare delle imposte reali è stato già
notato da molti scrittori : Ricardo sopra tutto lo avea già net-
tamente indicato. È evidente da quanto abbiamo detto finora
che allor quando si applica un'imposta reale su una o alcune
categorie di beni, si toglie a coloro che li possiedano un capi-
tale eguale allo ammontare della imposta capitalizzato ; vice-
versa coloro che seguono a essi, acquistando a un prezzo minore,
non pagano in realtà la imposta. Del pari ogni riduzione par-
ziale delle imposte reali si riduce in vantaggio di coloro che
* Pantaleoni: Teoria della Traslazione dei Tributi, Roma 1882,
p. 183.
CkP. VII.] rivlPOSTÈ REALI E PÈRSÒIS'ALI ^^0^
possiedono al momento in cui l'imposta è diminuita *. Questo ca-
rattere delle imposte reali, riconosciuto da Verri e Ricardo
e poi da moltissimi scrittori, è dunque vero se trattasi di impo-
ste parziali.
Ma facciamo un altro caso : si tratti non di un'imposta par-
ziale, ma di un'imposta reale uniforme (sia pure con le giuste
differenze o discriminazioni) per tutti i redditi. Qui cadono le
considerazioni fatte finora, poiché l'ammortamento della im-
posta (cioè la diminuzione di prezzo che deriva dall'effetto di
traslazione del tributo) opera solo quando si colpiscono alcuni
redditi. È evidente che se la terra è troppo colpita da imposte,
si può comperare case o titoli mobiliari : ma gli uni e le altre,
se sono al pari colpiti da imposte, non presentano più nessun
vantaggio speciale. Dunque, se le imposte reali colpiscono tutti
i redditi e non avvengono aumenti parziali, ma generali (bene
inteso considerando la diversa natura dei redditi) l'ammorta-
mento non avviene, perchè l'aumento essendo generale non
ha nessuna azione sui prezzi di acquisto dei benij. Sono dun-
que dannose e non ammissibili le idee tante volte divulgate,
secondo cui non si possono convenientemente introdurre im-
poste reali nuove o aumentare le antiche. L'essenziale è che
non avvengano mutazioni parziali non giustificate : altrimenti
esse possono operare come un vero canone a danno dei pro-
prietari dei beni immobili o di titoli parzialmente sottomessi
all'imposta.
Le imposte reali hanno inoltre una funzione ben chiara ; far
contribuire i proprietari di beni immobili a opere pubbliche, che
sono in molta parte a loro vantaggio. Nella finanza locale le
* Cfr. R i e a r d o : Principles, cap. X : Taxes on reni ; P ie r s o n :
loc, cit. ; H e 1 d : Die Einkommensteuer , Bonn, 1872 ; Destuttde
T r a e y : Tratte à' economie poUtique ; cap. VII : \V a 1 r a s : Elements
d'economie politique, II. ediz. Lausanne 1889, pagina 512 e seguenti.
t P i e r s o n : loc. cit., distingue fra le imposte reali, a) quelle che ven-
gono prelevate in forza di un diritto storico dello Stato, come l'imposta
sui terreni ; b) quelle che colpiscono redditi derivanti da imprese privi-
legiate e che per loro natura escludono la concorrenza; e) quelle infine che
vengono prelevate in forza del medesimo principio che giustifica il pre-
levamento delle tasse.
N i t t i . 20
^oò ébifek^AE DELL FlkANzÈ [tlìsko ti.
imposte reali hanno lo scopo prevalente, anzi essenziale, di far
contribuire alle spese locali le persone, che abitano in siti dif-
ferenti da quello dove si trovano i loro beni.
Lo Stato esercita la sua azione in tutto il territorio nazionale:
e i risultati di essa sono quindi generali. È naturale che tutte
le persone contribuiscano, indipendentemente dal domicilio di
ciascuna. Invece il comune rappresenta l'unione di un certo
numero di famiglie per uno scopo economico : nello stesso co-
mune le spese fruttano in misura assai disuguale a chi possiede
e a chi non possiede. Questo principio è talmente vero che nei
paesi come l'Italia e la Francia, dove lo Stato ha grandi im-
poste dirette reali, fonte importantissima di entrate per i comuni
sono i centesimi addizionali sulle imposte reah di Stato. Del
pari in Inghilterra le entrate degli enti locali sono costituite non
solo prevalentemente, ma quasi esclusivamente dalle imposte
dirette. Così mentre la finanza dello Stato si basa ogni giorno
più sulle imposte indirette, completate da imposte personali sul
reddito e da imposte di successione; nella finanza locale le im-
poste dirette reali hanno un'importanza crescente.
115. Le imposte personali sono sempre riscosse con il me-
todo della quotila, le imposte reali qualche volta con quello
della contingenza. In che cosa differiscono questi due metodi ?
Il metodo di quotità è semplice : è la determinazione di una
tariffa o quota in base a cui si applica l'imposta. I redditi del
capitale siano, per esempio, colpiti del 7 per cento : se essi sono
I miliardo, l'imposta renderà 70 milioni, se sono 2 miliardi,
ne renderà 140. Se la ricchezza imponibile cresce, aumenta il
reddito della imposta, se diminuisce vi è invece corrispondente
diminuzione. Il metodo di contingenza o di ripartizioìie consiste
nella determinazione della somma da riscuotere, che viene pò:
ripartita fra i contribuenti. Sono imposte di contingenza o d:
ripartizione quelle in cui lo Stato stabilisce l'ammontare del-
l'intera imposta e lo ripartisce poi sulla massa degl'individui e
dei redditi colpiti. Così in Italia per l'imposta erariale sui ter
reni lo Stato stabilisce dapprima la somma che deve esigere e
poi la ripartisce per contingenti provinciali. È solo in ultimo cht
GAP. Vii.] gÙOTltÀ È CONTINGÈNZA ^O^
ha luogo la ripartizione tra i singoli contribuenti, senza stabilire
prima le quote, ma solo in base dell'ultimo contingente.
Ammesso il sistema di contingenza, si supponga che i redditi
dei proprietari fondiari siano di i miliardo : l'imposta fissata in
70 milioni colpisce, dunque in proporzione del 7 per cento. Se
la ricchezza fondiaria raddoppia ed il reddito dei proprietari di-
venta di 2 miliardi, i proprietari pagano sempre 70 milioni, cioè
3,50 per cento : ma se per crisi o per altre cause si riduca della
metà cioè a 500 milioni, l'imposta colpisce in realtà in propor-
zione del 14 %.
Queste sono le differenze tra i due metodi d'imposizione. Ac-
cade però in realtà che allorquando si adopera il metodo di
contingenza, si sa prima per mezzo di statistiche o di catasti
l'ammontare effettivo dei redditi da colpire. Però spesso le no-
tizie sono imprecise. È chiaro che il sistema del contingente
non segue da vicino il movimento della ricchezza. Vi sia au-
mento o diminuzione, l' industria colpita sia in progresso o sia
in regresso, il contingente rimane immobile. Se il sistema di
quotità non assicura un prodotto stabile, segue da vicino i
movimenti della ricchezza. Se questa aumenta e l'imposta rende
di più, nessuno ha diritto di dolersi rimanendo le aliquote
invariate : viceversa qualunque aumento dell'imposta di contin-
gente, rischiando di essere ingiusto, è sempre assai più difficile.
Se il metodo di contingenza è qualche volta preferito nella pra-
tica finanziaria è perchè presenta, oltre a parecchi altri, due
vantaggi : l'uno fiscale e l'altro economico. Il vantaggio fiscale
è evidente : l'imposta è veramente certa e non vi è luogo a
minori o maggiori entrate. Quindi 1' amministrazione procede
d'ordinario più semplicemente, anche più facilmente nelle appli-
cazioni dell'imposta. Il fisco riceve in certa guisa un aiuto dai
contribuenti, i quali non desiderano che altri sfugga all'imposta
perchè questa diventerebbe più aspra per essi.
La ragione economica di preferenza riguarda la natura delle
imposte reali. Niente altro coloro che pagano queste imposte te-
mono più che gli aumenti improvvisi delle imposte, che gravano
su di essi. Cosi: fra tutte le imposte reali, aggravare soltanto la
imposta fondiaria sui terreni, significa mettere i proprietari di
terre del tempo in condizione singolarmente svantaggiosa. Un 'al-
^oS, sciEx:^.A bELLfe tiNÀNzÈ [tJBÉb ir.
tra ragione di preferenza è la imperfezione dei metodi di accerta-
mento dell'imposta. Quando non si può stabilire con precisione
il reddito di un fondo e non si può quindi applicare il sistema
della quotità, si applica il sistema della ripartizione in base a
criteri incerti. È un sistema che corrisponde a uno stadio pri-
mitivo della tecnica tributaria.
È perciò che non ostante che non seguano il reddito nelle sue
variazioni e che sotto un certo aspetto sembrino irrazionali, le
imposte reali sono applicate non di rado con il metodo di
contingenza, sopra tutto quando si tratti di colpire il reddito
fondiario. *
Vili.
La progressività e la proporzionalità
delle imposte.
II 6. Ecco un tema che ha molto appassionato, che è stato
anche causa di violente discussioni e agitazioni: neanche adesso
vi è accordo fra gli studiosi, può darsi che l'accordo sia anche
lontano. Ma ciascuna di queste più gravi questioni solvitur ambu-
lando, come dicevano gli stoici : si risolverà per via con l'osserva-
zione e con l'esperienza. In quale misura devono essere ripartite
le imposte e anche con quale criterio di ripartizione ? Benché
le dispute tra i fautori del saggio proporzionale e quelli del saggio
progressivo delle imposte siano tutt'altro che sopite, la questione
è oggi considerata con molta maggiore serenità che non si usas-
se fare quando il principio della progressività, ora applicato
anche in alcune legislazioni finanziarie dei paesi più conservato-
ri, destava preoccupazioni grandissime. È proporzionale l'im-
posta quando il rapporto fra la aliquota e la ricchezza colpita
è invariabile. Così se chi ha loo paga i, chi ha 200 paga 2, chi
ha 300 paga 3, ecc. : vi è in altri termini, una percentuale d'im-
posta fìssa ; le singole quote aumentano con l'ammontare del
♦ Tranne l'imposta fondiaria sui terreni, tutte le imposte sono applicate
in Italia col sistema di ciuotità, che risponde meglio non solo alle esigenze
cicUa finanza, ma ai principi di ('(iniià.
CAP. Vili.] PROGRESSIVITÀ E PROPORZIONALITÀ 309
capitale o del reddito. Un'imposta del io per cento su tutti
i redditi personali, quale che sia la loro importanza ed entità,
è una imposta proporzionale. È progressiva l'imposta quando
il rapporto fra l'aliquota e la ricchezza colpita varia secondo
l'aumento della ricchezza imponibile. Cosi se chi ha loo paga
I, chi ha 200 non paga 2 ma 2 e qualche cosa di più, chi ha
300 non paga 3, ma per esempio, paga 4. Dunque in questo
caso il saggio dell' imposta non è fisso : ma è variabile e au-
menta con r aumentare dei redditi o dei capitali, secondo che
l'imposta colpisca gli uni o gli altri. Vi è un metodo un pò
bastardo ; la degressione ; una imposta è degressiva quando a
partire da una certa cifra è proporzionale e al di sotto tll
tale cifra le aliquote variano in senso degressivo. Per esempio :
una imposta sul reddito è degressiva se colpisce al di sopra di
IO mila lire in proporzione del 5 per 100 ; e viceversa colpisce i
redditi da 8 a io mila lire in proporzione del 4,50 ; da 6 a 8
mila lire a 4, da 4 a 6 mila lire a 3,50 ; da 2 a 4 mila lire a 3 ;
ecc.
È evidente che il metodo della progressività non può riguar-
dare che le imposte dirette, e solo quelle imposte indirette, che
colpiscono i trasferimenti della ricchezza a titolo gratuito (suc-
cessioni, donazioni) e qualche volta trasferimenti della ricchez-
za a titolo oneroso (bollo, registro, ecc.). Le imposte sui consumi
non si prestano alla progressione e non vi è alcuno che ritenga
si possano applicare in tal guisa : bene inteso che il legislatore
però opera in certa guisa come se applicasse la progressione,
quando esenta consumi di prima necessità e colpisce con saggi
più alti i consumi voluttuari. È evidente anche che fra le im-
poste dirette sono soltanto le personali che si prestano alla
progressione : le imposte reali per loro natura non possono
essere progressive senza grave danno e anche senza creare pro-
fonde ingiustizie. Invece le imposte dirette personali quando
abbiano carattere di imposte generali su tutto il reddito o su
tutto il patrimonio e possano sovrapporsi alle imposte dirette
reali e alle imposte indirette, in guisa da correggerle e da com-
pletarle, sono più adatte alla progressione. Il torto maggiore
è nel parlare in generale di progressione o di proporzione per
tutte le imposte dirette ; cosa che ingenera equivoco e desta
3 IO SCIENZA DELLE FINANZE [LIBRO II.
giustificate inquietudini anche negli spiriti più sereni. In pas-
sato si credeva in realtà di applicare tutte le imposte dirette
con metodi progressivi, senza distinguere fra le reali e le perso-
nali, e le preoccupazioni erano pienamente giustificate*. Ma
ora nessuno scrittore avveduto oserebbe più mettere la questio-
ne in termini così assurdi e pericolosi. È anche inutile aggiungere
che si tratta di progressione ordinata in tal guisa da colpire
più che proporzionalmente i redditi maggiori : e non già di
progressione che segua il procedimento inverso, come era fre-
quente più che non si pensi, prima d'ora, f
* L* immensa bibliografia su questo argomento forma dei veri volumi.
La questione della proporzionalità e della progressività della imposte è
stata la più tormentata di tutte. Migliaia di opere sono state scritte in
proposito: molte sono utili, altre combattono spesso molini a vento; una
larga bibliografia si trova inMasè Dari: La imposta progressiva, To-
rino, 1897. Fra le pubblicazioni più fondamentali sono M i 1 1 : PnncipUs
oj politicai economy, libro V, cap. II (dove la questione è largamente
trattata) ; S e 1 i g m a n : The Theory of Progressive Taxation, Baltimore
1894, 2. edizione 1908; traduzione francese : U'Impót Progressi/. Paris
1909: Ricca Salerno: Dell' imposta progressiva secondo alcune recenti
dottrine tedesche nel G. d. E. 1878 e L'imposta progressiva e le riforme tri-
butarie di alcuni stati europei nel B. I. S. Roma ,1894 e Le ultime riforme
tributarie in Prussia (estratto); Schaeffle: Gruendsaetze der Steuerpo-
litik ; T h i e r s : De la propriété, cap. Ili ; L. S a y : La solution dèmo-
cratique de la question des impòts, Paris 1886 ; R. M e y e : Principien der
gerechten Besteuerung, Berlin 1884; Sax: Die Progressivesteuer (estratto),
Wien, 1886 ; Denis: L'impót, pag. 88 e seg. ; Wagner: Finanz.,
tom II, § 377 e § 397 ;G. Cavaignac: Pour l'impót progressif, Paris
1895 ; F. Neumann: Dei progressive Einkommensteuer, ecc., Leipzig,
1874; S e h e e 1 in Zeit 1875; L e h r in J. N. 1877; J. Neumann in
J. N. 1888; Max Grabein, Beitràge zur Geschichte der Lehre von der
steuer-progression in Finanzarchiv. 1895 e 1896 ecc.; confronta anche i
trattati generali di Scienza delle Finanze (Cohn, Leroy-Bealieau
Rau, Rocher,Stein, Bastable,Jéze, etc.) e tra quelli di
Economia Politica più specialmente: Nicholson e Pierson. Per
la storia della Teoriaconfronta anche: L h er e , Kritische Bemerkugeen
zu den wichtigeren fur und wider den progressiven Sterufuss vorgebracthen
Grunde, nei J arbùrcher fur N. und S. voi. XXIX, 1897.
t Nel marzo del 1356 gli Stati generali di Francia misero una imposta
sul reddito che è tipica come esempio di progressione a rovescio : i più
poveri dovevano pagare il io per cento, i piccoli e medi possidenti dal
4 al 5 e i più ricchi solamente il 2 per 100. Ma anche in quest'ultimo caso
CAP. Vili.] PROGRESSIVITÀ E PROPORZIONALITÀ 3II
117. La proporzionalità è il metodo seguito prevalente-
mente nei tempi a noi più vicini : ma non mancano anche nel-
l'antichità più lontana esempi di imposte progressive, j Ancora
erano esenti dall'iniposta gli ecclesiastici e i nobili che non pagavano se
non fino a 1000 lire di reddito.
Levasseur: Histoire des classes ouvriéres, II ediz. Paris 1900, Voi.
I. pag. 505-
t «Sembra che nell'India avesse carattere progressivo una forma deci-
mata di tributo fondiario, in quanto era sottratta ai coltivatori del suolo
una frazione del complessivo raccolto di grano tanto maggiore quanto più
elevata era la produttività del suolo : da un sesto (terrei\i più fertili) a un
dodicesimo (terreni più sterili). A Cartagine e a Tiro esisteva l'imposta
progressiva sul capitale. Per quanto il Deteuronomio (XVI, 16 e 17) san-
cisca per gli Ebrei la proporzionalità soggettiva della imposta (« Nessuno
verrà a me dinanzi a mani vuote, ma ognuno dovrà offrire a me a seconda
delle sue facoltà»), fondata sulla decima, non manca tra essi qualche esem-
pio di tributo straordinario con carattere progressivo, come quello che fu
imposto dopo la sconfìtta di losah, re di Giuda, per le armi del Farao-
ne Neco. Alcuni scrittori, sulle tracce del Meurdiiis, di Montesquieu e del
Boechk sostengono che l'imposta progressiva sarebbe stata introdotta in
Atene colla riforma di Solone che avrebbe instaurato mediante la sCacpopà
un nuovo sistema tributario. Questa opinione sarebbe basata su di un
passo dello storico bizantino Giulio Polluce, che visse quìndici secoli dopo
Solone (cioè nel X secolo dopo Cristo) ; ma, secondo ìlLecrivainsi
tratterebbe di un'ipotesi assai complicata poiché il testo di Polluce non
stabilisce né la data della riforma né alcun nesso preciso fra le quattro
classi, in cui Solone aveva diviso gli ateniesi secondo il loro censo.e la ripar-
tizione della imposta. Onde altri scrittori sostengono che la riforma Solo-
niana ebbe carattere puramente politico e si propose un censimento del-
le fortune private e della popolazione allo scopo di divìdere il popolo ate-
niese in classi. La divisione del popolo in classi dovea servire come misura
della partecipazione agli uffizi pubblici. Atene avrebbe avuta una imposta
progressiva, ma solo nel 428 avanti Cristo, ima eiacpopà di 200 talenti (lire
1,178,000) lorda sui cittadini tutti, al momento della dedizione di Meti-
lene, nelle guerre contro Sparta, e che sarebbe durata a quanto pare sino
alla centesima olimpiade, sino cioè al 380 avanti Cristo. Era un tributo
trasformatosi in ordinario, distribuito per classi e graduato secondo la
ricchezza personale il quale in qualche momento fu fatto gravare sulle
sole classi ricche mentre ì theti, esenti, dilapidavano il danaro dello Stato
in guerre e in spese di lusso. Era una vera imposta sul capitale che gravava
anche gli stranieri abitanti Atene. Roma antica a malgrado della con-
traria opinione del Bonghi, non ebbe che imposte proporzionali:
'< Tributum scrive V a r r o n e {De lingua latina. IV. 36) dictum est a tri-
hutiis, quod éu; pecunia qiiae popido imperata erat tribidum a singuUs propor-
312 SCIENZA DELLE FINANZE [LIBRO II.
adesso la legislazione tributaria del maggior numero di stati si
basa generalmente sulla proporzione. Perchè nondimeno, contra-
riamente a ciò che si è fatto, a ciò che si fa, moltissimi scrittori,
anzi ora la maggior parte forse, tende alla progressività ? Da
prima si dava alla progressione carattei'e quasi rivoluzionario
o socialistico': ma adesso questa esagerazione non può più ripe-
tersi senza cadere nel ridicolo. La progressione è un metodo
che va giudicato o applicato all'infuori di queste preoccupazioni ;
e anche non pochi di coloro che partono dal presupposto che
la finanza non possa agire nel senso di mutare le forme sociali
presenti e né meno di modificarle profondamente, non esitano
ad ammettere che il metodo progressivo sia più adatto.
iionc ceiisus exigebatur» ; e se qualche volta fu imposto come nel 538 di
Roma, al tempo della seconda guerra punica, un prestito forzato che ebbe
carattere progressivo, si trattava sempre di prelevamenti straordinarii.
La progressività si presenta nel disordine delle finanze imperiali; e acqui-
sta carattere progressivo il tributo fondiario, divenuto generale coU'im-
peratore Marco Aurelio e commisurato all'altezza dell'imponibile, in gui-
sa che come questo cresceva aumentava la percezione. Carattere pro-
gressivo ebbe anche il tributo che il Codice Tedosiano designa col nome di
collatio glebalis o gleba senatoria, che colpiva l'ordine dei senatores, divi-
dendoli in tre classi e colpendoli in base alla fortuna presunta e sui beni
fondiari. Anche progressiva era l'imposta che veniva percetta per la con-
cessione dei terreni dello Stato ai coloni {agri vectigales). Il vectigal era mi-
surato in ragione di jugero, di prodotto e di fertilità. Acquistò un carat-
tere progressivo la vicesima hereditatum, ai tempi di Trajano. Nella pri-
ma metà del medio Evo e durante la finanza feudale non è a parlarsi ili
progressività se non a rovescio: le imposte, infatti gravavano più che pro-
porzionalmente i poveri. In Italia, nei Comuni e nelle RepubbUche « lo
spirito democratico invade la finanza e la volge a fini di lotte civili e di
faziosità» : appaiono qua e là imposte graduate progressive o degressive,
con carattere non ben definito ed arbitrario. Carattere progressivo eb-
bero i prestiti forzati imposti secondo la fortuna, e non solo sui privati,
ma anche su fondazioni, dal XIII al XV secolo: come a Lucca, Siena,
Perugia, Pisa, Genova, Firenze etc. Ma nei Comuni e nelle Repubbliche
la progressività dei tributi non si esplicò mai in sistema organico di fi-
nanza. La decima scalata, di cui si dice che fu una vera imposta progressi-
va, ebbe in Firenze più che altro sul principio un carattere di prestito
forzato imposto ai ricchi nel 1378, dopo il tumulto dei Ciompi. Nel 1427
la decima scalata fu imposta ordinaria e graduata, a saggi lievemente
progredienti coli' aumentare del reddito: acquistò carattere quasi socia-
listico coi Medici, che la spinsero ad aliquote del 50 % (1447 )> per ingra-
CAP. Vili.] PROGRESSIVITÀ E PROPORZIONALITÀ 3I3
È dubbio se Adamo Smith sia stato per la progressione o per
la proporzione. In un punto della sua grande opera egli ha
scritto : «Non è affatto sragionevole che i ricchi contribuiscano
alle spese dello Stato, non solo in proporzione del loro reddit©,
ma anche al di là di questa proporzione». Queste parole lo di-
mostrerebbero più propenso al sistema progressivo che al pro-
porzionale; ma è anche vero che in altri luoghi del trattato egli
discorre della proporzionalità con tanta recisione che il ritener-
lo fautore della progressione, come vuole il Say, è per lo meno
azzardato. Fra i filosofi e gli economisti maggiormente favore-
voli alla progressività vanno annoverati Rousseau, Saint Pierre,
Condorcet, Fonteyrand, J. B. Say, Rossi, Garnier, Wagner,
ziarsi la plebe, e, cacciati ch'essi furono, continuò ed essere percepita tra
il 149^ e il 1530 durante la Repubblica, ora in forma di prestito forzato,
or di imposta democratica. Tornati i Medici (1530) essa fu abbandonata,
tinche Cosimo III la fece risorgere sotto diverso nome nel 1710. Là «scala
generale di proporzione» era un tributo progressivo che dall'i % saUva al
20 % secondo il reddito, da 30 a 100 scudi. Dopo a Firenze non si parlò
più di progressione. Dicono alcuni scrittori che Venezia abbia avuta una
imposta sul capitale con carattere progressivo: ma nulla vi è di provato: si
sa piuttosto di una imposta di capitazione in forma progressiva introdotta
senza fortuna nel 1539. Qualche studioso riferisce che anche Paolo IV
papa avrebbe nel 1556- 1558 decretata un'imposta progressiva a due sca-
glioni sul valore degli stabili: per quanto ne tacciano gli storici. In Fran-
cia vi hanno decisi accenni di progressività ai tempi di Carlomagno
{heribannum nell'Sos) ; imposte di classe graduate ; tributi con carattere
nettamente progressivo come la cinquantième di Filippo il Bello (1295) ;
imposte generali e progressive sul reddito consentite dagli Stati Gene-
rali (1355; 1561, 1694) sino alla fine del regno del Re Sole; poi nulla
sino alla Rivoluzione, durante la quale qualche applicazione della pro-
gressività vi fu, per quanto vi sian stati più discorsi e progetti che fatti ».
Per queste notizie confronta sovra tutto M a s è - D a r i : U imposta Pro-
gressiva, Torino 1897: pp. 1-93. Questo stesso autore può essere util-
mente consultato per quanto riguarda 1' Inghilterra, la Germania, la
Svizzera, l'Austria, la Russia, la Finlandia etc. In Inghilterra il primo
e più lontano esempio di imposta progressiva sul reddito risale al 1435:
esistevano prima, sin dal 1379, le graduated poli taxes, capitazioni gra-
duate, le quali però finirono sempre col cadere sui poveri. Confronta su
quanto precede sempre utilmente anche S e 1 i g m a n : Uimpòt Pro-
gressi/ en Theorie et en Pratique. Paris, 1909, pp. 9-125. Seligman
però aderisce anch'egli all'opinione che la èiacpopà di Salone fosse un'im-
posta progressiva; il che non pare provato.
314 SCIENZA DELLE FINANZE [LIBRO II.
Walker, Schàffle, Neumann, Mamiani, e gran numero di teo-
rici tedeschi olandesi e italiani*. Anzi ora si può dire che il mag-
gior numero sia favorevole alla progressività. Ma grande invece
fu nel passato l'avversione di molti autori per ogni forma di
progressività : Mill, d'ordinario così temperalo, parlava di
furto graduato ; Wolowski di principio distruttivo e funesto ;
Proudhon di joujou démocratique, ecc. E ciò senza parlare di
Thiers, politico celebre ma economista assai mediocre, che
affermava la progressività essere un ributtante arbitrio, che
costituiva un attentato alla proprietà f .
Abbiamo citato queste testimonianza contrarie o favorevoli.
* Tra gli scrittori italiani favorevoli alla progressività si cita qualche
volta Nicolò Machiavelli e come tale lo ricorda, ad esempio
il Loria {Studi suW imposta Progressiva, in Verso la Giustizia sociale,
Milano 1904, pag. 384) ; mentre il segretario Fiorentino se fu fautore di
un'imposta generale sul patrimonio la volle proporzionale e non progres-
siva (Discorsi sulla Prima Dee. I, 55). Vero è che il Machiavelli riteneva
condizione indispensabile a tale impostala massima eguaglianza di fortu-
na fra i cittadini-,eguaglianza che si sarebbe potuta ottenere coli' ammazsa-
meiìto di coloro la cui fortuna e la cui potenza superano il limite dell'egua-
glianza. Né fu favorevole per conto suo, alla progressività il Guicciar-
dini : egli si limitò a esporre le ragioni che militano a favore della pro-
gressività e della proporzionalità in due discorsi sulla Decima Scalata di
Firenze che sono ancora un modello di acume e di precisione {Opere Ine-
dite Voi. X Firenze 1867, pp. 355-378). Quanto al Boterò, che ad alcu-
no pare seguace della progressività, è a notare che egli, nella sua Ragion di
Stato, discorre d'imposte accogliendo in massima le idee del B o d i n
fermandosi a dimostrare che devano necessariamente prevalere le imposte
reali sulle personali : «Non si debbono tassare se non gli stabili (scrive
Boterò {Ragion di Stato Venezia 1589, pag 185) e l'aver voluto tassare
i mobili alterò tuttala Fiandra contro il Duca di Alba». Su ciò confronta
RiccaSalerno: Storia delle Dottrine Finanziarie in Italia, II Edizio-
ne, Palermo 1896. Confronta anche S el i g m a n , L' impót p. 131-132
e Masé-Darip. 273-242. S eli g man dà grande importanza alle
discussioni del Guicciardini.
t Oramai nessuno più parla di tal giiisa e la questione, entrando nel
campo pratico ha perduto l'antica asprezza. E gli argomenti di Thiers
non sono presi in considerazione da nessun toerico serio. Questo scrittore
avea in materia finanziaria idee così confuse che credeva l'imposta
avesse pour tendance essentielle et utile de se diversifier à Vinfini e basava
tutto il suo sistema su una costruzione banale di diffusion de V impót, la
quale bastava a spiegar tutto.
CAP. Vili.] OBIEZIONI DELLA PROGRESSIVITÀ 3I5
non perchè i nomi degli autori possano in materia simile avere
grande importanza, la scienza avendo carattere impersonale e
le verità scientifiche essendo sempre tali, da chiunque sostenu-
te : ma per dimostrare appunto come l'accordo non si possa
mai forse raggiungere nelle questioni che interessano da vicino
la nostra esistenza pratica.
Si può ammettere senza difficoltà che l'imposta proporzionale
sia stata per un lungo periodo, almeno come base dei diversi
sistemi tributari, la regola : perchè si vorrebbe mutarla ? Le
ragioni sono molteplici : alcuni vorrebbero, perchè sono convinti
che solo con la progressione si possono attutire gli urti più gravi
nella disuguaglianza della ricchezza. Sono i loro argomenti
gravi, ma non decisivi. Altri vorrebbero, perchè ritengono e
non a torto, che i redditi minori siano colpiti più che i mag-
giori dalle imposte indirette : la progressione sarebbe in questo
caso una correzione, o una compensazione, se meglio piace.
Altri vede più a fondo la questione, come si può chiedere e si
deve pretendere in materia simile : e allora non limita la difesa
a fatti esteriori. Non è vero forse, si dice , che la ricchezza è
di sua natura tale che a misura che noi ne disponiamo in mag-
giore misura essa ha per noi una utilità finale minore ? Non è
vero che né la capacità contributiva, ne la eguaglianza di sa-
crifizio sono rispettate quando si pretende che ricchi e poveri
paghino nella stessa misura ? Queste domande non mancano di
gravità, né è facile rispondere negativamente.
118. Ma molti autori oppongono a ogni discussione su que-
sta materia una specie di fin de non recevoir, che a sua volta non
manca di creare imbarazzo : oppongono senza molti riguardi che
la progressività sia contraria allo sviluppo della produzione ;
che sia arbitraria; che sia antigiuridica; che sia impraticabile
ecc. Si può continuare la enumerazione : ma è forse inutile. La
giumenta di Orlando aveva tutti i pregi e un solo difetto: era
morta. Se la progressività avesse uno solo dei difetti accennati
si potrebbe fare a meno di enumerare i vantaggi.
Invece, in questo fin de non recevoir così reciso vi è spesso
una specie di prevenzione, che oramai è ingiustificabile. Dal
punto di vista nettamente economico le indagini fatte finora
non autorizzano in alcuna guisa a preferire nelle imposte dirette
31 6 SCIENZA DELLE FINANZE ^LIBRO II
personali e in quelle di successione il saggio proporzionale al
saggio progressivo : la preferenza può essere determinata piut-
tosto da ragioni di convenienza pratica e corrisponde a speciali
forme di distribuzione.
Si cita sempre una obiezione di Stuart Mill, che sembra de-
cisiva; ma che ha un valore mediocre. Questo scrittore ha detto
che in una pubblica sottoscrizione nella quale tutti siano inte-
ressati, si considera che ciascuno abbia fatto il suo dovere se
ha sottoscritto secondo i suoi mezzi, cioè fatto un sacrifizio
eguale per il bene comune. Lo stesso principio deve essere ap-
plicato alle contribuzioni forzate ed è inutile di cercare una
base più ingegnosa*. Ora questa obbiezione, che ha l'aria di
esser decisiva, non ha alcun potere di persuasione. In una
pubblica sottoscrizione non concorrerebbero i più poveri; e in
ogni caso un uomo ricco e senza figliuoli, che possedendo un
milione di reddito desse looo lire, farebbe a giudizio unanime
assai meno il suo dovere di un salariato con numerosa prole,
che avendo looo lire di reddito contribuisse con ,una lira. Anzi
la teoria della eguaglianza di sacrifizio, messa da Mill a base
della imposta, mena direttamente alla progressività. Infatti, vi
è una parte del reddito di ogni famiglia che deve considerarsi
come indispensabile alla esistenza: gli aumenti successivi invece
non corrispondono a bisogni urgenti finché si raggiunge un
limite in cui ogni aumento risponde a bisogni superflui. Or
colpire tutti i redditi con tasso uniforme significa indurre i cit-
tadini a sopportare sacrifizi inversamente diseguali.
La progressività della imposta è stata nei secoli decorsi usata
assai male, come strumento di vendette politiche, sopra tutto
nei piccoli stati e nel prevalere di fazioni popolari. Quindi ri-
mane contro di essa un senso di prevenzione: e qualche volta
si combatte in un nome della giustizia ciò che non solo è giusto,
ma risponde ai nostri stessi sentimenti!. Ma quali sono i più
gravi argomenti invocati contro ogni forma di progressività ?
* J. S. Mill: Frinciples, V, 2.
t Bisogna dire della giustizia ciò che Montaigne dice della gloria : — Il
y a le nom et la chose ; le nom c'est une voix qui remarque et signifie la
chose ; le nom, ce n'est pas une partie de la chose, ny de la substance;
c'est une pièce etrangière joincte à la chose et hors d'elle.
L'Ai', vili.] OfetisZlONi bELLA PROGRESSivttÀ ^X^f
La progressività, si dice, è contraria allo sviluppo della pro-
duzione ; su quest'ultima agisce infatti come un principio di uti-
lità decrescente. Se aumenta il reddito lordo di ogni proprie-
tario o imprenditore non aumenta in pari proporzione l'utile
netto. Se la progressività agisse dannosamente sulla produzione
bisognerebbe respingerla senz'altro : niente più interessando
all'umanità, anche nella parte sua ricca e più colta, che lo svi-
luppo della produzione. Ma non è cosi.
Quando si dice che la maggiore operosità, la maggiore attività
verrebbe colpita anche di più e si teme che la progressività agisca
come una forza limitatrice delle intraprese industriali, non si
tien conto che non si tratta già delle applicazioni pratiche di
aliquote enormi, tali da scoraggiare la produzione, ma sempli-
cemente di aliquote progressivamente più elevate.
Che la produzione scoraggi il produttore, come tanti han detto
e ripetuto, è cosa che dipende sempre dalla entità e dalla gra-
vità delle aliquote. Un paese che abbia col metodo proporzionale
aliquote del 25%scoraggirà la produzione ben più che un paese
in cui le aliquote progressive più alte non sorpassino il 20.
La progressività, secondo alcuni, secondo molti, ha per effetto
di assorbire il reddito; q^\2Xq)ì\q volta si dice perfino di zw^accofré?
il capitale.
Se anche, si osserva, la progressione cresca tenuemente, come
per esempio di 0,50 per ogni 1,000 lire, arriverà un punto in
cui assorbirà tutto il reddito e intaccherà il capitale. Non occorre
avere competenza matematica per capir ciò. Man mano si sale,
la progressione deve scoraggire ogni formazione ulteriore di
ricchezza : e oltre un certo hmite deve assorbire tutto il reddito.
È una obbiezione di carattere pratico, più che di carattere teo-
rico. Ma è evidente, e lo dimostrano tutti i sistemi d' imposi-
zione progressiva, che nell 'applicare la progressività si seguono
norme che evitano il pericolo dell'assorbimento del reddito. I
finanzieri pratici trovano facilmente, e l'han trovato tante volte,
il modo di fare che una misura giusta e conveniente impedisca
quei mali che si temono.
Ma nelle istituzioni umane si tollera più la durezza che l'ar-
bitrio, più la severità che l'abuso: è opinione comune che la pro-
gressività sia arhi/mria e quindi antigiuridica. Dove si fermerà
^ÌÈ SCIÈNZA dèlLe FikÀNzÈ [Lifeko it.
la progressione ? Non sarà come nel passato a Firenze, ove la
decima scalata, la progressione del tempo, serviva piuttosto agli
uni per dare la scalata al governo o agli altri per restarvi, per
fare vendette o per atterrare gli avversarli o, come fecero i
Medici, per abbassare la potenza dei ricchi e dei nobili?*.
Ora l'arbitrarietà non esiste, altrimenti bisognerebbe mettere
per logica un ordine naturale delle imposte. Forse non è ar-
bitraria la proporzionalità ? Vi è un limite logico, o scientifico
il quale dica che la proporzione deva essere uno, o cinque, o
quindici o venti per cento ? E se è fissato appunto il Umite
massimo della progressività in una imposizione del quindici
per cento, chi può dire che sia antigiuridico o ingiusto che i
redditi minori paghino uno, i medi cinque, i massimi quindici
per cento ? Perchè ciò è più ingiusto, è più antigiuridico, che
se tutti, ricchi e poveri pagassero dieci e il povero dovesse su
una entrata media annuale di famiglia di appena cinquecento
lire togliere cinquanta lire che sono il pane, la vita stessa ? Men-
tre per chi ha centomila lire di reddito anche saggi più alti non
modificano sostanzialmente le condizioni di esistenza. Appunto
perchè nella nostra società si tende con ogni sforzo verso la
uniformità della imposta, occorre che il sacrifizio dei contri-
buenti sia eguale e quindi si tenga conto delle condizioni sog-
gettive di ciascuno.
L'imposta progressiva, si afferma inoltre, non è mai stata pra-
ticata ed è impraticabile; la prima cosa è vera solo se si riferisce
al complesso dei vari sistemi tributari, la seconda non è vera
affatto ; in ogni caso i due termini non sono in rapporto fra di
loro. Certo non esiste nei tempi moderni alcuno esempio di un
paese che abbia applicato tutte la sue imposte nessuna esclusa
con metodo progressivo. Le imposte indirette sui consumi non
si prestano alla progressione: le imposte dirette reali si prestano
poco, perchè si rischia di colpire ingiustamente, non tenendo
conto della situazione personale dei contribuenti*. Non si tratta
* La decima scalata acquistò un carattere a dir così socialista coi Medici,
Dal 1471 al 1494, anno della loro cacciata, i Medici sottrassero ai cittadini
con le decime graduate circa 6.426.724 fiorini, pari a quasi 640 milioni di
oggi — Cfr. M a s è D a r i : L'imposta etc, pp. 65-66.
CAP. Vìii,] BASE DfeLLÀ PROGRESSlVltÀ ^ÌOi
che delle grandi imposte dirette personali, le quali in passato o
non esistevano o dati i mezzi di accertamento e lo sviluppo della
società in cui venivano applicate, erano assai arbitrarie. D'al-
tra parte la società così com'è ora, è storicamente un fatto nuo-
vo : alcune nazioni di Europa hanno da sole più abitanti che
non avesse il mondo conosciuto dai romani. Esistono lotte so-
ciali : non lotte fra ricchi e poveri sotto forma di fazioni. I mez-
zi di accertamento e di valutazione dei patrimoni individuali
sono facili. Non si tratta più di affidare intere province, messe
a molti giorni o a mesi di distanza, all'arbitrio di un percettore
delle imposte. Si calcola agevolmente l'ammontare della ric-
chezza privata ; si conoscono i patrimoni maggiori ; si classi-
ficano persino la famiglie secondo i redditi. La statistica fa tut-
to ciò a bastanza abilmente : quindi l'esempio del passato non
ha valore decisivo e né meno assai grande. Ma perchè allora
la progressività sarebbe impraticabile sotto ogni forma e in tut-
te le imposte ?
Perchè, si dice, la progressività scoraggia il risparmio e co-
stringe il capitale ad emigrare. Che la progressività scoraggi la
formazione del risparmio non è punto vero, se le aliquote più
elevate non sono tali da assorbire o minacciare il reddito. Anche
dato il sistema proporzionale, le aliquote molto elevate scorag-
giano il risparmio. Non è dunque la distribuzione della imposta,
secondo proporzione o progressione, che scoraggi il risparmio,
ma semplicemente l'altezza dei saggi. D'altronde, ammesse
anche in pratica aliquote relativamente elevate per redditi mol-
to elevati, se queste non sono tali da rendere svantaggiosa la
speculazione o inutile il risparmio (e nulla si può dire in linea
assoluta, tutto dipendendo da condizioni mutabilissime), la
progressività non agirà in nessun modo come prevedono i suoi
avversari. D'altra parte nelle nostre società il risparmio avvie-
ne in proporzioni assai maggiori che non sia mai avvenuto :
* La progressione è applicata alla imposta fondiaria nella Nuova Zelan-
da {Land and Incoine Assessment Ad dell'S settembre 1891); e nello Stato
di Oklaoma (Stati Uniti di America) dal maggio 1908. Neil' Australia,
a Victoria, sono colpite le proprietà fondiarie il cui valore supera le 2.500
sterline ; nella Nuova Galles del Sud, nell'Australia del Sud, e nelIaXasma-
nia sono colpite progressivamente le terre non coltivate.
320 -.c\f\7.A nittj.T- MKAS^/i Librò ti.
l'accumulazione del capitale, principalmente nei paesi più ric-
chi, è quasi automatica.
L idea banale che il capitale colpito progressivamente tenda
a emigrare, si confuta facilmente. Tutte le volte che una cosa
che non si voleva è stata fatta, si è detto sempre che il capitale
sarebbe fuggito. Sarebbe fuggito se si fossero impedite le forme
di sfruttamento delle classi operaie, mediante una buona legi-
slazione delle fabbriche : sarebbe fuggito se le speculazioni di
borsa fossero state frenate in ciò che hanno di più immorale;
sarebbe fuggito se si fosse attaccato all'industria il grave peso
dell'assicurazione obbligatoria. Molti stati han fatto tutte que-
ste cose e il capitale non è fuggito ; anzi il suo accrescimento è
avvenuto rapidamente. La mobilità del capitale è meno grande
che non si creda ; e in ogni modo questa obbiezione, come la
precedente, non riguarda già il metodo d'imposizione, ma l'al-
tezza dei saggi. Ecco il caso della Prussia : quante volte il ca-
pitale dovea fuggire ! Dovea con la legislazione delle fabbriche
e con le assicurazioni obbligatorie : peso assai rude per le in-
dustrie ; dovea fuggire, dato l'ordinamento militare del paese
(e ne è stata più volte segnalata imminente la fuga) e per la
legislazione delle borse e per i criteri progressivi adottati alla
imposizione diretta* ecc. Dovea per tante altre cose ancora.
E pure la capitalizzazione annuale della Prussia aumentava ogni
giorno; edera grande. Il capitale come i coristi di teatro annunzia
molto spesso la partenza; ma anche quando parte si sa bene che
rimane a poca distanza. Si citano sempre i casi di qualche Can-
tone svizzero, dove in conseguenza di imposte progressive mol-
ti capitali sono emigrati, la Svizzera è troppo piccola per es-
sere confrontata a un paese grande : ma sopra tutto i suoi Can-
toni sono qualche volta unità di popolazione quasi invisibili.
Vi sono Cantoni che hanno meno di 14 mila abitanti: uno solo
passa mezzo milione di abitanti. Il cantone di Vaud, che da
più antico tempo ha applicato la progressività (tante volte
* La legislazione sulle borse senza dubbio determinò in principio una
fuga del capitale mobile di speculazione dalla Germania, con danno
degli industriali e degli agricoltori, ma in pratica la tolleranza in mate-
ria di contratti a termine ha riparato subito ai primi risultati della le-
gislazione.
CAP. Vlir.l BASE DELLA PROGRESSIVITÀ 321
inutilmente citato) avea 303.139 abitanti al 1907 su un terri-
torio di 3253 Kil. q. Ebbene una imposta progressiva in un pae-
se simile, dove tutti si conoscono, dove è singolarmente noio-
so far sapere il patrimonio proprio a tutti (le piccole colletti-
vità, principalmente se democratiche, soffrono più fortemente
la gelosia) che imbarazzi deve portare! che noja deve essere ogni
inquisizione! E in compenso che cosa costa percorrere io o 15 chi-
lometri e andare ad abitare in un paese vicino, cioè in un altro
Cantone dove si paga un poco meno e vi sono gli stessi vantaggi?
E a pochi chilometri vi è un'altra legge d'imposta speciale. Mol-
to probabilmente se a Pavia vi fosse una imposta speciale molto
inquisitiva, i cittadini più ricchi preferirebbero stare a Mila-
no. Ben diverso è il caso di imposte generali applicate in grandi
unità territoriali. D'altra parte, quando si pensi che quasi tutti
gli stati maggiori della Germania, l'Inghilterra, l'Austria, hanno
imposte progressive, come quasi tutti i grandi stati hanno una
legislazione delle fabbriche, appare evidente che la fuga del
capitale è impossibile. Nella medesima Svizzera, osserva il
Seligman « la prosperità nazionale si sviluppa, i capitali aumen-
tano ; mentre in Australia dove la progressione è applicata
anche alle imposte reali, la proprietà privata, non è indebolita e
i capitali non sono stati scacciati ».
Infine in alcuni paesi si oppone che l'imposta progressiva è
contraria a leggi statutarie fondamentali: è un'obbiezione con-
tingente e di gravità non grande. In Italia, per esempio, l'ar-
ticolo 25 dello Statuto dice che tutti i cittadini contribuiscono
indistintamente, nella proporzione dei loro averi, ai carichi dello
Stato. Ma in materia di diritto pubblico quante disposizioni sono
cadute in desuetudine ! Nello stesso statuto italiano l'articolo
28 prescrive che le bibbie, i catechismi, i libri liturgici e di pre-
ghiera, non potranno essere stampati senza il preventivo per-
messo del vescovo. Invece sono stati stampati sempre senza
alcun permesso del vescovo, e quell'articolo non è stato mai
applicato*. In Inghilterra esempi di tale natura sono anche più
* E non è il solo articolo 28 andato in desuetudine ! Son caduti l'art. 18
per effetto della legge delle guarentigie; l'art. 40 suU'obbligo del giuramento,
Nitti. 21
322 SCIENZA DELLE FINANZE [LIBRO II.
frequeilti. D'altra parte ciò che è stato stabilito con una legge
sia pure fondamentale si può con un' altra abrogare : occorre
solo sapere se la mutazione sia vantaggiosa e giustificabile.
In conclusione, dunque, non esiste alcuna ragione, per cui la
progressività deva essere condannata in precedenza : né alcuna
perchè sia accolta, come dicevamo, con un fin de non recevoìr
ingiustificabile.
Noi consideriamo invece la progressività e la proporzionalità
non già come due metodi di cui l'uno escluda l'altro e che im-
pongano quindi all'osservatore di decidersi per uno dei due,
ma piuttosto come due metodi che si completino a vicenda.
Le imposte sui consumi devono essere per necessità proporzio-
nali ; e le imposte dirette reali, che potrebbero essere arbitrarie
se progressive è bene che siano anch' esse proporzionali.
Ma preferire la progressività nelle imposte dirette personali può
dipendere da criteri di politica e di legislazione finanziaria, la
cui opportunità può essere consigliata solo da circostanze
particolari. I sistemi tributari sono il risultato di condizioni
storiche e ciascuno risponde a una situazione differente. La
distribuzione della ricchezza, la forma che la tassazione assume
nel suo complesso, possono solo giustificare la proporzionalità
e la progressività, che non sono né l'uno né l'altro metodi con-
dannevoli in via assoluta.
119. Noi abbiamo visto per quali ragioni si possa e si deva
non accogliere nessuno di quelli che alcuni economisti conside-
rano come i vizi redibitori della progressività. Ciò non significa
che si deva accoglierla come base generale del sistema tributa-
rio, forse né meno che si possa. Che cosa dunque può giustificar-
ne la introduzione, o per dir meglio, poiché nessuna scienza può
aver per scopo di giustificare alcuna cosa, ma piuttosto di spie-
gare : che cosa spiega la introduzione del metodo di progres-
sività da parte di molti stati ?
Le ragioni per cui la progressività viene introdotta sono mol-
teplici ; prevalgono ragioni pratiche (compensazione) , o socia-
dentro due mesi, dei deputati; l'art. 53 sulla maggioranza assoluta nelle
votazioni; l'art. 62 sull'uso della lingua francese; l'art. 76 sulla milizia
comunale ; e parecchi altri articoli.
CAP. Vili.] BASE DELLA PROGRESSIVITÀ 323
li, o economiche*. Alcuni la desiderano sempre per una ragione
pratica : a scopo di compensazione. Non è una spiegazione scien-
tifica del fatto: ma né meno è una spiegazione da trascurare.
Le imposte indirette, che sono la base dei bilanci odierni, che
sono a dirittura la quasi totalità di alcuni bilanci, colpiscono
senza dubbio in proporzione assai maggiore i redditi minori.
La imposta sul sale, per esempio, colpisce più i poveri che i
ricchi, più le famiglie numerose che quelle poco numerose. Una
famiglia di contadini paga spesso quanto una famigha di milio-
nari. Tutte le imposte indirette che colpiscono generi di prima
necessità o almeno di largo consumo operano presso a poco
allo stesso modo. Le imposte dirette reali non possono essere
un correttivo: qualche volte anzi aggravano il male.
Ora con imposte personali progressive si può bene correggere
le disuguaglianze, o per dir meglio le ingiustizie più stridenti.
Gli economisti trovano questa spiegazione della progressività
un poco banale, poiché piuttosto che risalire ad alcun principio,
risale a una circostanza di fatto. Pure la loro maraviglia é im
* S e 1 i g m a n, nel libro più volte citato, sottopone a minuto e dotto
esame le idee degli scrittori che in vario senso hanno sostenuto il principio
della progressività e le raggruppa secondo i principi da cui partono. In-
teressantissimi sono sopra tutto gli scrittori olandes i : Pierson, Treut),
von den Linden, Bok, ecc. che partendo appunto dal noto principio, che
ogni dose successiva di ricchezza ha un grado di utiUtà finale minore della
precedente, ritengono che la eguaglianza di sacrifizio renda necessario
ammettere il sisteina progressivo come il solo giusto. Sono state oggetto di
grandi discussioni negli ultimi anni le teorie di un altro olandese, Cohen
Steuart, il quale alla progressività ha cercato dare un solido fondamento
dottrinale: benché la sua pretesa di precisione psicologica e matematica
non sia confortata dai risultati. Non ammettendo le conseguenze della
teoria del grado di utilità finale, Cohen Steuart, con un lungo ragionamento
matematico, stabilisce una serie di aliquote subordinate, le quali,a seconda
del valore attribuito all'aliquota iniziale, che serve come punto di partenza,
oscillano tra un massimo e un minimo e producono le combinazioni di
serie di aliquote medie, che secondo lo scrittore olandese, danno un giu-
sto sistema di distribuzione del carico tributario e che, senza eccessivo gia-
vame, applicano il principio dell' eguaglianza di sacrifizio mediante la
progressione o la degressione. Non è ora il caso di entrare in particolari
relativamente ai calcoli e alle teorie del Cohen Steuart, che sono state
ripetutamente esaminate, sopra tutto in Italia dal Loria. Confronta
Sei ig man: L'impót etc, pp. 125294.
324 SCIENZA DELLE FINANZE [LIBRO II.
poco ingiustificata ; in questa materia sono i fatti che hanno la
più grande importanza e invocare un fatto innegabile ed evi-
dente non è cosa di poca importanza.
Ma molti vanno più in là: essi si propongono di dimostrare
che occorre introdurre la progressività per correggere le dise-
guaglianze più aspre, che esistono nella ripartizione della ric-
chezza. Essi vogliono in altri termini, che l'imposta abbia una
funzione' sociale. E ciò che dice Wagner: sono le idee di Scheel,
di von Sybel, di numerosi scrittori tedeschi che assegnano al-
l'imposta una funzione etico-sociale *.
Queste ragioni non sono molte persuasive. Perchè l'imposta
possa agire sui fenomeni di distribuzione, occorre che i saggi
di essa siano elevatissimi e ancora che intacchino vivamente
la potenza di accrescimento del capitale. È una cosa la quale
non può esser fatta senza pericolo e che presenta una serie d'in-
convenienti grandissimi. Niente più si presta alla spoliazione
quanto ammettere teoricamente che essa sia lecita, riconoscer-
la come un diritto, anzi come un dovere. Date le lotte tra le
classi sociali, nulla è più pericoloso che ammettere che una clas-
se, perchè ha il potere politico, deva spogliare le altre : non
si può elevare a principio l'abuso, tanto meno la violenza.
Assai maggiore importanza hanno quelle spiegazioni, le quali
risalgono alla teoria generale del valore : e che trovano nella
progressività un fondamento economico. È fuon di dubbio (e
il fatto era riconosciuto anche prima che la scuola economica
austriaca facesse accettare la teoria del grado di utilità finale)
che le soddisfazioni le quali derivano da ogni aumento del red-
dito sono minori mano mano che si sale. Se è vero che ogni bene
posseduto da un individuo si decompone, ed è sempre la uti-
lità della frazione meno utile che determina il valore di tutte
* Wagner ritiene che la forma attuale di proprietà e le idee correnti
intorno ad essa menino necessari aniente al sistema proporzionale. Chiun-
que, egli scrive, sia partigiano della proprietà individuale secondo l'at-
tuale organizzazione della società, dev' essere partigiano dell'imposta
proporzionale (con la facoltà ^i migliorarla quando sia possibile) : chi
invece crede vi sia ragione di modificare il diritto di proprietà, di livellare
le fortune, deve caldeggiare l'imposta progressiva perchè essa è un ottimo
strumento di riforma sociale. Wagner: Allgemeine Steuerlehre, Stut-
tgart, 1880, pag. 195-216.
CAP. Vili.] BASE DELLA PROGRESSIVITÀ 325
le altre, è vero per conseguenza che il sacrifizio dei contribuen-
ti è tanto maggiore quanto minore è la loro ricchezza. E anche
è vero che la capacità contributiva non è proporzionale al reddito
ma aumenta progressivamente con l'aumentare di esso. In altri
termini, chi abbia appena un reddito di i.ooo lire se è colpito
da una imposta proporzionale del io per cento, sopporta un
sacrifizio assai più grande di chi avendo un reddito di lire loo
mila, paghi perla stessa ragione io mila lire di imposte. Senza
dubbio molte condizioni particolari : il carattere delle perso-
ne, le condizioni di esistenza, la famiglia, fanno sì che la valu-
tazione di ogni successivo aumento del reddito sia diversa se-
condo le persone. Ma ciò, se prova che gli aumenti successivi
del reddito producono in persone differenti conseguenze diverse,
non prova già che in via generale non si debba ammettere che
la utilità finale del reddito diminuisca con l'aumentare di esso.
Ora soltanto l'imposta progressiva, la quale sottrae una quan-
tità di ricchezza più grande ai possessori dei redditi più ele-
vati, garentisce un eguale rapporto dell'utilità assorbita dal-
l'imposta totale della ricchezza *.
È evidente dunque che, risalendo ai principi economici ge-
nerali, la progressività dell'imposta trova un fondamento soli-
do : e del pari è evidente che base non meno solida ha nel fatto
che le imposte personali progressive appaiono sempre più come
un utilissimo completamento e un ottimo correttivo delle im-
poste indirette.
Qui non vale né meno la pena di accennare ad alcune obiezioni
di cui assai spesso si è abusato: una sopra tutto di Thiers, che
viene sempre ripetuta f . Thiers diceva che se l'imposta è un
premio di assicurazione che ciascun individuo paga allo Stato,
il contributo di ciascun cittadino deve essere appunto propor-
zionale alla somma assicurata ; o nel caso d'imposta il contri-'
buto dei cittadini deve essere proporzionale alla quantità e al-
l'entità dei diritti che lo Stato protegge. Quindi, chi ha la pro-
tezione per cento paga uno, chi l'ha per mille deve pagare in
proporzione dieci e non più. Noi abbiamo visto come la teoria,
• Cfr. Sax: op. cit. pag. 52e seg. e Di: Pi'ugitssiv,
■t Thiers; De la pyopriété, lib, I V cap. III.
326 SCIENZA DELLE FINANZE [LIBRO II.
che mette a base della imposta il principio dell'assicurazione,
non abbia in nessuna guisa fondamento scientifico, Ma ammes-
so pure che l'abbia, l'argomento di Thiers è fragile. Nelle società
di assicurazioni il premio non è proporzionate soltanto all'entità
della somma assicurata, ma al grado di probabilità di perdita
e all'entità della perdita stessa. Così le società di assicurazioni,
quando assicurano un individuo per somma elevata, a loro
volta si riassicurano quasi sempre presso altre società, mosse
dal desiderio di ripartire il rischio. Inoltre il premio annuale è
commisurato, come si è detto, alle probabilità di perdita.
Un individuo povero, in realtà, in ogni mutamento di so-
cietà ha poco da perdere e si può ben ritenere che poco gl'impor-
ti se un governo succeda ad un altro, una dominazione ad una
altra. Non può dirsi la stessa cosa delle persone ricche a cui be-
nefizio, diretto o indiretto, ridondano gran parte dei servigi pub-
blici, e in generale tutte le spese pubbliche. L'esempio di Thiers è
dunque scelto molto male a proposito ; la qual cosa non è rara
dover notare in tutta l'opera economica e finanziaria dell'il-
lustre politico.
I20. Mettiamo da parte l'obiezione che oltre un certo li-
mite (oltre tredici gradi, in alcuni casi) l'imposta progressiva
assorba tutto il reddito. Non è un'obiezione seria : a ogni mo-
do la pratica l'ha già ampiamente chiarita. Sono poche le le-
gislazioni moderne nelle quali il principio della progressività
non è penetrato. In Inghilterra, in Prussia, in Olanda, in Austria,
in Svizzera, in America, in Australia, il metodo della pro-
gressività è applicato a molte imposte. Sono notevoli sopra tut-
to le riforme tributarie in alcuni stati della Germania. Impor-
tantissima la riforma compiuta nel 1896 in Austria. Scopo di
essa è stato preparare nelle imposte dirette il passaggio della
imposizione obiettiva sul reddito alla imposizione subbiettiva
sulla entrata e dalla imposizione separata dei singoli redditi
a quella unica e generale sull'entrata.
Se non vi è sistema tributario che applichi la progressione
a tutte le imposte, non vi è si può dire, oggi, stato civile di
Europa o di America, al cui sistema tributario la progressione
sia ignota. L'Inghilterra non aveva una vera imposta progres-
siva sul reddito {income tax) ma le riforme di Lloyd George
CAP. Vili.] FORME DELLA PROGRESSIVITÀ 327
mutarono, nel igio, il carattere dell'imposta; che era prima pro-
porzionale per i redditi superiori a 700 sterline (17654 lire) e de-
gressiva da questa cifra sino a quella di 160 sterline (quattro-
mila lire ) che segna il limite d'esenzione. In Inghilterra è pro-
gressiva l'imposta sulle successioni. L'imposta sul reddito
era progressiva in Prussia, nel Baden, nella Baviera, nel Wurt-
temberg, nel regno di Sassonia, nelle città anseatiche etc: era-
no progressive anche in Germania alcune imposte locali; l'Im-
pero aveva dal 1906 un'imposta progressiva sulle successioni
(eia avevano già il Baden, sin dal 1899, Amburgo e Lubecca
sin dal 1903, Brema dal 1904, Anhalt e Reuss dal 1905);
e dal 1905 si cominciava ad applicare un'imposta progressiva
sul plus valore dei terreni [Wertz ivachesteuer) in varie città
(Colonia, Francoforte sul Meno, Dortmund, Essen, Gelsen-
kirchen, Hanau, Liegnitz, sobborghi di Lipsia e di Berlino ecc.)
lu Austria, era in parte progressiva l'imposta sul reddito ed era
anche progressiva l'imposta supplementare sui maggiori stipendi.
Nella Svizzera l'imposta progressiva sul solo reddito o sul red-
dito e sul capitale si incontra in tutti i 25 Cantoni : in nove
è progressiva quella sulle successioni, e imposte progressive
di una qualsiasi natura esistono in 21 Cantoni. Nel Belgio
la progressività è riservata ad alcune imposte locali. Anche
in Olanda gli enti locali (Amsterdam, Terneuzen, ecc.) han-
no imposte progressive, ed è colà progressiva l'imposta sul capi-
tale e sul reddito del 1893. In Danimarca esiste un'imposta sul
reddito, accoppiata ad un'imposta complementare sul patri-
monio ; la prima è progressiva e la seconda è proporzionale e
l'imposta sul reddito presenta una specialità da ricordare, in
quanto ha un minimo di esenzione diverso secondo la na-
tura del distretto : a Copenaghen , ad esempio, il mini-
mo di esenzione è di 800 corone in città, di 700 nei borghi
e di 400 nella campagna. Nella Svezia si hanno un'imposta
progressiva sul reddito e una sulle successioni come anche in
Norvegia. In Francia, può avere carattere progressivo la con-
tribution mobilière (legge 15 luglio 1903) ed è progressiva l'im-
posta sulle successioni. Neil' Australasia l' imposta sulle suc-
cessioni è progressiva (Nuova Galles del Sud, Victoria, AustraUa
del Sud, Queensland, Australia Occidentale, Tasmania, Nuova
328 SCIENZA DELLE FINANZE [LIBRO II.
Zelanda); Victoria ha un'imposta fondiaria progressiva sulle
proprietà il cui valore superi le 2500 sterline ; ha un' imposta
progressiva fondiaria al disopra del valore di 500 sterline la
Nuova Zelanda : hanno imposte progressive fondiarie sui ter-
reni non migliorati la Nuova Galles del Sud, l'Australia del
Sud e la Tasmania ; vi è un'imposta progressiva sul reddito
a Victoria, nel Queensland, nell'Australia, del Sud, nella Tas-
mania (dove é graduata sul valore locativo delle abitazioni) ,
nella Nuova Zelanda. Gli Stati Uniti di America, non presen-
tano che due insignificanti esempi d'imposta progressiva sul
reddito : nella Carolina del Nord e nella Carolina del Sud ; i
progetti di una impo.sta generale federale sul reddito essendosi
arrestati sinora di fronte alla dichiarata incostituzionalità di
una imposta sui redditi già altrimenti tassati : vi è un qualche
carattere progressivo o degressivo nelle imposte sulle società
commerciali (corporation taxes) dei singoli Stati (nella maggior
parte degli Stati del Sud e negli Stati di Wisconsin, Michigan,
Vermont, Maryland) ; ed in tredici Stati è progressiva 1' impo-
sta sulle successioni, con progressione che in cinque Stati si
applica a tutte le classi di eredi (California, Idaho, Massachus-
set, Minnesota, Wisconsin); in sei ai parenti meno prossimi e
agli estranei (Colorado, Illinois, Nebraska, Carolina del Nord,
Oregon, Dakota del Sud) e in due agli eredi in linea collaterale
(Texas e W^ashington), Nel Canada, due provincie hanno l'im-
posta progressiva sulle successioni dal 1892 (Ontario e Nuova
Scozia) una terza (Isola del Principe Edoardo) la ha del 1894 »
e più recentemente es^a è stata introdotta in quelle di Nuova
Brunswick, di Manitoba, di Quebec, e Columbia brittannica.
Nel 1904 un imposta progressiva sul reddito è stata introdotta
nella Colonia del Capo di Buona Speranza ; un income-tax pro-
gressiva esiste anche, dal 1904, nella Colonia inglese di Saint
Vincent (Piccole Antille, gruppo delle Isole sopra Vento), men-
tre nelle Isole Sottovento (anche esse appartenenti alle Pic-
cole Antille) vi è una qualche graduazione nella imposta sul
reddito. Nel Messico si ha una imposta leggermente progressiva
sul reddito, dal 1901. Nel Giappone sono progressive la imposta
sul reddito e quella sulle successioni. « Da quanto si vede —
nota il Seligman — risulta chiaramente che la tendenza alle
CAP. Vili.
FORME DELLA PROGRESSIVITÀ
329
imposte progressive si sviluppa quasi dovunque ; ma occorre
ricordare che le principali applicazioni del principio progres-
sivo negli ultimi anni si hanno nelle imposte sulle successioni,
che si percepiscono una volta tanto, mentre in quanto riguarda
le imposte sul reddito e sul capitale, che si percepiscono ogni
anno, la graduazione ha assunto piuttosto la forma della de-
gressione che quella della progressione » *.
121. Come può essere applicata la progressività ? con qua-
li temperamenti ? secondo quali criteri ?
Dove la progressività della imposta è stata applicata, si se-
guono nell'applicazione criterii assai differenti : vi sono imposte
progressive e degressive, sistemi progressivi con esenzione ge-
nerale del minimo di esistenza, con tassi variabili, per categorie,
con elemento imponibile variabile, ecc. **.
Si possono cosi, per semplicità, raggruppare le varie forme
nelle quali la progressività è applicata :
I. Progressione mediante esenzione generale del minimo di
e sistema. 1\ contribuente ha in questo caso il diritto di dedurre
dal suo reddito netto, qualunque esso sia, una somma determi-
nata, 500, 600, 700 franchi che rappresentano un minimo ne-
cessario all' esistenza. In alcuni cantoni svizzeri la esenzione è
limitata alle persone che hanno un reddito inferiore a una som-
ma stabilita. Quando si applichi il primo metodo sopra tutto,
si viene ad ottenere una forma tenuissima di progressione.
Supponiamo 4 redditi: A, di looi franchi, B, di 10,000 e D di
1,000,000 di franchi. Supponiamo ora che ogni contribuente
abbia il diritto di far esentare 1,000 franchi di reddito dalla im-
posta ; questa allora colpirà con lievissima progressione i quat-
tro redditi da noi indicati. È una progressione assai attenuata
e di cui non si può dire anzi che sia una vera progressione f .
* Confronta su tutto ciò: S e li g man: L'impòt Progressi^, pp. 58-13.2
** De Cére n ville: Les impót en Suisse, pag. 3146 seg.
t Ciò è reso più evidente da un esempio :
Rapporto fra
la somma
Somma
Dedu-
Somma
Saggio
Imposta
dichiarata e
dichiarata
zione
colpita
propor-
zionale
pagata
la imposta
pagata
A.
I.OOI
1000
I
IO % f.
O.IU
o.oi %
B.
10.0(^0
1000
9.000
IO »
900.—
9.%
C.
lóo.oóo
1000
99.000
IO »
9.900—
9.9%
D.
1. 000.000
1000
999.000
IO »
99.900.—
9-99%
330 SCIENZA DELLE FINANZE [LIBRO II.
Molti scrittori credono che questa forma di progressività, che
si trova in parte neìVinconie tax inglese e in altre imposte, possa
conciliare proporzione e progressione e non si rifiutano di ac-
cettarla. De Foville calcolava che esentando 250 lire come mi-
nimo di esistenza per ciascun individuo e calcolando una fa-
miglia di sei persone, fino a 1.500 lire, una imposta proporzio-
nale del 10% non colpisce alcuno, a 1.750 lire colpisce in pro-
porzione di 1.42, a 2.000 di 2.05, a3. 000 di 5, a 4 mila di 6.27.
a 5 mila di 7, a 6,000 di 7.50 ecc.*. Cosi vi può essere una pro-
gressione che si ottiene mediante detrazione di una quantità fissa
come mediante detrazione di una quantità variabile.
2. Progressione per gradi, o come si dice comunemente
da molti per scaglioni. Si dividono i vari redditi o patrimoni
in classi ; a ogni classe si assegna un'aliquota diversa, che au-
menta con l'aumentare del reddito. In ogni classe l'aliquota
rimane la stessa : per esempio da 3 mila a 4 mila, da 4 mila a 5
mila, da 5 mila a 6 mila vi sono tre saggi diversi di imposta,
ma sempre eguali per ciascuna classe. U estate duty inglese che
colpisce le eredità è ordinata cosi f ; così in Finlandia la impo-
sta sul reddito e nel cantone di Vaud l'imposta mobiliare, ecc.
Questa forma sembra più adatta per le trasmissioni di ricchez-
za a titolo gratuito.
3. Progressione per classi. I redditi sono divisi non già in
gradi, in grossi gruppi, ma in numerosissime categorie: comin-
ciano da un minimo di esenzione e vanno fino a un reddito
in generale molto elevato. In ciascuna categoria vi è una quota
fissa d'imposta. I redditi di una stessa categoria pagano la stes-
sa imposta. Così è ordinata l'imposta sul reddito {Einkommen-
steuer) in Prussia, in cui le categorie sono numerosissime e pic-
cole.
*De Foville: La Justice dans Vlmpot in R. P. P. aprile 1902.
t U estate duty, secondo la legge di Finanza 29 aprile 19 io proposta da
Lloyd George colpiva in ragione di i % da 100 a 500 sterline; di 2 da 500
a i.ooo : di 3 da i.ooo a 5 mila: di 4 da 5 niila a io mila: di 5 da io a 20
mila : di 6 da 20 a 40 mila: di 7 da 40 a 70 mila ; di 8 da 70 mila a
100 mila; di 9 da 100 a 150 mila: di io, da 150 a 200 mila; di 11 da
200 mila a 400 mila etc. di 15 per cento oltre il milione.
CAP. Vili.] FORME DELLA PROGRESSIVITÀ 33I
4. Supplemento progressivo aggiunto a fianco all'imposta.
In questo sistema il supplemento progressivo non dipende di-
rettamente come i precedenti dal reddito o dal capitale impo-
nibile, ma dalla somma delle imposte dovute dal contribuente,
per il capitale o reddito, aumentata di un tanto per cento : per
esempio oltre una certa cifra, non sottomessa all'aumento, vi
è aumento dal 5 al 20 per cento. Alcuni cantoni della Svizzera
(Soletta, Sciaffusa e Argovia) adoperano questo metodo che fa
dipendere l'ammontare del supplemento progressivo non dal
capitale o dal reddito imposto, ma dalla somma delle imposte,
calcolate proporzionalmente a un tasso fisso della legge, sul
capitale e il reddito. È un metodo assai complicato e i cui ri-
sultati sono scarsi.
Vi sono molte forme derivate, che sono state adottate ogni
giorno senza dar luogo a nessuno degli inconvenienti che si
temevano e che si esageravano.
In generale il metodo progressivo si applica meglio alle im-
poste generali sul reddito e alle imposte sui trasferimenti della
ricchezza a titolo gratuito (successioni, donazioni ecc.).
NOTA
In Austria la legge riguardante l'entrata messa in vigore il 25 ottobre
1896 avea la formula per la progressione sino a 29.000 fiorini di entrata
nel seguente modo :
_ / 135 , 4,8583 \
in cui P indica la percentuale della imposta, m la media delle entrate di
ciascun grado.
Per le entrate che arrivano a fiorini 1000.000 la formula era
400
P =. ni
E da 100 mila fiorini in su la formula era
m
332 SCIENZA DELLE FINANZE [LIBRO II.
Molti scrittori hanno proposto formule adatte a togliere alla progressi-
vità ogni arbitrio : o per dir meglio a toglierle ogni pericolo. Alcune di
queste formule sono veramente ingegnose.
A titolo di esempio (ve ne son tante, che non si può parlare qui che di
un esempio) si riporta la formula di Vauthier. (Cfr, V au t hi er: De Vitnpói
progressi/, Paris, 1861 e l'articolo nella R. d. E, P. marzo 1893). È assai
facile, dice questo scrittore, costituire una infinità di serie numeriche con-
tinue, più complesse ma anche così nettamente determinate come quelle
che reggono le imposte progressive usuali; e mediante l' impiego di una di
queste serie convenientemente scelta, è facile sfuggire a quello che pare il
grande pericolo della progressione: l'assorbimento del reddito e del capitale.
Vauthier ricerca una formula che permetta colpire non la totalità de:
valori contemplati dall'imposta, masoltanto ciò che in questi valori eccede
un quantum determinato e sottratto a ogni prelevamento. Si chiamino:
X l'espressione generale del valore considerato dalla imposta,
a la quantità esente dall'imposta,
i l'ammontare della imposta prelevata,
m il tasso fisso del prelevamento sulla parte del valore imposto ecce-
dente il minimo esente,
y il tasso del prelevamento riportato al valore totale imposto.
Il prelevamento i sulla paite x — a del valore imposto ha dunque per
espressione :
i = m (x — a)
da cui si ha : y^; — ».
yx = m {X — a)
ma
e si ha inoltre y = m — .
X
Caratteristica di questa formula è che t cresce proporzionalmente a
{x — a) e che il saggio y è variabile, ma non si può mai sorpassare il limite
m fissato precedentemente.
Molte altre formule sono state proposte e alcune sono assai ingegnose
e raggiungono perfettamente lo scopo dì togliere alla progressività i peri-
coli di assorbimento del reddito, tante volte constatati. Si può consul-
tare su ciò: Marsilj Libelli: Per V Imposta Progressiva. Firenze 1903.
Non pochi dei parlamentari italiani più notevoli hanno in occasioni
molteplici dimostrato la loro simpatia per il metodo di progressione.
Quintino Sella, che è stato uno dei pochi finanzieri audaci che abbia
avuto l'Italia, così si esprimeva alla nostra Camera dei deputati, fin dal
18 novembre 1862 : «I redditi, di cui ciascheduno dispone, sono il mezzo
di soddisfare alle necessità ed ai piaceri dell'esistenza, e se la intensità dei
bisogni umani fosse una sola e costante, le unità numeriche del reddito, cor-
rispondendo ad altrettanti bisogni eguali, sarebbero tante unità sostanziai-
CAP. Vili.] ESENZIONI DELLE IMPOSTE 333
mente eguali Jra loro come numericamente lo sono. Invece di ciò siccome
esse rispondono a bisogni, non solo diversi, ma graduati di energia e di
effetti, partendo dallo alimento più semplice ed ascendendo sino ai più sfre-
nati capricci, così non solamente ogni unità differisce dalle altre, ma cia-
scuna ha una importanza minore a misura che in un reddito più esteso oc-
cupi un posto pivi: alto.
« A misura che dall'uomo più dovizioso si venga al più miserabile, si
trovano dei redditi, le cui estreme unità, sulle quali cade l'azione del fisco,
rappresentano soddisfazioni sempre più serie, il rinunziare alle quali costa
sacrifizi sempre crescenti, crescenti con quella rapidità con cui si sale dalla
semplice noia alla morte. Noi vogliamo che l'imposta sia proporzionale
al reddito, ma perché lo fosse evidentemente la semplice proporzione nume-
rica non potrebbe bastare. Una tassa del io % su tutti sembrerà affatto equa,
perchè domanda una lira a chi ne ha io e domanda io centesimi a chi
possiede una lira ma se l'unica lira del povero è destinata a salvarlo dalla
fame la decima lira del ricco serve perchè egli entri in teatro, ciò che in entrambi
chiamasi lira non ha una eguale importanza, e il contribuire una medesima
parte aliquota corrisponde a sacrifizi radicalmente diversi ».
IX.
Esenzioni e limitazioni nei sistemi tributari moderni.
122. Si devono ammettere esenzioni da imposte ? In pas-
sato si esentavano assai spesso i più ricchi, i più potenti. L'ar-
civescovo di Sens rispondeva a Richelieu : L'usage ancien était
que le peuple contribuàf par ses biens, la noblesse par son sang
et le clergè par ses prières. Senza dubbio quest'ultima forma di
contribuzione era la meno incomoda e anche la meno dispen-
diosa. Cosi per gran tempo allo sfasciarsi del vecchio regime fu
una reazione necessaria quella che si determinò : nessuna esen-
zione, né meno quella dei più poveri. Chi partecipa al governo
paghi le imposte : non vi è democrazia senza obblighi. I vecchi
rivoluzionari avrebbero creduto fare ofìesa alla democrazia
esentando i più poveri e in certa guisa reagivano in tal modo ai
vecchi sistemi di esenzione*.
* Nel famoso discorso pronunziato alla Convenzione il 17 giugno 1793
Robespierre, l'uomo de la pauvre pensée, come dice Jaurès, ma anche ra-
gionatore assai logico, protestava contro esenzioni che avrebbero demo-
ralizzato il popolo e creato l'aristocrazia dei ricchi. N'ótez pas aux citoyens
334 SCIENZA DELLE FINANZE [LIBRO II.
Ma ora la questione è assai diversa e si mette in termini as-
sai differenti. Tutti i cittadini pagano imposte: poiché i tri-
buti indiretti colpiscono tutti e né meno i più poveri riescono a
evaderli. Ma chi non ha redditi fondati deve anche pagare per
i minori redditi del lavoro ? E chi ha redditi fondati, da cui ri-
cava assai poco, come chi possieda un ettaro di terra o una
piccola casa, deve pagare anch'egli l'imposta fondiaria e l'im-
posta edilizia ? I teorici tedeschi parlano spesso di un Existenz
minimum, di una entrata minima, necessaria alla esistenza e
che va esente da imposte. Naturalmente non esiste un minimo
assoluto, eguale dovunque, di esistenza. Il problema, dunque,
è ben diverso.
Si tratta di esentare i redditi minori: a) o per ragioni di con-
venienza pratica, quando si crede che la imposta verrebbe eva-
sa o trasferita dalla maggior parte dei minori contribuenti o
per lo meno riuscirebbe improduttiva ; b) o per criterio di
giustizia, non ritenendosi che i minori contribuenti, cui non è
dato che viver di una vita inferiore, devano sia pure di poco
ridurne ancora il livello ; e) o per ragioni di compenso. Sono in-
fatti i minori contribuenti quelli che sono più duramente col-
piti dalle imposte indirette sui consumi. Ora è logico ed é giusto
che siano esentati quando é possibile.
La esenzione dei redditi minimi è ammessa oramai general-
mente così dai paesi che praticano il metodo progressivo, come
da quelli che praticano il metodo proporzionale.
L'esenzione del minimo di esistenza dalla imposta trova in
generale consenzienti anche coloro i quali più ritengono dan-
nosa la progressività. Sono oltre che ragioni economiche ragioni
politiche, le quali inducono all'accordo le maggior parte degli
autori. L'accordo è tanto più inevitabile in quanto, ricono-
scendo oramai tutti che le imposte indirette colpiscono assai
più le classi inferiori che le classi ricche, si vuole con la esenzione
dei redditi minimi compensare le asprezze maggiori. Così anche
che i più avversi alla progressività, come Mill, non hanno esitato
ce qui est le plus nécessaire. Bien loin d' inserire dans la constitution
une distinction odieuse, il faut au contraire y consacrer l'onorable obhligation
Pour tous les citoyens de payer les contributions. Era la reazione necessaria.
CAP. IX.] ESENZIONI DELLE IMPOSTE 335
ad ammettere che dalle imposte dirette si possano e si devano
esentare i redditi minimi.
È evidente che in ciascuna società organizzata su basi demo-
cratiche è necessario, quanto più è possibile, sviluppare le condi-
zioni di esistenza delle classi popolari ed educarle e migliorarle*.
Senza dubbio uno stesso reddito, supponiamo 3.000 lire,
può esprimere situazioni differentissime: Si può avere una nume-
rosa famiglia o non averne ; vivere in città o vivere in cam-
pagna ; essere vecchio e malato, bisognoso di cure od esser gio-
vane e sano. Redditi eguali non corrispondono a situazioni egua-
li. Né l'imposta anche tenendo conto delle condizioni di fa-
miglia dei contribuenti, sarà mai completamente giusta.
Soltanto essa può, con approssimazioni relative, introdurre
criteri tali che salvino dalle più stridenti ingiustizie.
Molti scrittori desiderano che siano esenti dalle imposte di-
rette non solo i minori redditi del lavoro, ma anche la quote
minime immobiliari. Mentre non pochi desiderano che la pic-
cola proprietà sia diffusa e, mediante Vhomestead ed altre mi-
sure analoghe, si cerca di renderla insequestrabile, è strano che
la imposta operi in senso contrario. L'esenzione delle quote
minime risponde meno a un bisogno di giustizia astratta che
a un bisogno di convenienza pratica.
Noi crediamo però che in questa materia si dia spesso luogo
a notevoli esagerazioni. La distribuzione del reddito, come noi
abbiamo già avuto occasione di avvertirne, si presenta tale
* Nella monarchia assoluta e accentratrice bastava qualche volta edu-
care con cura il principe ereditario (il Delfino come si chiamava in Fran-
cia) per sperare bene nell' avvenire. Ma ora, datoli suffragio universale o
quasi, il delfino è la massa intera della nazione e non si può trascurarne
senza danno, né la educazione intellettuale, né il miglioramento delle
condizioni di esistenza. I bassi salari, che corrispondono a operai mal
pagati e mal nutriti, sono a loro volta causa di depressione : poiché agi-
scono sullo sviluppo della produzione e del consumo in forma assai dan-
nosa. Noi non crediamo che esista un minimo assoluto e sempre identico
di esistenza: un Existenz minimum, come dicono i tedeschi è assurdo,
in quanto se si può ridurlo, vuol dire che non è il minimo. Ma, esiste un
reddito variabile con il variare delle varie forme di distribuzione e sopra
tutto con i progressi della produzione che si può considerare sia vantag-
gioso sottrarre alle imposte dirette.
33^ SCIENZA DELLE FINANZE [LIBRO II.
che i redditi superiori formano poca parte del reddito totale e
complessivo. Le esenzioni troppo elevate hanno per conseguen-
za di rendere le imposte dirette pochissimo produttive.
Perchè l'Inghilterra ha un minimo di esenzione elevato ?
Le ragioni sono di un duplice ordine. Prima di tutto perchè in
essa il concentramento della ricchezza è maggiore che nei paesi
del continente europeo, o almeno in molti ; quindi sopra tutto
per i redditi del lavoro la non esenzione incontrerebbe vive an-
tipatie, e poi perchè le imposte indirette sono largamente pro-
duttive o di correzione.
Dove esistono imposte sul reddito, come in Sassonia, noi
vediamo sempre che i redditi superiori sono pochi e che vicever-
sa la più gran parte del reddito nazionale è sorto dai redditi
minori. In Sassonia tre quinti di tutto il reddito nazionale è a^:
sorbito da persone che hanno meno di 8.300 marchi*. w
Esentare i redditi inferiori a 8.300 marchi significa esentare
dunque tre quinti del reddito nazionale: potrebbero gli altri duf
quinti assicurare alte entrate ?
NOTA
L'esenzione dei redditi minimi nella pratica tributaria.
V income ta^ inglese esenta dalla imposta i redditi che non superane
I- 4935.20 italiane (160 sterline). Nella oramai storica esposizione fi
nanziaria del 29 aprile 1909, il Cancelliei-e dello Scacchiere Lloyd Georgijj»
diceva : « La cifra che un'esperienza di settanta anni ha consacrata come^
quella che separa il necessario dall'agiatezza è di 160 sterline V anno. Ogni
capitale che, collocato in valori sicuri produce un reddito superiore a quel-
la cifra deve essere classificato in una categoria diversa da quella in cui va
iscritto il capitale che fornisce una somma inferiore. Un popolo istruito,
ben nutrito, ben vestito, bene alloggiato permette lo sviluppo di una nu-
merosa classe agiata. Sele classi ricche si rifiutassero di contribuire alle spese
destinate a garantire quella sicurezza che è una delle principali con-
dizioni della loro esistenza, od a trarre dalla miseria e dalle privazioni le
persone attempate, che con la loro industria e col loro lavoro hanno creata ;
♦ Una storia dettagliata di tutte le discussioni relative alle esenzioni
dei redditi minori si trova in H. S e h m i d t : Die Steuerfreiheit des Exi-
stenzminimum. Leipzig. 1877; si cfr. inoltre: Mi 11: Principles, libro V
cap. II§ 3;Northardt: nella Zeit. 1897, pag. 115-131 ; Denis;
Vimpòt, pag. 99 e seg : De Cére n ville: cit. pag. 86 e seg. ecc.
CAÌ». 1^.] L-.SKXZIOXÈ DEt Ri-.J^niTT Ml.Vt.\[t ^^f
laricchezza e rhatiuo resa pioduttKa, si potit-hlH- tlire die ciiielle classi sono
di spirito meschino, non solo, ma anche di corta \ista «. Lo scopo sociale
della esenzione non potrebbe risultare meglio che dalle queste parole. Né
Vincome tax si ferma alla esenzione dei redditi al disotto del 4035, 20 lire
italiane, poi che accorda deduzioni [aba/cinciiis) per i redditi fra le 160
e le 700 sterline, cioè fra 4035,20 e 17654 lire italiane di reddito; per la
legge di bilancio del 1907, che ha introdotta la descriminazione dei redditi
che prima non era praticata, colpisce inoltre, i redditi guadagnati {carned),
sine a 50440 lire italiane (2000 sterline) solo in ragione del 3,75 % in-
vece che del 5% misura nella quale sono ccjlpiti i redditi non guadagnati
[unearned); e per la riforma di Lloyd George, infine, accorda un abatemcnt
speciale in ragione di lire 252.20 italiane (io sterline) di reddito da de-
dursi per ciascun figlio minore degli anni 16, quando il reddito del pa-
dre di famiglia non superi le 12610 lire italiane (500 sterline). Di fatto,
poi, per i redditi fra 4036,20 e 1088 lire nostre 160 e 400 sterline si deducono
4035,20 lire italiane (160 sterline) dallo imponibile, onde il contribuente
pagherà su di un reddito di 6052,80 lire italiane; per i redditi fra 10088
e 12810 lire italiane (400 e 500 sterline) si deducono dallo imponibile
3783 lire italiane, (150 sterline) onde il contribuente pagherà su di un
reddito di 8827 lire italiane; per i redditi fra 12610 e 15132 lire italiane
(500 e 600 sterline) si deducono dallo imponibile 3026,40 lire italiane (125
sterline) onde il contribuente pagherà su di un reddito di 12105,60 lire
nostre; per i redditi fra 151 32 e 17654 lire italiane (600 e 700 sterline) si
deducono dallo imponibile 1766,40 lire italiane (70 sterline) onde il contri-
buente pagherà su di un reddito di 15887,60 lire nostre.
In Prussia, V Einkommen-Steuer esentava i redditi sino a 1107 lire ita-
liane (900 marchi) e colpiva con una imposta di 6 marchi (lire ital. 7.38)
i redditi fra 1107 e 1291.50 lire italiane (1050 marchi) ; l'imposta sul pa-
trimonio {Ergdnzungsteuer) esentava le persone che avevano un patrimo-
nio inferiore alle 7380 lire italiane (6000 marchi), quelle il cui reddito
imponibile non eccedeva le 1107 lire nostre (900 marchi) quantlo il loro
patrimonio non superava le 24600 lire italiane (20000 marchi) e le donne
che avevano a carico minori e gli orfani quando il loro patrimonio non
superava le 24600 lire nostre ed il reddito non eccedale 1476 lire (1200
marchi); e l'imposta locale industriale {Geuerbesteuer) esentava le imprese
che non arrivavano ad avere un prodotto annuo di 1845 lire itaUane (1500
marchi) né un capitale complessivo di 3690 lire (3000 marchi). Nel Gran-
ducato di Baden la Steuranschlàge (stima dei valori imponibih) del 1906
non considerava redditi al disotto delle 1 107 lire itahane. In Sassonia non
erano colpiti i redditi sino a 492 lire italiane (400 marchi). Nel Ducato di
Brunswich erano esentati i redditi sino a 900 marchi (1107 lire ) ; e nel
Gran Ducato di Assia quelli sino a 615 lire (500 marchi).
In Austria l'imposta personale sul reddito {Personal Einkommen
Steuer) non considerava il reddito individuale ma quello della famiglia ed
esentava i redditi sino a 1260 lire (600 fiorini, gulden) e accordava esen-
zioni di famiglia. ' ,
Nella Svizzera, le imposte sul capitale dei diversi cantoni esentano 2r>o
N i t t i. 22
^^i SCIE'NZA DELLE EINaÌ^ZE [LlfeRÒ lì.
franchi di capitale a Saint Cali, 600 a Obwald, 800 ad Appenzell esterno,
1000 franchi nei Cantoni di Zug, dei (irigioni, Lucerna e Bàie-Campagne;
1500 a Neuchàtel ; 2000 a Uri, 3000 a Ginevra (di solo capitale mobiliare)
a Glaris e a Soleure ; 5000 a Bàie-Ville. Nella stessa Svizzera, le imposte
sul reddito dei diversi Cantoni esentano : franclii di reddito 100 a Thur-
govie ; 200 nei Grigioni ; 300 ad Argovia ; 500 a Bàie Campagne a Obwald
e a Zurigo ; 600 a Berna, a Neuchàtel e a Zoug ; 700 a Uri a Vaud e a Soleu-
re; 800 a Saint Gali e ad Appenzell esterno. Occorre però distinguere: in
alcmii Cantoni (Argovia. Zurigo, tema, Neuchàtel, Zoug, Uri, Vaud e
Soletta) l'esenzione del minimo d'esistenza è generale per tutti i contribuenti
onde si detrae la somma esentata dallo imponibile qualunque sia il suo
ammontare ; in altri invece (Turgovia, Grigioni, Basilea Campagna, Ob-
wald, San Gali, Appenzell esterno, Basilea - Città) l'esenzione è accorda-
ta solo a coloro il cui reddito è inferiore alla somma fissata come minimo
di esistenza della legge d'imposta e gli altri contribuenti pagano l'imposta
sul reddito integrale ; a Basilea - città, a Basilea - campagna a Solet-
ta l'esenzione si estende al reddito globale del contribuente quale che sii =
sia la natura di esso, sia che provenga dal capitale sia dal lavoro; a Sciaf-f""
fusa non vi è deduzione di minimo fisso, ma ciascun contribuente ha di-
ritto di dedurre dalla imposta calcolata sul suo patrimonio e sul suo red-
dito la somma fissa di 4 franchi ; nel Cantone dei Grigioni poi 200 franchi!
di reddito sono esentati in ogni caso, ma l'esenzione giunge ad 800 franchici
quando il contribuente non ha alcun patrimonio, a 700 quando possiede*
un capitale inferiore a 3000 lire e a 600 quando ne ha uno fra 3000 e 6000.
In Olanda, l'imposta sul capitale stabilita, su proposta del Pierson, con
legge 27 settembre 1892, esenta un minimo di esistenza che ascende a
27300 lire italiane di capitale (fiorini, gulden, 13 mila) ; colpisce i capitali
fra 27300 e 29400 lire italiane (13 mila e 14 mila fiorini) con un'impost
di lire italiane 4,20 (due fiorini), e i capitali fra 29400 e 31500 lire italiane
(14 e 15 mila fiorini) con un'imposta di lire italiane 8,40 (quattro fiorini) ;
per i capitali poi superiori alle 31500 lire (15 mila fiorini) vi è un'esenzione
di 21 mila lire nostre (io mila fiorini). Parimenti in Olanda, l'imposta sui
redditi non fondati del 2 ottobre 1893, dovuta anche al Pierson, esenta
i redditi del lavoro sino a 1365 lire italiane (650 fio ini) ed esenta i redditi
che sono già colpiti dall'imposta sul capitale sino a 525 lire nostre (250
fiorini).
La Danimarca offre un esempio di graduazione dei minimi imponibili
secondo la natura del luogo in cui vive il contribuente che meriterebbe di
essere imitato ; vi è là, sin dal 1903, un'imposta sul reddito, cui si accom-
pagna un'imposta complementare sul capitale. La prima esenta a Copena-
ghen i redditi sino a 11 20 lire italiane (800 kroner danesi) ; nei borghi sino
a 980 lire italiane (700 kroner) e nei distretti rurali sino a 510 lire italiane
(400 kroner) soltanto: ispirandosi al concetto assai logico che il minimo di
esistenza va considerato in modo diverso secondo le residenze più o meno
costose.
La Norvegia esenta dalla imposta i redditi sino a 1390 lire (1000 kroner
norvegesi) ; colpisce fra le 1390 e le 5560 lire nostre (1000 e 4000 kroner
lel 1
CA?. tX.] ESENZIONE t)ÈI kEDDtTI MtNlMl ^3^
norvegesi) solo una parte del reddito, variabile a seconda del numero de
le persone che sono a carico del contribuente, e al disopra delle 5560 lire
nostre (4000 kroner) accorda deduzioni che variano da 834 lire (600 kro
ner) a 2502 lire nostre (1800 kroner) sempre secondo il numero delle
persone a carico del colpito. La Svezia esenta dalla imposta sul reddito
i redditi inferiori a 1390 lire (1000 kroner svedesi), colpisce secondo una
scala progressiva solo una parte del reddito per i redditi fra 1390 e 5560
lire nostre (1000 e 4000 kroner).
In Francia, la contribution mobilière esenta del tutto i padri di numerosa
prole e gli indigenti. É autorizzata la città di Parigi ad esentar dal tributo
coloro che pagano un affitto non superiore alle lire 500 ed a dedurre dai
ruoli del valor locativo una somma uniforme per tutti i contribuenti, la
quale non potrà essere superiore ai 375 franchi ; per la legge poi dal 13
luglio 1903 (articolo 4) questa facoltà di esentare un minimum di affitto
è estesa a tutti i comuni capoluoghi di dipartimento e a quelli la cui popo-
lazione agglomerata supera i 5000 abitanti (è il 35% della popolazione
totale a cui può estendersi la concessione); e infine per la legge del 20 luglio
1904 (articolo 20) è data facoltà agli stessi enti locali di aumentare il mi
nimo di affitto da esentare di un decimo per ciascima persona che sia a ca
rico del contribuente senza che la deduzione totale possa oltrepassare il
doppio del minimum di affitto, (che è di lire 375), onde è possibile esentare
sino a 750 in tutto di affitto.
L'imposta italiana di Ricchezza Mobile distingue i redditi in categorie
a seconda che derivino dal capitale puro (Categorie A' e A"), dai capitali
misti a lavoro (industrie e commerci; categoria B), o dal solo lavoro (ca-
tegorie C e D). Per i redditi derivanti dal capitale puro (categorie A' e A")
non è ammessa alcuna esenzione ; per i redditi delle categorie B, C e D
(redditi del capitale misto al lavoro o del solo lavoro) si hanno esenzioni e
riduzioni cosi distinte. I redditi del capitale misto al lavoro (Categoria B,
rediiti industriali e commerciali) sono del tutto esenti da imposte al di-
sotto di effettive lire 533,33 di reddito ; godono di una detrazione dallo
imponibile tra le 533,34 e 1066,67 lire effettive di reddito : detrazioni che
sono di lire 166,66 per i redditi fra le lire 533,34 e 666,66 (imponibili, quin-
di, lire 266,67 a 333,33); di lire 133,33 per i redditi da 666,67 a 800 (im-
ponibili, cosi, lire 333,33 a 400) ; di lire 100 per i redditi da 800 a 933,33
lire effettive (imponibili quindi da 400, a 466,67); di lire 66,66 per i redditi
<^a 933,33 a 1066,66 lire effettive (imponibili lire 466,67 a 533,33). I red-
diti del solo lavoro di Categoria C (redditi temporanei o vitalizi dipendenti
dal solo lavoro) sono totalmente esenti da imposta al disotto di effettive
lire 640 e godono di detrazioni dallo i mponibile tra le 640 e 1280 lire ef-
fettive di reddito; detrazioni che sono: di lire 180 per i redditi fra 640 e
800 lire (imponibile lire 288 a 360); di lire 144 per i redditi fra lire 800 e
960 (imponibili lire 360 a 442) ; di lire 108 per i redditi fra 960 e 1120 lire
(impoiibili lire 442 a 504); di lire 72 per i redditi fra lire 1220 e 1280 ef-
fettive (imponibili lire 504 a 576). I redditi di Categoria D sono esenti
al disotto delle lire 800 effettive di reddito (l'esenzione riguarda gli sti-
pendi pagati dallo Stato, dalle Provincie, dai Comuni e ai ferrovieri) e go-
.'Uo feCtliNZÀ delLé finanze ìLtbììo li
dono di riduzioni dallo imponibile di lire 800 a 1000 (imponibili lire 300 ;
385, per una detrazione dilire 75). Come si vede i minimi di esenziom
stabiliti dalla Ricchezza Mobile italiana sono fra i più bassi di Europa
'ire 533>33 per le industrie e i commerci, 640 per i redditi temporanei o vi
talizi del solo lavoro e 800 gli stipendi e pensioni sono assai poche
specie in un paese in cui la media dei redditi individuali è così poco eleva
ta come in Italia; ma è forse in ciò la ragione fiscale della cosa.
Anche fuori di Europa la esenzione dei redditi minimi è generalment'
attuata nei paesi democratici. Così in Australia, aviatoria, sono esentat
i redditi professionali sino all'ammontare di5044 lire italiane (aoosterline
e i redditi del capitale puro sino a 3959,54 lire italiane (157 sterline) ; que
sti ultimi godono fra le 3959,54 e le i26iolire italiane (157 a 500 sterline)
di una detrazione dallo imponibile di 2522 lire italiane (pari a 100 sterline)
nel Queensland sono esenti dalla imposta i redditi sino a 2522 lire italian'
(100 sterline), al disopra della quale cifra se si tratta di redditi prò
venienti dal lavoro sono colpiti sino a 3152,50 lireitaliane (125 sterline
con un fisso di io scellini (lire 12.61) e se si tratta di redditi del capital
sono colpiti sino a 3026.40 lire italiane (120 sterline) con un fisso di 25,2
lireitaliane (i sterlina) ; nell'Australia del Sudl'imposta sul reddito esent;
i redditi sino a lire Ital. 3783 (150 sterline) quando il reddito totale de
contribuente è inferiore a 10088 lire italiane (400 sterline); e nella Tasma
ni a l'imposta sui redditi del capitale esenta quelli inferiori a lire ital. 252
(100 sterline). Nella Nuova Zelanda sono esenti i redditi sino a lire italian
7566 (300 sterline).
Il Giappone esenta dalla imposta i redditi sino a 260 lire italiane (ic
yens).
In Italia si discusse spesso intorno alla esenzione delle quote miuim
immobiliari. Il problema fu posto la prima volta nel 1877, in occasion
della legge 2^ giugno sui redditi della ricchezza mobile, che stabiliva esei;
zioni-e detrazioni per i -edditi minimi mobiliari, e si pensò se per un cri te
rio di giustizia tributaria non convenisse applicare quelle esenzioni e quell i
deduzioni allo imponibile dei terreni e dei fabbricati. Dal ministro dell '
Finanze del tempo, on. Seismit - Doda, fu presentato ai 26 novem. 1876
un progetto di legge che proponeva l'esonero delle quote minime immobi
liari, proponendo contemporaneamente la reimposizione dell'onere sgra
vato sugli altri contribuenti della medesima categoria ; ciò che fece, ce
pretesto della sperequazione e dell'eccessivo gravame che nesarebber
derivati, naufragare il progetto. Seismit - Doda non proponeva l'esen
zione delle quote minime sui terreni sino a lire 2 (misura per la qual
1873074 quote per un'imposta erariale di 1597795 lire sarebbero stat
esentate) e di quelle sui fabbiùcati sino a lire 3,25 (onde sarebbero stat
esonerate 1036998 quote per un'imposta erariale di 1831468 lire); ma li
mitava l'esonero delle prime a lire 1,50 d'imposta e quelle dei fabbricai i
a lire 2,43. Il 15 novembre 1S80 l'on. Magliani presentava un nuovo di
segno di legge che si limitava a proporre che l'esattore non potesse prc
cedere alla esecuzione immobiliare contro il possessore di un fondo rustie 1
la cui imposta erariale non eccedesse le lire 2 né contro il possessore di m
CAP. IX. LA FAMIGLIA i: l' IMPOSTA 34I
fondo urbano la cui imposta erariale non eccedesse le 3,25 ; e poiché a nul-
la si riesci lo stesso on. Magliani cambiava nel 1884 strada e con un nuovo
progetto di legge (7 aprile 1884) proponeva che i contribuenti potessero
riacquistare col semplice pagamento di una somma corrispondente all'an-
nua imposta che li gravava gli immobili devoluti al demanio in seguito
a procedimenti coattivi. Il 2 luglio 1885 il progetto dell'on. Magliani di-
venne legge.
Preoccupava più che altro la continua devoluzione allo Stato delle pic-
cole quote che si andavano vendendo per mancato pagamento d'imposte
tanto che l'on. Colombo proponeva nel 1892 che gli stabili invenduti fos-
sero devoluti ai comuni e non allo Stato. Finalmentenel 1900 l'on.Chimirri,
ministro delle Finanze, proponeva che per le quote di non più che 25 lire
tra imposte e sovrimposta la procedura si fosse arrestata allo incanto e
che ove questo fosse andato deserto fosse soppressa la devoluzione dichia-
rando inesigibile la quota : proponeva inoltre che, con una specie di indulto
si restituissero agli spropri ati senza spesa i fondi già devoluti al demanio
o ai comuni. Secondo l'on. Chimirri dunque 1' esenzione sarebbe nata dal
fatto della mancanza di acquirenti degli stabili posti ad incanto : il che in
ogni caso avrebbe evitata la devoluzione'. Era questo più che altro lo scopo
della legge : 1 iberare Stato e comuni da devoluzioni costose, e a ciò tendeva
l'a.ticolo 2, perchè la gestione dei fondi devoluti costava allo Stato e ai co-
muni 20omila lire e ne rendeva in quel tempo poco più di 15 mila. Non se,,
ne fece nulla e continuarono le cose come prima. Il scjIo vero tentativo,
di introdurre l'esenzione dells quote minine immobiliari si arresta al prò-
getto Seismit - Dota. I^ei 1907 si tornò con legge proposta dall'on. LacaVa
al sistema della restituzione dei beni ^espropriati mediante il pagamento
della imposta dell'anno in corso.
123. La famiglia è ancora, sarà sempre la istituzione sociale
che ha maggiore fondamento nelle leggi naturali: lo sviluppo
dello spirito di faiìiiglia corrisponde sempre a un senso più
grande di elevazione. Certo la famiglia nella forma antica,
base e centro di produzione, con clienti, con legami poderosi
anche con i parenti più lontani, legami di difesa e di offesa, è
già scomparsa quasi dovunque nei paesi civili, poiché, con l'au-
mento della sicurezza, non avea ragione di esistere. Ma la fami-
glia, così com'è stabilita quasi dal principio dei tempi storici,
è lungi dall 'indebolirsi. I paesi in cui i legami familiari s'indebo-
liscono, sono, prima o dopo, condannati alla dissoluzione:
i paesi dove prevalgono i celibi, dove i matrimoni sono molto
tardivi, dove lo spirito familiare è debole, non hanno alcuna
probabilità di vincere nelle grandi lotte dei popoli moderni.
Ora il regime tributario non può agire nel modificare prò-
342 SCIENZA DELLE FINANZE [LIBRO II.
fondamente i rapporti esistenti: non può né meno imporre la
morale dove non è. Mettere imposte speciali sui celibi, come si
vorrebbe in Francia, non è detto che induca al matrimonio:
molti preferiranno non sposarsi e pagare un'imposta. Ma è fuori
di dubbio che il regime tributario deve tener conto della situa-
zione dei contribuenti e non operare in senso dannoso. Ora ope-
rerebbe in senso dannoso e immorale se, supposti due redditi
eguali, l'imposta fosse la stessa per un celibe e per una famiglia
di dieci figliuoli.
Vi sono due specie di imposte in cui di questo principio della
famiglia si può meglio tener conto: la imposta di successione,
la imposta generale sul patrimonio o sul reddito. Quest'ultima
sopra tutto si presta più di ogni altra imposta a tener conto
della situazione dei capi di famiglia. Le prove della prevalenza
di questo principio nella legislazione di alcuni stati moderni
sono numerose. Ne daremo alcuni esempi nella nota che segue.
Naturalmente sono soltanto le imposte dirette personali
e generali che si prestano a tener conto della situazione fami-
liare dei contribuenti: nelle altre è assai diffìcile che il legislatore
possa tenerne conto.
Per ragioni di altra natura alcune imposte generali sul red-
dito esentano i redditi delle vedove e degli orfani e delle per-
sone inabilitate a guadagnare la loro vita per cifre superiori
alle esenzioni ordinarie accordate ai redditi minori.
NOTA
La situazione della famiglia e l'imposta in alcune legislazioni tributarie.
Prima del 1907 il criterio della famiglia non influiva sulla legislazione
finanziaria inglese ; vi fa una timida comparsa con la legge di bilancio di
quell'anno per un'agevolezza accordata ai redditi dei coniugi la cui entrata
totale non superi le 12610 lire italiane (500 sterline), e in questo senso :
per il finance ad del 1907 qualora due coniugi hanno redditi propri il cui
complessivo ammontare superi le 12610 lire italiane annue i loro redditi
sono considerati congiuntemente e colpiti nel loro totale e se superano
presi insieme le lire 50440 italiane (2000 sterline) mentre disgiuntamente
uno dei due è inferiore allo 2000 sterline, non potranno godere del tasso
di favore concesso ai redditi earned (che è del 3,75 %) e pagheranno invece
il tasso ordinario del 5% ; mentre quando i redditi del marito e della moglie
uniti provengano dalla loro attività personale e non superino sommati
insieme le 12610 lire italiane (500 sterline) saranno tassati separatamente,
CAP. IX.] LA FAMIGLIA E l'IMPOSTA 343
con le esenzioni o le deduzioni che ne conseguono. Era in verità poco. È
colle proposte di Lbyd George che si va più avanti: il cancelliere
dello Scacchiere, infatti, proponeva nella sua esposizione finanzia-
ria del 29 aprile 1909 che i redditi inferiori alle 500 sterline (12610
liro italiane) venissero agli effetti della imposta ridotti di 252.20 lire ital.
(io sterline) per ogni figlio di età inferiore ai 16 anni, e così giustificava
la sua proposta : « Anche dal punto di vista fiscale egli dice, vi è una so-
stanziale differenza fra le condizioni di un padre di famiglia e quelle di un
contribuente che non ha delle responsabilità di tale natura. II primo è
in generale, più aggravato d'imposte nella parte del suo reddito che è
coloita dalle imposte indirette e da quella sulle abitazioni ; di guisa che
in confronto di un celibe è piuttosto tassato in ragione delle sue spese che
delle sue entrate. ISion vi è alcuna categoria sociale che debba sostenere
una lotta più aspra e condurre una esistenza più piena di preoccupazioni.
Col loro piccolo reddito (i padri di famiglia, i cui redditi non superino le
12610 lire italiane) devono non solo provvedere alla loro sussistenza ; ma
sacrificarne ancora una gran parte al più faticoso e al più disastroso degli
sforzi, quello che è conosciuto sotto nome di salvaguardia delle apparenze.
Essi sono spesso in peggiori condizioni e più degni di pietà che non l'arti-
giano che guadagni la metà meno di loro ». Sagge parole e veramente im-
prontate di nobiltà ; ma che dovrebbero dire i padri di famiglia in paesf
come il nostro in cui 1 2610 lire di reddito sono quasi l'agiatezza ?
In Prussia VEinkommensteusr detraeva dal reddito del capo di famiglia
quando non superava le 3690 lire italiane (3000 marchi), una somma di
61,50 lire nostre (50 marchi) per ogni membro della famiglia al disotto dei
14 anni e pe^-sonalmente non imponibile ; quando nella famiglia vi erano
almeno tre persone in condizioni simili, l'imposta era abb issata di un gra-
do, cioè si applicava l'imposta della classe inferiore, e quando concorrevano
speciali condizioni (oneri straordinari per il mantenimento e l'educazione
dei fanciulli, spese per il mantenimento di parenti poveri, malattie, debiti,
infortuni) ed il reddito non superava le lire nostre 11685 (9500 marchi), le
Commissioni incaricate dello accertamento potevano concedere al contri-
buente che si trovava in siffatte condizioni una diminuzione da uno a tre
gradi il che implica l'applicazione della imposta di una delle tre classi, che
immediatamente precedono. Effetti di tali detrazioni furono che nel 1903,
per la disposizione del paragrafo 18 (redditi al disotto delle 3690 lire
3000 marchi e detrazione di lire 61.50 = 50 marchi per ogni figlio e ab-
bassamento di un grado della imposta) su di un totale di oltre 2 milioni
di persone, con un reddito non superiore a lire'3690, 154566 padri di fa-
miglia furono esentati dalla imposta e 143308 ebbero una diminuzione
di essa : e per la disposizione del paragrafo 19 della legge regolante l'im-
posta sul reddito (24 giugno 1891), paragrafo che riguarda le detrazioni
sui redditi inferiori a lire 11685 (9500 marchi) su di 1.379,094 contri-
buenti con tal reddito, 4430 individui furono dichiarati esenti da im-
posta e 48535 ebbero una diminuizione di essa. Nella stessa Prussia l'im-
posta sul patrimonio {Ergànzungsteuer) , introdotta con legge 14 lugUo
1893, esentava le donne che avevano a loro carico dei minori e gli orfani
344 SCIENZA DELLE FINANZE [LIBRO li.
di padre in età minore se il loro patrimonio non eccedeva le lire 24000
(20000 marchi) e il loro reddito non superi le 1476 lire (1200 marchi). In
Sassonia, V Einkommensteuer tiene anche contp della famiglia.
In Austria, 1' ihiposta personale sul reddito (Personal einkommensteuer)
si preoccupava delle condizioni della famiglia ed esentava ^ j^ del red-
dito del capo di famiglia per ognuno dei membri di essa, quando la com-
ponevano oltre la moglie più di due persone ed il reddito totale non su-
perava le 4200 lire (2000 fiorini), disposizione questa che riesciva special-
mente favorevole agli agricoltori che avevano di ordinario famiglie più
numerose ; inoltre se pur sempre nei limiti di un reddito inferiore a lire
4200, la moglie od altro membro della famiglia arrecavano un reddito
indipendente da esso si detraevano, senza tenere conto del numero dei
componenti la famiglia ^525 lire italiane (250 fiorini) ; e se il reddito del
capo di famiglia non superava le 10500 lire (5000 fiorini) si poteva tener
conto di tutti i carichi straordinari per spese di educazione, malattie etc.
che su di lui incombevano.
In Francia, la contribution mobilière esenta i padri o le madri di sette
figli viventi, minori, legittimi o leggittimati; inoltre per l'articolo 4 della
legge 20 luglio 1904 il Consiglio comunale può dedurre, a titolo di minimo
di affitto, oltre la somma fissa di Ure 375, un decimo di essa per ogni per-
sona,esci usa la prima, che si trovi a carico del contribuente e nel suo do-
micilio, considerando come persone a carico del contribuente i figli mi-
nori di 16 anni, gli ascendenti vecchi o infermi, i fanciulli orfani od ab-
bandonati che siano stati da lui raccolti.
Nella Svizzera vi hanno esenzioni ai capi di famigliae alle vedove e agli
orfani « Dal momento che la legge vuole esonerare, nota DeCéren-
ville (Les Impòts en Suisse pp-89-93); ciò che è giusto, il minimo neces-
sario all'esistenza del contribuente, essa non protrebbe in buona logica
prelevare alcuna parte del reddito necessario alla vita di quelle persone
che sono a suo carico. <> Ciò malgrado, non è che in poco più di un quar-
to del Cantoni, otto su 22, che si tien conto dei carichi di famiglia nel cal-
colo del reddito imponibile del padre di fam.iglia. Ciò avviene nei cantoni
di Appenzell esterno, Basilea-città, Lucerna, Neuchàtel, Soletta, Ticino
Vaud e Zug. Nel cantone di Vaud, per la legge del 18 novembre 1897,
sono esenti dalla imposta sul reddito 700 franchi perii capo di famigliae
per là moglie e 700 per ogni figlio. È forse un pò troppo. È stato notato
che il capo del governo di Vaud, cioè il più alto funzionario, non ha che 7
mila franchi di stipendio : e se avesse dunque moglie e otto figliuoli sareb-
be del tutto esente. In alcuni cantoni le esenzioni sono minori ; così a
Zoug ogni cittadino è esente da imposta per 900 franchi di reddito se am-
mogliato, per 600 se celibe e ha 200 franchi di esenzione per ogni figlio mi-
nore di 15 anni. A Soleure il capo di famiglia è esente per 900 franchi
per sé e per 100 per ciascuno figlio minore di 18 anni : non può essere e-
sente che per 700 franchi se celibe. A Neuchàtel vie esenzione per ogni fi-
glio al disotto di 18 anni per 200 lire di reddito. In altri cantoni si seguono
criteri diversi. A Lucerna i redditi dei celibi si esentano fino a 500 lire, fino
a 800 quelli dei coniugati; mentre è esente il patrimonio dei celibi sino
CAP. IX.; LA FAMIGLIA E L IMPOSTA 345
a 1000 e quello delle famiglie sino a 2000. A Basilea-città, le famiglie, con
figli o senza, non pagano imposte se il loro reddito annuale non supera i
1500 franchi per anno. Ad Appenzell esterno è esente il reddito delle fa-
miglie con tre figli quando non superi le 1200 lire, nel Canton Ticino il
reddito del capo di famiglia con quattro figli è ridotto del quarto. In quanto
riguarda le vedove, gli orfani, gli inabili al lavoro, i vecchi, abbiamo che
il Cantone di Obwàld esenta il patrimonio delle vedove sino all'ammon-
tare di 1200 lire, Argovia e Schwyz sino a quello di 2000 lire, Zeug sino a
loooo quando vi siano minori la cui educazione incomba sulla madre e
Basilea-città sino a 20 mila lire. Nel cantone di Glarona se il patrimonio
é inferiore a 40 mila franchisi deducono le prime 15 mila li re: in quello
di San Gallo le vedove pagano l'imposta sulla metà pel loro capitale se
questo é inferiore a 20 mila lire e sui tre quarti se eccede quella somma.
Obwàld, Schwyz, Zoug, Glarona, e S. Gallo trattano al medesimo modo
di quelli delle vedove i patrimoni degli oi'fani; Basilea-città accorda de-
duzioni solo quando il patrimonio è inferiore a 6000 lire ; ed Appenzel
esterno, Grigioni, Lucerna, Turgovia e Zurigo che non danno facilitazioni
alle vedove, considerano in diverso modo, gli orfani. Il patrimonio degli
orfani è esente sino a 1200 ad Appenzell esterno sino a 3000 nei Grigioni
e a Zurigo; a Turgovia è esente sino a 1000 lire per intero e per il 50% si-
no a 3000 ; a Lucerna, è esente il quinto delle fortune inferiori a 6000 li-
re. Appenzell R. E. e Basilea campagna accordano anche deduzione ai
redditi delle vedove e degli orfani agli effetti dei tributi sul reddito.
In Norvegia l'imposta generale sul patrimonio e sul reddito del 29 giu-
gno 1892 divide addirittura i contribuenti in quattro classi : i celibi o i
coniugati senza prole ; coloro che hanno i a 3 persone di famiglia : coloro
che ne hanno da 4 a 6 ; coloro infine che ne hanno 7 o più. E le esenzioni
dilla imposta sono assai diverse. Supponendo un reddito di 2 mila corone
un celibe paga su 1400, una persona che ha sette figli su 600. Supponendo
un reddito di 4 mila corone la parte colpita da imposte sarà rispettivamente
per le 4 classi di 3.400 ; 3.000, 2.600 e 2.200 corone.
Nella Tasmania l'imposta sulle facoltà (redditi non guadagnati) del
1904, che si basa sul valore locativo, ed é simile in fondo alla contribu-
tion mobilière francese, quando il valore imponibile é inferiore a 100 ster-
line (2522 lire) deduce lire 252,20 (io sterline) per ciascun figlio in età in-
feriore ai sette anni.
In quanto agli incapaci a guadagnarsi la vita, la Svizzera offre notevoli
esempi di esenzione. I Cantoni di Argovia, Grigioni, Zurigo, Lucerna e
Glarona accordano alle persone incapaci, per una causa o per un altra, di
guadagnarsi la vita (malattia, vecchiaia) gli stessi sgravi tributari che ac-
cordano agli orfani minori ; Zoug e Soletta fanno agli inabili condizioni
speciali, in quanto esentano Zug i redditi sino a 6000 e Soletta quelli
sino a 7000. E anche a notare che Zug, Soletta e Glarona accordano fino
ai 6000 e anche sino a loooo (Glarona) franchi di reddito esenzioni par-
ziali o totali in caso di incapacità temporanea al lavoro per malattia od
altro accidente.
346 SCIENZA DELLE FINANZE [LIBRO II.
124. Le imposte reali, come quelle che colpiscono i capitali
o i redditi indipendentemente dalla persona che li possiede,
non tengono alcun conto della condizione in cui si trova chi li
possiede o chi li percepisce. Il proprietario di una terra la quale
abbia un valore di 200 mila lire e su cui gravi un debito ipote-
cario di 100 mila, in realtà non possiede che metà del suo fondo.
Pure paga l'imposta sull'intero fondo, come se ne percepisse
tutto il reddito. Può anche accadere che si paghino imposte
per fondi da cui non si ricava più nulla, ma i cui proprietari
credono o sperano di potersi liberare dai debiti prima o dopo.
Ben diverso è il caso delle imposte generali e personali e
delle imposte di successione. Le prime colpiscono le persone
per il loro reddito : le seconde per gli accrescimenti di patri-
monio. Ora una imposta generale sul reddito che colpisca un
individuo il quale abbia un'entrata di io mila lire, non può
colpirlo che per 8 mila, se egli paghi 2 mila lire l'anno di inte-
ressi di debiti. È illogico colpire il debitore, quando è più sem-
plice rivolgersi al creditore che possiede realmente la ricchezza
imponibile*. Del pari la imposta di successione fa contribuire
chi eredita secondo ciò che in realtà egli ha ricevuto in eredità:
se su una proprietà di 100 mila lire vi sono debiti per 40 mila,
è naturale che chi riceve in realtà solo 60 mila, paghi esclusi-
vamente per questa somma.
Non tener conto affatto della situazione del contribuente
non è il minore difetto delle imposte reali: è perciò anzi che
alcuni scrittori, con esagerazione un po' evidente, le conside-
rano come imposte che han fatto il loro tempo è che non è pos-
sibile più ammettere. È però fuori di dubbio che i tributi
reali danno luogo a cumuli d'imposte. Il proprietario di una
terra paga per un reddito di io mila lire, anche se per causa
dei suoi debiti percepisca solo 5 mila : ma a loro volta i credi-
tori ipotecari pagano sul reddito di 5 mila lire. Cosi non si tien
conto delle circostanze che alterano la capacità contributiva
di alcune classi di cittadini, sopratutto dei proprietari fondiari.
* Cfr. su questo argomento sopra tutto: Von H e e k e 1 : Dei Einkom-
mcnsteuer und die Schuldzinsen. Leipzig, 1890, pagina 120 e seg.; E.
Cessa: op. cit. pag. 53 e seg.; De Cérenville:o^. cit. pag. 65 e seg.
CAP. IX .] LA DETRAZIONE DEI DEBITÌ 347
Quando si può, è senza dubbio preferibile colpire il reddito
dove veramente si trova ed evitare cumuli dannosi : o che si
conceda quindi al debitore di farsi rimborsare dal creditore ciò
che egli paga per imposta, o meglio ancora che Io Stato colpi-
sca direttamente il creditore, è bene che la detrazione sia fatta.
Il primo metodo ha il vantaggio di evitare la pubblicità (cosi
spesso antipatica ai debitori) e permette di colpire i capitali
degli stranieri che danno a prestito, ma ha anche inconvenienti
non pochi come quello di essere di più diffìcile attuazione e
sopra tutto meno semplice. Ciascun sistema tributario, dove
la detrazione dei debiti è ammessa, segue in ogni modo pro-
cedimenti speciali, che si basano sull'uno o sull'altro criterio.
NOTA
La detrazione dei debiti nella pratica tributaria.
Diamo qualche esempio di detrazione dei debiti dall' imponibile.
L'imposta prussiana sul reddito del 1891 ammetteva la detrazione dei
debiti per il calcolo del reddito netto imponibile e per di più ai contri-
buenti il cui reddito non superava lire 11685 (9500 marchi) è, anche in ra-
gione dei debiti onerosi e nvmierosi, accordata la diminuzione di tre gradi
della imposta. Ugualmente l'imposta complementare prussiana sul pa-
trimonio del 14 luglio 1893 detraeva dal patrimonio di ogni contribuente
la somma corrispondente ai suoi debiti personali e reali, nonché alle reu-
dite e altri diritti pecuniari dovuti da lui.
Nella Svizzera, tutti i Cantoni, meno Friburgo e il Vallese, autorizzano
il contribuente a dedurre l'ammontare dei suoi debiti chirografari; nel
Canton Ticino sono defalcati i debiti dallo imponibile del debitore, solo
quando il creditore paghi nel Cantone l'imposta sull' ammontare del suo
credito. Un sistema assai ingegnoso é adottato nel Cantone del Vaud,
che permette al contribuente di defalcare i suoi debiti non solo dallo am-
montare del suo patrimonio mobiliare o immobiliare, ma ancora dai suoi
redditi professionali o del lavoro in generale, in quanto se i debiti non si
possono defalcare dalla imposta fondiaria si defalcheranno dal patrimonio
mobiliare soggetto a relativa imposta e se la somma dei debiti oltrepassa
la fortuna mobiliare imponibile, il 5% dell'eccedenza é sottratto dalle en-
trate derivanti da rendite e usufrutti e se questa deduzione non può nem-
meno così farsi, in tutto o in parte, la parte di questo 5% da dedursi si rad-
doppia ed é sottratta al prodotto del lavoro. In quanto ai debiti ipotecarli
non vi è parità di trattamento in tutti icantoni; Appenzell interno, Ginevra
e il Vallese non ammettono deduzione di passività e colpiscono gl'immobili
nel loro valore totale; Argovia e Basilea-campagna colpiscono al contra-
rio la fortuna netta del contribuente, deducendone tutte la passività ;
i cantoni di Vaud, Neuchàtel, Nidwal; Appenzell esterno, Turgovia, San
348 SCIENZA DELLE FINANZE [LIBRO II.
Gallo e Uri fanno dipendere la detrazione o meno dei debiti dal domicilio
del proprietario debitore, nel senso che é ammessa la detrazione solo quan-
do r immobile gravato da passività appartiene ad un proprietario domi-
ciliato nel cantone, e in caso opposto non è ammessa; il cantone di Glarona
e quello di Basilea-campagna negano anche essi la detrazione dei debiti
quando il proprietario oberato viva fuor del cantone, ma 1' ammettono
solo nel caso che l'interessato provi che sarebbe una reale ingiustizia
{cine Wesentliche U nbilligkeit) l'importo sul valore totale dei fondi gravati
da ipoteca: i cantoni di Schwyz, Zurigo, Obwald, Sciaffusa, Soletta, Zug
e Basilea-Città ammettono in massima la detrazione dei debiti pei proprie-
tari domiciliati nei cantoni stessi, ammeno che il contribuente non provi
che la proporzione fra il debito e il valore dello immobile ipotecato sia
uguale o inferiore a quella esistente fra l'ammontare del debito e tutta la
sua fortuna ; i cantoni di Lucerna e dei Grigioni ammettono anche i pro-
prietari domiciliati fuori cantone alla detrazione del passivo, purché sia
domiciliato nei due cantoni il creditore e paghi imposta sull'ammontare
del suo credito ; i cantoni di Friburgo, Berna e del Ticino, con un criterio
assai poco logico, ammettono, invece, la deduzione dei debiti dallo
imponibile immobiliare del debitore, solo quando il creditore risieda nei
cantoni citati e paghi imposta sull'ammontare del suo credito.
La ripercussione delle imposte.
125. La ripercussione delle imposte è il punto più impor-
tante di tutta la disciplina finanziaria, sì come la profonda
mente di Davide Riccardo avea fin dal suo tempo chiaramente
compreso. Il problema fondamentale della finanza è senza
dubbio quello della incidenza, della traslazione e della per-
cussione della imposta. Anche adesso Edgeworth crede che
i due problemi fondamentali della finanza siano : quali sono
i primi principi in base a cui deve essere ripartito fra i cit-
tadini l'onere dei tributi; quali sono gli effetti delle imposte?*
Per rispondere a questa ultima domanda bisogna appunto inda-
gare nel più vasto campo della disciplina finanziaria. Nelle
imposte, vi è ciò che si vede e vi è ciò che non si vede. Assai
spesso chi in apparenza paga l'imposta, non la paga in realtà :
e viceversa n' è colpito chi pareva ne fosse esente.
* Edgeworth; The pure Iheory oj taxation, iu E. J. 1906.
VXTP X.ì RTpERdUSSrONÉ DELLE lMPO?^tE. ^J{Cì
Chi introduce dalla Russia e dagli Stati l'niti petrolio in
Italia paga un dazio d'introduzione. Ma a sua volta egli che
potea vendere il petrolio a un prezzo, lo venderà a un altro
molto maggiore. Tenterà cioè, e in questo caso riuscirà, a
trasferire l'imposta sui consumatori. Sarà dunque il popolo
dei consumatori che pagherà in realtà l'imposta. Ma chi im-
porta il petrolio, può trovarsi di fronte a una serie di situa-
zioni differenti. Vi sono importatori concorrenti da altri
paesi ? Il mercato ha capacità di sostituire altri prodotti
similari ? L' industria richiedente ha capacità di espansione ?
Vi sono situazioni di monopolio nell'ordinamento del mer-
cato interno ? Vi è tutta una serie di fenomeni di trasla-
zione, di percussione, di incidenza, di evasione delle imposte,
che formano il campo più interessante delle discipline finan-
ziarie *. Ora noi dobbiamo fare due ipotesi: una prima è che
la imposta non si paghi affatto e allora vi è evasione. Dicesi
evasione dalla imposta la mancanza di pagamento dell'impo-
sta senza trasferimento ad alcuna persona. Può avvenire
cosi per frode (contrabbando), come perchè venga a mancare
r oggetto della imposta. Per esempio : se l'alto dazio sul
petrolio facesse sviluppare le industrie del gaz luce e della
luce elettrica, a tal punto da far rinunziare al petrolio, avrem-
mo evasione.
Ma possiamo supporre che l'imposta non si possa evadere
e allora si possono avere fenomeni di percussione, di trasla-
zione e di incidenza.
* Fra le opere fondamentali su questo argomento cfr. Pantaleoni:
Teoria della traslazione dei tributi, Roma 1882; S e 1 i g m a n : On the shi-
fling and incidence oftaxation, 3 ediz. New York, 1910.De Lauwere yns
deRoosendaele: La repercussion de l'impót, Paris 1901; K a i z 1 :
Die Lehre von der Uebenvalzung der Steuern, Leipzig. 1882 : K n u t \V i-
c k s e 1 1 : Finanztheor etiche Untersuchungen ecc, Jena, 1906, I ; E d g e-
w o r t h : The pure theory 0/ taxation, in E. J. 1897: etc. etc.
Tra le opere italiane si possono consultare : Conigliani: Teoria
generale degli effetti economici delle imposte, Milano 1890 ; Einaudi:
Studi sugli effetti delle imposte, Torino 1902; T i v a r o n i , Translazione
ed incidenza deelle imposte, Verona 1905; Natoli: Studi sugli effetti eco-
nomici delle imposte, Palermo 1909, etc.
J50 SCtfekiÀ bÈttfe JFl^AtJ^È [LtJBkO tt.
Si chiama percussione la caduta della imposta sul contri-
buente de jure : il quale può pagarla egli stesso o può trasfe-
rirla ad altri.
La traslazione della imposta è quel processo, mediante cui
l'individuo colpito tende a trasferirà, o in tutto o in parte,
su altri l'onere del tributo. Corrisponde a ciò che i tedeschi
chiamano Uberwàlzung * e gli inglesi Shifting.
In altri termini la traslazione della imposta si ha quando
il contribuente de jure, riversa l'imposta su un contribuente
de facto, il quale o a sua volta la riversa su altri o ne è inciso.
Dicesi incidenza la direzione effettiva della imposta : quando
un individuo non può trasferire su altri il tributo e lo paga
in realtà, egli è allora inciso dall' imposta. "L'incidenza si ha
dunque quando una nuova ripercussione non è più possibile.
Nel caso citato l'importatore di petrolio è colpito col dazio ;
vi è dunque un fenomeno di percussione. A sua volta egli
trasferisce su altri l'onore del dazio : vi è traslazione. Il con-
sumatore è in realtà colpito dalla impesta e paga esso il
dazio : vi è incidenza. Il contrabbando si sviluppa o molti
pensano sostituire il gaz o la luce elettrica al petrolio: vi è
evasione.
Quando si applichi una imposta si deve sempre ricercare se
a causa di essa, la domanda o l'offerta della ricchezza o del
servizio colpiti aumentino o diminuiscano. Supponiamo ancora
l'esempio da noi prescelto : quello di un importatore di pe-
trolio. Dopo un aumento di dazio vi può essere aumento del
* Ma i tedeschi il cui linguaggio si presta molto alla formazione di pa-
role nuove, distinguono, a dirittura la traslazione {Uberwàlzung) in Ab-
u>dlzung,Fortwàlzung, Ruckwàlzung: a) Vi è Abwàlzung quando una somma
di imposte determinata viene a ripartirsi o sopra una più grande somma
di ricchezze, e sopra un reddito maggiore, o sopra un prodotto più grande.
Non si tratta veramente di una ripercussione : ma di un fatto che ha
anch'esso la maggior importanza nei fenomeni finanziari: b) vi è Fortwàl-
xung o ripercussione progressiva quando la traslazione va del produttore
al consumatore o dall'intraprenditore all'operaio; e) vi è Ruckwàlzung o
progressione indietro allorché la traslazione avviene da operaio a impren-
ditore, da consumatore a produttore. Cfr. Wagner: Finanz, voi. II.
pag. 346 e seg.
CÀt>. k.] feÌÌ>ÈkCtJSStONÈ bÈLLÈ ÌMtOStÈ ^5!
prezzo della merce : sarà allora il petrolio meno richiesto di
prima ? Oppure gli importatori, essendo in concorrenza, pre-
feriranno non aumentare il prezzo ? e poiché l'introduzione è
meno vantaggiosa vi sarà allora minore offerta di prima ?
Se un nuovo aumento del dazio determina aumento di prezzo
in quale misura avviene la evasione? in quale forma? Abbiamo
supposto un caso semplice e quindi abbiamo proposto quesiti
semplici ; ma vi sono casi estremamente più complessi. In
fondo la traslazione della imposta può avvenire solo con una
variazione dei prezzi : e questa a sua volta non può che
derivare da aumento o diminuzione dell'offerta o della do-
manda. Cosi i fenomeni della traslazione vengono a trovarsi
in stretto contatto e in certa guisa a essere conseguenza dei
fenomeni del valore.
Tutti i fenomeni relativi alle imposte possono studiarsi in
casi assai differenti: per esempio, secondo che vi sia libera
concorrenza, o monopolio di una delle parti ; o si tratti di
merci e di beni prodotti a costo crescente o decrescente ; che
vi sia o no mobilità o immobilità di lavoro o di capitale, ecc.
D'altra parte ciascun sistema di imposte non può essere con-
siderato isolatamente ma nelle circostanze in cui opera : più
una imposta è generale e meno è grande la sua traslazione.
In generale vi sono due forme fondamentali per l'imposi-
zione : I . Lo stato preleva direttamente una parte del reddito o
del capitale dei cittadini {imposte dirette) '2. Lo Stato impone
ai produttori o a coloro che scambiano ricchezze un prelievo
su ogni atto, o fatto, o scambio {imposte indirette) e allora ven-
gono colpiti in forma indiretta gl'interessi, i profitti, i salari.
È evidente che in questo secondo caso si determinano più
largamente fenomeni di traslazione.
126. Una imposta generale sul reddito non presenta d'or-
dinario alcuna possibilità di traslazione : più (abbiamo detto)
una imposta é generale e meno si trasferisce. Supponendo una
imposta unica del io per cento su tutti i redditi, la traslazio-
ne non sarebbe possibile ; più ancora non presenterebbe alcu-
na possibilità di traslazione una imposta unica di capitazione ;
352 SCIENZA DELLE FINANZE [LlfeRO IL
una lira per sibilante *. Ma questa è ipotesi fuori della
realtà.
lu'imposta è grave o è tenue ? Nell'un caso e nell'altro i con-
tribuenti si regoleranno diversamente : un'imposta molto te-
nue è d'ordinario trasferita assai meno di un'imposta grave.
Nei paesi dove s'introducono, in forma lievissima, imposte sulla
fabbricazione di alcune merci, accade spesso che i produttori
preferiscano sopportarle essi stessi piuttosto che portare una
qualsiasi alterazione nel prezzo delle merci e, comunque, cor-
rere dei rischi.
Diverso è il caso del monopolio, diverso il caso della concor-
renza dal punto di vista della ripercussione delle imposte. Quan-
do esiste una industria monopolizzata, l'imposta che la colpi-
sce non presenta ordinariamente alcuna possibilità di trasla-
zione. Infatti che cosa può fare il monopolista ? j Elevare il
prezzo non puvò, perchè se ciò fosse stato consentito dalla con-
venienza economica, avrebbe fatto anche prima. Il prezzo
antecedente all'imposta coincideva col consumo corrispon|
dente al maggiore benefìzio ; una elevazione qualsiasi non pu^
che restringere il consumo e quindi ridurre ancora il proli tt<
Ben diverso è il caso in regime di libera concorrenza ; in ess
l'in traprenditore cercherà aumentare il prezzo dei suoi prodot^
ti. Quando si tratti di una imposta generale ciò è più diffìci-
le ; le ragioni dello scambio rimanendo invariate tra i diversi
produttori, questi finiscono con avere una diminuzione di red-
dito. Ma quando si tratta di imposte parziali, le merci colpite,
avendo un più alto costo di produzione, dovranno aumentare
* Cfr. A. H e 1 d : Zur Lehre der U ebericàlzung der Steuern in Tubingen
Zeitschrift 1898, XXIV. pag, 467 ; S h a w : The Single Tax, New York.
1896, cap. IV, ecc..
t « Il monopolista, come ogni altro uomo di affari tende ad ottenere il
maggior possibile guadagno. E perciò aumenta i prezzi fino al punto che
gli conviene. Ma, ad ogni aumento di prezzo la domanda e la vendita di-
minuiscono e si giunge al punto in cui la vendita comincia a diminuire
in proporzione più forte di quella con cui, a causa dell'accrescimento del
prezzo aumenta il profitto netto per ogni unità della merce venduta. Da
questo punto ogni nuovo aumento di prezzo diminuirebbe a sua volta i'
profitto netto totale del monopolista e viene quindi tralasciato»; W i e k-
se 11; Finanztheoretische U ntersuchiingen, pag. 11.
CAP. X. CASI DI' TRASLAZIONE 353
di prezzo. Se il consumo proporzionai rr ente diminuisce, è il pro-
duttore che viene colpito dalla imposta ; ma se si tratta di mer-
ci il cui consumo non si restringe perchè non si può restringe-
re, i consumatori diventeranno i contribuenti di fatto. In Une a
generale, perchè in libera concorrenza si verifichi la traslazione,
occorre che i produttori possano vendere la stessa quantità
di merci di prima a un prezzo maggiore. Quando il consumo
viceversa si restringe, allora la traslazione generalmente non
si avvera.
La varia mobilità del capitale ha azione grandissima sugli effetti
delle imposte. In realtà il capitale non ha mai una mobilità
perfetta ; ma fra i capitali di speculazione e i capitali fondia-
ri la differenza è grande e i gradi di mobilità sono estremamen-
te diversi. Tanto più un capitale è mobile e tento più esso ten-
de a sottrarsi alla imposta : quando un capitale è durevolmen-
te investito in una industria, difficilmente alcuna traslazione
è possibile. La mobilità del capitale dipende, non solo dalla
natura delle intraprese, ma ancora dagli ostacoli legali, dai
rischi, dalle considerazioni sociali, dalla intelligenza e dall'ordi-
namento dei capitalisti. La pura mobilità non è che un'ipotesi.
Vi sono cose che sono entrate talmente nelle nostre abitu-
dini che noi non riesciamo a fame di meno: vi sono altre cui
rinunziamo facilmente. Una imposta che colpisca la fabbrica-
zione delle prime agisce diversamente da un'imposta che col-
pisca la fabbricazione di queste ultime : poiché bisogna tener
conto della elasticità della domanda. Supponendo una imposta
tale che raddoppi alcuni prezzi, noi possiamo avere consumi
che spariscano, altri che diminuiscano, altri che rimangano
immobili. Le cose senza dubbio non si presentano mai in forma
cosi semplice. Ma dato che vi sia un consumo rigido, in cui il
compratore acquisti a qualunque prezzo, è egli che in realtà vie-
ne inciso dalla imposta. Molti prezzi però possono elevarsi
anche notevolmente senza che la domanda diminuisca. I beni
di prima necessità, per esempio, presentano un consumo poco
elastico : e così quelli di grande lusso. E il comfort moderato,
il lusso medio diciamo cosi, che si presenta più elastico e più
soggetto a variare sotto la pressione della imposta.
N i t t i. '23
354 SCIENZA DELLE FINANZE ^LIBRO II.
Vi sono prodotti a costi crescenti, decrescenti, costanti. Le in-
dustrie naturali limitate come la terra, le miniere, ecc. presen-
tano costi crescenti : a masse successive di capitali investiti in
esse, corrispondono benefizi proporzionalmente minori ; vice-
versa nelle industrie manifatturiere il concentramento, la produ-
zione della forza a piti buon mercato, fanno si che vi sian costi
decrescenti ; vi sono infine industrie a costo costante *. Ora,
scrive Seligman, le forze che tendono a far prevalere le diverse
leggi della produzione si combinano diversamente in caso di
monopolio e di libera concorrenza. In caso di monopolio a costo
costante, il monopolista fissa il suo prezzo al livello più alto che
sia permesso dalla elasticità della domanda ; a costo decrescente
tende a fissarlo meno alto perchè meno produce, più si eleva
la percentuale del costo : più la decrescenza del costo si accen-
tua e meno tenterà di ripercuotere l'imposta ; a costo crescente
si verificherà la tendenza inversa. Nel caso di libera concorren-
za le industrie a costo costante si regoleranno allo stesso modo :
quelle a costo decrescente tenderanno a elevare i prezzi più che
in caso di costo costante ; quelle a costo crescente avranno la
tendenza inversa, perchè più il consumo si riduce, più si abbassa
il costo di produzione di ciascuna unità per il produttore. Così
la condizione più favorevole al monopolio essendo il costo de-
crescente, è questo che determina la minore elevazione di prez-
zi; e la condizione più favorevole alla concorrenza essendo quel-
la del costo crescente, è questo a sua volta che implica la mi-
nore elevazione. Di molte altre condizioni bisogna tener conto
nello studio degli effetti delle imposte e sopra tutto nello
studio della traslazione: se l'imposta colpisce redditi, o sopra
redditi, se si tratti di industrie in cui i vantaggi differenziali nel-
la produzione hanno o no molta importanza. In quasi tutte le
industrie vi sono produttori messi in condizioni migliori degli
altri : o hanno mercati di consumo più prossimi e migliori, o
abbondanza di capitali, o più grande attività. In caso di una
imposta nuova, o di un accrescimento delle antiche, il produt-
* Seligman: Incidence, pag. 179-219; cfr, Marshall: Prin-
ciples, 5 ediz. (London 1907) pag. 453 ; Edgevvorth: he. cit.
GAP. X. CASI DI TRASLAZIONE 355
tore messo in condizioni migliori può sforzarsi a produrre più
a buon mercato ; quindi a mantenere i prezzi quali erano, la-
vorando sopra tutto per l'avvenire. Come agisce l'imposta in
questo caso ? Nel senso di obbligare i produttori meno abili,
o meno fortunati a sparire : i più forti, è solo per breve tempo
che vedono ridotti i loro profitti, ma l'imposta rimane come
un'alleata nell'opera di selezione. In Germania non solo i
tributi, ma gli obblighi imposti dalla legislazione sociale, han-
na agito nel senso di far scomparire i produttori messi nelle
condizioni meno vantaggiose.
Nello studio di ciascuna imposta noi avremo occasione di con-
statare quaU limiti presenta la traslazione : si può dire che per
ciascuna operino cause diverse e diversamente secondo circo-
stanze speciali. Onde lo studio dei fenomeni di traslazione si
presenta sempre estremamente complesso.
Certo vi sono alcune regole oramai acquisite. Così si può
dire che le imposte dirette, tranne quelle sui profìtti, sono in ge-
nerale meno soggette a traslazione delle indirette. Alcune im-
poste fra le dirette, come quelle di successione, non danno
luogo ad alcuna traslazione. Ma le imposte indirette presentano
in generale una grande trasferibilità ; sopra tutto quelle che
riguardano il consumo e gli scambi. Così è di una estrema im-
portanza organizzare il sistema fiscale in guisa che i processi
di traslazione siano previsti e calcolati in giusta misura nei
loro risultati.
Le tasse, come quelle che d'ordinario non danno luogo a tra-
slazione, sono preferibili quando sono possibili. Ma poi che la
loro azione è hmitata solo ad alcuni servizi e le imposte sono
inevitabiU, bisogna nelle loro organizzazione tener conto di
tutti i processi di traslazione : compensare gli effetti delle im-
poste indirette che colpiscono in più larga misura i deboli, con
imposte dirette e imposte di successione, il cui trasferimento
è o impossibile, o assai limitato e che colpiscono sopra tutto
i forti e i ricchi *.
* Wagner: Finanz. § 100.
^^6 SCIENZA DELLE FINANZE LIBRO II.
XI.
Alcune regole relative alle imposte.
127. È gran tempo che Adamo Smith con mirabile pre-
cisione ha chiarito in quattro regole famose, nella sua grande
opera, i principi che devono regolare l'esazione delle imposte.
Anche ora a quelle regole si può dire che vi sia assai poco da
aggiungere. Quelle regole, che prima erano state esposte for-
se da altri, ma che certo nessuno indicò con tanta precisione,
sono giustamente chiamate da Mill classiche e da Hock logiche.
Alcuni scrittori però la espongono in forma dommatica : invece
è bene avvertire che esse non sono le sole che vanno tenute
presenti nell'amministrazione tributaria : e che altre ve ne sono
d'importanza non minore. In ogni modo sarà bene esporle per
semplicità così come Smith le ha formulate :
Prima regola : i cittadini di uno Stato devono contribuire al man-
tenimento del Governo nel maggior modo possibile in proporzione
del reddito di cui godono sotto la protezione dello Stato. La spesa
del governo è in riguardo agli individui di una grande nazione
come le spese d' amministrazione sono in rapporto ai proprieta-
ri di un grande dominio, i quali sono obbligati tutti a contribui-
re a tali spese in proporzione dell'interesse che hanno rispettiva-
mente in tale dominio. Questo principio, detto di giustizia o
di proporzione, è di carattere teorico ; afferma che l'imposta
deve avere i requisiti di uniformità e di generalità ; che cioè
ciascun cittadino deve contribuire in proporzione delle sue
sostanze. La imposta, diceva J. B. Say, è un fardello ; perchè
pesi meno su ciascuno occorre che pesi un pò su tutti. I citta-
dini possono contribuire, o in proporzione del loro reddito,
o in misura progressiva.
Seconda regola : l'imposta 0 parte d'imposta che ciascun citta-
dino è tenuto a pagare dev'essere certa e non arbitraria. Il tempo
del pagamento, il modo, la somma da pagare, tutto dev'essere chia-
ro e preciso, tanto per il contribuente come per ogni altra perso-
na. Questo principio è detto della certezza; l'imposta dunque sia
certa e non arbitraria. Il principio della certezza richiede che
GAP, XI. REGOLE DI A. SMITH 357
i contribuenti ben sappiano ciò che devono dare sia per quoti-
la sia per contingenza. L'indeterminatezza per le leggi d'impo-
sta è uno dei peggiori mali che si possono immaginare : qua-
lunque disuguaglianza reale o supposta è sempre di grandissimo
danno * i ruoli delle imposte devono essere in tal guisa redatti
che si possa leggervi dentro agevolmente : nessuna indecisione
e sopra tutto nessuna possibilità di arbitrio f.
Terza regola : ogni imposta dev'essere riscossa nel tempo e nel
modo che si possano presumere e ritenere più comodi per il con-
tribuente. Questo principio è detto della comodità. Il contri-
buente dev'essere vessato il meno che sia possibile e l'imposta
deve essere percepita in modo che per condizioni di luogo e di
tempo gli si imponga il minor fastidio possibile. D'ordinario,
tranne per i dazi doganali e per le imposte indirette, il paga-
mento si fa nella città ove il contribuente dimora. Il Tesoro
dello Stato cerca da parte sua con i suoi pagamenti di agire util-
mente sulla circolazione quando il maggior numero di riscos-
sioni dev'essere fatto. Ogni giorno più si tende a sopprimere
* J é z e dice che il principio generale formulato da Adamo Smith de-
ve essere sviluppato in questa direzione: i. le leggi e i regolamenti tribu-
tari devono essere redatti in modo chiaro in guisa che tutti possano
comprenderli, non devono quindi contenere formule ambigue ed imprecise:
la Francia ha leggi fiscali abbastanza chiare, gli Stati Uniti e l'Inghilterra
no, la Germania cerca di dare alle sue leggi una redazione scientifica;
2. i contribuenti devono avere i mezzi di conoscere facilmente le leggi e
i regolamenti d'imposta e le circolari che le esplicano ; 3. quando una
somma d'imposte è da essi reclamata, i contribuenti devono conoscere
quanto devono pagare allo Stato a quanto agli enti locali se l'imposta è
dovuta all'uno e agli altri; 4. deve preferirsi il metodo di quotità a quello
della ripartizione (contingenza) sempre che si può, perchè il secondo è
incerto e il primo certo. Cfr. J é z e Cours, pp. 686-688.
t Cfr. sopra tutto Smith op, cit. libro V. cap. II § i, di cui dice L.
de Lavergne (Reuve des deux mondes, 15 settembre 1859) : «Quand on
songe à ce qu'était alorspartout la constitutiondesimpóts établis et pergus
au hasard, on s'étonne de ce qu'il a fallu de réflexion et de perspicacité
pour créer de toutes piéces une nouvelle théorie». Cfr. pure J. B. S ay :
Tratte, tom. III. chap. IX; Wagner: Finanz. tom. II, pag. 220 e seg.
S t o u r m, Systémes généraux dHinpots pag. 32 e seg.; Sismondi:
Nouveaux principes politique, tom. II, 47 cap. Vili ; G a r n i e r: Traité
de finances, pag. 161 e seg.; Pi ersou : loc. cit. ecc.
358 SCIENZA DELLE FINANZE [LIBRO II.
le formalità inutili o dannose : l'abuso dei giuramenti, delle
perquisizioni, delle esibizioni di documenti, di tutto ciò che
restringe la libertà personale è da ritenersi estremamente dan-
noso. Le imposte dirette sono pagate quasi dovunque per fra-
zioni mensili, bimestrali, o semestrali ; le imposte indirette d'or-
dinario nel modo più utile per il contribuente *.
* La regola della comodità implica 1' accertamento dello imponibile
(reddito o capitale), la determinazione dell'ammontare del tributo per
ogni contribuente ; il modo di pagamento ; il tempo del pagamento. L'ac-
certamento dello imponibile può farsi in tre modi: i. mediante dichiara-
zione del contribuente: 2. mediante valutazione amministrativa: 3. in base
a segni esteriori. La dichiarazione del contribuente prevale nella determi-
nazione dello imponibile per le imposte sulle fortune mobiliari, sui redditi
professionali, sui redditi mobiliari, perchè in queste imposte lasciare
al fisco la determinazione dello imponibile è pericoloso : il contribuente,
convinto di dover compiere un dovere sociale é lui che deve dichiarare
l'entità degli elementi imponibili. La valutazione amministrativa é il
metodo più adatto quando la determinazione dello imponibile è facile,
come nei casi di imposte sulle fortune immobiliari, rustiche ed urbane,
sui redditi immobiliari, sui plus-valori immobiliari. La valutazione dello
imponibile in base a segni esteriori o sistema indiziario, sembra spesso
la più comoda per il fisco, che è sicuro degli accertamenti del reddito,
e per il contribuente, nei cui affari gli agenti del fisco non intervengono ;
ma é anche assai spesso la più ingiusta, poi che nessun metodo indiziario
potrà mai garentire l'esatta valutazione delle facoltà contributive dei
cittadini senza dire che i segni esteriori sono spesso assai male scelti. Per
necessità di cose, dato lo sviluppo delle fortune mobiliari, la dichiarazione
del contribuente, controllata dal fisco, é il metodo più in uso in tutti gli Sta
ti e non solo per le imposte mobiliari, anche per quelle sulla fortuna e sul
reddito globali, per le doganali, per quelle di registro, di successione etc;
il controllo del fisco evita il maggiore pericolo del sistema (gli occultamenti)
per quanto qualche volta lo muti in un vero metodo di inquisizione ; ad ogni
modo dove il controllo è oculato le dichiarazioni dei contribuenti danno
buoni risultati. Il sistema delle dichiarazioni fu adottato, ad esempio, in
Prussia (imposta sul reddito) e con sì buona fortuna che uno scrittore
potè affermare che l'imposta sul reddito in Prussia si evolveva sempre più
verso una tassazione modello; è adottato in Inghilterra per la cedula D
dell' income tax (redditi professionali) ma con risultati assai discutibili,
poiché le dichiarazioni non sono sempre esatte e il controllo della ammi-
nistrazione lascia a desiderare ; in Svizzera nei Cantoni che hanno imposta
sul reddito ; é anche adottato negli Stati Uniti di America per le general
properiy tax e dà anche lì luogo a occultamenti considerevoli, a malgrado
di un controllo spietato. In Francia il sistema delle dichiarazioni control-
late è adoperato per l'accertamento dello imponibile in molte imposte
CAP. XI. ] REGOLE DI A. SMITH 359
Quarta regola : ogni imposta dev'essere riscossa in modo che
si tolga dalle mani del popolo la minor somma possibile, al di là
indirette di fabbricazione o vendita all'ingrosso (bevande alcoliche, alcool
denaturato, birra, sali, zucchero e glucosio, olii vegetali ed animali, stea-
riche, dinamite, carte da giuoco) o di esercizio (ferrovie, tramvie a tra-
zione meccanica) e nella imposta di successione. In Italia le dichiarazioni
dei contribuenti sono richieste agli effetti della imposta di ricchezza mo-
bile e sono tenuti a presentarle i nuovi iscritti nella lista del Comune ;
gli iscritti precedentemente che possedessero nuovi redditi, i contribu-
enti omessi nei ruoli precedenti gì' iscritti i cui redditi siano accresciuti
o variati in confronto della risultanza dei ruoli ; le dichiarazioni devono
essere fatte dal i al 31 luglio di ogni anno ; le successioni poi devono es-
sere denunziate dagli eredi, legatari, tutori, curatori o amministratori giu-
diziari entro quattro mesi della morte dell'autore se egli è morto nel regno
e sei se è morto all'estero ; anche per le donazioni si procede in base al
valore dichiarato etc. L'imponibile si induce da segni esteriori là dove è
presa una qualsiasi manifestazione esterna o indizio a base del reddito da
stabilire ; è un sistema che viola assai spesso la regola della uniformità ;
ciò malgrado è adottato ancora, specie nella Francia e nel Belgio. In Fran-
cia, l'imposta sulle patenti è basata su un accertamento indiziario del
reddito, e, non ostante la molteplicità dei segni esteriori che servono a
indicarlo è di una ineguaglianza molestissima ai contribuenti ; è basata
colà su r accertamento indiziario l' imposta sulle porte e sulle finestre
(che vuole indurre il reddito nientemeno che dal numero delle porte e
delle finestre della casa occupata dal contribuente) ; lo stesso avviene
della contrihution mobilière che è basata sullo affitto dello appartamento
occupato, mentre è noto che l'affitto varia non solo con la ricchezza del
contribuente, ma anche sovra tutto con il suo tenor di vita, i suoi carichi
di famiglia, la situazione sociale etc. Per i redditi immobiliari la valu-
tazione dell' amministrazione può essere fatta mediante catasti. Un si-
stema intermedio è quello degli abbonamenti volontari o obbligatori, ado-
perato specialmente per le imposte sul consumo o per quelle sugli affari,
anche in Italia. Si calcola quanto l'esercente potrà vendere o quanto l'in-
dustriale potrà fabbricare o quanti affari potrà fare in genere l'abbonato
'1 in base a tali presunzioni o per via d'accordi consensuali o di deci-
sioni arbitrali o di giurisdizioni speciali si determinano le quantità su cui
deve pagarsi l'imposta. Il metodo dello abbonamento è necessariamente
difettoso in quanto all' accerta-nento ; ma non è pericoloso alla produ-
ione o allo smercio, in quanto, data la fissità della somma da pagare, il
mtribuente ha interesse più a produrre molto che poco.
Si é detto che la regola della certezza implica oltre che 1' accertamento
del reddito imponibile la determinazione dello ammontare della imposta.
Occorre distinguere tra imposte che si percepiscono periodicamente e im-
poste che si pagano una volta tanto (imposte di successione, sui trasferi-
■lenti etc). Per queste ultime l'ammontare della imposta é determinato
360 SCIENZA DELLE FINANZE |^LIBRO II.
di ciò che deve entrare nel tesoro dello Stato, e nello stesso tempo
sia tenuto il meno possibile il danaro del popolo prima che entri
immediatamente dopo l'accertamento dello imponibile e basta. Per quelle
che si percepiscono periodicamente si determina prima l'imponibile, si
procede poi alla liquidazione dell'ammontare e infine si notifica al contri-
buente il suo debito individuale. Di ordinario l'imponibile è riportato
in speciali registri (catasti, matrici) e si calcola una volta tanto allor-
quando si accerta per la prima volta, salvo poi a rettificarlo per successivi
arraienti e diminuizioni, e le quote individuali di imposta sono esatte per
ruoli nominativi. La quota individuale può essere fissata o per quotità
o per contingente. Il metodo del contingente era prima molto adoperato
e ora lo è assai meno: in Italia abbiamo una sola imposta di contingenza,
la fondiaria sui terreni; in Francia, oltre alla imposta fondiaria sui terreni
che per la legge 31 decembre 1907 é in via di trasformarsi in imposta di
quotità, sono di contingente o di ripartizione la contrihution personelle mo-
bilière e l'imposta des portes et fenétres ; nella Prussia erano imposte di
ripartizione la imposta fondiaria sui terreni e quella sui redditi industriali
{Gewerbesteuer), che appartenevano agli enti locali. L'imposta industriale
era di ripartizione anche in Austria.
Perchè l'imposta sia certa, certo deve essere il modo di pagamento.
Le imposte possono pagarsi : per versamento diretto del contribuente ;
per versamento indiretto di un terzo (ritenute indirette, come nella ric-
chezza mobile italiana ; imposte sui consumi, nella forma di tasse di ven-
dita, che sono pagate dal venditore : imposte di confine, pagate da chi
importa ; imposte di fabbricazione etc.) ; mediante il bollo o mediante il
registro; nella forma di prodotti monopolizzati (tabacco, sale, alcool),
dallo Stato o dall'ente che percepisce l'imposta, e in questo caso il di più,
al di là del costo di produzione della merce, che si paga costituisce un'im-
posta indiretta sul consumo. Possono essere pagate poi o agli agenti del
fisco (regia) o mediante appalto: prima l'appalto era molto in uso quando
mancavano veri congegni fiscali: ora è in tutti gli stati di regola la regia:
il sistema degli appalti é ancora consentito in Italia per i dazi comunali e
in Francia per i droits d'octroi. In quanto a ciò che si deve dare oramai non
più si discute: poiché almeno da un pezzo non si prelevano imposte in na-
tura (in momenti, di crisi se ne prelevarono più recentemente in Dani-
marca nel 1814, in Ungheria nel 1864 e nel 1865) le imposte si pagano
da tutti e dovunque in moneta. Certo deve essere il tempo del pagamento.
Quando si tratta d'imposte che si pagano una volta tanto il pagament( >
deve avvenire anche una volta tanto, almeno di regola, tranne non si
tratti di somme importanti, per cui possono dalle legge essere accordate
facilitazioni: le successioni si pagano in termini più o meno lunghi (in In-
ghilterra V estate duty può essere pagata in otto anni). Le imposte perio-
diche si pagano a periodi determinati (mensuali, bimestrali). Cfr. J é z e ,
Cours p. 689-739 ; Ingenbleek: Impósi sur le revenu, 1908 p. 240
e seg. H o 1 1 a n d e r : Studies in State Taxation, Baltimore 1900.
CAP. XI. REGOLA DI A. SMITH 36I
nel tesoro dello Stato. Questo principio riguarda la economicità
della riscossione. Il meno che possibile del danaro dato dai
contribuenti vada per spese di riscossione. Il meno che pos-
sibile questo danaro rimanga nelle mani dei percettori. Di
ordinario si può dire che i migliori sistemi tributari sono appun-
to quelli in cui l'entrata netta dello Stato è maggiore e gli sforzi
dei contribuenti non vanno perduti in rivoli tortuosi. Quei
sistemi in cui la spese di riscossione sono minori, sono anche
quelli in cui gli ordinamenti finanziari sono migliori. D'ordi-
nario si fa una confusione fra le spese di riscossione e le spese di
esercizio: ond'è che in taluni bilanci le spese effettive sembrano
maggiori che non siano in realtà, in altri minori. Vi sono alcuni
paesi che hanno un demanio fiscale grandissimo : altri che
ne hanno uno assai piccolo ; fare dei confronti sommari si-
gnifica cadere certamente in errore. Miglior procedimento è
quello di confrontar imposta per imposta : o almeno singoli
gruppi di imposte con altri gruppi omogenei*. Cosi soltanto
si potrà vedere quali siano le spese reali di riscossione. Senza
dubbio ogni giorno tutti gli stati cercano di ridurre le spese di
riscossione al minimo, e una diminuizione costante vi è stata
quasi dovunque. Le comunicazioni più pronte e migliori, la
cresciuta ricchezza, la semplificazione dei meccanismi finanziari
fanno sì che i redditi fiscali aumentino in proporzione maggiore
che non le spese relative a essi f. Noi non crediamo che i raf-
fronti che si fanno d'ordinario abbiamo alcun valore, soprat-
tutto quando si confronta la massa totale del bilancio. Allora
non solo non si tien conto della diversità tra le spese di eser-
* Secondo J éze {Cours p. 717) la percentuale delle spese di riscossione,
sarebbe così variata in Francia tra il 1828 e il 1900 sul prodotto totale
delle seguenti categorie d'imposte : Inposte dirette 5% nel 1828, 2.9 %
nel 1900 ; Registro e bollo 5.4% nel 1828 2% nel 1900: Dogane e sale
61.5 % nel 1828 6.4 % nel 1900 ; Imposte indirette sui consumi 4.9 ''o
nel 1828 ; 3.8% nel 1900.
t Ai tempi di Sully, in Francia, di 150 milioni che formavano il prodotto
lordo delle imposte , solo 30 entravano di netto nelle casse dello Stato.
Al tempo di Necker le spese di percezione si elevavano a 11% del prodotto
totale : sono poi scemate a 10.7% nel 1828 a 7,4 nel 1836 ; ora rappre-
sentano una cifra di gran lunga minore.
362 SCIENZA DELLE FINANZE ^LIBRO II.
cizio in generale e quelle di riscossione, ma di un insieme di
fatti che altererebbero profondamente il risultato, laddove fos-
sero tenuti presenti. In Italia i dazi interni di consumo che lo
Stato percepisce, pare quasi che non determinino alcuna spesa
di riscossione, poiché sono i comuni che li pagano allo Stato,
ma la spesa di riscossione è viceversa enorme. Non è che un e-
sempio, ma se ne potrebbero citare in numero infinito. Migliore \
sistema è dunque quello di confrontare imposta per imposta:
solo così si potrà sapere quali siano le spese di riscossione e
quale sia la entrata netta dello Stato. Si deve quanto più è pos-
sibile curare di ridurre al minimo le spese di riscossione ; ma
per la più gran parte delle imposte indirette questa riduzione
non potrà mai essere così grande come si potrebbe desiderare.
128. Sismondi, Garnier, Wagner, Stourm, Pierson, numerosi
altri scrittori hanno completato con altre regole quelle che con
tanta precisone formulò già a suo tempo A. Smith : ma molte
delle loro regole si trovano già in germe nei principi di Smith.
Certo ogni sistema tributario oltre alla giustizia, alla certezza,
alla comodità, aUa economicità di riscossione deve idealmente
rispondere ancora ad altri requisiti.
Il primo, il fondamentale principio che non bisogna mai dimen-
ticare è questo: la produzione non sia mai ostacolata dalle impo-
ste. Non vi è al mondo alcun paese che sia tanto ricco da non
considerare come dannosa ogni diminuzione della produzio-
ne. Quando dunque un'imposta per ragioni diverse ; o che sia
molto aspra, o che colpisca il prodotto lordo più del prodotto
netto, o perchè sia vessatoria, ostacoli la produzione, è da ri-
tenersi dannosa. Può sembrare che ogni imposta abbia, sia pu
re limitatamente, questo effetto. Una imposta infatti diminui-
sce sempre la capacità di risparmio dei cittadini. Ma il prin-
cipio esposto va inteso in senso più limitato : non bisogna mai
adottare imposte che ostacolino la produzione o che diminui-
scano lo spirito d'iniziativa o lo stimolo al lavoro e alla specula-
zione. Un paese che metta dazi di esportazione su merci che
non hanno un dominio incontrastato sul mercato intemazionale
ostacola la sua produzione: l'ostacola del pari se con altre impo-
ste sulla fabbricazione accresce artificialmente il costo di produ-
zione. Ma se le imposte sono percepite per lo sviluppo di ser-
CAP. XI.] ALTRE NORME TRIBUTARIE 363
vizi che giovano allo stesso incremento delle industrie non so-
no in ninna guisa da condannarsi. Anche in questa materia
è da distinguere riguardo alla natura delle imposte: ve ne sono
alcune di carattere locale, per esempio, i cui effetti sono imme-
diatamente visibili in favore della produzione : altre locali o
generali i cui effetti sono solo mediatamente visibili. Se il pro-
vento di un'imposta locale viene destinato internamente a co-
struire una buona strada che unisca un quartiere industriale a
ima stazione ferroviaria, è probabile che gl'industriali che han
pagato l'imposta risentano l'effetto vant^iggioso immediatamen-
te. Nelle imposte di Stato destinate a servizi pubblici di carat-
tere più generale, gli effetti, buoni o dannosi, §ono risentiti sem-
pre meno direttamente. Non bisogna in ogni modo dare al prin-
cipio da noi esposto una interpretazione troppo larga : ogni
imposta in definitiva preleva una parte del risparmio dei pri-
vati cittadini. Ma ciò che bisogna vedere è se tale prelevamento
sia necessario e se, facendone a meno, non si nuocerebbe di più
alla produzione abbandonando e trascurando servizi pubblici di
utilità generale. Le imposte dunque, se devono essere sempre
prese dal risparmio e dalla produzione annuale della nazione,
non siano mai tali da scoraggiare la produzione,
Per le stesse ragioni le imposte devono essere ridotte o abolite
quando tendono a ridurre il consumo. Che cosa producono im-
poste sui consumi troppo alte ? Il danno di tutti : riducono
il consumo e quindi la produzione e costringono spesso la po-
polazione a scendere inutilmente a un livello di vita più basso.
Qui sta, nota con molto acume Pierson, il grande danno dei
dazi di consumo molto gravi : la popolazione ricorre ai surro-
gati inferiori. Chi non può sopportare la spesa non compra più
l'articolo di qualità superiore, ma quello di qualità inferiore.
Il buon cibo, la bevanda pura sono sostituiti da un cibo cat-
tivo e da una bevanda impura. Con vantaggio di chi ? Non
certo dello Stato,non del produttore e né meno del consumatore.
È ciò che colpiva già ai suoi tempi J. B. Say che trovavasi in
Inghilterra quando s'introdusse un'imposta sulle finestre : il
padrone della casa ne fece subito murare alcune. Chi ne ha
avuto vantaggio ? si chiedeva Say. Lo Stato no, perchè non ha
guadagnato niente ; chi abitava la casa no, perchè ha perduto
364 SCIENZA DELLE FINANZE 'LIBRO II.
luce ; il padrone di casa nemmeno, perchè ha dovuto murar le
finestre, quindi spender danaro inutilmente.
Quando un'imposta ha per effetto di ridurre il consumo note-
volmente, bisogna diminuirla, e se si può, abolirla. Abbiamo
detto notevolmente poiché ogni imposta infine, diminuendo la
disponibilità, riduce sia pure limitatamente il consumo. Vi sono
alcune imposte locali che qualche volta però hanno per effetto
di migliorare visibilmente la materia di consumo. Se il muni-
cipio, per esempio, dai proventi di un'imposta nuova sugli af-
fitti ricava tanto da selciare la nuove strade, da fornirle di luce
e da fare la conduttura di acqua, le case che sono in quelle stra-
de aumentano senza dubbio di valore e spesso non in propor-
zione della spesa, ma in proporzione assai maggiore. Ecco un
caso in cui la imposta può migliorare il consumo. Ma supponia-
mo un'imposta sul valore locativo molto aspra : essa visibil-
mente peggiorerà il consumo ; indurrà gli abitanti di una città
a scegliere case peggiori, abbandonando le migliori.
In molti stati è una grande instabilità in materia di leggi :
anche le leggi fiscali sono molto tormentate, quasi sempre dal
desiderio di ricavare mediante esse un provento maggiore; spesso
per vaghezza di riforme. Qualche volta, i politici abusano delle
così dette riforme finanziarie : spesso queste riforme sono più
formali che reali, più dannose che utili. Invece in materia tribu-
taria niente più nuoce della instabilità ; coeteris paribus, come
dicono i matematici, un'imposta vecchia è sempre preferibile a
una imposta nuova. Non è che bisogna considerare lo statu quo
come l'ideale ; non è possibile e non è utile. Ma non bisogna fare
modifica alcuna senza che essa costituisca un progresso reale :
e bisogna quanto più è possibile fare riforme in circostanze favo-
revoli e con molta prudenza. Anche nei progetti di ritorme è
sempre meglio, quando è possibile, partire da ciò che esiste.
L'imposta deve avere sempre una funzione essenzialmente fi-
scale : deve fornire i me2:zi perchè funzionino gli organismi
necessari alla vita collettiva. Ogni altro scopo è sussidiario :
qualche volta è dannoso. L'imposta non può colpire a caso :
e perciò che ogni giorno più si cerca di tener conto delle condi-
zioni personali dei contribuenti. Ma è assurdo credere che me-
diante la imposta si possa mutare l'assetto della società, o
CAP. XI. j ALTRE NORME TRIBUTARIE 3O5
introdurre la morale, o riparare le ingiustizie. La imposta non
può mutare l'organismo sociale, di cui essa stessa non è che
un'emanazione ; può solo essere un utile strumento di riforme
sociali, attutire gli abusi più dannosi, compensare le ingiu-
stizie più stridenti. È utile che il legislatore guardi allo scopo
di alcune istituzioni cosi può esentare le cooperative di produ-
zione, non i cafèschantants. Ma è del pari evidente che pure es-
sendo un valido strumento di riforma, la imposta non può ri-
condurre la morale dove non è (come pretendevano i sostenitori
delle imposte suntuarie) e nemmeno può mutare nelle sue basi
l'ordinamento sociale da cui emana.
Quanto più è possibile è bene evitare i contatti degli agenti
del fisco con i contribuenti ; ciò deriva dalla regola stessa la quale
dice che ogni imposta deve rimanere il meno possibile nelle
mani dei percettori e andare nella maggior parte possibile allo
Stato. Ma ciò non vuol dire solo che la riscossione deve costare
poco : ma che si devono evitare tutte le inutili inquisizioni
e in generale che si devono evitare il più che è possibile i contatti
diretti degli agenti del fìsco con i contribuenti. Nelle imposte
indirette lo scopo si raggiunge quando con le imposte sulla
fabbricazione si colpisce la merce al momento stesso della pro-
duzione: con i dazi doganali quando si colpisce il grande impor-
tatore. I dazi di consumo hanno viceversa il torto di mettere
in troppo diretto contatto i piccoli consumatori e gli agenti
fiscali e son perciò generalmente detestati. Anche nelle im-
poste indirette si tende quanto più è possibile ad abbandonare
forme inquisitive, che riescono sotto ogni forma dannose.
È evidente poi che l'imposta dev' essere elastica : bastare ai
bisogni cui è destinata e nello stesso tempo presentare possibi-
lità di aumento. I paesi che hanno raggiunto un alto grado
di pressione tributaria e che non hanno più imposte elastiche,
ma rigide e poco mutevoli, si trovano in gravi difficoltà di fronte
a ogni mutamento, alle esigenze improvvise della politica e del-
l'amministrazione. Invece sono in condizioni assai vantaggiose
quei paesi che hanno imposte tenui e quindi molto elastiche.
Uincome tax inglese in contingenze straordinarie potè in pas-
sato essere raddoppiata senza nessun inconveniente.
366 SCIENZA DELLE FINANZE ILIBRO II.
XII.
Alcuni sofismi relativi alle imposte :
I limiti della imposizione.
129. Molte teorie riguardanti le imposte sono state nei
parlamenti sfruttate abilmente : così anche non poche teorie
riguardanti le spese pubbliche.
L'imposta, è stato detto, induce alla economia e agisce util-
mente, anzi oome stimolante, sulla produzione. Avendo Adamo
Smith fin dal suo tempo notato che le guerre avevano assorbito
gran parte della ricchezza d'Inghilterra e che molta attività era
stata dispersa, Mac Culloch più tardi credeva correggere le af-
fermazioni di Smith con alcune osservazioni in gran parte giuste
ma che hanno determinato non pochi equivoci sopra tutto per
colpa di chi ha creduto esagerare la portata delle parole di Mac
Culloch.
Notava questo scrittore che senza le guerre in cui l'Inghil-
terra è stata impegnata dopo la rivoluzione del 1688 la maggior
parte dei capitali che sono stati impiegati nelle spese della lotta
non sarebbero mai stati creati. In altri termini, secondo Mac
Culloch, un aumento delle imposte ha la stessa potente influenza
sopra una nazione di quella che ha su ciascuna individuo un
aumento della sua famiglia e delle sue spese necessarie.
L'Inghilterra sotto la pressione della guerra, cominciata nel
1799, intensificò la sua industria, diede prova di un maggiore
spirito di intrapresa e di invenzione. Tutte le classi sociali fe-
cero del loro meglio per uscire da uno stato penoso e la pro-
duzione se ne giovò. Senza dubbio se le imposte fossero state
molto opprimenti non avrebbero avuto questo effetto ; ma esse
non erano a bastanza forti per produrre l'abbattimento e la di-
sperazione, quantunque fossero pesanti a bastanza da rendere
necessario un considerevole accrescimento dell'industria o del
risparmio, a fin di prevenire la diminuzione delle fortune par-
ticolari o del saggio del loro accrescimento annuale.
L'uomo agisce per timore e per speranza ; la imposizione
spesso eccita il primo sentimento. Un aumento d'imposte prò-
GAP. XII. j , SOFISMI DELLE IMPOSTE 367
voca il timore di decadere da una posizione elevata, di essere
privato delle comodità e dagli agi che l'abitudine ha resi in-
dispensabili ; e la combinazione di questi due sentimenti pro-
duce effetti che non si sarebbero altrimenti avuti né meno dal-
l'azione isolata di uno dei due. «Senza la guerra contro l'America
e la guerra contro la Francia — conchiudeva Mac CuUoch — vi
sarebbero state minore industria e minore frugalità, perchè si
avrebbe avuto minor bisogno dell'una e dell'altra E noi incli-
niamo a pensare che coloro che studiano spassionatamente la
materia saranno portati a riconoscere che l'accrescimento delle
industrie e della frugalità, causato da questi conflitti, ha fatto
più che compensare la enormi spese di queste guerre e che il
capitale di questo paese è probabilmente tanto grande all'ora
presente quanto non lo sarebbe stato se questi conflitti non
avessero avuto luogo » *.
Tutto ciò è molto acuto : noi non osiamo dire che sia intera-
mente vero : se bene incliniamo a credere che ora si esageri
nel senso contrario di Mac Culloch. Le difficoltà, ha detto Mac
CuUoch nella stessa opera, acuiscono la mente. Senza dubbio :
allo stesso modo che la dominazione spesso dà più intenso lo
amore della libertà. Ma si può proprio dire che il dispotismo
sia la cosa più utile alla libertà ? Qualche volta l'imposta può
essere una spinta; ma senza dubbio entro limiti assai circoscritti:
allo stesso modo che una sofferenza può indurci a un sistema
igienico migliore e in questo senso darci la sanità. L'imposta
acuisce qualche volta le attività : i debitori per uscire da una
situazione tormentosa spesso moltiplicano la loro attività, ma
non è che i loro debiti siano un benefizio.
Però la portata dell'osservazione di Mac Culloch è più pro-
fonda che non si creda d'ordinario. I fenomeni sociali sono
estremamente complessi : e i sentimenti che ci spingono ad agire
diversissimi. Quando ora si abusa del metodo semplicista e si
calcola, per esempio, quanto avrebbe risparmiato un paese se
non avesse alcune imposte, si cade in una esagerazione assai
più grave : perchè si calcola che in diverse condizioni si sareb-
bero prodotti gli stessi fenomeni di produzione e di scambio.
*Mac Culloch: On taxation and the funding system London, 1845.
368 SCIENZA DELLE FINANZE ^LIBRO II.
Del pari l'affermazione che in tanti discorsi parlamentari ritorna
e che è diffusa si spesso nei giornali, secondo cui l'imposta ri-
tornando nelle mani stesse di coloro che l'hanno pagata, non
nuoce in alcuna guisa, è semplicemente puerile : e non si può
spiegare come uomini di cultura a bastanza elevata la ripetano
tuttavia. Si dice : lo stato in Italia prende tariti miUardi
ai contribuenti ; poco male, poiché è danaro che circola se-
condo la espressione volgare. Hamilton ha da gran tempo
mostrato il ridicolo di questa affermazione. Pretendere, egli ha
detto, che il danaro tolto mediante imposte, essendo speso fra
quelli che lo han pagato, non dia luogo a perdite per i contri-
tribuenti, non è meno assurdo che se si volesse assolvere un la-
dro, che avesse rubato il danaro ad un mercante, e che si giusti-
ficasse dicendo che gli ha restituito posteriormente questo
danaro, comprandogli delle mercanzie. Senza dubbio il caso
di un paese che paghi un tributo allo straniero, come una co-
lonia duramente amministrata, non è quello di un paese in cui
il provento delle imposte è dedicato a servizi di utilità genera-
le. Ma in questo secondo caso la similitudine del mercante è
perfettamente vera. Non è che le imposte devano essere impie-
gate utilmente : possono servire così a sviluppare la ricchezza,
come a deprimerla, così a scopi di civiltà come a scopi di male.
Un paese che si abbandoni a una conquista coloniale folle e a
una guerra dannosa, impiega molto male ciò che i suoi contri-
buenti han dato. Ma ciò non toglie che i contributi pagati
dai cittadini non siano vere imposte. Anche nei nostri paesi non
possiamo dire che sia speso utilmente tutto ciò che lo Stato
prende ai contribuenti. Supponiamo che una diminuzione di
spese pubbliche si possa fare senza diminuire la sicurezza e la
difesa e senza disorganizzare i servizi pubblici ; e supponiamo
che tutto ciò porti una diminuzione delle imposte. Si può ne-
gare che questo fatto sia un grande benefizio? Una diminuzione
delle spese pubbliche (si può bene ripetere con Mac Culloch)
e per conseguenza una diminuzione delle imposte, offre ai
contribuenti un vantaggio della stessa natura di quello che
presenta al pubblico la diminuzione del prezzo di ogni merce
indispensabile o universalmente utile.
La difficoltà può essere stimolo all'attività : ciò è vero, ma ^
CAP. XII j. SOFISMI SULLE IMPOSTE 369
condizione che le difficoltà non siano così gravi da isterilire le
attività. Uno stimolo può essere utile ; una serie di preoccupa-
zioni può deprimere e isterilire ogni attività. ^
La grande guerra europea, combattuta fra il 1914 e il 1918
per la sua grandiosa violenza, per la sua durata, per la sua im-
mensità, per il modo assurdo con cui la varie paci sono state
conchiuse, ha avuto per effetto di attossicare l'Europa e di di-
minuire ogni forza produttiva. A parte il fatto notevole della
difficoltà degli scambi, si è verificato il fatto morale della cre-
sciuta diffidenza fra le classi sociali e della diminuita energia
di lavoro. Si pretende in generale lavorare meno con salari più
alti e la facoltà di produrre la ricchezza è quasi dovunque li-
mitata dalla minore energia, o per lo meno dalla minore volontà
di lavoro.
Infine, è stato detto : l'imposta è un investimento ; anzi può
essere il migliore degli investimenti. Lo Stato prende sotto la
forma d'imposte, il risparmio dei cittadini e lo destina a opere
di produzione : fa grandi lavori pubblici, diffonde la coltura,
l'insegnamento tecnico, ecc. Anche in questo vi è l'errore fon-
damentale delle affermazioni precedenti : cioè il supporre che
i proventi delle imposte devano essere impiegati a scopi da
produzione. E se fossero impiegati male ? Si può proprio dire
che la Spagna, la quale ha sacrificato a Cuba tanta ricchezza
la abbia spesa bene ? che le iiliposte altissime pagate allora dagli
spagnuoli siano state il migliore degli investimenti ?
I cittadini russi subivano dure imposte dal regime assolu-
tista dello Czar ; subiscono ora più duri prelevamenti dal re-
gime comunista. Sono ricchezze in gran parte male impiegate,
ma rispondono a particolari situazioni politiche. Non bisogna
dimenticare che l'imposta è sopra tutto un fenomeno politico :
essa risponde nelle sue manifestazioni a situazioni politiche.
Nella fase attuale è innegabile che molte ricchezze vanno di-
sperse per effetto della condotta dei ceti poli ici prevalenti, che
in molti paesi tendono ad assicurarsi il massino dei benefizi e
quindi spesso a danneggiare lo sviluppo della produzione con im-
poste troppo alte o con dispersione troppo grande di ricchezze.
Molto spesso lo Stato impiega le ricchezze tolte ai cittadini
N i t t i . 24
370 SCIENZA DELLE FINANZE [LIBRO li.
assai utilmente : qualche volta meglio dei privati. Ma non è
deito che ciò deva essere.
Senza dubbip il caso dei paesi moderni, ove la grande mag-
gioranza dei cittadini partecipa direttanemte o indirettamente
al governo, è ben diverso da quello degli antichi stati. Ma non
bisogna né meno esagerare dicendo che le imposte siano sempre
buoni investimenti.
Un' altra illusione è da distruggere; una illusione non meno
dannosa, di cui Rousseau è stato il teorico, ma di cui la pratica
è assai più antica: la illusione che la diseguaglianza delle con-
dizioni possa essere corretta dalle imposte. L'imposta non può
mai mutare i rapporti economici esistenti; può tutto al più cor-
reggere alcune asprezze.
Questa illusione è anche più dannosa, in quanto, come ab-
biamo visto, la distribuzione del reddito quasi dovunque è tale
che non si può ritenere segua quel processo di accentramento,
tante volte indicato. Anzi si nota piuttosto nella società nostra
una tendenza dei redditi medi a crescere e i redditi minimi
hanno una tendenza sempre maggiore ad elevarsi nelle loro
entità.
130. Le entrate pubbliche sono, come abbiamo visto, deter-
minate dalle pubbliche spese ; ma in definitiva sono limitate dal
reddito di ciascuna nazione e dalla intensità dei bisogni collettivi
risentiti dai cittadini. Perchè la imposte siano proporzionate al
reddito nazionale e perchè si possano vederne gli effetti, occorre
poterne misurare la pressione. Le ricchezze che lo Stato e gli
enti collettivi prendono ai cittadini sono sempre tolte ai consumi
individuali: e sono destinate alla produzione dei pubblici servigi
o per lo meno a mentenere le forme prevalenti di governo. Ora
la pressione dei tributi non si può misurare Se non tenendo conto
di tre elementi: l'ammontare della ricchezza privata dei cittadini ,
l'ammontare delle entrate pubbliche e infine la importanza dei
servizi pubblici, che rappresentano la restituzione che lo Stato
fa ai cittadini. Tutto ciò non si può rilevare se non da una serie
numerosa di elementi : dalla osservazione di un insieme di fe-
nomeni generali della vita economica.
I sintomi della pressione tributaria si hanno in una serie dei
fatti riguardanti la produzione, gli scambi o il consumo. Come
CAP. XII.] LIMITE DELLE IMPOSTE 37 1
questi fenomeni si svolgano in rapporto alla attività finanziaria
e come questa agisca o reagisca su di essi, si può vedere da una
serie di manifestazioni esterne. Cosi un regime di dazi può avere
per effetto di mantenere invariata la curva del consumo ; o di
abbassarla. Ogni aumento di imposta , oltre un certo limite,
finisce con ridurre il consumo o limitare la produzione : si
tratta dunque di veder ben chiaro il punto in cui ogni ulteriore
aumento opera come una riduzione. La elasticità positiva delle
imposte dirette, per esempio, prova che la situazione è buona:
la elasticità negativa che è viceversa cattiva * .
Del pari l'aumento nei proventi delle imposte indirette,
che seguono il movimento degli scambi e l'aumento dei con-
sumi superiori, è indice di situazione vantaggiosa. Tutte le volte
in cui la imposizione tende a ridurre o i consumi , o la produ-
zione o gli scambi, deve per necessità esser frenata ; se non si
vuole che a imposte più gravi corrispondano entrate minori,
come è accaduto in alcuni paesi che più delle imposte hanno
abusato.
In qualche colonia dell' Australasia. esiste come si è ricordato,
la imposta progressiva sui terreni : la Nuova Zelanda l'applica
in guisa che 13 mila grandi proprietari soltanto sono colpiti e
90 mila medi e piccoli sono esenti. Ma vi è in quel paese una
innovazione legislativa che costituisce un fatto unico e senza
riscontro in tutti i sistemi tributari. Se un grande proprietario
trova che egli è stato colpito da imposta al di là della giusti-
zia, ha diritto di abbandonare la sua terra all' amministra-
zione finanziaria al prezzo cui essa l' ha calcolata. È accaduto
anche che qualche terra di grande estensione '85 mila acri di
terreno a Christchurch) è stata così devoluta al governo. Il
quale l'ha acquistata e venduta a un gran numero di piccoli
coltivatori : e l'affare è riuscito anzi vantaggioso ad esso. Non-
dimeno anche il governo della Nuova Zelanda f evita che fatti
* Cfr, Pantaleoni: Toeria della pressione tributaria : Roma 1887
(ripubblicata in Scritti varii di Economia, Palermo 1904, pp. 11 1-202) e
anche Observation sur la semiologie économique nella R. d. E. P. dello
stesso Pantaleoni.
t The New Zealand officiai Year Book, 1900, pag. 435.
372 SCIENZA DELLE FINANZE ^^LIBRO II.
simili si producano e preferisce sempre piuttosto che comperare
le terre ridure le imposte *.
Una legislazione come quella della Nuova Zelanda non può
nondimeno essere estesa a paesi a grande densità di popolazione
e dove la vita ecomomica e sociale è più intensa e i rapporti sono
più complessi. Pure anche in essi occorrerebbe trovare misure le
quali impedissero l'abuso della tassazione e dessero al contri-
buente il modo di reagire contro gli abusi più pericolosi.
* Sulla legislazione della Nuova Zelanda cfr. la pubblicazione fatta per
conto deirOj^c^ du travail di Francia da A. M é t i n: Législation ouvriérc
et sociale cn Australie et Nouv elle- Zelande, Paris, 1901 pag. 23 e seg.
PARTE III.
LE IMPOSTE DIRETTE.
XIII.
Le imposte personali e familiari non in rapporto con il
reddito : capitazioni e imposte sulle manifestazioni
esterne della ricchezza.
131. Le imposte possono assumere forme assai differenti :
pure sono tutte o dirette o indirette, colpiscono nel primo caso
la persona, il capitale , o il reddito ; colpiscono nel secondo
caso non già qualità o possessi, ma circostanze, fatti particolari
o atti permanenti. Ora dovremo occuparci separatamente delle
principali imposte dirette e indirette e studiare la loro impor-
tanza relativa : cominceremo dalle imposte dirette, che se hanno
minore importanza delle dirette in tutti i bilanci odierni, hanno
in tutti i sistemi tributari una funzione molto importante.
Le imposte dirette possono avere a base o la persona indi-
pendentemente dal reddito (le imposte di capitazione), o colpire
il capitale, o colpire il reddito da qualunque ionte derivi : ren-
dita della terra, profitto di capitali, prodotti dell'attività per-
sonale.
La forma più semplice, forse troppo semplice d' imposta di-
retta, è colpire egualmente tutti i cittadini : chiunque fa parte
del consorzio politico, sia povero o ricco, paga la stessa imposta.
E questa imposta diretta, non in rapporto con il reddito, può
essere pagata in due modi diversi : o tanto per persona o
tanto per famiglia.
Nitti. 25
374 SCIENZA DELLE FINANZE [LIBRO II.
Fra le più antiche forme di imposizione, è comunissima quella
di capitazione [capitatio, da caput), imposta diretta generale,
personale, che colpiva tutti i cittadini, non in rapporto al loro
reddito. A Roma antica, oltre la capitatio terrena, vi era la
capitatio humana o illatio capitis, la quale colpiva le sole classi
inferiori e coloro che non essendo proprietarii nulla avevano a
pagare : non avevano cioè, come si esprime il Codice Teodo-
siano quantulamcumque possessio terrarum. Per coloro che non
avessero. 5^a^ws (coloni e schiavi) la capitatio era pagata dai loro
padroni o rappresentanti, onde si convertiva per costoro in una
imposta suntuaria del genere delle nostre tasse sui domestici.
Nelle Gallie poi la capitatio humana o capitatio pleheia, detta
così appunto perchè pagata da chi non era proprietario, fu in
seguito trasformata dall'imperatore Galerio(296-3ii dopo Cristo)
in un tributo generale su quanti non pagassero altre imposte,
anche se non poveri ; con carattere quasi progressivo, in quanto
non era percepita colla consueta massima fiscale quot capita
tot census, ma raggruppava un certo numero di capita poveri in un
solo caput censuarium e colpiva un solo caput ricco allo stesso
modo di parecchi capita poveri raggruppati in un solo caput
censuarium. Durante il medio evo e anche nei tempi moderni
le imposte personali e familiari sono state in uso in tutta Eu-
ropa*. Si applicavano per lo più sulle base della famiglia. An.
* Nell'alto Medioevo i testatici erano vere imposte progressive a rove-
scio, che gravavano assai più sui poveri, a seconda del grado di libertà di
cui essi godevano (ingenui, coloni, lidi, servi, schiavi) e come questo dimi-
nuiva più grave diventava il capaticum o census capitale. Più colpiti di
tutti erano i lidi {litimonium) ed i servi: questi ultimi in modo assai grave
perchè erano colpiti anche i figliuoli in tenera età, onde i genitori prefe-
rivano vederli morire. Clodoveo II, uno dei re fainéants, che regnò sulla
Neustria e sulla Borgogna dal 638 al 656, impose una capitazione così gra-
ve che non appena egli fu morto, per fortuna in giovane età, sua moglie
Batilde, che fu poi Santa Batilde, dovette subito levarla : orinavit,
è scritto nella sua vita, ut et pessima et impia consuetudo cessaretur prò
qua multoplures homines filios suos magis mori quam nutrite obstabant. La
capitazione venne col tempo ad essere estorta in varie forme: come im-
posta che colpiva la persona, o l'abitazione o la famiglia, di queste il fuo-
catico, la taglia, l'imposta di classe erano le più generali, gravose ed usate.
Qualche volta, ed era un miracolo di giustizia, queste imposte assumevano
un carattere equamente progressivo, come nel caso della tassa sui fuochi
CAP. XIII.] LE IMPOSTE DI CAPITAZIONE 375
che adesso in alcune legislazioni moderne le imposte fami-
liari si sono conservate : o quelle in vigore sono niente altro che
trasformazioni di antiche imposte di capitazione.
Ma," perchè una contribuzione eguale per tutti o poco dise-
accordata nel 1331 al conte Aimone di Savoia, la quale era ripartita in
guisa che i contadini pagavano 4 denari per fuoco e i borghesi io denari
ed I obolo. La Sicilia ebbe sotto la dominazione mussulmana (secoli IX e
XII) una capitazione, giziah, la cui quota fissa per ogni categoria era più
elevata quanto maggiore era la ricchezza del contribuente : la giziah era
pagata come il prezzo della sicurezza, che lo Stato garentiva alle per-
sone e alle cose.
Testatici, fuocatici, capitazioni si ebbero in Italia, dovunque, anche do-
po la sparizione dei piccoli centri nazionali indipendenti e diurarono a
lungo, anche dopo che il Medio Evo era finito da un pezzo.
In Francia, è celebre la capitazione {taille egalèe) accolta su proposta
degli Stati Generali di Linguadoca da Luigi XIV nel 1694-95. Era una
capitation qui soit, proponevano gli Stati Generali, supportée par ious ses
sujeis chacun selon sa force; distribuita in 22 classi, determinate e fissate
secondo il grado, la qualità e la condizione patrimoniale del contribuen-
te : restando esenti i poveri, i religiosi mendicanti e tutti coloro il cui red-
dito era inferiore a 40 soldi. Nel 1696 il limite di esenzione fu abbassato
a 20 soldi. La capitazione generale, imposta straordinaria di guerra, ces-
sa nel 1698, ma riappare nel 1701 e nel 1705; è aggravata pei poveri con
maggiori esenzioni ai nobili e al clero. La rivoluzione francese, come è
noto, colla legge 18 gennaio 1791, stabiliva una nuova imposta, per so-
stituire le vecchie imposte personali e mobiliari : la còte personelle e mo-
bilière, dalla quale deriva la moderna imposta francese.
L' Inghilterra ebbe le poll-taxes, sia nella forma di capitazioni pure
e semplici {tallage of groats) come nel 1377 ; sia in quella di imposte di
classe, com.e nel 1379, nel 1641. Alcuni borghi, inoltre dovettero per m,ol-
to tempo pagare una capitazione per avere la franchigia elettorale. Quan-
do Carlo II Stuart (1660- 1685) -ebbe bisogno di danaro, impose, nel
1666, 1667, 1770, poll-taxes, che colpivano le persone al disopra di 16 an-
ni, ed alcune, specie quella del 1870, erano graduate. Una serie dipoU-
taxes graduate si ebbero fra il 1689 e il 1698 regnando Guglielmo III di
Nassau. La poll-tax del 1694 era composta di una capitazione di quattro
scellini per testa senza riguardo alle qualità delle persone e di un'impo-
sta in due gradi sulla entrata.
La Russia stabilì nel 1690 una capitazione generale di 80 kopecks per
testa senza distinzione. Variamente modificata la capitazione durò in
Russia sino al 31 maggio 1882, quando fu abolita per tutti. S e 1 i g-
ra a n, op. cit. ; M a s è - D a r i, op. cit. ; e W a g n e r: Teoria speciale
della imposta, nel Manuale di E. P. di Schonherg, voi. II, I Parte, To-
rino 1889 ; pp. 428-775.
376 SCIENZA DELLE FINANZE [LIBRO II.
guale sia giusta, occorrerebbe che tutti i cittadini avessero
eguaglianza almeno relativa di condizioni : essendo assurdo
costringere e ricchi e poveri a pagare allo stesso modo.
Quale può essere dunque la funzione di queste imposte nei
paesi dove esistono ? Il fatto che esse si trovano ancora in qual-
che paese dimostra che la antica origine è dimenticata; oramai
esse servono a niente altro che a colpire quei redditi che sfug-
girebbero alle imposte, dove mancano grandi imposte sul red-
dito e hanno una funzione assai limitata. Bisogna anche ag-
giungere che si nota la loro mancanza di proporzionalità e
l'arbitrio che contengono assai spesso.
1.2i contribution personnelle mobilière francese sorse nel 1791
con lo scopo di colpire tutti i redditi che non erano colpiti dalla
imposta fondiaria: ma si componeva di parecchi elementi; te-
neva conto dell'abitazione come indice di ricchezza e assumeva
carattere di imposta suntuaria, colpendo l'uso di domestici, di
cavalli, ecc. Più tardi il carattere di questa imposta venne com-
pletamente a mutare. Si decomponeva in due parti: la taxe
personelle e la contribution mobilière.
La contribution personnelle era una capitazione dovuta da
ciascun abitante, senza distinzione di nazionalità, o di sesso,
perchè godesse dei suoi diritti e non fosse reputato indigente.
Non si consideravano come in possesso dei loro diritti, e quindi
non erano soggetti ad imposta, le donne maritate fino a che vi-
veva il marito e non erano da lui separate o divorziate; i figli é
le figlie, anche se di età maggiore, che vivendo coi genitori, col
tutore o col curatore, non avessero sufficienti mezzi di esistenza
poiché era causa della imposta non il piccolo reddito che il la-
voro poteva procurare ad un uomo valido, ma l'entrata che
lasciava presumere un'esistenza indipendente. Erano reputati
indigenti coloro che il Consiglio municipale del comune riteneva
tali o nominativamente o per presunzione, dichiarando non im-
ponibili coloro che pagavano un affitto inferiore ad una somma
determinata, che a Parigi era di 500 lire. Questo criterio era
assolutamente ingiusto perchè non teneva conto del numero
dei componenti la famiglia: un ceibe che occupava una sola
camera poteva essere esentato, anche se agiato; un padre di
numerosa prole che aveva bisogno di un alloggio più vasto era
CAP. XIII.] LE IMPOSTE DI CAPITAZIONE 377
colpito, anche se povero, solo perchè pagava più del minimo
di affitto. La legge inoltre stabiliva una presunzione d'indi-
genza a favore dei padri o delle madri, quando il marito era
morto, di sette figli viventi, minori (legittimi o legittimati) che
pagavano una contribuzione personnelle mobilière di almeno io
franchi. La contribuzione personale non era matematicamente
esatta per tutti. Equivaleva a tre giornate di lavoro, la cui va-
lutazione era fissata ogni anno dal Consiglio generale del di-
partimento, in un limite che andava da lire 0.50 a lire 1.50;
e nella Savoia era di lire 0.30 per giorno di lavoro: questa im-
posta oscillava quindi fra lire 0.90 per la Savoia e lire 1.50 a 4.50
negli altri dipartimenti. Era dunque una lieve imposta, da cui
erano esclusi solo i figlioli, viventi con i genitori, e i domestici;
ma colpiva tutti, uomini e donne, cittadini e stranieri che ri-
siedevano sul territorio nazionale. Nelle città, in cui vi erano
octrois, il Consiglio comunale poteva con decisione che doveva
essere approvata dal Presidente della Repubblica, esonerare i
cittadini della contrihution personnelle, mediante un prelevamen-
to sui prodotti déW.' octroi . La contrihution personnelle non soffriva
centesimi addizionali: si pagava solo in principale, poi che, per
quanto mite, essa poteva essere grave per alcuni soggetti, tanto
più che l'imposta non poteva mai dar luogo a traslazione ed
incideva il contribuente percosso. Nel 1906 il numero delle
còtes personnelles fu di 8.978.000 e il gettito della imposta di
18.616.800, con una còte moyenne di lire 2.07 per colpito.
La imposta francese di capitazione è stata abolita con la
legge 31 luglio 191 7, che sopprimeva le vecchie imposte indi-
ziarie {contributions per sonelle -mobilière, des portes et fenétres et
des patentes). Per la contrihution mobilière e le imposte di
porte e finestre furono provvisoriamente mantenuti i centesimi
addizionali a favore dei dipartimenti e dei comuni. La capi-
tazione, che non soffriva addizionali, è definitivamente sparita.
In Svizzera le imposte generali non in rapporto con il reddito
sotto la forma di vere capitazioni sono assai diffuse. Esse ser-
vono sopra tutto a colpire in tenue misura quella grande massa
di contribuenti, che non pagano alcuna imposta diretta né sul
capitale, né sul reddito. Bisogna aggiungere che in Svizzera le
imposte di capitazione sono state messe in molti cantoni solo
378 SCIENZA DELLE FINANZE [LIBRO II.
da pochi anni : ciò che dimostra che si tratta non di un feno-
meno di sopravvivenza, ma di una istituzione finanziaria sempre
nuova e vitale. In Svizzera la imposta di capitazione in alcuni
cantoni esenta i cittadini ài di sotto di 1 8 anni o i minori (Nid-
wald, Ginevra, Obwald) ; in altri è una imposta virile che col-
pisce i maschi in età maggiore (Appenzell esterno, Glaris,
Grigioni, Sciafiusa, Schwyz e Uri) ; in altri è una imposta elet-
torale. Così a Zurigo è una imposta elettorale sul cittadino at-
tivo {Activbiirgersteuer) dovuta da tutti i cittadini che hanno
diritto di voto negli affari cantonali. A Zug vi è un'imposta di ,
capitazione virile, che cade sui maggiori degli anni 19, la quale
diventa con una piccola addizione anche un'imposta elettorale
quando il colpito ha diritto al voto per gli affari cantonali.
L'imposta di capitazione colpisce in ragione di 5 lire a Gine-
vra, 2 ad Appenzell esterno, Schwyz e Sciaffusa, 1.30 a Zurigo:
si scende fino a i lira nei Grigioni a 0.50 a Uri, a 0.30 a Ob-
wald * . A Ginevra il tasso più elevato si spiega col fatto che
questa imposta è la sola che, in un gran numero di casi, sia
fatta pagare agli stranieri che vi risiedano da oltre un anno.
Nei cantoni di Glaris, Obwald, Sciaffusa, Schwyz, Uri, Zoug
e Zurigo il tasso della imposta di capitazione dipende da quello
della imposta sul capitale: l'una e l'altra aumentano e diminui-
scono in una proporzione corrispondente; a Schwyz, cosi, il
saggio della imposta di capitazione è di i franco quando quello
dell'imposta sul capitale è dell' i%o è di 2 franchi quando il
saggio dell'imposta sul capitale è di 2 franchi 0/00 di capitale;
a Zoug però, pur seguendosi questo sistema, l'imposta di capi-
tazione non può superare mai le 3 lire per cittadino attivo. Que-
sto sistema di un saggio che si regoli parellelamente ai saggi
dell'imposta sul capitale è assai sennato: è il contribuente che
determina, sia pure indirettamente mediante i suoi eletti, l'al-
tezza della imposta sul capitale: è bene quindi che egli senta
la responsabilità di un'azione che può avere conseguenze anche
per lui. L' imposta di capitazione ha poche esenzioni, meno
che a Ginevra, dove essa è più elevata. A Ginevra sono esenti
* Cfr. su questa imposta iu Svizzera: D e C é r e u v i 1 1 e : np. cit. pag.
123-
CAP. XIII. ] LE IMPOSTE DI CAPITAZIONE 379
le donne che vivono coi loro mariti e i domestici che vivono
coi padroni; sono anche esenti i celibi, i coniugi senza figli,
i genitori con figli minori se non hanno domestici e non pa-
ghino un affitto più alto di un massimo, che è di L. 150 pei
celibi, 250 pei coniugi senza prole e 300 pei padri con figli mi-
nori a Ginevra e nelle altre città maggiori del cantone. Altri
cantoni esentano gli assistiti, ma li privano contemporanea-
mente del voto. La Spagna ha la sua imposta di capitazione
nella cedala personal, che pagano tutti al disopra dei quattordici
anni con aliquote che vanno da 50 centesimi a 100 lire. In un
certo senso le imposte di capitazione non meritano tutta l'anti-
patia di cui sono circondate. Nei popoli moderni dove le demo-
crazie danno a tutti il diritto di partecipare al governo, è sempre
bene che ciascun cittadino, sia pure in forma tenue, partecipi
alle imposte dirette: non si può ammettere che una classe di cit-
tadini paghi e un'altra governi. D'altra parte, la imposta di capi-
tazione soltanto permette in molti casi di colpire gli stranieri;
essa sola, dove i minimi di esenzione sono molto elevati, dà alla
massa degli elettori un più largo senso della portata e della re-
sponsabilità delle spese pubbliche. Imposte di capitazione {polle -
taxes) vi sono in quasi la metà degli Stati che compongono 1' U-
nione Americana del Nord, specie in quelli del Sud e della
Nuova Inghilterra (Maine, New Hampshire, Massachussetts,
Vermont, Rhode Island, Connecticut), e in diversi stati sono
vere imposte elettorali. La Federazione Nord- Americana poi pre-
leva una imposta da ogni immigrante che sbarchi in un porto
dell'Unione: è un'altra specie di imposta personale limitata agli
stranieri.
Ora, le capitazioni sono anche usate nelle finanze coloniali,
come imposte sugli indigeni da alcuni Stati civili colonizzatori,
sotto il nome di capitazioni, Kopfsteuer, o di impòt sur les huties
(sulle capanne). La Francia percepisce una capitazione dagli in-
digeni nel Madagascar, nel Dahomey, nel Congo. A Tunisi tutti
gli indigeni maschi e adulti pagano un' imposta {medjbù) di 20
franchi a testa. La Germania (prima di perdere il proprio im-
pero coloniale) percepiva una capitazione di 4 marchi a testa
per indigeno maschio adulto a Samoa; e nell'Africa Occiden-
tale usava un'imposta sulle capanne.
380 SCIENZA DELLE FINANZE [LIBRO II
È perciò che queste imposte, possono vivere ancora non
ostante il difetto fondamentale della mancanza di proporzione,
a, un patto: che siano mantenute entro limiti assai tenui e che
si applichino dove vi sono minimi di esenzioni molto elevati
nelle imposte sul capitale e sul reddito.
132. Le imposte di capitazione sono come si è detto indi-
pendenti dal reddito. Altre imposte vi sono le quali non sono
indipendenti dal reddito, ma cercano d'intuirlo da manifesta-
zioni esterne della ricchezza. Invece di determinare in modo
preciso la materia imponibile queste imposte cercano di intuirla
da indizi, da segni apparenti: come l'affitto che il contribuente
paga, il numero delle porte e finestre della sua abitazione. È
un sistema che era adoperato in Francia prima del 191 7, che
era a base dell'imposizione diretta nel Belgio, che è stato imitato
in qualche paese nuovo, la Tasmania, ad esempio. Si dice che
si evita in questo modo quella inquisizione degli agenti del fìsco
che è così poco gradita ai contribuenti: il fìsco resta estraneo
alla valutazione delle facoltà imponibili, il contribuente non
ha alcun obbligo di dichiarazione e quindi non è indotto alla
frode e via dicendo. Ma, lasciando che in ogni caso questo si-
stema non può essere applicato, e male, che a un piccolo
numero d'imposte: tributi sui redditi professionali (imposte
sulle patenti) o sul reddito globale o sulla fortuna totale
resta sempre il fatto che è addirittura impossibile organizzare
un sistema indiziario soddisfacente, cioè scegliere manifesta-
zioni esteriori della fortuna o del reddito che ritraggano fedel-
mente la realtà; onde è che esse adducono assai spesso alle mag-
giori ingiustizie. È così che queste imposte si mutano nella loro
applicazione, e invece di essere imposte dirette sul reddito o
sulla fortuna globali, come vorrebbero, diventano vere imposte
indirette , che assumono assai spesso un carattere proibitivo; ad
ogni modo riescono progressive a rovescio, perchè è noto che
la spesa dell' abitazione, sulla quale codeste imposte basano
non è proporzionale al reddito, ma prende una parte maggiore
dei bilanci più poveri e non minore, proporzionalmente al-
l'entrata totale, della parte che prende nei bilanci più ricchi *.
♦ Un'inchiesta internazionale americana del 1892, dava questi risultati
GAP. XIII. J LE IMPOSTE DI CAPITAZIONE 381
La contribution mobilière francese (che è provvisoriamente
in vita solo per i centesimi addizionali dei dipartimenti e dei
comuni) è un'imposta sulle facoltà globali del contribuente. È
regolata ancora, in fondo, dalla legge 21 aprile 1832. Il reddito
globale del contribuente si desume, in principio, dall'affitto del-
la abitazione; si considera quindi il valore locativo come base del-
l'imposta, alla quale sono sottoposti tutti i residenti in Francia,
nazionali o stranieri, quale ne sia il sesso, purché godono dei loro
diritti, compresi le vedove e le donne divorziate o legalmente se-
parate dal marito e i minori che abbiano mezzi sufficienti di esi-
stenza. Se una persona ha più case mobiliate è sottoposto tante
volte alla imposta per quante case ha. Sono esenti totalmente gli
agenti diplomatici o consolari di potenze estere almeno che non
siano francesi naturali o naturalizzati e i genitori di sette figli
viventi o minori, e gli indigenti, che siano riconosciuti tali dal
consiglio municipale del comune, o mediante liste nominative o
mediante determinazione di un minimo di affitto al disotto del
quale la dichiarazione d'indigenza è implicita. Così a Parigi chi
paga un affitto inferiore ai 500 franchi annuali può essere eso-
in ordine agli affitti: pei bilanci inferiori ai 1000 franchi l'abitazione rap-
presenta il 15% dell'entrata in America è il 9% in Europa; pei bilanci
sino a 2000 lire anche il 15% della entrata in America e il 12% in Europa;
pei bilanci da 2500 a 3000 il 15 in America e Vii% in Europa ; da 3000
a 3500 in America il 16 e in Europa il 9 ; da 3500 a 4000 in America il
16 in Europa il 9 ; da 4000 a 5000 in America il 15 e in Europa il io% del-
la entrata. Sono probabilmente dati alla cui elaborazione il canone del-
la comparabilità non ha molto contribuito : le condizioni edilizie dei va-
ri centri sono così differenti che le valutazioni medie internazionali de-
vono essere necessariamente difficili. Da dati presentati alla Camera bel-
ga, nel 1901 da M. H. Denis e che si riferiscono ad alcune città tedesche,
si ha che le spese di affitto assorbivano per le entrate al di sotto di 600
marchi a Berlino il 41.6% del reddito, ad Amburgo il 26.5 ; a Breslau
il 28.7 ; a Lipsia il 29.9 ; a Dresda il 26.8 ; per le entrate tra 601 e 1200
marchi a Berlino il 24.7 ; ad Amburgo il 23.5, a Breslau il 21 ed anche a
Lipsia il 21, a Dresda il 18 ; per le entrate da 2400 a 3000 marchi a Berli-
no il 18.6, ad Amburgo il 18.8, a Breslau il 19,7%, a Lipsia il 18,3, a Dre-
sda il 15.4; mentre per le entrate da 12 a 30 mila marchi la spesa per la
abitazione rappresenta 1*11.7 ^ Berlino, il 12.2 ad Amburgo, 1*8.9 a Bre-
slau, 1*8.4 a Lipsia ; il 9.9 a Dresda ; e per quelle al disopra dei 60 mila
marchi il 3.6 a Berlino, il 3.9 ad Amburgo ; il 3.4 a Breslau ; 1*1.9 ^ Lip-
sia, il 3.9 a Dresda.
382 SCIENZA DELLE FINANZE [LIBRO II.
nerato dalla contribution mobilière. Per la legge del 1900 è ammes-
sa una deduzione del valore locativo imponibile di lire 375 per
tutti i comuni la cui popolazione agglomerata sorpassi i 5000 abi-
tanti su deliberazione dei consigli comunali da sottoporsi al visto
del prefetto e del Direttore generale delle contribuzioni dirette ;
e per la legge del 1904 la somma di 375 lire a dedursi dal valore
locativo imponibile può essere aumentata di un decimo per ogni
persona che sia a carico del contribuente, meno la prima, senza
però che la deduzione totale possa oltrepassare il doppio del
minimo di affitto. A tutto il 1908 trentatrè città aveano profit-
tato di questa facoltà, portando la deduzione a 750 lire.
La contribution des portes et fenétres (che è conservata anche
essa solo per i centesimi addizionali dei dipartimenti e dei co-
muni) è anch' essa un'imposta sul reddito globale del contri-
buente francese in quanto il reddito può presumersi dal numero
delle aperture della sua abitazione. Se le imposte sul valore loca-
tivo hanno ancora qualche fautore, difficile è trovare chi difenda
questa sulle porte e sulle finestre, che vorrebbe desumere il red-
dito del numero delle aperture della casa abitata; mentre nulla
è più ingannevole di questo segno esterno. Un appartamento
di otto camere con io finestre, infatti nel centro di una grande
città, in uno dei quartieri che la gente più in vista ama abitare,
avrà un affitto alto e non potrà quindi essere abitato se non da un
ricco o quasi mentre un altro appartamento anche di otto camere
e anche con io finestre in un quartiere suburbano costerà assai
meno e vi potrebbe alloggiare poniamo, un modesto impiegato:
poi che le finestre sono sempre io pagherebbero lo stesso il ricco
e il non ricco; almeno che quest'ultimo, per non lasciarsi im-
porre, non facesse sparire la metà, poniamo delle finestre
di casa sua, condannando sé ed i suoi alla mancanza di aria
e di luce.
Questa imposta deve anche essa la sua origine alla finanza
rivoluzionaria (legge dell'anno VII) e fu prima di quotità: di-
venne nell'anno X di contingenza e nel 1831 tornò di quotità;
dal 1836 fu nuovamente di contingenza. Una legge del 18 luglio
1892 l'aveva abolita ; ma con le successive leggi di finanza è sta-
ta di anno in anno prorogata fino a che la legge 31 luglio 1917
CAP. XIV.] l'imposta sui TERRENI 383
la ha soppresse insieme alla contribuiion mobilière e a quella
sulle patenti.
Si dirà più oltre della riforma francese del 191 7, che metteva
fine al sistema fiscale indiziario e sostituiva alla contribuiion
mobilière, alla imposta di porte e finestre e a quella sulle patenti
speciali imposte cedolari. Poi che sui tre vecchi tributi i diparti-
menti e i comuni imponevano centesimi addizionali, lo, contri-
buiion mobilière, la imposta sulle porte e finestre e quella sulle
patenti sono state temporaneamente conservate per la sola parte
addizionale e non sono più esatte per quanto riguarda lo Stato.
L'articolo 44 della legge 31 luglio 19 17 conserva, a titolo fitti-
zio, senza modificazioni, la parte principale delle imposte sop-
presse (parte che non è più esatta) perchè i centesimi addizio-
nali conservino la loro base. È un sistema che aveva in Francia
fatto prova cattiva questo del principale fittizio, nel 1890,
quando fu additato per la imposta sui fabbricati; e che dà ora
luogo a molti inconvenienti date le non liete condizioni delle
finanze locali francesi. L' unica giustificazione è nella provvi-
sorietà.
XIV.
La imposta fondiaria sui terreni.
133. Tra tutte le imposte dirette, quella che da tempo più
antico ha avuto la maggiore importanza è senza dubbio la im-
posta fondiaria sui terreni. La proprietà rustica non ha ora la
importanza relativa che aveva in passato, quando la ricchezza
industriale e la ricchezza mobiliare erano ancora poca cosa.
Allora la terra era quasi tutto ; la proprietà immobiliare era il
fundus optimus maximus. Come nella Bibbia la ricchezza dei
personag^ è indicata dal numero dei capi di bestiame che pos-
sedevano, cosi in passato la ricchezza consisteva, principal-
mente, se non quasi soltanto, nella terra e nei prodotti della
terra o nelle industrie agricole.
La terra, è noto già a chiunque si sia occupato di economia
politica, è una industria diversa dalle altre, perchè sottemessa
384 SCIENZA DELLE FINANZE [LIBRO II.
a condizioni differenti. Il fenomeno della rendita, benché non
sia particolare alla industria della terra, è certamente in essa
più ampio e più generale. Poi che la terra è limitata in esten-
sione e in fertilità, al contrario che nelle industrie, ogni sovrap-
posizione di capitali determina prodotti proporzionalmente de-
crescenti. Questa che pareva a Stuart Mill la legge fondamen-
tale della economia (la legge dei compensi crescenti nelle in-
dustrie manifatturiere, la legge dei compensi decrescenti nelìa
industria agraria e in generale nelle industrie estrattive) ha
influenza innegabile su tutti i fencmeni economici.
L' imposta fondiaria tende a colpire il reddito del proprietario
della terra, ma ha avuto d'ordinario e ha forme differentissime,
colpendo ora il prodotto lordo, ora il prodotto netto. In passato
si è applicata con criteri assai diversi. Data la cultura estensiva,
non erano necessarii i procedimenti complicati che ora si se-
guono nella determinazione del tributo. Da prima quindi si
colpiva quasi semplicemente la estensione : tutte le terre
pagavano quale che fosse la loro fertilità presso a poco allo
stesso modo, tenendo conto solo della superficie. Più tardi il
metodo delle decime, cioè il metodo della partecipazione al
prodotto, caratteristica di una economia naturale o di un'eco-
nomia monetaria poco progredita, è stato adottato ed è tutta-
via in paesi, in cui le forme di coltivazione non sono molto
progredite, né molto grandi i capitali investiti nella terra. Il
proprietario della terra, dà un decimo, o almeno una parte
(decima spesso rimane solo nel senso di proporzione) del rac-
colto annuale della terra.
Data un'economia agricola basata sulla cultura estensiva
ciò non era né meno molto ingiusto. Ma quando l'accrescimento
della popolazione ha determinato la messa a cultura di terre
inferiori e perciò investimento di capitali e di lavoro in propor-
zione assai differente, e da quando l'intensificazione della cul-
tura ha determinato condizioni diverse, allora é stato impos-
sibile applicare ancora il sistema delle decime. Il prodotto
lordo del fondo non indica né meno in modo approssimativo
il reddito netto : il capitale fisso impiegato nella produzione
varia secondo condizioni differentissime. Ond'é che appena le
culture cominciarono a intensificarsi, il sistema delle decime
CAP. XIV.] l' imposta sui terreni 385
e tutti i sistemi che non miravano se non a colpire la estensione
o il prodotto lordo apparvero ingiusti e inattuabili. Ora quasi
dovunque l'imposta fondiaria colpisce il reddito netto, ed è assai
spesso una imposta reale in quanto astrae dalla persona di chi
possiede e non tien conto delle passività che gravano sul fondo.
L'imposta fondiaria non colpisce, né la ricchezza del sottosuolo,
né i terreni ove sono case ed officine, che vengono colpiti da
imposte particolari. Da principio l'imposta fondiaria e l'imposta
sui fabbricati andavano confuse: ora, per lo sviluppo grande che
la proprietà edilizia ha avuto in quasi tutti i paesi, sono se-
parate.
L'imposta fondiaria, come imposta sul reddito della terra, con
fisonomia più o meno distinta e speciale, esiste ormai in quasi
tutti i paesi di Europa e si può dire in quasi tutti i paesi civili.
Il prodotto della terra vien ripartito fra unaserie di fattori che
hanno contribuito alla produzione: tolta infatti la reintegrazione
del capitale investito, il prodotto netto si ripartisse fra profitti
dell'imprenditore, salari dei lavoratori, interessi del capitale di
esercizio e interesse del capitale investito nel suolo per migliora-
menti e infine in quella forma particolare di compenso dovuta
ai proprietari del suolo che si chiama rendita fondiaria e costi-
tuisce un extraprofitto.
Ora salari e profitti non sono, al pari degli interessi del
capitale di esercizio, coip'ti dalla imposta fondiaria, quando
essa prende una speciale fisonomia; ma son colpiti, invece
cosi il capitale permanentemente investito, come la rendita
fondiaria.
Il prodotto dominicale o padronale è costituito dalla ren-
dita fondiaria, quando essa vi è, e dall'interesse dei capitali
investiti.
Nel caso di un produttore autonomo, cioè di una persona che
coltivi da sé stessa un fondo di sua proprietà ed è quindi proprie-
tario imprenditore, si ha che tutto il prodotto netto va a una sola
persona. Ma vi sono proprietari imprenditori che non coltivano
essi stessi e che quindi danno salari ai lavoratori : è il sistema
di economia diretta, il più conveniente di tutti, data la forma
capitalistica. In questo caso l'imposta deve colpire ciò che, de-
tratti i salari dei lavoratori, rappresenta il reddito capitalistico.
3^6 SCIENZA DELLE FINANZE [LIBRO II.
Vi sono poi persone che possiedono terra e la danno in colonia
parziale o mezzadria : cioè stabiliscono una vera associazione
fra proprietario e contadino. Il proprietario percepisce oltre la
rendita fondiaria, l'interesse del capitale di esercizio proprio e
qualche volta una quota di direzione : è su questi elementi
che deve cadere la imposta.
Infine vi è la forma del fitto, che va qualche volta unita a
quella del subaffitto. Il proprietario cede in locazione le sue terre,
senza interessarsi in alcuna guisa di esse, o d'ordinario occupan-
dosene solo assai poco; l'azienda è a rischio del fittuario. Il pro-
prietario percepisce la rendita fondiaria e l'interesse del capi-
tale. In molti paesi esiste, d'altronde assai giustificata, una
viva avversione per quest'ultima forma di contratto, che pure
è la più diffusa e che è la meno giustificàbile. Non vi è in-
fatti nulla di più dannoso che i proprietari della terra siano
semplici percettori di rendita ; in questo caso la loro esistenza
essendo completamente inutile se non dannosa.
La imposta fondiaria, in quasi tutti i paesi, colpisce dunque il
reddito dominicale, come dicono i giuristi ; è nel più gran numero
di essi un'imposta reale : quindi non si detraggono punto i debiti
del proprietario e né meno quelli ipotecari. L'imposta fondiaria
reale è rimasta ancora in molti sistemi tributari come un'obligatio
propter rem : quindi l'inscritto risponde con tutti i suoi beni mo-
bili e immobili del pagamento della imposta finché é inscritto nei
ruoli di essa. La trasmissione della qualità di possessore del
fondo da un individuo a un altro implica anche trasmissione del-
l'obbligo dell'imposta, con tutti gli altri: la più gran parte delle
leggi però limitano quest'obbligo del nuovo possessore solamente
all'anno in corso o al precedente e all'immobile per cui si paga
il tributo *.
* Sull'imposta fondiaria in generale vedansi sopra tutto : V o e k e : Die
Au ugen Abgabcn und die Steuer, Stuttgart, 1887, pag. 342 e seg.; Messe-
d a g 1 i a : Relazione della commissione parlamentare sul riordinamento
dell'imposta fondiaria, negli Atti parlamentari, i. semestre 1881-83, do
cumento 54 A. ; B a s t a b 1 e : Finance, pag. 395 e seg. ; W a 1 r a s :
Études d'economie sociale, pagina 267 e seg. ; Principes d'economie poli-
tique pure, pag. 512 e se. ce. ; Denis: L'Impó*, pag. i 8 e seg, ; Se-
1 i g m a n : Incidence, pag. 220-233 ; D u f o u r : Traile de l'impót fon-
der, Paris, 1880.
GAP. XIV.] IL FENOMENO DEL CONSOLIDAMENTO 387
Le sole esenzioni ammesse, dovunque, sono, quelle del de-
manio pubblico e del demanio privato (non potendo lo Stato
colpire sé stesso); anche i terreni incoltivabili e che perciò non
possono dare beneficio economico al proprietario sono esenti.
Non sono invece esenti le terre tenute a scopo di delizie, par-
chi, giardini, ecc. se anche non producano alcun reddito.
134. L'imposta fondiaria incide il proprietario della terra, o
questi può trasferirla sui fittuari, o sui consumatori dei prodotti
agricoli ? * I prodotti agricoli sono quasi tutti dei prodotti di
necessità, di cui il consumo può restringersi difficilmente: lo svi-
luppo di sostanze succedanee ha poca importanza. Avrebbe im-
portanza assai più grande la importazione dai paesi nuovi, se
quasi tutti gli Stati non la limitassero al puro necessario e con
dazi elevati non difendessero l'agricoltura nazionale. 11 pro-
prietario colpito da imposta fondiaria può riversarne assai dif-
ficilmente l'onere sui fittuari o sui consumatori e solo in alcuni
casi speciali : in genere egli sopporta il peso della imposta. Certo
dove la domanda di prodotti sia superiore all'offerta e la con-
correnza non agisca, il proprietario della terra può trasferire
facilmente l'imposta sui consumatori. Anche i salariati e i fit-
tuari risentono l'onere della imposta fondiaria per effetto di
traslazione. Quando l'imprenditore paga per fitto non già la
somma massima oltre cui deve rinunziare all'impresa, ma un
fitto minore, può essere egli inciso dalla imposta ; quando il la-
voratore agricolo riceve non il minimo, ma di più e si produce
sul mercato 'offerta di lavoro, vi può essere per effetto dell'im-
posta diminuzione di salari.
Ogni nuovo acquirente cerca di sottrarre dal prezzo d'acquisto
l'onere del tributo capitalizzato. Or che cosa vi è di vero in que-
sto fenomeno di elisione, o come si voglia dire di ammortamento
o di consolidazione dell'imposta fondiaria ? Noi abbiamo già
esaminato questo argomento discutendo della diversa natura
delle imposte personali e delle imposte reali. È da notare avanti
tutto che non si tratta di un fatto speciale. Se la rendita pub-
blica è colpita da imposta nuova, essa è in realtà pagata dal
* Cfr. S e 1 i g m a n : Incidence, pp. 229-232; Pant aleoni: Trasla-
zione, cap. Ili; T h u n e n : Die isolirte Staat, 2. ed., 1875, I, pp. 526-39
388 SCIENZA DELLE FINANZE [LIBRO II.
proprietario del tempo : poiché egli si trova espropriato di tanta
parte del valore del suo titolo, quanto è l'ammontare della im-
posta, capitalizzato al saggio corrente. Così della più gran parte
delle imposte. Se una farmacia, uno studio legale, una agenzia
di affari sono colpiti da una imposta speciale o generale, quante
volte si vorrà venderli si troverà sempre che la imposta ne ha
ridotto il valore, appunto in proporzione del suo ammontare.
Solamente per la sua durata, l'industria fondiaria rende più.
evidente questo fenomeno. Ma la imposta fondiaria è anche un
fatto generale : ora se si supponga che tutti gli investimenti di-
ventano nello stesso tempo meno vantaggiosi, il valore relativo
dei capitali rimane invariato : cosi la imposta non solo colpisce
il proprietario del tempo, ma anche quelli che seguono, poiché
il prodotto netto di tutti gli investimenti viene diminuito. La
idea che la imposta fondiaria colpisca 50/0 il proprietario del
tempo e che, dopo un periodo più o meno lungo, non colpisca
più nessuno, perché i compratori che si sono succeduti, l'hanno
dedotta nel prezzo di compera, é strana ed inammissibile. Non
è che si possa da chi compra un fondo dedurre la totalità della
imposta, ma solo quella parte che ecceda la media delle impo-
ste ; cioè quell'insieme di imposizioni, che colpiscono capitali
i quali presentino impiego egualmente sicuro della rendita di
stabili. Supponiamo che un fondo che valga 10.000 e che dia
il reddito di 500 lire, sia colpito da una imposta di 100 lire :
rimangono allora 400 lire, pari al reddito dato prima da 8,0000
lire. Così un titolo di rendita pubblica di io mila lire che pro-
duca il 5 per %, se é colpito da una imposta del 20 per % rende
appena 400 lire ; cioè rende quanto rendeva prima un titolo di
8.000 lire. Il proprietario della terra, o il proprietario del titolo
sono dunque nella stessa condizione : soffrendo una diminu-
zione di reddito, subiscono anche in realtà una diminuzione
del valore dei loro capitali. Ma non é punto vero che l'imposta
non gravi i proprietari successivi. Poiché, se non solo la terra,
ma tutti i capitali, sono colpiti in modo che il reddito venga li-
mitato dalla imposta, allora gli investimenti saranno sempre
proporzionali alla sicurezza, e al rendimento della intrapresa.
Ciò è vero per la terra; ma non é men vero per ogni altra forma
d'investimento. Ammesso un paese con una imposta unica
CAP. XIV.] IL FENOMENO DEL CONSOLIDAMENTO 389
sulla terra e con esenzione delle altre forme di reddito, la teoria
del consolidamento sarebbe vera. In generale, più la imposta
fondiaria si proporziona al reddito effettivo e meno la capita-
lizzazione è possibile ; quindi ciò che più occorre in. questa ma-
teria è un sistema tributario, che consenta all'imposta di seguire
le variazioni del reddito.
L'ammortamento della imposta fondiaria suppone in fondo
che un terreno colpito da imposta passi ad altro proprietario e
il compratore del fondo paghi una somma minore, che rappre-
senta l'ammontare dell'imposta capitalizzato. Occorre dunque
vi sia prima di tutto una vendita ; e poi, che il reddito dato
in cambio sia esente da imposta. Se le cartelle del debito pub-
blico sono esenti da imposta e la terra è colpita in proporzione
del IO %, chi si decide a vendere le cartelle del debito per com-
perare terra è disposto a tener presente l'imposta: avviene dun-
que in tutto o in parte la elisione. Ma se tutti i valori mobi-
liari e immobiliari sono sottomessi alla stessa imposta, sia pure
tenendo conto con saggi diversi della differente sicurezza e
durata, allora la elisione non è possibile.
Un'applicazione importante della teoria del consolidamento
della imposta fondiaria si ebbe in Inghilterra ai tempi di Pitt,
quando quel ministro fece adottare dal parlamento la sua pro-
posta che autorizzava i proprietari a riscattare la impo: ta fondia-
ria*. Prima d'allora in Inghilterra erano esenti i redditi mobi-
liari : esisteva solo la land tax. Pitt avea perciò introdotto
l'imposta generale sul reddito con aliquote uniformi; ma acca-
deva che i proprietari di terre pagavano l' imposta nuova e
l'antica. Allora fu lasciato libero ai proprietari di riscattare
la land tax. Questa veniva in tal guisa considerata come un
canone, di cui potevano liberarsi coloro che n'erano colpiti pa-
gandone r ammontare complessivo allo Stato. Era un espe-
diente finanziario per accrescere le entrate del tesoro, in un
momento in cui ve n'era assai bisogno.
Nel concetto di Pitt non era già di operare puramente e
semplicemente una conversione, ma di applicare la imposta
* Sulla portata delle riforme di Pitt, cfr. : L e e k y : History of En-
gland in iSth Century, 1887, voi. V, pp. 294-305 ; D o w e 1 1 : op. cit.
voi. II cap. VII.
N i t t i 26
390 SCIENZA DELLE FINANZE [LIBRO II.
fondiaria mediante l'imposta generale sul reddito come si pra-
tica ora. Difatti Vincome tax colpisce non già solo la rendita,
ma tutto il prodotto capitalistico ; e il suo reddito è relativa-
mente tenue, è perchè l'agricoltura rappresenta la minor parte
della ricchezza nazionale inglese. Ma non ostante le grandi age-
volezze concedute sopra tutto dopo il 1856, ancor oggi il riscatto
è ben lungi dall'essere compiuto. Prima e dopo di Pitt, altre
riforme della stessa natura sono state tentate sempre con ri-
sultato mediocre *.
L'imposta fondiaria non è un canone che si possa riscattare:
è un fatto generale ; e ammesso il riscatto della imposta sui ter-
reni, non vi è alcuna ragione di non ammettere quello della im-
posta sui fabbricati ; e perchè non quello della imposta sulla
ricchezza mobiliare ? Basterebbe tener conto della diversa
natura e durata dei redditi. Quale sarebbe la conseguenza ?
Un enorme accumulo di capitali nelle mani dello Stato, che do-
vrebbe ritirare dall'interesse di questi capitali (dati a prestito?)
le sue risorse.
Come ciò può coincidere con il fatto che in molti paesi si è
voluto applicare alla imposta fondiaria il metodo di contin-
genza, in cui l'imposta rimane immobile e non segue le varia-
zioni del reddito ? La Francia e l'Italia difatti hanno avuto per
la imposta fondiaria il metodo di contingenza. E in generale gli
scrittori che sono favorevoli a questo metodo invocano in suo
favore la difficoltà delle valutazioni periodiche, l'incertezza dei
risultati e quindi tutti i pericoli della mobilità ; l'avversione
che in generale hanno le popolazioni rurali per le revisioni pe-
riodiche del reddito ; la difficoltà di mettere in diverso contatto
i coltivatori con gli agenti del fisco; ecc. Qualche scrittore, come
Leon Say, è giunto fino a considerare l'imposta fondiaria di
quotità come una impossibilità assoluta. Vi è forse della esage-
razione in tutto ciò. In Belgio dopo il 1867 l'imposta fondiaria
sui terreni, da contingente è stata mutata in imposta di quotità:
* In Toscana dal 1778 al 1794 fu permesso di riscattare la imposta fon-
diaria in rendita pubblica : il tentativo non riesci. Nel 1866 il ministro^
Scialoja propose alla Camera dei deputati una riforma analoga a quella
di Pitt : ma non ebbe fortuna. Cfr. la sua esposizione finanziaria del 22
gennaio 1866 e il suo disegno di legge del 27 gennaio 1866.
CAP. XIV.] l'imposta fondiaria unica 391
e non si è verificato nessun inconveniente. Anzi si è visto a un
aumento del reddito corrispondere un abbassamento del saggio
dell'imposta. La differenza fra quotità e ripartizione o contin-
genza è spesso formale ; è reale invece quando i redditi fondiari
non sono stati accertati con metodo uniforme su tutto il terri-
torio. Riesce allora preferibile la contingenza, che permette ri-
partire l'imposta più equamente.
135. La vecchia illusione di una imposta unica sulla terra
rinasce sotto forme differenti. Che cosa siano state queste im-
poste uniche sulla terra ci dicono le vecchie monarchie orien-
tali, la vecchia Francia e la Spagna del medio evo : che cosa
sarebbero si può prevedere senza difficoltà.
Numerosi sono tuttavia gli economisti i quali attaccano una
importanza grandissima al fenomeno della rendita fondiaria:
e non pochi coloro i quali, da Gossen in qua, partendo dal
principio che quella forma speciale di ultraprofitto, che costi-
tuisce la rendita, non sia se non causa di ingiusta espropriazione
vorrebbero, con imposte o con altri mezzi, assorbire la rendita.
Noi riteniamo però che il fenomeno della rendita, si come era
constatato un secolo fa, si come è ancora nei paesi nuovi, abbia
perduto oggidì gran parte dell'antica importanza ; e conserva
oramai una importanza prevalentemente storica e teorica. Il
grande aumento dei mezzi di comunicazione, che ha ridotto i
prezzi dei trasporti ; il carattere prevalentemente industriale
che prende ogni giorno l'agricoltura, hanno scemato le due
grandi cause di rendita, cioè la maggiore o minore lonta-
nanza del mercato e la varia fertilità del suolo. La concorrenza
dei paesi nuovi ha assunto forme cosi aspre che 1' Inghilterra,
pure avendo industrializzata la sua agricoltura, in forme che
cinquanta anni sono non erano quasi prevedibili, riesce a mala
pena a resistere alla crisi agraria che si manifesta in tutte le
guise. A ogni modo si può dire che il tempo in cui Ricardo scri-
veva a quello in cui più tardi Peel compieva le sue riforme, siano
non solo cronologicamente, ma anche economicamente, assai
lontani.
Senza dubbio dal punto di vista teorico, la tesi di Ricardo è
vera ; quando un mercato richiede una quantità di generi di
consumo superiori a quelli forniti dalle terre migliori ed è ne-
392 SCIENZA DELLIi FINANZE [LIBRO II.
cessarlo mettere a cultura quelle meno buone, il prezzo tende
a regolarsi sul costo di produzione di queste ultime. I proprie-
tari della terra godono quindi di un extraprofitto, conseguenza
di un monopolio naturale relativo. Senza dubbio la industria
agricola ha un carattere speciale : la terra è in quantità limi-
tata ma dura indefinitamente e risponde ai bisogni essenziali
della popolazione. Ma il fenomeno della rendita non si limita
solo alla proprietà fondiaria ; anzi ora in essa è minore che nella
proprietà urbana.
Vi sono alcuni scrittori che propongono la nazionalizzazione
del suolo; altri, una imposta sulla terra, che confischi la rendita:
ciò che gli economisti inglesi chiamano aumento non guadagnato
unearaed iacrement; altri propongono infine una imposta unica
sulla terra. Sopra tutto in America queste ultime proposte hanno
suscitato grandi discussioni e lunghe lotte * .
Senza negare che l'aggregato collettivo deve "sempre consi-
derarsi il proprietario supremo della terra, non bisogna negare
né meno che la proprietà individuale rappresenta sempre una
necessità della produzione. I progetti di nazionalizzazione, co-
munque esposti, hanno sempre qualche cosa d' incerto e d'in-
determinato. Ma, checché sia di tali progetti, essi sarebbero pre-
feribili a un'imposta unica sulla terra, la quale, per sopperire
alle esigenze degli stati moderni, dovrebbe prendere dai pro-
prietari della terra, non già la rendita soltanto, come si pretende,
ma anche il profitto del capitale in misura non tollerabile. D'al-
tra parte, le idee manifestate in questo senso sono nate o in
grandi paesi, aperti ancora di recente alla civiltà, come gli Stati
Uniti di America, dove il fenomeno della rendita si è prodotto
in forma violenta, o in paesi fortemente industriali come la
Svizzera, dove il reddito agricolo rappresenta la minor parte;
• Cfr. sopra tutto S e li g m a n : Essays, cap. III. È celebre l'agita-
zione di Henry George in America con i suoi libri. Progress and
Poverty, New York, 1879 ; Social Problems, New York, 1884 ; The Land.
Question, New York, 1888. Cfr. pure A. R. Wallace: Land Nationa-
lisation, London, 18^ 2 ; W a 1 e k e r : Land and its Rent, Boston, 1883
Harris: The Righi of Property and the Onnership of Land, Boston,
1887 ; ecc.
€AP. XIV. J LA RENDITA FONDIA- lA 393
e nello stesso tempo prevalentemente industriali e a grande po-
polazione, come l'Inghilterra e come il Belgio *.
Lo sviluppo crescente del debito ipotecario, l'abbandono di
molte culture nei paesi europei dove non vi sono dazi, rispon-
dono a una situazione difficile, che deriva sopra tutto dalla
difficoltà di resistere alla concorrenza dei paesi che sfruttano
la naturale fertilità del suolo. Cosi si spiega che, non ostante
che i proprietari fondiari abbiano un assai minore potere poli-
tico che un secolo fa, le imposte sulla terra sono quelle che au-
mentano meno : in alcuni paesi a dirittura sono diminuite. In
Italia si paga allo Stato meno ora che nel 1871 ; in Francia meno
ora che un secolo fa. È vero che la imposizione locale è cresciuta
enormemente : ma dovunque, nei paesi vecchi, la terra si trova
in difficoltà grandi. È perciò che l'imposta fondiaria tende in
alcuni paesi a perdere il suo carattere d'imposta reale : che
scomparso o quasi il fenomeno della rendita, si considerano i
redditi industriali. L'imposta fondiaria si risolve in molti paesi
in una vera imposta sul profitto, suscettibile quindi di riper-
cussione e di diffusione. L'imposta fondiaria francese e la ita-
liana sono imposte reali che mirano a colpire la rendita e l'in-
teresse del capitale investito nel suolo. Ma le imposte più recenti
tendono a colpire l'intero reddito capitalistico e a prendere il
carattere di vere imposte sul reddito.
Nei paesi a cultura intensiva e a grandi investimenti di ca-
pitale la rendita fondiaria, com'era stata formulata da Ricardo,
quasi non esiste più. Il capitale circolante acquista nella terra
Ma la terra, sopra tutto in Europa, nei paesi dove è stata più lunga-
mente coltivata, non solo non vede svolgersi il fenomeno della rendita,
con l'ampiezza prevista da Ricardo, ma vede a dirittura cause molte-
plici operare in senso opposto. Ogni giorno più gli extraprofitti di cui i
proprietari di terre migliori godono in paragone di quelli di terre infe-
riori, hanno minore importanza : la cultura della terra, diventando sempre
più intensiva e più industriale, vede sviluppare la importanza relativa
del lavoro e del capitale in misura crescente.
D'altra parte la concorrenza dei paesi nuovi attenua o distrugge il fe-
nomeno della rendita. È vero che vi sono, per neutralizzarne V effetto,
dazi protettori quasi dovunque ; ma è vero che, non ostante essi, la in-
dustria fondiaria è quasi in tutti i paesi vecchi in situazione assai diffì-
cile e in alcuni addirittura in situazione tormentosa.
"394 SCIENZA DELLE FINANZE [LIBRO li,
importanza sempre maggiore: là dove prima era il capitale fisso
soltanto ad averne. Non solo oramai si tende a restituire alla
terra ciò che si è tolto con la produzione, ma anche ad arric-
chirla : lo sviluppo grandissimo dell'uso dei concimi chimici
vuol dire niente altro che sviluppo del carattere industriale
della cultura. Lo sviluppo della patologia vegetale ha determi-
nato a sua volta una serie di sistemi spesso assai costosi per
combattere le malattie delle piante : cosi altre cause assai nu-
merose hanno tolto all'agricoltura quel carattere speciale che
essa ha conservato fino a poco tempo fa e che dava luogo alle
profonde osservazioni di Ricardo, importanti ora solo dal punto
di vista storico.
La conservazione dell'agricoltura per i paesi di Europa non
è solo un grande interesse economico, ma un grande interesse
demografico. La campagna è stata in tutti i tempi, è tuttavia
il più grande serbatoio delle energie umane : è in essa che si for-
mano le popolazioni più forti, più tenaci, più resistenti al la-
voro. Essa non solo dà la base degli eserciti ed è la forza viva di
ogni società, ma aUmenta e rinnova periodicamente le città,
fornisce le energie vive di tutte le civiltà. Se anche fosse possi-
bile una nazione di poche grandi città che fornisse prodotti
industriali da scambiare con i paesi agricoli, sarebbe destinata
a decadere. Ora quasi tutti i paesi civili s'industrializzano e per
ogni stato di Europa, fatta qualche eccezione, si mette il pro-
blema di essere nello stesso tempo paese industriale e agricolo.
L'agricoltura rimane anche nei paesi vecchi, sopra tutto in essi,
il più grande interesse nazionale per la conserv-azione e lo svi-
luppo di ciascun gruppo sociale * .
136. Devono essere esentate dalla imposta fondiaria le
minori quote immobihari ? A parte le ragioni indicate nello
studio della esenzione^ dei redditi fondiari minori. Mentre nei
* H. Francolle: L'industrie dans la Grece ancienne, voi. II, pag.
327 dice : « La cité puisait, dans les populations rurales, une seve qui la
rajeunissait et il fallut longtemps pour que catte seve s'epuisàt tout à
f ait ». C a t o n e in D^ y^ rustica diceva a proposito della campagna una
cosa che era vera per i romani, com'è vera oggi : « At ex agricolis et viri
fortissimi et milites strenuissirai gignuntur, maximeque pius quaestus
stabilissimusque consequitur, minimeque invidio'sus ; minimeque raalt
cogitantes sunt, qui in eo stu'.iio o cupati sunt ».
CAP. XIV.] ESENZIONI DELLA FONLIAkIA 395
trasporti la grande intrapresa rappresenta una necessità; mentre
nell'industria la grande produzione prevale perchè riesce a pro-
durre in generale meglio e più a buon mercato, nell'agricoltura
la grande produzione non è socialmente più vantaggiosa della
piccola. La cultura più intensiva corrisponde quasi sempre con
la diffusione della piccola proprietà o della piccola coltivazione:
e da gran tempo è stato dimostrato che se la grande cultura
dà spesso un prodotto netto maggiore, dà più spesso ancora un
prodotto lordo minore. Ora è quest'ultimo sopra tutto che in-
teressa alla società, dato l'accrescimento della popolazione, di-
ventata assai densa in molti stati di Europa e dell'Asia.
D'altronde bisogna distinguere fra divisione del possesso e
divisione della cultura : le vaste proprietà sono spesso date
in affitto, o in subaffitto e coltivate da molti individui separa-
tamente. La grande proprietà non vuol dire la grande produ-
zione : né questa assicura il prodotto lordo maggiore. Lo spi-
rito di associazione, che si diffonde sempre più nei paesi pro-
grediti, può far anche in guisa che molti piccoli coltivatori,
riuniti insieme, possono avere tutti i vantaggi della grande pro-
duzione (acquisto di macchine costose, di sementi selezionate
e di concimi, ecc . vendita fatta insieme e in condizioni opportune,
conveniente uso del credito, ecc.) senza averne gli inconve-
nienti.
Dato il carattere della industria agricola niente più giova
quanto l'attaccamento dei coltivatori alla terra, niente è più
dannoso della indifferenza di essi e dei fitti a breve termine.
Ora la formazione e la diffusione di una piccola proprietà agri-
cola, nei paesi che hanno raggiunto una densità notevole, rap-
presenta un grande vantaggio sociale, rappresenta spesso un
grande vantaggio della produzione.
Così la esenzione da ogni imposta delle piccole quote fon-
diarie tutte le volte che può essere fatta, rappresenta un vero
beneficio : non potendosi ammettere che la pubblica finanza
operi in senso contrario della economia pubbHca, per cui è van-
taggioso lo sviluppo della piccola proprietà agricola.
In molti paesi, sopra tutto negli Stati Uniti di America, vi
sono esenzioni speciali accordate alla piccola proprietà fondia-
ria e anche speciali vantaggi. In quasi tutti gli stati della confe-
39^ SCIENZA DELLE FINANZE [lIBRO II.
derazione americana si esonerano da sequestro e vendita giu-
diziaria, sotto determ,inate condizioni, fondi aventi da 40 a 240
acri di estensione e del valore da 500 a 5000 dollari. Alcune volte
questa esenzione è di diritto, alcune altre facoltativa. Questa
istituzione detta dell' homeste ad ha senza dubbio per conseguenza
il diminuire il credito alla piccola proprietà, rendendola inse-
questrabile ; ma anche ha il merito di salvaguardarla. Istitu-
zioni analoghe si trovano in Germania e anche in altri paesi.
Ora esse non sono possibili, o non sono efficaci, se non esentando
in tutto dalla imposta la casa eie piccole proprietà rustiche di-
chiarate insequestrabili. Infatti che cosa servirebbe mantenere
un'imposta quando i beni soggetti ad essa sono insequestrabili ?
e a che cosa serve l 'insequestrabili tà se non è estesa anche allo
Stato, che in alcuni paesi, come in Italia, è sempre il più grande
espropriatore ? *.
* Vhomestead è negli Stati Uniti di America quell'assieme di disposi-
zioni legali che esentano dallo esproprio per debiti la proprietà immobi-
liare sulla quale una famiglia ha la sua abitazione e che esigono per la
vendita o l'ipoteca di questa proprietà il consenso della moglie. La legge
federale nord- americana del 1862 concede 64 ettari al massimo ad ogni
capo di famiglia, naturale o naturalizzato, che non possieda altri beni verso
il iolo corrispettivo delle spese di registrazione e catasto, con l'obbligo di
lavorare il terreno e abitarlo per un periodo di almeno cinque anni, du-
rante il quale non può essere sequestrato né gravato di pesi ; trascorsi
i cinque anni il colono diviene proprietario assolutò^del fondo. Questa è
la legge generale per tutti gli stati della Confederazione : ciascuno di essi
ha poi la sua speciale legge di esenzione, meno cinque che non ne hanno
alcuna. In generale non può costituire un homestead chi non sia capo di
famiglia e Vhomestead non può essere alienato o ipotecato senza il con-
senso della moglie, né può essere sequestrato od ipotecato finché sia vivo
il coniuge o finché sia giunto in maggiore età il più piccolo dei figli, né
il marito può dispome per testamento, senza il consenso della moglie, la
quale eredita sempre almeno il diritto di usufrutto restando la divisione
sospesa sino alla maggiore età dell'ultimo figlio. L'hotnestead nord-ame-
ricano, che fu un ottimo mezzo di colonizzazione, riguarda la famiglia
quale era al momento in cui esso fu costituito e resta integro sino a che
l'ultimo dei figli non ne sia legalmente uscito. Questo istituto non si preoc-
cupa quindi di assicurare la perpetuità del patrimonio domestico.
In Australia si è tentato da alcune colonie di spingere i proprietari dei
f^randi domini alla vendita dei loro terreni in piccoli lotti colpendoli con
un'imposta progressiva sul grande possesso. Così Victoria, la colonia dalle
mine di oro, colpì, a questo fine, sin dal 1877, con un tributo progressivo
CAP. XIV.] LA PICCOLA PROPRIETÀ 397
Noi riteniamo ogni imposta reale applicata progressivamente
come dannosa: perciò anche la imposta fondiaria, se applicata
progressivamente quando sia molto alta per i redditi maggiori
la proprietà superiore ai 640 acri. Però non fu raggiunto l'effetto desi-
derato. Nella Nuova Zelanda, una legge del 1891 {Land for settlements
act) autorizzava il governo a spendere sino a 50 mila sterline all'anno per
riacquistare dai grandi proprietari tenute da dividere in lotti 320 acri al
massimo. Nel 1897 l'assegnazione fu portata a 12 milioni e mezzo di lire.
Con le leggi poi del 1894 e 1896 si è introdotta l'espropriazione per l'uti-
lità pubblica {compulsory repurchase) : il governo offre prima al grande
proprietario che vuole espropriare un certo prezzo di acquisto ed ove
l'offerta non sia accettata procede alla espropriazione mediante un'in-
dennità stabilita da un giurì speciale. I terreni cosi acquistati sono di-
visi e concessi ad associazioni di 12 persone contro un tenue corrispettivo
di afiìtto ; o anche ad individui isolati, in enfiteusi, quando tutte le anti-
cipazioni siano state pagate. Si danno anche ai lavoratori più poveri e
più abili piccolissime tenute (bloks) destinate a garentire un focolare e
un aumento di salari. Nella Nuova Zelanda le concessioni sono in media
di 100 acri ciascuna e sembra che i proprietari stessi non siano ostili alla
divisione delle loro terre. Nel 1894, anche il Queensland si è fatto auto-
rizzare per legge ad acquistare per 100 mila sterline all'anno di grandi
proprietà per rivenderle a piccoli coltivatori ; non si fa luogo però ad espro-
priazione forzata. Victoria compra terreni allo stesso scopo dal 1899.
Nel Sud-Australia si acquistano anche terreni allo scopo di aumentare
la densità della popolazione. La Nuova Zelanda, inoltre, concede facili-
tazioni assai grandi alla piccola proprietà, che vuole costituire, e che ren-
de di fatto inalienabile, perchè la concede in enfiteusi e non in dominio.
Furono creati prima i villaggi di piccoli proprietari {village-settlements)
offrendo a chi vi si stabiliva un lotto al massimo di 100 acri, sempre in
enfiteusi, e i acre nell'abitato per la casa, e dopo si incoraggiò il costi-
tuirsi di associazioni {small farm association, special settlements associa-
tion) di almeno 12 persone alle quali si possono concedere lotti di 320 acri
al massimo sempre in enfiteusi. Il governo della Nuova Zelanda accorda
le maggiori facilitazioni, anticipando capitali e assicurando ai coloni di
preferenza lavoro nelle opere pubbliche.
La legislazione germanica si preoccupava anzi tutto dello smembra-
mento della proprietà, il cui eccessivo sminuzzarsi si riteneva pericoloso.
La legge prussiana 26 aprile 1886 pose a disposizione del governo un fon-
do di 100 milioni di marchi per l'acquisto di terre e spese di istallazione
e scuole: queste terre divise in lotti dovevano essere cedute per una mo-
dica rendita annuale, affrancabile col consenso delle due parti- ma il ri-
sultato che si ottenne fu quasi nullo. Per le leggi prussiane 27 giugno 90
e 7 luglio lo Stato si limitava a servir d'intermediario per gli acquisti,
esaminava le domande di vendita e quelle di enfiteusi, determina le par-
celle, l'estensione e il numero delle colonie. Assegnato che era il lotto ad
39 c5 LA RENDITA FONDIARIA l^IBRO IU
non è né utile, né equa. Ma dove l'imposta fondiaria colpisce
ta^to il reddito capitalistico e, tenendo conto delle condizio-
un colono il prezzo di esso era pagato al venditore da una Banca speciale
per 314 del valore e per 114 dal colono. Questi poi rimborsava la Banca
in annualità nel termine massimo di 60 anni. Sugli utili, la Banca era
tenuta a far prestiti ai coloni per le prime spese, e per la legge 12 luglio
1900 si potevano prelevare sino a io milioni di marchi dai fondi di riserva
di queste Banche speciali per il pagamento dei debiti che gravano le pro-
prietà da dividersi e per la costruzione di case sui beni colonizzati. Così
si fondava il bene famigliare, della cui conservazione e trasmissione la
legislazione prussiana si preoccupava, e che si voleva tutelare colla isti-
tuzione, tradizionale colà per lunghe consuetudini feudali e monarchiche
dello erede unico, designato dal de cuius o dalla legge o dagli eredi stessi,
per le proprietà che fanno parte dei beni colonizzati, ai sensi delle leggi
del 1886, 1890 e 1891. Ai coeredi era dovuta un'indennità, che essi po-
tevano anche pretendere dalla Banca che si surrogava nei loro diritti ere-
ditari. È questo della trasmissione dei beni di famiglia (Hofrecht, heim-
stalle) un caso particolare della legislazione più generale, detta Aner-
benrechl, che mirava alla trasmissione integrale delle proprietà fondiarie,
che giungeva sino al fide commesso per la grande proprietà e rendeva il
proprietario semplice utilista di un deminio di cui era direttaria la fami-
glia. Per VHoef dominio rurale era proibita anche la trasmissione tra vivi,
senza il consenso di una speciale commissione. U Hofrecht prussiano e in
generale germanico era del tutto dissimile dallo homeslcad americano : il
primo mirava a costituire e a trasmettere la pie ola proprietà rurale, e
non più ; cuindi non sancisce la insequestrabilità dei beni ; mentre il
secondo non mirava che alla costituzione e alla conservazione 'dei beni
della famiglia fino a che essa non si discioglieva, garentendone la inseque-
strabilità, ma senza preoccuparsi di ciò che avverrebbe dei leni dopo
la maggiore età dell' ultimo figlio.
In Danimarca, varie leggi (26 marzo 1898, 24 marzo 1899 e 22 aprile
1504) agevolano la formazione delle piccole proprietà rurali, autorizzando,
o a mezzo delle cooperative tipo Raffeisen o direttamente, prestiti agli
agricoltori che vogliono acquistare piccoli domini, pagandne del proprio
e subito 34 del prezzo. La piccola proprietà rurale è per consuetudine tra-
smessa ad un unico erede, agli altri si accorda un'ipoteca per un credito
corrispondente alla loro quota, che essi riescono a farsi scontare da qual-
che Banca.
In Inghilterra gli sforzi per la costituzione della piccola proprietà ru-
rale cominciarcno dopo la grande crisi agraria che si determinò nel 1875.
Leggi del 1887, 1890 e 1894 tendono a procurare all' operaio e al conta-
dino una parcella di 40 acri di terra, concessa in affitto perpetuo e che
non pu ) essere ceduta, la quale lo occupi nelle ore di ozio e gli offra un
supplemento di salario in natura. La le^ge del 1892 poi provvide mediante
gli small holdings a formare una classe di piccoli proprietarii con conces-
CAP. XIV. j LA PICCOLA PRQPKILTA 399
ni della persona, assume il carattere di vera imposta sul reddito,
niente è più giusto della progressività. Anzi è tanto più ammis-
sioni di terre sufficienti ai bisogni della famiglia, la superficie delle quali
non può superare i ::o ettari coi#un reddito massimo di 1250 lire. Un quin-
to del prezzo è pagato in contanti, il resto in un periodo di 50 anni al mas-
simo, durante il quale la proprietà non può esser divisa o subaffittata
se il pagamento non è stato fatto, come non può essere subaffittata o ce-
duta in ogni caso prima dei 20 anni. Se la terra è divisa per testamento,
il Consiglio di Contea può chiederne la vendita, conservando in questo,
come nei casi di vendita volontaria, il diritto di prelazione. Ma è solo con
la legge del 1907 con la legge sulle piccole tenute, che la legislazione fon-
diaria inglese è stata profondamente modificata. Allo scopo di limitare
lo spopolame to progressivo delle campagne ed arrestare nei limiti del
p.-ssibile l'emigrazione degli agricoltori verso le città, che sembra la causa
prima dal pauperismo urbano, il governo liberale presentò ai 27 maggio
1907 una legge che modificava quella del 1892 sugli small holdings, e che
non fu accettata, se non traverso molte e gravi resistenze, tre mesi dopo
(27 agosto) dai Lords. La legge del 1907 mirava a creare non piccoli prò--
prietari, ma numerosi enfiteuti, o fittavoli dei Consigli di Contea, ciò che
faceva risparmiare il capitale di acquisto sempre relativamente elevato, e
permetteva gli agricoltori di dedicare tutte le loro forze alla messa in va-
lore del fondo. Quando i Consigli di Contea ne fossero richiesti e non con-
sentissero a censire piccole tenute si può arrivare alla esecuzione forzata e
possono essere addirittura espropriati i landlords che non volessero cedere
i loro domini o darli in affitto. In Irlanda la più recente legislazione tende
allo smembramento della grande proprietà e alla creazione di numerosi
piccoli proprietari. Il conduttore che lo voglia può per la legge del 1903
acquistare dal locatore la terra mediante pagamento allo stato di un'an-
nualità eguale o inferiore al fitto pagato al landlords, che a sua volta ri-
ceve dallo stato n capitale rappresentativo delle annualità dovute dal
conduttore.
La legge rumena del 1864 e quella della Polonia russa del 1890 si preoc-
cupano della vendita d:;lla piccola proprietà rurale, la quale in Rumania
non poteva esser venduta, per 30 anni dalla emancipazione dei servi,
che al villaggio ed anche ora deve essere venduta di preferenza al villag-
gio, che ha diiitto di prelazione, p quella della Polonia russa vieta al con-
tadino il frazionamento delle sue terre al di là di tre ettari e impedisce la
ipoteca e la vendita tranne che a favore dell'agricoltore polacco.
Lo Stato europeo che ha una istituzione in qualche modo somigliante
ailVhomestead Nord americano è la Serbia. La legge 24 decembre 1873
esenta da sequestro, quando il jroprietario faccia l'agricoltore per pro-
fessione abituale : i. una proprietà rurale di cinque giornate di terra ara-
bile o una superficie equivalente coltivata a vigna, a bosco o a frutteto ;
2. il raccolto di questi beni ; 3. la casa di abitazione colle dipendenze ed
un terreno attiguo della estensione di una giornata di lavoro in terra ara-
400 SCIENZA DELLE FINANZE [LIBRO II.
sibile in quanto a differenza della industria, dove solo la grande
associazione rende possibile ogni ulteriore sviluppo della produ-
bile ; 4. l'aratro, il carro, due buoi o cavalli da tiro una vacca ed un vi-
tello, una cavalla ed un puledro, dieci licore, cinque porci, cinque capre,
una vanga, un'ascia, una zappa ed una falce ; 5. la quantità di grano o
di mais necessaria a nutrire la famiglia e gli animali domestici sino al pros-
simo raccolto. Una legge del 1898 poi dichiarava l'insequestrabilità di 20
are di terra arabile anche per debiti verso lo ttato.
Nella Svizzera, secondo il Codice civile, i Cantoni sono autoriz-
zati a permettere che sia costituito in bene o asilo di famiglia ogni im-
mobile che abbia destinazione agricola o industriale, ogni casa di abita-
zione con le sue dipendenze, a condizione che il proprietario si serva egli
stesso dello immobile o abiti la casa annessavi (articolo 360). L'immo-
bile costituito in bene di famiglia non può essere gravato da ipoteche ;
il proprietario non può alienarlo né darlo a pigione. L'immobile e i suoi
accessori sono insequestrabili. Il bene di famiglia è iscritto nel registro
fondiario e cessa di esser tale alla morte del proprietario (articolo 362).
In Francia furono presentati vari progetti di legge piti o meno radi-
cali : fu adottato solo quello del Siegfried, che divenne legge nel 1896,
estednente alla proprietà agricola i benefìci della legge delle case a buon
-mercato, con lo scopo di facilitare l'acquisto delle piccole proprietà ru-
stiche.
Per l'Italia, si parlò dei disegni di legge relativi alla insequestrabilità
delle minore quote immobiliari, innanzi, a proposito della esenzione dei
redditi minimi ; per ciò che riguarda i beni di famiglia vi è qualche accenno
a crearli nella legge 21 febbraio 1892 sulla colonizzazione del bosco Mon-
talo e in quella 4 agosto 1894 sull'ordinamento dei domini collettivi del-
l'ex-Stato p ; tifìcio. Nel 1893, l'on. Rinaldi presentava un disegno di
legge perchè le terre pubbliche fossero devolute ai poveri, e nel 1894 l'on -
revole Pandolfì ne presentava un altro mirante alla istituzione di veri
e propri beni di famiglia : né l'uno né l'altro furono discussi. La legge 2
agosto 1897 per la Sardegna dispone all'articolo 5 che durante un period
di 20 anni dalla data d'immissione in possesso dei terreni, che per detta
legge son:) concessi la casa colonica abitata dal concessionario, la stalla
annessa ed una zona di terreno adiacente di cinque ettari non saranno sog-
getti ad esecuzione i er qual iasi credito, all'infuori di q u Ili derivanti da
contributi consorziali e dei crediti privileggiati per l'articolo 1962 Codice
Civile. La insequestrabilità e la istituzi ne di una minima proprietà fon-
diaria e sancita per la Colonia eritrea dall', rticolo 2 della legge 24 maggio
1503, riguardante l'ordinamento > eli Colonia Eritrea. Il Bollettino di
Statistica e Legislazione comparata (anno V. fascicolo II. 1904-1905, pag.
559), dal quale sono desunte in massima tutte queste notizie, «ricorda
alcune istituzioni che vivono e prosperano in Italia da secoli in qualche
regione ». Le Partecipanze, o consorzi di famiglia esistenti nelle provincie
-di Ferrara, di Modena e di Bologna sono istituzioni sui generis ex dip^ve-
CAP. XIV.] LA PROGRESSIONE NELLA IMPOSTA FONDIARIA 4OI
zionela grande proprietà rurale è lungi assai spesso del rappre-
sentare la forma migliore e più conveniente di produzione.
La guerra rese possibile anche in Italia la trasformazione
della imposta sui terreni da proporzionale in progressiva. Come
è noto, stabilito il reddito imponibile del terreno, si calcola
l'imposta, in Italia, con una proporzione percentuale od ali-
quota. L'articolo 46 della legge 1° marzo 1886 fissava l'aliquota
al 7 %, la quale quando il gettito globale della fondiaria avesse
superato i cento milioni sarebbe stata ridotta in proporzione.
I primi risultati delle operazioni catastali tarparono le ali ai
sogni di redditi paradossali e fecero prevedere, invece, perdite
gravi per l'erario. Venne perciò la legge 21 gennaio 1897, iium.
23, che elevò l'aliquota dal 7 allo 8 %, sempre disponendone la
riduzione ove il gettito della imposta avesse in avvenire a su-
perare i cento milioni. Restava sempre in vita il decimo di guer-
ra stabilito nel 1866; e però, in seguito alla legge del gennaio
1897 l'aliquota era a calcolarsi in ragione di 8.8 %. Dopo
il terremoto dei 28 decembre 1908, la legge 12 gennaio 1909,
num. 12 (i cui effetti furono prorogati dalla legge 28 luglio 1911,
num. 842) sanciva un'addizionale di due centesimi per ogni
lira d'imposta erariale (principale) a favore delle province e dei
comuni danneggiati. L'aliquota divenne cosi deir8.96 %, e re-
stò dello 8.96 % sino a tutto il 1914. In virtù della legge 19 lu-
glio 1914, il regio decreto 15 ottobre 1914, num. 1128, elevava
sentano un ente tipicamente storico, come l'hanno creatogli avvenimenti.
Esse sono regolate da un originario patto di famiglia, che è la loro legge
fondamentale. Secondo questo, si ha la comunione perpetua inalienabile
dei terreni nelle famiglie originarie acquirenti e nei loro discendenti; e
la divisione periodica, mediante estrazione a sorte, dei terreni stessi, ogni
ventennio, fra i maschi capi di famiglia e discendenti delle singole fami-
glie originarie. Questi usufruttuari possono disporre della cosa causa mor-
tis, ma limitatamente a! periodo del ventennio ancora non trascorso.
Scopo finale si è il bonificamento progressivo del terreno col lavoro in-
dipendente e libero del possessore usufruttuario. Queste Parteciparne
hanilo una regolare rappresentanza eletta dall'assemblea e godono at-
tualmente di personalità giuridica. Simili alle Parteciparne, ma d'origine
diversa sono le comunità dette degli « Ex originari del Garda e di Pesci-
na » in provincia di Verona.
Fu presentato, nel 1910, alla Camera un progetto di legge tendente a
facilitare ai contadini la costituzione della piccola proprietà rurale.
402 SCIENZA DELLE FINANZE [LIBRO 11.
l'addizionale a cinque centesimi per lira, a datare dal i» gen-
naio 191 5, ed il provento dell'addizionale complessivo fu at-
tribuito allo Stato e non più corrisposto ai comuni danneggiati
dal terremoto dei 28 decembre 1908, ai quali fu assegnato un
compenso fìsso a carico del Tesoro. Una legge dei 16 decembre
1914, impose un altro decimo a partire dal i^ gennaio '15.
L'aliquota della imposta fondiaria erariale è così, dal 1° gen-
naio 191 5, stabilita in ragione del io % (e cioè : 8 % im-
posta principale erariale per la legge 21 gennaio 1897 ; 0,80 %
decimo di guerra del 1866) 0,40 % addizionale del 5 % del de-
creto regio 15 ottobre 1914-; 0,80 % decimo della legge 16 de-
cembre 1914). Al IO % vanno aggiunti gli agi di riscossione e
le sovrimposte provinciali e comunali (centesimi addizionali
locali). L'imposta erariale viene ad essere, spesso raddoppiata
e qualche volta triplicata dai centesimi addizionali a favore
delle province e dei comuni. Dalla addizionale del 5 % del de-
creto regio 15 ottobre 1914 e dal decimo della legge 16 decem-
bre 191 4 sono esenti le quote d'imposta erariale principale che
non superano le lire io, il che equivale a dire che i nuovi addi-
zionali erariali non colpiscono i redditi imponihih fino a lire
125. Già, sin dal gennaio 1915, un principio di progressività è
introdotto nella imposta fondiaria italiana, in quanto mentre
i redditi imponibili non superanti le lire 125 pagavano l'8.8o %
quelli superiori pagavano il io %.
Il decreto legge 9 novembre 1916 num. 1525 trasforma ad-
dirittura l'imposta fondiaria da proporzionale in progressiva.
Quel decreto, infatti, stabiliva che, a decorrere dal i gennaio
1917, mentre restava immutata l'aliquota deir8.8o % per le
quote d'imposta (che calcolate in base all'H %) risultavano non
superiori alle lire io, avrebbero dovuto pagare il io % le quote
d'imposta (calcolate in base al io %) comprese, nel distretto
di agenzia, fra le lire 10,01 e le lire 50; avrebbero dovuto pagare
il 12 % le quote d'imposta (calcolate in base al io %) com-
prese, nel distretto di agenzia, fra le lire 50,01 e le lire 300 ; a-
vrebbero dovuto pagare il 13 % le quote d'imposta (calcolate
in base al io %/ comprese, nel distretto di agenzia, fra le lire
300,01 e le lire 500 ; che avrebbero dovuto pagare il 14 % tutte
le altre. Erano compresi il decimo della legge 16 decembre 191 4
CAI'. XiV.] LA PROGRESSIONE NELLA IMPOSTA FONDIARIA 405
e i cinque centesimi del decreto regio 15 ottobre 191 4 nelle ali-
quote sopra riferite, le quali erano, naturalmente, applicabili
nelle province a nuovo catasto. Nelle cinquanta province in
cui allo inizio del 191 7 il catasto nuovo non era in vigore, il de-
creto legge 9 novembre 1916 stabiliva l'elevazione del contin-
gente per provincia nella stessa proporzione dell'aumento por-
tato all'aliquota d'imposta per i contribuenti gravati d'imposta
superiore alle 50 lire.
Più chiaramente progressiva divenne la fondiaria in virtù
del decreto legge 9 settembre 1917, che lasciando inalterate
le aliquote per le quote d'imposta sino e lire 50, aumentava
al 13% l'aliquota per le quote d'imposta fra le lire 50,01
e le lire 300 ; portava al 14% l'aliquota per le quote d' im-
posta fra le lire 300,01 e le 500 ; ed elevava infine al 15% la
aliquota per tutte le altre quote d'imposte superiori alle lire
500. Per intendersi : l'aliquota è per le province a catasto
nuovo deir8,8o% per i redditi sino a lire 125 ; del 10% per
quelli fra 125,01 e 500 lire ; del 13% fra 500.01 e 3000 ; del 14%
da 3000,01 a 5000; del 15% per i redditi superiori alle lire 5000.
Effetto della riforma fu quello di portare da 90 milioni di
lire neir esercizio 1915-1916 a 162 milioni di lire nel 191 8-
191 9, il gettito della imposta.
Esistono imposte progressive sulla proprietà fondiaria nei
paesi nuovi, specie dell'Australia. Victoria ne ha una sin
dal 1877, che colpisce tutte le proprietà che abbiano una
superficie superiore a 640 acri (pari a 243 ettari circa) ed
un valore superiore a lire 63050 (2500 sterline), in ragione
dell'uno e quarto per cento del loro valore capitale, dedotte
sempre le prime 63050 lire. La stima della terra è fatta su di
una base pastorale tenendo conto dell'attitudine di essa a nu-
trire i montoni e non del suo valore agricolo. Cosi può dirsi
che l'imposta sia leggermehte degressiva : si comincia infatti
coH'attribuire un valore di 4 sterline alla terra capace di nu-
trire due o più montoni per acre (terreni di 1 classe) ; di 3 ster-
line alla terra che può nutrire un montone e mezzo per acre
(terre di II classe ); di 2 sterline a quella capace di nutrire un
montone per acre (terre di III classe); di i sterlina infine alla
terra che può nutrire meno di un mon tone per acre (terre di IV
404 SCIENZA DELLE FINANZE [LIBRO II.
classe). Nell'Australia del Sud, è colpita progressivamente la
terra non messa in valore; con mezzo denaro per lira sterline
sino a 126000 lire (5000 sterline) e con l'aggiunta di un altro
mezzo denaro per sterlina al disopra%di questo valore; i proprie-
tàri inoltre che siano assenti dalle loro terre per un anno sono col-
piti con un'imposta supplementare del 20%. Nella Tasmania,
l'imposta fondiaria è progressiva dal 1902, sempre per le terre
non messe in valore, al disopra delle 126000 lire, con un tasso
che va da mezzo denaro per sterlina ad i denaro per i valori che
non superano le 80 mila sterline 2.018.400 lire vi è una deduzione
per i debiti ipotecari. Chi batte il record in materia è la Nuo-
va Zelanda : essa distingue fra terre messe in valore e non :
alle prime applica un'imposta proporzionale dell'i %; alle
non messe in valore un saggio progressivo, a cominciare da
•quelle che hanno un valore superiore a 12610 lire (500 sterline );
che sono colpite con un penny, e a continuare con una progres-
sione a mezzo di un supplemento di ij8 dipenny per classe le terre
sono divise in quattordici classi sino a 40 mila sterline (i milione
di lire), e poi con saggi più alti, che dal 1910 furono aumen-
tati del 25 % ; gli assenti da quattro anni sono colpiti con
un'imposta del 50 %. Questa della nuova Zelanda è un'impo-
sta assai grave, per quanto poco redditizia, il che vuol dire che
i saggi più elevati non sono mai applicati. L'esempio dell'Austra-
lasia è stato imitato, negli stati Uniti, dallo stato di Okla-
homa, nal 1908, uno stato nuovo recentemente ammesso nella
confederazione nord-Americana, il quale nella sua costituzio-
ne e nella legislazione, dà prova di vero radicalismo. L'imposta
progressiva sulla proprietà fondiaria costituisce una novità nel
diritto americano. Lo stato di Oklahoma colpisce la proprietà
sin a 640 acri con l'imposta fondiaria ordinaria, e al disopra di
quella estensiva con saggi progressivi di 0,25% da 640 a 1280
acri, di 1% da 1280 a 3000 acri ; di 2% dà 3000 a 5000 acri;
del 10% da loooo a 25000 acri. È una progressione assai
rapida. Sono esenti 320 acri di terra quale che ne sia il va-
lore. La legge di finanza Lloyd George introduce anche in
Inghilterra un'imposta sui terreni non messi in valore {unde-
veloped land); ma è un'imposta proporzionale di 14 denaro per
20 scellini di valore del suolo e non progressiva.
GAP. XIV.] MOBILITÀ DELLA PROPRIETÀ FONDIARIA 4O5
Molti scrittori visto che la proprietà fondiaria si trasferisce
assai più difficilmente delle altre forme di proprietà e che que-
sta lentezza o pesantezza nelle trasmissioni è a causa non ulti-
ma della difficoltà del credito, vorrebbero assicurarne la facol-
tà di alienazione, mediante l'introduzione del così detto siste-
ma Torrens, applicato già da gran tempo in Australia, in alcune
altre colonie inglesi, in Tunisia, ecc. Questo sistema è assai
semplice* . Esiste un registro, una specie di stato civile della pro-
prietà fondiaria dove a ciascun immobile è riservata una pagi-
na, che ne ha la storia e la descrizione. Vi è poi un titolo, ripro-
duzione qualche volta fotografia, della pagina del registro, che
dato al proprietario, rappresenta l'immobile : può essere ce-
duto, dato in garenzia, ecc. La proprietà fondiaria diventa come
un titolo mobiliare almeno per quanto riguarda la sua cedibi-
lità e senza dubbio essa è allora mobilissima, in quanto si può
alienarla facilmente. Inoltre il credito ipotecario diventa assai
più facile. In molti stati europei si è proposto di introdurre il
Real Property ^ e/, conosciuto sotto il nome di ac^ Torrews." nes-
suno l'ha adottato, anche molti avendo diminuiti gli ostacoli
(e sopra tutto le imposte !) che si oppongono alle trasmissioni
della proprietà fondiaria. Quel sistema non può essere accolto
che da paesi ove la proprietà fondiaria è recente : dove sono
grandi estensioni con uniformità di cultura e nei paesi nuovi
ove la proprietà pubblica ha preyalenza sulla privata, che
da essa lentamente sorge. Dove sono invece culture frazionate
e intensive non è possibile sia introdotto. Infatti quale descri-
zione è sufficiente per una terra messa in Alsazia, o più ancora
nei dintorni di Napoli dove è tanta varietà di culture ? D'al-
tra parte è forse necessario seguire la via opposta. La cosi
detta mobilizzazione della proprietà fondiaria non è sempre
un bene. Anzi come tutto ciò che allontana il proprietario
dalla terra, è spesso un male : e d'altronde alla terra niente
più nuoce dell'abuso del credito. Fra tutti i fatti più dannosi
all'agricoltura questo non è senza dubbio il minore.
* Cfr. R. R. Torrens: Reform of the Law of Real Property,
London, 1858 ; Registration of the Title Land, London, 1859 ; Cfr. pure
Fortescue: Le sy stèrne Torrens en Angleterre e I. Dumas: Les li-
vres fonder s in R, d. E. P. maggio giugno 1896 e aprile 1900.
N i t t i. 27
406 SCIENZA DELLE FINANZE [LIBRO II.
In alcuni paesi l'imposta fondiaria e altre imposte reali
contribuicono alla finanza locale con i centesimi addizionali :
si tratta in questo caso di vere sovraimposte. Gli enti locali
prendono con questo metodo tanti centesimi di ciò che il con-
tribuente dà allo Stato : in una sovraimposta del 45 % per
esempio chi contribuisce allo Stato con i.ooo lire contribui-
sce agli enti locali con 450 ; vi sono in altri termini 45 cente-
simi addizionali.
In Francia, sino al 1890, l'imposta fondiaria colpiva, come
un tempo in Italia , insieme terre e case : la legge 8 agosto
1890 distinse la contribution fondere des propriétés non bàties
(imposta sui terreni) dalla contribution fondere des propriétés
bàties (imposta sui fabbricati), e mentre prima le due contri-
buzioni erano applicate col metodo di contingenza, d'allora
r imposta fabbricati diventò un' imposta di quotità, mentre
l'altra sui terreni continuò ad essere di contingenza. Con la
legge 29 marzo 1914 la contribution fondere des propriétés
non bàties, cioè la fondiaria sui terreni, fu , in Francia, ra-
dicalmente modificata, divenendo un' imposta di quotità che
colpisce, in principale, col tasso del 4 % i quattro quinti del
reddito netto, quale risulta all'amministrazione, che è tenuta
a sottoporre a revisioni ventennali il reddito dei terreni. Le
nuove valutazioni saranno fatte dall' amministrazione unita-
mente ad agenti elettivi e ai rappresentanti di proprietari e
col diritto di ogni proprietario non solo di poter reclamare
alle commissioni amministrative di estimo ma anche di poter
ricorrere ai tribunali amministrativi per impugnare i valori
attribuiti ai propri terreni. Il piccolo proprietario che coltivi
direttamente il fondo può chiedere l'esenzione totale se la sua
quota d'imposta, in principale, non supera gli otto franchi e
godrà di un'esenzione fissa di 8 franchi se non deve^ allo Stato
un tributo fondiario che superi gli otto e non sorpassi i se-
dici franchi. Effetto della riforma fu la riduzione da 115 a 65
milioni di franchi (cioè di 50 milioni, pari al 42.20 %) del
prodotto annuale dell'imposta di Stato sui terreni in Francia.
Ai comuni continueranno a spettare i centesimi addizionali.
L'Inghilterra ha due imposte sui redditi fondiari rustici:
land tax e income tax ceduta A . La land tax, introdotta nel
GAP. XIV.] l'imposta FONDIARIA IN ALCUNI STATI 4O7
1692, non ha più alcuna importanza (rende meno di 20 mi-
lioni di lire per anno), non somiglia alle imposte fondiarie
continentali ed è stata in gran parte riscattata : pesa ancora
su tutti i priprietari che non la riscattarono, esentando le pro-
prietà fondiarie che rendono meno di lire 126.10 per anno (5
sterline) ; è cosi difettosa che Harcourt dichiarava ai comu-
ni nel 1893 che l'unico rimedio sarebbe quello di abolirla, non
potendo essere migliorata. 'L'income tax cedula A colpisce i
redditi della proprietà fondiaria : i proprietari dichiarano
ogni tre anni il reddito lordo delle loro terre e una commis-
sione di notabili locali controlla le dichiarazioni sotto la sor-
veglianza degli agenti del fisco; il reddito imponibile si ottiene
deducendo un ottavo del reddito lordo, e al reddito imponibile
si applica ogni anno il tasso fissato dal Parlamento, nel finan-
ce act. I redditi di categoria appartengono, dal 1907, alla ca-
tegoria degli unearned (non guadagnati) colpiti a tariffa intera.
137. Quali sono i migliori sistemi di accertamento del
reddito fondiario ? * È una questione sempre discussa e sem-
pre contestata. In fondo vi sono tre sistemi di accertamento:
I. la dichiarazione del contribuente, obbligatoria e debi-
tamente controllata dagli agenti dello Stato ; come si fa in
Inghilterra per i redditi fondiari, che entrano appunto nell'iw-
come tax ; 2. stima ufficiale fatta dal governo per mezzo dei
suoi funzionari in cui è appunto il governo che in certa gui-
sa denuncia il reddito, ma dove il privato ha il diritto di recla-
mo; 3. la stima automatica, fatta mediante catasto. L'operazione
di catasto di cui l'origine è antica, è l'inventario generale della
ricchezza fondiaria. Catasto, dal basso latino capitastrum, regi-
stro dell'imposta per capo, ora è l'insieme delle operazioni me-
diante le quali si rileva la proprietà fondiaria, per l'applicazione
della imposta e anche per scopi economici e giuridici. Il reddito
fondiario mediante il catasto è accertato direttamente, in modo
reale e indipendente dalla stima del fisco e del contribuen-
♦ Per la storia del catasto nei vari paesi cfr. Gaston LeCouppey:
De Vimpót fonder et des garanties de la propriété territoriale nella Biblio-
thèque univer selle di novembre e dicembre 1873 ; W a 1 r a s : Études d'eco-
nomie sociale, pag. 387 e seg.
408 SCIENZA DELLE FINANZE [lIBRO II.
te. Ora il catasto ha la duplice funzione di essere uno stato
descrittivo e valutativo della proprietà fondiaria (con tut-
ti i benefizi che da questo fatto derivano) e di essere la base
sicura per la imposizione del tributo fondiario. E però un ca-
tasto accurato e preciso non ha solo lo scopo di mettere una
solida base alla imposizione, ma anche e sopra tutto uno scopo
civile e giuridico : quello di dare un esatto accertamento della
proprietà immobiliare.
Quando le mappe censuarie sono bene eseguite, ciascun
proprietario può avere in tutti gli affari che riguardano mu-
tui o vendite del suo fondo, disponibilità maggiore. L'imposta
può essere distribuita con maggiore precisione e giustizia ;
infine, per quanto riguarda le opere pubbliche, l'esistenza di
buone mappe agevola facilmente la ricerca dei possessori
e le stime relative e qualche volta gli studi anche preparato-
torii, risparmiando rilevazioni lunghe e costose.
La mobilità della proprietà fondiaria, in ciò che essa ha di
più vantaggioso, dipende sopra tutto dall'avere buoni catasti
e la stessa legislazione fondiaria è determinata in gran parte
dalla sicurezza e dall'ampiezza dei rilievi catastali.
Un catasto costa di parecchie operazioni-: alcune sono geo-
metriche ; altre tecniche ed economiche.
Il catasto dicesi geometrico particellare estimativo, per il
metodo con cui è seguito. È geometrico perchè comprende
la misura geometrica, proiettata in un piano orizzontale con
l'estensione e la posizione di ciascun immobile, in rapporto
a tutti gli altri beni costituenti il territorio dello Stato, nella
loro continuità. Un'operazione preliminare alla misura è la
triangolazione, per cui si forma una rete trigonometrica,
in cui i vertici dei triangoli rappresentano i punti trigonome-
trici indispensabili all'esatto orientamento e collegamento
delle mappe. È noto che, quando si possono attuare deter-
minati triangoli, è più facile misurare degli angoli delle
linee sul terreno. Secondo la legge italiana del 1886, il cata-
sto è costituito dai seguenti elementi: a) la mappa particel-
lare ; b) la tavola censuaria ; e) il registro delle partite ;
d) la matricola dei possessori. La parcella o particella cata-
GAP. XIV.] l'operazione DI CATASTO 4O9
stale è costituita da una porzione continua di terreno o da un
fabbricato che siano situati in un medesimo comune, apparten-
gano allo stesso possessore, siano della medesima qualità e clas-
se e abbiano la stessa destinazione. Chiamasi mappa la rappre-
sentazione grafica degli elementi che costituiscono la misura
del territorio ; ogni mappa rappresenta il fondo come unità
catastale e come parte di tutto il territorio da censire. La
mappa è sempre planimetrica, cioè rappresenta la superfi-
cie orizzontalmente sul territorio. Scala della mappa è na-
turalmente il rapporto tra la estensione della superficie
e la mappa. Ma il catasto è anche estimativo e valutativo,
in quanto non procede già alla misurazione e alla rilevazio-
ne dei fondi, ma ha una parte più strettamente tecnico-econo-
mica, cioè in quanto stima il reddito dei fondi. La stima può es-
sere sintetica quando è basata sullo spoglio dei contratti di
affitto e di compra vendita ; analitica quando è il risultato del-
l'analisi diretta dei perito. La tavola censuaria contiene la
descrizione di tutti gli apprezzamenti o particelle di una data
circoscrizione, mentre l'elenco dei possessori con i beni che ad
essi appartengono costituisce il libro delle partite. Le mappe
censuarie sono poi costituite dai rilievi planimetrici.
In Italia per procedere alla stima, cioè a quelle serie di
operazioni e calcoli con cui si stabilisce la rendita imponibile,
si formano, secondo la legge i. marzo 1886, le tariffe di estimo
nelle quali è determinata, comune per comune, la rendita
imponibile di ogni qualità e classe. La tariffa esprime in mo-
neta legale la rendita imponibile di un ettaro per ogni qualità
e classe ; e la rendita imponibile è quella parte del prodotto
totale del fondo che rimane al proprietario, depurata dalle spe-
se e dalle perdite eventuali. La stima dei terreni comprende
quattro operazioni diverse: i. Si distinguono particelle secondo
le diverse qualità di cultura o per altra loro destinazione ;
2. Queste particelle poi si graduano in vario modo secondo la
loro capacità reddituale, distinguendo ogni qualità di cultura
in un certo numero di classi; 3. Si applicano i due criteri
precedenti a tutte le particelle di ogni territorio comunale, di-
videndole prima per qualità, e poi ciascun gruppo della stessa
qualità pel numero di classi corrispondenti ; in altri termini
4IO SCIENZA DELLE FINANZE [LIBRO II.
si attribuiscono le qualità e la classe alle singole particelle ;
4. infine si stabiliscono le rendite imponibili unitarie relative
a ciascuna qualità e classe [compilazione delle tariffe di ren-
dita) . Le operazioni di stima sono riservate a giunte tecniche
che risiedono in ogni provincia, le quali giunte hanno il com-
pito : di accertare le qualità di culture [qualificazione); di
stabilire le classi [classificazioni) ; di formare la tariffa, de-
terminando la rendita imponibile per ogni ettaro di terreno di
ciascuna qualità e classe.
Il catasto italiano è particellare.
Per i terreni produttivi la particella è determinata dagli
elementi seguenti; i. Superficie continua, ossia che si. trovi
racchiusa in un solo contorno o perimetro. La continuità è rot-
ta anche se un terreno è intersecato da una strada, da un fiu-
me ecc.; 2. deve essere situata in un medesimo comune cen-
suario ; 3. deve appartenere ad uno stesso possessore ; 4. de-
ve avere la stessa qualità e specie di cultura ; 5. dev' essere
infine della medesima classe, cioè di egual grado di fertilità.
Per le costruzioni rurali poi e per le aree sottratte alla coltiva-
zione la particella è determinata dalla destinazione e uso a
cui serve, fermi gli altri termini sopra indicati. In Italia si
segue il sistema, delia stima per classi e tariffe. Per apphcarlo
si dividono tutti i fondi, che si trovano in comune censuario
in tante particelle quante sono le qualità o specie diverse
di cultura a cui sono adibiti, e questa operazione vien detta
qualificazione. Alla sua volta ciascuna qualità si gradua in
tante classi quanti sono i gradi di bontà e produttività, nei
quali si ritiene opportuno di distinguerli, e questa è la clas-
sificazione propriamente detta. In prosieguo di tempo si asse-
gna a ciascun fondo od appezzamento di terreno il posto che
gli spetta nel quadro generale, e questo costituisce ciò che
chima classamento. Infine sijesegue la valutazione, attribuen-
do ai terreni di ciascun gruppo (avente per caratteristica
la stessa qualità e classe) una stessa rendita unitaria già
fissata in un tanto per ettaro, e ciò costituisce la tariffa. Le
operazioni di stima, hanno per iscopo di fissare per ogni par-
ticella la relativa quota di estimo, che formerà l'imponibile
catastale. Lo scopo fiscale del catasto dà un' importanza
CAP. XIV.] l'imposta mineraria 411
air imponibile, poiché questo deve servire in base alla ripar-
tizione dell'imposta fondiaria a carico di tutti i contribuenti
del Regno. Qest 'imposta, che ha carattere d'imposta reale
per eccellenza, deve colpire il prodotto dei fondi stimato al
netto di ogni perdita eventuale, non che delle spese di conser-
vazione e produzione. Perciò la legge i marzo 1886 (art.
14) stabilisce che nel valutare i prodotti dei fondi si detrag-
gano : I le spese di conservazione, produzione e trasporto ;
2 le spese ed i contributi per opere permanenti di difesa
di scolo e di bonifica; 3 le spese di manutenzione del fondo
e dei fabbricati rurali occorrenti, e- di reintegrazione delle cul-
ture ; 4 una quota per le spese di amministrazione ; 5 una
quota per i danni provenienti dagli infortuni ; 6 una
quota per gli eventuali danni provenienti dalle inondazioni
ordinarie, dalle lavine e frane, dalle servitù militari, dal
vincolo forestale, e, pei terreni prossimi a vulcani in at-
tività, dai fenomeni vulcanici o meteorologici proprii di quel-
le contrade. La rendita imponibile che ricerca la nostra legge
non è la rendita netta attuale e precaria, ma essa si prefigge
di fissare una rendita ordinaria, normale, duratura, attribui-
bile al fondo nelle condizioni in cui questo si trova, ma de-
sumendola da un periodo di tempo tale (12 anni) (^a. poter
rappresentare con qualche larghezza tutte le vicende ordina-
rie della coltivazione. Infatti l'art. 14 stabilisce che la valu-
tazione di ciascun prodotto sarà fatta sulla media dei tre an-
ni di minimo prezzo compresi nel dodicennio 1874- 1885 *.
Il catasto ha vantaggi economici e giuridici innegabili.
Ma è, come si dice, il miglior mezzo di accertamento del red-
dito fondiario ? Molte ragioni vi sono per dubitarne. La
immensità stessa delle operazioni che il catasto richiede per
rilevare il territorio di paesi così grandi come gli stati moder-
ni, che occupano centinaia di migliaia, qualche volta milioni
di chilometri quadrati, fa si che costi troppo e duri troppo lun-
gamente. Vi sono catasti costati centinaja di milioni e durati
non decine di anni soltanto, ma qualche volta cinquanta, sessan-
* Confronta per questi particolari : VirgilioRossi: Brevi rote
sulla catas fazione in Italia. Aquila 1909.
412 SCIENZA DELLE FINANZE [LIBRO II.
ta anni e più. Naturalmente una vera uniformità di criteri è dif-
ficile mantenere in cosi lunghi periodi di tempo ; mut ano non
solo i metodi di cultura, ma anche spesso per tante cause la
produttività dei terreni. La dichiarazione del contribuente,
controllata dagli agenti del fisco, è sistema molto più semplice
e molto meno costoso : onde, dal punto di vista fiscale, il ca-
tasto non avrebbe ragione di esistere e di determinare le gra-
vissime spese che costa, se non fosse richiesto da altre ragio-
ni, di carattere sopra tutto giuridico.
138. Nei paesi che possiedono miniere, la imposta mine-
raria assume qualche volta caratteri analoghi a quelli della
imposta fondiaria.
La proprietà fondiaria però ha carattere assai diverso dal-
la mineraria benché presenti comune, anzi qualche volta più
spiccatamente, il fenomeno della rendita. È infatti assai fre-
quente il caso di miniere più produttive o meglio situate che rea-
lizzano con le stesse spese di capitale e di lavoro un ultra-pro-
fitto sulle altre, che costituisce rendita *.
Ma le imposte minerarie, se anche occorre considerare a
parte il fenomeno della rendita, non vanno disgiunte da tut-
te le iriiposte industriali, non presentando ciò che costituisce
il carattere essenziale della proprietà fondiaria, la durata in-
definita.
Così la Prussia sottopone i redditi delle miniere alla impo-
sta sul reddito e a quella industriale. Hanno o aveano invece
imposte speciali sui redditi minerari la Francia, l'Alsazia Lo-
rena, l'Austria, e dal 1910, 1' Inghilterra.
In Francia i redditi minerari sono sottoposti a una redevan-
ce fixe e ad una redevance proportionnelle: la prima è proporzio-
nale air estensione del perimetro della concessione (sia o
non sfruttata) in ragione di io franchi per il kil. quad. ; la
redevance proportionelle è imposta di quotità (del 5%) sul
prodotto netto della impresa. I proprietari minerari possono
chiedere un abbonamento, regolato in modo speciale, data la
sua importanza.
* Cfr. Einaudi; La rendita mineraria.
GAP. XIV.] l'imposta FONDIARIA IN ITALIA 4I3
Neil' Alsazia Lorena la legge 14 luglio 1908 sottometteva
le miniere a un' imposta di superficie di 14 marco per et-
taro sia che la miniera sia sfruttata o non ; se poi la mi-
niera è in esercizio i redditi di essa sono sottoposti all'im-
posta industriale e ad un'altra di esercizio proporzionata
al prezzo medio di vendita dei minerali estratti. Anche in
Austria, la rendita mineraria è sottoposta a due imposte :
di esercizio e di estrazione.
Per la legge di finanza di Lloyd George, dal 1910, l'Inghil-
terra, che non aveva alcuna imposta sulle miniere, ne ha ora
una. La Minerai righi duty è un'imposta annuale il cui impo-
nibile si desume dal valore dell'affitto dei terreni minerari o
dei diritti minerari, che si accerta annualmente agli effetti
della imposta. I diritti minerari sono diversi : oltre quello di
proprietà di cui il titolare può conservare il godimento, vi sono
quelli che nascono dalla cessione completa di esso; cessione
che conferisce all'affittuario potestà assai estese (ricerca, sco-
verta, esercizio, disposizione del minerale); e altri derivanti
da cessioni parziali del diritto stesso (passaggio, aerazione,
acquedotto etc). I diritti minerari dunque comprendono
quanto può far godere del diritto di disporre in tutto o in par-
te, come proprietario o come locatario, di certi terreni mine-
rari. L'imposta colpisce il valore della rendita annuale dei
diritti afferenti al territorio minerario, calcolato sulla ren-
dita dell'anno solare precedente. Se l'esercizio della miniera
è dato in affitto l'imposta colpirà quanto ricavasi da esso ;
se la miniera è esercitata dallo stesso proprietario il valore
imponibile è calcolato dal fisco in ragion di ciò che egli avreb-
be ricavato dallo affitto. I diritti di passaggio, di aerazione,
di acquedotto saranno valutati in base a quanto paga chi ne
gode. La Minerai righi duiy è un'imposta proporzionale, che
colpisce la rendita annuale in ragion del 5%.
NOTA
L'imposta fondiaria sui terreni in Italia.
L'imposta fondiaria sui terreni in Italia ha ora nel bilancio dello Stato
una importanza minore che prima non avesse : pure è sempre parte
414 SCIHNZ\ DELLE FINANZE [LfBRO II.
notevele delle imposte dirette. È fra la poche imposte, che, per quanto
riguarda lo Stato prima della guerra era stata diminuita. Da 130 mi-
lioni, quanto dava nel 1872, era scesa sempre più. Nell'esercizio 1914-
1915 (lava allo Stato 86.103.000. Dopo le riforme dal 1917 dà alla Stato
139.000.000 circa. Se lo Stato però prende solo 139 milioni circa, 213
milioni circa prendono le Provincie e 451.100.000 i Comuni. La pro-
prietà fondiaria passa così allo Stato, alle Provincie ed ai Comuni, in-
sieme, 802,500.000, Supponendo il carico complessivo (Stato, Province
e Comuni) del 1914-1915 (che era 290 milioni circa) usuale a 100, esso
diventa nel 1921 come 277.10.
Lo Stato grava anche però per altra via, sopra tutto aumentando le
tasse sugli affari, che in non poca parte ricadono appunto sulla pro-
prietà fondiaria.
Non è qui il caso di fare una storia della imposta fondiaria in Italia,
né di esaminare per quali fasi essa sia passata. In nessun paese forse la
letteratura sull' argomento è cosi ricca.
Quando fu costituito il Regno d'Italia si sentì subito, prima che per le
altre imposte, il bisogno di perequare la fondiaria. Si credeva che il Mez-
zogiorno molto più ricco (ed era invece così povero !) pagasse di meno. Si
cominciò a parlare di perequazione fondiaria fin dal 1861. Vi erano in
ognuno degli antichi stati, e quindi in ogni regione, catasti assai diversi
per tempo, per valore e per metodo. Nello stesso regno di Sardegna vi
erano catasti assai differenti.
Deliberare un nuovo catasto, subito dopo il 1860, significava riman-
dare a tempo lontano ogni possibilità di perequazione sia pure approssi
mativa : fu necessità, dunque, ricorrere a conguagli provvisori. Si comin-
ciò nel 1862 col decidere che l'imposta fondiaria fosse divisa in gruppo
sui fondi rustici e sui fondi urbani : la divisione andò in vigore solo nel
1866. Il conguaglio dell'imposta, stabilito con legge del 14 luglio 1864,
giovò sopra tutto ad alcune regioni : fu opera audace. Non solo si trat-
tava di togliere una parte del peso ad alcune regioni e di addossarle ad
altre ; ma si chiedevano parecchi milioni ancora alla proprietà fondiaria
producendo un cambiamento enorme e repentino. « In realtà — scriveva
Scialoja più tardi — questa duplice operazione di conguaglio e di aumento
di fondiaria fu la logica e necessaria conseguenza di un sillogismo, la cui
premessa fu l'identità di materia tra la prediale e la tassa sull'entrata e
condusse a questi risultati : che cioè fu aumentata di quattro milioni e
mezzo la fondiaria sui beni rustici e perciò fu diminuito di circa novanta
milioni il valore del capitale terra in Italia. Se non» che, per l'effetto del
conguaglio di tributi già in massima parte passati nel prezzo dei fondi,
alcune provincie ebbero a risentire una perdita anche maggiore di quei
90 milioni ed altre ad avere il benefizio della differenza. Quest \ lo so, non
avviene nella pratica così precisamente, come si potrebbe per cifre espri-
mere in astratto, ma si verifica in quelle proporzioni che l'attrito dei fatti
altera in parte e rende più o meno esatte, ma che non possono in alcun
modo essere negate. Ecco la ragione per cui il conguaglio sebben infor-
mato allo spirito di giustizia che lo facea prescrivere, riesci a sconvolgere
CAP. XIV.] l'imposta fondiaria in ITALIA 4I5
molti e gravi interessi. Gli errori di sistema non restano nell'ordine delle
idee quando si tratta di cose pratiche, ma 1 assanò nei fatti e diventano
danni effettivi e reali ».
A parte la base teorica del concetto dello Scialoja, ciò che egli diceva
degli effetti del conguaglio, risponde alla realtà. Scialoja avea in mente
una riforma come quella celebre compiuta da Pitt in Inghilterra e basata
appunto sul principio del consolidamento. Scialoja progettava una grande
imposta generale sulla entrata, che avrebbe colpito tutti i redditi, anche
il fondiario. La terra sarebbe stata colpita da una imposta reale, la vec-
chia imposta che egli ritenea consolidata nel fondo, una specie di canone
del fondo, e una imposta personale sulla entrata del proprietario e che
avrebbe variato con essa, come in tutte le imposte sul reddito, in seguito
ad accertamenti periodici. La riforma vagheggiata dallo Scialoja si av-
vicinava nella sua prima parte a quella di Pitt, poiché riteneva la imposta
antica consolidata nel valore del fondo ; la voleva quindi immutabile per
disposizione legislativa. Ma il principio non prevalse e invece i progetti
successivi (Cambray-Digny 1869, Minghetti 1874, Depretis 1877, Ma-
gliani 1882) partirono da altri concetti : vollero sopra tutto ordinare de-
finitivamente l'imposta mediante un accertamento diretto fatto con un
nuovo catasto.
Nel primo conguaglio dell'imposta fondiaria furono senza dubbio fa-
vorite quelle regioni che faceano parte di stati in cui l'imposta era più gra-
vosa. Non si potea procedere se non con criteri di approssimazione : e
nella stessa commissione parlamentare vi furono divergenze vive sui cri-
teri da seguire. Volevano alcuni commissari che si sopprimessero senza al-
tro le divergenze mi;iggiori nei vecchi catasti : che tenendo conto dei prezzi
nuovi, si correggessi ciò che già vi era. Voleano altri che, senza tener con-
to di catasti disparat issimi, si determinassero nuovi contingenti d'imposta
per le varie provincie. basandosi sopra altri criteri di accertamento di-
retto, per le rendite reali delie terre. Altri infine pretendevano dalle sta-
tistiche (così incerte allora, così incerte anche oggi per quanto riguarda
la produzione agraria ! ) dai dati della popolazione, della superfìcie e dai
confronti parziali e generali degli elementi imponibili arrivare a cono-
scere sia il valore degli estimi censuari, sia l'ammontare delle rendite ef-
fettive ; determinandolo però in modo indiretto e per via di induzioni più
o meno approssimative. Fra tanti dispareri si venne a un partito inter-
medio, si tennero presenti le cifre catastali che presentavano presumi-
bilmente minore distanza delle rendite reali, m edificando le altre per ana-
logia dei luoghi vicini. Così," per esempio, le provincie di Chieti e di Te-
ramo servirono come base alle modifiche introdotte per le Marche.
Il catasto generale del Regno, che fin dal 1861 era riconosciuto come ne-
cessario (la stessa legge del 1864 imponeva al Governo una perequazione
definitiva entro il 1867) fu deciso con la legge del i. marzo 1886, che si
prof)oneva l'accertamento della proprietà immobiliare e la perequazione
della imposta fondiaria : ma che come osservò l'on. Minghetti nella sua
relazione, senza trascurare il primo scopo si occupava sopra tutto del se-
condo.
4l6 * SCIENZA DELLE FINANZE [LIBRO II.
Il catasto deliberato nel 1886 fu effetto di una illusione finanziaria e di
una illusione più grande, in riguardo alla durata. Per la durata si fissò il
limite di un ventennio, che parve allora anche eccessivo e si concedette
alle Provincie che anticipavano le spese di chiedere l' acceleramento dei
lavori, da compiersi in sette anni : ad esse dovea venire prontamente ap-
plicata, in base del nuòvo estimo, l'aliquota del sette e mezzo per cento.
Vi fu illusione grande nella spesa. Il relatore del progetto di legge nel Se-
nato, Finali, prevedeva una spe>a di 80 milioni ; il Ministero da 50 a 60 ;
il Messedaglia ammetteva probabilmente che tale somma sarebbe stata
sorpassata. Era idea comune che la spesa sarebbe stata presso a poco di
lire 3,50 per ettaro.
Ora, in materia di rilievi catastali, previsioni di spesa sono sempre diffi-
cili, variando esse sopra tutto in base alla quantità di notizie che già si
possiedono o alla divisione della proprietà, alle condizioni di ciascun
paese e sopra tutto in base alla bontà ed esattezza dei procedimenti che
si seguono. Ma che cosa giustificavano le strane previsioni ? Nel Piemonte
l'ultimo catasto Rabbini, senza la stima, era costato 13,33 per ettaro,
l'ultimo censo in Lombardia 15,59, il catasto di Modena e Reggio 10,24,
ecc. I catasti costati poco, come il Pontificio, non valevano nulla. Ma più
gravi erano gli esempi dell'estero. Nella Prussia renana il catasto era co-
stato 19,70 per ettaro, 8,20 nella Prussia occidentale, 10,31 nel Baden,
ecc. Ora in Italia, in condizioni spesso difficili di viabilità, essendo i vecchi
catasti assai incerti, era quasi impossibile che la spesa potesse essere di
meno di io lire per ettaro : infatti i primi lavori catastali mostrarono che
la rilevazione ex novo dei terreni importava una spesa di 11 lire e di circa
8 dove l'esistenza di precedenti catasti rendeva i lavori più facili. Ora una
spesa di oltre io lire l'ettaro per un territorio di 28.664.483 ettari, come è
quello dell'Italia, implicava una spesa totale di almeno 300 milioni : e
si prevedevano invece 50 a 60, o al massimo 80. E si stanziavano in bi-
lancio 9 milioni all'anno, che venivano poi successivamente ridotti ri-
petutamente. Gli effetti generali del catasto si potranno vedere infatti
solo fra un secolo, quando esso presenterà più che un interesse giuridico
e finanziario, un interesse prevalentemente storico e archeologico. Ben
vero che avendo alcune provincie — quasi tutte nel Nord d'Italia — chie-
sto e ottenuto l'acceleramento, esse si trovano già a godere di riduzioni
notevoli ; e invece di una perequazione grande, come si diceva, si creano
ogni giorno più cause di sperequazione. Il nuovo catasto è in vigore in
15 Provincie : Torino, Cuneo, Milano, Bergamo, Brescia, Como, Cremona,
Pavia, Mantova, Verona, Vicenza, Padova, Treviso, Ancona, e Napoli.
L'imposta fondiaria è applicata in Italia col sistema di contingenza ;
anzi è l'unica imposta applicata in questa guisa. Secondo un calcolo non
antico {N i t t i : // bilancio dello Stato ecc.) nei cinque esercizi dal 1894 al
1898 la media annuale del contributo pagato da ciascun abitante di ogni
zona per imposta fondiaria è stata la seguente : Italia settentrionale 3.68
Italia centrale 3,88; Italia meridionale 3.39 : Sicilia 2.15 ; Sardegna 3,53.
Ma ciò che colpisce più duramente la terra in Italia sono le imposte locali.
Spesso l'imposta fondiaria applicata in base a leggi speciali viene esacer-
CAP. XV.] l'imposta sui fabbricati 417
bata da decimi di guerra. In circostanze eccezionali piuttosto che mettere
un'imposta nuova si preferisce aumentare le vecchie cui si è sempre più
abituati. In Italia i decimi di guerra sono stati messi assai volte ; durando
poi, sopra tutto in pace, per anni ed anni, I centesimi addizionali sono
poi sovraimposti ai tributi governativi e formano l'entrata principale
degli enti locali. Tenuto conto di tutto l'onere tributario che la terra sop-
porta, si può bene riconoscere come in pochi paesi sia cosi gravoso come
in Italia : poiché oltre la imposta di Stato, vi sono i centesimi addizio-
nali dei comuni e delle Provincie, quasi dovunque elevati, in alcune
Provincie gravissimi e vi sono numerose tasse o imposte a cui se la ric-
chezza mobiliare spesso sfugge, non sfugge quasi mai quella immobiliare.
Ciò è tanto più grave in quanto se l'Italia è destinata a trasformarsi
sempre più in paese industriale, l'agricoltura è ancor oggi la più grande
fonte di reddito della nazione.
Negli ultimi anni si è avuta una legislazione tributaria speciale per al-
cune regioni, che va ricordata. La legge 31 marzo 1904 riduce del 30 %
l'imposta fondiaria pei contribuenti di Basilicata che hanno un imponi-
bile complessivo non superiore alle lire 8000. Dal i gennaio 1907 i con-
tribuenti delle tre provincie di Calabria che hanno un imponibile com-
plessivo non superiore alle lire 6000 godono di un abbono del 30 % sul-
l'imposta fondiaria. In seguito questa ultima detrazione fu estesa a tutti
i contribuenti appartenenti ai compartimenti catastali siciliano, sardo
e napoletano, i quali tutti, se hanno un imponibile non superiore alle lire
6000, pagano un'imposta fondiaria ridotta del 30 %.
Malgrado queste agevolazioni e malgrado il diminuito gettito l'imposta
fondiaria in Italia è sempre grave. Nel 1921, come si è detto, se l'im-
posta di Statb non dava che 139 milioni quasi la sovrimposta comunale
rappresentava ben 451.100.000 lire e la sovrimposta provinciale altri
213.000.000 : i contribuenti italiani cioè se aveano a pagare solo meno
di 140 milioni allo Stato dovevano detrarre dal loro reddito fondiario
per pagamento di tributi quasi 803 milioni. Ora non è a chi si deve pa-
gare che importa, ma quanto si deve pagare : e in Italia si paga troppo.
Sulla imposta fondiaria in Italia, sul suo assetto e sulla sua azione sul-
l'economia del paese vi è una letteratura ormai interminabile. Vedansi
sopra tutto : Ricca-Salerno: Le entrate ordinarie dello Stato nel
Diritto amministrativo italiano di Orlando, cap. Ili, e IV ; Dell'ordi-
namento della imposta fondiaria in Italia, neW Archivio di statistica, anno
VII, fase. I ; S. A m i : La perequazione dell'imposta sui terreni, ecc. To-
rino, 1897; MarsiljLibelli: L'imposta fondiaria sui terreni in
Italia, Firenze, 1906 ; oltre un numero enorme di opuscoli pubblicati pri-
ma e dopo la legge di perequazione fondiaria del 1866. Nel Parlamento
l'assetto e la distribuzione dell'imposta fondiaria han dato luogo a rela-
zioni e a discussioni molto importanti. Vanno notate sopra tutto : la rela-
zione Allievi alla Camera dei deputati, io dicembre 1863 ; la rela-
zione Correnti, 24 aprile 1866 ; la relazione Seismit-Doda,
II aprile 1867 ; la relazione Minghetti, 20 marzo 1865 ecc. ; e in Se-
nato la relazione Duchoqué, 15 luglio 1864; la relazione Scia-
4l8 SCIENZA DELLE FINANZE [LIBRO li.
1 o j a, 4 maggio 1865 ; la relazione Finali, 25 febbraio 1886, ecc. Im-
portanti anche gli atti delle diverse commissioni, istituite in occasione delle
-varie leggi.
Sui vecchi catasti degli Stati italiani vedi la bibliografia in Ricca-
Salerno: Storia delle dottrine finanziarie e anche Le entrate ordinarie
dello Stato, e nelle numerose relazioni £ià citate.
Sperequazioni senza dubbio esistono e in forma grave ; ma sono meno
fra regione e regione, che tra proprietari della stessa regione.
La procedura attuale del catasto sembra piuttosto adatta ad acuirle
in favore di poche provincie, generalmente più prospere, che ad atte-
nuarle. Infatti la procedura prescelta ha avuto per effetto di alleggerire il
carico dell'Italia settentrionale e di creare nuove gravezze all'Italia me-
ridionale. I prezzi delle derrate anteriori al 1886, cioè a tutto il muta-
mento doganale, devono creare una nuova e profonda causa di sperequa-
zione a danno del Mezzogiorno.
XV.
La imposta sul reddito edilizio.
139. Mentre l'imposta fondiaria colpisce il reddito netto
dei proprietari della terra, l'imposta sui fabbricati colpisce
il reddito netto dei proprietari dei fabbricati. È evidente che
quando la proprietà edilizia non aveva che un'importanza
relativamente scarsa, quest'imposta dovette venire unita
e confusa con quella fondiaria. In tempo recente in Francia
e non molto lontano in Italia, l'imposta fondiaria e l'imposta
sul reddito edilizio erano unite. Ma l'importanza del movi-
mento della popolazione verso le grandi città, movimento
che costituisce quasi un fatto nuovo dei tempi moderni, al-
meno considerato nella sua grandiosità, è cosa senza prece-
denti nella storia. Basterà dire che nel secolo XVI, Napoli,
la quale è ora preceduta per numero di abitanti da tante altre
città in Europa, era la seconda città europea e veniva subito
dopo Parigi *. Le attuali forme industriali hanno determinato
in tanta parte lo svolgersi dell'urbanismo, il continuo crescere
di correnti migratorie verso la città f .
* N i t t i : La città di Napoli, Napoli, 1902.
t Al principio del secolo XIX i centri di popolazione con oltre 8,000
abitanti comprendevano appena 4 % della popolazione degli Stati Uniti;
CAP. XV.] IL REDDITO EDILIZIO 4I9
In Europa le città di oltre 50 mila abitanti rappresentano
presso a poco il 35 per cento della popolazione totale. Ora
le città che hanno oltre centomila abitanti sono in tutta Eu-
ropa moltissime ; molte superano il milione (caso forse nuovo
nella storia della civiltà, se non si tenga conto delle esagera-
zioni degli scrittori antichi) ; assistiamo infine ad un fatto
che non ha assolutamente esempio: cioè all'esistenza di città
che hanno tre, quattro e fino cinque milioni di abitanti. Lon-
dra ha assai più abitanti della Grecia intera ; New York ne
ha due volte più della Svizzera; Parigi quasi tutta la repub-
blica del Chili e più del regno di Danimarca; Berlino ha un
numero di abitanti che è di poco inferiore a quello dell' estesis-
simo regno di Norvegia. Questa formazione vertiginosa delle
grandi città rappresenta anzi un pericolo della civiltà mo-
derna e desta inquietudini profonde per l'avvenire di molti
paesi.
In questi immensi agglomerati umani, viventi quasi del tutto
sulle industrie e sui commerci, enorme è il numero dei capitali
investiti nelle costruzioni. Sono in alcune città diecine di mi-
liardi. Ora niente sarebbe più assurdo che disconoscere questo
fatto e riunire ancora imposta sul reddito della terra e imposta
sul reddito edilizio.
140. Secondo dati raccolti dalla Direzione generale del de-
nel 1850 rappresentavano già 12.5 e nel 1890 erano giunti a 92.2 %. Più
recentemente le grandi città rappresentavano il 40 % e le piccole il 18 %
della popolazione. Ma gli Stati Uniti erano ancora fino a pochi anni or
sono un paese prevalentemente agricolo : nei paesi d'Europa di forma-
zione industriale meno recente, gli spostamenti della popolazione sono
stati a lor volta rilevantissimi.
L'Inghilterra prima di tutti. Fra le grandi nazioni essa è quella in cui
la popolazione delle città ha maggiore prevalenza e rappresenta ora, caso
unico nella storia, i sette decimi della popolazione del regno. Le grandi
città hanno il 68 % e le piccole il 24 % della popolazione totale. In Ger-
mania le città che aveano nel 1871 appena 35,1 della popolazione del-
l'impero, son passate a 47,2 % le grandi e a 25 % le piccole ; in Austria
Ungheria dal 1843 è avvenuto uno spostamento da 18,9 a 24,4 % ; in
Francia dal 1846 da 24,4 a 63,5 % tra grandi e piccole città. Così anche in
Italia dove il censimento del 1881 rivelò che la popolazione della città
era cresciuta di 9,9% nei capiluoghi di provincia e solo di 5,5%
negli altri comuni.
420 SCIENZA DELLE FINANZE [LIBRO II.
manio, il reddito dei fondi rustici e il reddito dei fabbricati
stanno in Italia come 2.23 ad i. Anche in Inghilterra, tenendo
conto dei redditi colpiti daXl'income tax, si ha che il reddito
edilizio rappresentava rispetto al reddito complessivo 20.7 per
cento nel 1891 e 22.9 nel 1899. In molti paesi il reddito edili-
zio è nella proporzione di un quarto o un quinto del reddito
totale.
Si confonde qualche volta in Italia l'imposta sui fabbricati
con l'imposta sul valore locativo. Invece sono due imposte
di carattere assolutamente diverso.
L'imposta sui fabbricati è un tributo diretto e reale che col-
pisce il reddito edilizio. L'imposta sul valore locativo, che in
Italia è stata data ai comuni, è un' imposta indiretta sul
consumo, poiché essa considera la pigione quale indice di
ricchezza e di consumo e colpisce gl'inquilini secondo la mag-
giore o minore spesa della casa per abitazione.
L'imposta sul prodotto, dei fabbricati è passata per parecchie
fasi. In un primo periodo l'imposta colpì insieme reddito fon-
diario e reddito edilizio. Allora la proprietà edilizia era ben
lungi dall'avere l'importanza che ha ora. In un secondo periodo
colpi i fabbricati, distinguendo l'imposta fondiaria dalla edilizia.
Ma quest'ultima venne applicata indipendentemente dal valore
dell'area su cui erano costruiti, e tenendo conto o dell'esten-
sione degli edifizi o del numero di porte e finestre. In questo
caso si considerava il terreno su cui la casa era come terreno
di prima qualità e il fabbricato era po^ colpito nella ragione
anzidetta. In alcuni paesi si è tenuto conto dei segn^ esteriori
più diversi: non solo delle porte e delle finestre, ma dell'esten-
sione della facciata, del numero delle stanze e dei piani, dello
spazio occupato dalle case e botteghe ; ecc. Ma questa forma
di imposizione, in una fase di urbanismo molto avanzata,
come quella determinatasi dopo il principio di questo secolo,
doveva parere del pari irragionevole. Infatti, case della stessa
grandezza sono lungi dal dare lo stesso reddito, dipendendo
quest'ultimo dalla posizione in cui è l'edifizio. Un metro qua-
drato di terra arabile o coltivabile, anche di prima qualità, non
può valere che poche lire. E invece vi sono nel centro delle città
più popolose aree in cui un metro quadrato si vende duemila.
CAP. XV.] IL REDDITO EDILIZIO 42I
tremila lire e ancor più. Bisogna ricordarsi l'enorme specula-
zione edilizia di Parigi, di Vienna, di Roma stessa per valutare
tutta l'importanza di questo fatto. In una stessa città quindi,
vi sono case le quali, avendo la stessa estensione di altre, ren-
dono infinitamente di più. Un piccolo edifizio spesso, una mo-
desta bottega nel centro degli affari di una grande città posso-
no dare un reddito venti volte superiore, e se occorre, anche
più che due o tre grandi fabbricati messi in un altro quartiere
nella stessa città. In una terza fase dunque, abbandonati i
metodi antichi indiziari ed imperfetti che basavano l'imposta
o sull'area o su indizi esterni, come il numero di porte e fine-
stre, o il numero di focolari, si è adottato un sistema d'im-
posizione secondo cui vien colpito il reddito edilizio, e questo
si desume d'ordinario dagli affitti delle case, dalle dichiara-
zioni dei contribuenti debitamente controllate dagli agenti del
fisco, dal parere di commissioni locali, ecc.
Il reddito edilizio ha una speciale fisonomia in quanto le
sue variazioni dipendono spesso da cause pajticolari o gene-
rali non comuni con altre forme di reddito. L'urbanismo può
non essere indice di ricchezza : ma ha per effetto di accre-
scere il reddito edilizio. Ciò che ancora contraddistingue la
industria edilizia è la poca mobilità dei capitali in essa inve-
stiti. Quando anche l'interesse degli impieghi scende al di
sotto del saggio corrente, i nuovi risparmi non s'investono
in costruzioni; ma i capitali già investiti in case non possono
seguire nuova via. E perciò che le crisi edilizie sono gene-
ralmente più lunghe delle altre e riescono a vincersi con mag-
giori difficoltà.
Il fitto di ciascuna abitazione comprende una serie di elemen-
ti di cui i principali sono : a) il valore del suolo su cui le ca-
se sono edificate ; b ) l'interesse del capitale investito nella
costruzione ; e ) una quota di ammortamento per il deterio-
ramento che la casa subisce per opera del tempo ; d) un pre-
mio di assicurazione contro i rischi. In questo la industria
delle abitazioni non differisce da tutte le altre, tranne che per
il primo elemento, che le è particolare e di cui si discute se non
sia conveniente che, per le forme con cui si svolge, abbia un
N i t t i. %8
422 SCIENZA DELLE FINANZE [LIBRO II.
ordinamento a parte e costituisca la base di una speciale im-
posta.
L'industria edilizia, mentre non agisce o agisce in scarsa
misura sulle altre, nel senso che la sua azione è singolarmente
passiva, risente gli effetti di tutte le altre. Non accade mai che
si formi un centro industriale in un sito, solo perchè vi sono
molte case disponibiU ; ma ogni formazione di una industria
nuova, ogni accrescimento delle industrie esistenti agisce sul-
lo sviluppo delle costruzioni , così la formazione di nuove li-
nee commerciali ecc.
Il valore del suolo su cui le costruzioni edihzie sono fatte
è assai vario da luogo a luogo e secondo circostanze diverse
di tempo e di opportunità : in alcuni siti il suolo ha un
valore enorme * . La spesa di manutenzione è d'ordinario
minima subito dopo la costruzione e negli ultimi anni di vi-
ta di un edifizio, in cui si lascia deperire ciò che non si può
ricostituire. Le spese di assicurazione variano secondo cir-
costanze speciali : il luogo in cui è la casa, il materiale di cui
è costruita, ecc.
La domanda di case presenta d'ordinario una grande ela-
sticità : sopra tutto in quanto riguarda case di abitazione,,
e non magazzini, opifici ecc. Questi ultimi non possono mol-
tiplicarsi oltre una certa misura : ma 1' accrescimento di ric-
chezza può , anche in una popolaziome stazionaria, determi-
nare bisogno di abitazioni più grandi e migliori e viceversa
una diminuzione di ricchezza può agire nel senso opposto.
La spesa dell' abitazione risponde a un bisogno primario :
quindi la richiesta di abitazione non può essere modificata
profondamente dal mutare delle condizioni economiche. Si è
visto in alcuni paesi molto poveri, dove pochi capitali s'investi-
vano in nuove costruzioni, i fitti rimanere elevatissimi e rappre-
sentare spesso (come a Napoli per le classi popolari) il terzo
* A Parigi, nel 1901, il prezzo di un metro quadrato di terreno variava
fra un minimo di 20 franchi (quartiere Saint Fargeau) e un massimo di
1040 franchi (quartiere Gaillon). In quell'anno si calcolava che il valore
del sudo di Parigi valesse oltre 7.224 milioni di lire. Confr. J è z e : Fi-
nance, ,ypp. 766-67.
GAP. XV.] l'imposta SUL REDDITO EDILIZIO 423
o la metà della entrata complessiva. Se la domanda di case
ha una relativa elasticità, nel senso che si tende dopo una
crisi a occupare alloggi meno spaziosi e meno buoni la elasti-
cità è assai minore per la grande massa dalle case destinate
agli alloggi popolari. D'ordinario però, si contraggono per tutte
le classi quasi tutti gli altri consumi prima della spesa che
si è disposti a destinare agli alloggi.
In generale si considerano irriducibili le spese per gli alloggi
popolari di cui le variazioni nel senso della depressione sono
poche. Anche nei paesi più ricchi la grandissima mag-
gioranza degli abitanti vive in piccoli alloggi di una, due e tre
stanze ; l'aumento degli affitti opera quindi assai poco nel
senso di nuove restrizioni. D 'altra parte la mobilità della più
gran parte della popolazione per quanto riguarda gli alloggi
è assai relativa, essendo il genere di lavoro che determina
quasi sempre il sito dell'abitazione. In campagna è assai
difficile passare da un paese a un altro : anche nelle grandi
città vi sono spesso molti ostacoli per i lavoratori a passare
da un quartiere a un altro. Gli spostamenti non avvengono
che in seguito ad elevazioni eccessive.
Su chi cade la imposta sul prodotto dei fabbricati ? Vie-
ne essa a incidere i propietari delle abitazioni ; o non piut-
tosto costoro la riversano sugl'inquilini ? Il problema è sta-
to ampiamente discusso e va considerato sotto diversi punti
di vista. In linea generale si può ammettere che se si tratta
di una città dove la popolazione cresce e dove viceversa per
difficoltà locali di costruzione o di sviluppo la quantità delle
case di abitazione non aumenta, la imposta presenta una grande
difficoltà di traslazione. Infatti, trattandosi di una vera situa-
zione di monopolio, con o senza imposta, i proprietari tendono
a spingere al massimo i fitti. L'imposta non potendo ancora
elevare i fitti oltre il massimo, percuote e incide i proprietari.
Facciamo una ipotesi contraria: che vi sia cioè una città in cui
il numero di case abitabili sia superiore ai bisogni della popola-
zione o a dirittura che la popolazione diminuisca. In questo
caso, scemando la domanda ed aumentando nello stesso tem-
po l'offerta, i proprietari di case, che sono tra loro necessa-
riamente in concorrenza, non possono trasferire l'imposta sugli
424 SCIENZA DELLE FINANZE [LIBRO II.
inquilini. Avviene invece la traslazione quando, aumentando la
popolazione si costruiscono nuove case, le quali non si costrui-
rebbero se i costruttori non fossero indennizzati della imposta
differenziale (superiore alla normale) che devono pagare sulle
case. Per l'aliquota normale non v'ha traslazione. Cosi vi
possono essere molte combinazioni derivanti da rapporti
tra la popolazione da una parte e le case disponibili dall'altra.
Ma i fenomeni di traslazione e d'incidenza sono estremamente
complessi e possono essere studiati in rapporto alle città di
nuova formazione, alle città già costruite, alle città con popo-
lazione, case, ricchezza, stazionarie o variabili, in città pro-
gressive, ecc. Le combinazioni che si producono sono assai dif-
ferenti * .
141. Il reddito dei fabbricati contiene in sé, come abbiamo
visto, due elementi essenziali : il prodotto dell'area su cui
è la costruzione e l'interesse del capitale investito nell' edifi-
care. L'imposta dovrebbe tener conto di questi due elementi.
Ora accade che il valore dell'area è profondamente influen-
zato da cause le quali sono estranee ad ogni opera individua-
le : è la società stessa che produce un aumento non gua-
dagnato, unearned increment, come dice Mill. Se una città svi-
luppa verso una direzione o verso un'altra può dare un valore
enorme a terreni che ne avevano uno scarsissimo **. In que-
sto caso né il capitale, né il lavoro hanno contribuito alla deter-
minazione di un cosi staordinario aumento, di cui il merito
è tutto della società che, con l'aumento della popolazione, o con
nuovi traffici, ha determinato l'accrescimento f.
• Sulle questioni generali relative all'imposta sui fabbricati cfr. V o-
c k e : op. cit., pag. 375 e seg. ; P u v i a n i : Questioni preliminari a uno
studio dell'imposta sui fabbricati ; Wagner; Specielle Steuerlehre, 1899
3. parte ; LeroyBeaulieu: voi. I, sme édition, pag. 354 ; P a n-
t a 1 e o n i : Teoria della traslazione dei tributi, pag. 203 e sopra tutto
Einaudi: Studi, Torino, 1902.
** È nota la storia dell'immensa fortuna del duca di Westminster di
Londra e di alcuni miliardari americani, di cui la Immane ricchezza è
stata fatta sol perché si trovavano a possedere terre dove grandi città
si sono for'^ate.
t E perciò che molti teorici, é non sono quelli di idee più larghe e più
avanzate come Wagner, ma quelli che sono più ostili ad ogni intervento
GAP. XV.] l'imposta SUL REDDITO EDILIZIO 425
Vi è nell'increraento del valore degli edilizi e dei suoli edifi-
catori, un elemento, anzi l'elemento essenziale, il quale è e-
straneo a ogni intervento di lavoro e di capitale : l'accresci-
mento di valore dipende eslusivamente da cause sociali. È una
forma di rendita spesso di vertiginosa intensità. Suoli che non
valgono quasi nulla oggi, possono acquistare domani un va-
lore grandissimo, solo perchè una città ha preso un nuovo
orientamento, o un nuovo sviluppo. Questo fatto è accentua-
to sempre più dallo svolgersi degli scambi, dall'aumento di
popolazione e di ricchezza, e sopra tutto dalla tendenza
all'urbanismo, cosi comune e cosi diffusa nei paesi moderni.
Ora è evidente che, continuando i valori edilizi a crescere sem-
pre più e questo fatto ad acuirsi, non è giusto che quanto
non deriva né dal capitale, né dal lavoro, vada a proprietari
privati : é desiderabile che, almeno nelle forme più aspre,
questa rendita edilizia sia colpita da imposizione, come già
si è cominciato a fare, e come vedremo nel capitolo che se-
gue, e renda a benefizio di quella stessa collettività che 1' ha
prodotta * .
L'imposta sulla rendita edilizia, con carattere e fisonomia pro-
pria se non trova opposizione presso i principali teorici, è vice-
versa nella sua pratica applicazione assai difficile a stabilire f.
dello Stato e dei poteri collettivi, come Leroy Beaulieu, hanno sentito
come sìp. necessario trovar modo che questo immeritato aumento non va-
da nelle mani di persone che per nulla vi hanno contribuito. È noto l'ope-
ra di Chamberlain, in Ingh Iterra e tutto ciò che egli ha fatto in questo
senso, quando era a capo del comune di Birmingham. Ora questi unear-
ned incretnents, questi plus-valori, si cominciano a colpire con imposte
speciali, come si vedrà presto.
* Secondo l'Avenal, il valore del suolo a Parigi, ove si tenga conto
anche del valore attuale dèi suoli non ancora costruiti, rappresenta la
somma enorme di io miliardi,
A Londra si calcola che approssimativamente l'aumento di valore an-
nuale dei suoli, per effetto della rendita edilizia, sia di 375 milioni di lire.
E, dove più, dove meno, lo stesso unearned increment si svolge dovunque.
Come non colpire questa speciale ground reni ? Ecco la causa delle
nuove imposte sugli incrementi di valore. Fin dal suo tempo, e il feno-
meno era tanto accentuato che ora non sia, Adamo S nith, osservando la
rendita eJilizia, ne propugnava la tassazione. Smith: Wealth of Na-
tions, lib. cap. 16.
t Sulla convenienza di una imposta speciale sulle aeree edilizie cfr.
426 SCIENZA DELLE FINANZE [LIBRO II.
Infatti ogni imposta sugli incrementi futuri del valore del suolo
non dovrebbe colpire se non questo elemento : e non già ciò
che viene da abilità o perizia dei costruttori e degli imprendi-
tori. E perciò che in realtà assai poco si è potuto fare finora in
questo senso. D'altra parte è a credere, e anche l'EdgeWorth
inclina a questa opinione, che l'aumento del valore dei suoli
non avrà in avvenire la importanza che ha avuto in passato,
da un secolo a questa parte sopra tutto. A ogni modo il proble-
mia interessa assai più i paesi ricchi in rapido sviluppo che
gli altri. Lo schema di confisca della rendita edilizia, presen-
tato da Min, rimane ancora quanto di meglio si è ideato su
questo argomento. Il fatto che l'imposta sui fabbricati è in qua-
si tutti i sistemi tributari moderni una imposta reale, deriva
essenzialmente dalla necessità di colpire la rendita urbana.
I sistemi di proprietà delle case sono estremamente diversi.
Vi può essere unione dell'area con la proprietà della casa :
è la forma più comune in Europa. Il proprietario può a sua
volta abitare la casa, o darla in fitto a lungo o a breve ter-
mine. Ma in alcuni paesi come l'Inghilterra la complicazione
si presenta assai più grande * .
142. In quasi tutti i sistemi tributari vengono distintele
abitazioni di campagna da quelle di città, e in molti vengono
escluse le prime dalla imposta, quando f abbiano destina-
sopra tutto il libro di EinaudieBastable: The taxation of Gro-
und rents nell'E. J., voi. Ili, 1895, e nella stessa rivista del 1900 gli studi
di F. V. Edgeworth; W. Smart: Taxation of Land Values and
the single Tax, Glasgow, 1900, ecc.
* Vi sono coloro che cedono l'area a enfiteusi perpetua dietro un canone
fisso {freehold rent charge sytem) ; altri che la cedono per un periodo lun-
ghissimo (spesso per 999 anni) a canone fisso. In sostanza il termine in
questo caso non ha nessuna importanza. Vi è il sistema più diffuso a Lon-
dra, detto anzi London leasehold system, o building lease che è un affitto
dell'area fatto di ordinario per un ' anone fisso a coloro che costruiscono
fabbricati, per uno spazio di 60 a 99 anni. Dopo ques o periodo, aree e
case ritornano senz'altro pagamento al proprietario dell'area. Gli edifizi
di Londra non hanno, nella più gran parte, nien'e di monum-^ntale. Vi
sono poi anche altri sistemi di complessità non minore, ma sono quasi
speciali dell'Inghilterra e non vi è traccia di essi sul continente, dove in
generale va unita la proprietà dell'area a quella del fabbricato.
t In Au tria sono esenti a dirittura i fabb icati messi a una certa di-
CAP. XV.] l'imposta sul reddito edilizio 427
zione connessa alla coltivazione dei fondi. In generale, si ten-
de a conservare alla imposta sui fabbricati il carattere di im-
posta reale ; e molti scrittori, anche per adattarla ai biso-
gni della finanza locale, vorrebbero che fosse di contingente :
si ammettono in molte legislazioni esenzioni di quote mi-
nime e diminuzioni o esenzioni in caso di sfitti parziali o
totali ; si considerano separatamente i fabbricati desti-
nati a usi rurali e a fabbriche e opifizi industriali, perchè
costituiscono un capitale da cui emana un prodotto netto
mobiliare, che deve essere colpito separatamente. La deter-
minazione del prodotto netto dei fabbricati è fatta differen-
temente nei vari paesi. È impossibile qui ricorrere a un meto-
do di stima molto costoso e poco plastico come il catasto :
si fanno dunque stime ufficiali, o in base a indizi, o secondo
dichiarazioni controllate da agenti fiscali e da apposite com-
missioni. Le stime ufficiali nelle grandi città, dove prevale
il fitto, sono relativamente facili. È amnaesso che il reddito
lordo sia soggetto a detrazioni non uniformi, rna diverse se-
condo le spese annuali di riparazione e di assicurazione, par-
ticolari a ciascuna destinazione e variabili secondo il clima, la
costruzione, la posizione del fabbricato, la natura dei materiali,
ecc. Sopra tutto nelle grandi città, dove il reddito dei fabbri-
cati presenta spesso mutazioni rapide, è bene che le revisioni
periodiche dei redditi siano accurate e frequenti.
In Italia, l'imposta sui fabbricati, distinta, dal 1865, da quel-
la sui terreni, è un'imposta di quotità, che colpisce tutti i fab-
bricati suscettibili di produrre un reddito, quale che ne sia la
loro destinazione: per abitazione, od uso industriale etc. L'im-
posta per le case di abitazione è calcolata in base allo affitto,
su dichiarazione del proprietario, controllata dagli agenti
del fisco ; per le altre è calcolata sul loro valore locativo. Ac-
certato il reddito effettivo, si determina l'imponibile, de-
ducendo per riparazioni ed ammortamento IJ4 per le case
di abitazione ed 1^3 per gli edifici industriali. Non è ammessa
la deduzione per debiti. Le nuove case sono esenti per due an-
staiua dalla città. Anche i fabbricati urbani poi non vengono colpiti s«
non destinati ad abitazione.
428 SCIENZA DELLE FINANZE [LIBRO II.
ni e gli opifici industriali per tre anni dalla imposta. È esente
il fabbricato destinato ad affitto quando resti chiuso e non af-
fittato per un anno.
. Come si è detto la legge 26 gennaio 1865, num. 2136, dovuta
al Sella, rendeva autonoma l'imposta sui fabbricati, prima ac-
comunata alla fondiaria sui terreni. L'articolo i della legge
II maggio 1865, num. 2276, fissava, dal i gennaio 1866, l'ali-
quota della imposta principale sui fabbricati nella misura uni-
forme del 12,50 %. Al 12,50 % posteriormente si aggiunsero
per i vecchi decimi di guerra il 3,75 %, per il regio decreto 15
ottobre 1914 l'addizionale del 50, pari a 0,625 % e per la legge
16 dicembre 1914 un nuovo decimo e cioè 1,25 %: quindi pri-
ma degli inasprimenti causati dalla guerra l'aliquota sul red-
dito dei fabbricati ammontava effettivamente al 18,125 %.
Addizionale 5 % e dal decimo della legge 15 decembre 191 4
erano esenti le quote non superiori alle lire 15 nel distretto di
imposta, le quali (calcolate sull'aliquota principale erariale del-
la legge II maggio 1865, che è del 12.50 %) corrispondono ad
un reddito imponibile di lire 120 (ciò che equivale a 160 lire di
reddito lordo per i fabbricati civili e a 180 lire di reddito lordo
per i fabbricati industriali). Prima della guerra, così, l'imposta
sui fabbricati colpiva in ragione del 16.25 % i redditi imponi-
bili sino a 120 lire e con un'aliquota del 18.125 % i redditi su-
periori alle 120 lire. Le due aliquote (16.25 e 18.125 %) sono
soltanto figurative, perchè, come si è detto, accertato il reddito
lorde del fabbricato da esso deve detrarsi una quota per ripa-
razioni coll'ammortamento (un quarto del reddito lordo per le
case civili ed un terzo per gli opifìci) ; onde una casa di abita-
zione il cui reddito lordo è di 1000 lire è colpita per 750 lire
(1000-250 : reddito lordo meno il quarto) ed un opifìcio indu-
striale il cui reddito lordo è parimenti di 1000 lire e colpito per
lire 666,66 (1000-333,33 : reddito lordo meno il terzo) ; l'ali-
quota cosi è ridotta di un quarto per le abitazioni e di un terzo
per gli opifici, quindi in realtà colpisce in ragione di 13.59375 %
le case civili e in misura del 12.0933 % i fabbricati industriali.
Tutte le case civili e tutti gli opifici industriali sono trattati
ad un modo, il che crea una sperequazione, in quanto le spese
sono variabili da casa a casa e da opificio ad opificio, mentre
CAP. XV. j l'imposta sul reddito edilizio 429
la detrazione è sempre identica, e però sono colpiti più dura-
mente case ed opifici che hanno bisogno di spese di manuten-
zione più alte.
È bene notare che già prima della guerra l'imposta italiana
sui fabbricati, in seguito al decreto 15 ottobre 191 4 ed alla
legge 16 decembre 19 14, che escludevano dallo addizionale del
5 % e dal nuovo decimo le quote d'imposta non superiori a
lire 15 nel distretto dell'agenzia, e cioè i fabbricati con reddito
imponibile di lire 120 (pari a 160 di reddito lordo per le case
civili e a 180 di reddito lordo per i fabbricati industriali), era
divenuta leggermente progressiva, in quanto era del 16.25 %
sino allo imponibile di 120 lire e del 18.125 % al disopra delle
120 lire imponibili. È però col decreto luogotenenziale del 9
settembre 1917, num. 1546, che l'imposta sui fabbricati è tra-
sformata, in Italia, da proporzionale in progressiva. L'articolo
3 del decreto-legge 9 settembre 191 7, infatti, determinava che
a decorrere dal i» gennaio 19 18, l'imposta dovesse applicarsi
con le seguenti aliquote :
i.o quote d'imposta che in base all'aliquota del 16 % non
superino nel distretto di agenzia le lire 15 e cioè redditi sino a
lire 93,75, aliquota 16 %.
2.0 quote d'imposta che in base all'aliquota del 18 % sia-
no comprese nel distretto di agenzia fra lire 15.01 e lire 30, e
cioè redditi fra lire 93,76 e 166,67, aliquota 18 %.
3.0 quote d'imposta che in base all'aliquota del 20 % siano
comprese nel distretto di agenzia fra lire 30,01 e lire 200 e cioè
redditi fra le lire 166,68 e 1000, aliquota 20 %.
4.0 quote d'imposta superiori alle lire 200 e cioè redditi
superiori a lire 1000, aliquota 22 %,
Tali aliquote comprendono i decimi di guerra delle leggi 28
maggio 1867, num. 3719 ; 26 luglio 1868, num. 4513 ; 16 decem-
bre 191 4 num. 1354 ed i centesimi addizionali del decreto le-
gislativo 15 ottobre 191 4 num. 11 28. La innovazione doveva
avere carattere temporaneo e cessar colla pace : i redditi dei
fabbricati, infatti, avrebbero dovuto essere colpiti dalla im-
posta normale sui redditi, come quelli dei terreni e di ricchezza
mobile, (articoli i e 2 del decreto 24 novembre 1919 num.
2162), nella categoria A 2, e nella misura del 18 % del loro
430 SCIENZA DELLE FINANZE [LIBRO II.
ammontare netto (articolo 7). La riforma delle imposte di-
rette sui redditi avrebbe dovuto avere effetto dal 1° gen-
naio 192 1 ; ma il decreto legge 7 novembre, 1920, num.
1542, ne prorogava l'applicazione al i» gennaio 1922 e sanciva
che sino a quando alla effettiva applicazione di essa l'imposta
sui fabbricati sarebbe stata applicata secondo le norme e con
le aliquote indicate. Per T accertamento del reddito edi-
lizio si segue il sistema delle dichiarazioni controllate da giun-
te di stima. L'agente delle imposte compila le schede dei pro-
prietari di fabbricati e le trasmette al sindaco. Il proprietario
iscrive nella scheda per ciascun fabbricato il reddito risultante
dagli affìtti in corso, se ci sono, o il reddito presunto, se non
è dato in affitto, presentando tutti i documenti (contratti di
locazione etc.) a conferma della dichiarazione fatta. L'agente
controlla le dichiarazioni dei proprietari e pubblica infine l'elenco
dei redditi denunziati e confermati o denunziati e rettificati
o iscritti di ufficio o concordati. Contro l'accertamento dell' a-
gente il proprietario ha ricorso alla commissione mandamen-
tale, in prima istanza, alla provinciale, in seconda, ed in terza
istanza alla commissione centrale per cassazione. Quando il
reddito è accertato è iscritto nel registro catastale. A giudicare
degli effetti della trasformazione della imposta sui fabbricati
susseguente al decreto legislativo 9 settembre 19 17 basterà
ricordare che mentre nello esercizio 1916-1917, precedente la
riforma, l'imposta fruttò 143 milioni nell'esercizio 1919-1920
rese, invece, 157 milioni.
Nel 1921 dette, invece, allo Stato 197.800.000. Ma anche qui,
come nella imposta fondiaria sui terreni -, il maggior carico
deriva dai centesimi addizionali che i contribuenti pagano a
province e comuni.
Nel 1921 infatti alle province dettero, per addizionale sui
fabbricati 138.600.000 lire e ai Comuni 247.300.000. In tutto
(Stato, province e comuni) 1' imposta sui fabbricati fruttò
583.700.000 lire. Facendo eguale a 100 il reddito della im-
posta neir esercizio 1914-1915 , data a Stato ed enti locali,
e che fu di 118.000.000, nel 1921 esso diventa 209,8. L'im-
ponibile sui fabbricati è cresciuta meno di quella sui terreni.
In Francia, la contribution fondere sur les propriétés ha-
CAP. XV.] l'imposta sui fabbricati 431
ties è una delle migliori imposte della Repubblica. Sino al
1890 essa era unita a quella sui terreni; d'allora è indipen-
dente da essa, ed è di quotila. Per la legge dai 29 marzo 1914,
colpisce in ragione del 4 % il reddito netto, che è determinato
sul valore locativo reale, dedotti il 25% per le case di abita-
zione e il 40% per gli opifici, per manutenzione e riparazioni.
Sono esenti gli edifici adibiti ad uso pubblico e al culto, i
fabbricati occorrenti alle industrie rurali, gli edifici di nuova
costruzione o quelli in riparazione. La valutazione del reddito
imponibile è fatta dall'amministrazione (per la legge del 19 14) in
concorso coi rappresentanti dei proprietari. Anche in Francia
i dipartimenti ed i comuni impongono centesimi addizionali
sulla contribution fondere sur les propriétés hàties.
In Inghilterra i redditi dei fabbricati sono colpiti dalla ce-
dola A dell' income - tax, allo stesso medo che i redditi dei ter-
reni, come si è innanzi detto. Uinhahited house duty è un im-
posta sugli affitti e non un'imposta sui redditi dei fabbri-
cati; non va quindi confusa con quella.
In Danimarca, per la legge 15 maggio 1903, che sopprime
le vecchie imposte sui terreni e sui fabbricati, tutti gli im-
mobili, valutati al loro valor commerciale, e quelli destinati
ad abitazione, valutati anche in ragione del loro valore loca-
tivo, sono sottoposti ad un'imposta dell'i % del loro impo-
nibile.
NOTA.
Uimposta sui fabbricati in Italia.
L'imposta sui fabbricati in Italia è tra quelle che sono venute più ra-
pidamente crescendo. Dal 1862 al 1921 la sola imposta di stato è passata
da 36,7 milioni a 197.800.000.
La legge 26 gennaio 1865, che regola questa imposta, dispone nell'art.
1 : a I fabbricanti e ogni altra stabile costruzione saranno soggetti, in pro-
porzione del loro reddito netto, ad una imposta la cui aliquota uniforme
sarà determinata con apposita legge ».
Nei vecchi stati italiani questa imposta era molto diversamiente rego-
lata. Tranne che nel vecchio censo milanese, nel Pontificio, e nel regno di
Sardegna dopo il 1852, l'imposta sui fabbricati andava confusa dovunque
con l'imposta sui terreni. Era abbastanza grave in Piemonte e in Lom-
bardia ; tenue in Toscana, nello stato Pontificio e nel regno di Napoli.
432 SCIENZA DELLE FINANZE [LIBRO II.
Le modificazioni portate alla legge del 1865, tranne quella fatta Vii
maggio dello stesso anno, con cui il tributo fu trasformato sulla base della
quotità, non ne hanno modificata la struttiura essenziale. La stessa legge
dell'i I luglio 1887 non ha mutato la natura di questa imposta. Tutti i
fabbricati vengono colpiti purché non abbiano publica destinazione, se-
condo la loro pigione reale o presunta, sia che si tratti di case di abita-
zione, sia che si tratti di stabilimenti industriali.
Nel concetto di coloro che la idearono e l'attuarono, la imposta sui
fabbricati si presentò molto diversamente. Minghetti e Sella, che ne fu-
rono i veri autori, la considerarono da due diversi punti di vista. Secondo
Minghetti la imposta sul reddito dei fabbricati, dando modo di cono-
scere le spese per le abitazioni, dovea essere sopra tutto un mezzo di ac-
certamento per scoprire il reddito complessivo e colpirlo con imposte per-
sonali. Sella voleva invece che fosse una semplice imposta reale sul pro-
dotto dei fabbricati.
L'imposta sui fabbricati in Italia colpisce il reddito netto di tutte le
case di abitazione e dei fabbr'cati industriali, ad eccezione delle costru-
zioni rurali e concede una deduzione annuale fissa di un terzo per gli opi-
fici. Quando il proprietario abiti egli stesso la sua casa, il reddito è pre-
sunto nella somma che rendono altre case di abitazione della stessa na-
tura date in fitto. La legge italiana distingue tra case di abitazione, opi-
fici e costruzioni rurali. Sono considerate come opifizi le costruzioni o
parti di costruzioni destinate a una industria o manifattura esercitata
specialmente per mezzo di meccanismi o apparecchi inamovibili. Sono
esenti dalla imposta : a) i fabbricati destinati all' esercizio dei culti ;
6) i cimiteri con le loro dipendenze; e) i fabbricati demaniali dello Stato co-
stituenti le fortificazioni e le loro dipendenze. Sono del pari esenti da im-
poste le costruzioni o parti di costruzioni rurali con i loro accessori, quan-
do appartengono allo stesso proprietario dei terreni cui servono e sono
destinate all'abitazione di coloro che coltivano il terreno di cui il fabbri-
cato è dipendenza ; il ricovero del bestiame necessario per la coltivazione
o alimentato dal terreno su cui vive ; o alla conservazione e prima mani-
polazione dei prodotti del terreno medesimo. L'imposta è applicata ora
sulla base della quotità, con aliquote però molto elevate. L'accertamento
del reddito è fatto secondo il sistema delle dichiarazioni e i redditi sono
riveduti ogni cinque anni.
L'imposta sui fabbricati in Italia ha un grave difetto : essa tende a col-
pire assai più le regioni a popolazione agglomerata che quelle a popola-
zione scarsa. Quindi accade che l'Italia meridionale, che pure ha meno
grandi città e meno ricchezza, paghi in realtà di più : spes-o, come è stato
dimostrato, ( N i t t i : // bilancio dello Stato ) non solo relativamente,
ma anche assolutamente. Tenendo conto delle singole cause pertiirba-
trici, si può quasi ritenere come un fatto costante che in Italia rimpasta
sui fabbricati tende a colpire più aspramente gli abitanti delle zone di cui
V agglomer amento è maggiore. Con popolazione presso che eguale, Potenza
poverissima paga più di Udine, Bari assai più di Alessandria, relativa-
mente assai prospera. Lecce più di Cuneo, ecc. Tutto ciò perchè la popò-
CAP. XV.] LE IMPOSTE SUI FABBRICAI I 433
lazione dell'Italia meridionale è, per la sua povertà stessa, agglomerata :
ora secondo l'asurdo criterio che domina, comune piccolo significherebbe,
agli effetti della imposta, comune povero e popolazione sparsa, popola-
zione povera ; mentre è assolutamente vero il contrario.
Benché manchino criteri precisi per distinguere la popolazione agglo-
merata dalla sparsa, si può bene accettare il criterio ammesso dalla sta-
tistica italiana. Ora se adottiamo tale criterio possiamo distinguere in
Italia tre grandi zone ; agglomer amento minimo, dal 40 al 54 % Veneto,
Marche, Emilia, Umbria, Toscana ; agglomer amento medio dal 70 al 76 %
Piemonte, Liguria, Lombardia ; agglomer amento massimo da 82 a 93 %
Lazio, Abruzzi, Campania, Puglie, Sicilia, Calabria, Basilicata. L'Italia
meridionale costituisce, tranne piccole zone, un grosso fondo di popola-
zione e di agglomeramento. Ma l'esistenza di grosse borgate, dipendente
da cause storiche o climatiche, lungi dall'essere considerata come un fat-
tore di prosperità, è prova quasi sempre di povertà agricola e di difficoltà
di sviluppo.
L'imposta media pagata per ogni abitante nel quinquennio 1894-1898
è stata : Italia settentrionale 2.89, Italia centrale 3.39, Italia meridionale
2.56, Sicilia 2.00, Sardegna 1.89, Non ostante, dunque, che il Nord sia
di gran lunga più ricco e le città siano più numerose e più prospere, l'im-
posta sui fabbricati colpisce quasi allo stesso modo le provincie setten-
trionali e le meridionali : anzi, assai spesso, le più duramente colpite sono
le Provincie del Sud. Se si tolgono i proventi dell'imposta edilizia delle
città, al di sopra di 60 mila abitanti, Bari e Napoli per il Sud, e per il Nord
Alessandria, Brescia, Genova, Milano, Padova, Torino, Venezia, Verona,
si vedrà che la proprietà edilizia paga quasi tre volte di più nell'Italia me-
ridionale che nella settentrionale. In Italia Vimposta sui fabbricati esen-
tando quasi le regioni a popolazione sparsa, colpisce assai duramente le re-
gioni a popolazione agglomerata, senza tener conto né della entità del reddito
edilizio, ne del valore degli stabili.
Ancora venti anni fa, non solo relativamente, ma assolutamente, l'Ita-
lia meridionale pagava più della settentrionale. Nel 1877 con una popo-
lazione (in cifra tonda) di 9.847.000, abitanti, Piemonte, Liguria, Lom-
bardia, Veneto davano tutti insieme 19.802.000 cioè lire 2.01 per abitante.
Nell'istesso anno la quota per abitante era nell'Italia meridionale (esclusi
gli Abruzzi) di lire 2.17. A venti anni di distanza, nel 1897, la quota per
abitante era nell'Italia settentrionale di 2.90 e nella meridionale di 2,74.
Ma viceversa il rapporto di ricchezza fra le due grandi zone era di molto
spostato. Si è creduto dal Parlamento sempre che i comuni piccoli, o ri-
sultanti da numerosi aggregati di popolazione sparsa, costituiscano pei
comuni poveri. Così le leggi d'imposta non soltanto, ma le leggi sull'istru-
zione, sui lavori pubblici, in generale tutte le leggi amministrative, lungi
dal riconoscere che la popolazione agglomerata, quando non risulti da
sviluppo industriale, è effetto di condizioni naturali e sociali avverse, la
considerano come prova o causa di ricchezze.
Sull'imposta dei fabbricati nei vecchi stati italiani cfr. Alessio,
op. cit., voi. I, cap. VI; Ricca-Salerno: op. cit. cap. V, ecc. Sulla
434 SCIENZA DELLE FINANZE [LIBRO II.
imposta sui fabbricati in Italia v. pure MadonClementini: Trat-
tato delVitnposta sui fabbricati, Genova, 1879, e Stanco: Trattato sulle
imposte dei fabbricati, Napoli, 1909.
XVI.
Le imposte sui plus valori immobiliari
143. Quando Stuart Mill, considerando gli effetti di un fe-
nomeno naturale, quale rendita, e guardando alle ultime con-
seguenze di esso, proponeva di prelevare, a mezzo di un'imposta,
a vantaggio della collettività, gli incrementi di valore indipen-
denti dalle applicazioni di capitale e di lavoro sul terreno, i
cosi detti incrementi non guadagnati, unearnedincrements estra-
nei ad ogni attività del proprietario, parve parlasse da socia-
lista e, in ogni caso, da uomo avverso all'istituto della proprietà
privata* ; quando Wallace e Henry George, più specialmente
questi per la rendita urbana, insistevano sullo stesso concetto
del Mill, parvero sognatori. In nome del diritto si reagiva: ogni
incremento di valore, si diceva, è un'accessione della proprietà e
perciò appartiene al proprietario, come a suo danno cadono i
deprezzamenti della cosa posseduta : or se lo Stato non inden-
nizza chi perde, come potrebbe colpir chi guadagna, senza espro-
priarlo, nei modi di legge ? Un'imposta sui plus valori, viole-
rebbe, si aggiungeva, il principio della uniformità e si risol-
verebbe in una vera forma di espropriazione forzata, contraria
ad ogni diritto acquisito, violenta, pericolosa. Inoltre, si notava
il plus valore non è che raramente non guadagnato e non lo è
mai in teoria : gli incrementi di valore sono niente altro che una
conseguenza della rendita fondiaria od edilizia; se si ammette
questa massima, in corrispettivo del servizio che il proprietario
rende alla società coltivando, servizio che è della massima im-
portanza, come negare poi il diritto agli aumenti di valore, che
corrispondono ad aumenti di rendita ? In ogni caso, si conti-
nuava, se i plus valori sono una conseguenza dell'attuale ordi-
* Stuart Mill, Principles, L. V. Cap. II, § 5.
CAP. XV.] LE IMPOSTE SUI PLUSVALORI 435
nainento giuridico e si vuole colpirli non si può d'altro canto
indennizzare le diminuzioni di valore, quando queste sono
anche esse estranee all'attività del proprietario e dipendono
dall'azione collettiva direttam.ente o indirettamente ; occorre-
rebbe, sostiene qualcuno, indennizzare almeno quegli ammanchi
di valore che dipendono dall'azione collettiva diretta * : così
se le case di una strada restano svalutate unicamente per il
fatto che è stata costruita al disopra di esse una ferrovia aerea,
occorre indennizzare i proprietari dal m.omento che li avreste
colpiti ove da un'opera stradale i loro stabili avessero avuto
vantaggio. Ai propositi di Stuart Mill, di Wallace, di George,
cosi, altri si opponevano, che o negavano addirittura la possi-
bilità di plus valori non guadagnati e di conseguenza quella di
colpirli ; o, ritenendo che i fenomeni di sopra valutazione dei
suoli, specie nelle città, si risolvessero in veri pericoli, escogita-
vano il modo di arrestarli, indennizzando i proprietari. Gossen,
Walras, Wagner proponevano il riscatto o riacquisto in tutti i
casi in cui era avvenuta la prescrizione acquisitiva ; Laveleye
preferiva che Stato e Comune tenessero per loro i terreni non
fabbricati, percepissero gli incrementi di valore e aiutassero con
il ricavato da essi le classi povere, diminuendo le imposte; Leroy
Beaulieu suggerisce l'esproprio soltanto dei terreni non fabbri-
cati che si dovrebbero poi vendere agli incanti, in piccoli lotti,
ai costruttori privati. Desideri e teorie contrastano, mentre i
fatti camminano, il che avviene assai spesso, per conto loro. Ed
è interessante notare che mentre la concezione teorica di un'im-
postasugli incrementi di valore fondiarij fu di scrittori anglo-sas-
soni in Europa le prime traduzioni in pratica di quella ideasi
ebbero nelle città tedesche. Ciò che avea colpito George: l'enor-
me aumento di valore nei suoh urbani finì col richiamare l'at-
tenzione di tutti.
Quando si tratta di miglioramenti fondiari od agrari non
è a parlare di veri plus-valori non guadagnati : questi possono
aversi anche nelle proprietà rustiche, ma devono dipendere da
circostanze favorevoli estranee all'opera del proprietario e solo
* R.Brunhuber: Thi taxation of the unearned incremetit in Ger-
tnany, in Quatetly Journal of Economics, Voi. XXII, pag. 102.
43^ SCIENZA DELLE FINANZE [LIBRO II.
allora possono essere colpiti dal fisco. Il campo classico degli
incrementi di valore non guadagnati non è nella campagna, è
nella città , è nella vicinanza del centri, dei grandi opifici, delle
grandi vie di comunicazione interne, costruiti dalla colletti-
vità, a spese di tutti ; e dunque un sacrificio collettivo o un
insieme di combinazioni favorevoli, estranee ad una qualsiasi
opera del proprietario, finiscono col profittare a lui, al di fuori
di ogni sacrificio o di ogni sforzo.
Le necessità di bilancio hanno man mano indotto gli uomini
di governo a porre gli occhi su codeste forme di arricchimento,
che il lavoro non giustifica. Se non è sempre possibile colpire i
guadagni di congiuntura, anzi se in fondo ad ogni arricchimento
notevole e repentino è un guadagno di congiuntura che le im-
poste possono colpire solo nei modi ordinari o pure in causa di
trapassi, quando l'incremento di valore non è frutto di un caso
favorevole che si incontri con l'attività del contribuente, ma
avviene al di fuori e al di sopra di ogni suo sforzo, e il più delle
volte in virtù di sacrifici collettivi, di innovazioni che costano
a tutti somme ingenti, e finiscono col giovare di più a pochi, si
spiega che lo Stato voglia partecipare agli aumenti di valore,
che sono al postutto una conseguenza diretta o indiretta dell'o-
pera sua. È una ferrovia chfe si costruisce, con spesa grande, e
i terreni che la fiancheggiano acquistano un valore assai più
alto di quello agricolo di prima; è un porto che si apre, a spese
di tutti, e i suoi vicini diventano preziosi ; sono grandi lavori
edilizi che si fanno a cagionano improvvisi e colossali apprez-
zamenti degli edifici urbani: in ciò l'opera dello Stato o del Co-
mune è diretta, e che lo Stato e il Comune chiedano di parteci-
pare a guadagni cui i proprietari non hanno in nulla contribuito
se non in quanto sono contribuenti, e che la collettività ha ca-
gionati, non può dirsi strano. I proprietari urbani reahzzano,
nei grandi centri, ogni giorno può dirsi, guadagni incredibili :
a Parigi, l'inizio del lavori per una nuova linea della Me-
tropolitana faceva aumentajre, come per incanto, valore dei
suoli e affitti. Dovunque l'opera degli enti pubblici interviene
a migliorare, a trasformare, a risanare, ad aprire nuove vie
o a dare nuovi mezzi ai traffici, terreni, lasciati sino allora tra-
scurati ed incolti o malamente coltivati, o sia pure coltivati
CAP. XV.] LE IMPOSTE SUI PLUS VALORI 437
bene a scopi agricoli, si apprezzano considerevolmente; qualche
volta vecchie case, richieste solo da poverissima gente, per una
nuova via che si apre decuplano di valore, altre fiate terreni
abbandonati e recinti da macerie se una linea ferroviaria o
tramviaria li traversa divengono d'improvviso suoli da edifi-
care che gli speculatori accaparrano per rivendere a prezzi ele-
vatissimi poco dopo. È l'incremento della popolazione, lo svi-
luppo della ricchezza, l'attività dello Stato o del comune che
causano tutto ciò, senza alcun merito dei proprietari che si ve-
dono arricchiti. Non è poi, dunque,ingiusto che la società, par-
tecipi con un'imposta a questi plus valori, ch'essa ha creati.
Se mai l'imposta può avere un fine economico, se in qualche
caso può agire utilmente sulla distribuzione della ricchezza è
proprio qui : vi è chi guadagna sui sacrifizi di tutti, vi è eh
arricchisce mentre la maggioranza di coloro che, pagando, hanno
contribuito a farlo arricchire resta povera, e vi è sopra tutto
chi sconta del suo l'arricchimento dell'altro, in ciò che paga di
più per l'affitto di una terra, di una casa, per l'acquisto di un
suolo ; è perfettamente spiegabile che il favorito ceda una parte
della sua fortuna a vantaggio di tutti, a vantaggio dei meno fa-
voriti, sovra tutto dei più poveri.
Ma vi è dell'altro. Non sempre il plus valore è causato nei suo li
urbani da semplici condizioni di favore creati da lavori di mi-
glioramento o di trasformazione edilizia, e non lo è sempre
nemmeno là dove una ferrovia o un porto si costruiscono. Il più
delle volte la speculazione si occupa di fare il resto, accapar-
rando i suoli o i terreni a prezzi vili, quando s'intuisce o si pre-
vede sicuramente che rialzeranno di valore, per rivenderli dopo
più cari, quando e come si vorrà. Allora gl'interessi generali
sono in grave conflitto con quelli degli accaparratori, che agi-
scono in monopolio perfetto o imperfetto e graduano l'offerta
come meglio loro aggrada, per sfuggire il più che è possibile
alle reazioni delle quantità offerte sui valori di scambio : s^ vende
man mano, a questi si e a quegli no, si temporeggia, si adotta il
prezzo multiplo più conveniente. A volte si cerca di accapar-
rare il suolo e lo si conserva per attendere che aumenti di va-
lore ancora, mentre nelle città è grave penuria di abitazioni e i
poveri e i modesti redditieri soffrono dei gravissimi affitti ;
Nitti. 29
438 SCIENZA DELLE FINANZE [LIBRO II.
a volte si compra per edificare alla impazzata o per ipotecare
terreni e nuove fabbriche, provocando crisi spaventevoli del
credito immobiliare e delle imprese di costruzione, come avviene
assai spesso nei sobborghi delle grandi città. Così ai plus valori
che diremo naturali si aggiungono quelli di speculazione, più
cervellotici, più gravi che mai ; e la popolazione soffre. S'in-
tende che prima o dopo l'equilibrio deve ristabilirsi. L'impo-
sizione dei plus-valori immobiliari è un rimedio contro la spe-
culazione, sia che voglia colpire la immobilizzazione dei suoli
in poche mani, sia che tenda a limitare le vendite. Nel primo
caso si imporranno progressivamente i suoli con un tasso che
crescerà colla durata della immobilizzazione ; l'imposta prele-
verà così una parte crescente del plus-valore se essa non è do-
vuta a miglioramenti nell'immobile. Nel secondo caso si pro-
cederà inversamente incoraggiando la conservazione della pro-
prietà, mediante un'imposta degressiva sui plus-valori gra-
duata in base al tempo in cui quella resta nelle mani delle mede-
sime persone, diminuendo il tasso a misura che vi resta più a
lungo. Quando l'imposizione dei plus valori immobiliari si pro-
pone di combattere la speculazione sugli incrementi artificiali
del valore dei terreni, cessa di avere uno scopo fiscale per con-
servarne uno esclusivamente sociale : limitare lo sviluppo degli
unearned increments, i cui effetti sono così gravi ; potrebbe dirsi
quindi che in questo caso lo Stato miri a dare all'imposta un
carattere proibitivo che dovrebbe renderla necessariamente in-
fruttifera o assai poco fruttifera. Ma, poi che è sempre quistione
di misura quando l'imposta non è grave, è improbabile che rag-
giunga in tutto l'effetto desiderato, e quindi finirà col limitare
ma non arresterà la speculazione, la quale del resto si esercita
comunque quando non si riesca ad elidere colla imposta l'in-
tero plus-valore, ciò che non è facile; di conseguenza un tri-
buto siffatto sarà sempre redditizio per il fisco *.
* Confronta per quanto riguarda la giustificazione delle imposte sui
plus-valori immobiliari : WilliamOualid: UlmposiUon des plus
valeurs immohilières et ses applications en Allemagne, in Revue de Science
et Lègislation Financières VII annèe, num. 2, 1910, pp. 174-180 ; i rias-
sunti dei motivi della imposta nelle ordinanze della città di Francoforte
(Bulletin de Statistique et Lègislation comparéei tome LX, p. 767) e di Co-
CAP. XV.] LE IMPOSTE SUI PLUS VALORI 439
Per un verso o per l'altro, l'imposizione dei plus valori, è
una fonte di entrate per gli Stati o per i comuni, sino a
non molti anni or sono sconosciuta e, dato lo sviluppo sempre
crescente delle spese pubbliche e l'ansiosa conseguente ricerca di
nuovi mezzi, è possibile prevedere che gli esempi che si ebbero
della sua applicazione saranno imitati. Qualche scrittore pre-
vede che i tributi sugli incrementi di valori immobiliari non
guadagnati potranno far ridurre in seguito i diritti sulle tra-
smissioni immobiliari, sia per vendita, sia per eredità, ad un
limite che non scoraggi, le aliquote troppo elevate. Nella le-
gislazione dell'Australia si avevano già esempi di imposte fon-
diarie progressive sui terreni non migliorati *, ai quali si è in-
nanzi accennato ma è in Germania che le imposte sui plus valori
immobiliari acquistano per la prima volta assetto organico,
nella forma d'imposte locali. Il primo saggio si ebbe a Magonza
nel 1872; quando furono compresi nuovi terreni nella cinta della
città una legge speciale stabili un'imposta sul plus-valore che
avrebbero acquistati questi terreni. In seguito, la legge Prus-
siana 14 luglio 1893 permise ai comuni d'imporre gli incrementi
di valore causati da lavori pubblici, e la stessa li autorizzò in
genere a esigere le imposte sui fabbricati non in base al reddito,
ma al loro valore attuale, facoltà della quale aveano usato, nel
1906, 234 municipi. L'imposta sui plus valori propriamente
detta vigeva in 15 città prussiane, tra le quali sono da ricordare
Francoforte sul Meno (ordinanza 14 febbraio 1904) , Colonia
(ordinanza 15 luglio 1905). Essen (ordinanza 5 giugno 1906) ,
Dortmund (ordinanza 8 settembre 1906) f. La Germania
praticava questa imposizione nel possedimento ora perduto di
Ionia {Bull, de Statis, et Législation comparée tome XL, pag. 770 ; B r u n-
h u b e r : The taxation of unearned increment in Germany, in. Quaterly
Journal of Economie, voi. XXII, pag. 83.
* A. F. D o d d : Taxation of land values in Australia, in Economie
Journal, 1904, pag. 401.
t Confronta : Bulletin de Statistique et Législation Comparée, 1906, II,
p. 764 ; Finanz Archiv. XXIII, p. 390 ; H o 1 e o m b e : The financial
results of the increments-tax in German cities, in Quaterly Journal of Eco-
nomics, voi. XXIV, 1909, p. 194 ; W i 1 s o n F o x : The rating of land
values, London, 1908 ; Natoli: L'imposta sull'incremento di valore del
suolo urbano, Palermo, 1909.
440 SCIENZA DELLE FINANZE [LIBRO II.
Kiau-Ciau : il tributo si riscoteva a periodi fissi di 25 anni,
nella misura corrispondente al terzo del plus valore che si è
verificato nello intervallo; l'amministrazione, ad evitar la frode,
si riserbava il diritto di preenzione sull'immobile sopra valu-
tato; cosi si era riescito colà a fugare gli speculatori con discreti
risultati fiscali. La Germania stabiliva con la legge 15 luglio 1909
che a datare del 19 12, i plus valori immobiliari venissero colpiti
in tutto il teritorio della Confederazione germanica a favore
dell'impero: cosi il tributo passava da locale a federale. In In-
ghiltéìTa, la legge di finanza del 1910, proposta da Lloyd
George, introduceva l'imposizione dei plus valori immobiliari e
minerari. In Austria era lasciata ai comuni facoltà d'imporre
gli incrementi di valore non guadagnati. In Danimarca non
vi è una tassazione speciale dei plusvalori, ma, per la legge
del 15 maggio 1903 *, tutti gli immobili vengono stimati al
loro valore commerciale e la stima si ripete ogni dieci anni,
sul valore di stima si paga, ogni anno ri.i%: ogni de-
cennio, quindi, gli aumenti di valore, vengono colpiti da im-
posta. In Francia, il deputato Cornaud presentò in luglio
del 1907 una proposta di legge tendente ad autorizzare i co-
muni a prelevare imposte sui plus valori urbani, la quale fu
respinta nel 1909, col pretesto che i comuni avrebbero potuto
servirsi a questo scopo della legge 16 settembre 1807 (F arti-
colo 30 di essa autorizza l'imposizione degli incrementi di va-
lore, ma la legge non è mai stata applicata per l'interpreta-
zione troppo restrittiva che ne ha dato il Consiglio di Stato) e
di quelle sui lavori pubblici del 3 maggio 1841 (articolo 51)
e del 29 decembre 1892 (articolo 14). A Parigi, a Lione e in
qualche altra città francese, gli aumenti di valore sono colpiti
indirettamente come in Danimarca : vi è una tax sur lu valeur
venale des propriétés hàties et non hàties, che rende al municipio
di Parigi 14.500.000 franchi e a tutte le città che la hanno in
complesso 14.700.000 franchi; ma né nella città francesi né in
Danimarca si tratta di vera imposizione sugli incrementi non
guadagnati f.
* Confronta per il testo della legge Danese il Bulletin de Siatistique et
Lègislation Comparèe, 1908, II, p. 85.
t J è z e : Finances, pag. 857.
CAP. XV.] LE IMPOSTE SUI PLUS VALORI 44I
Vere imposte sui plus valori immobiliari non esistevano dun-
que che in Germania dal 1909 e in Inghilterra dal 1910. Le
prime difficoltà s'incontrano nel determinare ciò che si deve
imporre ; perchè l'imposta conservi il suo carattere deve colpi-
re esclusivamente ciò che Lloyd George chiama valore stret-
tamente non guadagnato, il plus valore che non provenga da
miglioramenti, da costruzioni, in genere dall'opera del proprie-
tario ; mentre la descriminazione fra plus-valore guadagnato e
non guadagnato non è sempre agevole e può dar luogo ad er-
rori che sarebbero pericolose ingiustizie. Perchè errori non ac-
cadano occorre valutare anticipatamente caso per caso i valori
imponibili, il che può finire col costar troppo. Altra difficoltà
è nel tempo di percezione ; la si può esigere a periodi determi-
nati,* ed è il metodo migliore ; o ad ogni trapasso di proprietà
per vendita, donazione o successione, o ad ogni nuovo affitto,
là dove, come in Inghilterra per i suoli urbani, si usano affitti
a lunga scadenza f. Quale sarà, infine, il tasso della imposta ?
Un tasso assai mite non raggiungerebbe lo scopo ; uno assai alto
che confiscasse col tributo tutto ì'unearned increment, come vo-
leva Henry George, potrebbe avere conseguenze imprevedi-
bili. Lloyd George, si limitava a proporre nel 1909 il tasso del
20% sui plus-valori non guadagnati, o strettamente unearned;
ebbene un'associazione di competenti, la Souyveyors' Association,
i cui membri sono per prof essione in grado di giudicare intorno
alle valutazioni della proprietà fondiaria, protestava anche
contro quel tasso, come contro l'imposta in genere, perchè essa
avrebbe recato grave danno, si diceva, al valore dei terreni di
qualsiasi natura, perchè i capitalisti avrebbero preferito im-
piegare il loro denaro in titoli anzi che nell'acquisto di immo-
bili, il cui eventuale plus-valore venisse tassato in ragione del
20%; e poiché non bisogna dimenticare, continuava, che quel
plus valore non è nella maggior parte dei casi che l'arretrato
degli interessi dei capitali di acquisto *.
Una legge la quale sanzionasse senz'altro l'imposizione di
t J è z e : Finances, pag. 856.
* Confronta il Bollettino di Statistica e Legislazione comparata, Anno
IX, Fascicolo IV, pag. 386.
442 SCIENZA DELLE FINANZE [LIBRO II
Ogni incremento di valore sarebbe addirittura ingiusta. Quanto
è frutto dell'attività dell'individuo (miglioramenti, trasfor-
mazioni) deve essere assolutamente risparmiato ; lo Stato deve
incoraggiare lo sviluppo della proprietà individuale e l'incre-
mento del reddito: ogni nuovo capitale che si forma è una nuova
fonte di ricchezza che si apre ; ostacolare la formazione dei
nuovi capitali è addirittura folle. Le imposte sui plus valori de-
vono quindi distinguere tra incrementi guadagnati e incrementi
non guadagnati : tra aumenti di valore che sono viceversa il
frutto dell'attività del proprietario e aumenti di valore che
sono viceversa il frutto dell'attività sociale o di circostanze for-
tuite estranee del tutto all'opera del proprietario, per colpire
solo gl'incrementi non guadagnati. I più moderati vogliono di-
chiarare non imponibili sinanco gli aumenti di valore dovuti
a cause fortuite e non dipendenti dalla attività sociale. Si rin-
viene, ad esempio, in un fondo, una cava, una sorgente, che ne
aumentano di molto il valore : è questo aumento di valore
imponibile agli effetti di un'imposta sui plus valori ? Poi che
la società non ha contribuito in nulla allo incremento, la pra-
tica tedesca decise che aumenti di valore dovuti a cause simili
non si dovessero imporre. In questo senso il plus valore im-
ponibile dovrebbe dipendere esclusivamente dall'attività so-
ciale. Distinguere fra incrementi guadagnati e non guada-
gnati è sempre difficile. La legge può anche determinare a priori
ciò che deve considerarsi come effetto dell'opera individuale
in contrapposto di ciò che è effetto dell'opera sociale ; discri-
minare non è agevole. Teoricamente si può senza inciampi de-
finire ciò che deve intendersi per plus-valore non guadagnato
{la differenza fra la valutazione attuale e la precedente o fra il
prezzo di vendita e il precedente, purché non dovuta alla attività
individuale del proprietario) , in pratica, per distinguere occorre
proporsi alcuni punti di vista che sono essenzialmente relativi
In quale momento, anzi tutto, si calcoleranno gli incrementi
di valore per colpirli? Si può valutare, al momento in cui entra
in vigore la legge, tutta la proprietà capace di diventar materia
imponibile, per poi determinare periodicamente, ogni tanti anni
gli incrementi di valore, per esigere l'imposta nella ragione che
la legge determina ; oppure può attendersi l'ora in cui la prò-
CAP. XV.] LE IMPOSTE SUI PLUS VALORI 443
prietà è trasferita per vendita, per donazione o per successione
per determinare quale aumento di valore essa abbia avuto tra
il passaggio attuale e la vendita o la donazione o la successione
imnaediatamente precedenti a quella in questione. Logicamente
è preferibile il primo sistema, in quanto rende impossibile le
evasioni per immobilizzazione della proprietà nelle mani di
società che*potrebbero sorgere allo scopo di creare plus-valori
non iniponibili : quando le valutazioni avvengono ogni tanti
anni e per tutti ninno può sfuggire all'imposta ; ma una va-
lutazione delle proprietà immobiliari è sempre cosa costosa che
spaventa gli stati o i comuni che volessero tentarla. Colpire gli
incrementi non guadagnati in occasione dei passaggi di pro-
prietà da una all'altra mano è più economico e anche più sem-
plice ; ma quando manca una valutazione preliminare le in-
certezze e forse anche le disparità non possono evitarsi. Un ter-
zo sistema si può avere, valutando preliminarmente la pro-
prietà e colpendo in seguito i plus-valori ad ogni trasferimento
di essa ; colpendo a parte le manomorte. La valutazione preli-
minare degli imniobili è sempre consigliabile, poi che qualche
volta non si possono calcolare gif incrementi non guadagnati
in base al valore della vendita o della successione precedenti
mancando gli elementi per farlo : si deve ricorrere ad elementi
induttivi, che, per quanto suggeriti da Stuart Mill, sono sem-
pre malsicuri e quindi non giusti.
In secondo luogo, come si calcolerà il plus valore non gua-
dagnato imponibile ? Occorre anzi tutto dedurre dallo impo-
nibile quanto può essere effetto dell'attività individuale del
proprietario ed esentare dalla imposta quella parte di incremento
che è guadagnata. Se si tratti di un fabbricato, quindi, si dedur-
ranno dallo imponibile, agli effetti della imposizione dei plus-
valori, tutte le spese di costruzione, di ricostruzione, di con-
servazione, di abbellimento. Se si tratta di un fondo rustico
si dedurranno dallo imponibile gli interessi del capitale di
acquisto calcolati dal giorno in cui il prezzo è divenuto esigi-
bile. Sia nel caso di proprietà urbane che in quello di pro-
prietà rustiche, si dedurranno dallo imponibile le spese na-
turali o fiscali (diritti di trasferimento, di bollo, etc.) che
-siano occorse al passaggio dell'immobile da una ad un' altra
444 SCIENZA DELLE FINANZE [LIBRO II.
mano, quando l'imposta si percepisce in occasione di trasferi-
menti. Non è poi possibile imporre tutti gl'incrementi di va-
lore, qualunque ne sia l'altezza : occorre che si stabiliscono
minimi di esenzione, perchè colpire anche gli aumenti poco
sensibili sarebbe non giusto in quanto queste imposte si pro-
pongono scopi sociali e fiscali insieme e cercano di far contri-
buire i più favoriti dagli effetti delle maggiori spése collettive
ai maggiori oneri pubblici ; quando il guadagno inoltre è poco
sensibile è più difficile ancora discriminare i valori non gua-
dagnati. Colpire i piccoli incrementi, per di più, equivale a
scoraggiare ogni spirito d'mtrapresa. Questo minimum di esen-
zione è bene che sia diverso per le diverse specie di beni impo-
nibili; più alto per i fabbricati, pei quali i proprietari hanno con-
tribuito alla creazione del plus-valore, con le spese di manu-
tenzione, di abbellimento ecc.; più basso, quando si voglia
darne uno, per i suoli edificatori, al cui incremento di valore
i proprietari non hanno in nulla contribuito. In quanto al tasso
della imposta, occorre insistere sul concetto che un tributo
Sugli incrementi di valore delle grandi proprietà [Zuwachsteuef]
deve sempre limitarsi a colpire i plus-valori strettamente non
guadagnati e più specialmente quelli che sono conseguenza
della attività collettiva: in questi limiti determinati, ogni plus-
valore è un regalo che l'attività, i sacrifizi degli enti di diritto
pubblico hanno fatto al proprietario, e, in buona giustizia,
l'incremento potrebbe spettare per intero ad essi. Ragioni di
convenienza, la difficoltà di discriminare nell'incremento to-
tale la parte non guadagnata dalla guadagnata, la preoccupa-
zione di non scoraggiare, con possibili errori, lo spirito d'intra-
presa, consigliano però di non espropriare a vantaggio del fi-
sco l'intero incremento di valore, ma di lasciarne una buona
parte al proprietario e perchè può avere anche egli contribuito
in qualche modo a crearlo e perchè non sia indotto ad astenersi
da ogni più viva attività dalla sicurezza che i maggiori frurli
di essa gioveranno solo allo Stato e al Comune e in nulla a lui.
Perchè l'imposta possa rispondere ad un concetto più sicuro
di giustizia, occorre che sia graduata, poi che solo saggi pro-
gressivi potranno agire utilmente sugli incrementi di valore,
in ragione della loro importanza : più moderati sugli aumenti
GAP. XV.] LE IMPOSTE SUI PLUS VALORI 445
minori, efficaci stimoli ad intense attività, e più gravi sui plus-
valori più alti, che possono agire come incentivo a non utili
accentramenti della ricchezza in poche mani. La graduazione
dell'imposta sarà progressiva quando si vuole impedire che la
plus-valenza non guadagnata s'immobilizzi ; sarà degressiva
quando si vogliono ostacolare le speculazioni e le vendite nu-
merose ed irregolari ; tenendo conto nell'uno e nell'altro caso
della durata del possesso sia che si tenda a combattere le im-
mobilizzazioni sia che si vogliano evitare i troppo frequenti
passaggi della proprietà. Cosi si gradueranno i saggi della im-
posta non solo in ragione dell'ammontare del plus-valore non
guadagnato, ma anche secondo la durata dell'intervallo tra
le due vendite o i due trasferimenti dell'immobile a titolo gra-
tuito *.
Con la legge relativa ai diritti imperiali di bollo {Reich-
stempelgesetz) del 15 luglio 1909, paragrafo 90, l'imposta
sui plus-valori [Reichswertzuwachssteuer) diventava un'im-
posta federale. «È per far fronte ai maggiori oneri di bilancio
(diceva nella sua esposizione finanziaria il Segretario di Stato
della Tesoreria dell'Impero, Wermuth) che i Governi con-
federati hanno risoluto di proporre l'introduzione di un'impo-
sta dell'impero sui plus valori degl' immobili f. Col paragrafo 90
della legge 15 luglio 1909, il governo germanico prendeva solo
l'impegno di introdurre a datare dal i aprile 1912, con legge
da presentarsi prima dell'aprile 1911, un'imposta sui plus-valori
immobiliari, calcolata in modo da produrre almeno 20 milioni
di marchi all'anno. L'impegno fu adempiuto anzi tempo dal
governo, e l'impero germanico ebbe la sua legge d'imposta sui
plus, valori immobiliari, che su quella degli 11 febbraio 1911.
L'imposta imperiale germanica introdotta con legge 14 feb-
braio 1911 era percepita, in occasione di trasferimenti di pro-
prietà degli immobili, sugli incrementi di valore che non pro-
venissero dal fatto del proprietario, quando il prezzo di ven-
* Per tutto ciò confronta : O u a 1 i d : U Imposition des plus values
immohilières et ses applications, in Revue et Lègislation financières. Tome
Vili, Num. 2, 1910, pp. 185-190.
t Confrónto BuUetin de statistique et Lègislation cómpdrèe, XXXIV an-
nèe, dicembre igio, pag. 667.
44^ SCIENZA DELLE FINANZE [LIBRO II.
dita dell'immobile, o, in caso di vendita parziale, il suo valore
complessivo superava i 20000 marchi se era un fabbricato e i
5000 marchi se si trattava di suolo libero, considerando come
suoli liberi anche quelli sui quali siano terre, hangars, capanne,
o altre costruzioni di simile uso. Al disotto di 20000 marchi
pei fabbricati e di 5000 per i suoli liberi vi era esenzione dal-
l'imposta, nel solo caso in cui il venditore o i suoi congiunti
non avessero goduto nell' anno precedente di un reddito su-
periore ai 2000 marchi e se uno di essi avesse venduto im-
mobili per professione abituale (articolo i). Se la vendita av-
veniva per conto di un terzo esso godeva dell'esenzione alle
stesse condizioni (reddito non superiore ai 2000 marchi) di
chi vendeva in nome proprio. Ad evitare la manomorta o in
genere le immobilizzazioni e le evasioni, la legge (articolo 3)
assimilava ad una trasmissione d'immobili quella del diritti
sui patrimoni di una società a responsabilità limitata, di una
società in accomandita, di un'associazione professionale, di una
società a scopo economico (Genossenshaft) registrata, di un'as-
sociazione registrata o di una società commerciale, in quanto
il patrimonio sociale constava d'immobili, se la messa in va-
lore degli immobili rientrava tra gli scopi dell' impresa o se
i 'associazione era stata creata a fine di sfuggire alla imposta
sui plusvalori.
L'obbligo di pagare l'imposta risultava dall'iscrizione del
passaggio di proprietà dello immobile nel libro fondiario o, se
questa iscrizione non era necessaria, dal fatto che provocava
il trasferimento; ove poi il libro fondiario non era ancora
impiantato, l'iscrizione del passaggio sui libri ufficiali teneva
luogo di quella sul libro fondiario. L'imposta sui plus valori
non si applicava nei casi di trasmissioni di beni per eredità o
per donazioni fra vivi, di costituzione o soppressione di un
regime di comunione di beni fra' coniugi, di passaggio di be-
ni fra coeredi, di acquisti fatti dai discendenti di beni degli
ascendenti, di apporti alle società costituite tra il venditore
e i suoi discendenti con esclusione di ogni estraneo, di appor-
ti che provenivano per successione a società fra coeredi, di
permute di parcelle di terreno fra miniere vicine o di riunione
di miniere allo scopo di sfruttarle. Si considerava come plus-
CAP. XV.] LE IMPOSTE SUI PLUS VALORI 447
valore imponibile la differenza fra il prezzo della vendita
precedente, e in caso di vendita forzata la differenza fra il
prezzo di aggiudicazione e quello della vendita anteriore; ove
poi non era fissato alcun prezzo di vendita si procedeva al-
la valutazione dello immobile al suo valor normale. Non si
calcolavano come plus valori imponibili e si deducevano quin-
di agli effetti della imposta : le spese di vendita ; i crediti
che il compratore vantava sullo immobile in caso di aggiudi-
cazione a favor suo ; le spese di manutenzione, costru-
zione e miglioramenti, le spese per costruzione di strade-
e canali, quelle per il miglioramento dei terreni b la mes-
sa in cultura di terre incolte o abbandonate. Erano esenti dalla
imposta sui plus - valori, l'impero, gli Stati, i comuni e le
unioni di comuni, le associazioni che si occupavano di colo-
nizzazione interna o del collocamento di operai o di costru-
zione di case operaie.
Tenuto conto delle deduzioni accennate l'imposta colpiva i
plus valori accertati in ragion progressiva con saggi che anda-
vano dal IO al 30 % del plus valore.
L'imposta imperiale però e le sovrimposte locali non pote-
vano mai in complesso oltrepassare il 30 % del plus va-
lore accertato (art. 59) * .
Assai più imponente della germanica era la riforma inglese.
La storia del Finance A et del 19 10, che queste riforme tra-
duceva in atto é nota. Ai 29 aprile 1909, il Cancelliere dello
scacchiere Lloyd George, annunziava alla Camera dei comuni,
nella sua esposizione finanziaria un grave disavanzo, al quale
proponeva di far fronte con nuove imposte, che consistevano:
I. in una tassa sui veicoli a motore; 2. nella riforma dell' in-
come tax; 3. nella modifica della imposta di successione ;
4. in un aumento delle tasse di bollo; 5. in una riforma delle
tasse di licenza e in un aumento delle imposte sull'alcool e sul
tabacco; 6. in imposte fondiarie sul plus valore non guada-
* Il testo completo della legge 14 febbraio 191 1, colla quale è intro-
dotta nello Impero Germanico la imposta sui plus-valori immobiliari, è
riportata nel Bulletin de statistique et lègislation comparèe, numeri di
Mars 1911 (pag. 339-346) e Avril 1911 (pp. 442-449)-
44^ SCIENZA DELLE FINANZE [LIBRO II
gnato, sui diritti minerari, sui terreni non coltivati e sulle
miniere non sfruttate e sul diritto di riversione. Queste pro-
poste furono naturalmente assai discusse e assai combattute.
La Camera dei Comuni approvava il 4 novembre 1909, con la
maggioranza di 230 voti, dopo una discussione protrattasi
per 72 giorni, il complesso delle imposte che Lloyd George
proponeva. Ai 22 novembre 1909, lord Crewe, segretario di
stato per le colonie, presentava alla Camera dei lords il
Finance Bill già approvato dai Comuni, con le parole che
dettero luogo a tanto vivi dibattiti : My lords I beg io move
ihat this Bill he now a second Urne Chiedo miei lords , che
questo Bill sia letto ora una seconda volta.
L'opposizione unionista vide in questo semplice invito una
professione di fede politica da parte del Gabinetto tendente
ad annullare il potere dei lords in materia finanziaria, e
rispose, con la mozione di lord Landswone, approvata il 30
novembre 1909, con una maggioranza di 350 voti, contro 75
dati al Governo, dopo una settimana di discussione : Questa
Camera (dei Lords) non si sente autorizzata a dare il suo
consentimento al Finance Bill sino a quando non sia stato
sottoposto al giudizio del paese ! Il Ministero rispondeva, lo
stesso giorno del voto (30 novembre 1909) che rigettava
il Finance Bill, per bocca del leader del Governo liberale
alla Camera dei lords, lord Crewer : Dopo V aggiornamento
del Finance Bill, il punto capitale del programma del parti-
to liberale, al potere o all' opposizione, sarà la riduzione^ me-
diante una legge, del potere finanziario dei Lords. La lotta
era ingaggiata e fu memorabile. Nel decembre 1909 la Came-
ra dei Comuni fu sciolta e furono indette le elezioni, che eb-
bero luogo in gennaio e febbraio del 1910. Il Gabinetto libera-
le ritrovava, a Camera nuova, 273 unionisti, ed una maggio-
ranza di 124 deputati : il paese avea giudicato contro i lords.
Il 18 aprile 1910, il Governo ripresentava ai Comuni il Fi-
nance Bill, già aggiornato dai Lords il 30 novembre dell'anno
precedente, chiedendone l'approvazione senza mutamenti essen-
ziali del testo, che i Comuni aveano approvato ai 4 novem-
bre 1909 prima delle elezioni. Cosi fu fatto ; si applicò il si-
stema volgarmente detto della ghigliottina, e il Finance Bill fu
CAP. XV.] LE IMPOSTE SUI PLUS VALORI 449
approvato in terza lettura dai Comuni ai 27 aprile 191 o. Lo
stesso giorno fu presentato alla Camera dei Lords, che lo votò
immediatamente in prima lettura, e ai 28 aprile, il giorno se-
guente lo approvò in seconda e terza lettura, dichiarando che
i lords mantenevano la parola data prima delle elezioni e l'im-
pegno preso di accogliere il Finance Bill ove il paese avesse
rimandata una maggioranza liberale, qualunque fosse il loro
pensiero sulle proposte riforme. Ai 29 aprile re Edoardo san-
zionava il Finance Bill, che diveniva cosi la legge di finanza,
Finance Ad, del 29 aprile 1910. La lotta, per quello che
riguardava le nuove imposte era finita, vittoriosamente pei
hberali. Nell'anno seguente, poi, 19 11, il potere dei lords in
materia finanziaria veniva limitato in virtù di una legge
che i lords stessi accettavano dopo viva resistenza (legge 18
agosto 19 II : Parliament Ad 1911) ; e uno dei più interessanti
e gravi conflitti costituzionali , che ricordi la storia del
Regno Unito, si chiudeva con l'affermazione della supremazia
insindacabile della Camera popolare in materia finanziaria.
Il Finance Ad del 29 aprile 1910 introduceva quattro spe-
ciaH imposte: l'increment vaine duty, imposta sul plus valore
netto; la reversion duty, imposta sui benefici del proprietario
alla ripresa del terreno dato a lungo affitto, allo spirar del
medesimo ; l'undeveloped land duty, imposta sui terreni non
messi in valore o non sufficientemente messi in valore ; la mi-
nerai right duty, imposta sui diritti minerari. È l'insieme di
queste imposte che costituiva la riforma finanziaria del 19 io:
due di esse miravano a far partecipare la collettività ai plus
valori non guadagnati dai proprietarii ed erano l'increment
vaine dnty e la reversion duty; le altre due {undeveloped land
dnty e minerai right dnty) tendevano ad ostacolare le immo-
biUzzazioni della proprietà fondiaria e mineraria e a spingere
1 proprietari a metterla in valore o a sfruttarla *.
L' imposta sui plus-valori netti {increment value-duty) era
sancita dall'articolo i del Finance Ad 191D in questi ter-
* William Oualid: U Itnposition des plus-values foncières en
Angleterre, in Revue de Science et de Lègislation financières. Vili annèe
1910 num. 3.
45 O SCIENZA DELLE FINANZE [LIBRO II.
mini : « Sarà stabilito, imposto e percepito sul plus-valore di
ogni terreno {increment value ) un diritto chiamato increment
value duty, al tasso di una sterlina per ogni cinque sterline
di plus-valore del fondo » . Come ebbe a dichiarajre Lloyd Geor-
ge nella sua esposizione finanziaria del 1909, l'imposta non
avrebbe dovuto colpire che il plus valore strettamente non
guadagnato, cioè quegli incrementi di valore che il proprietario
o chi per lui non avevano in nulla contribuito a creare dal 30
aprile 1909. Si sarebbe dovuto procedere ad una valuta-
zione di tutto il terrreno di proprietà privata del Regno Unito,,
ad una valutazione cioè preventiva da venire di base ai cal-
coli avvenire, e poi , nei casi in cui si sarebbe dovuto in
seguito percepire l'imposta sulVunearned increment , si sa-
rebbe confrontato il valore di allora con quello prima ac-
certato e si sarebbe determinato quale parte del maggior
valore del fondo si sarebbe dovuto ritenere strettamente non
guadagnata e quindi soggetta ad imposta.
J^' increment value duty era un imposta proporzionale che
colpiva il plus valore strettamente non guadagnato in ra-
gione del 20 %. Poiché dava luogo a molte deduzioni pu6
anche dirsi che avesse in un certo senso carattere degressivo.
Passiamo ora alle altre imposte introdotte col Finance
Act del 29 aprile 1910, e cioè alla R'eversion duty, alla Undeve-
loped land duty e alla minerai rights duty *.
La Reversion duty colpiva i benefici che ricavava il loca-
tore allo spirare di un affitto ; benefici che si calcolavano nel
giorno stesso in cui l'affitto spirava, su dichiarazione del lo-
catore , la quale poteva essere controllata dai commissarii.
L'imposta colpiva il beneficio netto del locatore, il vantaggio
che a lui veniva, allo spirar dell'affitto, indipendentemente da
ogni suo lavoro, anzi da ogni sua azione. Per calcolare il bene-
fizio netto del locatore, si cominciava col calcolare il valore
totale del terreno al termine della locazione, e da esso si dedu-
* Il testo del Finance Act 29 aprile 1910, per ciò che riguarda le impo-
ste sulla proprietà fondiaria, è nel Bulletin de. StatisHgue et Lègislation
comparèe, XXIV annèe, aoùt 1910, pp. 222-248. Per 1' increment value
duty confr. più specialmente pp. 222-231 (articoli i a 14) e pp. 239-241
art. 25-27).
CAP. XV.] LE IMPOSTE SUI PLUSVALORI 45 I
ce va ogni incremento di valore che poteva derivare da spese
fatte dal proprietario nel corso dello affitto, siano di natura
permanente, come le migliorie, siano di natura temporanea ;
si deducevano inoltre le indennità pagate all'affittuario al ter-
mine dell'affitto, ai sensi della legge 1908, e quanto il proprie-
tario o il locatore avessero impiegato in capitale e lavoro.
Si aveva cosi il valore totale netto allo spirare dello affitto,
che si doveva paragonare al valore originario all' inizio di
esso, per conoscere il benefizio del locatore. Il valore originario
si calcolava in funzione dello affitto pagato dal locatario, dei
versamenti o premi da lui fatti una volta tanto e dei lavori
che si era al principio impegnato a fare, come costruzione
di edifici, miglioramenti etc. Si aveva così una somma che
rappresenta il valore originario : questa si paragonava al va-
lore netto allo spirare dell'affitto e si otteneva la differenza
che costiuisce il benefizio del locatore, la quale era soggetta ad
imposta. Questo benefizio del locatore era l'oggetto della rever-
sion duty, ma non era ancora l'imponibile netto, perchè la legge
ammetteva da esso deduzioni ed esenzioni. Vi era la deduzione
del 2 ^% della somma dovuta per ogni anno di affitto sino alla
concorrenza del 50% di essa, quando il locatore avesse rinnovato
l'affitto per una durata superiore ai 21 anno col medesimo
affittuario, e quando sullo stesso immobile che doveva essere
colpito dalla reversion duty era già stata percepito per una
somma eguale o maggiore l' increment value duty: se questo
era stata percepito per una somma minore si sarebbe pagata
la reversion duty nella sola differenza ; ciò per evitare la dop-
pia imposizione, trattandosi anche qui di un'imposta sugli
incrementi di valore non guadagnati. Operate queste dedu-
zioni il benefizio netto del proprietario era colpito dalla re-
version duty, però esenti da questa imposta: i i benefizi del
locatore che eiano stati venduti quaranta anni prima della
fine dello affitto; 2 i benefizi del locatore o del sub-locatore
quando 1' affitto spirato era stato concluso almeno per 21
anni al suo principio; 3 gli affitti dei terreni agricoli. La re-
version duty colpiva il benefizio del proprietario in ragione
del 10%. Èra un'impost?L proporzionale, la quale si risolveva
in fondo anch'essa in un' imposizione degl'incrementi di va-
452 SCIENZA DELLE FINANZE [LIBRO II.
lore non guadagnati, dipendenti dagli affitti e non sottoposti
all' increment value duty.
IL' Undeveloped land duty aveva scopi diversi delle due im-
poste precedenti. Essa mirava a spingere i proprietarii ad
utilizzare le loro terre, colpendo il valore che esse avrebbero
potuto acquistare se coltivate, e che non avevano perchè
trascurate od inutilizzate. Èra un'imposta annuale, cui avrebbe
dovuto servire di base la valutazione preventiva dei terreni del
Regno Unito della quale si è parlato. Erano soggette all'impo-
sta le terre non messe in valore o messe insufficientemente in
valore. Per accertar l'imponibile si prendeva per base la va-
lutazione del terreno nudo nello stato in cui si trovava, si
calcolava ciò che lo stesso sarebbe potuto valere come terra
agricola e si trovava la differenza fra il valore attuale ed
il valore possibile : questa differenza era oggetto della im-
posta. Dallo imponibile lordo si deducevano tutte le spese
che il proprietario aveva fatto in miglioramenti e lavori
nel corso degli ultimi dieci anni, ragguagliandole al valore
di un acre di terra per ogni loo sterline spese: ciò che restava
costituiva l'imponibile lordo che era colpito dalla imposta.
Per agevolare la formazione della piccola proprietà colti-
vatrice, la legge di finanza del 29 aprile 19 io prescriveva
che non erano soggette all' undeveloped land duty le terre
agricole coltivate direttamente dal proprietario o dal loca-
tario se il complesso del terreni agricoli posseduti da chi
coltivava direttamente non superava in valore le lire 12610
(500 sterUne). IL' undeveloped land duty era un' imposta an-
nuale proporzionale, che colpiva in ragione di ^ penny per
cento del valore non sviluppato netto imponibile. La terra
non messa in valore era dunque colpita in ragione del
2.083 % e l'imposta è percepita sul valore del terreno nudo,
eseguite tutte le deduzioni di legge, comprese quelle per im-
poste già pagate, etc. *.
La guerra ha annullato i risultati di una tanta battaglia
fiscale. Se Lloyd George era riuscito nel 1910 a far notare
• Oualid : L'imposition des plus-values foncières en Angleterre, già
(itala nella Revue Financière. 1910, pag. 430.
CAF. XVI.] LE IMPOSTE SUI PLUS VALORI 453
dai Comuni e dai Lords le nuove imposte fondiarie, l'animi -
nistrazione inglese non è riuscita a compiere quella valuta-
zione preventiva dei terreni che era indispensabile alla ap-
plicazione della legge. Il 30 aprile 1919 il Cancelliere dello
Scacchiere, Austin Chamberlain , annunziava ai Comuni che
la increment value duty, la reversion duty e la undevéloped 4
land duty erano inapplicabili, e che quindi sarebbe occorso ,
abrogarle, ciò che non sembrava nel momento prudente; onde
proponeva di sospenderne l'applicazione e deferire ad un Co-
mitato scelto dai deputati lo studio della questione. Così fu
deciso, Llyod George, primo ministro, era costretto a consen-
tire che il Cancelliere dello Scacchiere del Gabinetto da lui
presieduto avesse composte in un onorata sepoltura le tre im-
poste che il Premier di ora aveva dieci anni prima tanto
faticato a mettere al mondo. Può darsi tornino a nuova
vita se muteranno i tempi !
Della minerai rights duty si è parlato innanzi a proposito
delle imposte minerarie. Per ragion di continenza diremo
qui che essa mira al fine stesso, che si propone 1' undevéloped
land duty : spingere i proprietarii a rendere utile nello interes-
se sociale le loro proprietà minerarie. Il diritto minerario
inglese applica rigorosamente il principio dell'accessione,
accordando al proprietario la proprietà piena ed intera del
sottosuolo, ed autorizzandolo quindi a metterlo in valore
per conto proprio o a cederne lo sfruttamento, mediante
un'indennità. La minerai rights duty, cosi, è un'imposta sul
reddito (mentre Vincrement value duty , la reversion duty
e Vundeveloped land duty erano imposte sul capitale) , ed è
pur di più un'imposta sul reddito possibile e non sempre sul
reddito reale. La legge stabilisce, che il valore dei diritti
minerari sia stimato annualmente, quando si percepiscono i
minerai rights. *.
Una qualche analogia colla undevéloped land duty hanno
le imposte sulle aree edilizie vacanti, adoperate da molti
♦ Per il testo delle leggi d'imposta sulla reversion duty, undevéloped
duty e sulla minerai rights duty, vedi sempre il Bulletin de statistique et
lègislation comparèe. Aoùt 1910, pp. 230-234, specialmente, e seguenti.
N i t ti
30
454 SCIENZA DELLE FINANZE [LIBRO II.
comuni all'estero, specie in Prussia, e consentite anche in Italia
agli enti locali dalle leggi 8 luglio 1904 e 11 luglio 1907. La leg-
ge del 1904 autor zzava i comuni a colpire le aree vacanti
con un'aliquota dell'i % si dimostrò quindi di scarsissimo
effetto. La legge posteriore degli 11 luglio 1907 è un passo
verso l'imposizione dei plus valori urbani. Essa infatti con-
sente ai comuni d'imporre la plus valenza delle aree non fab-
bricate con un'aliquota del 3 %. Il plus valore si calcola
nella differenza fra il valore attuale del terreno come suolo
edilizio e il valore del terreno come suolo agricolo, che la
legge stima ad una lira per metro quadrato. Il valore dei ter-
reni è denunziato dai proprietarii o in mancanza accertato
dal Comune, che può sempre per tutta la durata del piano
regolatore (25 anni), espropriare l'area al prezzo dichia,rato
dal proprietario. Questa imposta sulle aree edilizie vacanti
è già applicata nei comuni di Milano, Torino, e Roma *.
In Italia e fuori queste imposte mirano a limitare la immo-
bilizzazione e la speculazione. La politica municipale delle
grandi città tende oramai a rendere più che sia possibile mo-
bile il terreno vacante, sia con imposte sui suoli liberi, sia
con l'acquisto diretto da parte delle municipalità di terreno
fabbricabili da cedere a società o a privati coli' obbligo di
costruirvi case. In Inghilterra Birmingham e Glasgow, ser-
vendosi del leasehold, per cui le aree fabbricabili vengono
affidate ai costruttori in lunghissimi affitti, col corrispettivo
di un canone annuo e coU'obbligo di restituire alla fine dello
affitto le aree e gli edifizii, riescirono a far costruire vie impo-
nenti e case. In Germania si, è imitato il sistema inglese.
Le città, favorite dal nuovo codice civile del 1900, che re-
gola l'istituto dell' Erbaurechi ( analogo o quasi al nostro
diritto di superficie ) , cedono ai privati, per un canone annuo.
* Relativamente alla imposta sule aree edilizie vacanti in Italia cfr.,
Geisser: L'imposta sulle aree fabbricabili, in Riforme Sociale. 1907»
p. 426, e 1908 p. 145 ; Montemartini: La politica municipale nei
grandi centri urbani in Giornale degli Economisti 1907, p. 1153; Gobbi.
L'imposta sulle aree fabbricabili, in Giornale degli Economisti, 1907, pag.
462. Sulla politica delle abitazioni e sui tributi edilizii cfr. la rassegna men-
iiile del Bollettino dall'Ufficio del Lavoro.
CAP. XVII.] LA RICCHEZZA MOBILIARE 455
suoli dei quali conservano la proprietà, col diritto di ripren-
dere area e casa alla fine della concessione. Così hanno fatto
Lipsia, Manheim, Halle, Francoforte. L'Austria si era messa
prima della guerra sulla stessa via. L' imposizione dei plus
valori urbani diventa cosi nelle finanze comunali un espe-
diente di politica municipale edilizia.
L'imposizione dei plus valori nella sua forma tipica, nuova,
d'imposizione di Stato, è cosa diversa. Si tratta d'imposte
sul capitale, il cui esperimento è per i politici e per gli stu-
diosi della maggiore importanza.
xvn.
Le IMPOSTE SULLA RICCHEZZA MOBILIARE
E SUI REDDITI DEL LAVORO.
I. La ricchezza mobiliare.
144. Oggidì, in quasi tutti i paesi di Europa piìi progredi-
ti, la ricchezza terriera e la ricchezza edilizia non hanno più
l'importanza relativa che avevano in passato. Ormai l'indu-
stria ha avuto uno sviluppo così enorme che in molti paesi ha
una importanza assai superiore all'agricoltura, dal punto di
vista della situazione rispettiva dei redditi agricoli e dei reddi-
ti industriali. Vi sono in Europa paesi come l'Inghilterra, il
Belgio, la Sassonia, la Svizzera dove la maggiore ricchezza della
popolazione è nella industria. La vilis mohilium possessio, di cui
parlano spesso con dispregio i vecchi trattatisti, e che in passato
era quasi esente da imposte, ha oramai una posizione preva-
lente. Nello stesso tempo è cresciuta quasi dovunque la ricchezza
mobiliare sotto ogni forma: titoli pubblici, di società industriali,
di miniere, di banche, azioni e obbligazioni di ferrovie, ecc.
Lo sviluppo delle società in accomandita e delle anonime,
ripartendo più largamente il rischio, ha permesso lo svolgersi
di industrie che prima non sarebbero state possibili e che ora
hanno avuto svolgimento enorme.
Secondo ricerche relativamente non antiche, secondo dati
456 SCIENZA DELLE FINANZE [LIBRO II.
raccolti in massima un venti anni or sono, la ricchezza mobi-
liare di Europa si poteva valutare in 452 miliardi di lire, di cui
125 in rendite dei vari stati europei, 125 in titoli di ferrovie,
prestiti comunali o provinciali ecc. , 50 in titoli di credito fon-
diario, 125 a 150 in titoli di società industriali di ogni genere,
miniere, assicurazioni, ecc. Si sarebbe potuto non colpire con
imposta una così grande massa di ricchezza, la maggiore ric-
chezza forse e la più remunerativa ? *
È innegabile che niente più dello sviluppo dei valori mobi-
liari ha contribuito e contribuisce allo sviluppo economico del-
le società moderne : è innegabile del pari che oramai la ricchez-
za mobiliare ha di fronte alla immobiliare una importanza re-
lativamente assai maggiore.
Non prendiamo punto l'esempio dell'Inghilterra e di piccoli
stati essenzialmente industriali, come la Svizzera, o il Belgio.
Prendiamo l'esempio della Francia ove la proprietà fondiaria
ha un'importanza grandissima . Anche in essa i valori mobi-
liari assumono una importanza sempre maggiore f .
♦ Le valutazioni cui si accei na nel testo sono le seguenti :
Ammontare
della
Autore della
Data della
Stato
valutazione
valutazione
valutazione
(miliardi di
lire)
Inghilterra
182,6
Hendricks
1897
Germania
92,0
Christians
1896-97
Austria
27,1
Raucheberg
1898-99
Belgio
13,4
Bidlettin de statistique
1911
Danimarca
2,7
Scharling
1908
Francia
114,0
Thery
1908
Italia
I7Ó
Stringher
1897
Norvegia
0,8
Kiaer
1898
Paesi Bassi
13,6
Pierson
1897-98
Romania
1,8
Ocanesco
1898-99
Russia
25,5
BuUcttin de statistique
1895
491,0
Queste sono valutazioni antiche. Ma a quanto ammonta ora dopo la
guerra, ragguagliata in moneta spesso svalutate, la ricchezza mobiliare?
t II Thery ha, nel 1908 censito le forze economiche della Francia e ne
ha esaminato lo svolgimento. Secondo i suoi calcoli, la ricchezza della
Repubblica, che, nel 1892 ascendeva a 242 miliardi, raggiungeva i 287
•CAP. XVII.J
LA RICCHEZZA MOBILIARE
457
Secondo Neymarck, i valori mobiliari circolanti in Europa
sorpassavano, da tempo, i 500 miliardi. Così soltanto è stato
miliardi nel 1908, anno m cui fu ordinata la grande inchiesta agricola.
Le mutazioni più notevoli sarebbero state le seguenti, in milioni di lire :
1892
Differenza nel 1908
1908 Totale olo
Proprietà rustica
77.847
75,500
—
2,347
+
3,0
Bestiame
8,017
8,930
+
913
+
11,4
Proprietà urbana
48,592
57,934
+
9,342
+
19,7
Valori industriali e commerciali
6,624
9,520
+
2,896
+
43,7
Valori mobil. francesi
56,286
66,446
+
io,i6o
+
81,0
Valori mobil. stranieri
21,000
38,000
+
17,000
+
81,0
Numerario in oro
3,371
6,600
+
3,229
+
95,8
Numerario in argento
2,442
2,065
377
—
15,4
Mobili, oggetti d'arte
I7»433
20,270
+
2,837
+
16,3
Automobili, vetture
1,337
2,017
+
680
+
50,8
Totale 242,949 287,282 + 44,333 + 18,3
Il valore della proprietà rustica è diminuito di 2350 milioni. Tal feno-
meno si spiega facilmente sol che si ripensi come dal 1880 in poi la pro-
prietà terriera abbia attraversata una crisi assai forte. L'aumento di 9342
milioni nella proprietà fabbricata, si spiega coll'urbanismo, e quello di
17 miliardi nei valori mobiliari stranieri coi prestiti collocati in Francia,
-da 25 anni a questa parte. Prima della guerra nello spazio di 16 anni s'è
arricchito del 15 % all'incirca.
Dalle cifre fornite da Necker nel libro su V Administration des finances,
risulta, che a quel tempo i beni mobili e gli immobili rendevano per le
imposte rispettivamente 16 e 84 % delle entrate. E l'Assemblea costi-
tuente calcolava che i beni mobili potessero dare per imposte dirette al
bilancio 60 milioni, gl'immobili 300; e queste cifre esprimono senza dub-
bio, non un rapporto preciso, che allora era impossibile fare, ma un'ap-
prossimazione. E bene come tutto ciò è mutato ! I valori quotati alla
Borsa di Parigi erano nel 1800 appena 7 o 8 in generale consolidati, rap-
presentanti appena 40 milioni di rendita. Al 28 febbraio 1900 la cote o/-
ficielle comprendeva 412 società le cui azioni e obbligazioni rappresen-
tavano al corso del giorno 42 miliardi e 203 titoli di prestiti di stati e di
enti locali per circa 56 miliardi. Aggiungendo le rendite francesi, erano
125 miliardi all'incirca ammessi alla cote. Senza dubbio i valori mobiliari
sfuggono alla imposta di successione più degli immobiliari: questi ultimi
non riesce nascondere mai, i primi assai spesso. Pure in Francia i primi
soverchiano da gran tempo gli altri. Dal 1826 al 1898 i valori successori
mobiliari sono dunque cresciuti del 75 %, e gli immobiliari appena del
458 SCIENZA DELLE FINANZE [LIBRO II.
possibile lo sviluppo dell'industria: così il capitale ha acqui-
stato una vera mobilità e, anche data una tendenza sempre
più accentuata a una ripartizione più larga del reddito, si sono
potute compiere le grandi opere che costano e sono costate
molti miliardi.
Nel commercio internazionale i valori mobiliari hanno ac-
quistato una grandissima importanza. Poi che i titoli rappre-
sentano proprietà di una natura diversissima, lo scambio fra
di essi, che si fa per semplice tradizione se si tratta di titoli al
portatore, per trasferimento se si tratta di nominativi, ne rende
la commerciabilità estrema. Una società con loo milioni di ca-
pitale e con azioni di loo lire ciascuna, può attirare il piccolo
risparmio per la commerciabilità stessa dei titoli. Se un'azione
è quotata in borsa i.ioo lire, chi la possiede vuol dire che
ha la disponibilità di questa somma, che cioè tutte le volte che
ne ha bisogno può alienare il suo titolo e scambiarlo, se crede,
in merci o in derrate. Le rendite degli stati moderni erano
divenute prima della guerra veri titoli internazionali; il com-
mercio internazionale dei valori mobiliari è a sua volta una
parte dello scambio internazionale.
D'altronde gli stessi redditi del lavoro rappresentano una
parte sempre maggiore del reddito nazionale; e benché la esen-
zione dei redditi minori appaia non solo doverosa, ma neces-
saria, pure non si può in via generale ammettere che siano e-
senti da imposte. Le forze naturali, il lavoro, il capitale, che so-
no i tre fattori che partecipano a ogni atto della produzione,
intervengono ora in assai diversa misura che in passato *. In
una prima fase erano le forze naturali, che avevano prevalen-
za quasi assoluta: in grandi territori con popolazione scar-
25 %. Sullo sviluppo e sulla importanza dei valori mobiliari v. in Val.
mob. fra le molte comunicazioni quelle diBesson, Salefranque,
M e y m a r e k, R. G. L é v y, L i m o u s i n, ecc. Interessanti i calcoli
di Neyraarck nel suo giornale Le Rentier sulla ricchezza mobiliare in vari
paesi. Altri calcoli si trovano in The Economist di Londra ; nel BuUettin
des intéréts matériels e neW Economiste européen di Bruxelles, neW Econo-
miste frangais di Parigi ecc.
* Cfr. R o s e h e r : Grundlagen der Nationalokonomie, Stuttgart 1875,
p. 101-2. Schaeffle: Sistema sociale delV economia umana nella B.
d. E. 3. serie voi. V. pag. 462-474-
CAP. XVII.] LE IMPOSTE SUL CAPITALE 459
sa erano le condizioni naturali che più determinavano la produ-
zione : i boschi, le acque, i suoli. In una seconda fase (che in-
comincia, in generale nella seconda metà del medio evo) il
lavoro assume nella produzione importanza assai più grande.
Se non che, diventando la produzione sempre più intensiva, il
capitale assume una importanza crescente e anche il capitale
circolante cresce in ogni industria in proporzione anche più
grande del capitale fisso. In questa terza fase è il capitale che
dà l'impronta alla produzione. Ora in questa terza fase la rie-
cliezza immobihare si è svolta con una progressione rapida
e che sarebbe cjuasi parsa inverosimile ancora mezzo secolo fa.
Ir redditi mobiliari rispetto alla fonte da cui derivano si di-
stinguono in : I tQ^i^j^iiAe^c^Unlc , derivanti dall'interesse;
2 redditi industriali . derivanti dal profitto; 3 redditi persona-
li, derivanti in generale dal lavoro.
II. Le imposte sui redditi del capita!-^.
145. Il capitale, nelle società contemporanee, più che in
tutte le precedenti, a causa sopra tutto della sua mobilità e
della più grande sicurezza degli ordinamenti politici, si riprodu-
ce quasi automaticamente. I detentori di titoli di Stato, i de-
tentori di tutte le innumerevoli azioni e obbligazioni che rap-
presentano sotto forme così \ arie la ricchezza mobiliare, as-
sai spesso non hanno né meno una idea lontana delle intra-
prese cui il loro capitale contribuisce.
Il creditore ipotecario o chirografario, il detentore di un ti-
tolo di Stato prendono un interesse annuale, che rappresenta
il fitto del capitale da essi dato in uso. Ora questa forma di
reddito, come quella che si presenta in condizione più vantag-
giosa di altre e anche assorbe meno l'attività individuale di
coloro che lo percepiscono, non solo non va esente da imposta,
ma in generale va considerata anche separatamente.
È evidente che le imposte sugli interessi del capitale assu-
mono un aspetto diverso, secondo che si tratti di operazioni in
corso o di nuove operazioni da fare. Quando si tratti di opera-
zioni in corso, il capitalista colpito non può trasferire l'impo-
sta sui debitori : così, se una persona che ha prestato su ipote-
460 SCIENZA DELLE FINANZE [LIBRO II.
ca per 20 anni è colpita dalla imposta , non può trasferirla.
E se vende il suo credito deve allo stesso modo di un proprieta-
rio di terre, deprezzarlo dell'ammontare della imposta, ca.pi-
talizzato al saggio corrente di interessi. Invece, trattandosi
di operazioni nuove, l'imposta può essere trasferita assai so-
vente su i consumatori del credito; e i capitali nuovi tenderan-
no sempre a investirsi nelle forme meno gravate dalla imposta.
Una imposta generale sul capitale circolante è in pratica im-
possibile ; ed essendovi imposte differenti, vi sono sempre
in realtà imposte che percuotono disegualmente i vari investi-
menti del capitale. I mezzi che il legislatore ha a disposizione
per costringere il capitale sono assai limitati e inefficaci. Ora
le imposte che colpiscono il capitale devono sempre esser ta-
li che non ne scoraggino gli investimenti. In quasi tutti i siste-
mi tributari si usa colpire diversamente i redditi che derivano
dagli interessi del capitale, dai profitti industriali e dal lavo-
ro. Ciò può parere ingiusto a prima giunta; ma è la natura
stessa dei redditi che determina la differenza. Infatti, chi pos-
siede un capitale e lo dà a prestito ha una ricchezza che pro-
duce interesse indipendentemente dall'attività della persona
che lo possiede. Il possessore può sviluppare comunque la sua
attività. Il caso è un pò diverso quando si tratti di profitti
industriali ; ciascuna industria determina l'attività di chi ne
è a capo, completamente o quasi, dispiegata per essa. Infine
i redditi professionali, derivanti dalla persona, sono del tutto
inerenti alla persona, con cui finiscono. È vero che in pratica
la differenza è assai difficile a fare ; ma, ciò non toglie punto
che esista.
I redditi derivanti da interessi del capitale sono stati col-
piti più tardi degli altri ; sia perchè hanno avuto grande svilup-
po assai recentemente, sia perchè nel passato (vietando le stes-
se disposizioni della legge ogni commercio del denaro, e proi-
bendo r interesse del capitale) non poteano sorgere. Non
mancano né meno adesso coloro i quali affermano che il ca-
pitale prestato paghi già mediante le imposte sul prodotto. Ma
non occorre né meno far notare che qui si tratta di interessi
ben distinti dai profitti.
Le imposte sugli interessi del capitale mirano a colpire co-
CAP. XVII.] LE IMPOSTE SUL CAPII AT.E 46I
loro- che hanno crediti di ogni natura : rendita pubbHca e ti-
toli di enti locaH, crediti chirografari, ipotecari, interessi di
depositi, ecc. ; fondi nazionali o fondi esteri posseduti dai cit-
tadini. I crediti ipotecari presentano d'ordinario una grande
sicurezza : ma non pochi scrittori si preoccupano di colpire
gli interessi che ne derivano, temendo che la imposta incida
i debitori. Queste preoccupazioni sono eccessive. Se si trat-
ta di imposte generali su tutte le forme d'interesse del capi-
tale, i prestatori non sono arbitri di scegliere uno piuttosto
che un altro investimento a cagione della imposta : e perchè
la domanda di capitale non varia, è assai difficile che la impo-
sta incida il debitore.
La difficoltà di colpire i crediti chirografari è invece piut-
tosto di carattere positivo: deriva dal fatto che è quasi impos-
sibile di conoscerli, ove la registrazione non sia avvenuta. È
perciò che in molti paesi si vorrebbero dichiarare nulli tutti gli
atti non registrati. Questa nullità non è ingiusta ; ma per-
chè sia possibile e non dannosa, occorrerebbe aver tasse di re-
gistro fisse, estremamente basse.
146. Si è lungamente discusso se la imposta sul capita-
le deva anche colpire i titoli di rendita pubblica. Pare infatti
illogico che lo Stato adotti un procedimento così assurdo,
com'è quello di avere un interesse nominale, che diminuisce con
una imposta, quando sarebbe in realtà assai più semplice of-
frire un interesse minore, ma esente da ogni imposta * .
L. Say combatteva come ingiusta e dannosa ogni imposta
sui titoli di rendita pubblica : una imposta, egli diceva, che
s'amortit par la perle en capital que supporte le premier impose,
una imposta che equivale a una riduzione del capitale del de-
bito. È una obiezione di poco valore e che riguarda tutte le
imposte reali. In generale noi riteniamo che se vi sono imposte
sugli interessi del capitale non vi sia ragione alcuna di creare
differenza fra i detentori di titoli dello Stato e detentori di ca-
pitali mobiliari : è logico che siano trattati tiitti allo stesso
* Cfr. su questi argomenti: Pantaleoni: Teoria della traslazione,
pag. 239 e seg.; Leon Say: Les finances de la France sotts la troisiéme
république, voi. Ili, pag. 665 e seg. ; Fernand Paure: L'impót sur
la rente nella R. P. P. di luglio 1895 ; ecc. ecc.
462 SCIENZA DELLE FINANZE [LIBRO ]I.
modo, tutti esentati o tutti colpiti. L'Austria avea imposta gra-
ve sulla rendita pubblica : in Italia i vecchi titoli 5 % fino al
1896 han dato in realtà il 4 % : erano cioè colpiti in propor-
zione del 20 %. Anche in Inghilterra Vincome tax colpisce la
rendita pubblica e non solo non ha agito nocevolmente sul cor
so dei titoli, ma non ha impedito alcuna conversione. Ciò che
dà fiducia nei titoli di rendita pubblica non è solo il loro ren-
dimento, ma sopra tutto la loro sicurezza. Un governo che
onestamente metta una imposta sulla rendita rassicura i de-
tentori dei suoi titoli assai più di un governo che faccia nuo-
ve e imprudenti emissioni mantenendo alto l'interesse. Dimi-
nuendo il premio di assicurazione si viene ad aumentare il va-
lore delle cartelle, in modo da compensare spesso dopo qual-
che tempo, con molto vantaggio il deprezzamento che deriva
dall'interesse minore.
Un titolo di rendita è domandato in proporzione del suo
rendimento e della sua sicurezza, e, se è poco rassicurante, ri-
chiederà un alto premio di assicurazione, quindi potrà avere
corsi bassi anche con interesse elevato. Se diminuisce l'in-
teresse e agisce nel senso di accrescere la sicurezza, cioè di di-
minuire il premio di assicurazione, può accadere ed è accadu-
to spesso che il titolo salga.
Le obiezioni che muovono coloro i quali non vorrebbero col-
pire la rendita pubblica sono molteplici ; ma si fondano in ge-
nerale su basi fragili. Vi sono alcuni argomenti sempre ripetu-
ti : lo Stato vien meno ai suoi impegni, fa una bancarotta par-
ziale ed inefficace. Perchè ciò sarebbe vero ? Lo Stato può as-
sumere debiti, amministrare, vendere, comprare, erme un qua-
lunque privato : il demanio fiscale non differisce in nulla da
una proprietà privata. Ora lo stato contrae debiti come un
privato potrebbe. Ma lo Stato rappresenta gli interessi collet-
tivi : tutti devono contribuire alla sua esistenza. E perchè non
i suoi creditori ? In quanto a parlare di bancarotta parziale,
non solo la espressione, ma il concetto è erroneo. Chi acquista
una terra sa quanto deve pagare allo Stato : se le imposte sono
aumentate, il suo reddito viene diminuito. Vi è in certa guisa
una violazione di un patto tacito che si era stabilito fra il com-
pratore e lo Stato. Ebbene perchè ciò non dovrebbe avvenire
CAP. XVII.] LE IMPOSTE SUL CAPITALE 463
per la rendita pubblica ? Una specie di immunità parziale data
ai creditori dello Stato costituirebbe un privilegio iniquo.
Le obiezioni più gravi che si muovono alla imposizione della
rendita pubblica sono piuttosto di carattere pratico. Si dice: a
che serve una imposta ? Quando la rendita pubblica sorpassa la
pari si può convertirla: ogni imposta ritarda o impedisce la con-
versione. Ma la imposta ha uno scopo ben diverso dalla con-
versione: questa è una riduzione di interessi con la scelta data
al debitore di accettarla o di essere rimborsato alla pari : la
imposta mira solo a colpire tutte le forme di reddito. Non si
può convertire una rendita che è al di sotto della pari: ma se
essa dà il 5%, cioè più della media dei profìtti fondiari, perchè
non colpirla ? L'imposta, si dice, si ripercuote sul corso della
rendita : ciò è verissimo. Ma sopra tutto in alcune condizioni,
quando l'imposta renda più sicuro il titolo migliorando le con-
dizioni finanziarie dello Stato, diminuisce il premio di assicu-
razione. In ogni modo la impressione della imposta è passeg-
gera e non pochi sono i casi in cui, dopo poco tempo dalla in-
troduzione della imposta, il corso della rendita si eleva.
Alcuni finanzieri pratici dicono: la rendita pubblica è non solo
il barometro della situazione di ciascun paese, ma una specie
di rimorchiatore degli altri valori; quando la rendita sale tutti
gli altri valori salgono. Accade mai che si carichi un rimorchia-
tore per alleggerire i battelli che esso deve trascinare ?
Questa imagine è vera fino ad un certo punto; in ogni modo
abbiamo visto che colpire la rendita non significa per necessità
abbassarne durevolmente il corso ; e d'altra parte non sono
possibili corsi molto al di sopra della pari che non preludino
necessariamente a una conversione.
Astrazion fatta dalla rendita pubblica, il problema della im-
posizione dei valori mobiliari è dei più complessi. Lo sviluppo
di essi è, come si è detto, una delle caratteristiche del secolo
XIX; i capitali collocati nelle industrie e nel commercio o pre-
stati a privati, allo Stato, a province, a comuni, a società si
valutano a miliardi. Crediti chirografari, crediti ipotecari, a-
zioni, cointeressenze in società, obbligazioni di società indu-
striali e commerciah, titoli comunali, provinciali, del credito
fondiario, dello Stato etc, sono tante forme d'impiego del ca-
464 SCIENZA DELLE FINANZE [LIBRO I.
pitale, che i regimi fiscali dei vari paesi non possono trascura-
re. Se la terra paga, se pagano le case, perchè non dovrebbero
pagare queste nuove e tanto importanti forme di investimento ?
Ma l'imposizione dei valori mobiliari non si presenta senza dif-
ficoltà. Anzitutto si obietta che i valori mobiliari sono sem-
plici titoli rappresentativi che non hanno alcun valore indipen-
dente da ciò che rappresentano: se la cosa rappresentata per-
de di valore lo perde in conseguenza il titolo che la rappresen-
ta; mentre invece case e terre conservano sempre un qualche
lor valore, non è raro il caso di titoli il cui valore si riduce a
zero. Un'imposta che voglia colpire i valori mobiliari non può
dimenticar ciò. Può accadere, inoltre, data la grande mobilità
dei titoli, che un'imposta causi una fuga di capitali verso al-
tri investimenti o verso l'estero : è la solita canzone del capita-
le che scappa quando lo si colpisce. È chiaro che va verso al-
tri investimenti quando questi siano meno colpiti e che va al-
l'estero se l'imposta è tale che si trovi una convenienza ad emi-
grare. Se si colpiscono tutti gl'investimenti mobiliari con op-
portuna discriminazione della natura dei redditi e se non si
adottano saggi d'imposta proibitivi non avviene nulla di tut-
to ciò. La difficoltà vera è nella difficile conoscenza del soggetto
imponibile: è possibile saper chi si deve colpire pei titoli al
portatore e conoscere financo i crediti chirografari ; in ciò è il
principale ostacolo ad un'equa imposizione dei valori mobi-
liari. E poi vi è unaquestion di giustizia, che spesso si oppone
ad ogni tentativo: il pericolo della doppia imposizione. I va-
lori mobiliari possono essere colpiti da un'imposta generale sul
reddito, che colpisca il reddito globale proveniente da terre,
case, commerci e industrie, professioni, valori mobiliari etc;
o, in un sistema d'imposte speciali, da una che si limiti ai
soli valori mobiliari. In questo secondo caso, vi saranno im-
poste sulle terre, sulle case, sui benefici commerciali e indu-
striali e sui valori mobiliari. Or come si possono colpire
presso il portatore le azioni di una società che sono state
già colpite una volta dall'imposta sui benefici commerciali o
industriali della Società stessa ? La stessa obiezione può far-
si quando accanto ad un'imposta sul reddito globale esistano
imposte speciali sui benefici commerciali ed industriali delle
CAP. XVII.] l'imposta sui redditi industriali 465
società. Or fuori dubbio anche a queste obiezioni può trovarsi
risposta col distinguere i due soggetti imponibili, la società,
e l'azionista, dal punto di vista dei redditi : si colpisce l'ente che
potenzia la produttività del capitale, moltiplicandone l'ef-
ficacia al di là di ogni possibilità individuale; si colpisce il
privato portatore dal titolo in quanto può ritrarre utile dall'im-
piego del suo denaro. Sulle società vi è quindi come una spe-
cie di sovratassa giustificata dalla loro maggiore efficacia
produttiva *. Ma la doppia imposizione non è eliminata , è
semplicemente spiegata. L'imposizione dei valori mobiliari deve
essere, naturalmente generale, colpire cioè i portatori dei ti-
toli o i creditori quale che ne sia la nazionalità: siano cittadini
siano stranieri. Per il debito pubblico, gli stati che ne impon-
gono i titoli, distinguono qualche volta, come fa la Spagna,
fra debito interno ed esterno, colpiscono il primo e il secondo
no. Anche i titoli emessi da società straniere e circolanti all'in-
terno devono essere colpiti, quando e come si possa, benché il
farlo non sia privo di difficoltà pratiche.
///. L'imposta sui redditi industriali.
147. Le industrie moderne, in quanto sono causa di prò
fitti, sono gravate da tributi in quasi tutte le legislazioni finan-
ziarie. Le industrie manifatturiere differiscono dalle fondiarie in
quanto sono in generale illimitate : la industria agraria non è in-
vece limitata solo nel suo rendimento, ma anche nella sua esten-
sione. I 28 milioni di ettari che formavano il territorio dell'Italia
prima della guerra non potevano né crescere, né diminuire per
volontà nostra : né la terra potrà mai dare oltre certi limiti.
Noi non possiamo invece prevedere quale potrà essere doma-
ni la produzione industriale della soda e dell'alluminio. Sen-^
za dubbio idealmente anch'essa trova un limite naturale, nel-
la quantità di forze motrici e di materie prime disponibili ;
ed economico nel bisogno che ne risentono i consumatori e quin -
di nella estensibilità della domanda : ma è che questi due li-
* J e z e : Finance, pp. 772-777.
466 SCIENZA DELLE FINANZ}? [llBRO II.
miti sono straordinariamente elevati. Le industrie manifat-
turiere differiscono anche dalle industrie edUizie in quanto pre-
sentano una mobilità e sono in generale in trasformazioni
continue, I progressi tecnici nelle industrie che più servono alla
vita umana sono in generale lenti: e ciò dimostra quale fan-
tasmagoria vi sia allorquando si esagera la ricchezza delle
più ricche nazioni moderne. Invece nella industria manifat-
turiera i progressi sono stati, viceversa, e sono tuttavia ver-
tiginosi: e sono stati così notevoH dal punto di vista della tecni-
ca, come dal punto di vista economico. Si comprende dun-
que senza difficoltà come i profitti industriali devano dar
luogo a speciali imposte: allo stesso modo che gl'interessi del
capitale e i benefizi dell'attività personale. Ciò che occorre in-
dagare è quale norma deva seguire la imposizione *.
Quando si tratti di redditi industriah non è possibile tener
conto di uno solo elemento per calcolare il reddito imponibile :
ma fra i molteplici elementi da tener in conto sono il numero
degli operai e il loro salario, la quantità di forze motrici e di'
materie prime adoperate, il numero e la importanza delle mac-
chine, l'estensione della industria, ecc.
Vi sono vari tipi di imposte industriali. In Francia la ric-
chezza mobiliare è colpita in varie forme, sopra tutto dalle,
tasse sulla circolazione che diventano vere imposte : i pro-
fitti industriali erano colpiti, sino al 19 17, dalla imposta sul-
le patenti. In Italia tutte le forme di reddito mobiliare e i
redditi del lavoro sono colpiti da una imposta di ricchezza mo-
bile. In Inghilterra, l'income tax, che colpisce tutte le forme
di reddito, colpisce anche quelle che derivano dall' interesse,
dal profitto e dall'attività personale t-
* Cfr. su questo argomento C h ar t o n : op. cit. pag. 256 e seg. ; De
Lauwereyns: op. cit., pag. 360 e seg. ; Denis: op. cit. pag. 2 1.6:
e seg. ; ecc.
t Cfr. Leroy BeauHeu, op. cit. voi. I ; C o h n : Finanz § 307;
Bastable: Finance, libro IV, cap. II; J. A. Hill: The Prussiat
Business Tax nel Quarterly, Journal of Economics, fascicolo Vili; Ch ar-
t o n, op. cit. pag. 256 e seg. ; A. H e 1 m e r : Die Rejorm dcr Gewerbebe-
steucrung in Elsas Lothringen,StTahuTg, 1896; Tv é\ at, op. cit., voi. II, ecc.
CAP. XVII.] IMPOSTA SUI le' PATENTI 467
148. A' termini dell'art, i della legge 15 luglio 1880 la
contribuzione delle patenti era dovuta da ogni individuo, fran-
cese o straniero , che esercitasse in Francia un commercio,
una industria, una professione non compresi nelle eccezioni
determinate dalle leggi. Erano infatti esenti i funzionari e i
salariati dello Stato ; i pittori, scrittori, architetti in quanto
non facevano commercio, gli insegnanti, gli artisti dramma-
tici, i commessi di negozio, i coltivatori e i lavoratori e i sala-
riati in genere. Erano anche esenti i piccoli commercianti e i
produttori autonomi che avevano non più di un apprendista.
L'imposta era reale ed era basata sui segni esterni e sul fatto
abituale dell'esercizio di una professione *.
L'imposta delle patenti era un'imposta diretta di quotità che
colpiva il reddito netto del lavoro industriale con due diritti :
jo un diritto fisso basato sulla natura della professione e sul-
la popolazione del comune dove essa si esercitava ; 2° un diritto
proporzionale al valore locativo dell'abitazione personale e dei
locali industriali. La contribuzione delle patenti era dovuta
da ciascun individuo che esercitava una professione. Il fatto
d'essere forestieri non escludeva il dovere di pagare l'imposta:
si pagava da chiunque, nel paese dove la professione si eser-
citava. Era una imposta, la quale non colpiva solo i redditi
della industria , ma molti redditi derivanti dall'attività per-
sonale.
L'imposta sulle patenti (come la contribution personnelle mo-
bilière e la imposta di porte e finestre) resta provvisoriamente
in vigore per la sola parte che riguarda i centesimi addizio-
nali a favore dei dipartimenti e dei comuni francesi, essendo
stata, a datare dal 1° gennaio 1918, abolita per la parte che
andava a favore dello Stato. Serviranno (sino a quando una
riforma della finanza locale non renderà possibile 1' abolizione
totale della imposta") di base al calcolo dello ammontare dei
* La impóts des droits de patente risale in Francia al 17 marzo 179 1 ;
fu soppressa nel 1793, ristabilita nell'anno 1795 e definitivamente orga-
nizzata con la legge del i brumaio, anno VII. Essa aveva già subito di-
verse modificazioni, allorché la legge del 23 aprile 1844 la coordinò, mo-
dificandola, e riunì in un codice la legislazione anteriore.
468 SCIENZA DELLE FINANZE [LIBRO II.
centesimi addizionali i contingenti in principale assegnati a cia-
scun dipartimento per il 191 7.
La legge 31 luglio 191 7 (che abolisce, per quanto riguarda
lo Stato, la contribution personnelle mobilière e le imposte sulle
porte e finestre e sulle patenti) é ritenuta dagli scrittori fran-
cesi la maggiore riforma finanziaria dalla grande rivoluzione
in poi. È la fine , essi dicono , di un regime fiscale ed è
r inizio di un' era nuova. In fondo la riforma riproduce quel
progetto che Caillaux presentò nel 1907, che la Camera fran-
cese aveva approvato nel 1909 e che, dopo avere sollevate
opposizioni tanto violente, traverso le necessità della guerra,
divenne, dopo un decennio, legge. È al progetto del 1907 che
risale il merito dì aver proposta l'abolizione delle vecchie im-
poste indiziarie, del metodo di ripartizione, di un sistema d'im-
posizione esclusivamente reale, che mediante la forma, dagli
stessi teorici francesi definita « iniqua e stupida » che avevano
in Francia le imposte sul reddito globale [contribution mobi-
lière e contribution des portes et fenétres) rendeva possibile
l'evasione di molti redditi; redditi del lavoro che sfuggivano
alle patenti e redditi del capitale che non erano colpiti dai
tributi sui valori mobiliari (crediti ipotecari , chirografari ,
depositi ecc.). Il sistema^di nuove imposte cedolari che la
^6gge 31 luglio 191 7 adottò introducendo finalmente in Fran-
cia con regime fiscale elastico, basato sulle dichiarazioni con-
trollate, con tendenza alla personalità dei tributi, che per-
mette la discriminazione, sino allora impossibile, dei redditi
e la forma progressiva.
Il progetto Caillaux è divenuto la legge del 191 7 pezzo a
pezzo. Con la legge dei 29 marzo 1914 si erano regolati i
redditi di i.* categoria (fabbricati), di 2^ (terreni) e di alcuni
della 3^ (redditi mobiliari) , con 1' altra del 15 luglio 1914 ,
applicata la prima volta nel 191 6, si introdusse l'imposta
complementare sul reddito globale ; con quella, infine, del
31 luglio 191 7, si provvide a completar la riforma, a riguardo
dei redditi industriali e commerciali, delle industrie agricole,
del lavoro, delle professioni non commerciali, e del capitale
comunque mutuato. Abolite, a datare dal 1° gennaio 1918,
in quanto imposte di Stato, le contributions personnelle mobilie-
GAP. XVII.] IMPOSTA SULLE PATENTI 4 69
te, des portes et fenétres et des patentes (pur continuando ad
esigersi, sino alla riforma della finanza locale i centesimi ad-
dizionali a favore dei dipartimenti e dei comuni) la legge 31
luglio introduce una serie di imposte cedolari sulle diverse
categorie di redditi (immobiliari, mobiliari, del lavoro, del
capitale) alle quali si sovrappone un'imposta complementare
sul reddito globale. Le imposte cui sono soggetti i redditi
delle varie categorie sono, oltre le due imposte fondiarie sui
terreni e fabbricati, quelle sui redditi dei capitali e valori mo-
biliari, sui redditi industriali e commerciali, sui redditi delle
industrie agricole, sulle indennità, emolumenti, salari, pensioni
e rendite vitalizie corrisposti dallo Stato da altri enti di di-
ritto pubblico o da privati , sui redditi derivanti da crediti
depositi e cauzioni , sui redditi delle professioni non com-
merciali.
L' imposta sui redditi industriali e commerciali è dovuta
dagli individui o dalle società che esercitino l'industria o il
commercio sul territorio francese , sul reddito che ricavino
dalle loro intraprese quante che siano. L'imposta colpisce in
base al reddito dell'anno o dell'esercizio economico precedenti
a quello della imposizione oppure applicando allo ammontare
degli affari dell' anno che precede l'accertamento un coeffi-
ciente di reddito presunto. Le società commerciali obligate a
presentare i loro bilanci agli uffici del registro (anonime ed
accomandite per azioni), e i contribuenti soggetti alle impo-
ste sui profitti di guerra saranno tassati in base al reddito
reale, senza bisogno di speciale dichiarazione. Gli altri con-
tribuenti possono scegliere tra l'essere colpiti in base al red-
dito reale oppure sulla massa degli affari dell'anno precedente:
nel primo caso devono commisurare al fisco i loro conti. Quando
la imposta non colpisce sul reddito reale, l'imponibile è fissato
dal fisco in base al reddito presumibile dato l'ammontare degli
affari. Il tasso della imposta (che era quella del 1917 del
4-50 %) è ora per la legge 25 giugno 1920, dell' 8 %, tanto
che si applica ad un sol quarto del reddito per i redditi sino
a 1.500 franchi , alla metà del reddito per i redditi fra fran-
chi 1.500 e 5.000, e al reddito intero per i redditi superiori
Ni t ti.
470 SCIENZA DELLE FINANZE [LIBRO II.
a 5.000 franchi. Imposta speciale sull'ammontare degli affari:
indipendentemente dalla imposta sui redditi industriali e com-
merciali, le imprese di vendita al minuto di derrate o mer-
canzie se l'ammontare degli affari dell'anno precedente supera
il milione, dedotto quanto abbiano esportato, pagano un'im-
posta progressiva dall' i al 5 %o sull'ammontare degli affari
che superi il milione.
Imposta sul reddito detl' industria agricola. È dovuta dagli
affittuari, mezzadri o coloni parziari e dagli stessi proprietari
che coltivano direttamente quando ricavano un reddito su-
periore a quanto avrebbero dando le loro terre in affitto. Il
reddito è calcolato in una somma eguale alla metà del va-
lore locativo dei terreni coltivati, prendendo a base il valor
locativo che serve a determinare il reddito imponibile nella
imposta sui terreni. Per la legge 25 giugno 1920 1' imposta
colpisce in ragione del 6 % applicabile alla metà dello am-
montare del reddito per i redditi fra i 1.500 e 4.000 franchi
e alla totalità del reddito al disopra dei 4.000 franchi.
Imposta sugli emolumenti, indennità, salari, pensioni, rendite
vitalizie da chiunque corrisposti , enti pubblici o privati. Per
le pensioni o annualità l'imposta è del 6 %, sulle pensioni su-
periori a 3. «00 franchi se trattasi di pensione operaia e del
6 % della rendita vitaHzia superiore a' 2000 franchi se essa è
conseguenza di atto di liberalità, inter vivos o mortis causa. I
salari, invece, sono colpiti col 6 % al disopra di 4.000 franchi
nei comuni sino a 50.000 abitanti, di 5.000 franchi nei comu-
ni con più di 50.000 abitanti e al di sopra di 6.000 a Pa-
rigi e in un raggio dì 25 kil. da essa. È inoltre accordata una
deduzione della metà dello imponibile fra il minimo esonerato
e gli 8.000 franchi.
Imposta sul reddito delle professioni non commerciali. Sono
colpiti i redditi di ogni professione lucrativa non soggetta ad
un'altra cedola della imposta del 191 7 (professioni liberali,
letterati, artisti, etc). Si procede su dichiarazione del contri-
buente controllata dal fisco. L'imposta colpisce col 6 % sui
redditi superiori a 4.000 franchi se il contribuente vive in un
comune di non piìi che 50.000 anime, a 5.000 franchi nei co-
muni con più di 50.000 abitanti, a 6.000 franchi se domici-
CAP. XVII.] l'imposta industriale in PRUSSIA 471
lia a Parigi o in un raggio ai 25 kil. È esente per metà la
frazione d' imponibile compresa fra il minimo esonerato e gli
8.000 franchi.
Imposta su crediti, depositi e cauzioni. L' imposta sul red-
dito dei valori mobiliari (stabilita con legge 28 marzo 1914 e
modificata con quella dei 30 dicembre 19 16) si applica, per
disposizione dello articolo 38 della legge 31 luglio 1917, anche
ai crediti ipotecari, privilegiati e chirografari, ai depositi siano
a vista siano a termine; alle cauzioni in danaro. L' imposta
colpisce col IO o col 12 % a secondo che si tratti di crediti
all' interno o all' estero.
Riduzioni per carichi di famiglia. Su tutte le imposte pre-
cedenti ogni contribuente con reddito sino a 10.000 lire ha
diritto ad una deduzione del 7.50% per ogni persona a suo ca-
rico sino a due e del 15 % per ciascuna delle altre dopo la
terza ; e del 5 % nel primo caso e del io % nel secondo se
il reddito supera le lire 10.000.
149. Interessante era l'ordinamento prussiano: la Gewerbe-
steuer prussiana, cosi come era ordinata prima della guerra,
offriva anzi un esempio notevole di imposta sui redditi indu-
striali. L'antico ordinamento dell'imposta datava fin dal 1820 ;
ma era in molti lati difettoso ; il più grave suo difetto era
quello di una tassazione più forte delle piccole che non delle
grandi industrie. S'era cercato perciò con la legge del 24 giu-
gno 1891 di mutarne l'assetto in maniera da avere una ripar-
tizione più equa del carico e un accertamento più semplice e
sicuro della ricchezza imponibile.
Tutte le imprese, le quali non giungevano ad avere un prodot-
to annuale di 1500 marchi né un capitale complessivo di 3000,
erano esenti dall'imposta. In questo modo, al tempo della ri-
forma, di 865,940 contribuenti vennero liberati quasi 300,000,
ciica un terzo. Oltre di ciò gli autori della riforma tennero una
via diversa da quella seguita dalla legislazione francese per
l'accertamento della ricchezza imponibile. Cavando partito
dalle denunzie, che formavano la base dell'imposta generale sul
reddito, stabilirono di fame servire i risultati per l'accerta-
mento dell'imposta speciale sulle industrie.
L'intera materia imponibile veniva ripartita in quattro clas-
4 72 SCIENZA DELLE FINANZE [LIBRO II.
si, esentati prima tutti i redditi inferiori a 1500 marchi. La pri-
ma comprendeva le industrie il cui reddito' non era inferiore a
50,000 marchi, o che avevano capitale di 1,000,000 o più,
purché il reddito raggiungesse i 30,000 marchi. La seconda le
industrie con un reddito di 20,000 a 50,000 o con un capitale
da 150,000 a 1,000,000 marchi, purché il reddito non fosse infe-
riore a 15,000 a marchi. La terza comprendeva le industrie con
un reddito di 4000 a 20,000 marchi, o con un capitale da 30,000
a 150.000 marchi, purché il reddito non fosse inferiore a 3000
marchi. La quarta od infima comprendeva le industrie con un
reddito di 1500 a 4000 marchi o con un capitale d'impianto
o di esercizio di 3000 a 30,000 marchi. Le aliquote fissate per
le tre classi inferiori erano rispettivamente : 16 marchi, 80 mar-
chi e 300 marchi, mentre per la prima più elevata era stabilito
soltanto l'uno per cento del prodotto annuo.
Lo Stato rilevava il numero dei contribuenti di ciascuna clas-
se in ogni circoscrizione e stabiliva il saggio medio secondo cui
doveva calcolarsi il provento totale ; ma erano i contribuenti
stessi che se lo ripartivano gradatamente in categorie alle quali
lo Stato fissava il massimo e il minimo delle aliquote. In que-
sto modo in ciascuna circoscrizione, ogni classe formava una
specie di società che , dentro i limiti della legge, ripartiva i
contribuenti in varie categorie e diversamente assegnava loro
il carico tributario. Così per la seconda classe il saggio medio
era di 300 marchi, il minimo 156 e il massimo 480 ; fra questi
due ultimi devevano formarsi le categorie colla differenza di
12 fra l'una e l'altra. Per la terza classe il saggio medio era di
80 marchi, il minimo 32, il massimo 192 con la stessa diffe-
renza di 12 fra categoria e categoria. Per la quarta il saggio
medio era 16 marchi, il minimo 4, e il massimo 32, con una
differenza di 4 fra le categorie.
Si trattava dunque di una vera imposta di ripartizione con
carattere spiccatamente reale. Con la legge 14 luglio 1893
l'imposta sulle patenti era passata agli enti locali.
Il legislatore prussiano aveva cercato, quanto più era possi-
bile, di fare che l'accertamento dell'imposta fosse affidato agli
stessi contribuenti : e creando un'antitesi fra l'interesse specia-
GAP. XVII.] IMPOSTE INDUSTRIALI NEL BELGIO, ECC. 473
ìe di ciascun contribuente e quello di ogni circoscrizione di
contribuenti, era bene riescito a questo scopo.
Vi era anche in Prussia un'imposta speciale sui grandi ma-
gazzini, introdotta con legge i8 luglio 1900 {Warenhaussteuer,
Umsatzsteuer) , che colpiva in ragione dell' ammontare degli
affari [Umsatz) con tariffa degressiva: dal 2 % per i magaz-
zini che avevano un complesso di affari di i milione di mar-
chi sino ad I % per quelli i cui affari ammontavano a 400 mila
jiijCirchi almeno.
In Austria i profitti industriali erano soggetti o siìVimposta
industriale generale o ad un'imposta speciale, a seconda che le
industrie fossero obbligate o non alla pubblicazione dei loro bi-
lanci. Le industiie tenute a render pubblici i loro bilanci era-
no sottoposte all'imposta speciale ; le altre alla imposta gene-
rale industriale.
Imposte sulle patenti, basate più o meno su indizi, colpisco-
no i profitti industriali e commerciali nel Belgio, nel Giappone
etc. Nel Belgio, per la .egge 29 marzo 1906, sono soggette al
diritto di patente anche le società per azioni che, essendo sog-
gette alla legge belga, operino esclusivamente all' estero *.
La stima probabile del prodotto industriale e commerciale eia
la base della imposizione nelle imposte industriali del Wurtem-
berg, di Assia etc. La Baviera, perla legge 14 agosto 1910, sot-
tometteva anche all'imposta sul reddito i profitti netti delle
imprese industriali, commerciaci e minerarie. In Svizzera, nel
cantone di G nevra vi è una imposta municipale a profitto
delia città che consta di due quote : una imposia professionale?
fissa e un' imposta sul reddito , le quali colpiscono tutti i
guadagni professionali e commerciali, in base alla legge 28 giu-
gno 1902 j.
In Inghilterra, invece, non vi è una speciale imposta indu-
striale. 1 profitti delle industrie e dei commerci sono colpiti
dalla cedula D dell'incoine tax (cedula che comprende la niag-
* Conf. BuUettin de Statistique et Lègislation comparée , avril 1907,
pag. 464.
t Conf. Biilletin de Statistique et Lègislation comparée, juillet 191 1,
pp. 120-129.
474 SCIENZA DELLE FINANZE [LIBRO II.
gioranza dei contribuenti inglesi: il 59 % del reddito imponi-
b le) su dichiarazione del contribuente. Ogni anno il contribuen-
te rimette una dichiarazione BM'assessor, il quale la esamina e
può propoire anche modificazioni. La dichiarazione del contri-
buente è controllata da una commissione {additional commis-
sioners), che la accoglie o la respinge. I reclami vanno ad una
commissione più elevata (general commissioners) . Tutte queste
commissioni sono formate non di funzionari, ma di privati :
sono però assistite da un rappresentante del fisco, il suruey^^^
che finisce per avervi una indiscutibile prevalenza. Chi rinunzi
al diritto della dichiarazione può farsi imporre da commissio-
ni speciali, che sono di pubbhci funzionari. Si osserva conti-
nuamente che le dichiarazioni dei contribuenti sono sempre
assai inferiori al vero : m qualche anno tra il reddito dichiara-
to e l'accertato si osservarono differenze del 20 e financo del
50%.
IV. L'imposti sui redditi personali.
150. I^redditi del lavoro sono anch'essi (e non vi è nessuna
ragione perchè non siano) colpiti dalla imposta. Molto spesso,
sopra tutto nelle grandi città, gli esercenti professioni liberali
ricavano dall'esercizio professionale guadagni molto elevati *.
Benefizi derivanti dalle professioni industriali, stipendi de-
gli operai, salari dei lavoratori vengono colpiti come altrettanti
redditi derivanti dal lavoro: quindi, benché m diversa forma
son colpiti così i redditi fissi, come i redditi aleatori del lavoro.
È bene però distinguere tra la imposta che colpsce i salari
e quella che regola gli altri redditi del lavoro. La mob'lità del
lavoro manuale si presenta come assai più grande di tutte le
altre forme, sopra tutto, delle professioni liberali. Queste u.-
time invero non hanno che una elasticità assai tenue. L'operaio
meccanico può bene passare da un impiego a un altro, da un'oc-
cupazione a un'altra: il suo lavoro sarà presso a poco lo stesso
* Benché i ruoli delle imposte non siano estremamente sinceri, da que-
sto punto di vista, a'nche in Italia moltissimi professionisti guadagnano
ogni anno tra 30 mila e 100 mila lire: parecchi anche assai al di là di
questa somma.
CAP. XVII.] l'imposta sui redditi personali 475
in Italia e in Francia, come in Germania e in America. Ora
ie professioni liberali hanno in tutti i paesi speciali ordinamenti
e speciali limitazioni: le lauree ottenute in Italia non sono
valide negli Stati Uniti di America e in Germania. Chi è av-
vocato in Italia quasi sempre non può fare altra cosa che
l'avvocato in Italia. Mentre chi è operaio elettricista in Ita-
lia , se è abile , può vendei e la sua attività professionale a
condizioni assai migliori in Inghilterra, in Germania o in
qualsiasi altro paese, dove l'opera degli elettricisti è richiesta.
Dal punto d vista della traslazione , le imposte sui redditi
del lavoro operano diversamente, secondo la varia condizione
de le persone colpite *.
Che i salari degli operai devano essere colpiti, come tutti i
redditi del lavoro^ noo_yi è dubbio di sorta. LascianHo sTEare
qui ogni disputa o controversia economica relativa alle leggi
che regolano il salario, bisogna convenire che tutte le ricerche
più recenti convengono quasi interamente nel riconoscere che
i salari sono cresciuti in notevole proporzione in quasi tutti i
paesi più progrediti. Le grandi inchieste ufficiali compiute ne-
gli ultimi quarant' anni concordano nella più gran parte nei
risultati; e le ricerche fatte da de Foville, Cheysson, Neymarck
in Francia , da Bowley in Inghilterra , da Schuize Gaever-
nitz in Germania, da Niccolai in Belgio (per non parlare di
tanti altri) sono tutte concordi nel riconoscere che vi è quasi
dovunque elevazione nei salari. Non ostante tutto ciò , noi
non esitiamo a riconoscere che la legislazione, la quale esen-
ta i redditi del lavoio al di sotto di un mimmo da stabilirsi
secondo circostanze e condizioni variabili, è pienamente giu-
stificata. Non si può infatti negare che si deve essere in fa-
vore di tale eccezione per le ragioni molteplici già da noi esa-
minate.
Ciò che è stato detto relativamente alla esenzione dei reddi-
ti minimi va ricordato ora. Lo sviluppo nelle condizioni di e-
sistenza delle classi popolari interessa i'avvenire stesso della
* Cfr. Pantaleoni: op. cit. pag. 256 e seg.; Leroy Beau-
11 e u : Rèpartition des richesses cap. XIII; C h ar t on: op. cit. pag. 358
e seg.
47^ SCIENZA DELLE TTINANZE [LIBRO II.
società. È stato già dimostrato, e in ciò non esiste controver
sia, come vi sia interesse ad aiutare la formazione di una clas-
se lavoratrice e in condizioni elevate ; e come l'avvenire stes-
so delle nazióni dipenda da questo fatto. Non si può negare
d'altra parte che le imposte sui consumi, che formano la ba-
se dei bilanci moderni e che date le grandi spese dai paesi o-
dierni continueranno a costituirla in avvenire, colpiscono in-
negabilmente assai più le classi povere che le classi ricche. Il
notissimo statistico tedesco Engel ha, come già abbiam detto,
calcolato che nelle famiglie operaie meno agiate la spesa per il
nutrimento assorbe spesso presso a poco tre quarti. In a. cune
famiglie operaie di Napoli è stato constatato che la spesa del
nutrimento assorbe una parte anche maggiore della entrata.
Ora si pensi quanto ciascuna di tali famiglie deve pagare per
imposte indirette ? Non vi è proporzione fra ciò che paga una
famiglia ricca, in cui 'e spese per il nutrimento sono relativa-
mente minori, e ciò che paga una famiglia di lavoratori. Infine
esentare, quanto è più possibile, i redditi del lavoro, allor che
si tratti di piccole fabbriche, di operai che lavoiano a domici-
lio, ecc. , e occorre esentarli anche allorquando la difficoltà di
accertamento è grande. Inoltre, nei tempi attuali, l'operaio ha
una mobilità notevole : egli si reca facilmente, ed è utile che
così venga, dove la mano d'opera è richiesta.
Sopra tutto quando non sorpassino quel minimo che si ri-
tiene indispensabile alla vita, è bene che i salari, almeno dove
le imposte dirette sono assai aspre, siano esenti da ogni im-
posta diretta.
Che i redditi delle professioni liberali, quando sorpassino quel
minimo di esenzione che le leggi accordano, devano essere
colpiti , non si può dubitare. Ma bisogna tener conto della
natura speciale di questi redditi. Vi sono nelle professioni
liberali alcuni individui che guadagnano somme assai eleva-
te ; ma la maggioranza guadagna assai poco. D'altra parte la
mobilità delle professioni liberali è scarsa : è maggiore in al-
cune professioni (medico, ingegnere), minore in altre (avvo-
cato, insegnante), minima in alcune (notaio). Senza dubbio,
i paesi che possiedono grandi colonie possono presentare una
mobilità maggiore nelle professioni liberali : un avvocato in-
GAP. XVII.] l'imposta MOBILIARE IN ITALIA 477
glese è, per esempio, in una condizione speciale. Ma un avvo-
cato svizzero, tranne condizioni eccezionali, non può esercitare
l'avvocatura in Inghilterra, né viceversa. In generale, tutte
le professioni liberali presentano una grande difficoltà di emi-
grazione : sono poi, per l'abbondanza di coloro che le eserci
tano, in condizione difficile, anzi sempre più difficile.
L'eccesso della offerta provoca in molti paesi rimunerazio
ni sempre più basse. Gli impieghi pubblici, estremamente
contesi, sono, tranne in Inghilterra, in generale retribuiti scar-
samente. Le professioni libere presentano una concorrenza
sfrenata. Vi sono soltanto alcune professioni che offrono,
in qualche caso, rimunerazioni elevate : gli artisti, quando
hanno un talento eccezionale o sono favoriti da una grande vo-
ga, gli attori, i cantanti nelle stesse condizioni; qualche volta i
chirurgi e gli avvocati di grande fama.
Nella medicina vi sono eccezionalmente situazioni elevatis-
sime. Ma in generale le situazioni di monopolio, così frequenti
in passato, diminuiscono con il crescere della cultura, con lo
sviluppo della istruzione. La istruzione non è più un monopo-
lio delle classi elevate e medie : diventa ogni giorno più di do-
minio pubblico e le grosse situazioni diminuiscono. I guadagni
professionali grandiosi sono pochissimi e dovuti a situazioni
speciali. In generale, le classi medie, che vivono di redditi
professionali non riescono mai a trasferire le imposte sui loro
clienti : essendo aspre le forme di concorrenza tra gh esercenti
di ciascuna professione *. Dopo la guerra la situazione degli
esercenti professioni liberali, fatte poche eccezioni, è diventata
in quasi tutti i paesi più difficile e incerta.
* L'Italia è il paese del mondo civile che, complessivamente, ha più
medici, più avvocati, più ingegneri civili. Mentre le condizioni dell'eco-
nomia nazionale non sono vantaggiose, le scuole secondarie e superiori
-i popolano sempre più di grandissimo numero di giovani, che disperdono
energie preziose. Le scuole industriali e commerciali non sempre rispon-
denti agli scopi non formano spesso una borghesia produttrice, au-
menta in forma gravissima, quasi tormentosa, il numero dei laureati.
Devo riferirmi a ciò che ho scritto altrove su questo argomento, cfr. (N i t-
t i : U Italia all'alba del secolo XX, Torino, 1901). Il numero enorme dei
laureati fa sì che individui i quali han compiuti studi superiori si conten-
tino poi di poveri impieghi, o di umili remunerazioni.
478 SCIENZA DELLE FINANZE [LIBRO II.
È Stato discusso lungamente se gl'impiegati dello Stato de-
vano essere o no esenti da imposta sui loro stipendi. Infatti
è assai più semplice per un impiegato che riceve 500 lire al mese
di stipendio, ridurre lo stipendio di 600 lire all'anno, piuttosto
che applicare una imposta del io per 100. Ma è da notare che,
quantunque la cosa sia perfettamente identica per gli im-
piegati nuovi che si assumono in serv zio, quando gl'impie-
gati degli enti locali e delle amministrazioni private pagano
imposte, non è bene creare, anche in apparenza, esenzioni ; e
quindi è assai più prudente adottare imposte per tutti gl'im-
piegati. D'altronde non è a credere, sopra tutto nei paesi come
la Francia e l'Italia, dove la richiesta degli impieghi pub! «liei
è enorme, che queste imposte scoraggino la lichiesta d'impie-
ghi : essa permane non ostante tutto e cresce sempre più
rapidamente.
V. Una imposta generale su tutti i redditi mobiliari e del
lavoro : V imposta di ricchezza mobile italiana.
151. Le imposte che colpiscono la ricchezza mobiliare so-
no assai diverse : non tenendo conto delle tasse di registro e
di bollo, la Francia, per esempio, oltre la còte personnelle mobi-
lière, in parte almeno proporzionale al reddito, ha la imposta
delle patenti e una speciale imposta sul reddito dei valori mo-
biliari. Il Belgio ha, oltre la còte personelle, l'imposta delle pa-
tenti ; la Russia ha, oltre le imposte personali, una imposta
sulle patenti di commercio e una sui redditi dei capitali, ecc.
L'Italia ha da gran tempo una imposta sui redditi di ricchezza
mobile, con carattere prevalentemente reale, che colpisce tut-
ti i redditi non fondiari.
Quasi tutti gli scrittori di finanza parlano dell'imposta sul-
la ricchezza mobile italiana come di una imposta generale sul
reddito e la paragonano spesso alla income iax. Niente di meno
vero. Mentre la income ^a^^ inglese riunisce tutte o quasi le im-
poste dirette in una sola : mentre la Einkommensteuev in Prus -
sia era una imposta personale che si sovrapponeva alle imposte
dirette reali, completandole, l'imposta di ricchezza mobile ita-
GAP. XVII.] l'imposta MOBILIAR K IN ITALIA 479
liana si limita a colpire i redditi commerciali, industriali e
professionali.
L'imposta di ricchezza mobile in Italia fu introdotta il 14
luglio 1864 come imposta di contingenza ; ma venne succes-
sivamente modificata e l'ordinamento ora vigente risale nel-
le sue linee generali alla legge del 14 agosto 1877, e complemen-
tarmente, a quella dei 22 luglio 1894 *• Sono considerati dalla
jiegge come redditi di ricchezza mobile esistenti nello Stato
(art. 3) : a) i redditi iscritti agli uffici ipotecari nel Regno, o
altrimenti risultanti da atto pubblico nominativo fatto nel Re-
gno ; b) gli stipendi, pensioni, annualità, interessi e dividen-
di pagati in qualunque luogo e da qualunque persona per con-
to dello Stato, delle provincie, dei comuni, dei pubbUci stabi-
limenti e delle compagnie commerciali, industriali e di assicu-
razioni che abbiano sede nel Regno; e) i redditi di un bene-
ficio ecclesiastico pagati come sopra da una delie casse indica-
te nella lettera precedente;^) i redditi piovenienti da indu-
strie, commerci, impieghi e professioni esercitate nel Regno:
e) i proventi, anche se avventizi e derivanti da spontanee of-
ferte, fatte in corrispettivo di qualsiasi uflicio o ministero;
/) ed in generale ogni specie di reddito non fondiario che si
produca nello Stato, o che sia dovuto da persone domiciliate
o residenti nello Stato. Secondo l'ordinamento attuale, sono
dunque colpiti dalla imposta (articolo 8) tanto i redditi cerH,
quanto i presunti variabih ed eventuali, derivanti dall'eserci-
* Sulle imposte di ricchezza mobile nei vecchi stati italiani, vedansi
sopra tutto: Pescatore: Leggi delle imposte, pag. 50 e seg. ; A. Me-
neghini: Le imposte della Venezia e della Lombardia, Torino, 1863 ;
G.Alessio: Saggio sul sistema tributario, v. I; ecc. ecc. Il regno di Na-
poli quasi non avea imposte mobiliari, che viceversa erano gravissime nel
regno di Sardegna e gravi in Lombardia. Per la storia delle imposte sui
redditi di ricchezza mobile in Italia vedansi : Imposta sui redditi della ric-
chezza mobile, progetto di legge, presentato il 18 novembre 1862 ; le pub-
blicazioni numerosissime e importanti della Direzione generale delle im-
poste dirette ; MadoneClementini: Trattato deW imposta di
ricchezza mobile, Venezia 1883, C ar n e 1 li : V aliquota delV imposta sui
redditi di ricchezza mobile, Roma, 1891 ; O. Quarta: Legge sulVimpo-
sta di ricchezza mobile, Torino, 1886 ; e le opere di commento alla legge
di Frola, Giov anelli, Bonelli, Clementini, ecc.
4Ì^O SCIENZA DELLE FINANZE [LIBRO II.
zio di qualsiasi professione, industria ed occupazione manu-
fattrice o mercantile, materiale o intellettuale.
I redditi, che non fanno parte del demanio pubblico e del de-
manio privato, sono soggetti all'imposta, anche quando sono
percepiti sui frutti e proporzionati in un modo qualsiasi al pro-
dotto del fondo. I redditi fondiari sono egualmente imponi-
bili, se non è pi ovato che il proprietario o l'usufruttuario del
fondo da cui provengono ha già pagato l'imposta per questa cau-
sa. I benefici agricoli non sono colpiti se non in quanto sono
percepiti da tutt'altra persona che dal proprietario dei fon-
di da cui derivano. La legge opera una discriminazione fra le
varie categorie di reddito e distingue fra quelli che derivano dal-
l'interesse, dal profitto e dal lavoro. I redditi imponibili so-
no divisi secondo il decreto 3 novembre 1894, in cinque cate-
gorie o cedole: A ' ) interessi e premi dei debiti delle province,
dei comuni, le obbligazioni di società garantite e sovvenziona-
te dallo Stato e 1 premi di otterie di ogni genere; ^") redditi
che dipendono dall'impiego del capitale non previsto nella pre-
cedente categoria, cioè redditi paterni e che derivano da cre-
diti ipotecari o chirografari o da obbligazioni o lettere di cam-
bio ; i premi delle emissioni fatte dai privati e ogni specie di
credito di capitale e infine i redditi previsti dagli articoli 4
e 5 della legge 1877; B) redditi temporanei alla cui produzione
concorrono simultaneamente il lavoro e il capitale, cioè quelli
che risultano dall esercizio di commercio e industrie, compresi
i benefìci agricoli imponibili e anche di industrie agricole co-
me rallevamento del bestiame, in cui i redditi non sono sol-
tanto forniti dai fondi ; C) redditi temporanei prodotti dal so-
lo lavoro, per esempio, dall'esercizio di un arte, di un mestie-
re, o di una professione, o quelli che non sono attualmente ri-
cavati dai loro possessori né dal lavoro né dal capitale (pen-
sioni rendite vitalizie, ecc.) ; D) redditi provenienti da stipen-
di o pensioni, sia in specie, sia in natura pagati dallo Stato
dalle Provincie e dai comuni.
Le imposte sulla ricchezza mobiliare (come la italiana,
che è piuttosto una imposta sui redditi che non sono né fon-
diari, né edilizi) per necessità devono colpire con aliquote as-
sai diverse i ledditi, che derivano dall'attività personale e
CAP. XVII.] l'imposta mobiliare in ITALIA 481
quelli che derivano da l'interesse del capitale. I contribuenti
di quest'ultima categoria sono infatti, come abbiam visto
in una posizione assai diversa dagli altri. Nella imposta di ric-
chezza mobile italiana, per calcolare il reddito imponibile,
si fanno dalla entrata lorda le seguenti deduzioni : i.o gli one-
ri passivi ipotecari o non, dato che la loro esistenza sia debi-
tamente giustificata, che il creditore risieda nel Regno e che
stabilisca regolarmente la sua identità e il suo domicilio ; se
queste condizioni non si adempiono, l'imposta è direttamente
prelevata sul debitore, salvo ii suo diritto di rimborso contro
il creditore ; 2.0 le spese inerenti alla fabbricazione e all'eser-
cizio di industrie, come materie prime, salari, stipendi, fitti
di magazzini, di locali, ecc. Accertato, così, il reddito netto,
si determinava il reddito imponibile nel seguente modo per i
redditi della categoria A ' secondo il loro valore integrale, *V4o
cioè 20 % ; per i redditi della categoria A ' su ^*'/4o , cioè
15 % ; per i redditi della categoria H in ragione di ^o/^o.
quindi io % ; per quelli della categoria C di ^Vio. cioè
9 % ; infine per quelli della categoria D di 1V40. cioè 7,50 % .
La imposta di ricchezza mobile italiana si esiqe mediante
ruoli nominativi, o mediante ritenute. Per regola generale,
sono inscritti nei ruoli della imposta tutti coloro che percepi-
scono redditi professionali, redditi capitalistici e redditi indu-
striali o misti : cioè, redditi derivanti dall'attività individua
le e dal lavoro, dall'interesse e dal profitto industriale. Il me-
todo della ritenuta diretta è applicato da'lo Stato ai pagamen-
ti di stipendi, assegni, interessi del debito pubblico, indenniz-
zi, ecc. La ritenuta indiretta di rivalsa si ha per le amministra ►
zioni locali, le società industriali e commerciali, che figurano
nei ruoli per la imposta che dovrebbero pagare i loro stipen-
diati e salariati. A lor volta essi non sono che contribuenti
nominativi; poiché nei loro pagamenti al personale ritengono
la somma delle imposte.
La compilazione delle liste dei contribuenti, inscritti nei ruo-
li, avviene per la prima volta per mezzo del comitato munici-
pale; negli anni seguenti viene compilata dall'agente delle im-
poste e riveviuta anno per anno della giunta municipale.
L'agente invita in. seguito il contribuente a denunciare i red-
482 SCIENZA DELLE FINANZE [LIBRO II,
diti al lordo, con le esenzioni e deduzioni ammesse dalla leg-
ge. Per i redditi industriali e professionali incerti o variabi-
li la legge ammette l'accertamento per classi. Per le controver-
sie che possono sorgere vi sono commissioni speciali ammini-
strative di vario grado : commissione mandamentale, commis-
sione provinciale e anche una commissione centrale, nomina-
ta dal Ministro delle finanze.
Le esenzioni che la imposta di ricchezza mobile accorda so-
no o di carattere politico (agenti diplomatici e consolari di pae-
si che accordano la esenzione di imposte ai rappresentanti
di stati esteri: lista civile del sovrano e appannaggi dei mem-
bri della famiglia reale) ; o semplicemente apparenti (redditi
che sopportano già una prima volta l'imposta di ricchezza
mobile; somme pagate a titolo di rimborso di capitaU); solo
in qualche caso sono vere esenzioni (militari -n attività di ser-
vizio nell'esercito e nell'armata navale al di sotto del grado
di ufficiale ; redditi delle società di mutuo soccorso; i redditi
minimi). Le esenzioni sono in geneiale basse per i redditi
minori e si arrestano proprio dove sarebbe quasi impossibile
l'imposta.
L'art, ^s della legge fissa le esenzioni dei piccoli redditi a
400 lire, quando la imposta era riscossa per ruoli. Accadeva
quindi che per la cedola B la esenzione va fino a lire 533,33,
per la cedola C fino a 640 ; e per la cedola D fino a 800.
Non vi fu esenzione pei redditi derivanti da puro capitale
(cedola A) ; ma agli effetti della esenzione si tenne conto an-
che dei redditi immobiliari.
Oltre a questi termini di esenzione si ebbero termini di ridu-
zione. La legge 23 giugno 1877, ammise l'esenzione pei reddi-
ti Fui quali l'imposta si riscuote col mezzo dei ruoli, e che o
soli o sommati cogli altri redditi mobiliari o fondiari del con-
tribuente non sono superiori alle lire 400, poiché parve quello
il massimo limite per il quale il reddito non può considerarsi
capace di forza contributiva; (limite che fu chiamato quota mi-
nima). Ma la stessa legge provvide anche a temperare '.'impe-
sta sui redditi delle categoiie B e C non eccedenti le 800 lire,
non avendo ancora i redditi inferigri aUe lire 400, fino almeno
alle 800, tanta forza contributiva da poter sopportare imme»
CAP. XVII.] L IMPOSTA MOBILIAKE IN ITALIA 483
diatamente tutto il peso della forte aliquota stabilita dalla
legge. E così ammise alcune detrazioni fisse che seguono una
progressione aritmetica costante, a misura che la cifra comples-
siva de: reddito diminuisce da lire 800 a lire 400, e sui redditi
della categorìa D, tra le 400 e le 500 lire imponibili con una de-
trazione in misura fissa (ait. 55 testo unico). Come per deter-
minare se un reddito ragg unga il minimo imponibUe, cosi an-
che per stabilire se e quale detrazione competa sul reddito da
tassarsi nel ruolo dell'imposta, lo si cumulava cogli altri redditi
mobiliari (compresi quelli che scontano l'imposta mediante
ritenuta diretta dello Stato o di rivalsa) e fondiari del contri-
buente. Rispetto ai redditi delle categorie B e C le detrazioni
furono determinate come appresso. Per quelli che o soli o cu-
mulati (conservati), come si è detto, superano le lire 400 impo-
nibili, ma non le lire 500, la detrazione fu di lire 250 imponibili:
per quelli che eccedono le i.'re 550 imponibili, ma non le lire 600,
la detrazione fu d' lire 200. per quelli che eccedono le lire 600
imponibili ma non le lire 700, fu di lire 150; per quell: infine su-
peiiori a lire 700 imponibili, ma non alle lire 800 la detrazione fu
di hre 100, Pei redditi di categoria D la detrazione fu. determina-
ta in lire 100 ed ammessa soltanto quando superassero o soli o
cumulati come sopra le lire 400 ma non le liie 500 imponibili *.
Questi sono i criteri ed i metodi portati dalla legge origina-
ria. Sopravvenne poi ia legge 22 luglio 1894, della quale va
tenuto conto. L'on. Sonnino, per far fronte in quell'anno ad
un disavanzo di 177 milioni, propose la riduzione degli interes-
si del debito pubblico, ai 4 % netto. Ma per la xegge del
1861 (articolo 3) gl'interessi del debito pubblico non possuno
essere colpiti con un'imposta speciale : onde è cLe lon. Son-
nino ricorse all'espediente di elevare al 20 % l'aliquota genera-
le della imposta per colpire così oltre che i prestiti dello Sta-
to tutti i redditi mobiliari. Ma nello stesso tempo la legge 22
luglio 1894 portava 'e quote di detrazione per le categorie B,
C, D da Vs, Ve e Vs ai ^«Ao (ced. B), 18/40 (ced. D) e ^'U (ced,
C); mentre coli' articolo 2 disponeva che le esenzioni e le
* Gì riferiamo a Del Guerra, La legislazione finanziaria, II edi-
zione, Novara, 1905, pag. 353-354-
484 SCIENZA DELLE FINANZE [LIBRO IT.
detrazioni di cui all' articolo ^^ della legge 24 agosto 1877
dovessero continuare a calcolarsi essendo le regole di riduzio-
ne del leddito effettivo in reddito imponibile stabilite nelle
lettere b, e e d dell'articolo 24 della stessa legge. Ciò fece sor-
gere un vivace dibattito circa la portata dell'aumento delle
quote di detrazione agli effetti delle riduzioni parziali. Si sosten-
ne che il reddito netto da caricare in ruolo, nei casi di possi-
bile riduzione, dovesse calcolarsi in base alle quote di detra-
zione stabilite dalla legge 22 luglio 1894 ^ non a quelle del-
l'altra 24 agosto 1877. ^^ questione fu troncata dal fisco
con l'articolo 51 del regolamento 3 novembre 1894, e con una
circolare della Direzione generale delle imposte (8 agosto
1894), coi quali si dispose doversi le esenzioni e riduzioni cal-
colarsi in base alle quote di detrazione della legge 24 agosto
1877 : doversi cioè i redditi netti ed effettivi ridursi per la ca-
tegoria B ai 6/8, per la categoria C ai 5/8 e per la categoria
D ai 4.8. Per quanto simile interpretazione sia stata combat-
tuta * essa è oramai prevalsa nell'applicazione, il che vuol dire
che si continuarono a ritenere tassabili tutti quei redditi netti
delle categorie B, C e D che, ridotti rispettivamente a 6/8
a 5/8 ed a 4/8 risultino superiori alle lire 400, ed in tassabili
gli altri, senza riguardo se colle nuove diversificazioni a quaran-
tesimi tali redditi si riducevano a cifra imponibile inferiore a
lire 400, poiché la maggior riduzione negli imponibili, portata
dalla legge del 1894, ^'^^^^^ /a//a unicamente agli effetti dell'ap-
plicazione della più elevata aliquota del 20 % e non a quelli
della determinazione del minimo imponibile. '( E quanto alle
detrazioni il disposto del penultimo capoverso dell'art. 2 della
legge del 1894 andava inteso nel senso che dal nuovo reddito
imponibile (quello cioè ridotto a quarantesimi) s operavano le
stesse detrazioni di cui all'art. 55 del testo unico 1877, ma in
ragione per altro delle nuove dinersi/ioazioni. Il qual resultato
si otteneva mediante una regola di proporzione, i cui termini
* Confr. Flora: L'Imposta sui redditi della ricchezza mobile in Italiu
nella Enciclopedia giuridica italiana, Milano, 1898; e Ti v aro ni: /
Imposte Dirette sulla ricchezza mobiliare e sv.l reddito , Torino, 1904
pp. i2i-i::4.
CAP. XVII.] l'imposta mobiliare in ITALIA 485
erano il vecchio, il nuovo reddito imponibile e la detrazione
conosciuta ; l'incognita la detrazione proporzionata. Se, ad
esempio, si considerava 1 reddito netto in lire 880 in categoria B,
ij quale, secondo la legge de! 1877, ridotto a 6/8 corrispondeva
a lire 660 imponibili ed aveva diritto alia detrazione di lire 150,
il nuovo reddito imponibile che, secondo la legge del 1894 di-
versificato per 20/40, si traduceva in lire 440, aveva diritto alla
detrazione proporzionale di lire 100, perchè 660 (imponibile vec-
chio) : 150 (detrazione vecchia) : : 440 (imponibile nuovo) : 100.
Ancora : se si considerava il reddito netto di lire 790 in cate-
goria C, il quale, per la l^gge del 1877, ridotto a 5/8 corri-
spondeva a lire 493,75 imponibili ed aveva diritto alla detra-
zione di lire 250, il nuovo reddito imponibile che, secondo la
legge del 1894 diversificato per 18/40 si traduceva in lire 355,50,
aveva diritto alla detrazione proporzionale di lire 180, perchè
493,75 : 250 : : 355,50 • 180. E, se si prendeva il reddito netto
di lire 360 in categoria D, il quale per la legge del 1877, ridotto
a 4/8 corrisponde a lire 180 imponibili ed aveva diritto alla de-
trazione di lire 100, il nuovo reddito imponibile, per la legge
del 1894, diversificato per 15/40 si traduceva in lire 75, per-
chè 180 : 100 : : 360 : 75 '> *.
In conseguenza di ciò si aveva :
Termini di esenzione dall'imposta
dditi di Categ. A i) sono tutti soggetti, anche se di poco importo
» » A 2 ) » » » » »
» » B sono del tutto esenti ai di sotto di effettive L, 533,33
» »C » » «»»» 640, —
» »D » » »»»« 800, —
Termini di riduzioni deW imposta
dditi di Categ. B. esenti parzialmente nei limiti daL. 533>33 a 1866,67 effet.
» » C » » » » 640, — » 1280, — »
> » D » » » » 800, — » loco, — »
• Conf Del Guerra: Legislazione Finanziaria, pag. 358.
Ni t ^ i. 32
486 SCIENZA DELLE FINANZE [LIBRO II.
Su essi si operano le seguenti riduzioni deir imponibile :
Per I REDDITI DI Categoria B
Redditi effettivi
da L. 533,38 a L. 666,66 (imponibili L. 266,67 a L. 333,33) detrazione L. 166,
da » 666,67 a 800, — tt a 333>33 » 400, — » » 133,
da » 800,01 » 033,33 » » 400, — » 466,67 » » 100,
da » 933,34 » 1066,66 » » 466,67 i> 533,33 » » 66,
Per i redditi di Categoria C
Redditi effettivi
da L. 640, — a L. 800, — (imponibili L. 288, — a L. 360, — ) detrazione L. 180,
da » 800,01 » 960, — » » 360, — » 442, — » » 144,
da » 960,01 »ii2o, — » » 442, — » 594, — » » 108,
da » 1 120.01 » 1280, — » » 504, — » 576, — » » 72,
Per i redditi di Categoria C
Reddito effettivo da L. 800 a L. 1000 (imponibili L. 300 a L. 385) detrazione L.
Meno semplice ancora era il caso di redditi derivanti da di-
verse categorie. Se il reddito di uno stesso contribuente derivava
da diverse categorie non erano più applicabili le detrazioni fisse
esposte, ma bisognava ricorrere di volta in volta ad una pro-
porzione. « Perciò quando di categoria diversa siano i redditi al
nome di uno stesso contribuente, che, soli o cumulati con al-
.tri redditi mobiliari o fondiari, stiano nei limiti stabiliti dalla
legge per avere diritto a detrazioni, converrà prima di tutto de-
terminare quale detrazione spetti sul loro cumulo, giusta la
legge del 1877, e proporzionare poi direttamente questa detra-
zione all'imponibile complessivo da ricavarsi colla discrimina-
zione a quarantesimi, giusta la legge del 1894, di redditi da
tassarsi a ruolo. Ad esempio : se un tale possegga un reddito
netto di lire 420 in categoria B e un reddito ugualmente al netto
di lire 640 in categoria B e un reddito pure al netto di lire 640
in categoria C, che valutati rispettivamente ai 6/8 ed a 5/8,
danno il primo un reddito imponibile di lire 3156 l'altro un red-
dito imponibile di lire 400 e cosi in complesso un reddito imp
CAP. XVII.j l'imposta mobiliare in ITALIA 487
nibile di lire 715, la detrazione spettante per la legge del 1877
è di lire 100. Ora gli accennati redditi netti discriminati rispet-
tivamente a 20/40 ed a 18/40, giusta la ìegge del 1894, offrono
quello di categoria B, l'imponibile di lire 210, l'altro di ca-
tegoria C, l'imponibile di lire 288 e così un imponibile comples-
sivo di lire 498. Bisogna dunque stabilire la proporzione che
qui si espone già risoluta, cioè: 715 (imponibile vecchio): 100
(detrazione ammessa dalla legge del 1877) : 498 (imponi-
bile nuovo) : X = 65 (detrazione proporzionata in ordine alla
discriminazione portata dalla legge del 1894). Di guisa che
il reddito tassabile a ruolo in relazione a quello complessivo
netto di lire 1060 e imponibile di lire 498, sarebbe di lire
428,35 » *.
Con la legge del 1894, l'aliquota della imposta di ricchezza
mobile venne fissata nella misura del 20 per cento del reddi-
to imponibile per qualsiasi categoria. Pei redditi la cui imposta
veniva riscossa a mezzo dell'esattore (non per ritenuta diretta
come nel caso delle cedole di titoli pubblici o stipendi governa-
tivi, ecc.l all'aliquota generale per cento, lire 20, si ag-
giungevano le spese di aggio, che variavano di luogo in luogo.
L'ammontare dell'imposta si otteneva moltiplicando la cifra del
reddito imponibile per la cifra dell'aliquota, e dividendo il pro-
dotto per cento. All'aliquota del 20 % andava aggiunto il 2 %,
a rimborso di spese di distribuzione deila imposta, che si appli-
cava solo a redditi da esigersi per ruoli. Vi era quindi una dif-
ferenza fra le aliquote per ruoli e quelle per ritenuta • queste
ultime essendo necessariamente più basse. Cosi per la catego-
ria A', (imponibile 40/40) l'aliquota per ritenuta era del 20 %
e quella per ruoli del 20.40 % , per la categoria A", (impo-
nibile 30/40) l'aliquota per ruoli era di 15.30% ; per la catego-
ria B (imponibile 20/40) l'impunibile per ruoli è di 12.20 «/o
per la categoria C (imponibile 18/40) l'aliquota per ruoli era di
9.10 % ; per la categoria D (imponibile 15/40) l'aliquota per
ritenuta era di 7.50 % è quella per ruoli di 7.65 %.
La legge 2 maggio 1907 stabiliva che i redditi delle catego-
Conf. Del Guerra: Legislazione Finanziaria : pag. 355
488 SCIENZA DELLE FINANZI: [LIBRO II.
rie B e C non potevano essere sottoposti ad accertamento da
parte del fisco se non ogni quattro anni : il contribuente po-
teva chiedere la revisione dopo un biennio La valutazione dei
redditi era fatta sulla media del biennio precedente all'inizio
del periodo prescritto per la presentazione delle rettifiche del
contribuente.
Nuovi inasprimenti ha avuta l'imposta italiana di ricchezza
mobile coi due decreti luogotenenziali 9 settembre 191 7 e i^
agosto 1919. Quest'ultimo decreto, ribadendo le nuove discri-
minazioni nelle categorie tradizionali stabilisce che l'imposta
venga applicata sui redditi netti in base alle seguenti alì-
quote :
20 % per i redditi di categoria A-i e .4-2 ;
IO % per i redditi di categoiia B, accertati a carico di
privati e non superiori a lire 1500 ;
12 % per i redditi di categoria B, accertati a carico di
privati supeiiori a lire 1500 ma non a lire 3000 ;
15 % P^r i redditi di categoria B, accertati a carico di
privati superiori a Ure 3000 ma non a lire 5000 ;
16 % per i redditi di categoria B, accertati a carico di
privati e superiori a lire 5000 e per tutti quelli accertati a ca-
rico di enti collettivi ;
9 % per i redditi di categoria C, accertati direttamente
e non superiori a lire 1667 ;
10 % per i redditi di categoria C, accertati per rivalsa;
11 % per i redditi di categoria C, accertati direttamente
e superiori a lire 1667 ma non a lire 3000 ;
14 % per i reddiri di categoria C, accertati direttamente
e superiori a lire 3000 ma non a lire 5000 ;
15 % per i redditi di categoria C, accertati direttamente
e superiori a lire 5000 ;
7.50 % per i redditi di categoria D, non superiori a li-
re 2000 ;
8,65 % per i redditi di categoria D , superiori a li-
re 2000.
Codeste aliquote sono comprensive dei centesimi addizionali
d) cui al decreto 15 ottobre 191 4, e del decimo di cui alla
legge 16 dicembre 191 4-
CAP. XVIJ.] l'imposta mobiliare in ITALIA 489
Il decreto 9 settembre 191 7 regola le esenzioni e le detra-
zioni.
Sono esenti da imposta m categoria B i redditi netti fino
a lire 533,33 in categoria G i redditi netti fino a lire 640, in
categoria D i redditi netti fino a lire 800.
Le detrazioni portate dalla legge 22 luglio 1894, n. 339, ver-
ranno fatte sui redditi netti, e cioè nelle seguenti misure :
in categoria B :
lire 333,33 per i redditi superiori a 533,33 ma non a
lire 666,66 ;
lire 266,66 per i redditi superiori a lire 666.66 ma non
a lire 800,00 ;
lire 200,00 per i redditi superiori a lire 800,00 ma non
a lire 933,33 ;
lire 133,33 per i redditi superiori a lire 933,33 ma non
a lire i .066,66 :
in categoria C :
lire 400.00 per i redditi superiori a lire 640,00 ma non
a lire 800,00 ;
lire 320,00 per i redditi superiori a lire 800,00 ma
non a lire 960.00 ;
lire 240,00 per i redditi superiori a lire 960,00 ma
non a lire 1.120,00 ;
lire 160,00 per i redditi superiori a lire 1.120,00 ma
non a lire 1.280,00.
Alle aliquote di legge [ diremo così ideali ) occorre so-
stituire le reali , cioè quelle che effettivamente gravano sul
contribuente. Esse nel 1914 erano fissate nella seguente mi-
sura :
del 20,40 % per i redditi di categoria A) ; n. i ;
del 17,595 % per i redditi di categoria A) ; n. 2 ;
dell' 11,73 % per i redditi di categoria B) ;
del 10,557 % per i redditi di categoria C) ;
deir8,797 % per i redditi di categoria D) ;
del 5,50 % per i redditi delle Colonie agrarie.
Risultano invece aumentate , dopo i rimaneggiamenti del
1917 e del 1918, come appresso :
aliquota del 25,868 % per i redditi di categoria A); n i ;
490 SCIENZA DELLE FINANZE [LIBRO II.
aliquota del 25,368 % per i redditi di categoria A) n. 2;
aliquota del 12,934 % P^r i redditi di categoria B) non
superiori a L. 1.550 ;
aliquota del 15,3208 % per i redditi di categoria B) non
superiori a L. 3.000 ;
aliquota del 18,901 % per i redditi di categoria B) non
superiori a L. 5.000 ;
aliquota del 20,094 % per i redditi di categoria B) non
superiori a L. 20.000 ,
aliquota del 11,6406 % per i redditi di categoria C) non
superiori a L. 1.667 accertati direttamente al nome del red-
dituario ;
aliquota del 12,834 % P^r i redditi di categoria C) di
qualunque ammontare accertati per rivalsa presso il datore
di lavoro ;
aliquota del 14,0274 % per 1 redditi di categoria C) non
superiori a L. 3.000 accertati direttamente ;
aliquota del 17,6076 % per i redditi di categoria C) non
superiori a L. 5.000 accertati direttamente;
aliquota del 18,801 % per i redditi di categoria C) sa-
periori a 5.000 accertati direttamente ;
aliquota del 9,3255 % per i redditi di categoria D) , rl-
scuotibili direttamente e non superiori a L. 2.000 ;
aliquota del 10,69791 % per i redditi di categoria D) ruoli
e superiori a L. 2.000 ;
aliquota del 11,07291 % per i redditi di categoria D) ri-
scuotibili per ritenuta diretta e superiore a L. 2.000 ;
aliquota dell' 8,5637 % per redditi delle colonie a-
grarie.
Si aggiunga che mentre prima all'imposta di ricchezza mo-
bile non si aggiungevano addizionali , ora province e comu-
ni hanno facoltà di imporre un addizionale, di dieci centesimi
ciascuno per ogni lira d' imposta erariale sui redditi di cate-
goria B e di categoria C ; facoltà delJa quale, naturalmente
le province hanno profittato per ricavarne (nel 1921) 48,100.000
lire ed i Comuni per averne 44,300.000 lire. Allo Stato la
ricchezza mobile dava, nel 192 1, lire 958,100.000. Tra Stato,
province e comuni, l'imposta gitta va, in quell'anno 1040.50c.000
CAP. XVII.] l'imi OSTA MOBILIARE IN ITALIA 49I
lire. Aveva dato nel 1914, ultimo anno normale, al solo Stato
(perchè non vi erano allora gli addizionali) 273,300.000 lire ;
onde facendo pari a 100 la cifra del 191 4 si ha che tra quel-
r anno ed il 1921 il carico del contribuente italiano per la
imposta mobiliare è passato da 100 a 382,9.
Come si vede , l' imposta di ricchezza mobile è divenuta
anch' essa in Italia progressiva.
L' accertamento dei reddito presenta non poche difficoltà
Tutti i redditi che non possono essere assoggettati all' impo-
sta per ritenuta sono tassabili co sistema dei ruoli nominativi,
su dichiarazione del contribuente, controllata dagli agenti del
fisco e vagliata, in caso di reclamo, dalle speciali commissioni.
Quando il contribuente non ottemperi all'obbligo della di-
chiarazione, l'accertamento del reddito è operato di ufficio da-
gli agenti fiscali.
11 potere di investigaziv )ne degli agenti fiscali e delle com-
missioni di imposte è assai largo; nondimeno i sagg; elevati
della imposta rendono le evasioni assai frequenti e le frodi
numerose.
Non ostante il fiscalismo degli agenti, è i' ammontare del
reddito che si può difficilmente conoscere. I redditi sono am-
ministrativamente distinti in « certi e definiti » ed in « incer-
ti e variabili » ; tra i primi si comprendono i redditi del capita-
le, i salari, gli stipendi, le pensioni ; fanno parte degli incerti
e variabili i redditi del commercio, dell'industria e delle pro-
fessioni liberali. Ora non è possibile conoscere e quindi colpire
con precisione l'ammontare dei redditi, siano pure certi e de-
finiti : gl'interessi dei prestiti, ad esempio, fatti ai privati
sfuggono all'imposta sempre che il contribuente o non esibi-
sca il titolo, o lo falsi, cioè dissimuli un prestito sotto altro
aspetto giuridico, sotto quello del deposito gratuito o della ven-
dita col patto del riscatto etc. Ma le difficoltà diventano as-
sai maggiori quando si tratti di redditi incerti e variabili,
cioè di quelli industriali, commerciali, delle professioni libera-
li e via dicendo. L'articolo 25 della legge prescrive che le so-
cietà anonime, le società in accomandita per azioni, gì' isti-
tuti di credito e le Casse di risparmio debbano essere colpiti sul-
la base dell'ultimo bilancio.
492 SCIENZA DELLE FINANZE [LIBRO II,
L'imposta italiana di ricchezza mobile è assai grave ed i
benefici industriali e commerciali non sono sempre tali che
società ed istituti possano facilmente sopportarla; onde si
spiega in chi li amministra il desiderio di evaderla parzialmen-
te. Falsificare le cifre dei bilanci è pericoloso anche dal pun-
to di vista penale, è assai più sicuro invece attribuire un elemen-
to ad un capitolo anzi che ad un altro allo scopo di dissimula-
re gli utili : « alcune società giungono a tener perfino due se-
rie di libri, una per gli azionisti ed un' aitra per il fisco » *,
che è sempre in lotta diffidente e spesso aspra cogli ammini-
stratori per controllare o ristabilire la sincerità dei bilanci.
Né quando quella sia accertata il dibattito è finito: diviene
più accanito anzi allorché si passa a determinare sul reddito
lordo il reddito netto. La paura del fisco é cosi grande nelle
società commerciali (ed è paura giustificata) che una delle
principali cure di chi amministra é di premunirsi contro il
pericolo di fortunate .nvestigazioni da parte degh agenti di
esso. Anche per quanto riguarda gli utili industriali dei privati
o delle società di persone le controversie fioriscono , poiché
l'articolo 32 della legge ammette la deduzione delle spese ine-
renti alla produzione; spese che naturalmente il contribuente
tende ad elevare ed il fisco a ridurre.
L'indagine diventa addirittura impossibile, e quindi o è
feroce o è inefficace, da pai te del fisco quando si tratta di accer-
tare 1 redditi delle professioni liberali (avvocati, patrocinatori,
notai, ingegneri, architetti, medici, chirurgi, etc.) : il più del-
le volte manca ogni elemento reale, ogni prova giuridica dei
reddito. La legge ( articolo 50 del testo unico ) avea dato ni
fisco parecchie armi, (come l'accesso nei locali dell' industria,
come le informazioni di terzi, come l'ispezione dei registri,
etc.) che avrebbero potuto esser efficaci e che erano alcune an-
che giuste, ma niuno ha mai pensato di usarle e ninno osereb-
be più ricorrervi ; ora le abitudmi amministrative si sono so-
stituite alla legge, e mentre non esiste in Italia alcun sistema
di prove fiscali esiste solo il potere discrezionale delle Commis-
♦ Flora: Scienza delle Finanze, III edizione, Livorno 1909, pag. 417
CAP. XVII.] L IMPOSTA MOBILIARE IX ITALIA 493
Sioni, che è in materia di fatti assoluto; è con esse che l'agente
deve cercare d'intendersi poi che la legge sono loro. Da ciò di-
sparità di apprezzamenti da luogo a luogo di anno in anno.
L'imposta cosi, per i redditi incerti e variabili, si trasforma in
un'imposta indiziaria, perdendo in massima il suo carattere.
A determinare il reddito tutto può contribuire : valore locati-
vo dei locali, cifre di spedizione, bollette di dogana, numero de-
gli operai e degl' impiegati, altezza di salari, capitale, massa de-
gli affari etc. Su tutto ciò gli agenti basano i loro calcoli e le
commissioni giudicano . la voce pubblica, a dir così influisce ;
come influiscono l'affitto di ca<=;a e il tenor di vita financo del
contribuente. « Ecco la base , scrive un acuto francese che
si è a lungo occupato delle frodi nella nostra ricchezza mobi-
le: il Perdrieux , che può sembrare assai fragile, della imposi-
zione degli industriali e dei commercianti» *. Che il contri-
buente cerchi di guardarsi dall'Agente è umano: che l'agente
tenda a strappare alla vittima i suoi segreti s'intende, se non
ha altro modo di adempiere al dover suo. Da ciò la fioritura
di aneddoti diffusi, un pò dovunque all'estero, negli scritti che
si occupano dell'argomento, sulle imboscate tese a medici e ad
avvocati, sui rifiuti di un libraio a dichiarare quali libri ven-
de di più , per paura del fisco, e via dicendo. In tutto ciò,
l'arbitrio verso il contribuente è spesso grande, ma anche il
danno del fisco vi è o può esservi; e, forse, non perchè l'impo-
sta renda molto meno di quanto dovrebbe, ma perchè rende
tanto con molti sforzi, premendo su chi meno ha, mentre molti
che dovrebbero pagare non pagano e anche molti di coloro che
pagano, pagano meno di quello che sarebbe giusto. Il Per-
drieux asserisce di poter citare il caso di un medico, specia
lista rinomato, che paga, dopo dodici anni, quanto pagava nel
primo anno del .suo esercizio professionale !
L'imposta è assai grave e notevoli, naturalmente, sono le
evasioni ; l'accertamento del reddito non è che indiziario e
l'ingiustizia quindi non può essere sempre evitata: ciò crea uno
♦ M. P. Perdrieux: Les fraudes dans Vimpót italien sur les re-
tenus de la Richesse mobilière ; in Bulletin Mensuel de la Societé de Lègi-
lation Comparèe. Quarantième annèe, N. 3, Mars 1909. Paris, pag. 227.
494 SCIENZA DELLE FINANZE [LIBRO II.
stato di cose che in un altro paese meno adattabile del nostro
non si saprebbe concepire. A quanto ammontino le evasioni
ninno può dire: lo ignora la stessa Amministrazione, la quale,
in un documento ufficiale, si limita ad intuirlo, mettendo in rap-
porto lo aumento di prodotto della ricchezza mobile sugli
stipendi pensioni ed altri assegni, pagata per ritenuta allo Stato,
e l'incremento del gettito della stessa imposta, esatta mediante
ruoli nominativi. Tutto ciò crea non poche disparità. Lo
Spoelberch * osservava che nel 1902 gli stipendi e pensioni
degli impiegati pubblici e privati erano colpiti per una somma
più elevata di quella per la quale erano colpiti i benefici del-
l'industria e del commercio ; nel 1904 i redditi delle profes-
sioni liberali davano un pò più della metà di quello che
davano gli stipendi degli impiegati ; nel 1894, secondo dati
ufficiali, risultavano imposti per redditi superiori alle 10.000
lire, in tutta Italia, 35 medici chirurgi, 66 avvocati e pro-
curatori, 16 notai, II ingegneri ed architetti . Nel 1902, i
redditi superiori alle loooo lire erano 2965 sopra 466257
nella categoria B; e 620 sopra 202355 nella categoria C;
nella categoria B i redditi inferiori alle 1000 lire rappresen-
tavano il 44.77 % del reddito totale della categoria e quelli
superiori ai 3000 erano il 33.05 % ; nella categoria C i redditi
al disotto delle 1000 lire giungevano appena al 28.78 % e
quelli oltre 3000 erano 23.54 % mentre i redditi tra 1000 e
2000 rappresentavano il 47.68 quasi la metà) del reddito to-
tale della categoria ; il che permette di concludere, di accor-
do con altri, che « buona parte della materia imponibile sfug-
ge ancora al tributo » . Dopo un'acuta analisi della imposta di
ricchezza mobile italiana, il Perdrieux scrive : « Un'imposta
sul reddito dichiarato divenuta in parte un'imposta sul reddito
presunto ; un'imposta sul reddito annuale divenuta un'imposta
sul reddito medio ; un' amministrazione, che lascia arruggini-
re le arm i che le accorda la legge, per adottarne altre meno bru-
tali ma meno sicure ; un saggio legale applicato a dei redditi
* Ollivier de Spoelberch: L'Impót sur le Revenu en Italie.
Bruxelles 1908, pag. 225. Vedi anche l.\ a.; V Imposta mohiliarf e la
riforma dei tributi diretti in Italia. Torino ig^ó
GAP. XVII.] l'imposta MOBILIARE IN ITALIA 495
inferiori al vero, ciò che viene a ridurre quel saggio : ecco lo
spettacolo che offre, applicata alla maggior parte della materia
imponibile, l'imposta italiana sui redditi di ricchezza mobi-
le. Accade spesso ad un'imposta di venirsi modificando nella
pratica, ma non vi è , forse, negli stati moderni esempio di una
simile deviazione » * . Ciò è vero; ma è anche vero che l'impo-
sta di ricchezza mobile italiana è un'imposta, come lo stesso
scrittore riconosce, assai grave.
L'imposta di ricchezza mobile italiana, ha, data la ricchezza
del paese che non è grande, una produttività enorme. Poche
imposte in trenta anni sono aumentate così rapidamente co-
me quella sulla ricchezza mobiliare. E benché tuttavia, per i
difetti dell'ordinamento attuale, molti sfuggano all' imposta
che dovrebbero esser compresi, e vi siano contrasti non pochi,
pure l'imposta deve esser giudicata nel suo complesso assai
aspra.
Iv'imposta di ricchezza mobile ha anche il torto di colpire
per altra via la terra, gravando i redditi, il capitale mobile o
circolante in essa investiti, mentre sarebbe utile che ciò rien-
trasse nello imponibile della imposta fondiaiia. Maggiore tor-
to di questa imposta è di non colpire il reddito esentando sem-
pre il costo di produzione, ma di gravare spesso il prodotto
lordo. All'Italia ha nociuto non poco non avere una imposta
industriale disgiunta dalle altre ; cosa che avrebbe permesso
una tassazione reale equa e avrebbe permesso il formarsi di
una pili grande imposta personale destinata a correggere le
deficienze e gli errori delle imposte reali. Non si può negare non
dimeno che la legislazione italiana sulla imposta di ricchezza mo-
bile ha rappresentato un reale progresso nella legislazione tri-
butaria dei paesi moderni : è ancora in ogni caso suscetti-
bile di modificazione che la rendano adatta a figurare in un
regime tributario veramente moderno.
Neil' imposta sulla ricchezza mobile in Italia vi era, prima
delle riforme del 1917 e 1919, con la differeazlazione del red-
* Perdrieux: Les fra udes etc. già cit. pag. 240. Ci riferiamo allo
studio notevole di questo scrittore nel testo.
496
SCIENZA DELLE FINANZE
[libro II.
diti e il minimo di esenzione, un timidissimo accenno di pro-
gressione : ora la progressione è chiara e decisa *.
Si è a lungo discusso intomo alla imponibilità del così
detto sopraprezzo delle azioni di nuova emissione. Sin dai
4 luglio 1807 la Cassazione di Roma, a sezioni unite, aveva
giudicato che il soprapprezzo non ha carattere di reddito
e quindi non è imponibile; e tale sentenza parve avesse decisa
la questione, anche nei riguardi del fisco che sembrò vi si adat-
tasse. Ma, nel dicembre 1906, la Commissione centrale delle
imposte dirette decideva in senso opposto, e, con sentenza dei
15 febbraio 1910, la Cassazione di Roma, anche a sezioni uni'
te, giudicava legittima l'imponibilità del soprapprezzo. Quin-
di la questione può ritenersi come praticamente risoluta
nel senso della imponibilità. Molti economisti, finanzieri e
giuristi hanno vigorosamente combattuta la tesi, che è stata
accolta dalla Cassazione romana, sostenendo che per l'acquiren
te non è a distinguere fra prezzo e soprapprezzo, poiché è ine-
sistente un soprapprezzo in sé considerato ed esiste solo un prez-
zo, che corrisponde al valore che si attribuisce all'azione, in
base al dividendo presunto paragonato al saggio dei profitti.
La Cassazione romana invece riteneva che il soprapprezzo sia
un prodotto del capitale applicato e quindi lo giudicava impo-
* L'imposta di ricchezza mobile ha avuto in Italia il seguente rendi-
mento :
Imposta sui redditi di ricchezza mobile
Anni riscossa per ruoli riscossa per ritenute Totale
(in milioni di lire)
1869
82,2
1872
79,2
1880
98,3
I889-I890
125,7
I889-I890
125,7
1899- 1900
143,1
I902-I903
151,4
I905-I906
161,3
19II-IQI2
210,0
I920-I92I
702,0
43,7
125,9
74,7
153,9
80,1
178,5
104,9
230,6
104,9
230,0
145,9
289,0
146,6
298,2
143,9
305,0
76,0
286,0
233,3
935,3
CAP. XVIII.] IMPOSTE GENERALI SUL REDDITO 497
nibile *. L'imposta colpiva prima i titoli di rendita pubblica
in proporzione del 20 per cento : ora dopo la conversione del-
la rendita del 1906, l'Italia, dal i gennaio 1907, non colpisce
di imposta la rendita pubblica.
XVIII.
Le IMPOSTE GENERALI SUL REDDITO.
I. Carattere delle imposte generali sul reddito,
152. Alcuni paesi o non hanno o hanno poche e insigni-
ficanti imposte dirette reali su forme particolar di reddito ;
essi hanno però una sola grande imposta diretta sul reddito,
che colpisce appunto tutte le forme di reddito. Così l'Inghil-
terra ha Vincome fax.
Vi sono altri paesi invece, che hanno imposte dirette reali per
singole forme di reddito, e poi hanno una grande imposta sul
patrimonio o una grande imposta sul reddito, o l'una e l'al-
tra assieme, la cui funzione è, prevalentemente, di correggere
le deficienze delle imposte dirette reali.
Adunque, la imposta generale sul reddito o si sovrappone al-
le altre imposte, cercando correggere le deficienze 0 gli errori di
ciascuna, oppure riunisce tuite le imposte dirette 0 gran parte
di esse.
Molti concepiscono l'imposta generale sul reddito come la
futura imposta unica; quella destinata a prender il posto
di tutte le altre. Noi siamo molto dubbiosi in tomo a questa
speranza: poiché sappiamo quanto le grandi imposte dirette
siano poco produttive.
* Confronta : Cablati: La funzione economica del sopraprezzo, in
Riforma sociale, marzo- aprile 1907 ; G r i z i o t't i : Gì' incrementi di va-
lore nelle azioni industriali e il sistema tributario italiano, in Giornale degl i
Economisti, luglio 1909 ;Tascadi Castellazzo:// prezzo di av-
viamento e l'imposta di ricchezza mobile, Torino 1099 ; Einaudi: //
sopraprezzo e l'imposta di ricchezza mobile, nella Rivista di Diritto Pub-
blico, febbraio 1909 ; Gobbi: L'Imposta sul sopraprezzo, nel Monitore
dei Tribunali 1910, num. 3, etc.
498 SCIENZA DELLE FINANZE [LIBRO II.
L'imposta generale sul reddito va dunque intesa o come una
trasformazione parziale di tutte le imposte dirette reali, in
un sistema di unione e di coordinamento (come in Inghil-
terra), o come completamento di tutte le imposte e correttivo
dei sistemi tributari (come in Prussia) . Ogni giorno più si accen-
tua in queste imposte la tendenza a tener conto delle condizioni
personali del contribuente e quindi non solo ad adottare il
principio della diversificazione dei redditi ; ma anche a tener
conto della situazione familiare dei contribuenti (debiti, sta-
to della famiglia, ecc.). Mentre però le imposte reali sono, nel
loro accertamento, più facili e colpiscono in base a catasti,
stime ufficiali e altri mezzi più o meno sicuri di valutazione , le
imposte generali sul reddito, sopra tutto quando assumono ca-
rattere personale, sono necessariamente inquisitive: questa è
la ragione non ultima per cui alcuni paesi oppongono loro vi-
vace resistenza, anche riconoscendone i vantaggi. Ha anche
ufficio complementare, nei paesi dove esiste, la imposta gene-
rale sul patrimonio (Vermògensteuer, come dicono i tedeschi)
che colpisce tutta la sostanza dei contribuenti, anche quella
che non produce reddito ed esenta per conseguenza i redditi
non fondati dei cittadini. Vedremo ora quali forme prendano
queste imposte nelle legislazioni moderne * .
* Sulla imposta generale sul reddito e sulle questioni relative cfr. anzi
tutto la recente notevole opera di E d w i n R. A. S e 1 i g m a n : The
Income tax. The study 0} the History and practice of Incoine taxation ai
home and abroad New Jork 1911 ; e poi V o e k e : op. ci. pagina 390 e
seg. ; EsquirondeParieu: Histoire des impòts sur la propriété
et sur le revenu, Paris 1866; A. W ag n e r: Teoria speciale delle imposte nel
Manuale diSchoenbeg; Seligman: The Income Tax in the Ame-
rican Colonies and States nel Politicai Science Quarterly di giugno 1895;
C h ai 1 1 e y : L'impót sur le revenu. Paris 1884; Rice a-S a 1 e r n o :
Della imposta sul reddito, neW Annuario del Ferraris; RiccaSa-
1 e r n o : Vimposta progressiva e le rijorme tributarie di alcuni stati euro-
pei, nel B. I. S. 1894, voi, VII, e gli articoli pubblicati dallo stesso autore
nella Nuova Antologia, del 1891 e del 1894, dove è citata larga bibliogra-
fia sull'argomento ; Tiv areni: Le imposte dirette sulla ricchezza mo-
biliare e sul reddito, Torino 1904.
CAP. XVIII.] l'income fax inglese 499
II. L'income tax ing/ese.
153. Il più grande esempio di imposta generale sul red-
dito è nella income tax inglese, che fu stabilita fin dal 1789 da
W. Pitt. Modificata successivamente, in ispecie per opera di
Gladstone, di Asquith e di Lloyd George, l'income tax si può di-
re che sia rimasta il tipo delle imposte di questa natura. Isti-
tuita provvisoriamente, l'income tax era nel 1798 niente altro
che un accrescimento di tributi già esistenti {assessed taxes) :
ma già l'anno dopo perdeva questo carattere e diventava una
imposta, che sostituendo le altre imposte dirette colpiva del
IO per 100 il reddito dichiarato dagli interessati e controllato
da un giurì ; esentando solo i redditi minimi . Ma siccome
grande era stata l'avversione che il nuovo tributo aveva in-
contrato, e le frodi moltissime ed aspre, e un pò giustificate dal
fatto che l'imposta colpiva senza distinzione di origine l'in-
sieme del reddito, con aliquote molto elevate ; così dopo la
pace di Amiens l'income tax fu abolita. Rimessa poco dopo,
venne con la legge del 1803 riformata completamente, e fu
questa legge che introdusse le famose cedole A, B, C, D, E,
che servirono, come vedremo, alla classificazione dei redditi.
'L'income tax, dopo il 1803, si compone dunque in realtà di
cinque tributi sovrapposti, con l'uguaglianza di tassazione co-
me tratto di unione. I redditi sono raggruppati sotto cinque
capi o cedole : la cedola A si applica alle case e alle terre ; la
cedola B comprende i fitti ; la cedola C i dividendi, interessi
e rendite ; la cedola D i redditi industriali, commerciali e pro-
fessionali ; infine la cedola E stipendi e pensioni. In principio,
l'imposta è percepita dietro dichiarazione (obbligatoria o fa-
coltativa) : e così per le cedole A, B, C, D ; in quanto a que-
st'ultima, per non nuocere agli industriali con la pubblicità
data ai benefizi, la dichiarazione può sssere mandata sotto pli-
co suggellato ai commissari dell'income tax. Nessuna dichiara-
zione è necessaria in rapporto alla cedola C; la tassazione ne
è fatta di ufficio. È lo stesso per i trattamenti dei funzionari
compresi nella cedola E. Le dichiarazioni sono controllate, o
secondo le imposte locali che pesano sulla proprietà fondiaria
500 SCIENZA DELLE FINANZE i LIBRO II.
(cedola B), o infine per i profitti del commercio mediante una
comparazione tra la dicliiarazione del negoziante e le tassazio-
ni provvisorie preparate dagli agenti locali. Nel 1803 il tasso
dal IO per 100 fu anche ridotto al 5, esentando i redditi di
T500 lire e colpendo debolmente i redditi fra 1500 e 3750 li-
re. Più tardi il minimo di esenzione fu portata a 3750 lire.
Soppressa ancora una volta per la viva avversione che incon-
trava, fu nel 1842 rimessa da Peel e da allora non fu soppres-
sa mai più : benché Peel, rimettendola, dichiarasse di non vo-
lerla per più di tre anni. Ma Peel, che in quel tempo avea abo-
lito i dazi sul grano {ccrn iaws) e rinnovato il regime postale e
che era diventato l'uomo più in ^-ista del Parlamento, potè
chiedere che l'imposta fosse mantenuta per ancora tre anni,
promettendo sempre di abolirla. Fu nel 1853 che Gladstone
ottenne una proroga di 7 anni, e fu d'allora che il mante-
mento dell'imposta fu assicurato
Le deduzioni ammesse sono numerose : i redditi della cedo-
la A sono esenti dalla mcome tax (non dalla (and tax) in
caso di vacanza ; si deducono dal reddito, non solo l'ammon-
tare di tutte le imposte e tasse pagate, ma anche i premi di as-
sicurazione sulla vita e per la costituzione di rendite vitalizie.
Quest'ultima condizione è comune a tutti i contribuenti ed
è la sola esenzione che hanno i redditi della categoria C. I red-
diti della categoria B (fitti) sono esentati per un ottavo : i
redditi della categoria D (redditi industriali e commerciali)
sono esenti per le spese di riparazione dei locali destinati al
commercio, all'industria e alle professioni liberali ; per le spe-
se di manutenzione delle macchine ed attrezzi necessari a
ogni industria o professione; lo ammontare delle perdite, la
spesa per fitto di locali destinati all'esercizio del commercio o
dell'industria, delle professioni ; il deprezzamento delle macchi-
ne e degli strumenti ; ecc. I redditi della categoria E sono esen-
tati per tutto l'ammontare delle spese inerenti all'esercizio del-
la funzione.
Le esenzioni riguardano i beni della Corona e le proprietà
pubbliche, gli agenti diplomatici, i capitali, dividendi e interes-
si degli istituti di carità pubblica e privata, delle casse di ri-
sparmio regolarmente costituite, della società di mutuo soccor-
CAP. XVIII.] l'income tax inglese 501
so, dei sindacati professionali o Trade Unions: in questo ul-
timo caso però solo fino a 200 sterline di capitale e 30 sterli-
ne di reddito annuo per ciascun socio. Sono inoltre esclusi
(a differenza della legge italiana) i capitali e dividendi desti-
nati al mantenimento, alla costruzione e alla riparazione di
chiese e cappelle e di tutti gli altri edifizi dedicati al culto.
I saggi della income lax furono in passato generalmente bas-
si e sono stabiliti ogni anno dalla legge sul bilancio ; dal
1842-43 al 1893-94, cioè in mezzo secolo, sono stati solo in 8
anni superiori a 7 pence per ogni sterlina, cioè al 3 % e solo in
tre anni, per causa di guerra, dal 1854-55 al 1856-57, sono sta-
ti di 14 e di 16 pence. Né meno in tempo di guerra l'imposta ha
raggiunto, prima della riforma di George, in via eccezionale
rs % *. Invece, in tempo di pace e in condizioni normali,
l'imposta di ricchezza mobile italiana è adottata con tariffe
che vanno in generale dal 7.50 al 20 % .
'L'incotne tax in parte è riscossa mediante ruoli nominativi
(cedole A, B e D) , in parte mediante ritenute (cedole C ed E) :
è votata annualmente dal Parlamento, ma in realtà la valuta-
zione del reddito è fatta ogni tre anni. A base della valutazione
del reddito sono le dichiarazioni dei contribuenti: ma gli agenti
del fisco possono modificare le dichiarazioni, e commissioni
locali e generali le rivedono. Il sistema di riscossione è però a
bastanza complicato e la procedura dei reclami non è facile ;
né la riscossione è poco costosa. Imposte assai più gravi si esi-
gono in Italia con spesa relativamente assai minore.
Negli ultimi anni l'income tax è stata profondamente modifi-
cata. Già il Finance A et del 1898 portava il minimo di esen-
zione a lire 4035,20 (160 sterline) e accordava speciali deduzio-
ni per i redditi fra 4035,20 e 17654 lire italiane (160 e 700 ster-
line). Così, restando esenti i redditi sino a lire 4035,20, che
costituivano la metà quasi del reddito nazionale ; i redditi fra
4035,20 e 10088 lire (160 e 400 sterline), sin dal 1898, godono
di una deduzione {abatement) di lire 4035,20 (160 sterline) e
pagano al massimo su lire 6052,80; i redditi fra 10088 e 12610
* Durante la costosa guerra combattuta nel Sud Africa l'imposta è
stata di uno scellino e 2 pence, cioè di 5,82 %•
Nitti. 33
502 SCIENZA DELLE FINANZE [LIBRO II.
lire italiane (400 e 500 sterline) godevano di un ahatement (de-
duzione) di 3783 lire (150 sterline) e pagavano al massimo su
8827 lire ; i redditi fra 12 610 e 151 32 lire (500 e 600 sterline)
godevano di una deduzione di lire 3026,40 (120 sterline) e paga-
vano al massimo su lire 12105,60 ; i redditi infine fra 15132 e
17654 lire (600 e 700 sterline) godevano di un ahatement di lire
1766,40 (70 sterline) e pagavano al massimo su lire 15887,60.
CoU'avvento dei liberali al potere, la riforma deìì'income tax
tornava in campo. ISiel 1906, dopo vivaci dibattiti ai Comuni,
una commissione veniva nominata, collo incarico di esaminare
la possibilità di applicare all'imposta generale sul reddito la pro-
gressività e di introdurvi il principio della discriminazione dei
redditi : per distinguere i redditi guadagnati [earned) dai non
guadagnati {unearned). Nel 1907, il Cancelliere dello Scacchiere
Asquith, presentava ai Comuni un Finance bill, nel quale, ispi-
randosi ai lavori di quella commissione, accoglieva il principio
della discriminazione dei redditi, se non quello della progressi-
vità ; Finance bill che, approvato a grande maggioranza dal-
la Camera elettiva, divenne il Finance Ad del 1907, che segna
una data importante nella storia della finanza pubblica in-
glese ; poiché per mezzo di esso, la pratica della distinzione dei
redditi, vi è stata definitivamente introdotta, sia pure non in
tutta l'estensione. Tra il 1806 e il 181 6 V income tax aveva pra-
ticata la distinzione dei redditi ; dal 181 6 non se ne potè più
parlare tanto gravi furono le opposizioni e tanto autorevoli.
Per il Finance Act del 1907, Vincome tax distingueva i red-
diti unearned (non guadagnati) dagli earned (guadagnati)
sino a 50440 lire italiane di reddito e colpiva diversamente i non
guadagnati dai guadagnati : i non guadagnati in ragione del
5 % e i guadagnati in ragione del 3,74 %. L'idea di limitare il
benefizio della discriminazione ai redditi non superiori alle
50440 lire è ispirata alle conclusioni del Select Committee del
1906, della commissione cioè cui era stato, dopo l'avvento dei
liberali, deferito il mandato di studiare e proporre modifiche al-
lo assetto deìì'income tax, quale era per l'ordinamento del 1898.
Il Select Committee proponeva che il benefizio della discrimi-
nazione si estendesse ai redditi non superiori alle 75660 lire
(3000 sterline), poi che non è necessario, dice il suo rapporto.
CAP. xviii.] l'income tax tngiese 503
che tutti i redditi guadagnati, quali che ne sia l'importanza, ri-
cevano un tratiameni^o di fauore.
In ogni modo, a termini del § i*' della sezione 19 del F inan-
ce A et di Asqiiith, Vincome tax, che, prima dei 6 aprile 1907, col-
piva con saggi eguali tutti i redditi, quali che ne fossero la na-
tura e la sorgente, da quel giorno distingueva, sino al limite
di lire 50440 (200 sterline) fra redditi guadagnati (earnea) e
redditi non guadagnati {unearned), cioè fra redditi del capitale
e del lavoro accopiati o del solo lavoro, e redditi del capitale,
colpendo i guadagnati col saggio del 3,74 % e i non guadagna-
ti con quello del 5 % . Si accordava ai redditi earned un saggio
di favore. La discriminazione si applicava, e ciò va avvertito,
solo ai redditi che nel loro complesso, quale che ne fosse la
origine e la natura non oltrepassavano le 50440 lire (2000 ster-
line) ; quindi se un contribuente aveva un reddito comples-
sivo di 2100 sterline (pari a lire italiane 52962), ad esempio,
non poteva godere del benefizio della discriminazione, anche
se 1900 sterline (47918 lire) del suo reddito provenivano
dal solo lavoro e dal lavoro e del capitale accoppiati, erano in-
somma redditi earned, e pagava sul reddito complessivo di
52962 lire (2100 sterline) il saggio normale del 5 %. Il § 2.<'
della sezione 19 delio stesso Finance A et del 1907 testualmen-
te diceva « se il contribuente ha diritto alle deduzioni previste
dal Finance Act del 1898, fra 4035,20 e 17654 lire (160 e 700
sterline), delle quali si è detto sopra, il saggio di favore del
3.74 % , stabilito dalla presente legge non sarà accordato che
alla parte di reddito earned (guadagnato) che sorpasserà l'am-
montare delle deduzioni concesse » : onde non era possibile
come si è già avvertito, cumulare i benefizii delle deduzioni del
1898 coi saggi di favore consentiti dalla legge 1907 ai redditi
guadagnati, cioè ai redditi provenienti dalla attività persona-
le dei contribuenti. Se in una famiglia, marito e moglie godo-
no entrambi di redditi personali, non si faceva luogo a cumulo
dei due redditi agli effetti della imposta e li si tassava separa-
tamente, con le deduzioni consentite, se l'insieme di essi non
superava le 12610 lire (500 sterline) ; se invece il reddito com-
plessivo dei due coniugi superava le 12610 lire si faceva luogo
a cumulo agli effetti della imposta, che li colpiva nel loro totale;
504 SniiNZA PELLE FINANZE [LIBRO II.
onde se il marito godeva di un reddito, proveniente dalla sua
attività personale, di lire 30264 (1200 sterline) e la moglie di un
reddito, anche earned, di 22698 (900 sterline), redditi che esi-
stendo anteriormente al matrimonio erano imposti, poi che in-
feriori alle 2000 sterline ciascuno, col saggio di favore del
3,74% consentito ai redditi guadagnati inferiori a quel limite,
ora che il reddito complessivo dei due coniugi superava nel
totale le 2000 sterline, giungendo alle 2100 (52962 lire), Vincome
tax lo colpiva per intero e col saggio ordinario del 5 % . Per il
Finance A et, poi del 1853 è accordata al contribuente, assicu-
rato sulla vita, una deduzione dallo imponibile, uguale al pre-
mio pagato, sempre che l'ammontare dello stesso non superi il
sesto del reddito complessivo del contribuente e del coniuge;
ora anche qui (come per gli abatenients concessi nel 1898 ai
redditi fra 4035,20 e 17654 lire), a tenore della legge di finanza
del 1907, il saggio di favore del 3,74 % era applicato solo a
quella parte di reddito guadagnato che superava l'ammontare
della deduzione concessa, per evitare che allo stesso contri-
buente venissero accordate più facilitazioni in una volta. 11
contribuente, che chiedeva il benefizio della discriminazione,
doveva (per il § 4.° della sez. 19) farne domanda non oltre il
30 settembre dell'anno per il quale deve esser colpito, accom-
pagnandola con le indicazioni relative alla natura e alla fonte
dei suoi redditi e ai pesi che li gravavano, da fornirsi in una
scheda che dava l'amministrazione. Questa, con simile espe-
diente, riesce a conoscere il reddito globale di tutti i contri-
buenti, che volevano godere del saggio di favore per i redditi
inferiori alle 50440 lire, come prima, per il Finance A et del
1898, riusciva ad accertare il reddito globale di coloro che, non
avendo redditi superiori alle 17654 lire, chiedevano gli ahate-
ments accordati in quell'anno ed erano tenuti a dichiarare
l'ammontare del loro reddito.
Ora il fatto che, così le deduzioni per i redditi sino a 17654
lire come il saggio di favore per quelli provenienti dall'attivi-
tà personale del contribuente nei limiti di 50440 lire, si accor
davano solo sul reddito globale, è assai importante. 1^'ineome tax
era in origine ed è ancora un'imposta sui varii redditi e non
sul reddito complessivo del contribuente. Nella pratica questo
CAP. XVIII. ] l'income tax inglese 505
carattere teorico si è venuto modificando, almeno in parte, e
la imposta si è venuta trasformando, in un tributo sul reddito
globale. Già prima del 1907, su 1,200,000 contribuenti, 850.000,
che avevano redditi inferiori alle 17654 lire (cioè il 65 % circa
dei colpiti dall' mcome /a,r) doveano dichiarare il complesso dei
loro redditi ed erano tassati in ragion di esso ; dopo il 1907
altri 120.000 contribuenti, con redditi non superiori alle 50440
lire , hanno seguito l'istessa sorte : si trattava, dunque, di
970,000 contribuenti, su 1.200.000 (cioè di oltre l'S % della
massa imponibile) per i quali l'imposta, agiva come un tributo
sul reddito globale. 1.' income tax non conservava, dunque, al
1907, il suo vecchio carattere d'imposta sui redditi al loro na-
scere che per meno del 20 % dei contribuenti colpiti. Il tempo
ha così fatto ciò che forse non sarebbe stato mai consentito al
diritto.
Ai termini del § 7 della sezione 19 della legge di finanza del
1907, si devono considerare come earned income o reddito gua-
dagnato, come reddito, cioè, derivante dall'attività persona-
le del contribuente : i» qualsiasi pensione, assegno o remu-
nerazione accordati in seguito ad impiego o a servigi resi in
passato dal contribuente o dai suoi congiunti : 2^ qualsiasi
remunerazione ammessa da un impiego pubblico o privato ed
ogni reddito compreso nella cedola D dell iricome mx. che
provenga direttamente dall' esercizio di una professione da
parte del contribuente. Si considerano quindi come redditi
guadagnati: i redditi della cedola E , cioè gli stipendi dei
funzionarli , e per la cedola D i redditi provenienti dalle
professioni industriali e commerciali, gli assegni e 1 salari non
considerati dalla cedola E, i ledditi dei valori mobiliari, che
non siano fondi pubblici (i quali sono considerati dalla ce-
dola C), gli altri redditi mobiliari (interessi di mutui in danaro,
di depositi e conti correnti), infine i redditi delle proprietà e
dei titoli stranieri o coloniali. In conseguenza di ciò, sono con-
siderati come redditi imearned i dividendi delle azioni di socie-
tà, mentre i redditi degli associati, che possono dimostrare di
non essere associati dormienti, ma veri comproprietarii del
capitale sociale, sono considerati come guadagnati; 30 i red-
diti compresi nella, cedola B, cioè i redditi provenienti dalla
506 SCIENZA DELLE FINANZE [LIBRO II.
coltivazione della terra. Qui è a notare che mentre i redditi pro-
venienti dalla proprietà del suolo e delle case sono colpiti dal-
la cedola A, quelli che provengono dalla coltivazione della
terra sono inclusi nella cedola B ; e mentre i primi sono
redditi non guadagnati, e quindi colpiti col saggio del 5 % ,
i secondi sono redditi guadagnati e tassati col saggio di favore
del 3,74 % . Il profitto dello affittuario è quindi sempre red-
dito guadagnato. Il reddito del proprietario, che non coltivi
direttamente la sua terra e la dia in affitto, è reddito non gua-
dagnato. Se invece il proprietario coltiva direttamente le sue
terre, una parte del suo reddito è non guadagnata ed è quel-
la che percepirebbe se le desse in affitto, e l'altra è guadagnata
e corrisponde a ciò che guadagnerebbe l'affittuario : nel caso
dunque di un proprietario che coltivi direttamente la sua pro-
prietà, il reddito è colpito in parte dalla cedola A, cioè nella
parte del reddito puramente dominicale, e in parte dalla cedo-
la B, cioè in quella che previene dalla cultura della terra ;
nella prima è colpito al 5 % e nella seconda al 3,74 %.
Il F inance A et del 1907 si proponeva anche di reprimere le
evasioni, dovute alla mala fede dei contribuenti, specialmente
per i redditi della cedola D, cioè per i profitti della industria
e del commercio e per i guadagni delle professioni liberali,
per i quali l'amministrazione era costretta a rimettersi alle di-
chiarazioni dei colpiti. Da quell'anno chiunque godeva redditi
compresi nelle cedole D ed E era tenuto a dichiararli, anche se
non fossero imponibili : chiunque avesse omesso di denunziare
un reddito non imponibile era punito con un'ammenda esten-
sibile a lire 126,10 (5 sterline), chiunque avesse scientemente
denunziato un reddito inferiore al vero era punito con un'am-
menda di lire 504,40 (20 sterline) ed era tenuto al triplo della
imposta dovuta [treple duty). L'amministrazione poteva eser-
citare il Suo diritto per tre anni. Questa disposizione non solo
riesciva a ridurre in qualche modo le evasioni, che prima erano
più importanti e numerose, e quindi ad aumentare il prodotto
della income tax, ma, col rendere obbligatoria la dichiarazione
anche dei redditi non imponibili tendeva ad avvicinare di più
r imposta ad un tributo sul reddito globale. Sempre al fine
di limitare la possibilità delle evasioni, il Finance Ad del
CAP. XVIII.] l'income tax inglese 507
1907 obbligava gl'imprenditori a dichiarare, oltre che il nome
e il domicilio delle persone da esse impiegate, come vuole
la legge di finanza del 1842 , anche i salari ad esse cor-
risposti, sempre che eccedevano le lire 4035,20 (160 sterline).
Per rendere più produttiva 1' imposta si stabiliva, con la
sezione 25 del Finance Ad 1907 , che un imprenditore il
quale pagava ad un inventore brevettato, ogni anno, una
somma determinata per lo sfruttamento di un brevetto {royal-
ty), somma, che prima era, su dichiarazione del contribuen-
te, dedotta dai suoi profitti, era tenuto a pagare l'impo-
sta anche su di essa, salvo a lui il diritto di rivalsa verso
l'inventore. Un'altra innovazione della legge del 1907, era,
nella valutazione dei redditi di cedula D provenienti dal-
l'esercizio di una professione. Questi, per Vlncome tax Act
del 1842 e per il Revenue Act del 1865, erano calcolati
sulla media degli utili delle tre annate precedenti a quella
per cui l'imposta è dovuta ; ma se in questa il contribuente
dimostrava di aver guadagnato meno della media triennale
e meno del primo anno, era la cifra degli utili dell'annata in
corso quella che si considerava come imponibile. La legge di
finanza del 1907 aboliva questa ultima facilitazione, la qua-
le dava luogo a frequenti e gravi ineguaglianze di trattamento * .
Asquith, t introducendo il principio della discriminazione, e
dando una importanza sempre più grande alle dichiarazioni
dei contribuenti , non solo trasformava il carattere della
vecchia imposta, ma apriva la via a nuove e più ardite mi-
sure. Il Cancelliere dello Scacchiere, che a lui succedette Lloyd
George, potè quindi affrontare più recisamente il problema,
e giungere alle più radicali riforme , che la legge di finanza
* Il testo del Finance Act del 1907 è nel BuHettin de Statistique et Lè-
iislation comparée, Mars 1908, pp. 364-372.
t Per quanto riguardale riforme del Finance Act del 1907, confr. Io
studio diEduard Escarra, completo e acuto, nella Revue de Scien-
ce et lègislation financières, VI Annèe.igoy, pp. 161-188. Confronta anche:
D o w e 1 1 : The acts Relating to Income Tax. VI Edizione, Londra, 1908
eT. Hallett Fry: The Finance Act 1907 in its Relation Incoine Tax,
Londra, 1908. Confronta in fine la Rivista di Diritto Finanziano dell'E i-
n au d i, nella Rivista di Diritto Pubblico del 1909, pp. 279-284, relativa
alla riforma della income tax.
5o8 SCIENZA DELLE FINANZE [lIBRO II.
del 29 aprile 19 io sanzionava. Lloyd George ha esteso il siste-
ma della discriminazione dei redditi, ha soppresso i privilegi
accordati ai possessori stranieri di valori inglesi, ha accordato
facilitazioni tributarie ai contribuenti con famiglie numerose ed
ha infine accentuato il carattere progressivo della income tax.
Il Pinance Ad del 191 o cominciava coll'elevare il saggio gene-
rale dell'income tax da i scellino a i scellino e 2 pence per
lira sterlina. Altra volta , in anni di grandi spese , come tra
il 1855 6 il 1858 e nel 1902-903, Vincome tax ebbe saggi anche
elevati; ma si trattava di aumenti straordinari e non di assetto
permanente.
Per la riforma di Lloyd George, il saggio ordinario della
income tax passando da i scellino (lire 1,26) per lira sterlina
(lire 25,22), misura anteriore al 1910, ad i scellino e 2 pence
(lire 1,47) per sterlina, è stato elevato dal 4,99 % al 5,82 %.
Certo l'aumento era notevole ; ma occorre notare, che, se que-
sto del 5,82 % era il saggio ordinario dell'imposta, non era il
saggio generale, perchè non colpiva che una parte dei redditi
imponibili, in quanto i redditi guadagnati continuavamo ad
esser tassati, sino al limite delle 50440 lire, in misura di 9
pence (centesimi 94,5) per sterlina, in misura cioè del 3,74 %
e tra le 50440 e le 75660 lire (2000 a 3000 sterline), pagava-
no, per la nuova legge del 29 aprile 1910, non il saggio normale
di lire 1,47 per sterlina (i scellino e 2 pence), ma quello ridotto
1,26 (i scellino), onde non sopportavano un carico del 5,82 %.
ma del 4,99 % soltanto.
La legge di finanza del 29 aprile 1910 estendeva il principio
della discriminazione (al di là del limite delle 50440 lire di red'
dito fissato dal F inance A et Asquith del 1907) a tutti i redditi
non superiori alle 75660 lire ^3000 sterline). I redditi prove-
nienti dall'attività personale del contribuente {earned income)
erano tassati in ragione di 9 pence (centesimi 94,5) per sterlina,
cioè del 3,74 % , sino a 50440 lire, e in. ragione di i scellino
(lire 1,26) per sterlina, cioè del 4,99 % tra le 50440 e le 75660
lire (2000 e 3000 sterline).
Abbiam visto che per la sezione B del Finance Ad 1907, non
era lecito cumulare i benefici delle deduzioni, accordate ai red-
diti compresi fra le lire 4035.20 e le 17654 (160 e 700 sterline)
CAP. XVIII.] l'income tax inglese 509
dal Finance Act del 1898, con i vantaggi nascenti dalla diver-
sificazione. Ora, per la legge di finanza 29 aprile 1910, restava
fisso il principio che il cumulo dei due benefizi era inammissi-
bile, e che quindi non poteva essere applicato il saggio di favore
della discriminazione che a quella parte di reddito guadagnato
che eccedeva il limite delle 17654 lire ; ma la parte soggetta
ad imposta dei redditi non guadagnati, tra le lire 4035,20 e le
17654, non era più colpita in ragione del 4,99 % ma del 5,82 %.
Ma la caratteristica principale del Finance Act Lloyd George
1910, in ciò che riguarda l'income tax, è la trasformazione che
esso imprime alla imposta nel senso della progressività. Sen-
za dubbio, già con le larghe deduzioni accordate dalla leg-
ge di finanza del 1898 , ai redditi fra lire 4035,20 e 17654
(160 o 700 sterline) l'income tax avea perduto il suo carattere
d'imposta strettamente proporzionale ; ma è solo col Finance
Act 29 aprile 1910 che l'imposta inglese sul reddito fa un passo
deciso verso la progressione, e che si accentuano più nettamente
le sue caratteristiche d'imposta (globale. 'L'income tax fu sempre
un insieme d'imposte sulle varie forme di redditi, immobiliari,
mobiliari, industriali, commerciali, del lavoro, e non un'im-
posta sul reddito complessivo : le leggi del 1898 e del 1907
erano riuscite a mutarla, col congegno delle dichiarazioni,
necessarie per chi chiedeva le deduzioni e le discriminazio
ni, m un'imposta globale, limitatamente prima ai redditi si-
no a 17654 e poi a 50440 lire (700 e 2000 sterline); la legge del
1910, allargando l'obbligo della dichiarazione del reddito com-
plessivo, da parte del contribuente, ha resa possibile la progres-
sione (che non sarebbe lecito praticare nelle varie cedole) e
l'imposizione globale. Non è che il Finance Act 19 io dichiari
progressiva l'imposta sul reddito.
La progressione nasceva noli' income tax, da una super tax,
da un diritto addizionale, che l'articolo 66 della legge 29 aprile
19 IO, stabiliva « sul reddito di ogni persona, i cui redditi, di
qualsiasi genere, oltrepassino le 126,100 lire (5000 sterline) » :
questa super tax, sempre eguale, era di 6 pence per sterlina,
(cioè di 63 centesimi per lire 25,22 di reddito) al disopra delle
5000 sterline. Con ciò si sarebbe semplicemente ad una imposta
complementare sui redditi maggiori e non ancora alla prò-
5 IO SCIENZA DELLE FINAN«E [LIBRO II.
gressività : questa era determinata dal fatto che la super tax
di 63 centesimi, per ogni lire 25,22 di reddito, non cadeva sulla
totalità del reddito del contribuente che godeva di redditi su-
periori alle lire 126.100, ma solo sulla parte di essi, che ecce-
deva le 75660 lire (3000 steline). Di guisa che, se un contri-
buente era colpito per un reddito di 6000 sterline (151,320 lire)
non doveva sopportare la super tax su tutte le 6000 sterline;
dovevo sopportarla solo su 3000 sterline (75660 lire), e sulle
residue 3000 (75660 lire) pagava il saggio normale di i scellino
e 2 pence, cioè del 5,82 % : sulle 3000 sterline soggette a super
tax egli era imposto in ragione di i scellino e 2 pence (lire 1,47),
saggio normale, più lire 0,63 (6 pence), super tax: era imposto,
cioè, nella misura di i scellino e 8 pence (lire 2,10) per ogni
sterlina, nella misura, quindi, deir8.32 % . « Ora è facile com-
prendere come il gioco della super tax renda l'income tax un'im-
posta progressiva » *. Il contribuente, che ha lire 126100 di red-
dito (5000 sterline), pagherà il saggio normale di i scellino e 2
pence (lire 1.47) per sterlina, cioè il 5,82 % ; chi ha un reddito
di 6000 sterline (151.320 lire) pagherà sulle prime 3000 sterli-
ne (75660 lire) sempre i scellino e 2 pence (lire 1,47) per sterlina,
cioè il 5.82 % , e sulle seconde 3000 sterline pagherà, oltre del
saggio normale di i scellino e 2 pence (lire 1,47), la super tax
di 6 pence (63 centesimi) : pagherà insomma i scellino e 8 pen-^
ce (lire 2,10), cioè r8,32 % ; su di una metà del suo reddito
questo contribuentc sarà colpito in ragione del 5,82 % e sul-
l'altra metà in ragione deir8,32 % ; onde, su tutto il suo red-
dito globale di 151.320 lire italiane sarà imposto solo in propor-
zione di I scellino e 5 pence (lire 1,78) per sterlina, in propor-
zione cioè del 7,07 % , Un altro contribuente, che abbia un red-
dito di 226.980 lire (9000 sterline), sarà colpito per le prime
75660 lire (3000 sterline) col saggio normale del 5,82 % e sul-
le residue 151.320 lire (6000 sterline) con quello straordinario
(per la aggiunta della super tax di 6 pence) di 8,32 %; nel com-
plesso del suo reddito di 226.980 lire nostre pagherà in ragione
♦Escarra: Les modifications apportèes a l'income tax par li
Finance Ad de 19 io, in Revue de science et législation financiéres, Anno
V'III, dicembre 1910, pag. 538.
GAP. XVIII.] l'INCOME lAX INGLESE 5 II
di I scellino e 6 pence (lire 1,89) per sterlina, cioè in ragione del
7,49 % . Un contribuente che goda di un reddito di 453960
lire (18000 sterline) sarà colpito, a questo modo, in ragione di
I scellino e 7 pence (lire i,99.5) P^r sterlina, cioè in ragione del
7,91 %. E via di seguito. « L'imposta si va sempre approssi-
mando coll'aumento del reddito al suo saggio massimo di i
scellino e 8 pence (lire 2,10) per sterlina cioè di 8,32 % , saggio
che non sarà d'altronde mai raggiunto, poiché anche i redditi
più considerevoli non pagheranno sulle prime 75660 lire (3000
sterline) che il saggio normale di i scellino e 2 pence (lire 1,47)
per sterlina, cioè del 5,82 % «.
Per i redditi superiori alle 126,100 lire (5000 sterline) il con-
tribuente veniva obbligato a dichiarare il suo reddito ; mentre
le dichiarazioni per ottenere gli abatemertts, accordati nel^iSgS
ai redditi fra lire 4035,20 e 17654 (160 e 700 sterline), e quelle
per le discriminazioni del reddito, a tenore della legge di finan-
za del 1907, erano facoltative. La ragione di questa diversità
di trattamento è evidente. Nei casi di deduzioni o di discrimi-
nazione, r nteresse stesso del contribuente lo obbligava alla
denunzia del reddito, poi che non poteva in altro modo godere
degli alleviamenti che la legge gli concede ; quando si trattava
invece di sopportare una super tax, un diritto addizionale, non
vi era alcun interesse a dichiarare nulla.
Un'altra innovazione che la legge del 29 aprile 191 o arrecò
è nel fatto che essa tenne conto dei carichi di famiglia, agli ef-
fetti della imposta. I contribuenti, con redditi fra lire 4035,20
e 12610 (160 e 500 sterline), e con famiglia, avevano diritto,
oltre che alle .deduzioni previste dal F inance A et del 1898,
e alla applicazione del saggio di favore di 9 pence (centesimi
94,5) per sterlina, cioè del 3,74 % , sui redditi provenienti dal-
la loro attività personale, ad una deduzione speciale di lire
252,20 (io sterline) per ciascun figlio, legittimo od adottivo di
età inferiore ai 16 anni. Era questa una misura che dava all'iw-
come tax un qualche carattere d'imposta personale, per quanto
assai limitato, e spiegabile con ragioni di umanità più che
con moventi teorici.
'L' income tax inglese è stata la prima e più grande imposta sul
reddito adottata in Europa e appunto perciò ha realizzato un
512 SCIENZA DELLE FINANZE [lIBi;0 II.
grande progresso nella legislazione finanziaria moderna. Ma
essa era, sino alle riforme del 1898, del 1907 e del 1910, rima-
sta troppo rigida nella sua forma primitiva, e presentava non
pochi inconvenienti. Il suo maggior difetto era che non opera-
va una vera diversificazione fra i redditi; colpiva allo stesso
modo redditi temporanei e redditi permanenti, fondati ed in-
fondati, certi e precari. Cosi i redditi dei capitalisti godeano
una situazione più vantaggiosa di fronte a quelli dei lavoratori.
La legislazione italiana sulla ricchezza mobile rappresentò
da questo punto di vista un reale progresso in confronto del-
la inglese.
Non era trascorso un semestre dallo inizio della guerra del
1914 e l'Inghilterra, «seguendo la politica tradizionale del soppe-
rire con entrate ordinarie quanto è più possibile a spese straor-
dinarie, cominciava raddoppiando per l'esercizio finanziario in
corso, a datare dal primo decembre, le aliquote della income e
della super tax: poi che l'anno fiscale andava a finire col 30 mar-
zo 191 5 V income e la super tax erano aumentate, per quattro
mesi, di un terzo. Ferma restando la distinzione fra redditi
guadagnati e non guadagnati si venne così col Finance A et
{Session 2) dei 27 novembre 191 4, a portare le aliquote della
income tax dal 0.40% su lire 4085, air8,33%, su lire 75,000
di reddito guadagnato; e dal 0.41 %, su lire 4035, air8,33%
su lire 65.500 di reddito non guadagnato. Per il Finance A et
precedente (31 luglio) dello stesso anno 191 4 il limite minimo
della super tax era stato abbassato da 5.000 a 3.000 sterline
(da lire 125,000 a lire 75.000). Unendo per i redditi superiori
alle 75.000 alVincome la super tax il carattere progressivo della
imposta veniva a svilupparsi sensibilmente In seguito nel
191 5 il limite minimo di esenzione venne abbassato da 160
sterline (lire 4035,20) nel 1915, a 130 sterline. Furono anche
ridotti gli abatements come segue : da lire 3.251 a lire
10.000 si detraevano lire 3000 , da 10.001 lire a 15.000 si
detraevano lire 2.500 ; da lire 15.000 a lire 17 mila si detrae-
vano lire 1.750. Nel 1915 le aliquote della income tax e della
super tax erano effettivamente doppie : nel 1914-1915 1' in-
come tax colpiva in ragione di i scellino e 8 d. per sterline e
passava a 3 scellini per sterlina nel 1915-1916. Nel 1914-1915
CAP. XVIII. J L INCOME TAX E GLI STATI UNITI 513
income e super tax assorbivano un pò più ( pei redditi supe-
riori a 75000 lire) del 17% dello imponibile netto ; nel 1915-
191 6 giungevano ad un poco più del 28%. Per il 191 6-1 91 7
il saggio della income tax saliva a 5 scellini per sterlina : income
e super-tax su di un reddito netto di 2.500.000 arrivavano a
prelevare il 48%. Del 1918-1919 al 1921-22 il saggio àelVin-
come tax fu aumentato da 5 a 6 scellini per sterlina (cioè dal
25 al 30%) e quello della super tax da 3 scellini 6 d. a 4 scellini
6 d. per sterlina (cioè dal 17.40 al 22.40%). Dal 1918 fu anche
abbassato da 3.000 a 2500 sterline (cioè da 75.000 a 62.500
lire) il limite a partire dal quale i redditi sono soggetti a su-
per tax.
La fine della guerra e la crisi inducevano prima ad agevolezze
e poi ad una mitigazione dei saggi. Col 1920-21 il minimo di
esenzione venne aumentato a 150 sterline per i redditi guada-
gnati dei celibi, con saggio fisso sino a 300 sterline; e a 250 per
gli ammogliati senza prole con saggio fisso sino a 800 sterline;
per gli ammogliati con prole si ammisero riduzioni di saggi sino
alle 8.000 sterline. Per i redditi non guadagnati si esentano
135 sterline per i celibi e 225 per gli ammogliati. Per la sii-
pertax, invece, il limite di esenzione fu abbassato e a 2.000
sterline ed il saggio massimo portato a 6 scellini (30%) per
sterlina. Anche per il 1921-22 il saggio fu di 6 scellini per ster-
lina (30 %). Sin dal 1920-1921 si provvide ad ovviare, tem-
poraneamente, al fenomeno della doppia imposizione, fre-
quente in Inghilterra, in quanto Vincome-tax oltre che nella
metropoli vige nelle colonie britanniche e colpisce due volte
gli stessi soggetti. Nel 1921-22, Vincome e la super tax frutta-
rono sterline 398,887,000.
Nel budget speech del maggio 1922, sir Robert Home, Can-
celliere dello scacchiere, dopo aver notato che il 1921 era stato
tristissimo per Tindustria ed il commercio e minaccioso per
una crescente disoccupazione, tanto che la pubblica finanza
ne aveva risentito al punto che le imposte dirette [excess profìt
duty, corporation profit duty, income tax) aveano dato assai
meno del previsto, proponeva di sospendere per il 1922-23
l'ammortamento del debito, con una disponibilità di 38.300.000
sterline eccedenti ; ciò che avrebbe permesso di ridurre l'in-
514 -CIENZA DELLE FINANZE [LIBRO II.
come tax di uno scellino per lira, cioè dal 30 al 25 %. Preve-
deva che nello esercizio 1922-23 la income e la super tax (che
resta inalterata) avrebbero reso 329.000.000 sterline.
III. L' income tax negli Stati Uniti d'America.
154. Durante la guerra civile, nel 1862 e nel 1864, gli Stati
Uniti d'America ebbero un'income tax temporanea, che cessò nel
1872. Nel 1894 ^u nuovamente deliberata, ma non fu potuta
applicare, perchè la Supreraa Corte l'aveva dichiarata inco-
stituzionale. Nel 1913, con la legge 3 ottobre, V income tax
fu introdotta definitivamente, come imposta federale perma-
nente. Degli stati particolari, aveano la income tax la Virginia,
la Carolina del Nord e la Carolina del Sud ed Oklaoma ; ma
erano, come dice Seligman, « imposte esistenti solo sulla carta».
La Confederazione non potette averla prima del 191 3 perchè
le classi ricche, profittando della più che prospera situazione
della finanza federale, seppero sempre agire in modo di evi-
tare un tributo che le avrebbe particolarmente colpite. È
agli insegnamenti di Edwin R, A. Seligman, professore alla
Columbia University, uno dei più insigni teorici della finanza
(il quale da anni combatteva per una radicale riforma del si-
stema fiscale americano che pesava duramente sui più poveri e
non toccava mai i più ricchi) che si deve se la opinione demo-
cratica riusci nei primi anni del nuovo secolo finalmente ad
affermarsi ed imporsi. Il Seligman, buon conoscitore della
psicologia nord americana, agitò più che altro una questione
morale : non invocò una necessità inesistente, si appellò al
sentimento di giustizia fiscale del suoi concittadini e vinse.
Fino al 191 3 le finanze federali basavano esclusivamente sulle
dogane {customs) e sulle excises (internai revenue): sulle im-
poste indirette, che oberavano i meno abbienti, I ricchi, che
erano i maggiori produttori, spingendo al parossismo la in-
fatuazione protezionista, raggiungevano due fini in uno ; ogni
aumento di tariffa , e gli aumenti si succedevano , signifi-
cava sovra redditi per loro e maggiori entrate per la Confede-
razione. Sino alla guerra le sorgenti delle entrate americane
erano cosi ricche , nota Seligman , che « il problema più
CAP. XVIII.] l' income tax e gli stati uniti 515
grave, durante gran parte del secolo decimonono, fu non già
procurarsi le entrate, ma la ricerca del modo di impiegare i
redditi sempre crescenti delle dogane », Nel 191 3 furono ri-
dotti i dazi di confine specie per i generi di prima necessità ;
ma non perciò era necessario introdurre la income-tax : le en-
trate doganali, pur con tariffe più miti, avrebbero sempre ec-
ceduto il fabisogno. Fu un sentimento di giustizia che impose
la income tax. Nel 1894 ^^ Corte suprema l'aveva dichiarata
contraria alla costituzione e la costituzione fu modificata:
nel 1909 il Congresso formulò l'emendamento XVI (che lo
autorizzava ad imporre V income tax) che fu proposto all'ap-
provazione dei legislatori degli Stati. All'inizio del 191 3 fu
raggiunta la maggioranza dei tre quarti, che era richiesta, e
l'emendamento divenne esecutivo. La income tax federale
fu così introdotta con legge 3 ottobre 191 3. Non una necessità
fiscale, non la guerra ne detenninarono, quindi, l'adozione.
Gli Stati Uniti entrarono in guerra nel 191 7 e quando la impo-
sta sui redditi fu votata le finanze federali erano più floride
che mai.
h' income tax americana consta di una imposta cedolare
Sulle diverse categorie di redditi {normal tax) e di un'imposta
complementare sul reddito globale che superi una certa somma
{additional tax). 'L'income tax degli Stati Uniti è progressiva;
ha carattere personale, in quanto colpisce il reddito netto e
non opera discriminazione di redditi, colpendo allo stesso modo
redditi guadagnati e redditi non guadagnati. La normal in-
come tax colpisce ogni rèddito di individui e di società, quale
che ne sia la fonte, purché si sia prodotto negli Stati Uniti, ed
è percepita su ciascuna specie o sorgente di reddito (guadagni
profitti e redditi provenienti dal capitale, dal lavoro, dall'in-
dustria, dal commercio, dall'attività personale e professionale);
meno che sugli interessi del debito pubblico della Confedera-
zione o degli stati che la compongono. Oltre alla normal in-
come tax, che cade sulle varie specie di redditi, vi è V additio-
nal income tax, che colpisce il reddito globale, al disopra di
una certa somma (che era per la legge del 191 3 di 10.000 dol-
lari. Così la normal income tax come la additional income
tax colpiscono con percentuale unica (che nel 191 3 era del-
5l6 SCIENZA DELLE FINANZE [LIBRO II.
l'i %), la normal i vari redditi e V additional il reddito globa-
le: a nialgrado di ciò l'insieme dei due diritti agisce in senso
progressivo. Del resto anche per i redditi non soggetti alla
imposta addizionale l'imposta è resa progressiva per i minimi
di esenzione (che erano per la legge del 191 3, di 3.000 dollari
(15.000 lire) per i celibi e 4.000 dollari (20.000 lire) per gli
ammogliati) .
Per V additional income tax la progressione è considerata
dalla legge (per quella del 1913 andava dall'i %, per i redditi
fra 20.000 e 50.000 dollari, al 2% fra 50.000 e 75.000, al 6% al
disopra di 500.000). Il contribuente che aspiri alla esenzione
sia della imposta normale che della addizionale deve presen-
tare una dichiarazione, che sarà controllata dal fisco. È col-
pitoil reddito netto (la legge del 191 3 esentava il solo passivo
e non faceva esenzioni di famiglia). Si colpiscono i redditi,
senza distinguerli secondo la natura loro, ad un modo : il che
è grave difetto. La prima applicazione della income tax ameri-
cana non dette i risultati che si speravano, forse per i minimi
di esenzione elevati (specie per /' additional) : nel 191 5 gittò
appena circa ottanta milioni di dollari.
Col Revenue Act degli 8 settembre 191 6 l'aliquota della
normal income tax fu per gli individui come per le società por-
tata al 2% ed al 2% fu aumentata V additional income tax (fu-
rono cioè raddoppiate). Insieme combinati i due diritti giun-
gevano con saggio progressivo, al 13%, come massimo, per i
redditi superiori ai 500.000 dollari. La riforma ha fruttato
1.800.000.000 di lire, per quanto abbia avuto il merito di in-
trodurre esenzioni di famiglia (200 dollari per ciascun figlio
minore degli anni diciotto o non in grado di procurarsi da vi
vere) allargando così il carattere personale della imposta.
Col primo del febbraio 191 7 furono rotte le relazioni diplo-
matiche fra Stati Uniti e Germania ed il 6 jiprile 191 7 il Con-
gresso deliberava la dichiarazione di guerra. Ne consegni iìWar
Revenue Act del 3 ottobre 1917, la cui caratteristica era , dice
Seligman , di essere (a quel tempo) la legge fiscale più gigan-
tesca della storia e prevedeva entrate per due miliardi e mezzo
di dollari (12.500.000.000 lire alla pari). Il Revenue Act dei
3 ottobre 191 7 aggiungeva una imposta normale di guerra del
CAP. XVIII.] L'INCOME lAX E GLI STATI UNITI 517
2%, portando così il saggio della normal income tax al 4%. Ri-
dusse a i.ooo dollari (5.000 lire alla pari) il minimo di esenzione
per i celibi ed a 2.000 dollari (10.000 lire alla pari) per gli am-
mogliati, mantenendo per costoro ferma la esenzione di 200
dollari (1000 lire) per ciascun figlio di meno che 18 anni o
inabile al lavoro. \^' additional tax eleva progressivamente il
saggio sino al 5% e riduce a 5.000 dollari (25.000 lire alla pari)
il minimo di esenzione. La legge organizza una scala di pro-
gressione che per i redditi superiori ad un i. 000 .000 di dollari
(5.000.000 lire alla pari) arriva al 67% : e cioè 2% per l'antica
imposta normale e 2% per la imposta normale supplementare,
del 1917 ; 13% di antica imposta addizionale e 50% per l'im-
posta addizionale di guerra del 1917- Seligman nota, al propo-
sito, che è il punto più alto attinto nella storia della imposta.
Un altro carattere della riforma del 191 7 è il più deciso avvia-
mento verso la globalità della imposta reso possibile dall'ob-
bligo della dichiarazione da parte di ogni contribuente che
abbia un reddito che raggiunga 1000 dollari se celibe o 2000
con famiglia (5. 000 o 10.000 lire alla pari) anche se, per esen-
zioni da accordarsi, l'imposta non debba essere pagata ed ag-
giunge, per i redditi superiori agli 800 dollari (4000 franchi)
l'obbligo della denunzia anche da parte di chi li corrisponde
(società per i dividendi, agenti di cambio per le transazioni etc.) .
Per le società la normal income-tax la legge del 191 7 aggiunge
al 2% esistente un altro 4% ; onde le colpisce in tutto col 6%.
Nemmeno i ritocchi del 191 7 introducono il principio della
discriminazione, ciò che è male. Nel 1919 ì'income tax fruttò
agli Stati Uniti 2.207.000.000 di dollari. Nel 1920 scese ad
1.800.000.000 dollari.
Risultati simili non possono raggiungersi senza una pres-
sione notevole, anche per un paese estremamente ricco, come
l'Unione Americana del Nord. Il Seligman, che fu l'ispiratore
dell'adozione delle imposte sul reddito, alla fine del 1921, par-
lando all'Associazione economica americana, doveva convenire
che il tasso eccessivo della additional income tax aveva arre-
stato il collocamento dei capitali nelle nuove intraprese e con-
cludeva che un'imposta eccessiva sull'industria e sul commer-
cio, che accentua anche se non crea la paralisi economica, che
Nitti. 34
5l8 SCIENZA DELLE FINANZE [LIBRO II.
contribuisce ad impedire l'impiego della mano d'opera dispo-
nibile, può nuocere alle classi lavoratrici quanto un'imposta
indiretta sui loro consumi o una diretta sui loro salari.
Col Revenue Ad dei 23 novembre 1921 si è provveduto a
rendere meno sensibili gli effetti di un'imposizione onerosa.
Poi che i maggiori lamenti erano per la income tax addizionale
si dispose che dal i. gennaio 1922 essa colpisse solo al disopra
degli 8.000 dollari (40.000 lire alla pari) e che giungesse ad un
massimo del 50% (invece del 67% del 191 8) per i redditi su-
periori al milione di dollari. Per la income tax normale sono
esenti i redditi dei celibi sino a 1000 dollari (5000 lire alle pari)
e degli aventi famiglia sino a 2000 dollari (10.000 lire alla pari);
ma se il contribuente con famiglia ha un reddito di non oltre
5000 dollari si deducono dallo imponibile 2.500 dollari (12.500
lire). Per ogni figlio inferiore ai 18 anni o inabile si deducono
800 dollari (invece dei 400 del 191 8), cioè 4000 lire alla pari.
Il saggio dell' income tax resta invariato anche per il 1922: è
del 4 % per i primi 4.000 dollari (20.000 lire) e deir8 % per
i redditi superiori. Per le società dal 1922 il saggio massimo
è ridotto al 12 %.
La general property tax continua ad essere il fulcro della finan-
za degli Stati Uniti e il bersaglio di tutte le critiche. La general
property tax non è un'imposta sul reddito : è invece un'imposta
sul capitale, o sul patrimonio, immobiliare o mobiliare, con ca-
rattere eminentemente reale, la quale finisce col gravare sovra
tutto sulla proprietà immobiliare, specialmente sulla terra * .
* Confront a: Josepf A.Hill: The income tax of 191 3 , in The
Quarterly Journal of E conomics, novembre 1913, pp. 40-48, Edwin
R. A, S e 1 i gm a n : The income tax of 1913, in Politicai Science Quar-
terly march 1914. J è z e : Vlmpòt sxr le revenue dans les Etats-unis, in
Revue de Science et Législation financières, Janvier 1914; pp. 5-43*
R. Forster: A treatise on the federai income tax. Rochester N. J.
1914.H. M. Foote: An analisis and interpretation of the federai in-
combe tax law. Washington. 1914. J. W. M a g r a h : The federai in-
come tax, ì^ew York, 1914. R. H. Montgomery: 1917, Income tax
procedure New York 191 8. Jèze: Finances de guerre des E tat-Unis in
Revue de Science eie. avril 1917 pp. 169-178. S e 1 i g m a n : Les firuinces
de guerre des Etats-Unis, in Revue etc, I, 191 8, pp. 81 seg, S e 1 i g m a n:
Liquidation financière de la guerre aun Etats Unis in Revue, I, 1920, p. 5
CAP. XVIII.] l'eINKOMMENSTEUER in GERMANIA 5I9
IV. L'Einkommensteuer della repubblicx imperiale tedesca.
155. Sino alla riforma delle finanze tedesche, attuata da
Erzerberger, tra il 191 9 ed il 1920, il regno di Prussia ebbe
una imposta sul reddito, che rispondeva senza dubbio assai
meglio delle altre al carattere di imposta generale sul red-
dito. Dopo il 1891, infatti, 1' ordinamento tributario della
Prussia presentava per gli studiosi il tipo più moderno di le-
gislazione tributaria. Partendo dal concetto che le imposte
reali non sono perequabili e che servono quindi meglio alla
imposizione locale, e che d'altra parte, mentre le spese dello
Stato vanno in generale a vantaggio delle persone, quelle
locali vanno a vantaggio delle cose (degli stabili, delle indu-
strie, ecc.) nell'assetto tributario formato con le leggi del 1891
e del 1893, le quaU furono modificate, dalla legge 19 giugno
1906, che riguarda 1' Einkommensteuer e 1' Ergànzungsteuer ,
l'impero si era riserbate le grandi imposte indirette; lo Stato
di Prussia l'imposta generale sul reddito [Einkommensteuer) ,
V imposta complementare sul patrimonio {Ergànzungsteuer) ,
l'imposta sui mestieri ambulanti, il bollo su atti e contratti e
alcune imposte e tasse di poco importanza. Ai comuni erano
passate le grandi imposte dirette reali : imposta fondiaria,
imposta sui fabbricati, imposta industriale, i centesimi addi-
zionali suir Einkommensteuer e tutte le minori imposte indi-
rette, nonché la facoltà di esigere dritti e contribuzioni per
opere e servizi pubblici.
L' Einkommensteuer era regolata dalla legge fondamentale
dei 24 giugno 1891, e da quella complementare dei 19 giugno
1906. La legge del 1906 non recava alcuna innovazione di
principio; ma modificava il regime fiscale della società, deter-
minava meglio il reddito imponibile, allargava le esenzioni di
famiglia e migliorava la procedura per l'accertamento dei red-
diti , accentuando i poteri inquisitoriali , specie in quanto
autorizzava a richiedere al contribuente libri di commercio o
e seg. Lenis Ross Gottlièb: Finances d'après guerre in Revue
etc, octobre 1920, p. 620 e seg. S e 1 i g'in an : Les Finafices publiques
americaines in Revue de Science etc, avril 1922, p. 240 e seg. Perle leggi
vedi: Bulletin de Statistique, avril 1914; septembre 1920; mai 1922
iuin 1922.
.520 SCIENZA DELLE FINANZE [LIBRO II.
di amministrazione, contratti, quietanze, titoli e quanto possa
stabilire i latti interessanti la imposizione (articolo 40 della
legge 19 giugno 1906) *.
Erano soggetti in Prussia all' Einkommenste'ier tutti i red-
diti superiori a 900 marchi, cioè a lire 1111,50, redditi di ca-
pitali mobiliari, di beni fondiari, del commercio, dell'industrie,
delle miniere, benefizi di professioni o prestazioni lucrative.
L'imposta mirava a colpire il reddito netto globale;' de-
tratte le spese necessarie, per l'acquisto, l'assicurazione e il
mantenimento del reddito, gl'interessi dei debiti e le imposte
dirette di Stato, le perdite annuali per deterioramento degli
stabili o delle macchine, i premi di assicurazione pagabili in
virtù di leggi o contratti alle casse pensioni o alle casse per le
vedove e gli orfani ; e per la legge 19 giugno 1906 anche le
imposte comunali dirette sui terreni, sui fabbricati, sui redditi
commerciali ed industriali e sui redditi minerari, sino alla
concorrenza dello ammontare di esse fissato dallo Stato ; le
quotazioni stabilite a vantaggio delle camere sindacali, e, sino
ad un certo limite, i versamenti effettuati dai proprietarii in
conto ammortamento dei debiti che gravano la loro proprietà.
La stessa legge del 1906 stabiliva che si dovesse prendere
come base di imposizione lo stato delle diverse fonti di red-
dito, indicate dall'articolo 6 (capitali, beni fondiari, affitti,
redditi industriali, commerciali, minerari e professionali) al
principio dell' anno finanziario. Non erano invece esenti le
spese per il miglioramento e per l'aumento del patrimonio,
per l'estensione degli affari e per il mantenimento della fa-
miglia.
La legge del 1906 sopprimeva la distinzione fra redditi fissi
e variabili e stabiliva che i redditi delle persone fisiche fossero
calcolati secondo il loro ammontare, nell'anno solare precedente,
e quelli delle società anonime, accomandite per azioni, società
* Si avverte che la legge coordinava anche le* disposizioni della
precedente dei 24 giugno 1891, in un testo unico, che portava la data
dei 19 giugno 1906, e che costituiva perciò la legge regolatrice della
imposta sul reddito. La legge del 19 giugno 1906 è pubblicata nei nu-
meri di luglio (pp. 73-83) e di agosto (pp. 190-205) del BnUctin de sta-
tistique et lègislation campar èe del 1907.
CAP. XVIII.] l'eINKOMMENSTEUER in PRUSSIA 521
minerarie, secondo l'ammontare medio del triennio prece-
dente la imposizione.
La imposta prussiana teneva conto dei carichi di famiglia
nella determinazione dalla imposta.
Né il carattere di personalità dell' imposta prussiana sul
reddito si arrestava alla considerazione della famiglia: andava
più oltre, in quanto si accordava al contribuente, il cui red-
dito non eccedeva 9590 marchi, pari a lire 11852,50, una
diminuzione di imposta di tre gradi al massimo, in ragione
di circostanze particolari come carichi eccezionali di famiglia,
malattie incurabili, o debiti. Un lato caratteristico della im-
posta prussiana era che, sin dal suo ordinamento dei 24 giugno
1891, colpiva anche le persone giuridiche, società anonime,
accomandite , società cooperative di consumo, ecc. Vi era,
secondo il legislatore prussiano, in queste persone giuridiche
una personalità distinta da quella degli individui che le com-
pongono. Per quanto riguarda le società commerciali la legge
19 giugno 1906, portava la innovazione, forse, più importante
tra quelle da essa arrecate alla legge del 1891, in quanto sot-
tometteva alla imposta le società a responsabilità limitata, le
quali dalla legge precedente non erano considerate, poi che la
loro origine in Germania si riattaccava alla legge imperiale dei
20 aprile 1892.
Per la legge dei 19 giugno 1906, l'imposta prussiana sul
reddito aveva una tariffa comune a tutte le persone fisiche e
morali, che non fossero società a responsabilità limitata, e
un'altra speciale per queste ultime. La tariffa generale e quella
speciale erano progressive per classi. I contribuenti di cia-
scuna classe pagavano la medesima imposta. Erano esenti i
redditi inferiori al lire 1111,50 (900 marchi). I redditi fra lire
1111,50 e 13067,50 (900 e 10500 marchi) erano divisi in ven-
tisei classi, secondo il loro ammontare.
Per la tariffa generale, che, come si è detto, riguardava le
persone fisiche e morali, che non fossero società a responsa-
bilità limitata, la pro^ressioyic dell'imposta sul reddito prus-
siana andava, da un minimo di o.^j % , per i redditi di lire
1296.75 (1050 marchi), ad un massimo de! 4 % , per i redditi di
lire 123500 (i 00000 marchi). Era una progressione assai cauta.
522 SCIENZA DELLE FINANZE [LIBICO II.
La tariffa speciale per le società a responsabilità limitata (ar-
ticolo i8 della legge 19 giugno 1906) era un pò più elevata
della generale.
Avevano, oltre alla Prussia, imposte sul reddito, ai tempi
dello Impero e le conservarono sino alla riforma di Erzerber-
ger (1919-1920) la Baviera, il Baden, la Sassonia, il Wurtem-
berg.
La catastrofe che travolse, nell'autunno del 191 8, l'impero
di Germania, piombava la Confederazione nel caos finanzia-
rio. Durante i lunghi anni della guerra , i governi imperiali
seguirono una cattiva politica fiscale, cercando di evitare il più
che potevano nuovi gravami, per affidarsi al debito. I tede-
schi non ebbero mai, del resto, imposte gravi, nemmeno prima
della guerra. Prima del 1914 l'impero non aveva che un'im-
posta diretta (quella sui plus valori immobiliari) di scarso ren-
dimento (nel 191 3 avea dato meno di 15 milioni e mezzo di
marchi) : il resto delle entrate imperiali risultava dai prodotti
delle dogane, delle tasse di fabbricazione (tabacco, zucchero,
sale, alcool etc). del bollo imperiale, delle tasse sui trasferi-
menti. L'imposizione diretta (del reddito e del patrimonio)
era lasciata agli stati particolari e le imposte reali (terre, case) ,
ai comuni. Dal 1914 al 191 8 si introdussero alcune imposte
temporanee o si inasprirono le antiche, ma nessuna riforma
audace fu tentata, mentre tentarla non sarebbe stato difficile,
come mostra l'esempio degli altri belligeranti. Le conseguenze
economiche della guerra, tanto gravi per tutti, divennero
particolannente angosciose per la Germania, che oltre alle
perdite di uomini e di capitali comuni a vinti e vincitori e ai
danni derivanti direttamente dal conflitto, si ebbe imposte
dal trattato di Versailles mutilazioni territoriali di zone tra le
più redditizie dello Impero e carichi enormi verso i vincitori.
Erzerberger, del Centro, divenuto Ministro delle Finanze, ebbe
la intuizione rapida del baratro e con coraggio propose i ri-
naedi. La sua politica del 191 9 fu audacissima. L'impero do-
veva tutto e non aveva nulla. I bisogni erano enormemente
aumentati e quanto all'entrate non vi era da fare assegna-
mento che sulle straordinarie. Il debito fluttuante era passato
dal novembre 191 8 al novembre 191 9 da circa 49 miliardi ad
GAP. XVIII.] L'eINKOMMENSTEUER IN PRUSSIA 52?
8^ miliardi di marchi. Mancava un pò tutto: materie prime e
derrate, sovra tutto mancava per buona parte degli 8 milioni
di smobilitati il lavoro. Occorreva abbandonare il vecchio si-
stema fiscale e ricorrere a grandi imposte ordinarie e straordi-
narie sia per i bisogni interni, sia per le riparazioni e le spese
di occupazione. Per raggiungere un fine occorre sempre il mezzo
adatto a conseguirlo : per imporre ed esigere tributi è indispen-
sabile avere un'amministrazione finanziaria e l'Impero non
l'aveva mai avuta prima e non l'aveva allora.
Alle tante altre tragedie si aggiungeva anche questa. Ur-
geva introdurre imposte in proporzioni sino allora ignote e
per renderle tollerabili era indispensabile pesassero su tutti in
modo uniforme. Sino allora ognuno degli stati particolari
avea le sue imposte e le foggiava a modo proprio e l'Impero
mancava del più modesto congegno per gli accertamenti e le
riscossioni. Inoltre l'Impero aveva riscosso soltanto le imposte
di confine e sui consumi interni, mentre l'imposta sul reddito e
sul patrimonio, le fondiarie erano esatte dagli stati. Si doveva
improvvisare anzi tutto un'amministrazione finanziaria fe-
derale. Ciò fu fatto col Regolamento delle imposte del 13 de-
cembre 1919 da Erzerberger. Nella Germania meridionale
gli stati aveano un buon corpo di impiegati che passò allo
Stato, nella Prussia mancava e fu improvvisato. Per la
Landessteuergesetz, che regola la competenza in materia d'im-
poste passarono allo Stato tutte le imposte dirette , meno
diaria e le imposte industriali, che restarono agli Stati.
Con legge del 29 marzo 1920 passò alla Repubblica la
Emkommensteuer (imposta sul reddito) che apparteneva pri-
ma agli stati : Prussia, Baviera, Baden, Sassonia, Wiirtem-
berg. In fondo l' imposta è calcata sulla Einkommensteuer
del regno di Prussia, della quale si è perciò ricordato in bre-
ve , lo schema. Differisce principalmente per il fatto che
mentre la Einkommensteuer prussiana colpiva persone fisiche
e società, la Einkommensteuer imperiale del 1920 colpisce solo
le persone fisiche. Le società sono colpite da un'imposta spe-
ciale come da un tributo particolare sono colpiti i valori mo-
biliari (dividendi, gli interessi etc). l^' Einkommensteuer im-
periale colpisce gU individui che abbiano un reddito superiore
524 SCIENZA DELLE FINANZE [LIBRO II.
ai 1000 marchi. Ha carattere personale, in quanto opera esen-
zioni di famiglia da 500 a 700 marchi secondo le persone a
carico, deduce i debiti, le spese di esercizio di un' industria,
i premi di assicurazione sino a 600 marchi. È progressiva :
infatti colpisce i primi mille marchi di reddito col 10% ; i se-
condi coll'ii %, i terzi col 12 % e con di seguito a 15.000 marchi;
poi da 16. ODO a 25.000 marchi i % per ogni 2000 marchi;
da 26.000 a 40.000 marchi 1% per ogni 3000 marchi, da 41.000
a 90.000 marchi 1% per ogni 5000 marchi; 1% per 10.000
marchi sino a 140.000 ; i % per ogni 20.000 marchi sino a 200.000
1% per ogni 30.000 marchi sino a 260.000 marchi; 1% per
i successivi 40.000 sino a 300.000 ; dell'i % per ogni 50.000
completi o iniziati sino a 500.000 marchi. I redditi superiori
ai 60.000 marchi pagano più che il 60%. Il prodotto della
Einkommensteuev spetta per un terzo all'Impero e per due
terzi agli stati particolari ed ai comuni. Nell'esercizio finan-
ziario 1920-21 r imposta federale sul reddito avea dato
9.572.766.778 marchi. Dopo gli avvenimenti sono precipitati
e' la circolazione enorme ha reso difficile se non impossibile
ogni vero sistema finanziario.
Con la legge 30 marzo 1920 si provvide a colpire le persone
giuridiche con un'imposta a parte {Korperschaftssteuergesetz),
dal momento che la Einkommensteuev si volle limitarla alle
sole persone fisiche. La imposta colpisce le persone giuridiche
(di diritto pubblico e di diritto privato), corporazioni e fonda-
zioni, che risiedono in Germania. Il reddito imponibile com-
prende l'ammontare del reddito in moneta, detratti interessi
per debiti e spese di esercizio. L'imposta sulle società (ano-
nime, accomandite per azioni) ha due quote: i.» una quota
fissa del 10% dello imponibile globale ; 2.° una quota addi-
zionale del 2% dei benefizi sino al 4% del capitale ; 3% sino
al 6% del capitale ; 4% dei benefici sino a 8% del capitale ;
10% dei benefici sino al 18% del capitale. Le persone giuridiche
restanti sono colpite in ragione del 10% dello imponibile.
Nel 1921-22 la imposta imperiale sulle persone giuridiche fruttò
1,549.347.098 marchi dei quali due terzi andarono agli stati
particolari ed ai comuni e un terzo all'Impero.
Un'altra imposta {Kapitaleriragsteuey), stabilita con legge
CAP. XVIII.] PERSONALEINKOMMENSTEUER AUSTRIACA 525
29 marzo 1920, colpisce i valori mobiliari (dividendi, interessi
rendite), in ragione del 10% del reddito del capitale e va tutta
all'Impero. Ha reso, nel 1921-22, i. 486.71 7. 602.
V. L' imposta personale sul reddito {Personaleinkommen-
steuer) austriaca.
156. Di quella che fu l'Austria non sussiste che un piccolo
stato di 81.879 kil.2 (compreso il Burgenland) con poco più
che 6.000.000 di abitanti, dei quali poco meno di 2 a Vienna ;
un piccolo stato , le cui condizioni estremamente critiche
rendono vani tutti i tentativi di riordinamenti fiscali. Prima
della dissoluzione della monarchia austro ungarica, l'Austria
aveva una imposta personale sul reddito fra le migliori, che
era stata introdotta con legge dei 23 ottobre 1896 , soppri-
mendo r imposta sui redditi del 1 849 ( che era divisa in
tre classi), e quella industriale del 181 2 (mentre non toccava
l'imposta fondiaria sui terreni, Grundsteuer, e l'altra sui fab-
bricati, Gehdudesteuer), senza aumentare il carico totale tri-
butario sull'insieme dei contribuenti e sostituiva alle due del
1849 e del 181 2 quattro imposte cedolarie (e cioè : imposta ge-
nerale sulle industrie: Allgemeine Erwerbesteucr ; imposta
sulle industrie speciale per le società tenute alla pubblicità
dei bilanci ; imposta sulle rendite e sugli interessi : Renten-
steuer ; e imposta complementare sugli stipendi elevati) ed una
di sovrapposizione : l'imposta personale e generale sul reddito
{Personal Einkommen Steuer).
La Personal Einkommen Steuer austriaca, al modo stesso della
Einkommensteuer prussiana e a differenza della income tax in-
glese, era un'imposta, che si sovrapponeva, dunque, alle
tre imposte dirette : era una imposta personale e generale
sul reddito globale, la quale cadeva, quindi, sull'insieme dei
redditi fondiari (già colpiti dalla Grundsteuev), edilizii (colpiti
dalla Gehdudesteuer), industriali e commerciali (colpiti dal-
V Allgemeine Erwerbesteuer o dall'imposta industriale speciale
sulle società tenute a render pubblici i loro bilanci), e dei va-
lori mobiliari (colpiti dalla Rentensteuer) . L'imposta personale
e generale sul reddito austriaco colpiva, al disopra del mi-
nimo di esistenza ( fissato a 600 fiorini ) , tutti , anche se
526 SCIENZA DELLE FINANZE [LIBRO II.
non colpiti dalle singole imposte cedolari (come i titoli delle
compagnie ferroviarie, di alcune società privilegiate, gl'inte-
ressi e i dividendi di titoli austriaci, che non pagavano la Ren-
tensteuer) degli austriaci, che abitavano l'Austria, anche se
i loro redditi provenivano dall'estero, degli austriaci abitanti
all'estero, per i redditi di provenienza austriaca, degli stra-
nieri che risiedevano in Austria a scopo di lucro o che vi do-
miciliavano da più di un anno. Oltre alla esenzione del minimo
di esistenza, la legge 23 ottobre 1896 teneva conto delle condi-
zioni di famiglia del contribuente, e per le famigUe il cui red-
dito non superava le 4200 lire (2000 fiorini), poi che nell'accer-
tamento del reddito non si considerava il reddito individuale,
ma quello della famiglia, se i membri di essa (oltre la moglie)
erano più di due, e non avevano redditi propri, esentava ^4»
del reddito del capo di famiglia per ognuno dei componenti di
essa al di là di due, oltre la moglie. Quando poi, sempre nel
caso di famiglie con redditi inferiori a lire 4200, oltre al capo,
la moglie o i figli contribuivano coi prodotti del loro lavoro
alla formazione del reddito, dall'imponibile si deducevano lire
525 (250 fiorini) per ciascuno dei membri di essa che conferisse
una parte di entrata. Inoltre quando circostanze gravi o ca-
richi straordinarii concorrevano^ (malattie, obblighi alimen-
tari verso parenti poveri, debiti, richiamo sotto le armi, oneri
per l'educazione dei figh) ed il contribuente non godeva di un
reddito superiore alle lire 10.500 (5000 fiorini) poteva essere,
accordata a lui una diminuzione d'imposta sino a tre gradi
I contribuenti delle tre prime classi, potevano per le accennate
circostanze straordinarie, essere esentati affatto dall'imposta.
La Personal Einkommen Steuer austriaca era un' imposta
progressiva per classi. I contribuenti, con redditi fra le lire
1260 (600 fiorini) e lire 100.800 (48.000 fiorini), erano divisi in
65 classi.
In complesso, la Personal Einkommen Steuer austriaca era
una delle imposte più sistematiche e razionali che l'Europa
avesse, prima del 1914; giusta, moderata, equilibrata, essa,
apparteneva ad un sistema d'imposte, destinato a preparare
« il passaggio dall'imposizione obbiettiva sul reddito all'im-
posizione subbiettiva sull'entrata, dall'imposizione separata
CAP. XVIII.] IMPOSTE SUL REDDITO IN OLANDA 527
sui singoli redditi a quella unica e generale sull'entrata. Tutta
la rifomaa tributaria austriaca rappresentava un primo ed
energico passo sulla via che conduce ad un sistema veramente
moderno della imposizione diretta »* .
Durante la guerra la imposta personale sul reddito austriaca
fu più volte rimaneggiata. Nel 191 6 vi fu aggiunto un supple-
mento che andava dal 15% per i redditi superiori alle 3000
corone al 110% per quelli che oltrepassavano le 200.000 co-
rone. Altri aumenti vi furono nel 191 8. L'Austria era entrata
in .guerra con un bilancio in dissesto e man mano che gli anni
del conflitto passavano il disavanzo cresceva, passando dai
338.000.000 di corone del 191 3 ad oltre 19 miliardi di corone
nel giorno dello sfacelo. Dopo l'armistizio furono aumentate
e più volte le imposte esistenti, compresa la imposta personale
sui redditi, e molte imposte nuove furono aggiunte ; ma il
tracollo della corona ne rese e ne rende illusorio il gettito.
Nel 192 1 anche prima della situazione attuale di disastro, le
imposte personali avrebbero dovuto dare nientemeno che
3-552.572.000 corone.
VI. Le imposte sul patrimonio e sul reddito in Olanda.
157. La riforma olandese, dovuta a Pierson, si ba.sa so-
*H. vonSchullern-Scrattenhofen: La riforma Tri-
butaria in Austria in Riforma sociale. A no IV. Voi. VII. 1897 ; pp. 369-
383-
Per quanto riguarda la Personal Einkommen in Austria confronta spe-
cialmente il lavoro, acuto e completo, di Victor Marce: Etiides sur
l'impot sur le revenu en Austriche, in Bulletin de la Société de Legislation
comparée Volume XXXVI. 1906-1907 : pp. 156-201 e pp. 380-425 (al quale
spesso ci riferiamo nel testo). Confronta anche : Ricca-Salerno:
L'imposta progressiva etc, già cit. pp. 238-243 ; T i v a r o n i : L^ imposte
Dirette, già cit. pp. 103-10 7; R. Sieghart: The Reform of Direct Ta-
xation in Austria, in Economie Journal, voi. Vili. 1898, p. 173 ; S e h a n z:
Finanz Archiv, voi. XIV, 1898, p. 167 ; Friedrich Freiherr
von Wieser: Die Ergebnisse und die Aussichten der Personaleinkom-
mensteuer in Osterreich, Leipzig, 1901 ; Oskar Mann und Hein-
rich Jedlicka: Das (Esterreichische Personalsteuergesetz ecc. ;
Leopol Berg: Die (Esterreichische Steuertrager 1898, e Die neuen
Steurgesetze, ivi en 1897 ; B e r s t 1 : Die neuen allgemeine Eriaerbsteuer,
Brunn 1897, etc.
528 SCIENZA DELLE FINANZE [LIBRO II .
pra criteri differenti dalla riforma prussiana. Si può colpire l'en-
trata generale dei contribuenti in due modi : o prelevando una
imposta generale sul reddito, da qualunque fonte derivi : o
pure colpendo i redditi professionali o del lavoro (redditi non
fondati) e mettendo a fianco un'imposta generale sul patri-
monio (per i redditi fondati) : questo criterio è stato seguito
in Olanda con le rifonne compiute fra il 1892 e il 1894. Lo
Stato ha, dunque, oltre alle imposte fondiarie, un'imposta
personale sul reddito industriale commerciale e professionale,
e accanto una imposta sul patrimonio.
L'imposta sul patrimonio colpisce tutte le proprietà immo-
biliari e mobiliari : i titoli di rendita pubblica, i crediti ipo-
cari e di qualsiasi natura, le navi, le macchine, i veicoli e ca-
valli, il bestiame e gli strumenti agricoli e le derrate. Non .sono
compresi nel patrimonio i mobili, i vestiti, oggetti d'arte e di
scienza, le gioie che non sono in commercio, le pohzze di as-
sicurazione sulla vita, le rendite vitalizie e pensioni, i beni
di cui altre persone hanno l'usufrutto, le rendite a termine
non ancora scadute. Dall'ammontare del patrimonio devono
essere dedotti i debiti e una somma eguale a venti volte l'in-
sieme delle rendite vitalizie o perpetue, degli obblighi alimen-
tari o di alloggio a carico del contribuente. La fortuna degli
industriali è desunta dai loro bilanci. L'imposta è progressiva ;
ne sono esenti le fortune minori e le modeste sono colpite di
meno.
Coordinata all'imposta sul capitale è l'imposta sui redditi
professionali. Il Pierson la ideò per colpire quei redditi, che
non dipendendo da un patrimonio, sarebbero sfuggiti all'impo-
sizione diretta.
L'imposta sui redditi professionali del Pierson, che è andata
in vigore col i. maggio 1894, è divisa in due cedule : A e B .
La cedula A riguarda i redditi del solo lavoro, cioè di quei
contribuenti che vivono esclusivamente della loro attività pro-
fessionale ; la cedula B colpisce i redditi professionali congiunti
alla proprietà. Anche la imposta sui redditi è progressiva.
Vn. L'imposta complementare sul reddito in Francia.
159. La legge di finanza 15 luglio 1914 introdusse in Fran-
CAP. XVIII.j IMPOSTA SUL REDDITO IN FRAMCIA 529
eia rimposta complementare sul reddito globale. Il sistema
finanziario che la Repubblica mantenne inalterato dalla ri-
voluzione in poi si basava sulle imposte indiziarie. I vari pro-
getti che man mano, dal 1894 ^^ P<^i vennero presentati alla
Camera sino a quello Caillaux del 1907, non prescindevano dalla
tradizione e si basavano più o meno su presunzioni anzi che su
accertamenti del reddito. Il Caillaux propose una riforma che
istituiva un'imposta cedolare sui redditi distinti in categorie
e un'imposta complementare sullo insieme dei redditi. La
Camera approvò nel 1909 il disegno di legge Caillaux, ma il
Senato non consentì, e tutto restò sospeso sino al 191 4. La
parte che riguardava terreni, fabbricati e valori mobiliari, fu
adottata, finalmente, con la legge 29 marzo 191 4, mentre fu
rinviata l'altra che si riferiva ai redditi commerciali ed indu-
striali , delle imprese agricole , del lavoro e delle professioni
liberali. L'imposta complementare sul reddito fu, nello stesso
anno 1914 , proposta come una misura fiscale colla legge di
finanza, che accettata dalla Camera e poi dal Senato divenne
la legge 15 luglio 1914, Scoppiata la guerra, l'applicazione della
legge fu rinviata al i gennaio del 191 6. Gli articoli 5 a 25
della legge 15 luglio 191 4, che riguardavano la imposta sul
reddito sono stati modificati successivamente dalle leggi del
30 decembre 1916, 25 febbraio 191 7 e 25 giugno 1920.
Sono esenti i redditi sino a lire 6,000. ogni contribuente
coniugato o vedovo, che abbia oneri di famiglia, ha diritto ad
una deduzione di 3.000 lire. Per ogni persona a carico sino a
cinque si gode una deduzione di 1.500 lire e di 2.000 se il nu-
mero delle persone a carico è più di cinque. Se il reddito impo-
nibile non supera i 10.000 franchi è accordata una deduzione
del 7.50% sullo ammontare della imposta dovuta al contri-
buente che abbia due persone a carico e del 15% per ogni
persona a carico se ve ne sono oltre tre. Se il reddito supera i
10.000 franchi il contribuente ha diritto ad una deduzione del
5% per le tre prima persone che abbia a carico e del 10% per
ogni persona a carico oltre la quarta, senza però che la dedu-
zione possa mai superare le 2.000 lire per persona a carico del
contribuente. Non è colpita la frazione di reddito, che con le
deduzioni ricordate, non ecceda le 6.000 lire. I redditi fra 6. 000
53° SCIENZA DELLE FINANZE [LIBRO II.
e 20.000 franchi sono colpiti per un venticinquesimo ; per due
venticinquesimi quelli da 20 a 30.000 lire. In seguito, si au-
menta per ogni 10,000 sino a 100.000, per ogni 25.000 lire sino
a 400.000, per ogni 50.000 sino a 550.000 lire. Al disopra delle
550.000 lire il reddito è colpito nella sua totalità. Il saggio da
applicarsi allo imponibile così calcolato è del 50 %. In realtà
il saggio dell'imposta complementare francese è progressivo
dal 2 al 50%.
L'ammontare della imposta è aumentato del 25% per il
contribuente più che trentenne, celibe o divorziato e che non
abbia persone a carico ; mentre è aumentato solo del 10% se
il contribuente, sposato da oltre due anni, non ha né figli né
persone a carico.
L'imposta colpisce il reddito globale e se il contribuente
ha famiglia deve dichiarare il coacervo dei redditi di tutti i
componenti la stessa. Il reddito globale risulta dai redditi di
ogni natura affluenti al soggetto imponibile : terre, case, va-
lori mobiUari, profitti e redditi industriali, commerciaU, pro-
fessionali o del solo lavoro. È colpito il reddito netto : dedotti
quindi i carichi che ogni reddito particolare sopporta. Si de-
ducono anche i carichi che cadono sull'insieme del reddito e
cioè : gli interessi dei debiti, le rendite, gli assegni e le pensioni
dovuti a terzi, l'ammontare delle imposte pagate compresa
l'imposta sul reddito corrisposta nell'anno precedente, le per-
dite dell'industria, dell'esercizio o del commercio.
L'miposta complementare sul reddito ha dato in Francia,
nel 1921, lire 1. 108. 713. 100. •
VIII. L'imposizione del reddito in Italia.
160. In Italia un decreto legge 24 novembre 19 19 istituiva
un'imposta normale sui redditi, che sarebbe dovuta andare
in vigore col i gennaio 1922 ; ma la cui applicazione in seguito
alle modifiche proposte di poi e non ancora discusse dal Par-
lamento, é stata rinviata, onde é che nel nostro paese restano
ancora le vecchie imposte dirette reali sui terreni, sui fabbri-
cati, sui redditi mobiliari, né può dirsi se e quando saranno
fuse e coordinate nella imposta che quel decreto legge stabi-
liva. Ad ogni modo, basterà accennare che esso si proponeva
CAP. XVIII.] l'imposizione DEI REDDITI IN ITALIA 53I
di colpire, come fanno Vincome tax e la imposta francese, i
redditi alla loro origine, ripartendoli, a seconda che derivavano
dal capitale soltanto, dal capitale e dal lavoro insieme o dal
solo lavoro in quattro cedule o categorie : la categoria A (che
si distingueva in tre schedule, di cui la categoria A' colpiva i
redditi di ogni investimento di capitali che non si riferiva ai
terreni e alle case, la categoria A" che colpiva i redditi dei
fabbricati, la categoria A'" che colpiva i redditi dei terreni) ;
la categoria B che colpiva i redditi industriali e commerciali ;
la categoria C che colpiva i redditi professionali ed infine la D
che riguardava gli stipendi e le pensioni. In media, si propo-
neva di colpire col 18,36 % i redditi del capitale non prove-
nienti da terre o case (categoria A'), col 21,42% i redditi dei
fabbricati (categoria A") col 13,77% i redditi dei terreni (ca-
tegoria A'"), col 15,30% i redditi industriali e commerciali,
(categoria B), col 12,24% i redditi professionali (Categoria C)
e col 9,18% gli stipendi dello Stato etc (categ. D).
Alle sei imposte cedulari anzidette il decreto legge 24 novem-
bre 1919 aggiungeva, per integrarle, un'imposta complementare
progressiva sul reddito globale delle persone fìsiche, da esi-
gersi dal I.'' gennaio 1922 ; rimasta anche essa (come quella
normale sui redditi alla loro origine) sospesa, senza che possa
anche qui dirsi se e quando sarà attuata. Si proponeva un
tributo sulla capacità di spendere del contribuente, sull'in-
sieme dei suoi redditi, pur se provenivano dall'estero ; tributo
che avrebbe dovuto colpire la famiglia nel complesso dei red-
diti di quanti la componevano. Era più che altro una vera
imposta sulla entrata , con esenzione dei redditi inferiori
alle lire 1.500 e con saggi che progredivano dall' 1% (reddito
di lire 1500) al 25% per quelli di 2.500.000 lire o superiori.
Se la imposta normale sui redditi e quella complementare
sul reddito globale , previste dal decreto legge 24 novembre
1919 sono di là da venire, sussiste ancora, almeno sino a tutto
il 1922 (per effetto di un terzo provvedimento di proroga) né
può prevedersi se cesserà col 1923 (visto che la imposta com-
plementare progressiva da sovrapporsi alle imposte cedolari sui
redditi, del 24 novembre 1914, non è ancora in atto) e sussiste
dal gennaio 1919 , in Italia , (stabilita dal decreto legge 17
^3- SCIENZA DELLE FINANZE [LIBRO II.
novembre 1918) un'imposta complementare sui redditi supe-
riori alle lire 10.000 , che istituita per il solo 1919 , (nel
quale anno fruttò 44 milioni e mezzo) fu una prima volta
prorogata al 1920 (quando dette oltre 102 milioni) ; una se-
conda volta al 192 1 e nel 192 1, per far fronte al deficit della
gestione dei cereali, le aliquote ne furono raddoppiate (gittò
nel 192 1, dato il raddoppiamento delle aliquote circa 192 mi-
lioni) ed, infine, una terza fiata, con aliquote normali a tutto
il 1922. L'imposta cade sulla somma complessiva dei redditi
accertati nel Regno, iscritti nei ruoli dell'anno 1919, che su-
perino le lire io. 000, assoggettati alle imposte dirette ordinarie
(esclusi quelli di categoria C per rivalsa e di categoria D della
ricchezza mobile) e alle dirette straordinarie. L' aliquota va
dall' 1%, per i redditi da 10.000 a 15.000 lire, al 2% da 15.001
a 20.000, al 3% da 20.001 a 30.000, e, progredendo in ragione
dell' 1% per classi di 5.000 lire di reddito, giunge ad un massimo
deir8% per i redditi superiori alle lire 75.000. Per il 1921, come
si è detto, le aliquote furono (articolo 5 della legge 27 febbraio
1921) raddoppiate per le singole categorie cui si riferivano:
furono cioè aumentate dal 2% al 16%. Per il 1922 si tornò
alle aliquote stabilite dal decreto legge 17 novembre 191 8 :
dairi% air8%. Delle 191. 901. 849 lire che la imposta comple-
mentare sui redditi gittò, nel 192 1, 59,947,593 dette la Lom-
bardia ; 36.101. 514 il Lazio ; 27.009.148 il Piemonte ; 19. 661. 91
la Liguria; 12,429,799 la Toscana; 8.793.355 la Campania e
il Molise; 7. 052. 181 il Veneto; 6. 151. 393 la Romagna; 4.138.475
la Sicilia ; 3.275.691 l'Emilia ; 2.334.240 le Puglie ; 1.300.263
le Marche; 1.075. 314 le Calabrie; 845.844 l'Umbria; 342.408
la Sardegna ; 267.571 gli Abruzzi ; ultima con lire 175. 151 la
Basilicata. Sono dati interessanti in quanto dimostrano come
si distribuiscono i maggiori redditi in Italia ; i quali (astraendo
dal Lazio nel quale Roma, capitale, presenta un accentramento
spiegabile di redditi di persone morali) vanno degradando dal
Nord al Sud, fino a non apparir quasi in qualche regione me-
ridionale, come la provincia di Potenza, restando sempre
scarsi in tutte le altre, meno nella Campania, che ha Napoli,
dove, oltre alla attività cittadina, molti vivono che ricevono
redditi dalle province del Mezzogiorno. Il d' Aroma , direttor
CAP. XVIII,] l'imposizione dei redditi in ITALIA 533
Generale al Ministero delle Finanze in una sua relazione sul
rendimento delle imposte dirette (quella del 1921) calcola che
il reddito imponibile in Italia debba valutarsi oggi a 60 mi-
liardi. Di questi, dodici miliardi e mezzo soltanto sopportano
(come afferma il D'Aroma nella Relazione per il 1922, pag.
539) imposte dirette, risultando il reddito censito costituito
per I miliardo dai terreni, per 800.000.000 dai fabbricati, per
dieci miliardi e mezzo della ricchezza mobile (ruoli e ritenute) .
Sono esenti da imposte: quattro miliardi e mezzo di interessi
sui vari debiti dello Stato e circa un altro miliardo e mezzo
di redditi commerciali, industriali ed immobiliari dichiarati
esenti da leggi di favore: sei miliardi in tutto. Mentre in Italia
le aliquote delle imposte dirette sono tra le più alte è imper-
fetta sempre la valutazione della ricchezza imponibile. Dei 192
milioni circa che l'imposta complementare sui redditi , supe-
ranti le 10.000, dette (con aliquote fra il 2 e il i6%ì nel 1921,
circa 48 milioni furono pagati dai proprietari di terreni, circa
48 milioni dai proprietari di fabbricati, oltre 90 milioni dai
redditi industriali, commerciali e professionali e poco meno di
sei milioni dagli affittuari , coloni , mezzadri ed altre classi
agricole.
A sostituire l'imposta militare su chi per riforma, esonero o
dispensa non prestava servizio militare, durante la guerra,
fu istituito con Decreto luogotenenziale del i.° ottobre 191 7
un contributo personale straordinario di guerra , che per gli
anni 1918 e 1919, doveva colpire tutti i contribuenti (uomini
e donne di qualsiasi età, che o non prestavano servizio mili-
tare o non avevano sotto le armi il coniuge, un figlio o il
padre) purché iscritti nei ruoli delle imposte erariali per un
carico superiore a 300 lire pei terreni, a 500 pei fabbricati, a
400 per la ricchezza mobile, a 275 per i proventi degli ammini-
stratori delle società per azioni. Coloro che non figuravano nei
ruoli dei tributi erariali o vi figuravano per un ammontare in-
feriore ai minimi ora ricordati, erano soggetti al contributo
personale straordinario di guerra se, nei comuni con più di 100.000
anime, pagavano più che 150 lire di tassa di famiglia o valor
locativo, e, negli altri comuni, se pagavano più di 80 lire per
tassa di famiglia o valor locativo. Il contributo straordinario
Nitti. 35
534 SCIENZA DELLE FINANZE [LIBRO II
di guerra ammontava al quarto della imposta erariale o comu-
nale per la quale il contribuente doveva corrisponderlo. Si tratta
di un tributo straordinario, che sarebbe già dovuto sparire.
Ha dato, intanto, nel 1920, lire 24.264.596 ; e, nel 1921, lire
26.401.388. Nel decembre del 1915 era stato istituito il con-
tributo del centesimo di guerra , che nella duplice forma di
contributo sui pagamenti e sui redditi investiva nella misura
di un centesimo a lira, che nel 191 6 fu elevata a 2 centesimi per
lira, tutti i redditi soggetti alle imposte dirette ; e nella misura
di un centesimo a lira, poi elevata a 2 e pei fornitori militari
nel 191 8 elevata a tre centesimi pei lira i pagamenti fatti dallo
Stato , dalle province , dai comuni. Col i marzo 1919 il con-
tributo del centesimo di guerra sui pagamenti fu abolito ; il
contributo del centesimo di guerra sui redditi cesserà quando
andrà in vigore la imposta normale e la complementare sui
redditi. In tutto, dalla istituzione al 30 giugno 192 1, il cente-
simo di guerra fruttò 1228 milioni.
Imposta speciale sul reddito è anche 1' imposta sui pro-
venti degli amministratori di società per azioni e dei diri-
genti e procuratori di società commerciali istituita con de-
creto legislativo dei 12 ottobre 1915 , inasprita col decreto
9 settembre 1917. Col testo unico 9 giugno 1918, l'imposta
sui proventi degli amministratori di società per azioni era sta-
bilita in misura progressiva dal 5% al 25 %: il 5 pei redditi
sino a 2500 lire, il 25% per quelli oltre lire 40.000. Pei com-
pensi, invece, ai dirigenti e procuratori di società commerciali
il decreto luogotenenziale 28 febbraio 1918 fissava un'imposta
progressiva dal 5 (fino a lire 2000 di retribuzione) al 20% (per
assegni oltre lire 20.000). La legge 27 febbraio 192 1 raddoppiò
le aliquote per il 1921 ; col 1922*1 saggi tornarono a quelli di
prima. L'imposta sui proventi degli amministratori e dirigenti
e procuratori delle società commerciali dette, nel 1920, lire
20.331.858, e, nel 1921, lire 25.902.476. Anche questa imposta
è destinata ad essere assorbita dalla futura imposta normale
e complementare sui redditi.
Il decreto-legge 17 novembre 191 8 stabiliva, all'articolo 4,
un' imposta sui dividendi interessi e premi dei titoli
emessi da società per azioni o da enti , nella misura del
CAP. XVIII.] l'imposizione del reddito in svizzera 535
2 %, la quale investiva cosi i titoli al portatore come i nomi-
nativi. Il decreto 24 novembre 1919 elevava la imposta al
5 % , il decreto legge del 22 aprile 1920 la portava al 15 %,
limitandola ai soli titoli al portatore, per indurre i portatori
di essi a tramutarli al nome, dal momento che i titoli nomi-
nativi erano dichiarati esenti. L'imposta grava sui portatori,
essendo le società anonime , le province , i comuni , e gli
altri enti che hanno emesso titoli autorizzati a rivalersene nei
pagamento dei dividendi (art. 6 del decreto legge 17 novem-
bre 191 8), a malgrado di qualsiasi patto in contrario (art. i
del decreto legge 22 aprile 1920). L'imposta sui dividendi,
interessi e premi fruttò, nel 1921, lire 45.358.41 1. Dettero più
del milione : la Lombardia (lire 14.269.687) ; la Liguria (lire
8.700.694); il Lazio (lire 8.467.201); il Piemonte (lire 5.228.327);
la Toscana (lire 4.449.105) ; il Veneto (lire 1.687. 991) ; Cam-
patila e Molise (lire 1. 142. 735). Nelle province meridionali e
nelle isole gettito insignificante : la Basilicata qjasi nulla, la
Sardegna poco meno di 10.000. le Calabrie poco più di 22.000;
l'intera Sicilia 217.000. A spiegar ciò basterà ricordare che il
nord d'Italia ha circa i tre quarti d^lle società per azioni. Per
il Lazio si noti che numerose società hanno la loro sede in Roma
solo per ragioni amministrative e politiche.
IX. L'imposizione sul reddito nella Svizzera.
161. La guerra 1914-1918, che ha sconvolte le finanze dei
belligeranti, ha avute ripercussioni sensibili anche sui neutri.
Nella Svizzera avevano imposte sul reddito o sulla fortuna o
sul reddito e sulla fortuna i cantoni; non poteva averne, per la
costituzione federale dei 29 maggio 1874, la confederazione, la
quale doveva limitarsi ai proventi delle dogane e a metà di
quelli della imposta militare. Il bisogno di far fronte alla di-
fesa della neutralità spinse il popolo a votare il 6 giugno 191 5
un emendamento alla costituzione (articolo 42 bis) che consen-
tiva l'introduzione di un'imposta straordinaria sul reddito e
sul capitale, che si sarebbe dovuta percepire nel 1916 e nel
191 7. Le persone fisiche con reddito superiore a 2.500 franchi
o con un patrimonio oltre i 10.000 furono sottoposte ad un
tributo che andava da 0,5 ad 8% del reddito e da i a 15 %
536 SCIENZA DELLE FINANZE [LIBRO II.
del capitale. Le società per azioni pagavano da 2 a io % del
loro capitale versato e dei loro fondi di riserva -e da i a 5 %
del capitale non versato, le cooperative 4% dei profitti di-
stribuiti ai soci e 8% sul resto ; le cooperative assicuratrici
5% dei premi. Ai 4 maggio 1919 il popolo votò una seconda
imposta sul capitale e sul patrimonio e questa volta non da
pagarsi una volta sola, un'imposta straordinaria sì nfa da pa-
garsi sino a quando, unitamente all'altra sui profitti di guerra,
desse tanto da coprire le spese per la difesa, circa un miliardo.
La imposta federale svizzera sul reddito e sulla fortuna del
191 9 differisce molto da quella del 1915. La imposta del 191 9
riattacca il reddito da esentare all'ammontare del patrimonio.
Esenta un reddito di 2.000 franchi per chi ha un patrimonio
superiore ai 20.000 franchi ; «senta 3.000 franchi di reddito
per una fortuna fra' 10.000 e i 20.000 franchi ; esenta 4.000
franchi di reddito per i patrimoni inferiori ai 10.000 francali.
Ha esenzioni di famiglia importanti. Quanto al patrimonio sono
esenti le fortune sino a' 25.000 franchi per il contribuente che
non abbia altri a proprio carico, e sino ai 35.000 franchi per
chi abbia famiglia. L'imposta sul reddito progredisce sino al
20 % (redditi superiori a' 90.000 franchi) ; quella sul patri-
monio è progressiva sino al 25 % per le fortune maggiori , a
cominciare da quelle che superano i franchi 85.000. L'imposta
del 191 9 colpisce le società per azioni in ragione del 100 %
del capitale versato e dei fondi di riserva. La dichiarazione è
obbligatoria e deve essere controllata dal fisco. L'imposta è
andata in vigore col 1921 e non è di guerra. Si prevede du-
rerà dieci o venti anni. La prima imposta di guerra avea da-
to, sino al 1918, franchi 123.509.884; di cui, dedotto il dovuto
ai cantoni, la confederazione ebbe 98.719.794 franchi. Non
sono ancora noti i risultati della seconda imposta sul reddito
e sulla fortuna.
Prima del 1915 i cantoni usavano delle imposte sulla fortuna
e sul reddito, che la guerra fece aumentare o modificare al fine
di ottenere redditi maggiori. Alcuni cantoni avevano solo
un'imposta sul patrimonio e riuscirono ad adottarne, dopo
molti sforzi, una anche sui redditi del lavoro, come Appenzell-
Rhodes-Intérieures (12 aprile 1919) ; Glaris (2 maggio 1920),
CAP. XVIII.] L' imposta del BELGIO 537
Nidwalde (24 aprile 1921). Altri cantoni provvidero a rendere
più produttive le imposte sulla fortuna esisten-ti introducendo
più rigorosi metodi di valutazione : Zurich, Saint-Gali, Lu-
cerna, Sciaffusa, Friburgo. Prevale la tendenza a sviluppare
le imposte sul reddito globale completate da miti imposte sul
patrimonio. Sono per il reddito, in genere, esenti : i celibi sino
a 1000 franchi (Obwalde, Berna, Grigioni), da 1.500 a 2.500
secondo il patrimonio a Nidwalde ; sino a 3.000 a Glaris ; a
4.000 ad Appenzell-Rhodes-Ext. ; a 5.000 a Bàie-Ville. Mag-
giori esenzioni agli ammogliati, con deduzioni che vanno sino
a 300 franchi per figlio (Obwald, Lucerna) e a 400 franchi a
Nidwald e Friburg. La guerra ha, in alcuni cantoni, resa più
grave la progressione : spingendola, pei redditi del capitale,
sino al 40% circa.
X.. L'imposta cedolare sui redditi e complementare sul red-
dito del Belgio.
162. Sino al 19 19 il Belgio ebbe uno dei sistemi tributari
più arretrati, che risaliva al 1822, quando il Belgio faceva an-
cora parte del regno dei Paesi Bassi insieme alle province olan-
desi : un sistema d'imposte che si basava sulla contribution
pBrsonnelle, irìantenuta. anche dopo il distacco dell'Olanda, nel
1830. Era una imposta sul reddito globale, di carattere eminen-
temente indiziario, che induceva il reddito da quattro elementi:
valor locativo, porte e finestre, mobilio, domestici e cavalli.
Molta analogia aveva quel sistema col francese e come in Fran-
cia cosi nel Belgio nessuna riforma radicale potè effettuarsi
prima della guerra 1914-1918. Finalmente, nel Belgio, la legge
29 ottobre 1919, anche questa volta sull'esempio della Francia,
stabiliva imposte cedolari sui redditi alla loro origine e un'im-
posta complementare sul reddito globale. L'articolo i della
legge 29 ottobre 1919 dichiara che alle imposte sui terreni ;
sui fabbricati; alla contribution personnelle sul valore locativo,
le porte e finestre e il mobilio ; alla imposta sulle patenti e
alla tassa sui redditi e profìtti reali, restano sostituite tante
imposte cedolari sul reddito di ogni singole categoria, alle quali
è sovrapposto un tributo sull'insieme del reddito. I redditi
sono raggruppati in tre categorie : terre e case , capitaU mo-
538 SCIENZA DELLE FINANZE [LIBRO II.
biliari e professionali . I redditi delle terre e delle case sono col-
piti in ragione del io% del reddito catastale, comprendendovi i
centesimi addizionali a favore delle province e dei comuni.
I redditi mobiliari sono colpiti anche in ragione del io%. I
redditi professionali sono colpiti per scaglioni di 3000 franchi
con un tasso del 2% per il primo scaglione, sempre (come per
i redditi fondiari e i mobiliari) compresavi la parte che va alle
province e ai comuni, 2% che aumenta del 0.50% per ciascuna
categoria, sino ad un massimo del io % pei redditi superiori
di 48.000 franchi.
Alle tre imposte cedolari si sovrappone un'imposta com-
plementare sullo insieme dei redditi accertati dalle imposte
cedolari e su quello dei fondi pubblici non colpito da alcuna
di esse. Si deducono le spese di esercizio e di conservazione
dei cespiti, quelle di assicurazione, le perdite, le imposte e
tasse , gli interessi dei debiti, le rendite alimentari dovute a
chi non convive col contribuente etc. È colpito il reddito di
tutta la famiglia. Sono esenti i redditi ritenuti indispensabili
air esistenza. Con criterio nuovo e commendevole la legge
belga (articolo 41) fa variare il minimo di esistenza a seconda
della popolazione del comune in cui il contribuente vive, per
cui la legge del 1919 andava da un minimo di 3.000 franchi di
reddito esenti nei comuni con meno di 3.000 abitanti ad un
massimo di 6.000 franchi esenti pei comuni con 100.000 abi-
tanti e più. Per ciascun membro della famiglia a carico il con-
tribuente ha diritto alla deduzione di un decimo, che è aumen-
tato di metà se si tratti di un vedovo o di una vedova. Sono
considerati a carico, purché vivano in famiglia, il coniuge, gli
ascendenti propri e del coniuge, i collaterali sino al secondo
grado. Il saggio della imposta complementare sul reddito
andava , per la legge del 1919 , dall'i % pei redditi al
di sopra del minimo di esenzione e di deduzioni che non supe-
rino le lire 10.000 e progrediva in ragione di 0.50 % per sca-
glioni di 5000 franchi senza che avesse potuto superare il io %
per la parte di reddito superante i 95 ooo' franchi. Pei redditi
non eccedenti i 25 000 franchi si aveva una deduzione del 5%
sull'ammontare del tributo, calcolato sopra, per ogni persona
a carico del contribuente. Per poter godere delle esenzioni.
CAP. XVIII.] l'imposta sul reddito in GRECIA 539
deduzioni e riduzioni il contribuente ha l'obbligo di dichiarare
il reddito globale suo e della lamiglia, il passivo che lo grava
ed il numero e l'età delle persone a carico.
La legge 9 agosto 1920 ed il decreto 29 ottobre 1920 hanno
in parte modificato quella del 1919. I minimi di esenzione non
sono più di 3000 e 6000 franchi ; ma vanno da 2.100 per i co-
muni con meno di 5.000 abitanti a 3600 franchi per i comuni
con 60.000 anime e più. I saggi della imposta complementare
sono aumentati, e partendo dal mezzo per cento (invece che
dall'i) per la prima categoria progrediscono per categorie di
50 franchi ciascuno in ragione del mezzo per cento per i tre
scaglioni seguenti, del 0.75% per gli otto successivi e dell'uno
per cento per tutti gli altri senza poter superare il 30 %.
Pur con gli aumenti del 1920 l'imposta normale e comple-
mentare sul reddito del Belgio è commendevole per lo spiccato
carattere di personalità che la distìngue, sia nelle esenzioni che
nelle deduzioni, e per l'equilibrio delle aliquote. Nel 1921 le
imposte cedolari dettero 305.000.000 franchi e la complementare
fruttò 140 milioni; in complesso 445 milioni.
XI. Le imposte sul reddito in altri stati.
163. La Grecia aveva un'imposta complementare sul
reddito. Era stata votata, ma non applicata, una prima volta
nel 1909, per l'opposizione dei contribuenti ; fu sanzionata,
in seguito, dalla legge 18 luglio 1911. Dopo la guerra 1914-
191 8, la Grecia fu ingrandita di territorio e di popolazione :
tra il 1913 ed il 1920 cresceva di 105.774 Kil. in superficie e di
3.710.407 abitanti (gli avvenimenti ul^mi, coi Turchi a Smirne
e la Tracia in forse, annullerebbero quasi i guadagni del 1920,
che si ridurrebbero a molto meno). I nuovi territori avevano
sistemi tributari assai diversi. Si provvide per quanto era
possibile, a sistemarli con la legge dei 3 gennaio 1919, che sul-
l'esempio francese, abolendo le vecchie imposte, compresa la
complementare sul reddito del 19 11, sostituisce ad esse sette
imposte cedolari e un' imposta globale complementare sul-
r insieme del reddito netto. I redditi sono distinti in sette
categorie o cedule : A fabbricati ; B terreni ; C valori mobi-
540 SCIENZA DELLE FINANZE [LIBRO II.
liari ; D redditi commerciali ed industriali ; E benefici delle
imprese agricole ; F redditi del lavoro; G onorari delle pro-
fessioni liberali. Si esentano per la cedula F (redditi del la-
voro) 150 dracme mensili sugli stipendi degli impiegati e
6 dracme al giorno nei salari degli operai ; 1200 dracme nei
redditi separati o combinati delle cedule D (redditi indu-
striali), E (benefici delle imprese agricole) e G (redditi profes-
sionali) ; 1200 dracme per le cedule A (fabbricati) e B (terreni)
se il reddito annuale di una persona fisica risultante dalle ce-
dule A (fabbricati) B (terreni) e C (valori mobiliari) non ec-
cede le 2.000 dracme. Per l'imposta complementare, se il red-
dito complessivo del contribuente non supera 12.000 dracme si
esentano dalla supertax 3.000 dracme. Si esentano poi 20
dracme per mese e per persona, sino che coabiti col contri-
buente e viva a suo carico. La cedula A colpisce i fabbricati
in ragione del 12% ; la cedula B i terreni in ragione del 10% ;
la cedula C i valori mobiliari con 1*8% ; la cedula D i redditi
industriali e commerciali in ragione del 6% (con deduzione del
50% per i redditi fino a 5.000 dracme e del 25% per quelli fra
5001 e 10.000 dracme ; la cedola E i benefici delle imprese
agricole col 6%, con deduzione del 50% sino a 5.000 dracme e
del 25% tra 5.001 e 10.000, e con un aumento del 25% nel
caso in cui il conduttore, colono o enfiteuta non conduca di-
rettamente, ma subconceda, e si allontani dalla Grecia per oltre
un anno ; la cedula F colpisce i redditi del lavoro al 4% (con
deduzione del 50% sino a 400 dracme di redditi mensili e del
25% sino 830 dracme di reddito per mese) ed i salari dei gior-
nalieri con ri% sullo ammontare; la cedula G colpisce i red-
diti delle professioni liberali cól 4 % (con deduzione del 50 %
sino a 5.000 dracme e del 25% da 5.001 a 10.000 dracme).
L'imposta complementare sul reddito netto globale è fissata
ai 5% con deduzione del 75% sino a 5000 dracme e del 50% da
5001 a loooo dracme, oltre alla esenzione sino a 3.000 dracme
quando il reddito globale non superi le 12.000 dracme. Per
ottenere il reddito netto globale si sommano i redditi risultanti
dalle imposte cedolari dedotti gli interessi dei debiti, le perdite
e le spese personali. Quando la dichiarazione manca o non ri-
sponde al veiro, il fisco può desumere il reddito da indizi, come
€AP. XVIII.] LA IMPOSTA SUL REDDITO IN ALTRI STATI 54I
la media degli affitti, le spese voluttuarie etc. Nel 1920-21 le
imposte dirette così riordinate gittarono 112.476.000 dracme.
164. Con legge dei 15 maggio 1903 , la Danimarca mo-
dificava radicalmente il suo sistema fiscale, che non rispondeva
più alle condizioni economiche del paese. L'imposizione diretta
constava, prima, di un'imposta sul grano duro {hartkorn) detta
tassa antica, perchè stabilita in base ad un Catasto del 1688 ;
di un'imposta fondiaria di perequazione completante la tassa
antica e basata su catasti fatti tra il 1802 e il 1843 ; di un'im-
posta sui fabbricati e di un'altra sul grado. La fortuna mobi-
liare non era punto colpita, mentre la popolazione agricola
sottostava al peso del 60% del totale delle imposte. Nel 1903.
dopo dibattiti che si protraevano dal 1896, il Parlamenito da-
nese aboliva le antiche imposte, meno quella sul grado, sosti-
tuendovi una imposta sul valore degli immobili e una imposta
sul reddito e sul capitale, che sono andate in vigore nel 1904.
Come in Prussia, l'imposta sul reddito è la fondamentale,
quella sul capitale è complementare all'altra. L'imposta sul
reddito è progressiva e colpisce la totalità dei redditi, in de-
naro (o in valori assimilati), del contribuente, comunque gli
provengano. Non si considerano come reddito gli incrementi
di valore del patrimonio, le eredità, le doti, le indennità di
assicurazione etc. Dal reddito si deducono : le spese di eserci-
zio, le pensioni alimentari che siano a carico del contribuente,
l'ammontare delle imposte locali ; gli interessi dei debiti ipo-
tecari e chirografari ; le spese occorrenti alla conservazione e
all'assicurazione del patrimonio. Il capo di famiglia è colpito
per l'insieme del reddito di tutti i membri che la compongono
compresa la moglie che abbia una fortuna particolare.
Il minimo di esistenza non imponibile dall'imposta danese
sul reddito varia di luogo a luogo : è più alto in città e più basso
nelle campagne. Per ogni figlio minore degli anni 15 vi sono
deduzioni che decrescono dalle città alle campagne e questo
è un concetto assai logico. L'imposta danese sul reddito è
moderatamente progressiva.
L'imposta complementare danese sul capitale cade sulle per-
sone fisiche, mentre quella sul reddito colpisce anche le per
sone morali. Sono esenti dalla imposta sul capitale coloro che.
542 SCIENZA DELLE FINANZE [LIBRO 11-
per le deduzioni accennate, risultino esenti dall'imposta sul red-
dito, quando la loro fortuna sia inferiore alle lire 4200 (3000
corone). Si considera come capitale imponibile il capitale mo-
biliare ed immobiliare del contribuente, compresi i crediti,
che abbiano carattere di continuità. Si deducono i debiti che
gravino il capitale nella parte soggetta ad imposta. Il capo di
famiglia è imposto per il capitale posseduto da tutti i compo-
nenti di essa.L'imposta danese sul capitale è proporzionale.
La Svezia ha ritoccata, nel 1902, la imposta sul reddito in-
trodotta con la legge del 1897. L'imposta svedese sul reddito
è progressiva ; ma la progressione nasce dal fatto che man mano
che cresce il reddito imponibile se ne deduce una parte minore
e rimposta ne colpisce una maggiore. Con ordinanza reale del
IO luglio 191 7 è stata introdotta nella Svezia , per il 191 8,
un' imposta straordinaria sul reddito e sul patrimonio , che
colpisce quanti sono sottomessi alle imposte ordinarie sul red-
dito e sulla fortuna per una somma superiore alle 6.000 corone,
con saggi che progrediscono dall'i. 5% fra 6.000 e 8.000 corone
fino al 7 % per i redditi di 150.000 corone.
La Norvegia ha anch'essa un'imposta, progressiva sul red-
dito, la quale esenta tutti i redditi superiori al minimo di esi-
stenza ; ma in Norvegia l'imposizione parziale non cresce pro-
porzionalmente al reddito come nella Svezia ; è viceversa gra-
duata secondo il numero delle persone a carico del contribuente.
Imposte generali sul reddito sono in quasi tutte le colonie
britanniche : nel Canada, in Australia, nella Nuova Zelanda.
La imposizione del reddito, ha durante la guerra e nel periodo
post bellico, subite; dovunque, importanti trasformazioni,
dirette a renderla più produttiva.
XIX
Le Imposte sul Capitale
165. Poco dopo l'armistizio, lo statistico inglese Joseph
Kitckin {Money Cosi of the War, nel Times dei 6 gennaio 1919)
calcolava che il costo diretto, in moneta (esclusi i prestiti agli
alleati) per tutti i belligeranti ammontasse a i .000 miliardi di
CAP. XIX.]
LE IMPOSTE SUL CAPITALE
543
lire, che il debito pubblico fosse passato da prima a dopo guerra,
in complesso, da 145 miliardi a i.ooo miliardi di lire e l'onere
degli interessi, nel totale da 5.625 milioni a 51.250 milioni di
lire. In particolare si aveva :
debito
oneri
pubblico
degli i
nteressi
costo diretto
prima
dopo
prima
dopo
dell
a guerra
guerra
guerra
(in milioni di lire)
Regno Unito
190,000
16,250
142,000
475
7.125
Australia
7»5oo
8,000
i£,75o -^
275
675
Canada
7,500
1,725
8,750
50
452
Nuova Zelanda
1,875
2,500
4,375
175
225
Africa del Sud
1,250
3,150
4,375
125
22S
Impeto Britannico
208,225
31,625
173,75
1,000
8,675
Francia
150,000
32,875
187,500
1,300
9,200
Stati Uniti
100,000
5,000
56,250
250
2,400
Russia (sino alla pace
con
la Germania)
90,000
24,750
122,500
1,000
6,750
Italia
60,000
13,750
76,000
500
3,750
Belgio
8,000
4,000
8,750
175
425
Rumeni a
4,750
1,500
6,250
100
425
Serbia e Montenegro
4,250
,625
3,750
50
155
Potenze della Intesa
625,125
14,125
633,725
4,250
31,750
Germania (impero)
218,750
6,000
200,000
200
10,000
Austria-Ungheria
120,000
19,125
150,000
825
8,425
Turchia
9,250
2,500
11,250
250
675
Bulgaria
3,750
1,125
5,000
75
300
Potenze nemiche dell'Intesa
351,750
30,250
361,250
1,350
19,400
Queste cifre vanno accolte con molta riserva, perchè risen-
tono il periodo di esagerazioni nelle richieste di riparazioni e
di danni , che segui la guerra: ma sono un' approssimazione
della realtà. È difficile anche esprimerle in Ureo franchi, data
la svalutazione di queste monete: ma le indicazioni non man-
cano di interesse.
Prima della guerra, la ricchezza degli Stati Uniti si calco-
lava a 1250 miliardi ed il reddito a 200 miUardi, dei quali 3.625
milioni erano destinati a spese pubbliche, al 19 19 le spese della
confederazione Nord americana erano salite a 7.650 milioni.
544 SCIENZA DELLE FINANZE [LIBRO II.
erano cioè aumentate del iio%. La ricchezza inglese eira prima
della guerra calcolata a 450 miliardi di lire ed il reddito a 60
miliardi ; prima della guerra le spese erano 4.950 milioni e nel
19 19 ammontavano a 13.875 milioni, con un aumento del 180%.
La Francia aveva prima del 1914 una ricchezza di 300 miliardi
con un reddito di 37.500 milioni, spendeva prima 5.200 milioni,
nel 1919, 15.600 milioni, con un aumento del 200%. La Ger-
mania presentava (19 14) una ricchezza di 400 miliardi ed un
reddito di 52,500 milioni, aveva (1914) spese pìibbliche per
4.150 milioni; chi può dire che cosa sono ora espresse con una
valuta tanto deprezzata ? La ricchezza italiana prima della guer-
ra era stata calcolata dal Gini in circa 113 miliardi di lire con
una spesa pubblica di 2.687 milioni, al 19 14, mentre nel 19 19
si spendevano 32.451 milioni, con un aumento di 30 miliardi
circa sulle spese del 19 14. È bene ricordare che, prima della
valutazione del Ginì, la ricchezza italiana si affermava dai più
variasse fra gli 80 e i 100 miliardi, come ritiene anche il d'A-
roma, direttor generale delle imposte dirette {Dati sul rendi-
mento delle imposte dirette nel 1920, pag. 13), il quale la calco-
lava poi, al IO gennaio 1920, dato l'aumentato livello dei prezzi
a 400 miliardi, e che il reddito italiano era prima della guerra,
fatto ascendere fra 12 e 15 miliardi, mentre il d'Aroma crede
si possa ritenere nel 1920 di 60 miUardi (espresso nella va-
luta deprezzata) moltipUcando per cinque, in rispondenza alla
svalutazione approssimativa della lira, il minimo dei 12 mi-
liardi di prima.
Una spesa diretta ed in moneta, di i.ooo miliardi con un
debito pubblico di eguale ammontare, pur fermandosi al 19 19,
(senza tener conto, cioè degli anni seguenti, che furono più
duri) e trascurando gli oneri dei neutri, spiega l'ansiosa ri-
cerca di entrate, cui furono costretti i governi. Non tutti gli
stati hanno ugualmente sofferto per la guerra. Un uomo di
finanze, Edgard Crammond, affermava, nel 1919, che il con-
flitto immane aveva indubbiamente aumentata del 50% la
terra produttiva dell'Inghilterra, la cui ricchezza doveva ri-
tenersi cresciuta dal 1913 al 1919 da 400 a 600 miliardi di lire
ed il cui reddito aumentato da 60 a 90 miliardi; ma vi è una
evidente esagerazione in questo giudizio. Il commercio bri-
CAP. XIX.] l'imposizione del capitale 545
tannico è stato devastato dalla guerra assai più dei territori
francesi e la Gran Brettagna, per salvare la sua valuta si è
imposto i più duri sacrifizi e sopporta tuttavia un carico
enorme. Per gli Stati Uniti un uomo di scienza, il Seligman,
mostra come la guerra abbia potuto trasformare la nazione
da debitrice in creditrice, e ne abbia sviluppate le energie. Per
gli altri tutti il caso è assai diverso : la guerra ha causato
danni economici assai gravi, è stata una immensa distruzione
di ricchezze, che erano il frutto di una lenta accumulazione.
Quasi tutti gli stati dell'Europa continentale vincitori e vinti
e in molte parte i neutrali, sono in condizione di profonda
crise finanziaria e di una grande depressione economica e do-
vranno passare molti anni perchè questa situazione possa mu-
tare, se pure per molti paesi potrà mutare.
i66. A spese ingenti non dovea sembrar possibile prov-
vedere con le ordinarie forme di entrata, specie quando, arre-
stato il traffico internazionale, venivano a contrarsi i proventi
delle dogane : onde è che dovunque, nella ricerca ansiosa di
nuove risorse fu posto il problema dei prelevamenti straordi-
nari sul capitale come mezzo per fronteggiare o liquidare gli
oneri della guerra. In Inghilterra, non molto dopo lo scoppio
della conflagrazione, i laburisti cominciarono a chiedere quella
capital levy {coscrizione delle fortune) , che ammessa da una
parte dei liberali e sopportata da un certo numero di conserva-
tori parve nel 1918 vicina all'attuazione e che, per la resistenza
dei produttori, fu dopo scartata ed è reclamata sempre, si-
nora invano, dai partiti più radicali. Negli Stati Uniti l'avver-
sioni delle classi abbienti fece tramontare ogni proposito di
prelevamenti sul capitale ; è lo stesso è avvenuto in Francia,
dove la proposta nel 1919 era stata avanzata dal ministro delle
finanze Klotz, e la si dovette lasciar cadere per la insurrezione
dei ceti possidenti.
Occorre ricordare che è imposta sul capitale quella che im-
pUca realmente un prelevamento sul capitale. Quando il tributo
colpisce il reddito calcolandolo misurandolo sul capitale non
è un vero tributo sul capitale. La stessa imposta ereditaria, che
potrebbe dirsi, tipica sul capitale, ove colpisce con aliquote
tanto basse da potere essere soddisfatta col reddito del patri-
54^ scip:nza delle finanze [libro ii.
monio ereditato, cesserebbe di essere un'imposta sul capitale.
'L'Ergaenzungssteuer prussiana, la general property tax degli
Stati particolari dell'Unione americana del Nord, le imposte
sul capitale dei Cantoni svizzeri non sono imposte sul capitale :
sono imposte sul reddito misurato sul capitale. Sono imposte
sul capitale le successioni ad aliquote elevate e le imposte sui
plus valori immobiliari.
Durante e dopo la guerra si pensò piuttosto a prelevamenti
straordinari sul capitale, a decurtazioni dei patrimoni indivi-
duali, da verificarsi una volta tanto, sia pure a versamenti
spezzati, cioè in un certo numero di anni, che ad imposte sul
capitale vere e proprie, di carattere permanente. Furono do-
vunque notevolmente elevate le aliquote successorie ; tanto che
anche nella letteratura scientifica più recente sembra preva-
lere, specie in America ed in Inghilterra, l'opinione che l'im-
posta ereditaria può da sola adempiere la funzione integra-
trice e correttrice ai tributi sul reddito che va assegnata alla
imposizione del capitale. L'esperienza ci offre sinora esempi
di prelevamenti straordinari sul capitale e non altro: di quelli
che gli inglesi chiamano coscrizione del capitale [capital levy)
ed i tedeschi e gh austriaci einmalige Vermbegensabgahe, con-
tribuzione unica sulla fortuna. L'impero germanico, che era
stato il primo a colpire i plus-valori immobiliari dette il primo
esempio di codeste imposte straordinarie sulla ricchezza, colla
Wehrheitrag di un miliardo di marchi del 1913, destinati ad
aumento del Tesoro di guerra ed a coprire le spese militari
straordinarie in previsione del conflitto scoppiato, sciagurata-
mente, un anno dopo : la Wehrheitrag del 1913 fu un contri-
buto straordinario ed unico, da pagarsi in tre anni * .
107. L'Italia è tra i grandi paesi della Intesa quella che ha
più sofferto della guerra, ed è, dopo l'Inghilterra, quello che,
durante il conflitto, ha meglio cercato di non compromettere
finanziariamente l'avvenire, e che, subito dopo l'armistizio.
* Conf.: J è z e : Vimpót extraordinaire sur le capital, in Revue de
Science et de Législation financières del 1919 pp. 169-211; e H. V o n t e r :
La couverture financière des dépenses militaires allemandes in Revue de^
Science etc. 1918 pag. 515 e seguenti.
CAP. XIX.] l'imposizione del patrimonio in ITALIA 547
pur in una situazione economica penosa e in condizioni interne
estremamente difficili, ha più coraggiosamente saputo, coi
provvedimenti del 1919, chiedere aJ contribuenti sacrifizi no-
tevolissimi. E mentre la stessa Inghilterra e la Francia, nazioni
tanto più ricche non riuscivano a stabilire un'imposta straor-
dinaria sul patrimonio, l'Italia seppe e volle introdurla. Nel
marzo del 19 19 era presentato un progetto che tendeva a sta-
bilire un' imposta complementare sul capitale , commisurata
cioè al patrimonio, ma « pagabile con una frazione del reddito »
e che era abbinata alla imposta complementare sul reddito,
contemporaneamente proposte , al fine di colpire più grave-
mente i redditi del capitale , discriminandoli , nel complesso,
da quelli del lavoro. La proposta era frutto degli studi di una
commissione nominata * nel 19 17, per la riforma del sistema
tributario. L'on. Nitti , nel discorso- programma dei 9 luglio
1919 annunziava un'imposta progressiva straordinaria sul
patrimonio, ed il giorno dopo il ministro del Tesoro, Schanzer,
specificava che s'intendeva operare un prelevamento, una volta
tanto, sulla ricchezza nazionale. Così mentre nel marzo del
191 9 si proponeva un'imposta complementare, integrativa e
compensativa di quella sul reddito, destinata e colpire in modo
permanente, ancora il reddito , commisul'andolo al patrimonio
il gabinetto Nitti avanzava la proposta di una vera decurta-
zione sul capitale, da farsi una volta tanto, ed in misura tale
che' avrebbe permesso di far fronte, subito dopo la guerra a
gran parte degli oneri della stessa, limitandone le conseguenze
per lo avvenire. Era una vera capital levy, cui l'opinione pub-
blica e la commissione parlamentare, incaricata dello esame
della proposta non si mostrarono molto favorevoli; la com-
missione parlamentare concludeva il 16 agosto 1919, propo-
nendo in luogo della imposta straordinaria sul patrimonio un
prestito forzato, a mite interesse, cui avrebbero dovuto sotto-
* Per il progetto Meda (testo e precedente) conf. J è z e : Impót
sur le Capital en Italie Revue de Science etc. del I919, pp. 376-403.
Conf. G r i z i o t t i Imposta straordituiria sul patrimonio e prestito for-
zoso in Giornale degli Economisti settembre 1919, e lo stato precedente:
L' imposta sulla ricchezza dopo la guerra in Giornale degli Economisti,
febbraio 1919.
548 SCIENZA DELLE FINANZE [LIBRO II.
stare tutti i contribuenti in ragione della loro fortuna, quando
quella avesse superate le 80.000 lire. Il Consiglio dei ministri
decise , in primo tempo, ( 19 agosto 1919 ) di accettare la
proposta del prestito forzato ; ma le classi più minacciate,
che prima aveano resistito all'imposta straordinaria sul pa-
trimonio si ribellarono anche alle idee del prestito forzato.
In Italia , come altrove , quando si tratti di sobbarcarsi
a sacrifizi fiscali, avviene sempre che tutti ne riconoscano
la necessità astratta e ninnò voglia sopportare l'onere concreto,
ciò che sarebbe umano e spiegabile, se a gridar più non fosse
da noi come in ogni paese del mondo, chi più ha, non solo per-
chè più minacciato ciò che sarebbe ancora comprensibile),
ma perchè il dovere del sacrifizio è sentito meno da coloro cui
meno costerebbe il sopportarlo. Jèze * assai opportunamente ri-
corda al proposito, quanto Anatole France nella Ile des pingouins,
fa dire a Morio, « un des plus riches honimes parmi les
pingouins », e che oltre all'essere, dopo il racconto delVHomme
aux quarante écus di Voltaire, una « delle pagine migliori di
scienza delle finanze ». è « il linguaggio delle classi ricche in
ogni tempo ed in ogni paese ». Morio, dunque, il pinguino
fra' più ricchi, nella prima assemblea dello Stato dei pinguini,
trova giusto che ciascuno contribuisca alle spese pubbliche
e si dice pronto a farsi spogliare, nello interesse dei fratelli
pinguini, sino della camicia e come lui tutti gli anziani sareb-
bero disposti a sacrificare ogni loro ricchezza al bene dello
Stato e della Chiesa. Occorre fare l'interesse pubbHco e fare
ciò che esso impone. Ora che è che l'interesse pubbhco impone ?
Impone proprio di non domandar molto a chi molto possiede,
perchè diventerebbero meno ricchi i ricchi e più poveri i poveri,
giacché i poveri vivono della ricchezza dei ricchi ed è perciò
che è sacra la loro ricchezza* a prendere ai ricchi , continua
Moria, si guadagna poco, essendo essi in pochi : sarebbe una
inutile malvagità il rovinarli. Colpite, egli conclude, gli in-
dividui per quello che consumano : è in ciò la saggezza e la
giustizia. Gli anziani a lungo applaudirono ed il monaco Bul-
* Jèze: Les finances de A ngleterre in Revue de Science, etc. del
1920, pp. 427-429.
CAP. XIX.] l'imposizione del patrimonio in ITALIA 549
loch propose che tanto nobili parole fossero eternate su tavole
di rame, onde fra cinquecento anni i migliori pinguini le ri-
cordassero. Gli applausi divennero frenetici quando Gretauk,
la mano sulla spada, dichiarò : « Essendo nobile io non con-
tribuirò, poiché ignobile è il contribuire ; è alle canaglia che
spetta pagare ».
Dopo le elezioni del i6 novembre 1919, il gabinetto Nitti
presentò una serie di provvedimenti per affrontare la situazione
finanziaria e, messo da parte il prestito forzato, adottò per
decreto legge la imposta straordinaria progressiva sul patri-
monio e tutti quei provvedimenti che furono e sono rimasti la
base di ogni ricostruzione finanziaria *.
* Il gabinetto Nitti si dimise nel Giugno 191 9 nella questione dell'au-
mento del prezzo del pane, fatto per decreto legge. Il gabinetto che segiiì
con molto ritardo e quindi con perdite di molti miliardi dovette però far
votare al Parlamento l'aumento del prezzo. I socialisti italiani che erano
in giugno 1919, insorti per demagogia molto violentemente contro il ga-
binetto Nitti per l'aumento del prezzo del pane, fecero alcuni mesi dopo
una larva d'ostruzionismo, che era tanto irragionevole, come privo di
ogni serietà. Si ebbero poi dal Gabinetto Giolitti molti cattivi provvedi-
menti, dissolvitori della pubblica finanza e inspirati a demagogia, come
l'inchiesta nelle spese di guerra (legge 18 luglio 1920), unica fatta in Eu-
ropa da vincitori e da vinti ; la nominatività dei titoli, provvedimento
dannoso che si è dovuto revocare e che aveva il solo effetto di deprimere
il capitale e la confisca totale dei profitti di guerra, provvedimento tanto
ingiusto quanto stolto e demagogico, che ha determinato lo stato di de-
pressione di tutte le industrie.
Nitti. 36
PARTE IV.
Le imposte indirette.
XIX.
Imposte sulla circolazione : il registro e il bollo.
i68. Le imposte indirette, per quanto siano '"-variati^sime
così nella forma, come nei loro effetti, colpiscono tutte: o il
trasferimento di proprietà, o il consumo di alcune ricchezze ;
o l'uso di alcuni beni. Entrano nella prima categoria il registro
e il bollo, la imposta di successione e la manomorta e le nume-
rose imposte che colpiscono i trasferimenti della ricchezza,
entrano nella seconda categoria le imposte sulla fabbricazione
e sul consumo di alcune merci, i dazi di dugana, i monopoli
fiscali *.
* Abbiamo già avuto occasione di constatare ripetutamente come la
finanza dei grandi stati moderni si regga principalmente sulle imposte
indirette, che in tutti i bilanci sono le più importanti, che in alcuni costitui-
scono la quasi totahtà delle entrate. Le imposte dirette reali hanno ima
produttività assai limitata : le imposte dirette personali hanno una fun-
zione, che è in prevalenza di complemento o di correzione. L'avversione
eccessiva per le imposte indirette non è dunque da ninna cosa giustifi-
cata : è solo la loro grande produttività che può provvedere alle grandi
spese pubbliche dei popoli moderni. Si spiega solo con un fatto : nei paesi
non ricchi e dove il consumo è esile, le imposte indirette colpiscono per
necessità i generi di consumo piti indispensabili. Ciò le rende odiose. Vice-
versa i paesi ricchi non colpiscono che alcuni generi di lusso medio ed è
da essi che ricavano grandissime entrate.
Noi sappiamo già quale sia il carattere distintivo della imposizione in-
diretta 0 come essa operi e come vada considerata, così dal punto di vista
finanziario come dal punto di vista economico sociale. Le imposte indi-
552 SCIENZA DELLE FINANZE [LIBRO II.
Alcuni scrittori classificano le imposte indirette sui consumi
in ordine ai metodi seguiti nella riscossione in : a) privative fi-
scali 0 monopoli di Siato. Si hanno tutte le volte che lo Stato
si riserba il diritto esclusivo di produrre o di vendere una merce
o l'una cosa e l'altra insieme. Il monopolio non essendo fatto
per ragione di ordine e di sicurezza, come nel servizio postale,
ma esclusivamente per ragione fiscale, va considerato con cri-
teri diversi ; b) imposte di riscossione mediata ; cioè quelle che
si esigono presso i venditori : o all' atto della introduzione di
una merce (dazi intemi ed estemi), o durante la sua circola-
zione ; imposte di riscossione immediata ; cioè imposte sui con-
sumi che si esigono direttamente dal consumatore, mediante
moli o registri : imposte sui domestici, suite vetture, sui cani,
sui cavalli, sulle biciclette ecc. Questa classifica però è soltanto
esteriore ; essa infatti non riguarda la natura economica delle
imposte indirette, ma soltanto la forma di riscossione.
Le imposte indirette dei paesi moderni assumono le seguenti
forme principali : a) imposte sulla introduzione di merci estere,
Non vi è alcun paese che non ne abbia ; in alcuni anche co-
stituiscono la entrata più importante ; h) imposte sugli scambi
e il consumo interno : prendono la forma di dazi sul consumo,
di accise, ecc., colpiscono le merci quando sono introdotte nel
luogo dove devono essere consumate o vendute ai consuma-
tori, e al pari delle precedenti esistono sotto svariate forme
dovunque ; e) imposte sulla fabbricazione di alcune merci , le
quali appunto colpiscono non già l'atto del consumo, e lo scam-
bio, ma l'atto stesso della produzione ; sono meno diffuse, ma
si trovano in moltissimi stati ; d) monopoli ; lo Stato si riserva
in alcuni paesi di produrre, o vendere al di fuori di ogni con-
correnza, alcune merci di largo consumo, come il tabacco, il
sale, l'alcool, o pure di esercitare una intrapresa come il lotto,
o le assicurazioni, ecc. ; assumono una importanza sempre più
grande nei paesi dove sono penetrati ; e avranno un largo av-
rette colpiscono generalmente i consumi ; siano percepite o all'atto del-
l'introduzione di una merce, o all'atto della sua fabbricazione, o nel mo-
mento della vendita. Si possono dividere in due grandi catagorie : imposte
sul consumo, imposte sugli scambi dei beni economici.
CAP. XIX.] IL REGISTRO E IL BOLLO 553
venire, benché parecchie nazioni più ricche non ne abbiano
alcuno (Stati Uniti di America, Germania, Inghilterra) ; e) im-
poste speciali su alcune forme di lusso : imposte sui cavalli, sulle
carrozze, sui cani, sui domestici, sui giardini, sui bigliardi, ecc. ;
sono forme minori lasciate in generale agli enti locali e il cui
rendimento non è mai molto elevato.
169. Il registro e il bollo riuniscono in generale molte im-
poste sulla circolazione della ricchezza : acquistano nei bilanci
moderni un'importanza sempre più grande ; formano in ge-
nerale la più gran parte delle così dette imposte sugH affari.
Le imposte di registro, di cui l'origine è molto antica, colpi-
scono in generale gli atti i quali, per la loro forma e per la na-
tura del rapporto che stabiliscono, rxhiedono l'intervento del-
l' autorità pubblica per accertare la data e assicurare l'osservan •
za. La registrazione è in fondo o la riproduzione testuale, o
l'analisi di un atto su un registro pubblico : donde tasse di re-
gistro quelle percepite per tale formalità. Effetto principale del
registro è di dare agli atti data certa, a vantaggio delle parti *.
Da ciò deriva, che l'obbligo della registrazione impedisce che
dopo il loro perfezionamento, gli atti abbiano a subire modi-
ficazione : il registro nella più gran parte de' casi impedisce
l'antidata. In molti paesi, e così in Francia e in Italia, il re-
gistro constava di una tassa fissa quando si tratti di semplici at-
tribuzioni o dichiarazioni di diritto, proporzionale quando si
tratti di trasmissioni di valorif. Entrano nelle tasse di registro
* L'articolo 1327 del nostro Codice Civile dice : «La data delle scritture
private non è certa e computabile riguardo ai terzi che dal giorno in cui
esse sono state trascritte o depositate nell'ufficio di registro ». In Italia la
registrazione consiste in una duplice operazione commessa agli Uffici di
Registro, e cioè : I. L'annotazione del sunto di ogni atto che si presenta
e sono pubblici. Questi registri costituiscono la prova giuridica, sia nei rap-
porti della Amministrazione, che in quelli del contribuente, della data sot-
to cui l'atto venne registrato, della somma che venne all'uopo pagata al
Ricevitore e della quale questo viene così a darsi carico ; e per i terzi, delle
disposizioni principali che nell'atto si contengono e che fvurono assogget-
tate a tassa. 2. Annotazione, sugli atti presentati, dell' avvenuta registra-
zione.
t A chiarimento riferiamo dal Del Guerra: La legislazione finan-
ziaria, II ediz. quanto riguarda l' Italia : « Le tasse di registro sono prò-
554 SCIENZA DELLE FINANZE [LIBRO II.
anche i diritti di successione, che poi hanno dal punto di vista
economico carattere di vera imposta, e che formeranno in que-
sto corso oggetto di studio speciale.
porzionali. graduali e fisse. Nelle tasse proporzionali una misura^ unica si
moltiplica percentualmente in ragione del valore tassabile.
Le tasse proporzionali possono distinguersi in tasse ad aliquota unica ed
in tasse ad aliquota graduale secondo i limiti della progressività. Gradua-
le è la tassa, la cui misura varia in ragione progressiva del valore a cui si
applica ; così si hanno le misure di tassa graduale, colla gradualità decre-
scente,. Fissa è quella che è invariabile, perchè non si applica a valori, ma
secondo la natura dell'atto e della disposizione dell'atto, che dalla tariffa
è contemplata per una tassa speciale. Tali tasse si chiamano anche tasse
d'atto ; mentre le proporzionali sono vere e proprie tasse di trasmissione o
di mutazione, poiché sono applicate ad atti che contengono spostamenti di
beni o di valori. Le tasse graduali sono tasse di attribuzione, perchè col-
piscono atti che attribuiscono dei diritti valutabili senza trasmettere o spo-
stare alcun valore. Le tasse fisse contemplate dalla tariffa, tenuto conto
delle modificazioni portate dalla legge 8 agosto 1895, sono di queste dif-
ferenti misiure : cent. 50 ; lire i, 2, 3, 5, 7.50, io, 15, 30 e 50. Se le tasse pro-
porzionah sono destinate ad assolvere il tributo delle mutazioni immobi-
liari e degU spostamenti dei valori, è ovvio, che esse debbono applicarsi ai
seguenti atti e alle disposizioni contenute negli atti che abbiano per effetto
le seguenti convenzioni, cioè : Trasmissioni di diritti immqbihari e mobi-
liari a qualunque titolo, e così, tanto in piena che in condivisa proprietà,
tanto a titolo oneroso che a titolo gratuito : locazioni, affitti, anticresi,
servitù ecc. e, fra le trasmissioni mobiliari, quelle di merci, derrate, navi,
raccolte pendenti, avviamenti di esercizi, tagli di boschi, cessioni, alie-
nazioni di diritti mobiliari e quali novazioni, le azioni creditorie ; ed inol-
tre le obbligazioni, delegazioni, accettate, di pagamento , concordati fra
creditori ; remunerazioni per opere dipendenti da arti liberaU o professioni
convenzioni per mantenimento di persone, pascoli, soccide ecc., vìtaUzi e
costituzioni di rendite a tempo determinato ; noleggi ; quetanze, compen-
sazioni, depositi Uberatori ; mandati con retribuzione e procvire irrevoca-
bili ; donazioni e passaggi di usufrutti tra investiti. Le tasse graduali invece,
sono dovute sugli atti che contengono attribuzioni di diritto, e sono appli-
cabili : ai depositi gratuiti ripetibili in un termine stabilito ; a risoluzioni
di affitti con prezzo e correspettivo ; a cauzioni prestate per ima terza per-
sona ; a sequestri convenzionali e gratuiti; a costituzioni di doti in pro-
prio ; costituzioni di società e loro scioglimenti ; divisioni di beni ; rinno-
novazione di titoli enfiteutici ; sentenze che pronunziano condanne di som-
me e valori sopra convenzioni non ridotte in iscritto e che definiscono il
merito della causa, e, come una eccezione al loro istituto, anche alle aUe-
nazioni di rendite di debito pubbMco e ahenazioni di beni all'estero. Non
CAP. XIX.] IL REGISTRO E IL BOLLO 555
Nelle imposte di registro, sul movimento contrattuale e giu-
diziario si comprendono in generale i diritti che gravano le tra-
smissioni di mobili e di immobili, le obbligazioni di somme e
valori, alcuni atti civili, le sentenze de' tribunali di ogni grado,
le decisioni arbitrali, ecc. ecc. ; oltre, s'intende, le tasse suUe
successioni e sulle donazioni, che meritano esame distinto.
Accade quasi in tutti i paesi dove vi sono imposte di registro,
che es'^e riescono nella più larga misura a colpire la proprietà
fondiaria : cosi quando si tratti di trasmissioni a causa di morte,
come di passaggi di proprietà tra vivi*.
Le imposte di registro, pienamente giustificabili, sopra tutto
se considerate come vere imposte sui trasferimenti della ric-
chezza, devono però essere mantenute in limiti non elevati, se
sarebbero invece applicabili per analogia, ad atti civili che avessero per
subietto di convenzione, disposizioni dell'autorità giudiziaria che nella
propria sede fossero infatti attributive di diritti e tassabili gradualmente.
Le tasse fìsse invece erano applicabili ad una serie di atti che non contengono
né trasmissioni, né novazioni, né attribuzioni, e la cui tariffa enuncia i prin-
cipali nei seguenti, cioè : renunzie al diritto di riscatto o recupero di beni
fatti senza correspettivo ; rivendite di beni immobili ai pubblici incanti
senza aumento di prezzo ; cessioni di beni del debitore alla massa comune
dei creditori per essere venduti ; vendite ai pubblici incanti di pegni dei
Monti di Pietà ; delegazioni di pagamento non accettate ; rimunerazioni
per servizi ed opere personali, proroghe ai pagamenti quando gli atti siano
registrati ; depositi senza liberazione ; convenzioni di mantenimento di
persone senza correspettivo ; colonie e mezzerie ; cauzioni obbligatorie
imposte da leggi ; consensi per iscrizione e cancellazione ipotecaria ; pro-
cessi verbali di offerte reali ; consensi per iscrizione e cancellazione ipote-
caria ; processi verbah di offerte readi ; transazioni semplicemente tacita-
tive di reciproche pretese ; discarichi senza carattere di quetanze o di li-
berazioni ; consegne pure e semplici di legati ; convenzioni matrimoniali
senza costituzione di dote ; costituzioni di patrimonio ecclesiastico con
beni propri ; adozioni ; atti di riconoscimento di figli naturali ; emanci-
pazioni ; testamenti , liberalità per atti tra vivi che contengono di-
sposizioni subordinate alla eventualità della morte ; atti soggetti a con-
condizione sospensiva etc... ed infine tutti gli atti non contemplati dalla
tariffa con una speciale denominazione » pp. 138-139.
* In Italia per esempio in materia di successioni 7/10 di tutta l'entrata
sono formati dai passaggi della ricchezza immobiliare, laddove è molto
a dubitare che questa stia alla mobiliare come 7 a 3.
556 SCIENZA DELLE FINANZE [LIBRO IT.
non si vuole che riescano di citacelo agli scambi e che rendano
difficili le transazioni commerciali.
Che i trasferimenti di ricchezza siano colpiti in quanto deter-
minano spe*^e da parte dello Stato per la costatazione, la con-
servazione e la garanzia de' proprietari stessi, nessuno dubita.
Tuttavia che non siano colpiti in guisa da essere ostacolati è,
o sarebbe assai utile. Il commercio della terra, sopra tutto in
Francia, e in Itaha ancor più, è reso assai difficile dalle alte
tasse di registro : e una ricchezza, già per sua natura poco adatta
ad essere agevolmente scambiata, viene ancor più ostacolata.
Le imposte di bollo sono generalmente assai più produttive
di quelle del registro : ma la loro natura è comune. Anzi in
molti paesi, se non nella più gran parte, il bollo e il registro sono
una cosa sola. Servono in fondo co«ì l'una come l'altro a com-
pletare le imposte dirette e a colpire quella parte di ricchezza
che sfugge ad esse : sotto alcuni aspetti le glandi imposte sul
reddito, sul tipo di quella di Prussia, le imposte di successione,
le imposte di registro e bollo possono considerarsi come grandi
imposte complementari. Materialmente le tasse di bollo consi-
stono nell 'obbligare i cittadini che compiono alcuni atti civili,
commerciali, giudiziali ecc. o a impiegare una speciale carta
fornita dallo Stato (pollo ordinario) , o a far applicare sulle
carte da essi scritte speciali marche o a far applicare bolli
speciali {bollo straordinario). Qualche volta manca la materiale
apposizione del bollo ; ma si paga, come se vi fosse : cosi in
Italia per i biglietti da teatro, ferroviari, ecc. Ipollo virtuale).
Il bollo qualche volta è fisso, cioè qualunque sia l'ammontare
delle transazioni rimane invariato, qualche volta è propor-
zionale alla somma, come in Italia per il bollo sui teatri, qual-
che altra volta è graduale. Non mancano infine esempi di
leggi sul bollo con tariffe non già proporzionali, ma progressive*.
* Sul registro e il bollo esiste un'opera veramente completa : Albert
Wahl : Traile de droit fiscal. Il i. volume (Paris, 1902, pag. 628) e il 2.
(Paris, 1903, pag. 869) riguardano Venregistretnent. Il terzo volume ri-
guarda Umbre, droUs d'hypoihèque, ecc. Cfr. inoltre : Ricca-Saler-
no: op. cit., cap. Ili; Besobrasoff: Itnpots sur les actes. Saint Pe-
tersbourg, 1866 ; Schaeffle: Grundsàtze der Steuerpolitik, Tuebingen,
CAP. XIX.] IMPOSTA SULLA CIRCOLAZIONE 557
170. Il registro e il bollo, dove sono separati, riescono a
colpire spesso due volte la stessa cosa, e, se storicamente la
loro differenza si spiega bene *, nella pratica finanziaria la
separazione riesce spesso dannosissima. Così vi sono in Europa
due tipi di legislazione differenti. In Inghilterra, in alcuni degU
stati che compongono gli Stati Uniti di America, nei cantoni
svizzeri, nella più gran parte degli stati della Germania, in
Russia non esiste che il bollo : solo i diritti di mutazione per
decesso hanno una fiscnomia a parte e sono generalmente
pagati per mezzo di una dicliiarazione senza apposizione del
bollo. Esistono invece sotto forma distinta il registro e il bollo
in Francia e nei pressi che hanno imitato l'ordinamento fran-
cese ; in Italia, in Belgio, nei Paesi Bassi, ecc. La divisione
però sembra non solo dal punto di vista teorico, ma sopra
tutto dal punto di vista pratico, poco opportuna ; così la ten-
denza verso la fusione è generale.
Gli alti saggi delle imposte sul registro e sul bollo contri»
buiscono spesso a rendere lenta e diffìcile la circolazione e a
impedire lo svolgersi degli scambi : ond'è che vanno il più che
possibile ridotti. Il meraviglioso sviluppo della circolazione
inglese è dovuto in gran parte al non aver impedito, in pas-
sato, con tasse eccessive lo svolgersi di alcune forme commer-
ciah, che altrove sono state paralizzate spesso dalle tasse,
quasi al loro manifestarsi. In Inghilterra i privati sono rie-
sciti a ridurre la moneta necessaria alla circolazione intema
a un minimo. I chèques riescono a favorire la creazione e la
moltiplicazione di casse di depositi, che assorbono i depositi
disponibili : cosi invece di conservare il danaro nelle casse dei
privati, esso può essere depositato in banca e profittare alla
1880, pag. 450 e seg. ; E. Naquet: Tratte des droits des Umbre Paris,
1894; Wignes: Traile des impóts, 4. ed., Paris, I, pag. 223; Ump-
fenbach: Lehrbuch der Finanswissenschaft, 2. ed., pag. 364 e seg.;
Gauwès: Cours, voi. IV, 1272; ecc. Le più ampie notizie si trovano
nell'eccellente Bollettino di statistica e di legislazione comparata pubblicato
in Italia dal Ministero delle finanze, a cura della Direzione generale del
Demanio e delle tasse.
* Historiquemeut le cumul s'explique ; les droits d'enregistrement ont
leur source première dans les droits fèodaux qui aUaient au seigneurs le
droit de timbre allait au roi » ; W a h 1 : op. cit. voi. I pag. 21.
558 -SCIENZA DELLE FINANZE [LIBRO IT.
circolazione. Il sistema del crossed check, dello chèque barre,
come dicono i francesi, può permettere inoltre agli inglesi un
sistema di circolazione che è mirabile per la sua celerità e per
la sua economicità. Per la stessa ragione quei benefizi assai
spesso non si sono determinati altrove *.
Gli oneri cui le banche di emissione sono sottomessi sono con-
siderati da quasi tutti gli scrittori come imposte indirette :
certo agiscono allo stesso modo. Noi le consideriamo invece
come partecipazione dello Stato ai benefizi di un'intrapresa
industriale, conceduta in monopolio o in privilegio a società
private. In ogni modo anche questi diritti vanno tenuti quanto
è più possibile in limiti ristretti, preferendosi la partecipazione
ai benefizi piuttosto che i diritti fissi sulla circolazione. In
quasi- tutti gli Stati esistono speciali tasse sulle operazioni di
borsa e anche tasse ipotecarie, che riguardano le iscrizioni ipo-
tecarie, le rinnovazioni, le trascrizioni ecc. È bene che queste
imposte siano mantenute in limiti assai moderati per non
rendere difiìcili le contrattazioni e per non scoraggiare il ca-
pitale di speculazione.
NOTA
In Italia le così dette tasse sugli affari comprendono oltre le imposte di
successione e di mano morta, le tasse di registro, di bollo, in svirrogazione
del registro e del bollo ipotecarie e sulle concessioni governative. In gene-
rale si può dire che l'ordinamento italiano delle tasse sugli atti giuridici
è modellato sul regime francese, di cui è in gran parte una derivazione.
Sulle imposte sulle operazioni di borsa nei vari paesi cfr. in Val. mob.
le monografie diFernand Paure, Salefranque, Dubois, ecc.
La legge del 21 aprile 1862 unificando la varia legislazione riordinò in
Italia le tasse di registro le tasse di bollo e le tasse ipotecarie e ne aggiunse
altre, come quelle sulle società industriali, sulle assicurazioni, sulla emis-
sione dei biglietti, ecc. La legge del 1862 venne migliorata da quella i 4
luglio 1866. Altre modificazioni vennero in seguito coordinate nei due testi
unici 8 giugno 1874 e 4 luglio 1897. La legge dei 23 aprile 1911 ha innovato
e modificato relativamente alla corrispondenza commerciale, alle scritture
* Si calcola che a Londra su ogni 100 lire di pagamenti, 87,50 son fatti
con chèques, 6,89 con biglietti di banca e solo 5.81 con danaro contante
Quindi, possedendo un'assai minore quantità di moneta, l'Inghilterra
riesce a fare un assai più grande numero di transazioni della Francia.
CAP. XIX.] l'imposta sulla circolazione 559
di vendita di merci agrarie, alla costituzione della società commerciali ,
ha date disposizioni a favore della piccola proprietà, ha megho regolato l'ac-
certamento dei valori imponibili, e le deduzioni dal passivo nelle succes-
sioni ; ha ritoccate le tasse di bollo e sulle concessioni governative.
Le tasse di registro (entro cui nell'ordinamento fiscale italiano è com-
presa anche la imposta sulle successioni) comprendono non solo gli atti ci-
vili, ma i giudiziali. Secondo l'ordinamento italiano, sono sottomessi al re-
gistro quegli atti i quali per la loro forma e per la natura del rapporto che
stabiliscono, richiedono l'intervento dell'autorità pubblica per accertarne
la data e assicurarne l'osservanza.
Il registro abbraccia così gli atti civili, come i giudiziali e le successioni.
Sono in Italia soggette al bollo, tutte indistintamente le carte destinate
per gli atti civili e commerciali, s tragiudiziali e giudiziali, e sugli scritti,
stampe e registri designati nella legge, come soggetti al bollo fino alla loro
origine, oppure in ragione all'uso, e per i quali si ammette la carta libera
ma con obbligo di pagare la tassa in certi casi. Per l'appUcazione della
tassa di bollo sotto la denominazione di carta, s'intende compresa qua-
lunque materia atta alla riproduzione di scritti o disegni che possono va-
lere come atti o documenti (art. i della legge pel 1874). Nell'ordinamento
italiano le tasse di bollo sono graduali, proporzionali o fisse. LéC tassa pro-
porzionale colpisce la circolazione media dei biglietti aventi corso legale
o fiduciario e il prodotto lordo dei teatri e luoghi affini per i biglietti e fogli
d'ingresso. La tassa graduale si applica alle cambiaU, agli ordini di derrate,
agli altri effetti e recapiti di commercio. La tassa è dovuta inoltre per le
delegazioni mercantili e per ogni atto contenente trasferimento di danaro
o ricognizione di debito dipendente da operazioni commerciali, ecc. La
tassa fissa colpisce tutti gU altri atti e scritti contemplati nella legge. La
tassa di boUo si corrisponde in Italia in tre modi. Il bollo ordinario si ha
impiegando la carta fiUgranata e bollata che si vende per conto dello Stato-
li hoUo straordinario si ha applicando nei casi previsti sopra ogni pezzo di
carta, o le marche da bollo, o l'impressione di un boUo speciale. Si corri-
sponde in modo virtuale, cioè senza la materiale apposizione del bollo, in
alcuni casi : bollette doganali, bigUetti ferroviari, prodotto quotidiano
dei teatri e luoghi chiusi, bigUetti delle banche di emissione, ecc. ecc.
Nelle così dette tasse sugli affari entrano in Italia numerose imposte
e tasse.
Fra le imposte che sono state maggiormente accresciute dopo la guerra
sono quelle sul registro e sul bollo. Espresse in milioni esse sono aumentate
nel seguente modo
1913-14 1917-18 1920-21
Registro
94.4
224.8
491.6
Bollo
81.9
158.2
252,2
Surrogazione registro e bollo
28.6
47.-
95-6
Ipoteche
II. I
13.5
73.8
Concessioni
14.1
15.9
46.3
560 SCIENZA DELLE FINANZE [LIBRO II.
Durante e dopo la guerra le così dette tasse sugli affari sono state molto
modificate. Basterà dire che dal 1915 al 1920 vi furono non meno di iii
decreti legislativi, molti dei quali con carattere di omnibus investono i più
svariati campi tributari. E sono state molto accresciute le tariffe. Basterà
dire che il solo bollo nell'esercizio 1919-20 rendeva già il doppio delle due
imposte (s'intende delle imposte erariali) sui terreni e fabbricati insieme
riunite.
La finanza di guerra ha ottenuto l'aumento del gettito sopra tutto in
tre modi :
1. inasprendo le aliquote delle tasse esistenti con l'assalimento dei
vecchi decimi e dell'addizionale ;
2. estendendo il campo impombile e così irretendo nel tributo atti,
rapporti, manifestazioni che prima sfuggivano ;
3. sostituendo il sistema delle tariffe proporzionali e graduali al si-
stema del diritto fisso .
Sarebbe lunga l'enumerazione dei provvedimenti : tutti non hanno avut o
altro scopo che di aggiungere nuove entrate.
Anche le tasse di registro sono stato enormemente aumentate e investono
oramai tutti gli atti e contratti relativi allo scambio e al traÉ&co della ric-
chezza ; beji 137 sono gli atti e contratti sottomessi a registrazione. Oltre
le nuove imposizioni, le vecchie sono state aumentate in media del 40 per
cento.
Delle successiom* abbiamo già trattato a parte. Nessun paese ha forse
aliquote così alte come l'Italia. L'ultima legge (24 settembre 1920) è la
pili grave che esiste Le aliquote per le successioni e donazioni superiori
alle 100 mila lire raggiungono per gli ascendenti e discendenti il 27 per
cento ed il 75 per cento tra estranei. Imposta troppo gravosa e perciò stesso
non suscettibiJe di lunga durata nelle forme attuali.
Anche le tasse in surrogazione del registro e del bollo sono state successi-
vamente mutate e aumentate.
Le tasse sulle concessioni goyerwa/iw in numero di oltre 70 investono auto-
rizzazioni, permessi, concessioni rilasciate dalle pubbliche amministra-
zioni e inerenti alle piiì svariate materie (cittadinanza e stato civile, pub-
blica sicurezza, sanità pubblica, spettacoli pubblici, armi e caccia, acque
pubbliche, diritti di autore, privative industriali, occupazioni di spiagge
marittime, apertura di miniere, rotazione di autoveicoli, ecc.).
Tasse ipotecate e tasse di manomorta (come si chiamano impropriamente,,
essendo vere imposte) hanno avuto notevoli aumenti anch'esse.
XX.
L'imposta di successione.
171. L'imposta di successione ha un'importanza sempre
maggiore nei paesi moderni : dato lo sviluppo delle imposte di-
rette, la imposta successoria, insieme a quelle generali sul red-
CAP. XX.] l'imposta sulle successioni 561
dito e sul patrimonio, ha una funzione molto importante : in
quanto la sua azione non è soltanto fiscale, ma anche compen-
satrice. Si tratta di una vera imposta, non di una tassa come
molti teorici si ostinano a dire ; e anche di una vecchia impo-
sta ! La imposta sulle successioni è tra le più antiche che siano
esistite. Da quando la proprietà individuale si è affermata, si
può dire che le imposte di successione siano sorte. A Roma,
la imposta di Fuccessione era anzi tra le più poderose e tra le
meglio organizzate. Lasciando stare ogni questione sulla illegit-
timità dell'istituto dell'eredità o per lo meno sull'ammissibilità
o non dell'eredità ab intestato, salvo tra discendenti e ascendenti
(questione che suggerì a Bentham pagine eloquenti), è fuori
dubbio che la trasmissione dei valori per eredità o per dona-
zioni sia da considerarsi come materia d'imposta.
Molti scrittori si affannano a trovare una giustificazione
della imposta di successione ; che cosa ne giustifica la esistenza?
Queste ricerche sono spesso inutili, non occorrendo giusti-
ficare ciò che è esistito in quasi tutte le civiltà. L'imposta di
successione non si giustifica né più né meno (se pure occorre
indagare su ciò) di tutte le imposte indirette ; perché una
imposta colpisce il consumo dell'alcool o dello zucchero ? Anzi
la imposta di successione é tanto più giusta, in quanto colpisce
il passaggio , a titolo gratuito, di ricchezze acquistate senza
lavoro da coloro che ereditano.
Un gran numero di uomini acquista le ricchezze dalla società
in cui vive a titolo ereditario senza averle prodotte : altri, in
tempo più o meno vicino o lontano, parente o estraneo, ha la-
vorato per lui. Mentre il lavoro é fonte di ricchezza, si eredita,
cioè si arricchisce, senza aver lavorato. Tutto ciò impressionava
la profonda mente di Stuart Mill. Io non riconosco, egli scri-
veva, né come giusto, né come buono, uno stato di società nel
quale esiste una cla'=se che non lavora punto, dove esistono
essere umani, che, senza aver comperato il riposo a prezzo del
lavoro precedente, sono esenti dal partecipare ai lavori che in-
combono alla specie umana. E contrarissimo come era a ogni
progressione, Mill riconosceva solo giusta la progressione della
imposta successoria *.
* J. S. Mill: Principles, Uh. V, cap. II.
562 SCIENZA DELLE FINANZE [LIBRO II.
E poiché il dubbio di Mill veramente esiste, e sono solo ra-
gioni di convenienza economica e di utilità sociale che giusti-
ficano le attuali forme successorie, si cerca almeno di correg-
gerle in ciò che hanno di più dannoso. Molti dei più eminenti
giuristi sono infatti avversi a una estensione eccessiva della li-
bertà testamentaria e inclinano verso limitazioni rese necessa-
rie da ragioni numerose di equità e di giustizia. In ogni modo,
sono solo ragioni di convenienza sociale che giustificano la
trasmiss'one delle ricchezze mediante l'eredità : togliendo
agli uomini il diritto di disporre del frutto dei loro lavori, si
teme di distruggere le più poderose iniziative industriali e
uno degli stimoli più grandi della produzione. Senza l'eredità,
quanti consumi improduttivi ' quante attività si sottrarreb-
bero precocemente al lavoro ! Ma rispettare l'eredità, non
vuol dire sottrarre coloro che si trovano in posizione di go-
dere ricchezze da essi non prodotte, dal contribuire, nella più
larga misura conveniente, alle spese dello Stato, che rappre-
senta gl'interessi collettivi.
Niuna spiegazione dunque è necessaria, e si riesce ad inten-
dere assai difìicilm.ente perchè molti scrittori cerchino una
giustifica della imposta di successione in un principio di impo-
sta tassa : altri in un diritto di coeredità da parte dello Stato, a
bastanza assurdo. Per molti scrittori (Geffcken, Leroy Beau-
lieu * ecc.) l'impo'^'ta di successione sarebbe un premio di
assicurazione : lo Stato assicura il rispetto della volontà del
defunto e garentisce la trasmissione dei beni, è naturale che
gli sia pagato un compenso : cioè la imposta-tassa. Ora non
vi è nulla di meno vero e di meno ammissibile. L' obbligo da
parte dello Stato di mantenere la sicurezza e di assicurare
quel minimo di pace intema, e di onestà pubblica indispensabile
alla trasmissione dei beni, è un obbligo così fondamentale
che non può considerarci come un servizio particolare che lo
Stato renda a chi eredita. Sarebbe come chiedere tasse spe-
ciali per la sicurezza In ogni modo, ammesso questo princi-
pio assurdo, deriverebbe che ogni eredità, da qualsiasi per-
* Geffcken: Erbrecht und Erbschaftssteuern in J. f. G. 1881 ; L e -
roy Beaulieu: Traité, voi. I.
I
CAP. XX.] l'imposta di successione 563
Sina derivante, senza tener conto di legami di parentela, do
vrebbe esser colpita allo ste'=iso modo, mentre le imposte di
successione, dovunque, colpiscono con saggi assai differenti, nei
diversi gradi di parentela o di affinità. Né è più ammessibile
ciò che alcuni affermano quando dicono essere lo Stato un
lontano erede *. È noto che quasi in tutti i paesi, mancando
parenti fino a un certo grado o non essendovi disposizioni
testamentaria, è lo Stato che eredita. Ora il fondamento della
imposta sarebbe in questo caso nella e^-.senza stessa del diritto
ereditario. In altri termini lo Stato diventa un coerede, la cui
partecipazione sarebbe maggiore o minore a seconda dei vin-
coli di parentela o di affinità tra il defunto e gli eredi. E upa
teoria che a prima giunta può parere vera, Ma basta riflettere
che, riconoscendo la proprietà individuale, non avviene mai
che lo Stato si consideri come un erede lontano o vicino ; ma
semplicemente, non potendo ammettere che vi siano beni
vacanti, occupa in assenza di parenti o di congiunti e in man-
canza di testamento, quelle ricchezze le quali sono senza pro-
prietario ; è un'occupazione di beni vacanti e non altro f.
Non si può disconoscere che i sistemi ereditari vigenti hanno
eccessivamente esagerato il principio della famiglia quando
hanno ammesso che nelle successioni senza testamento, ereditino
i parenti, come in Francia, fino al nono, al decimo, come in Italia,
♦Schei: Erbschaftssfeuern und Erhschaf iste forni, Iena, 1878 ; Wa-
gner: Finanz. lib. Ili, cap. II.
t Sull'imposta di successione in generale cfr. Fournier deFlaix,
op. cit. ; West: The inheritance tax 2. ediz. New- York 1908; Selig-
m a n : The inheritance tax, negli Essays e Ulmpòt progressi/, passim;
Bastabl e: Fitiance, pag. 556 e scg., ecc. e poi anche R i e e a - S a-
1 ern o : L' imposta progressiva sulle successioni in Inghilterra e Francia
nella Nuova Antologia del 1899; Schaeffle: Grundsaetze pag. 511
e seg. Garelli: U imposta successoria, Torino, 1896 ; B a r o n : Zur
Erbschaftssteuer (in rivista), Leipzig, 1876 ; G r a z i a n i : Natura economica
delle imposte di successione^ Siena, 1890 ; Marsili-Libelli: La na-
tura dell'imposta sulle successioni, Torino, 1904; ecc. I saggi del Seligman
e del Ricca Salerno, bastano per mettere al corrente di tutte le questioni
più importanti relative alle imposte di successione. Cfr. per tutti i paesi
principali le eccellenti indagini pubblicate dal 1900 in poi dal B. S. L. G.
dove si trovano riportate anche le tariffe di quasi tutti gli Stati maggiori.
564 SCIENZA DELLE FINANZE [LIBRO li.
o al dodicesimo grado. Chi conosce i propri parenti del dodi-
cesimo grado ? Essi si confondono con il genere umano ed è
assurdo ammettere che, data la famiglia moderna, vi siano
eredità legittime al di fuori dei discendenti o degli ascendenti,
o al massimo dei cugini germani e dei nipoti, figliuoli di fra-
tello o di sorella.
Il Codice civile spagnuolo (art. 955) ha già ammessa una
prima limitazione, limitando le successioni fra congiunti fino
al sesto grado. Gli stessi giuristi inclinano a questa opinione * .
Come le successioni, bisogna colpire le donazioni, le costitu-
zioni di dote, ecc. : esse non sono in realtà che successioni an-
ticipate. Bisogna del pari colpire le persone giuridiche in guisa
che non abbiano una situazione di favore (imposta di mano
morta). Principio fondamentale, derivante da tutte le teorie
sulla imposta, è che nessuna forma di eredità deva andare esente:
ricchezza immobiliare e ricchezza mobiliare devono essere pari-
mente colpite. Non si può ammettere che in un paese vi siano
ricchezze colpite e altre non colpite nei trasferimenti a titolo
gratuito ; è una ingiustizia troppo evidente perchè possa essere
riconosciuta. L'Inghilterra, che ora ha l'imposta di successione
megHo ordinata, ha presentato fino al 1853 il più strano caso
di egoismo di classe che la storia del secolo scorso ricordi t •
In quasi tutti gli stati, dall'ammontare del patrimonio si de-
traggono i debiti e ciò che costituisce il passivo dell'eredità : in
altri termini la imposta di successione è percepita sull'eredità
netta. La Francia ha costituito per lungo tempo un'eccezione
a questa regola quasi generale. Il valore della eredità trasmessa
* Il Laurent: {Principes de droit civil, voi. Vili, pag. 503) opina
che «la succession collaterale ne devrait s'étendre au delà des cousins
germains ». J. S. Mill voleva a dirittura esclusi dalla successione anche i
frateUi e i nipoti.
t Nel 1796 Pitt che avea riordinato le imposte di successione, legacy
duties, presentò alla Camera dei Comuni due progetti differenti, l'imo ri-
guardava la proprietà immobiliare, l'altro la mobiliare. La Camera dei
Cornimi li approvò entrambi. Ma la Camera dei Lords, dove sedevano i
più grandi proprietari di terre del Regno Unito, approvò solamente il se-
condo. Cosi l'Inghilterra, dal 1796, presentò uno dei più strani ordinamenti.
L'imposta di successione colpiva infatti i beni mobili ed esentava gl'im-
mobili.
CAP. XX.] l'imposta di successione 565
si può calcolare in parecchi modi : inventari, processi verbali
di vendita ; dichiarazione estimativa per i beni mobili, corsi
della borsa per i valori mobiliari quotati, o dichiarazione del
contribuente per gli altri ; e per quanto riguarda gli immobili,
se il loro valore non risulti da catasti o da indagini speciali,
capitalizzazione del reddito desunto dalla imposta. Il valore
dell'usufrutto costituito per un tempo indeterminato o supe-
riore a IO anni si valuta per esempio a metà della piena pro-
prietà ; quando l'usufruttuario ha più di 50 anni il valore è
fissato nel quarto dei beni. Assai più logicamente, tutti gli
stati tedeschi (a eccezione del Baden) calcolavano, prima che,
nel 1906, l'imposta di successione passasse allo Impero, il
valore dell'usufrutto vitalizio secondo l'età dell'usufruttuario.
Importanti riforme avvennero nei regimi tributari dell'In-
ghilterra, della Francia, della Germania etc , per quanto ri-
guarda la imposta di successione : ma è l'Inghilterra sopra
tutto che, per opera di Harcourt, ha compiuto nel 1894 ^^^
riforma tipica in questa materia.
Vi erano in quel tempo cinque differenti imposte sulla succes-
sione con funzione e carattere assai diversi * ; la riforma del
1894 li raggruppò nell'estate duty, che colpisce tutta la fortuna
del defunto ed è applicata con saggi progressivi, e nella le-
gacy and succession duty, che colpisce con saggio proporzionale
la parte raccolta da cia'^cun erede. Per i beni setiled, i quali
sfuggono all'estate duty sino allo spirare del settlement, la legge
Harcourt del 1894 stabi Uva un diritto speciale detto settle-
ment estate duty. Per l'estate duty Harcourt stabihva saggi
progressivi, che (lasciando esenti le eredità sino a 2522 lire,
cioè a 100 sterline) andavano da i %, per l'eredità fra lire
2522 e lire 12610 (100 e 500 sterline) sino ad 8 % per le eredità
superiori a 25,220,000 lire (1,000,000 di sterhne) ; per i beni
settled imponeva un settlement duty consistente nel supple-
mento di I % ai saggi progressivi dell'imposta ; per la legacy
* Questi diritti erano di probate duty, account duty, legacy duty, succes-
sion duty, temporary estate duty. Cfr. R. F. Wallace: An epitome of
the death duties, London, 1866 ;A. W. Normann:^ digest of the death
duties, London 1892 ; ecc. Come vedremo parlando delle finanze iocali,
l'impost?. di probate duty interessa in Inghilterra anche la finanza locale.
Nitti. ' 37
566 SCIENZA DELLE FINANZE [LIBRO II.
and succession duty esentava le eredità sino a lire 25220 (1000
sterline) e le successioni in linea retta. La legge Harcourt del
1894 fu modificata nel 190 1, nel 1904, dal Finance A et Asquith
del 1907, e dopo da quello di Lloyd George, del 1910, Lloyd
George dichiarava, nella esposizione finanziaria dei 29 aprile
1909, che «la grande riforma del 1894, alla quale sarà sempre
associato il nome di sir William Harcourt, avea dato un sistema
d'imposizione logico e bene ordinato come principio, ed una
macchina fiscale di grande efficacia. A parte uno o due ritocchi,
di cui l'esperienza ha dimoetrata l'utilità, io mi propongo,
egli diceva, di modificare i saggi dell'imposta, per aumentarne
il gettito, senza modificare le basi del tributo ». La legge dei
29 aprile 1910 lascia inalterati i saggi per le successioni, che
Lloyd George chiama piccole, per le successioni cioè sino a
126,100 lire (5000 sterline), che continuano ad essere colpite
•in ragion di i % sino a 12610 lire, di 2 % sino a 25220 lire
e di 3 % sino a 126,100 lire. Dalle 126,100 lire in sopra la legge
del 19 IO rende più rapida la progressione, che giunge alla
ragione massima del 15 % (che era stata sostituita a quella
di 8 % del 1894, con la legge del 1907) ma, mentre questo
saggio massimo del 15 % colpiva, per la legge del 1907, prima,
le successioni di più che lire nostre 75,660,000 (3,000,000 ster-
line), ora esso cade anche sulle successioni superiori solo alle
lire 25,220,000 (1,000,000 sterline).
Secondo i calcoli esposti alla Camera dal Cancelliere dello
Scacchiere può ritenersi che l'estate duty, la quale, per la legge
del 1894, colpiva prima i valori trasmessi in ragione del 5 %
circa, in media, pesi ora, dopo gli inasprimenti esposti, su di
essi, nella ragione media del 7 % *.
La legge 29 aprile 19 io aumentava, poi, da i % a 2 % il
* Una disposizione importante della legge " inglese è la seguente :
Quando a causa dei vari decessi, in forza dei quali si è operata la tra- <
smissione dei beni, o della natiu-a complicata dei diritti delle diverse per-
sone sui beni trasmessi, o per altre cause, sia difficile liquidare esattamente
le imposte di successione [death duiies) o anche di qualcima di esse ; oppure
per farlo occorrano spese sproporzionate ali eredità, i commissari gover-
nativi, a domanda degli interessati e ottenuti i chiarimenti necessari, pos-
?ono transigere i death. duties per la somma che reputino conveniente.
GAP, XX,] l'imposta DI SUCCESSIONE 567
diritto addizionale sui beni seWed, cioè il settlement estate duty.
In quanto al legacy e al succession duties, che sono pagati sulla
parte che va a ciascun erede e sono basati sul grado di pa-
rentela, la riforma di Lloyd George abolisce l'e'^enzione, in
via assoluta, delle eredità in linea retta, la quale era dal 1894
praticata, e la conserva, limitatamente, in casi speciali, e cioè :
quando il valore complessivo della eredità totale, agli effetti
dell'estate duty, risulti inferiore alle 378,300 lire (15,000 ster-
line), quando l'ammontare di tutti i legati e della successione
pervenuti all'erede da un medesimo de cuius non superi le
lire 2522 (100 sterline) ; quando infine eredi o legatari ciano
la vedova o il figlio minore del de cuius e l'ammontare dei
legati e delle donazioni non ecceda in complesso le lire 50,440
(2000 sterline). In quanto al saggio deUa succession duty e della
legacy duty, la legge 29 aprile 1910 colpisce col 5 %, invece
che col 3 % della precedente tariffa, le eredità fra frateUi, so-
relle e loro discendenti, e col io % sempre, (invece che dal
5 % al IO %, come prima) le altre eredità fra parenti più lon-
tani. In complesso l'imposta normale {estate, succession e legacy
duties) colpisce per le maggiori fortune e per i più lontani gradi
di parentela, con un massimo del 25 %, ed aggiungendo il settle-
ment estate duty, per i beni settled, persino col 27 %. È, da av-
vertire che il pagamento della estate duty, per ciò che* riguarda
gl'immobili, può essere distribuito nel periodo massimo di otto
anni, e che dalla fortuna imponibile si deducono le spese fune-
rarie ragionevoli e i debiti e gli oneri permanenti, che gravino la
proprietà. In complesso però Yestaty duty è una vera imposta
sul patrimonio. Lloyd George estese ai beni liberi l'esenzione,
che la legge del 1896 accordava agli oggetti d'interesse na-
zionale scientifico, storico artistico, facenti parte di una fortuna
settled : volle però che anche i beni agricoli, come gli altri, ve-
nissero calcolati al loro valore di mercato (e non più al valore
convenzionale di 25 volte il loro reddito netto, come prima)
e i titoli di Borsa al loro valore corrente. La legge 29 aprile
1910, infine, lascia facoltà agli eredi di dare in pagamento
dell'ammontare detestate duty e del settlement estate duty
una parte dell'immobile ereditato *. Perchè si abbia un'idea
* Per l'ordinamento delle imposte ereditarie in Inghilterra vedj Bui-
568 SCIENZA DELLE FINANZE [LIBRO II.
della portata della riforma di Lloyd George, ricorderemo che
mentre nell'esercizio 1907, susseguente alla riforma Asquith, le
imposte di successione in complesso, dettero L. 481,910,216,36
(19,108,256 sterline) ; nell'esercizio 1910-11, susseguente alla
riforma di Lloyd George, davano lire 641,899,440 (lire ster-
line 25,452,000) : rendevano cioè lire nostre 159,989,223,64
in più. La imposta di successione britannica già grave per le
riforme precedenti alla guerra è stata dopo la guerra resa
ancor più aspra.
Importante la riforma compiuta in Francia * con la legge del
25 febbraio 1901 completata da quelle 30 marzo 1902 (che
riguarda le eredità superiori ad 1,000,000 di lire) e 8 aprile
1910 e 25 giugno 1920 La legge del 1901, dopo aver .ammesso
la detrazione dei debiti, che fino allora non era riconosciuta,
ha introdotto la progressività in forma assai spiccata, adot-
tando anche nelle linee generali i principi della imposta di suc-
cessione britannica.
Anche la legge italiana del 23 gennaio 1902 ha introdotto
in misura abbastanza larga, il principio della progressività.
La imposta di successione in Italia è stata modificata pa-
recchie volte, dopo la legge fondamentale del 21 aprile 1862.
È inutile accennare alla lunga storia di essa : basterà però dire
che la legge 23 gennaio 1902 segna un vero progresso e molti
dei criteri in essa contenuti sono assai giusti.
Ma, per aumentare le entrate, dopo la guerra con la legge del
24 settembre 1920 la imposta di successione è stata molto
inasprita. Essa è ora sopra tutto per le grosse eredità, fra le più
gravi che esistano. Per le eredità di un milione di lire che dato
lo svalutamento della moneta non rappresenta più una ric-
chezza rilevante, giunge al 14 per 100 fra ascendenti e discén-
denti in linea diretta di primo grado e a 27 per cento per le
eredità per oltre 20 milioni e fra parenti oltre il quarto grado,
affini ed estranei, va nei due casi del 59 al 75 per cento.
letin de Statistique et LégislaUon Comparée di settembre 1910 (pp. 360 e
363) e ottobre 1910 (p. 481).
* Cfr. E. Besson: La ré forme fiscale des successions et donations, Pa-
ris, 1902.
CAP. XX.] l'imposta di successione 569
Per esigere un'imposta così grave è stato necessario modi-
ficare anche i sistemi di accertamento, che sono ora molto
rigorosi.
172. Nella legislazione degli stati moderni, in materia di
imposte di successione, si sono introdotte, o si vanno introdu-
cendo, alcuni criteri che più sono adatti a rendere queste im-
poste rispondenti al loro scopo :
i.o esentare le fortune minori. Si è visto come si comportino
le principali legislazioni al riguardo. Ragioni di convenienza
e di politica sociale consigliano queste esenzioni.
2.° esentare i lasciti per scopo filantropico, 0 scientifico, 0
sociale. Non è utile colpire le istituzioni filantropiche di qual-
siasi natura quando il loro scopo sia considerato utile (i lasciti
alle scuole pubbliche, università, o per costituire borse di studio,
o fornire mezzi di ricerca). Sono esenzioni necessarie e che si
trovano in molte legislazioni. Non è invece giustificata la esen-
zione che in alcuni paesi si accorda alle chiese, ai monasteri, ecc.
Così in Russia si esentano interamente tutti i lasciti a chiese,
monasteri, parrocchie ;
3<» colpire le successioni diversamente secondo il grado di
parentela e di eredità. La morte del padre è spesso per la fami-
glia, oltre che un dolore profondo, anche un danno economico.
Non è la stessa co?a di uno « zio d'America » ; e né meno se si
tratti di un conoscente o di un amico, che lascia la sua for-
tuna *. Senza esentare i discendenti in linea diretta,, si deve
colpirli assai meno e possibilmente nei limiti ristretti, che l'in-
dole della successione rende giusti : e questo è un desideratum
raggiunto da quasi tutte le legislazioni. Così in Italia, mentre
* Fin dai primi tempi, quando esisteva la vicesima hereditatum (un tri-
buto secondo cui la imposta colpiva del 5% tutte le successioni tranne
quelle dei poveri e dei parenti più prossimi), Plinio avea detto : Tributum
tolerahile est et facile haeredibus dum taxat extraneis, dotnesticis grave. E
avea aggiunto, trattandosi di una imposta così grave come il 5% su tutte
le successioni • Itaque illis (agli estranei o parenti lontani) irrogantum his,
(ai parenti prossimi), remissum videlicet quad manifestum erat, quantum
cum dolore laturi, seu potius non laturi homines essent, disiringi aliquid et
abradi bonis, quae sanguine, genlilitaie sacrorum derisque societate merui-
scebat, quaequae numquam ut aliena et speranda, sed ut sua semperque pos~
sessa, ac deinceps proximo cuique trasmittenda, cepissent.
570 SCIENZA DELLE FINANZE [LIBRO II.
le eredità di oltre i milione, pagano il 3,60 per cento per cia-
scuna quota individuale, quando si tratti di ascendenti e discen-
denti in linea retta ; pagano, quando si tratti di parenti oltre il
sesto grado e di estranei, il 22 per cento. In parecchi stati,
come si è visto, i figliuoli sono esenti da ogni imposta. Ciò
non è forse giusto ; ma anche è bene che la imposta non sia
molto grave, sopra tutto per le eredità non grandi. D'altra
parte, è eccessivo considerare nella imposta di successione,
diversamente dagli estranei, i parenti al di là del quarto grado :
in ciò la legge francese del 19 io è giusta ;
4.° colpire con saggi progressivi tutte le eredità, adottando saggi
minimi per le eredità minori. Forse in questo la legge italiana è
assai difettosa. La ragione della progressività sta non solo nel
carattere particolare che ha l'imposta di successione, ma nel
fatto che essa sola può completare l'imposta generale sul
reddito e togliere le maggiori asprezze e ingiustizie derivanti
dall'essere le imposte indirette la base di bilanci odierni. Le ere-
dità minori, sopra tutto quando avvengono tra coniugi, e tra
discendenti e ascendenti, sono in molte legislazioni esenti da
imposta. Ma non basta. Ciò che occorre, è colpire progressi-
vamente tutte le eredità. Sarebbe anche bene tener conto nel
movimento del saggio progressivo dell'ammontare dei beni di
colui che eredita. È egli già ricco ? in quale misura ?
5." colpire i contribuenti in modo che l'imposta sia pagata
dal reddito e non dal capitale. Anche un'aliquota non eccessiva
del 6 % sulle successioni, se deve essere pagata in una sola volta
riesce particolarmente dannosa a chi eredita. Supponiamo che
si ereditano 100 mila lire ; a un saggio del 6% la imposta sale,
dunque a 6 mila lire, per cui se si tratta di beni o di titoli the
rendano il 4% all'anno, l'erede deve pagare una volta e mezzo
il suo reddito di un anno. Ora accade che le successioni, sopra
tutto quando giungono impreviste (e le successioni in linea di-
retta si riattaccano quasi sempre a una sventura) per le imposte
che gli eredi sono costretti a pagare in una volta sola, riescano
singolarmente onerose e siano causa profonda di squilibrio. Se
la stessa imposta del 6%, nella ipotesi, deve essere pagata in
3 anni invece che in uno, cioè invece di pagare 6 mila lire, se
ne devono pagare 2 mila in ciascun anno per tre anni conse-
CAP. XX.] l'imposta di successione 571
cutivi, è il reddito che può pagaxe l'imposta : senza che si
sia costretti a fare vendite frettolose e debiti onerosi. E dopo
tutto, lo Stato non perderebbe nulla. Se l'imposta si dovesse
pagare, invece che in una sol volta, in tre anni, nei primi due
anni avrebbe riscossioni minori, che sarebbero compensate dopo
il terzo ; per cui, dopo, l'entrata annuale sarebbe la stes a.
La legge italiana accorda a domanda degli eredi e donatari che
il pagamento della imposta di successione, trattandosi di beni
immobili, segua a rate, in termine non maggiore di anni quat-
tro, ma con obbligo di corrispondere l' interesse del 3% per
cento sul debito differito.
6.° Tener conto della età di chi eredita e del tempo in cui
l'ultima imposta di successione- è stata pacata. Supponiamo che
un individuo di 80 anni, lasci la sua fortuna a un fratello di
78 e questi morendo l'anno dopo, a un fratello di 70. Se co-
stui morrà nell'anno seguente, il figliuolo che erediterà da lui
non avrà che una fortuna assai dimezzata. Tre successioni es-
sendo state colpite da imposte in due o tre anni, lo Stato ha
assorbito gran parte del patrimonio. Nelle leggi inglesi questo
caso è previsto, cosi in molte altre. Difatti è bene strano col-
pire allo stesso modo un vecchio che dall'eredità non potrà
godere che per pochi anni e un giovane che potrà goderne
lungamente. Se si tratta di eredi legittimi, pagare in piccolo
numero di anni due o tre successioni, significa qualche volta
la rovina.
Questi e altri temperamenti, introdotti già in non poche le-
gislazioni, possono fare della imposta di successione, non solo
una grande entrata fiscale : ma ciò che è più e meglio, un
correttivo di altre imposte.
L'imposta di manomorta colpisce in generale le proprietà
appartenenti alle persone giuridiche e gli stabilimenti di mano-
morta ; e.<^sendo la loro durata indefinita o assai lunga e non
avvenendo pas<?aggi per causa di morte, occorre dunque una
.imposta che tenga luogo di quella di successione Secondo la
legge italiana, pagano la importa di manomorta sotto la forma
di un contributo annuale proporzionale alla rendita reale o pre-
sunta di tutti i beni mobili ed imm.obili che a loro apparten-
gono, le province, i comuni, gli istituti di carità e di benefi-
57^ SCIENZA DELLE FINANZE [LIBRO II.
cenza, le amministrazioni delle chiese, i benefizi ecclesiastici,
gli istituti religiosi di ogni culto, i corpi ed enti morali, le
associazioni di arti e mestieri, le confraternite, i seminari, ecc.
Caratteristica delle imposte di successione è la impossibilità
di traslazione che esse presentano : da questo punto di vista i
risultati della imposta di successione sono più facilmente pre-
vedibili di quelli di tutte le altre imposte.
XXI.
I DAZI DOGANALI.
173. I dazi di confine, che colpiscono le merci le quali sono
introdotte dall'estero, o sono esportate all'estero, o pure che
transitano per il territorio nazionale, sono, sopra tutto sotto la
forma di dazi d'importazione, le imposte indirette degne di mag-
giore studio. Infatti queste imposte hanno una importanza non
solo fiscale, ma economica in quanto, quale che sia il loro scopo,
hanno un'azione grandissima sulla produzione della ricchezza.
Se anche in qualche Stato rendono già oltre un miliardo, per
la grandiosità del traffico, lo scopo fiscale si può dire che non sia
oramai né il solo, né il prevalente nei regimi doganali. Abbiamo
visto che i dazi di confini pos'^ono essere : a) di importazione ;
b) di esportazione ; e) di transito. / dazi di importazione sono
oramai in tutti gli stati i soli che abbiano un'importanza grande.
Colpiscono le merci straniere all'atto della introduzione nel
territorio nazionale. Assumono forme diversissime : hanno
carattere specialmente fiscale (come per esempio, dove non se ne
produce, il dazio sul petrolio), e prevalentemente economico
(come il dazio sul grano, nei paesi dove si vuol proteggere la
produzione nazionale dalla concorrenza straniera). I dazi di
esportazione colpiscono le merci nazionali al momento della
loro uscita dal paese. Oramai quasi tutti gli stati di Europa li
hanno, se non in tutto, in grandissima parte aboliti, mancando
essi di ogni base razionale e costituendo spesso, se non sempre,
un grande ostacolo alla esportazione ; però in alcuni casi sono
non solo ammissibili, ma convenienti.
CAP. XXI.] I DAZI DI ESPORTAZIONE 573
Anche ì dazi di transito, che prima avevano grande impor-
tanza, ora non ne hanno quasi alcuna e sono stati aboliti quasi
dovunque. Questi dazi venivano percepiti in passato in larga
misura. Si credeva che lo Stato, rendendo sicuro il transito,
avesse diritto ad un'indennità. Così ancora adesso si pratica in
molti stati dell'Africa ; dove tutte le merci che passano per il
territorio sono soggette ad imposta. Ma dopo l'introduzione
delle ferrovie, ridotte le distanze notevolmente, cresciuti gli
scambi, dazi di transito non si potevan nemmeno concepire.
Cosi che oramai questi dazi, che ancora al principio del secolo
decimonono avevano notevole importanza, sono quasi scom-
parsi dovunque.
I. / dazi di esportazione.
174. In ordine storico bisogna riconoscere che i dazi di
esportazione vennero prima, quasi generalmente, ed ebbero in
passato importanza assai maggiore dei dazi sulla importazione.
Si credeva che bisognasse far pagare agli stranieri i prodotti na-
zionali a prezzo più elevato ; si temeva che la richiesta dal-
l'estero dovesse ridurre notevolmente la produzione intema
sicché non bastasse al consumo dei cittadini del paese. Le
vecchie teorie annonarie non poco contribuivano a questo
credenza. Sicché si voleva con alti dazi rendere sopra tutto
difficile l'uscita delle materie prime.
Oramai che lo sviluppo dei mezzi di trasporto, la rapidità delle
comunicazioni e il vertiginoso accrescimento degli scambi
hanno determinato bisogni e idee assai differenti, quasi tutti
gli stati hanno ridotto i dazi di esportazione a minima impor-
tanza, se pure non li hanno completamente aboliti.
Infatti, i dazi di esportazione devono necessariamente agire
nel senso di rendere difficile lo sviluppo della industria na-
zionale, accrescendo artificialmente il costo di produzione
di essa. Per esempio : si supponga che il vino si produca in
Italia in tali condizioni che sia possibile e conveniente ai pro-
duttori venderlo a quindici lire l'ettolitro e che un'altra na-
zione concorrente non possa venderlo se non a venti ; quest'ul-
tima è, dato il regime di concorrenza, in condizioni di. vera
574 SCIENZA DELLE FINANZE [LIBRO II.
e pennanente inferiorità. Ma se a sua volta l'Italia mette sulla
esportazione del suo vino un dazio doganale di sei lire per
ettolitro, il benefizio che veniva da un costo minore è del tutto
annullato ; anzi vi è una condizione di inferiorità. Poiché sul
mercato intemazionale prevalgono in linea generale coloro
che, a parità di condizione, vendono a più basso prezzo, i
dazi di esportazione non sono già pagati, come si credeva, dai
consumatori stranieri ; ma sono pagati quasi sempre dai pro-
duttori nazionali. Oramai bisogna andare ai paesi poco pro-
grediti dell'Asia per trovare esempi di ' legislazione doganale
in cui i dazi di esportazione abbiano importanza nel sistema da-
ziario. Però vi sono alcuni casi in cui i dazi di esportazione pos-
sono, come abbiam detto, sembrare assai convenienti.
I dazi di esportazione, rifiutati dalla teoria, pareva dovessero
essere destinati a scomparire. Sono ri con. parsi di recente nella
legislazione di molti stati. Vi sono dei casi in cui il dazio di
esportazione su una merce può essere bene giustificato da ra-
gioni di utilità e di convenienza pratica. Quando un paese goda
un monopolio più o meno relativo della produzione di una
merce (il guano del Perù, o il nitrato del Chili) può, entro certi
limiti, imporre dazi di esportazione, purché non li elevi a tal
punto che non convenga agli importatori stranieri evadere
in tutto o in parte il dazio, rinunziando al consumo della merce,
o almeno limitandolo. Dati i progressi della industria moderna,
le sostituzioni sono generalmente assai più facili che prima
non fossero : quindi ogni gravezza nuova può avere per ef-
fetto di spingere alla ricerca di sostituzioni, che finiscono con
scemare rapidamente la esportazione della merce sottomessa
al dazio di uscita.
In alcuni paesi nuovi di grandissima estensione, dove nessun
catasto é possibile perchè occorrerebbe una spesa di miliardi,
si usa qualche volta colpire con dazi di uscita le merci pro-
dotte : così, in qualche guisa, il dazio doganale si sostituisce
al tributo fondiario. Dovè la produzione è fatta estensivamente
e si lavora in minima parte per il consumo intemo (coltiva-
zione del caffè al Brasile, del grano in Argentina, ecc.) dei
miti- dazi di esportazione .sembrano pienamente giustificati e si
CAP. XXI.] I DAZI DI ESPORTAZIONE 575
percepiscono utilmente in sostituzione di altre imposte che
riescirebbero assai costose.
I dazi di esportazione sono dunque in certa misura conve-
nienti solo quando si tratti di monopoli naturali relativi o
alnleno di monopoli virtuali ; o quando devono sostituire
imposte fondiarie di diffìcile applicazione. L'aumento artifi-
ciale del prezzo però bisogna che non sia tale da restringere la
quantità della domanda. Se il dazio non restringe la domanda,
allora cade veramente sui compratori stranieri : ma se la espor-
tazione diminuisce e i produttori nazionali sono costretti a ri-
bassare il prezzo della merce, allora l'onere del dazio è in mi-
sura proporzionale sopportato dagli esportatori nazionali.
Qualche volta i dazi di esportazione possono essere introdotti
come mezzo per fissare un accordo intemazionale relativamente
al prezzo di alcune merci. In questo senso, anche in avvenire,
potranno avere un'azione larga ; benché la determinazione
a questo scopo non sia punto facile.
Per lungo tempo si è discusso sulla convenienza da parte del-
l'Inghilterra di mettere dei dazi di esportazione sul carbon
fossile. Questo dazio pareva doppiamente vantaggioso : prima
di tutto perchè l'Inghilterra non avea a temere la concorrenza
dei paesi stranieri, fino a tempo fa scarsamente produttori :
e poi perchè si credeva che fosse una specie di premio dato ai
fabbricanti inglesi *.
* Nel 1857 infatti, la produzione del carbone nel mondo era secondo
Carnali, di 125 milioni di tonnellate : e Tlnghilterra ne dava 65, più della
metà. Nel 1872, secondo il rapporto M. L. Gruner all'esposizione di Vienna
la, produzione del mondo era di 259 milioni di tonnellate e l'Inghilterra
dava ancora poco meno della metà, cioè 125 milioni. Ma, dopo, il rapporto
si è venuto a spostare. Ora gli Stati Uniti di America contendono il pri-
mato alla Gran Brettagna, e nel 1897 già l'Inghilterra per una produzione
totale di 30 milioni di tonnellate non contribuiva che con 205, cioè con
m.eno di un terzo : attualmente la produzione degli Stati Uniti è di gran
lunga superiore a quella dell'Inghilterra. Su tutti i calcoh relativi alla pro-
duzione del carbone efr. N i 1 1 i : Le forze idrauliche dell'Italia, cap. IV;
Lozè: Les charbons britanniques, Paris, 1900; ecc. In queste due opere
vi è larga bibliografia sull'argomento.
Secondo un rapporto pubblicato dalla Società delle nazioni in dicembre
1921 la situazione si è spostata notevolmente negli ultimi anni. Nel 1890
576 SCIENZA DELLE FINANZE [LIBRO II.
Pure l'Inghilterra, non ostante che non abbia la situazione
incontrastata che avea prima, ha adottato, per alcuni anni,
il dazio di esportazione sul carbone. Per quali ragioni ? Nella
seduta della Camera dei Comuni del i8 aprile 190T sir Michael
Hichs Beach, cancelliere dello scacchiere, le spiegò con molta
chiarezza. « Il dazio di esportazione non può essere pagato che
da quegli introduttori stranieri per cui non è conveniente
provvedersi altrove. Ma, se anche la esportazione del carbone
fosse limitata dal dazio, nessun male vi sarebbe. La limitazione
non può dipendere che da due cause. O si estrarrebbe altrettanto
carbone e si venderebbe a più buon prezzo ai consumatori
inglesi : o pure la produzione diminuirebbe e il carbone sarebbe
conservato per il consumo futuro. Anche una diminuzione
nella esportazione, egli aggiungeva, non è un male senza com-
penso ». Nella esposizione del 15 aprile 1902 lo stesso cancel-
liere dello scacchiere ha particolarmente insistito sui buoni
risultati prodotti dalla imposta, che ha reso 1,314,000 ster-
line : nel 1905-1906 ha reso 2,516,612 sterline. Nel 1906, col
la Gran Brettagna superava ancora tutti gli altri stati, su una produzione
mondiale di 512 milioni di tonnellate (di cui 40 di lignite) la Gran Bret-
tagna produceva 184,5 milioni, gli Stati Uniti di America 143,1, la Ger-
mania 70,2 (e 19,1 di lignite), l'Austria 8,9 (e 15,3 di lignite) la Francia
26,1 fra carbone e lignite, il Belgio 20.4. La produzione asiatica era insi-
gnificante. Nel 191 3, nell'anno che precedette la guerra, la situazione era
cambiata : in una produzione totale di 1342 milioni di tonnellate di cui
125 di lignite, gli Stati Uniti di America producevano 517 milioni, la Gran
Brettagna 292,1, la Germania 190,1 e 87,2 di lignite, l'Austria 16,5 e 27,4
di lignite, la Francia 40,8 fra carbone e lignite, il Belgio 33,8, il Giappone
22,8, le Indie inglesi 21,4. Dopo la Francia ha fatto di tutto per togliere
alla Germania il carbone con tutti gli espedienti del trattato di Versailles
e più ancora con l'arbitraria applicazione, nella speranza di realizzare il
monopolio continentale del carbone e del ferro, che vorrebbe dire anche
la egemonia militare. Contro lo stesso Trattato di Versailles e contro il
plebiscito i territori minerari dell'Alta Slesia sono stati attribuiti in gran
parte alla Polonia e le miniere del territorio tedesco della Saar cedute a
perpetuità alla Francia. Nel 1920 in una produzione mondiale di circa
1.300 tonnellate, poco meno della metà è stata prodotta dagli Stati Uniti
di America, 586 milioni e poi 232 dalla Gran Brettagna, 21 1.3 dalla Ger-
mania 22 dalla Francia , 33 dal Giappone, 18 dall'India inglese 17 dal
Canada, ecc. ecc.
GAP. XXI.] I DAZI DI ESPORTAZIONE 577
Finance A et di quell'anno, l'Inghilterra ha abolito il dazio di
esportazione sul carbone.
Vi sono del resto altri Stati di Europa, oltre l'Italia, che non
hanno del tutto abbandonati i dazi di esportazione. Nove paesi
colpiscono gli stracci all'uscita. La Svizzera ha diritti di espor-
tazione sui rottami di ferro, sulle ossa, sui cuoi e sulle pelli
non conciate ; la Spagna ne ha sui sugheri, sulle ossa, sulla
galena, sul piombo argentifero, sui minerali di ferro, sul ra-
me, ecc. Dazi di esportazione sono ancora in molte colonie,
specie nelle colonie francesi. In qualche colonia, vi sono dazi
di esportazione differenziali per le merci che non siano dirette
verso la nazione sovrana, come nell'Indo-Cina (riso, seta, can-
nella) e nella Somalia (animali vivi, pelli, caffè, avorio). In
quasi tutte le colonie francesi vi sono dazi di esportazione non
differenziali (^ul riso, sul cautchpuc, sull'avorio, sui bovini, sullo
zucchero, sul rhum, sul cafè, sul cacao, sull'oro ecc.), che
hanno scopo fiscale e sostituiscono in molti casi l'imposta fon-
diaria.
NOTA
In Italia 1 dazi di uscita, nei primi anni dopo la formazione del nuovo
regno, (vigente la tariffa piemontese 9 luglio 1859) erano numerosi : riguar-
davano oli di ogni sorta, carbone e legna, armi, ecc.; si aggiunse dopo lo
zolfo e il 14 luglio 1866 ne vennero introdotti moltissimi altri. Al principio
del 1866, essendovi un disavanzo di 211 milioni, non si badò al modo come
si raccoglievano i fondi : bisognava raccoglierne a ogni costo. E allora
con decreto 13 luglio 1866 vennero introdotti dazi di uscita numerosissimi :
un pò su tutto, sul vino, sulle carni, sul sale, sulle frutta, sul formaggio,
sulle ova, sulla lana, sul marmo, sulle pelli e perfino sul ferro. Ridotti in
seguito di numero, i dazi di esportazione si basarono prevalentemente
sullo zolfo e sui cascami di seta. I dazi di esportazione colpivano in Italia,
in passato, l'uscita dal regno della seta e degli zolfi,' e rendevano" ancora,
nel 1889-90, oltre sei milioni all'anno. Ora la loro importanza è minima :
davano in tutto 700,000 lire, nel 1911-12, da circa 5 che erano nel 1895-961
Questa discesa si deve sopra tutto alla riforma del dazio di uscita sugli
zolfi, avvenuta il i ottobre 1896 con la sostituzione di una tassa speciale
sugli zolfi di Sicilia, che compensa, sia pure in minima parte, la perdita
dello Stato nei dazi di esportazione. La tariffa doganale italiana dei 24
novembre 1895 contava solo 18 voci soggette a dazi di uscita (materie
prime o prodotti natiurali). Colpiva all'uscita : stracci, cascami di seta,
il sale, alcuni altri minerali ecc.
^7^ SCIENZA DELLE FINANZE [LIBRO II.
//. / dazi di importazione : dazi fiscali e dazi economici.
175. I dazi di esportazione possono dunque solo in casi
speciali essere ammessi : invece nessun autore nega che vi
devano essere sempre dazi di importazione. È la forma più sem-
plice, più comoda e quasi sempre più remunerativa delle impo-
ste indirette. Non si può fame a meno da nessun paese. Ma non
è di ciò che si discute ; ma soltanto se i dazi di dogana devano o
non avere altro carattere fuori quello fiscale. Le vecchie di-
spute sulla libertà degli scambi e sul protezionismo sono sempre
ardenti, né sarà il caso di accennarvi ora.
I dazi doganali di importazione possono essere di due specie :
a) dazi fiscali ; h) dazi economici (protettori, compensatori ecc.).
I dazi fiscali non hanno altro scopo fuori che quello di assicurare
un'entrata allo Stato : sono fiscali così quando colpiscono derrate
le quali non si producono all'interno del paese, come quando
colpiscono derrate le quali, pur essendo prodotte, non vengono
mediante il dazio sottratte in uno o in parte agli effetti della
concorrenza. I dazi economici sono in certa guisa il contrario dei
precedenti. Mentre quando non si tien conto che del provento
fiscale si vede con grande soddisfazione aumentare le importa-
zioni ; in un regime protettore i dazi raggiungono il loro scopo
quando scemano o riducono la importazione. Ora i dazi econo-
mici, determinati dal desiderio di proteggere determinate indu-
strie nazionali contro la concorrenza estera, o pure di riparare a
svantaggi in cui le industrie nazionali si trovino, raggiungono
appunto il loro scopo quando impediscono o riducono l'en-
trata delle merci straniere e quindi assicurano proventi doga-
nali minori. Vi sono dazi esclusivamente o prevalentemente
fiscali in Inghilterra, in Svizzera, in Olanda, in Belgio, in qual-
cuno fra i paesi scandinavi ; in alcuni fra i paesi nuovi dalle
industrie semplici ; dovunque prevalgono dazi economici, non
ostante che molti economisti ritengano tali forme dannose e
considerino nelle dogane ogni altro scopo fuori quello fiscale
inammissibile.
È fuori di dubbio che in pura teoria niente è più assurdo del
protezionismo, cioè dei dazi economici. Chiunque conosca anche
sommariamente il meccanismo degli scambi intemazionali, sa.
GAP. XXI.] PROTEZIONE E LIBERO SCAMBIO 579
come le teorie protezioniste non abbiano base da un punto di
vista essenzialmente teorico. È chiaro infatti, che solo in un re-
gime di libera concorrenza assoluta si possano raggiungere in-
sieme il massimo di produzione e il più basso prezzo per i
consumatori -/ò. chiaro anche che non si possono negare tutti
i danni che la protezione produce. Da Mill e Ferrara fino a
Fawcet, Bastable * ecc., centinaia di scrittori hanno scritto
nell'ultimo mezzo secolo pagine eloquenti contro i danni del
protezionismo. E non ostante queste pagine, tutto il mondo
moderno, o almeno la più gran parte, segue una via diversa.
È che se le teorie sulla libertà commerciale sono inoppugnabih,
non è micno vero che i vantaggi della libertà non si verificano
senza la reciprocità ; non è meno vero che ciascun paese tende
ora a regolare la sua produzione intema in modo da evitare
nella maggior misura del possibile la crisi : è che, si sono veri-
ficate condizioni le quali non esistevano cinquanta anni or sono
e per cui la regolamentazione si sostituisce in grande numero
di industrie alla lotta, E tipico il fatto dei trusts, per cui si è
visto, con e senza tariffe doganali di protezione, grandi indu-
striali monopolizzare la vendita di alcune derrate.
Adamo Smith ha detto : « Un commercio che si fa natural-
mente regolarmente fra due piazze, senza mezzi di costrizione,
è un commercio sen.pre vantaggioso a tutte e due, benché non
sia sempre egualmente vantaggioso all'una e all'altra ». Ciò
è senza dubbio vero ; e anche nella realtà i prodotti si scam-
biano contro i prodotti : se non si pareggiano importazioni ed
esportazioni bisogna sempre che nel suo complesso il conto
verso l'estero si pareggi. Mediante gli scambi intemazionali
ciascun popolo è messo nelle condizioni di avere, con gli stessi
mezzi e con le stesse forze, maggiore quantità e migliore qua-
lità di prodotti : donde risulta che i dazi di protezione o eco-
nomici sono spesso di danno alla ricchezza nazionale, in quanto
* Fra i moltissimi scritti cfr. I. S. M il 1 : On the laws of exchange betwen
nations in Essays, 2. ed., London, 1874 ; F a w e e 1 1 : Essays and lectures,
London, 1872; Bastable: The theory of international trade, 2 ediz.
Dublin 1897; Luigi Fontana-Russo: / trattati di commercio
e V economia Nazionale, Roma 1902 ; Fontana-Russo: Tra ttato
di Politica commerciale, Milano, 1907.
580 SCIENZA DELLE FINANZE [LIBRO II.
impediscono che le transazioni si svolgano nella forma più
semplice e vantaggiosa, ostacolano gli scambi, riducono i con-
sumi ; sopra tutto, o limitando la concorrenza, o sopprimen-
dola, fanno prevalere nella industria lo spirito di routine, o di
monopolio, con danno evidente della grande classe dei consu-
matori. Tutte le volte dunque che si può, è bene evitare con
ogni sforzo i dazi di dogana con carattere economico e pro-
tettivo *.
Ma la questione va esaminata sotto altri punti di vista : e non
soltanto sotto quello strettamente economico e di una economia
generale dei popoli. Prima di tutto vi è una differenza notevole
fra i grandi e i piccoli paesi : questi ultimi sono per necessità
libero scambisti : essi non possono avere una grande varietà di
produzione, e un protezionismo assai rigido sarebbe la rovina
economica. Questo è il caso dell'Olanda. Da un punto di vista
storico bisogna notare che i ragionamenti che si facevano al
tempo di Smith non hanno che una limitata importanza ora.
L'Europa al principio del secolo XIX avea la metà di abitanti
che alla fine : ora, quando si tratti di paesi come la Germania
con 65 milioni di abitanti, come la Russia, che in Europa (senza
la Finlandia) e in Asia ha 160 milioni di abitanti, qualunque
forma di protezionismo ha un valore assai limitato. Cosi gli
Stati Uniti di America, che hanno una estensione più che dicias-
sette volte superiore a quella della Germania e una popolazione
di 92 milioni di uomini, anche in un regime di protezionismo
hanno i vantaggi di una concorrenza larghissima. Un'industria
* A. Smith: Wealth of Nations, IV, 3. Pareto scrive giustamente,
« Chi propugna il libero cambio, unicamente pei suoi effetti economici:
non fa già una teoria errata del commercio internazionale ; ma fa un'ap-
phcazione errata di un principio intrinsecamente vero ; e il suo errore sta
nel trascurare altri effetti poUtici e sociaH, i quali formano oggetto di
altre teorie : Manuale di Economia Politica, Milano , 1906 , pag. 17 e
più oltre a pagina 478 : « In un paese agricolo la protezione industriale
in un paese industriale n libero cambio hanno ugualmente per ettetto di
far crescere l'industria, e quindi quegli opposti provvedimenti possono
avere, perchè usati in diversi paesi, simili effetti ; i qxiali sono specialmente
di dare od accrescere potere alla classe operaia ed alla democrazia nonché
al socialismo. La protezione in Russia ha taU effetti, come il libero cambio
in Inghilterra ».
CAP. XXI.] LA PROTEZIONE DOGANALE 581
protetta da dazi è per lo più inferiore a una industria straniera,
perchè non ha lo stimolo della concorrenza : ma in un grande
mercato la concorrenza intema è già assai forte perchè sia
facile avere una situazione di monopolio.
Ma non si può negare che le cose devano essere considerate
da un punto di vista non soltanto universale, ma anche partico-
lare, cioè secondo i bisogni di ciascun gruppo sociale. Ora cia-
scun gruppo sociale può avere interesse a mantenere alcune in-
dustrie, a svilupparne altre, a impedire dislocamenti pericolosi
nella popolazione, a evitare crisi che avrebbero risultati dan-
nosi *.
In quale caso si può ammettere un sistema di protezione do-
ganale ? Vi sono alcuni casi in cui la libertà doganale potrebbe
sembrare dannosa : altri in cui ritarderebbe ogni sviluppo di
industrie e di ricchezze. È innegabile che ogni industria non
possa formarsi, se non in condizioni di convenienza economica.
Ora, ammessa la concorrenza, i paesi che non hanno industrie
manifatturiere, possono assai difficilmente formarle, quando
devono lottare con nazioni già progredite e fortemente orga-
nizzate e dove le grandi industrie hanno già ammortizzato i
loro capitali t. Senza dubbio l'Inghilterra ha raggiunto il più
alto grado di prosperità industriale senza aver mai avuto da un
secolo a questa parte tariffe protettive della industria. Ma la
* Cfr. I s s a j e w in R. d. E. P. gennaio 1895 e W a 1 r a s nella stessa
rivista luglio 1897; C. Supino : Principi di economia politica, III ediz.
1908. Libro II cap. XVI.
t Malthus nel Saggio sulla popolazione, capitolo XII del libro III,
ha meglio e più profondamente di ogni altro economista inteso la necessità
di una poUtica doganale che tenga conto della situazione speciale di ciascun
paese. Cfr. B.Schuller: Les économistes classtques, Paris, 1896, pag. u6.
Pareto scrive giustamente : « Posto in modo generale il problema
[se giovi megUo il libero cambio o la protezione] è insolubile perchè manca
di significato preciso », pag. 480 ;
più oltre dice : « Un provvedimento protezionista procaccia grossi gua-
dagni a pochi individui e procaccia a moltissimi consumatori un Meve danno
per ciascuno. Tale circostanza è favorevole per recare in pratica U divisato
provvedimento protezionista », pag. 484 :
e infine : « È errato citare la prosperità degli Stati Uniti come prova
della utihtà della protezione, oppure la prosperità dell'Inghilterra come
prova della utUità del libero cambio ». Pareto, pag. 486.
Nitti. 38
582 SCIENZA DELLE FINANZE [LIBRO II.
protezione era nel fatto stes=;o che Flnghilterra aveva condi-
zioni di sviluppo quali né prima né poi nessun paese ha avuto
mai. Avea rete navigabile di fiumi e canali ; avea già impero
coloniale ; avea sotto la terra, più redditizio che il regno delle
Indie, il paese meraviglioso, le Indie nere del carbone ; avea
la ricchezza mirabile del ferro. L'Inghilterra infine, al prin-
cipio del secolo e fino al 1860, ha avuto quasi un monopolio
industriale. Gli Stati tedeschi e l'Austria aveano importanza
economica scarsa ed erano prevalentemente paesi agricoli ;
l'Italia, economicamente, come politicamente, era una quan-
tità trascurabile ; la Russia quasi non era ancor penetrata
nella civiltà occidentale ; la Spagna, già in decadenza, avea
industrie poche e scarse. Solo in Francia vi era già una pro-
duzione industriale degna di nota. Gli Stati Uniti di America,
che ora sono il più grande mercato del mondo, e che da qual-
che anno si può dire che siano all'avanguardia del progresso
industriale, e minacciano con la loro concorrenza non solo
agricola ma di manufatti, anche i paesi più progrediti, non
faceano che esportare materie prime e importare i prodotti
della industria inglese e francese. Coloro dunque che sono ve-
nuti prima, coloro che prima hanno saputo utilizzare il vapore
e hanno disposto di immense forze naturali giacenti, hanno
avuta daUa natura o dalla storia un monopolio. Ma tutti gli
altri paesi non avrebbero potuto formare le loro industrie
senza passare per una fase di protezionismo. Venuti assai più
tardi e dovendo lottare con avversari già formidabili, il vento
della concorrenza avrebbe distrutto la pianticella nascente,
se da principio la protezione non avesse agito come un riparo.
Così, prima o dopo, la Germania, l'Austria, la Russia, gli Stati
Uniti, l'Italia sono divenuti paesi industriali, dopo aver in-
trodotte tariffe protezioniste. Tranne il caso di piccole na-
zioni, non esiste negli ultimi trenta anni paese di Europa 0 di
America che abbia formato la grande industria senza esser prima
passato per una fase di protezionismo doganale.
Mill non ha esitato a riconoscere che un'industria, la quale
in principio non è lucrativa, possa diventare in seguito molto
rimuneratrice. Ora questo fatto può bene accadere di molte
industrie insieme e determinare una tariffa doganale di prote-
CAP. XXI.] LA PROTEZIONE DOGANALE 583
zione. È questione solo di convenienza : di vedere cioè se la
perdita che la protezione arreca sia compensata in avvenire
dai vantaggi della nuova o delle nuove industrie. D'altra parte,
nessun paese può rassegnarsi a forme di produzione semplici
o unitarie : e la formazione di tutte le grandi industrie mani-
fatturiere non è avvenuta e non avviene se non passando per
una fase iniziale di protezionismo.
Ciascuna nazione ha forze produttive da svuuppare, interessi
da difendere, tradizioni da mantenere : le ragioni di scambio non
sono le sole importanti, né spesso le più importanti.
Noi crediamo dunque che, dal punto di vista della pura
logica, ammesso che le nazioni scambino fra di loro, è solo un
regime di libero scambio che possa produrre i maggiori vantaggi,
come quello che acutizza tutte le attività e fa che la produ-
zione si svolga nel modo meno costoso. Ma, dal punto di
vista della politica economica, non si possono formulare
regole molto rigide. Vi sono alcuni casi in cui la protezione
doganale può riescire vantaggiosa ed essere base di trasfor-
mazioni industriali. Solo né meno in questo caso bisogna
mai ammettere che, almeno inizialmente, la protezione non
sia una perdita. Non é dal punto di vista della pura logica
che si può discutere il problema della popolazione e quello
della produzione più conveniente : l'elemento demografico,
per esempio, ha in materia economica una importanza gran-
dissima. Quando del resto alcuni movimenti non si limitano
più a un paese, ma assumono carattere di generalità, allora
non possono avere più nulla di arbitrario. Ora, in quasi tutti
i paesi del mondo civile vi è una tendenza a equilibrare la
produzione al consumo e a regolare gli scambi in vista del
maggiore sviluppo della produzione nazionale. Da trent'anni
a questa parte , anzi , questo movimento si accentua sem-
pre più.
Vi sono casi non pochi in cui il libero scambio può riescire
daimoso allo sviluppo di una nazione : impoverirla delle sue
risorse, impedirle ogni futuro sviluppo. I prodotti si scambiano
con i prodotti : ma anche una nazione può acquistarli all'estero,
con danaro, o alienando i propri capitali. Il danaro finisce pre-
584 SCIENZA DELLE FINANZE [LIBRO II.
sto : ma un popolo può alienare il suo capitale o ridursi a vi-
vere, come un uomo prodigo, del suo lavoro.
È un caso anche questo non raro : nessuna nazione si cede
in massa, ma molti particolari alienano i loro beni a stranieri.
Da prima si dà ciò che è più facile : il debito pubblico, le fer-
rovie, le azioni di società commerciali, poi si giunge fino alla
terra.
Vi sono poi non pochi casi in cui una produzione può essere
anche antieconomica, ma non si può rinunziare ad essa senza
rovina. Le nazioni sono prima di tutto grandi unità territoriali,
che traggono la forza viva dalla popolazione delle campagne :
sono queste ultime i serbatoi della energia nazionale. Se anche
un popolo potesse essere soltanto industriale e non avere che
grandi città, il più grande vantaggio economico non sarebbe
compensato dalla perdita sociale. D'altra parte nessun popolo
moderno può essere soltanto agricolo, rinunziando alla forma-
zione di grandi centri di cultura e di civiltà. Tutti i grandi
stati moderni devono essere, nello stesso tempo, per supremo
principio di convenienza e di sviluppo, agricoli e industriali *.
Ora l'agricoltura è costosa nei paesi vecchi che devono
lottare con immensi territori nuovi, dove si sfrutta la fertilità
naturale del suolo. Il caso dell'Inghilterra è veramente tipico.
* Sono noti i risultati della grande inchiesta agraria, compiuta in In-
ghilterra dal 1893 al 1897 e le cm conclusioni si trovano raccolte in un
Final Report e in tre grossi volumi di Minutes of evidence. (Un riassvmto
accurato si tro\-a in K o e n i g : Die Lage der Englischen Landwirtschaft
unter dem Drucke der internationalem Konkurrenz der Gegenwart, ecc. Iena,
1899). La depressione dell'agricoltura inglese, non ostante i mezzi tecnici più
progrediti e l'abbondanza di capitali, risulta enorme. Interessantissima è
l'opera di H. Rider Haggard: Rural England. New edition, New
York 1906 ; nella quale è magistralmente studiata la depressione dell' agri-
coltura inglese. In un punto Haggard dice: «L'agricoltura inglese
è moribonda. Parecchi punti dell'Inghilterra agricola sono deserti quando
un veldt africano. Il contadino è oramai fatto segno al disprezzo popolare
anche le ragazze della sua classe lo disdegnano, e ciò è terribile perchè
egli è fatalmente indotto a fuggire dal suo ambiente. Ninno tornerà più
alla terra, neanche i morti di fame della città. In molte contee la proprietà
della terra è divenuta un puro lusso dei ricchi, un trastullo costoso , il mozzo
di offrirsi degH sports. Impossibile immaginare uno stato di cose più mal-
sano ».
CAP. XXI.] LA PROTEZIONE DOGANALE 585
Essa è stata finora il solo grande paese che, per le ragioni già
dette, ha resistito alla corrente protezionista : e pure la sua
agricoltura, giunta a una grande perfezione tecnica, decade ora
rapidamente. La condizione dei lavoratori delle campagne in
Inghilterra peggiora ogni giorno ; il reddito annuo della terra
sottomessa aR'income tax diminuisce, molti terreni sono colti-
vati a perdita. È che i paesi nuovi sfruttano la fertilità della
terra con una cultura estensiva che non è possibile dove vi
sono più di 70 od 80 abitanti per chilometro quadrato : tanto
meno è possibile dove ve ne sono 121 come in Italia e 156
come nella Gran Brettagna. La cultura del grano, certo, in re-
gime di concorrenza non è possibile in gran parte dell'Europa
occidentale : ma si può sostituire utilmente ? Tranne dunque
l'Inghilterra dove esiste una situazione speciale, tutti i grandi
paesi di Europa difendono con dazi quelle culture cui non sa-
prebbero rinunziare senza danno. D'altra parte, i paesi sorti
più tardi, tutte le volte che la industria manifatturiera è pos-
sibile, non riescono ad ottenere uno sviluppo notevole se non
rinunziando, almeno in una prima fase, alla libertà commerciale.
Oramai allo stato attuale della conoscenza, con lo sviluppo
della statistica e i numerosi mezzi di rivelazione che si possie-
dono, ciascun paese sa ciò che produce ; sa anche, sia pure
molto imperfettamente, ciò che consuma. Ora ciascuno tende a
equilibrare la produzione e il consumo. Per vedere quali van-
taggi risultino dalle importazioni all'estero si può tener conto
di ciò che si dà in cambio : ciò che una nazione produce in più
o in meno in conseguenza della importazione. Quando una
merce straniera è in concorrenza con le merci prodotte al-
l'interno, bisogna nell'ordinamento doganale tener presente
l'effetto che la importazione produèe sul consumo e sulla pro-
duzione : bisogna indagare se la fine o la riduzione di quelle
industrie nazionali che ne subiscono la concorrenza sia com-
pensata da altri vantaggi. Con che cosa sarà pagata la merce
che verrà di fuori ? Supponiamo che l'Italia togliesse ogni
dazio sul grano e la cultura dei cereali diventasse impossibile,
in seguito alla concorrenza, in molta parte del territorio. Ciò
in sé stesso non è né buono né cattivo, né morale né immorale :
ma soltanto conveniente o non conveniente. Che cosa l'Italia
586 SCIENZA DELLE FINANZE [LIBRO II.
sostituirà al grano ? quali effetti porterà l'abbandono della .
cultura più importante sulla popolazione delle campagne ?
il consumo si allargherà o non in seguito alla diminuzione
del prezzo, visto che anche, almeno in una prima fase, che si
può supporre non breve, vi sarà una crisi profonda ? Infine
che cosa darà l'Italia all'estero per comperare il grano ? *.
La posizione logica del problema è assurda quando si tende
a considerare ogni esportazione, come un bene e ogni importa-
zione come un male : e la bilancia del commercio considerata
come una bilancia delle importazioni e delle esportazioni è il-
logica.
Giffen ha dimostrato quale cattivo uso si possa fare delle sta-
tistiche commerciali : e i suoi argomenti non sono oppugnabili.
Bisogna tener conto anche di altre cose : ma infine quando si
è tenuto conto dei debiti e dei crediti, di ciò che spendono gli
stranieri, delle rimesse degli emigrati, del commercio marittimo,
del nolo e della vendita di navi, (di quelle che si chiamano im-
portazioni ed esportazioni invisibili) non vi è niente altro da tener
presente. Quando un paese com.pera all'estero più che non dia,
aliena quasi sempre, almeno in parte, il capitale nazionale. Può
sembrare indifferente che le ferrovie di un paese, le banche,
le case, qualche volta le terre, appartengano agli stranieri : ma
ciò per un popolo non è più indifferente che non sia per un
individuo, passare da imprenditore a operaio.
La scienza economica può dire soltanto che, considerato il ge-
nere umano nel suo interesse, ogni restrizione al commercio
intemazionale sia una notevole limitazione di ricchezza ; ma non
può dettare le norme comm.erciali che convenga a ciascun paese
seguire. Queste norme possono essere determinate soltanto daUa
* La letteratura su questo argomento è immensa, riguardando il pro-
blema più discusso di tutta la economia politica. Si possono consultare
in senso libero scambista le maggiori opere di Mill, Ferrara, ecc. e fra i
più recenti Fawcett, Bastable, Pareto, ecc. Nel senso opposto da List in
poi, vi sono opere del pari numerose : fra cui, mirabili per acume, le in-
tuizioni di Proudhon. Notevole come tentativo di considerare il problema
degli scambi non solo dal punto di vista economico, ma demografico , il
saggio di Colajanni: Per la economia nazionale e pel dazio sul grano,
Roma, 1901.
CAP. XXI.] LA PROTEZIONE DOGANALE 587
situazione particolare di ciascuno ; sono dunque essenzialmente
mutevoli. Gli Stati Uniti e la Germania, per formare la grande
industria, sono passati per una fase di rigido protezionismo :
in avvenire tenderanno verso una maggiore libertà commerciale.
Per ragioni diverse, se non opposte, l'Inghilterra segue ora
una politica meno liberale che non prima, almeno per lo spi-
rito che l'informa.
Perchè una nazione profìtti nella più larga misura del com-
mercio con l'estero, conviene che per ciascuna delle importa-
zioni e delle esportazioni si tenga conto della utilità relativa
che essa ha sopra tutto in vista all'organismo della produzione ;
se l'abbandono di un ramo di produzione è compensato da altri
vantaggi, se è possibile la sostituzione di altre forme produttive;
se ciò possa avvenire senza danno eccessivo della popolazione,
ecc. Nessuna regola fissa è possibile : ciò che è certo, è che il
teorema della libertà commerciale non può essere inteso come
un assioma e che ciascun popolo ha una diversa politica com-
merciale, secondo le sue condizioni. Adunque nessuno spirito
di dommatismo è possibile in questa materia, che va studiata
dal punto di vista della convenienza pratica e che deve esser
giudicata in rapporto alle condizioni attuali della produzione e
degli scambi *.
* Ha capitale importanza la polemica sull'indirizzo doganale (sopra
tutto riguardo l'agricoltura) avvenuta in Germania dopo il 1898 : vi hanno
partecipato in vario senso e con pubblicazioni importanti Wagner,
Brentano ai maggiori economisti tedeschi. Va notato però che spesso
la differenza fra importazione ed esportazione è solo apparente, perchè
risulta solo da diversità di apprezzamenti Infatti, vma merce nel paese di
esportazione è indicata per un valore minore che nel paese di importazione,
perchè dove giunge è caricata ancora dalle spese per il trasporto, per l'as-
sicurazione, per i dazi, ecc. Cosi riunendo le importazioni di tutti i paesi
si dovrebbe avere ima somma eguale a quella delle esportazioni e invece
non vi è coincidenza: Sundbàrg (Statistìka ofversiktstabeller for olika
lànder, 1902) per il 1901 ha ottenuto i seguenti risultati per tutti i paesi.
del mondo di cui si conoscono le statistiche del commercio internazionale :
esportazioni milioni di franchi 57..546, importazioni 62,210. Lo stesso
Sundbàrg {Apergus Statistiques internationaux, 1908) ha per il 1907
calcolato le esportazioni da tutti i paesi del mondo, di cui si hanno stati-
stiche, in roiUardi 81,62 e le importazioni in tutti i paesi in miliardi 87,96
Neanco nel 1907 vi era, dunque, concordanza.
588 SCIENZA DELLE FINANZE [LIBRO II.
In generale tutti i paesi moderni tendono verso l'adozione di
questi principi doganali : a) esentare le materie prime necessa-
rie alla industria e all'agricoltura. Sarebbe infatti strano e
assurdo gravare artificialmente il costo di produzione delle
merci nazionali. Quindi sono generalmente esenti i combustibil
fossili, le materie prime di trasformazione, ecc. ; b) colpire con
dazi fiscali le merci non necessarie alla vita, le quali non sono
prodotte nel paese : si tratta in questo caso di vere imposte
indirette ; e) colpire con dazi economici o protettori, o com-
pensatori quelle merci che il mercato intemo produce e la cui
sostituzione o con altre produzioni, o con altri consumi non
appare conveniente. Si accentua ogni giorno più la generale
tendenza a equilibrare la produzione al consumo ; e questa
tendenza domina in ogni paese gli scambi intemazionali.
I dazi doganali, si è detto, possono essere anche dazi com-
pensatori ; possono, cioè proporsi non solo scopi di protezione
intema ; ma cercare ancora di controbilanciare le agevolezze che
altri paesi accordano alle loro esportazioni, o di combattere il
così detto dumping.
Coi dazi compensatori, si tende a controbilanciare i premi
diretti o indiretti alle esportazioni (drawbacks, facilitazioni nei
trasporti ecc.) che certi paesi accordano ai loro prodotti. In
qualche trattato di commercio la preoccupazione di evitare la
protezione diretta o indiretta alle esportazioni è tale che gli
Stati s'interdicono la facoltà reciproca di concedere agevolezze
alle loro merci in uscita o la limitano : casi nel trattato franco-
tedesco dei 20 ottobre 1906 l'articolo 6 stabilisce che «i draw-
backs all'esportazione dei prodotti francesi o svizzeri non po-
tranno essere che la rappresentazione esatta dei diritti di
accisa o di consumo intemo che gravino i detti prodotti o le
materie prime necessarie alla loro fabbricazione ». Anche per
gli zuccheri, gli Stati aderenti aUa Convenzione di Bruxelles del
1902 s'impegnavano a sopprimere i premi diretti e indiretti
concessi alla produzione o aUa esportazione degli zuccheri e a
non stabilime oltre. Gli Stati che vogliono accordare premi
indiretti o invisibili all'esportazione si servono più facilmente
del drawbacks (restituzione del dazio pagato sulla materia
prima necessaria a produrre merci che si esportano) ; ed av-
CAP. XXI.] LA PROTEZIONE DOGANALE 589
viene che, a prodotto compiuto, restituiscono a titolo di dazio
più di quanto effettivamente il produttore ha pagato per
dazio sulla materia prima impiegata, e ciò, giustamente, per-
chè ogni processo di produzione implica una perdita di ma-
teria prima, detta residuo di produzione o cascame. Cosi da un
quintale di cotone grezzo non si ricava un quintale di filati
grossolani, ma meno ; e si ricava una quantità ancor minore
di filati fini. Quindi il drawback s su un quintale di filati grosso-
lani deve essere necessariamente più alto del dazio pagato al-
l'importazione su un quintale di cotone grezzo ; ed il draw
hacks (cioè la restituzione del dazio sul prodotto compiuto) su
un quintale di filati fini deve essere ancor più alto del dazio
di frontiera sul quintale di cotone grezzo. Sin qui non vi è nuUa
di speciale e gli industriali esteri non avrebbero che temere.
Avviene però che non sempre il draiiìhacks è lo esatto indennizzo
del dazio d'importazione pagato su tutta la materia prima
(dedotti residui e cascami) necessaria al prodotto : alcuni
Stati, servendosi di questo pretesto, danno premi invisibili
alla esportazione, accordando rimborsi più alti dei diritti, di
frontiera effettivamente pagati. Con ciò gli esportatori di
questi Stati si trovano in condizione di favore : veggono im-
plicitamente compensati in parte i dazi che le loro merci pa-
gheranno alla frontiera degli Stati concorrenti. Di conseguenza
i produttori dei paesi nei quali quelle merci entrano vedono
ridotta la protezione effettiva loro accordata dalle tariffe
doganali. Il premio indiretto o invisibile all'esportazione
può derivare anche dal fatto che lo Stato restituisce ai pro-
dotti che si esportano le imposte sulla produzione pagata al-
l'interno. Se la restituzione è commisurata all'ammontare
dell'imposta pagata non vi è premio ; quando si dà più di
quanto il produttore ha pagato per imposte inteme vi è vero
e proprio premio all'esportazione. Anche in questo secondo caso
il produttore di uno Stato è direttamente compensato di una
parte di quanto pagherà, per dazio, all'estero ; ed i produttori
esteri vedono ridotta la protezione loro accordata dalle tariffe
nazionali. Gli Stati esteri cercano, quindi, di neutralizzare gli
effetti di codesti premi indiretti all'esportazione, adottando
sopra dazi, cf dazi compensatori o di ritorsione, uguali ai premi
590 SCIENZA DELLE FINANZE [LIBRO II.
di cui quelle merci godono nei paesi di origine. Ora se il premio
fosse valutabile esattamente, e lo Stato che vuol colpire le
merci premiate si limitasse a imporre un sopradazio perfetta-
mente uguale al premio, tutto si ridurrebbe a neutralizzare per
i produttori del paese di origine la protezione che i loro governi
accordano, non apertamente, all'uscita. Il guaio si è che il
premio non è mai, o quasi, esattamente valutabile. Allora : o
il sopradazio resta inferiore al premio o lo supera. Se resta
inferiore è inefficace ; se è superiore si risolve in un dazio dif-
ferenziale non consentito, in una protezione maggiore della
convenuta a favore dei produttori nazionali, che finisce col
costituire una nuova causa di extra -profitto a loro vantaggio.
Da ciò molte premure dei produttori nazionali per il sistema dei
dazi compensatori.
Ma il più delle volte i dazi compensatori s'invocano per com-
battere il così detto dumping. Che è il dumping .^ Si ha il dum-
ping quando commercianti o produttori stranieri vendano sul
mercato nazionale merci, prodotte nei loro paesi, o al semplice
prezzo di costo o a pura perdita. Nella sua relazione degli ii
luglio 1908, sul regime doganale della Francia, Giovanni Morel
si intratteneva a lungo, e con molta chiarezza, sulle cause e
le conseguenze del dumping. I trusts e i kartels, ì sindacati in
generale di produzione o di vendita esercitano una larga in-
fluenza sulle condizioni nelle quali si svolge la concorrenza in-
dustriale e commerciale. Trusts, kartels e sindacati spinti alla
sovraproduzione dalle necessità stesse della loro esistenza di
grandi organismi capitalistici, tendono a riversare sui mercati
esteri il sovrapiù deUa produzione. Protetti all'interno dalle
tariffe di confine, che per la preponderante azione da loro
esercitata in alcuni paesi, specie nell'Unione americana del
Nord, sono qualche volta proibitive, trusts, kartels, sindacati
stabiliscono i prezzi al massimo consentito dalla produzione
doganale e dalla legge dèlia domanda, che regola lo smercio
dei beni prodotti, contentandosi di vendere all'interno quanto
è possibile, purché ad un prezzo tale da indennizzarli di ogni
• sacrifizio inerente alla produzione, per riversare sui mercati
esteri, a qualunque prezzo, le merci che il mercato intemo non
può, data l'ampiezza necessaria alla produzioire in grande,
CAP. XXI.] LA PROTEZIONE DOGANALE 59I
al prezzo stabilito, assorbire. I sindacati, quindi, tendono
«a vendere troppo caro sul mercato interno per vendere a
buon mercato nei paesi esteri ». Cosi avviene assai spesso.
Le macchine da scrivere Remington, ad esempio, «i vendono
generalmente più a buon mercato in Europa, specie a Parigi,
che negli Stati Uniti, che le producono. Un economista ameri-
cano, Ely, ricorda una serie di prodotti del trusts, che si ven-
dono all'estero a prezzi più bassi che negli Stati Uniti ed ag-
giunge che questa è « una necessità, perchè se gli stessi prezzi
degli Stati Uniti si praticassero all'estero, la vendita delle
merci americane si arresterebbero e la produzione non darebbe
più alcun profitto » . Del resto, settantacinque sindacati
spontaneamente dichiaravano a.lV Industriai Commission degli
Stati Uniti che vendevano all'estero per meno che all'interno.
Il Denocratic congressional comittee degli Stati Uniti riusciva,
compiendo un vero niiracolo, a procurarsi i dati dei prezzi
praticati da sindacati all'interno e all'esterno, e li rese pub-
blici in una tavola intitolata Tariff Trust Prices, nella quale
figurano 54 prodotti. Le differenze fra i prezzi intemi e quelli
praticati all'estero sono enormi : quasi sempre si vende al-
l'interno al 25% di più che all'estero ; ma in casi particolari
si tratta di scarti addirittura folli ; alcuni cavi di fil di ferro
si vendevano negli Stati Uniti col 261% in più di quanto si
vendeva all'estero, il citrato borico raffinato col 210% di
più ; il piombo in pani col' 98% in più ecc. Ciò che fanno i
trusts nell'Unione Americana del Nord, facevano i kartels in
Germania : le piastre nichelate per corazzate si vendevano,
all'estero col 17% di meno; il fil di ferro col 100% di meno.
In Germania, dopo la cri«i del 1900, che colpi anche i kartels
del carbone e della metallurgia, il conseguire la possibilità di
vendere all'estero più a basso prezzo che all'interno parve l'u-
nico rimedio efficace, e, nel 1902, a Du'^seldorf, a iniziativa
dei sindacati del ferro, del carbone e dell'acciaio, f;i costituì
una Clearing-house, perchè regolasse i premi da accordarsi
all'esportazione ai produttori di merci manifatte o semima-
nifatte. E non è più allo Stato che codesti premi si chiedono :
sono i produttori delle materie prime che accordano ai loro
clienti produttori di manifatti premi eguali alla differenza fra
592 SCIENZA DELLE FINANZE [LIBRO II.
i prezzi praticati in Germania e quelli praflcati all'estero. Da
molti esempi citati da Schloss appare che la ripresa dell'espor-
tazione tedesca, dopo la crisi del 1900, di dovette a questo
« speciale modo di promuovere le vendite all'estero ». I sinda-
cati, in complesso, qualunque forma assumano, cercano di
raggiungere lo scopo di poter vendere all'estero meno caro
che all'interno. Da ciò il dumping, cioè l'accordo di produt-
tori o commercianti stranieri per la vendita su di un mercato
di alcuni prodotti o al prezzo di costo o al disotto di esso.
Qualche volta il dumping è temporaneo e tende a sbarazzare
una industria di un eccesso accidentale di produzione, col
vendere all'estero a qualunque pre zo, sino a quando l'ingom-
bro non cessi, e allora cessa anche il dumping. Altre volte il
dumping è permanente ed ha scopi più larghi e più evitandi :
s'installa in un paese e cerca di rovinare, con una concor-
renza dis istrosa, vendendo a prezzi di costo o a perdita,
un'industria locale ; e quando è giunto ad abbattere il con-
corrente, si rende assoluta padrona del mercato e vi regola i
prezzi in modo (elevandoli) da indennizzarsi delle perdite
che la lotta avea arrecate. È naturale che i produttori delle
nazioni minacciate dal dumping si spaventino, e chiedano
difese. Quando Joe Chamberlain espose il suo progetto di
riforma fiscale, invocò principalmente la necessità, per l'In-
ghilterra, di difendersi dal dumping, dai trusts, dai kartels.
Già le leggi di alcuni paesi cominciano a preoccuparsene.
La Commissione delle dogane avea nel 1908 in Francia pro-
jposto che le tariffe di confine fossero aumentate, con decreto
del Presidente della Republica, in ragion dell'ammontare
dei premi di esportazione o di produzione accordati, diretta-
mente o indirettamente nel paese di origine, quando essi,
quali ne fosse la natura, avessero per effetto di determinare
sul mercato francese prezzi più bassi di quelli praticati in
media, per le stesse merci, nel paese di provenienza. La legge
doganale francese dei 29 marzo 1910 non accolse la proposta
e si limitò a stabilire (articolo 3) che : « il governo potrà sta-
bilire sulle mercanzie, tassate o non, le quali godano nei paesi
di origine o di provenienza premi indiretti o diretti all'espor-
tazione, un diritto compensatore uguale all'ammontare dei
k
GAP. XXI.] LE TARIFFE DOGANALI 593
premi ». Assai più esplicita è la legislazione doganale del
Canada (legge 12 aprile 1907, articolo 6), la quale sancisce, che
in caso merci di provenienza estera si importino nel Dominion,
a prezzi più bassi che nel paese di origine, debbano essere
colpite, all'atto della importazione, con un diritto speciale
[dumping duiy) eguale alla differenza fra il prezzo d'impor-
tazione nel Canada e quello di vendita nel paese di origine,
e mai superiore, in ogni caso, al 15% ad valor em ». Di fronte
allo spettacolo dei grandi trusts, che tendono a monopoliz-
zare la produzione o il commercio di alcuni generi o di alcune
industrie, già misure doganali sono adottate che serviranno
forse di esempio. Il Canada riserba, inoltre, al Governo la
facoltà di abbassare o sopprimere i diritti di entrata sugli
articoli il cui prezzo fosse stato oggetto di un rialzo esage-
rato, in seguito ad una intesa tra i produttori o i negozianti.
Ili . Le tariffe doganali.
176. Le questioni relative alle tariffe doganali sono
così numerose che oramai in alcune università formano per
gli studiosi occasione di corsi speciali e hanno già una lette-
ratura interminabile. Non è qui il caso di fermarvisi a lungo ;
ma solo di accennare sommariamente aUe principaU questioni.
Anzi senza essere specialisti, si coniprende bene come l'ordi-
namento delle dogane abbia oramai negli stati moderni una
importanza grandissima in tutti i fenomeni di produzione e
di distribuzione della ricchezza. Le tariffe doganali danno
luogo alle più aspre controversie, tanti interessi essi riguar-
dano, tanti interessi offendono o a tanti giovano. E spesso
accade, malauguratamente, che l'interesse privato soverchi
il pubblico.
Noi ci fermeremo solo su alcune distinzioni essenziali. Ab-
biamo visto come vi siano dazi di esportazione, di transito e
di importazione : e di questi ultimi sopra tutto abbiamo
notata la importanza economica e fiscale. Ora i dazi sono per-
cepiti mediante tariffe : e vi sono tariffe generali, tariffe con-
venzionali, tariffe differenziali. In linea generale, in tutti gU
stati le tciriffe doganali devono essere sottomesse al potere
594 SCIENZA DELLE FINANZE [CAP. XXI.
legislativo : è solo in via provvisoria che si ammettono (e
quasi dovunque però più per consuetudine, che per espressa
designazione di legge) decreti di catenaccio [i quali del resto,
devono sia pure posteriormente, essere sottomessi a lor volta
al potere legislativo]. La tariffa generale o autonoma è costi-
tuita dall'insieme dei dazi che formano il regime doganale.
Si applica indistintamente a tutti i paesi con cui non esistono
particolari convenzioni. La tariffa convenzionale o, per dir
meglio, le tariffe convenzionali sono formate dai diversi trat-
tati di commercio che derogano alla tariffa generale. Si può
ritenere che la tariffa convenzionale sia più bassa di quella
generale ; questa ultima però, sono tanti i trattati di commer-
cio conchiusi oramai, che si può ritenere, quasi, non si applichi
mai. Assai spesso alla tariffa convenzionale va unita la clau-
sola della nazione più favorita. Quando due paesi stabihscono
un regime convenzionale potrebbero vedere i loro scopi fru-
strati se uno dei due o entrambi accordassero condizioni
migliori ad altri. È allora che si stabilisce che qualunque con-
cessione nuova venga fatta a un altro Stato, va fatta sempre
allo Stato contraente : donde la clausola della nazione più
favorita. La tariffa differenziale, al contrario della precedente,
è sempre superiore alla tariffa generale e viene applicato
esclusivamente alle importazioni di un determinato paese.
In questo caso si applica la tariffa generale con un aumento ;
per esempio del 20. del 30%. Così accadde tra la Francia e
l'Italia allorché furono rotte, nel 1888, le relazioni conven-
zionali e si venne a una lotta di tariffe. Cosi avvenne tra Fran-
cia e Svizzera nel 1892, tra Germania e Russia nel 1893, tra
Germania e Spagna nel 1894, tra Canada e Germania nel 1903 ;
tra Austria-Ungheria e Serbia nel 1906, e via dicendo.
Vi sono alcuni scrittori che non vorrebbero alcun regime
convenzionale, ma una tariffa doganale autonoma, la stessa
per tutti {tariffa unica). Sono i partigiani della libertà com-
pleta sopra tutto, che non ammettano nella tariffa altri scopi
fuori quelli fiscali ; le stesse imposte per tutti, dunque. E sono
anche i protezionisti molto avanzati : una stessa tariffa per
tutti con scopi protettivi Ma, poiché prevale e si afferma sempre
più la politica dei trattati di commercio, intesa nel senso di
CAP, XXI.] LE TARIFFE DOGANALI 595
permettere a ciascun paese di regolare produzione e consumo,
le tendenze verso la tariffa autonoma non incontrano favore.
La possibilità di applicare tariffe diverse secondo i varii paesi
ha nella pratica non pochi vantaggi. È perciò che la clausola
della nazione più favorita riesce assai spesso più di ostacolo
che di vantaggio, impedendo concessioni che altrimenti sareb-
bero agevoli e complicando trattative che altrimenti sareb-
bero facili.
Nell'immenso disordine economico e politico prodotto dal
trattato di Versailles e dai trattati "Che l'han seguito anche i
trattati doganali sono stati capovolti. La Germania per esem-
pio è obbhgata a dare senza reciprocità- il trattamento della
nazione più favorita agli stati vincitori.
Alcuni paesi hanno una tariffa massima {tariffa generale)
e una tariffa minima. La tariffa massima è quella di diritto
comune, applicabile agli stati con cui non esistono convenzioni.
La tariffa minima è un regime di favore, che rappresenta il
limite più basso di concessioni accordato a quei paesi che danno
in compenso vantaggi corrispondenti. Il Governo non può con-
cedere la tariffa minima che dopo essere autorizzato per legge.
Questa doppia tariffa non sembra opportuna alla più gran
parte degli stati che preferiscono mantenere una sola tariffa
generale alta e di stabilire caso per caso speciali convenzioni
con tutti i paesi. Con la doppia tariffa, il limite delle conces-
sioni è fissato in forma troppo rigida e la protezione doganale
riesce in realtà sempre maggiore : un largo sistema di trattati
non può reggersi con l'esistenza di una tariffa minima.
Abbiamo da quanto sopra è detto, tre sistemi di tariffe :
i.° Sistema della tariffa unica, che applica a tutte le
merci i medesimi dazi qualunque ne sia la provenienza. È il
sistema dell'autonomia doganale, che ha certo il vantaggio di
una grande semplicità, ma ha anche inconvenienti assai supe-
riori ad ogni vantaggio, sovra tutto la rigidità. Quindi una
tariffa unica può essere adottata solo da Stati liberisti, per
dazi fiscali e non economici, e da Stati ultra-protezionisti.
Adottano, infatti, la tariffa unica l'Inghilterra liberista e la
Russia protezionista.
2.° Sistema di tariffe generali e tariffe convenzionali
596 SCIENZA DELLE FINANZE [LIBRO II.
insieme. Delle due, la tariffa generale si applica alle merci pro-
venienti da paesi coi quali non vi siano speciali accordi {trat-
■ tati o convenzioni) doganali ; le tariffe convenzionali fanno
parte dei singoli accordi {trattati) commerciali e sono pattuite
Stato per Stato. Il sistema della tariffa generale e delle tariffe
convenzionali è il più diffuso. È il sistema dell'Italia, deUa
Germania, dell'Austria, ecc.
3.0 Sistema della doppia tariffa : generale {massima e
minima. La tariffa massima (che è detta in pratica generale)
è la tariffa di diritto comune. La minima è la tariffa di favore
ed è accordata ai paesi che concedono un trattamento di fa-
vore alle importazioni nazionali. Non si può di ordinario
discendere al disotto deUa tariffa minima. È il sistema seguito
dalla Francia dal 1892 e dagli Stati Uniti di America dal 1909.
È ad avvertire che la Francia in un caso (convenzioni con la
Svizzera dal 1906) è anche discesa al disotto della tariffa minima
e che altri casi (convenzioni con la Russia, Rumenia e Sviz-
zera stessa) si è obbligata a consolidare la tariffa minima in
vigore, all'atto della convenzione.
Abbiamo accennato alla clausola della nazione più favorita,
che accompagna di ordinario i trattati di commercio, e che
vale a far godere agli Stati cui è garentita tutte le agevola-
zioni doganali che l'altra parte contraente potrà accordare
ad altri Stati in altri trattati. Effetto della clausola deUa
nazione più favorita è il rimaneggiare, ad ogni nuovo trattato,
implicitamente, il regime doganale di un paese ; poi che nel
sistema delle tariffe convenzionali non vi è, come in queUo
della tariffa minima, un pimto al disotto del quale non si possa
scendere. La clausola della nazione più favorita attenua quindi,
implicitamente, il protezionismo. Per cercare di eluderne le
conseguenze gli stati più protezionisti ricorrono alla specia-
lizzazione degli articoli nelle loro tariffe generali e convenzio-
nali. Si descrivono gli articoli, iscritti nelle tariffe, con tante
particolarità che le concessioni accordate ad uno Stato non
possono giovaxe agli altri.
La tariffa doganale può essere specifica o ad valor em. Le
merci introdotte in un paese possono essere infatti colpite
secondo il valore che la dogana attribuisce loro : si ha in questo
CAP. XXI.] LE TARIFFE DOGANALI 597
caso che l'esazione dei dazi è fatta ad valorem. Ma, poiché
questo apprezzamento riesce in pratica assai difficile, si pre-
ferisce nel maggior numero dei casi, applicare i dazi in base a
tariffe che tengono . conto del peso, del volume, del numero,
della lunghezza delle merci importate. Per esempio, si fa pa-
gare il petrolio a litri, il grano a quintali, il ferro a tonnellate,
gli ombrelli secondo il loro numero, indipendentemente dal
loro valore dichiarato o presunto. Idealmente è preferibile
la tariffa ad valorem, come quella che meglio e più giustamente
permette graduare il dazio secondo il valore delle merci. Ma
in pratica bisogna ammettere che gli agenti doganali abbiano
conoscenze che sono ben lungi da avere (e s'intende bene che
se le avessero non farebbero gli agenti della dogana). Bene a
ragione è stato detto che la sostituzione avvenuta quasi do-
vunque della tariffa specifica alla tariffa ad valorem abbia rap-
presentato un grandissimo progresso nella morale contrat-
tuale e nella facilità degli scambi. Mentre la tariffa specifica,
dunque, è più semplicista ed è sempre meno precisa essendo
costretta a colpire allo stesso modo cose che hanno valore
differente, ha il pregio di un'applicazione più facile. La tariffa
ad valorem è ancora un desideratum, benché si tenda ad essa ;
e forse da una riduzflone delle voci e da una semplificazione
maggiore si potrà un giorno addivenirvi. Ma non è a negare
che in pratica rappresenti sempre l'arbitrio. Data la tariffa
ad valorem si ammette generalmente il diritto di preenzione
o di prelazione da parte dello Stato ; si ammette cioè che lo
Stato abbia diritto di comperare la merce al prezzo che l'im-
portatore le attribuisce. In tal modo si evitano le false denuncie
€ s'impedisce che l'importatore denunzi un valore inferiore al
reale.
Ma questo diritto è piuttosto virtuale e non si ricorre quasi
mai ad esso. Se la tariffa specifica si presta meno all'arbitrio
non é negabile che in qualche modo è troppo rigida : anzi
quasi sempre colpisce allo stesso modo merci di diversissimo
valore. Per esempio, la tariffa francese e la tariffa italiana
colpiscono uniformemente i pianoforti qualunque valore essi
abbiano, distinguendo solo tra i pianoforti verticali e a coda.
Nitti. 39
598 SCIENZA DELLE FINANZE [LIBRO II.
Un pianoforte che vale 5000 lire non paga dunque né più né
meno di uno che vale 500.
Sono più usate in pratica le tariffe specif^he che quelle ad
valor em. Usano, in generale, tariffe specifiche l'Inghilterra,
la Francia, la Germania, la Svizzera, il Belgio, l'Italia ecc.
Sono più numerosi i dazi ad valor em negli Stati Uniti e in
Olanda ; la Turchia avea solo dazi ad valorem.
In alcuni paesi si usa fare la distinzione fra commercio gene-
rale e commercio speciale : quest'ultimo comprende l'insieme
delle importazioni destinate al consumo intemo e 1' insieme
delle esportazioni di prodotti d'origine o fabbricazione nazio-
nale o re.i franchi. Il commercio generale comprende oltre il
commercio speciale, il transito, il movimento dei depositi
franchi e delle importazioni temporanee.
La compilazione di una tariffa incontra non poche dif&coltà
dal punto di vista tecnico e richiede in chi la redige conoscenze
non poche. La vigente tariffa doganale italiana comprende
570 voci raggruppate in diciassette categorie. La tariffa fran-
cese dei 1910 si divide in quattro sezioni. La tariffa germanica
del 1902 si divide in 19 categorie*. La tariffa Svizzera del
1902 si divide in J5 categorie. La tariffa Spagnuola del 1906
si divide in 13 classi. La tariffa doganale inglese, che é sem-
plicemente fiscale, é brevissima : constai di poche voci. Il
signor Pittar ha riunito in un volume, che è stato presentato
al Parlamento, la storia delle dogane britanniche nel secolo
XIX : è la storia di 1800 articoli della tariffa di commercio.
Nel 1801 la tariffa doganale non, era ancora riunita per la
Gran Brettagna e l'Irlanda ; nella prima vi erano non meno
di 1400 diritti differenti. Le riduzioni cominciarono tra il 1823
e il 1826, furono proseguite nel 1860 : così le migliaia di diritti
differenziali, esistenti al principio del secolo, furono ridotti in
26 di cui IO erano imposti a titolo di compenso per le accise
inteme. Gl'inglesi prima della guerra colpivano sopra ti^tto
* I principali stati del mondo hanno fondata nel 1890 una Union in-
ternationale pour la publicaticm des tarijs douanières, con sede in Bruxelles
Questa unione pubblica le tariffe e ha uno speciale Bulletin inUrnational
des douan4s.
CAP. XXI.] LE TARIFFE DOGANALI 599
nove voci e solo quattro ricavavano maggiori proventi : vino,
spiriti, thè e tabacco. È stato notato che, secondo il detto di
Ammiano Marcellino, essi amano discurreve per negotiorum
celsitudines, non humilium minutias indagare causarum. Amano
anche nella imposizione abbandonare le minuzie. Ma in questo
caso ciò si deve sopra tutto al carattere della loro tariffa, che
è fiscale, non mai economica. Però, dopo la guerra, anche la
tariffa doganale inglese ha avuto un notevole rincrudimento,
con carattere lievemente protezionista. Le dogane sono un
mezzo eccellente per adottare imposte indirette su consumi
non necessari e nei paesi che non hanno in mira scopi di pro-
tezione, assumono in generale quésto carattere.
NOTA
La tariffa doganale generale italiana, durata sino alla guerra e alla in-
troduzione della nuova tariffa dei 24 novembre 1895, comprende 570 voci
raggruppate in diciassette categorie ; categoria i spiriti, bevande ed oli ;
2 generi coloniali, droghe e tabacchi ; 3 prodotti chimici, generi medicinali,
resine e profumerie ; 4 colori e generi per tinta e per concia ; 5 canapa,
lino, juta ed altri vegetali filamentosi, escluso il cotone ; 6 cotone ; 7 lana,
crino, e peli; 8 seta; 9 legno e paglia; io carta e libri; 11 peUi ;
12 minerali, metalli e loro lavori; 13 pietre, terre, vasellami, vetri,
cereali, farine, paste e prodotti vegetali, non compresi in altre categorie
15 Animali, prodotti e spoghe di animali, non compresi in altre categorie;
16 Oggetti diversi ; 17 Metalli preziosi.
Ma è bene avvertire che ciascuna voce comprende molte sottodivisioni ;
alcune sei o sette o anche più. Quando si dice strumenti musicali si parla
di cose diversissime e che hanno valore assai differente. Quindi, per esem-
pio, la voce 240, macchine, una delle più importanti di tutta la tariffa, ha
le seguenti sottodivisioni : Macchine a vapore : i fisse, senza caldaia, 2
semifisse (con caldaie) di peso sup. a 300 kg. : 3 altre ; idrauUche e motori
ad acqua o vento ; locomotive (escluso il tender) ; locomobih ; marine ;
agrarie di ogni sorta ; per la filatura ; scardassi non guarniti ; per la tessi-
tura : telai da tessere ; telai da far maghe ; dinamo elettriche : i di peso
superiore a 1000 chilogrammi, 2 del peso di 1000 chilogrammi o meno,
3 accumulatori elettrici; da cucire : i con sostegni, 2 senza sostegni; per
far maghe ; non nominate : i per la fabbricazione della carta e delle paste
per fare la carta, 2 per molini, 3 altre.
Ciò spiega perchè alcune tariffe abbiano numero di voci doppio o anche
triplo della tariffa doganale italiana, qualcuna superando di molto' il mi-
gUaio.
600 SCIENZA DELLE FINANZE [LIBRO II.
La tariffa generale art. 1895 conta anche 18 voci soggette a dazio di
uscita e un sola di dazio ad valor em.
Con il 1917 venivano a finire in Italia i principali trattati di conunercio
Quattro o cinque anni prima si determinava anche assai prima della guerra
un forte movimento protezionista. Una prima commissione nominata
nel 1913 iniziò i lavori per la riforma del regime doganale. Ma nel 1917
per le mutate condizioni fu istituita una nuova Commissione con l'incarico
di esaminare la tariffa doganale che il governo dovea sottoporre all'appro-
vazione del Parlamento.
Con generale stupore il 9 giugno 1921 fu applicato dal gabinetto Gio-
litti con decreto catenaccio che modificava i dazi doganali senza che il
Parlamento ne fosse informato e senza che se ne sentisse alcuna necessità.
Posteriormente la legge dei pieni poteri accordati al Governo fino al 3 1
dicembre 1923 ha impedito qualunque discussione.
La nuova tariffa è essenziabnente protezionista : una delle sue caratte-
ristiche è che le voci sono aumentate da 472 a 953 ; ma le sottovoci sono
cresciute in proporzione enorme. Le categorie sono state aumentate a 52.
IV. Misure doganali relative all' importazione e all'espor-
tazione.
177. Anche coloro i quali sono maggiormente avversi a
ogni forma di protezione doganale ritengono che in alcuni casi
si possano accordare premi alla produzione *. Preferiscono que-
sti ai diritti di dogana, quando si tratti di promuovere una in-
dustria nuova il cui sviluppo sarebbe altrimenti difficile, ma che
si suppone capace di sviluppo, per ragioni molteplici. Prima di
tutto i premi possono essere accordati come incoraggiamento
diretto alla industria e non già a caso ; non producono alcun
rialzo nel prezzo delle merci, non ostacolano le importazioni :
non vi è pericolo che si sviluppino molto perchè essendo di
aggravio diretto al bilancio se ne risente subito il risultato.
Se i premi sono destinati alla formazione di industrie e con-
sistono sopra tutto in esenzioni di imposte, premi alla produ-
zione ecc., sono in qualche caso utili ; sempre di efficacia limi-
tata. Se i premi sono viceversa destinati alla esportazione, i
loro effetti sono anche più limitati e non sempre utili al paese
che li accorda. D'altra parte la determinazione dei premi non
* G i d e in R. d. E. P. 1891, pag. 794 e seg. Anche H. George so-
stenne con acume questa tesi.
CAP. XXI.] PUNTI FRANCHI, ZONE FRANCHE 60I
è più facile della tariffa doganale : spesso anzi incontra maggiore
difficoltà stabilire un sistema di premi.
Tutte le merci che entrano nel territorio nazionale devono
esser sottomesse allo stesso regime ; quindi a base della ta-
riffa deve essere l'uniformità, senza speciali vantaggi o con-
cessioni. Non si ammettono esenzioni di favore, né privilegi ;
due cose assai comuni nel passato. Soltanto gli ambasciatori
e i membri del corpo diplomatico, direttamente accreditati
presso il capo dello Stato, godono, a titolo di reciprocità e di
cortesia, di immunità particolari per gli oggetti di uso loro e
delle loro famiglie. Vi sono alcuni prodotti i quali vengono
importati non già per essere consumati, ma perchè dopo una
nuova lavorazione vengano inviati all'estero. Dato ciò, un da-
zio doganale non può agire che molestamente e impedire forse
tutta una industria di lavorazione che avrebbe potuto aver
sviluppo. Il drawbacks indica il rimborso fatto alla uscita di al-
cuni prodotti fabbricati di una somma equivalente al diritto
di entrata che il prodotto che si esporta ha pagato sotto forma
di materia prima. Anche i drawbacks danno luogo in pratica a
inconvenienti non pochi e spesso a vere frodi.
In passato vi erano in Europa molti porti franchi : alcune
città marittime erano considerate sotto ogni aspetto al di fuori
del territorio doganale, non si pagavano dazi di dogana, si com-
merciava come in una zona neutra. Questi porti franchi sono
scomparsi quasi dovunque ; gl'inconvenienti che producevano
erano maggiori dei vantaggi. Vi sono invece o vi sono stati
depositi franchi {entrepots) che servono ad un temporaneo de-
posito di merci fuori la linea doganale. Ne esistono un pò do-
vunque e rendono in qualche caso, più al commercio d'impor-
tazione che a quello di esportazione, utili servizi.
Ma assai maggiore importanza hanno sulla esportazione le
ccà dette zone doganali franche sul tipo di quella che la Germa-
nia ha fondato ad Amburgo {Freihafé). Una parte del territorio
viene in tal caso considerata libera agli effetti doganali ; si
possono in tale territorio, che è circoscritto e custodito da
agenti finanziari, importare merci o esportarne, lavorarle, tra-
sformarle, ecc. senza pagare alcun dazio. Solo le merci non pos-
sono venire introdotte nello Stato senza pagare il dazio come
602 SCIENZA DELLE FINANZE [LIBRO II.
prodotti lavorati : non possono né meno essere consumate nella
zona franca. In tal guisa, le merci destinate alla esportazione e
di cui la materia prima viene introdotta dall'estero, godono
gli stessi vantaggi che in paese assolutamente libero scambista*.
Abbiamo visto che le tariffe doganali, come ogni imposta,
sono emanazioni del potere legislativo. Può accadere però e
accade nella pratica, che in alcuni casi sia necessario decidere di
urgenza. Altrimenti può avvenire che l'aumento di tariffa sia
evaso. Se un aumento nel dazio del petroho è annunziato sei
mesi prima, i grandi importatori fanno rilevanti provviste in
precedenza. Cosi sono essi soH a profittare per un certo tempo
dell'aumento del prezzo : mentre lo Stato, venendo a mancare
la importazione, non ricava dalla nuova tariffa alcun vantaggio.
In questi casi si preferisce, a evitare la speculazione, provvedere
con decreti di catenaccio. Il governo, cioè, dispone l'esazione del
nuovo o del maggiore dazio, riservandosi di sottometterne poi
l'approvazione al Parlamento. Se questi non approva, le somme
riscosse -vengono restituite agl'importatori. In alcuni paesi i
decreti di catenaccio sono previsti daUe leggi e vengono loro
assegnati dei Hmiti : in altfi sono accettati solo per consuetu-
dine. Nell'un caso e nell'altro dei decreti di catenaccio è bene
fare il minore uso possibile ; tanti sono gli inconvenienti e gli
abusi che possono derivarne. In Francia esiste una speciale
lai du catenas (13 dicembre 1897) la quale autorizza il Governo
ad applicare in via provvisoria i progetti di legge che esso pre-
senta per aumentare i dazi dei cereali e dei loro derivati, del
bestiame, o delle carni macellate. Può anche il Governo in
circostanze eccezionali, quando il prezzo del pane si elevi, so-
spendere in tutto o in parte i dazi di dogana applicabili al grano.
V. Il regime doganale dei principali stati.
178. Come si può parlare ora più di un regime doganale
dei principali stati ?
Dopo la guerra mondiale, il fatto più caratteristico è la for-
mazione di una serie di piccoli stati. I grandi stati europei
* Cfr. A. R e d 1 e z in R P. P. 1901 i G a d : Copenhagen (ree pori Co-
peahagen 1890; Af tallo n in R. d. E. P. 1901.
CAP. XXI.] LA POLITICA DOGANALE INGLESE 603
erano formazioni storiche secolari : la politica dei trattati che
han seguito la pace di Versailles, ha mirato non solo a dimi-
nuire la Germania e a rompere l'Austria Ungheria, ma a creare
una serie di stati, messi sotto il controllo politico o economico
di uno stato vincitore del continente.
Si è creata in tal guisa una massa di piccoli stati, in cui
incerte sono le condizioni della produzione, incerte le condizioni
dello scambio, incerta la vita stessa per alcuni di essi,, che com-
prendono elementi non nazionali. Vi era prima della guerra una
sola Austria Ungheria con diversità di popoli, di razze e di
lingue : vi son ora molte Austrie Ungherie, in cui gli elementi
non nazionali costituiscono fortissime minoranze, o a dirit-
tura sono quasi maggioranze oppresse. È stato perciò detto
giustamente che i trattati han prodotto all'Europa un danno
economico assai maggiore della guerra.
L'Europa si è trasformata da continente creditore, in con-
tinente debitore ; ha perduto molta parte delle sue risorse e la
situazione di diffidenza ha creato una serie infinita di barriere,
oltre le dogane. Il commercio suppone prima di tutto l'ordine
e la pace : e nulla è più dannoso della condizione d'incertezza,
creata dai trattati, sopra tutto con la cosi detta politica delle
riparazioni, che divide nettamente l'Europa in due parti e
che pretende mettere direttamente una parte dell'Europa
sotto il controllo dell'altra. ^^
È quindi assai difficile parlare di una politica doganale
attuale : che cosa significa ?
Sarà bene però dare un breve riassunto della politica doga-
nale dei vari stati prima della guerra : questa storia per quanto
retrospettiva ha valore tendenzionale dell'economia dei di-
versi popoli.
I sei stati di Europa che aveano prima della guerra oltre
venti milioni di abitanti e gU Stati Uniti di America, che rap-
presentano da soli il più grande mercato del mondo, (e dopo
la guerra hanno un'azione ben più grande) presentavano forme
doganali diversissime : uno solo fra essi, l'Inghilterra, praticava
il libero scambio, gli altri aveano tutti tariffe doganali con
carattere economico. Ma in tutti prevaleva una comune ten-
denza, un bisogno che risulta quasi dalle cose : il desiderio di
604 SCIENZA DELLE FINANZE [LIBRO II.
evitare nella maggiore misura possibile le crisi e di equilibrare
la produzione e il consumo. Donde derivava che ciascuno
cercava orientare la sua politica doganale in tal guisa da rag
giungere questo scopo, almeno in gran parte *.
L'Inghilterra soltanto non avea che dazi fiscali e anche in
misura assai tenue. Ma l'Inghilterra ha avuto per assai tempo la
protezione in sé stessa : ha avuto il primato nfella produzione
mineraria del mondo, poco costose le materie prime, facili i
traf&ci, mancanza quasi assoluta di concorrenti. Per oltre mezzo
secolo l'Inghilterra ha avuto un dominio mondiale del ferro, del
carbone, delle macchine, dei tessuti, del cotone. La sua posi-
zione insulare le ha permesso di fare a meno di un grande eser-
cito ; quindi pochfe imposte e semplici. La sola esportazione dei
prodotti minerali rappresenta anche adesso presso a poco tutta
la esportazione della ItaHa. Le industrie inglesi si sono formate
in situazione di monopolio quasi senza concorrenti esteri :
hanno lottato in generale in condizioni di assoluta superiorità
dopo avere ammortizzato nella più gran parte i loro capitali.
Per lungo tempo l'Inghilterra ha avuto un tale dominio incon-
trastato che non ha né meno avuto bisogno di cercare i suoi
clienti : Ji ha attesi. In tale situazione il protezionismo indu-
striale era inutile e assurdo : era solo questione se proteggere le
industrie agrarie. Ma il reddito agrario rappresenta la minor
parte del reddito inglese e non si poteva senza nuocere allo svi-
luppo della produzione industriale elevare i prezzi delle derrate
di consumo popolare f . Così la riforma liberale inglese non ebbe
* Cfr. L e X i s : Histoire du ptoUctionnisme in R. d. E. P. gennaio 1896;
F. Grunzel: Handbuch der internationalen HandelspoUtik, Wien, 1898.
t Ecco il movimento commerciale inglese dopo il 1855 in sterline (non
compreso il movimento dei metalli preziosi).
Importazioni Esportazioni
1855 142,542,850 116,691,300
18Ó0 210,530,873 164,521,351
1870 303,257,493 244,134,738
1880 411,229,565 286,414,466
1890 420,885,695 327,880,676
1902 528,391,274 349,238,779
1905 565,019,917 407,596,527
1910 678,257,024 . 534,145,817
1913 768,743,739 634,820,326
CAP. XXI.] LA POLITICA DOGANALE INGLESE 605
negli effetti doganali altra • origine fuori quella determinata
dalla distribuzione già avvenuta nella forma di produzione e
dalla statistica delle professioni. Era semplicemente assurdo
con una protezione agricola di risultato assai incerto paraliz-
zare l'industria e il commercio. Non ostante tutti i progressi della
tecnica e i grandi investimenti di capitali e gli sforzi realizzati
durante la guerra l'agricoltura inglese è in grande depressione,
né è probabile possa uscire da questo stato. L' Inghilterra in-
troduce quasi un miliardo e mezzo di cereali dall'estero : e in-
troduce carne, formaggio, zucchero, ecc. È un paese importa-
tore di materie prime e di prodotti agricoli ed esportatore di
prodotti industriali. Il suo dominio è stato finora incontra-
stato. Le differenze fra la importazione e la esportazione erano
e sono pagate dai benefizi della grande flotta commerciale e
sopra tutto dagli enormi crediti che l'Inghilterra ha sull'estero.
L'Inghilterra adotta il sistema della tariffa unica, libero-
scambista, con dazi, cioè, puramente fiscali, colpendo fortemente
il tabacco, lo zucchero, le bevande alcooliche, il the, il vino, le
uve, la cicoria, il cacao, la frutta e pochi altri articoli.
La Germania era prima della guerra il paese del continente
che avea il più grande commercio e anche quello che avea rea-
lizzato i maggiori progressi. Il commercio speciale di importa-
zione e di esportazione che avea già nel 1873 raggiunto un'al-
tissima cifra, dopo essere sceso nel 1880, in seguito alle forme
protezioniste introdotte nel 1879, era salito continuamente
negli ultimi anni. La Germania era ancora, dopo la guerra del
1870, paese prevalentemente agricolo, e che importava dal-
l'Inghilterra gran parte dei prodotti industriali. Un regime di
libero scambio le avrebbe assai diffìcilmente permesso di tra-
sformarsi ; e d'altra parte, possedendo grandi fiumi naviga-
bih, abbondanza di materie prime e di combustibili, popola-
zione densa; la Germania avea tutte le condizioni per trasfor-
Dopo la guerra tutto è mutato. Togliendo gli anni di guerra, che sono
stati eccezionalmente influenzati da ima causa cosi profondamente per-
turbatrice si ha in milioni di sterh'ne.
1920 importazioni : 1,932.6 esportazioni 1.334,3
1921 » 1.086,6 » 703,1
6o6 SCIENZA DELLE FINANZE [LIBRO II.
marsi. Fu nel 1879 che l'Impero germanico incominciò la sua
politica protezionista, che fu aggravata nel 1883 e nel 1887.
•Da principio questa politica segnò una diminuzione nel com-
mercio internazionale : furono gli anni di preparazione della
industria tedesca. Dopo breve tempo, però, il rialzo fu rapido
e costante : cosi, dopo il 1890, la Germania, lungi dal temere la
concorrenza estera per i suoi progressi industriali, potè ga-
reggiare, spesso vittoriosamente, sul mercato mondiale con le
stesse fabbriche inglesi. E cercò allora in una abile politica di
trattati, iniziata, nel 1891, con i trattati conchiusi con l' Au-
stria-Ungheria, il Belgio, la Svizzera, di mitigare le forme di
protezionismo antico. La Germania era prima della guerra
lo stato del continente più progredito ; l'elemento industriale
assumeva anzi in essa una importanza sempre crescente come
rivela la statistica delle professioni. Ciò che è meravigliosa
a dirittura è la composizione del commercio tedesco *, supe-
* Commercio speciale della Germania in migliaia di marchi :
Importazione Esportazione
1872 3,468 2,494
1875 3,576 2,561
1888 2,859 2,946
1890 4,087 3,256
1895 ........' 4,246 3,424
1897 4,864 3,786
1901 5,421 4,512
1902 5,631 4.677
1905 7,128 5,731
1910 8,934 7,475
1913 10.770 10.096
Cfr. fra le innumerevoli pubblicazioni : W. L o t z : Le idee della politica
commerciale tedeschi in B. d. E. IV serie.
Per effetto della guerra il commercio della Germania è stata profonda-
mente disordinato. Secondo il trattato di Versailles la Germania ha dovuto
cedere gran parte delle sue materie prime, sopra tutto quattro quarti del
minerale di ferro, grandi giacimenti di potassa, grandi quantità di car-
bone. La .Germania orientale è stata a dirittura divisa in due parti. Inoltre
la Germania ha dovuto cedere oltre le sue colonie, la sua flotta mercan-
tile, i suoi crediti e la sua organizzazione commerciale all'estero, ecc. Una
serie di controlU ha paralizzato tutto il movimento commerciale intemo.
Nel 1920 la Germania ha importato per 98 miliardi di marchi ed esportato
per 69 miliardi : la composizione del commercio è anche peggiorata.
CAP, XXI.] LA POLITICA DOGANALE TEDESCA 607
riore a quella di tutti i paesi di Europa ; nel 1913 cioè nell'anno
precedente alla guerra non ha importato che 1478 milioni di
marchi di oggetti fabbricati, mentre ne ha esportati per 6395
in un esportazione totale di solo o che dieci miliardi. Era un
paese importatore di materie prime ed esportatore di manu-
fatti. Le lotte fra l'elemento agrario e l'elemento industriale
sono adesso assai vive, non volendo la Germania rinunziare
alla sua agricoltura e non potendo d'altra parte rinunziare al
suo grande sviluppo industriale.
La maggior parte dei trattati conclusi dalla Germania nel
1891 venivano a scadere a fine del 1903. In previsione dei ne-
goziati, cui la rinnovazione dei patti commerciali avrebbe do-
vuto dar luogo, il Reichstag adottava una nuova tariffa doga-
nale del 25 decembre 1902. Questa tariffa, più completa e assai
più specializzata delle precedenti, comprendeva 19 classi, con
946 articoli ; ed avea carattere spiccatamente protezionista,
tanto che alcuni dazi potevano essere considerati come proibi-
tivi addirittura. Il segreto di questa nuova tariffa del 1902 è
neUa sua estrema specializzazione, consistente nel dare a cia-
scun prodotto come una individuazione, una personalità pto-
pria, senza che lo si possa confondere cgn altri della stessa fa-
migUa o del medesimo genere. Per raggiungere un risultato
siffatto, il prodotto è descritto minuziosamente, non solo nella
sua natura e nella sua specie, ma ancora nel suo carattere, nella
sua fabbricazione, nelle circostanze deUa produzione , in tutte
le particolarità che lo riguardano. Questa denominazione pre-
cisa e completa risponde ai caratteri della produzione di un
paese determinato, senza contravvenire alla clausola della
nazione più favorita, ma togliendole molta efficacia. La ta-
riffa del 1902 non ha impedito alla Germania di addi-
venire ad una serie di nuovi patti commerciali, (con l'Italia,
ai 3 decembre 1904 ; col Belgio, ai 22 giugno 1904 ; con la
Russia ai 28 luglio 1904^; con la Rumania agli 8 ottobre 1904 ;
con la Svizzera ai 12 novembre 1904, con la Serbia ai 16 no-
vembre 1904 ; con l'Austria-Ungheria ai 25 gennaio 1905),
entrati in vigore simultaneamente col i marzo 1906; trattati
che hanno modificato, in parecchi punti, le tariffe generali del
1902, ma sempre col sistema delle specializzazioni, in guisa
6o8 SCIENZA DELLE FINANZE [LIBRO II.
che le concessioni speciali accordate ad un paese non potessero
profittare, per la clausola della nazione più favorita, ad altri.
È il caso dei cavalli di razza norica pura del trattato con l'Au-
stria ; o di razza fiamminga o del Brabante dal trattato col
Belgio ; o dei bovini di razza bruna, del trattato colla Svizzera.
La clausola della nazione più favorita rimaneva così lettera
morta. A difesa della tariffa del 1902 il Cancelliere dello Im-
pero diceva al Reichstag. « La forza della nostra nuova tariffa
è in ciò che comprende 946 articoli e che è, quindi, assai spe-
cializzata, ciò che significa che noi possiamo fare concessioni
all'Austria, all'Italia, alla Russia, senza che queste concessioni si
debbano applicare necessariamente (per la clausola della na-
zione più favorita) alla Francia. Fra l'articolo francese e l'ar-
ticolo russo, italiano, austriaci), analogo, si troveranno diffe-
renze, assai piccole in realtà, ma bastevoli ad ogni modo per-
chè si possano applicare articoli differenti w. I trattati del 1904-
T905 hanno dimostrato che i calcoli del Cancelliere dello Im-
pero non erano errati *.
Il trattato di Versailles ha imposto alla Germania una serie
di limitazioni anche in materia doganale. La Germania è ob-
bligata senza reciprocità (art. 264) a non colpire le merci degli
stati vincitori più che quelle di qualsiasi altro stato ; cioè ad
accordare a tutti la clausola della nazione più favorita, senza
averne nulla in compenso. ISon è libera né meno d'imporre
monopoli ; deve accordare a tutti gli Stati vincitori, le facili-
tazioni che eventualmente accordi a ciascuno di essi. Perfino
parti notevoli del territorio della Germania sono state attri-
buite al territorio doganale di stati vincitori. Vi sono anche
alcune clausole molto strane relative alle falsificazioni com-
merciali e industriali. La Germania è obbligata, senza recipro-
cità a reprimere e a proibire con le sanzioni più rigorose, l'im-
portazione e la esportazione, come anche la circolazione , la
vendita e la messa in commercio, di tutti i prodotti o mer-
canzie che portano false indirazioni sull' origine, la specie.
* Su quanto riguarda la tariffa tedesca dell'anteguerra confronta ;
Revue de Science et Lègislation financières del 1909, pp. 1 31-133. Di là ab-
biamo riferito nel testo.
CAP. XXI.] LA POLITICA DOGANALE AUSTRIACA 609
la natura o la qualità specifica dei prodotti stessi e delle mer-
canzie (art. 274).
Questa disposizione, che non ha precedenti nella storia dei
trattati, è la più strana aberrazione morale di cui sia esempio
in materia di commercio. Perchè praticamente significa che
i vincitori possono impunemente falsificare i prodotti tede-
schi (supponiamo : vini del Reno, profumi , medicinali , colo-
ri ecc.) senza che la Germania possa protestare. Viceversa la
Germania anche sul suo territorio deve confiscare e distruggere
quei prodotti che possono far sorgere dubbio per le indicazioni
con cui sono presentati, sulla loro origine. La falsificazione
diventa così un dritto del vincitore : ciò che è veramente pue-
rile, oltre che immorale.
L'Austria e l'Ungheria formavano con tutti i paesi dell'Im-
pero una sola comunità doganale ; la prevalenza era della pro-
duzione agraria ; ma si affermava ogni giorno più un notevole
sviluppo della industria. L'Austria Ungheria stette fra il 1853
ed il 1865 sotto una tariffa generale protezionista : ebbe dopo
un ordinamento liberale delle dogane ; rientrò nel protezioni-
smo il 1878, prima della istessa Germania. Più tardi, le tariffe
del 1872 e del 1882 furono aggravate da quella del 1887. Dopo
il 1890, l'Austria Ungheria entrò anch'essa nella politica dei
trattati. Nel 1912, il suo commercio di importazione era di
3.556 milioni di corone ; quello di esportazione di 2.733 milioni
di corone escluso il movimento dei metalli preziosi. Sull'esem-
pio della Germania, anche l'Austria-Ungheria avea riformata
la sua tariffa.
Per effetto dei trattati di Versailles e di Saint-Germain
en Laye, l'Austria Ungheria è stata smembrata in una serie di
stati successori. L'Austria è rimasta un piccolo stato e,
quantunque tedesca, non può unirsi alla Germania per dispo-
sizione del trattato di Versailles (art. 80). Ha poco oltre 6 mi-
lioni di abitanti e una capitale di circa due milioni. L'Ungheria
è stata ridotta da 325 mila chilometri quadrati ad appena
91 mila, con la perdita di tutti i territori più ricchi, attribuiti
quasi a caso alla Romania, alla Ceco Slovacchia e alla Jugosla-
via. È stata formata la Ceco Slovacchia ed è sorta la Polonia,
che contengono in proporzione da un terzo a quasi la metà di
6lO SCIENZA DELLE FINANZE [LIBRO II.
territori non nazionali. Vi sono sette stati successori dell'Au-
stria Ungheria. Ora l'Austria Ungheria avea relativamente
un modesto commercio estero : poco oltre 6 miliardi di corone
e meno della metà d'esportazione. Ma, data la sua popola-
zione, per cui era il terzo stato dell'Europa, e la sua estensione,
per cui, tolta la Russia, veniva al primo posto in Europa, e
l'abbondanza di materie prime (cereali, bestiame, legnami,
carbone, ferro, ecc.) avea sviluppato potentemente la produ-
zione per il mercato intemo. Le grandi fabbriche di Vienna,
di Budapest, di Praga, Lemberg, di Cracovia, di Gratz, ecc.
lavoravano sopra tutto per il grande mercato intemo. Ora
rotta l'unità economica dell'impero austro ungarico dopo lo
spezzettamento del territorio, i grandi centri industriali sono
stati staccati dai loro mercati di consumo. Le fabbriche di
Vienna non possono che lavorare per un piccolissimo stato ed
erano attrezzate per la grande industria e il grande consumo :
molti dei prodotti di Praga e della Boemia, che ora fan parte
della Ceco Slovacchia, non trovano più mercato. Quasi tutti
i paesi nuovi hanno cattiva moneta : pessima la Polonia il
cui disordine finanziario è a dirittura spaventoso ; le valute
austriache e ungheresi sono profondamente deprezzate. D'altra
parte ognuno dei piccoli stati cerca di sviluppare la produzione
interna con un protezionismo esagerato ed assurdo. Così i
grandi impianti rimangono inutilizzati e si cerca di far sorgere
nuovi impianti dove mancano le condizioni di sviluppo.
Oltre centoventi milioni di uomini che formavano i due
grandi imperi centrali si trovano dunque in difficilissime condi-
zioni di scambio. Se si tenga conto che la Russia non scambia
' che assai poco per le sue stesse condizioni inteme : sono 300 mi-
lioni di uomini a cui mancano tutte le condizioni per riprendere
i traf&ci normali. Se si aggiunga che anche Francia, Belgio e
Italia hanno una cattiva moneta e quindi le loro transazioni
non si svolgono in condizioni normali, si può solo allora avere
un'idea del disordine economico e doganale di tutta l'Europa.
Alle difficoltà non sfuggono né meno i paesi che sono stati neu-
trali, in quanto i paesi a moneta deprezzata hanno necessa-
riamente ridotto i loro commerci e cercano, per non deprezzare
GAP. XXI.] LA POLITICA DOGANALE FRANCESE 6ll
ulteriormente le loro valute, di ridurre nella maggiore misura
possibile i loro acquisti.
Dopo molti mutamenti avvenuti fra il 1791 e il 1857, con
prevalenza ora di una politica liberale ora di una politica pro-
tezionista, la Francia era alla vigilia del 1860 ancora in una
fase protezionista. Il 23 gennaio 1860, fu iniziata con il trat-
tato con l'Inghilterra, opera da una parte degli sforzi di Cob-
den e di Gladstone, dall'altra di Chevalier e di Rouher, la po-
litica liberale che la Francia ha seguito lungamente. Quel trat-
tato non era, come si disse, il libero scambio : ma invece della
proibizione alla entrata delle merci inglesi, si introducevano dazi
che non potevano sorpassare 30 per cento ad valorem. Le con-
venzioni definitive 12 ottobre e 16 novembre 1860 ridussero
ancora molti dazi e trasformarono tutta la poUtica doganale
della Francia. Anzi, più che quella della Francia, la politica
doganale di tutta l'Europa, che si affrettò a seguire, almeno in
gran parte, l'esempio della Francia e dell'Inghilterra. La Fran-
cia aveva già nel 1860 fondato la più gran parte delle sue mag-
giori industrie ; e potè trovare facile sbocco in Italia e nei paesi
dove là sua politica incontrava più vive simpatie, e gli accordi
commerciaci erano più facili. La Francia riesci a stabilire facil-
mente grande numero di convenzioni favorevoli : pure la cor-
rente protezionista si manifestò, subito. Il regime del libero
scambio, con moderazioni sempre maggiori, è durato venti anni,
dal 1861 al 1S80 : la tariffa generale del 7 maggio 1881 fu,
schiettamente, in qualche caso esageratamente, protezionista.
Nel 1887, denunziato il trattato coli' Italia, si era venuto a
guerra di tariffe tra' due paesi. La Francia è nello stesso tempo
un grande paese agricolo a piccola proprietà e un grande paese
industriale : protezionismo agrario e protezionismo indu-^triale
troppo spesso si sono aiutati a vicenda e hanno reso possibili
eccessi non di rado dannosi. I trattati del 1882, conseguenza
della tariffa del 1881, parvero ai protezionisti francesi un disa-
stro : tali da causare « l'invasione del mercato da parte dei pro-
dotti esteri ». L'allarme pubblico fu sì grande che nelle eiezioni
generali del 1889 furono, nella maggioranza dei collegi, diffidati
i candidati ad iscrivere nel loro programma la revisione delle
tariffe del 1881. Così si venne alla nuova tariffa (detta tariffa
6l2 SCIENZA DELLE FINANZE [LIBRO II.
Meline, perchè il Meline tu il relatore generale della Commissio-
ne delle Dogane) degli ii gennaio 1892, assai più protezioni-
sta di quella del 1881, e dei cui effetti i protezionisti francesi
non hanno che a lodarsi. Ciò non di meno un vivo movimento,
in senso più protezionista ancora, si è venuto formando nel-
l'ultimo decennio, che mise capo ad una proposta di legge, pre-
sentata alla Camera francese dall'onorevole Giovanni Morel,
che modificava la tariffa del 1892. Il Morel, relatore generale
della Commissione delle Dogane, presentava poi, agli 11 lu-
glio 1908, la relazione * sulla nuova proposta, cosi giustificando
i chiesti inasprimenti di tariffa. « La tariffa del 1892, eccellente
strumento di prosperità materiale è invecchiata: in alcuni punti
deficiente, in altri è arretrata. Presenta anomalie, debolezze,
lacune. In qualche punto è stata rimodernata da leggi poste-
riori ; ma le addizioni e le rettifiche sono di scarsa importanza
di fronte alle riforme doganali degli stati vicini. Non vogliamo
rifare la nostra armatura economica ; ma qualche rimaneggia-
mento s'impone. Nuove industrie sono soite dopo il 1892 (la
costruzione degli automobih ; l'applicazione elettrica all'il-
luminazione, ai trasporti, alla forza motrice, alle alte tempera-
ture ; l'energia idroelettrica ha' trasformato l'industria dell'al-
luminio ecc.), che devono essere considerate dal nuovo regime
doganale. Inoltre la tariffa massima del 1892, che non era spe-
cializzata, non è applicata oramai che ad un solo Stato : il
Portogallo. Gli accordi intemazionali intervenuti dopo hanno
fatto sì che in Europa, in Asia, in Africa, in America, la tariffa
minima del 1892, più liberale, sia divenuta la regola. GU altri
Stati hanno inasprito le loro tariffe e noi siamo rimasti allo
stesso punto. La principale caratteristica di queste riforme
doganali degli altri Stati è la maggiore specializzazione delle
tariffe. Si sono create molte posizioni nuove, per eludere la
clausola della nazione più favorita. La revisione di tariffa deve
dunque mirare a includere le industrie sviluppate dopo il .1892
e a meglio specializzare le voci » t. Alla Camera francese, nel
* Vedi il rapporto di More! nella Revue de Science et Législation finan-
cierès del 1909 : pp. 104-165.
t Confr. : Revue de Science et législation financières del 1909 : pp. 479'
504.
€AP. XXI.] LA POLITICA DOGANALE FRANCESE 613
1909, la proposta riforma doganale fu a lungo discussa. Paul
Beauregard cominciò col dichiararsi sorpreso che una sì impor-
tante discussione avvenis^'e non su un progetto del governo, ma
su di uno di iniziativa parlamentare. La riforma si invocava per
una maggiore specializzazione e per le nuove industrie, non con-
siderate nel 1892 ; invece si chiedeva di fatto — secondo Beau-
regard — una più dura protezione. A tutti rispose il Ministro
•del Commercio, Gruppi, facendo notare che, per quanto il si-
stema della tariffa massima e minima sembri escludere le con-
venzioni commerciali cogli Stati singoli, non è a disconvenire che
resta integra la facoltà accordata al Presidente della Repubblica
dalla legge costituzionale del i6 luglio 1875, di concludere
trattati di commercio (che diventano definitivi dopo l'approva-
zione delle Camere) ; facoltà che nella discussione del 1892 non
fu disconosciuta, e per la quale il governo resta libero di ac-
cordare tariffe intermedie fra la generale e la minima e di di-
scendere anche al disotto di questa ultima. Il governo francese
■discese al disotto della tariffa minima colla convenzione franco-
svizzera del 1906. Vero è, che questo è il solo caso del genere ,
mentre nelle altre convenzioni stipulate dopo il 1892, e furono
54 (la Francia ha altri 27 trattati anteriori al 1892) non si fece
che accordare la tariffa minima in cambio delle tariffe estere
più ridotte. La tariffa del 1892 del resto è stata modificata
da 39 leggi (sino al giugno 1909) riguardanti 137 articoli. Il
Ministro notava che la Francia avrebbe dovuto seguire una
politica di protezione ragionevole e di elasticità doganale. Cruppi
ammetteva che occorresse una nuova specificazione dei pro-
dotti e che si dovessero considerare le industrie sorte o svi-
luppate dopo il 1892, ma i>on che si dovesse giungere ad una
revisione generale delle tariffe e concludeva dichiarando di non
potere accettare, a nome del governo le proposte più gravi
della Commissione doganale *. Ad ogni modo una nuova tariffa
delle dogane fu approvata con legge dei 29 marzo 1910. La nuova
legge adotta sempre le due tariffe : la generale e la minima.
Molti dazi sono sta.ti elevati e si è adottata una maggiore spe-
* La tariffa doganale francese è nel Bulletin de Statistique et Législation
campar èe di agosto (pp. 141 -179) e settembre (pp. 258-289) del 1910.
Nitti. 40
6l4 SCIENZA DELLE FINANZE [LIBRO II.
cializzazione, che equivale ad un maggiore aggravio. La nuova
tariffa francese ha destato preoccupazioni in Inghilterra, in
Austria-Ungheria, in Germania, nel Belgio, in Italia. La stessa
legge 29 marzo 1910 dà facoltà al Governo (articolo 3) di appli-
care tarile differenziali (sino al doppio dei diritti della tariffa
generale o uguali al valore delle merci) alle importazioni dai
paesi che adottassero tariffe di guerra per le esportazioni
francesi. iSiel 191 3 nell'anno anteriore alla guerra la Francia im-
portava 8,421 milioni di franchi ed esportava per 6.880 milioni.
Per effetto della guerra la Francia ha acquistato non solo
territoii molto fertili ; ma abbondanza di materie prime, ferro,
carbone, potassa, ecc. La Francia con una popolazione che è
appena quella dell'Italia ha il più vasto impero coloniale. In
apparenza la Gran Bfettagna ha alla sua dipendenza territori
più estesi : ma in realtà lo spirito liberale inglese ha tenuto,
man mano che le sue colonie si sviluppavano, a dar loro una
vera autonomia : il Canada, l'Africa del Sud , 1' Australia e la
Nuova Zelanda sono dominions e non già colonie. Godono di
piena libertà e sono unite alla madre patria più da un fatto
spirituale e dalla comunità d'interessi , che da un vincolo di
dipendenza. La Francia è il solo paese di Europa che ha sul
suo territorio quasi tutto ciò che occorre ai suoi bisogni fonda-
mentali. Dopo la guerra la sua legislazione doganale è diven-
tata anche maggiormente protezionista e le nuove tariffe e i
nuovi trattati conchiusi dopo la guerra sono inspirati a un vero
protezionismo *.
* Commercio speciale della Francia in milioni di franchi :
Importazioni Esportazioni
1840 ..... .^. . . 747 695
1850 *. . . 765 1.068
1860 1.897 2.277
1870 2.867 2.802
1880 5.033 3.467
1890 4.436 3-753
1905 4.173 4-761
1913 8.421 6.880
Cfr. R a US eh: Franzosische Handels-politik. Leipzig, 1900.
Dopo la guerra i rapporti si sono spostati. Nel 1920 le importazioni sono
state 35.404 milioni di franchi e le esportazioni 22,434 e nel 1921 rispetti-
vamente 29.548 e 21.553 milioni.
CAP. XXI.] LA POLITICA DOGANALE ITALIANA 615
L'Italia non è sfuggita alla tendenza generale della politica
doganale negli ultimi trenta anni. Prima del 1860 il Piemonte,
il Regno delle due Sicilie, lo Stato della Chiesa, ecc., aveano
ordinamenti doganali diversissimi. Ma di essi e della situazione
commerciale di ciascuno dei vecchi stati non è il caso di occu-
parsi ora ; diremo solo che il Piemonte, per opera di Cavour, mi-
tigato l'antico protezionismo, era entrato, già dal 1854, in una
politica liberale. Così che, quando il nuovo regno sorse e il
Piemonte, vincitore, ne fu l'anima e il nucleo, la politica doga-
nale ebbe indirizzo liberale. Nel 1860 fu conchiuso il celebre
trattato tra l'Inghilterra e la Francia ; l'Italia entrò rapidamente
nel regime liberale. Il trattato tra l'Italia e la Francia, conchiuso
il 19 gennaio 1863, fu informato al concetto che l'Italia, paese
produttore ed esportatore di materie prime agricole, dovesse
sopra tutto dalla Francia importare prodotti manufatti. Fu un
trattato liberahssimo ; il ministro Manna disse addirittura
l'estremo limite dei trattati liberali. Ma in quei trattati, come nel-
l'opera doganale di quel periodo, era un grave errore : quello
di credere che l'Italia, con una popolazione enorme, tenuto
conto della sua fertilità e delle sue risorse, potesse rimanere un
paese esclusivamente o quasi esclusivamente agricolo. Cosi su-
bito dopo, formatisi nuovi capitali, si senti il bisogno di una
politica economica più avveduta. E si manifestò, insieme a una
inquietudine, una viva tendenza protezionista, che ebbe una
prima esplicazione nei decreti di Scialo] a e di Sella nel 1866 è
nel 1872 *. Verso il 1870 si manifestarono nuove e vere ten-
denze protezioniste : e la inchiesta industriale compiuta nel 1872
mise in rilievo la convinzione quasi generale del Nord d'Italia,
che senza una adeguata protezione non fosse possibile il sorgere
e lo sviluppo delle industrie italiane. Si andò determinando
quindi, traverso infinite incertezze, una legislazione timidamente
protezionista, che mise capo alla tariffa generale del 30 maggio
1878. Il trattato di commercio del 19 gennaio 1863 era scaduto
intanto ai 19 gennaio 1876 ; furono intavolate trattative per la
conclusione di un patto nuovo e l'Italia vi pose a base la ta-.
* Cfr. StringherinG. d. E. 1899 ; e fra altri S o m b a r t in R. di
E. P. del 1892.
6l6 SCIENZA DELLE FINANZE [LIBRO II.
riffa nuova, anche prima che divenisse legge ; trattative che por-
tarono all'accordo dei 6 luglio 1877, che non andò mai in vi-
gore, perchè, approvato dal Parlamento italiano, nel 1878, fu
respinto invece dalla Camera francese. Nel frattempo era stata
prorogata sino al i» luglio 1878 la convenzione del 1863 ; ma,
dopo il voto contrario della Camera francese, l'Italia e la Fran-
cia dovettero, dal 1° lugho 1878, applicarsi reciprocamente
la tariffa generale. Fortunatamente questo stato di cose durò
poco. Il 15 gennaio 1879 i due governi addivennero ad una
convenzione commerciale provvisoria, colla quale, proponen-
dosi di negoziare al più presto possibile un trattato, si garenti-
vano intanto il trattamento della nazione più favorita sino ai
31 decembre 1879, termine che, pendenti i negoziati perii nuovo
trattato (che porta la data dei 3 novembre 1881) fu poi proro-
gato agli 8 febbraio 1882. Il nuovo trattato di commercio, en-
trato finalmente in vigore, sarebbe dovuto scadere col febbraio
del 1892 ; ma l'articolo 18 lasciava alle Parti facoltà di fame
cessare gli effetti col i« gennaio 1888, con denunzia di un anno
prima. Il nuovo trattato era assai più protezionista di quello
che, concluso ai 6 luglio 1877, non fu accettato mai dalla Fran-
cia. Intanto l'Italia, messasi su una via di maggiore protezio-
nismo, giungeva alla più grave tariffa doganale dei 6 giugno
1885, e alla fine del 1886, per il 31 decembre 1887, denunziava
il trattato colla Francia dei 3 novembre 1881. Un protocollo
sottoscritto a Roma il 29 decembre 1887 protraeva sino al
1° marzo 1888 l'efficacia del trattato 3 novembre 1881. In
Italia la questione doganale era causa di viva agitazione. Il
trattato del 1881 colla Francia, escludendo da ogni trattamento
di favore il bestiame, colpendo di dazi le carni, i volatili ed il
vino, prima esenti, avea spaventato gli agricoltori. Era allora
un vero e profondo contrasto tra la zona della valle del Po e
l'Italia meridionale. La prima, con popolazione molto densa,
grandi fiumi navigabili e canali, varietà di produzione, for-
mata la sua grande rete stradale e ferroviaria (affrettata an-
che per ragioni strategiche) molto avvantaggiatasi dall'unità,
fonnando per la sua vicinanza all'Europa centrale un paese
adatto a una rapida trasformazione industriale, non potea
conquistare la sua prosperità senza passare per una fase di
CAP. XXI.] LA POLITICA DOGANALE ITALIANA 6lJ
protezionismo. Viceversa l'Italia meridionale e la Sicilia aveano
una produzione quasi esclusivamente agricola e tale che non
avea bisogno di protezione : vino, oli, agrumi, zolfo, sommac-
co, ecc. Il grano nel versante adriatico era prodotto in quantità
poco superiore al consumo : nel versante tirreno in quantità
minore. L'Italia meridionale e la Sicilia, per conseguenza, solo
da un regime liberale potevano avere il più grande impulso. In
questo contrasto d'interessi prevalsero gl'interessi industriali
dell'Italia settentrionale. Così, per successive .trasformazioni,
si andò man mano alla tariffa doganale dei 14 luglio 1887, che
iniziò un periodo di vero protezionismo. Le trattative, intanto,
per la stipulazione di un nuovo trattato di commercio colla Fran-
cia fallivano, anche perchè la situazione politica era divenuta
tesa, e i due stati (la Francia con legge del 27 febbraio 1888 ;
l'Italia con decreto 29 febbraio 1888) passavano alla guerra di
tariffa, applicandosi reciprocamente la tariffa generale inaspri-
ta da sopradazi [tariffe differenziali). Nel 1888-89 l'importazione
francese in Italia discese del 47% e quella italiana in Francia
del 56%, rispetto alla media 1880-1887. «L'agricoltura italiana
ne fu tutta percossa, chiusi gli sbocchi col mercato vicino ; e
alcune industrie francesi, come quella serica, ne ebbero danno
non poco per la mancanza della materia prima, che per lunga
■consuetudine si ritirava dall'Italia «. Gli^ffetti del decreto Ita-
liano 29 febbraio 1888 cessarono col 1° gennaio 1890, poi che
da quel giorno le merci francesi all'entrata in Italia furono sot-
toposte alla tariffa generale dei 14 luglio 1887 senza sovra tasse;
quelli della legge francese 27 febbraio 1888 cessarono coll'ap
plicazione della nuova tariffa Meline (11 gennaio 1892), e cioè
col i« febbraio 1892, in quanto si applicavano alle merci ita-
liane in Francia la tariffa massima senza aumenti differenziali.
•Questo stato di cose durò sino al 1898, quando con note, scam-
biate a Parigi il 21 novembre, tra' due Paesi si gittarono le basi
di regolari relazioni commerciali. « L'Italia, da un lato, s'impe-
gnava ad applicare alle merci francesi, escluse le sete e le sete-
rie, il trattamento della nazione più favorita e a ridurre il dazio
di alcuni voci della sua tariffa doganale in favore della Francia;
la Repubblica, dall'altro, s'impegnava a concedere alle merci
italiane, escluse parimenti le sete e le seterie, i dazi della sua
6l8 SCIENZA DELLE FINANZE [LIBRO II.
tariffa minima. Gii impegni reciproci furono attuati in forma au-
tonoma : in Francia con la legge del 2 febbraio, in Italia con
la legge dell'ii febbraio 1899, Per il modus vivendi del 21 novem-
bre 1898, il trattamento della nazione più favorita deve appli-
carsi in Italia pure ai prodotti delle Colonie francesi e nelle
Colonie francesi ai prodotti italiani , a eccezione della Colonia
Eritrea, tanto all'esportazione verso la Francia, quanto aU'im-
portazione dalla Francia. Ad onta dell'accordo del 1898, gli
scambi tra i due paesi non si risollevarono più. Essi, anche ora,
rimangono di molto inferiori a quelli che erano nel 1887 ».
Con l'Austria-Ungheria i rapporti commerciali furono rego-
lati, sino al 23 aprile 1867, dal vecchio trattato di commercio
interceduto fra Piemonte ed Austria nel 1851. Col trattato dei
23 aprile 1867, l'Italia e l'Austria-Ungheria si assicuravano reci-
procamente il trattamento della nazione più favorita, con qual-
che maggiore agevolazione per i vini. Ai 17 ottobre 1878, i due
paesi addivenivano ad un altro trattato, rinnovato poi ai 7 de-
cembre 1887 : l'uno e l'altro, salvo qualche maggiore specifi-
cazione, non differivano molto da quello dei 23 aprile 1867.
Intanto il patto 7 deceinbre 1887, che doveva scadere ai 31 de-
cembre 1891 fu prorogato di un anno, e il nuovo, firmato il
6 decembre 1891, non subì mutamenti notevoli. In quello dei
7 decembre 1887 era già la clausola di opzione pei vini, che fu
iscritta anche nel nuovo, andato in vigore al i» febbraio 1892.
Era il punto più favorevole del regime convenzionale. L'Austria
(con decreti io agosto e 1° decembre 1892) riduceva a fiorini
3,20 per quintale il dazio sui vini lombardi, veneziani, dell'Ita-
lia media, napoletani e siciliani e sui vini comuni piemontesi.
Questa, che fu la così detta clausola dei vini, molto giovò ai pro-
duttori italiani. Il trattato del 1891 scadeva ai 31 decembre
1903; e, per impedirne la tacita riconduzione, l'Austria lo de-
nunziò sin dai 27 decembre del 1902, dichiarando che limolivi
d'ordine interno e considerazione relative ad altri Stati, special-
mente alla Repubblica francese », non gli permettevano di man-
tenere in vigore 1 favori relativi ai vini italiani. Ma le tratta-
tive, subito iniziate, per la rinnovazione del trattato non avendo
portato in tempo utile a un'intesa, venne deliberato con dichia
razione e protocollo fermati a Roma il 31 dicembre 1903, di
CAP. XXI.] LA POLITICA DOGANALE ITALIANA 619
prorogare fino al 30 settembre 1904 il trattato del 5 dicembre
1891 coi suoi allegati; a eccezione delle disposizioni riguardanti
i vini ; con questo temperamento, che, per facilitare la solu-
zione degli affari in corso, sarebbero stati ammessi al regime
convenzionale preesistente, fino al 31 gennaio 1904, i vini di
ognuno dei due paesi partiti anteriormente al 1° gennaio. Con
la dichiarazione del 24 settembre 1904 il vecchio trattato (me-
no la clausola dei vini) veniva prorogato. Per compensare l'I-
talia della rinunzia ai favori sul vino, 1' Austria-Ungheria ac-
cordava : dal 15 ottobre al 31 dicembre 1904 un dazio ridotto
di fiorini 6,50 per 100 kg. fino a concorrenza di 450 mila quin-
tali a determinato vino bianco da taglio in fusti, dal 15 ottobre
al 31 dicembre 1904 un dazio ridotto di fiorini 7,50 fino a con»
correnza di 4000 quintali al marsala ; esenzioni di dazio per
mandorle, nocciuole e olio d'oliva. L'Austria disdisse il 31 ago-
sto 1904 la dichiarazione del 1904; e, agli 11 febbraio 1906,
veniva firmato a Roma il nuovo trattato di commercio fra
l'Italia e l'impero Austro-ungarico.
I rapporti commerciali fra Italia e Germania furono regolati,
a tutto il 18S2, da un trattato concluso fra Italia e Prussia, a
nome della confederazione germanica del Nord, ai 14 ottobre
1867. Il 4 maggio 1883 fu sottoscritto fra l'Italia e l'Impero
germanico un nuovo trattato, da durare sino al i gennaio 1892,
col quale i due stati si garentivano il regime più favorevole.
Ai 6 decembre 1891, si firmava a Roma il nuovo trattato, che
andava in vigore al 1° febbraio 1892, col quale Germania e I-
talia, riferendosi al trattato con l'Austria-Ungheria, comprende-
vano nei patti conchiusi rispettivamente con ognuno degli altri
due paesi, non solo le agevolazioni pattuite con lo stato contra-
ente, ma anche quelle pattuite col terzo stato. Il trattato 6 de-
cembre 1891 scadeva ai 31 decembre 1903, ma, pendenti le
trattative per il nuovo accordo, fu prorogato, per tacita ricon-
duzione, sino a che il patto nuovo, sottoscritto a Roma ai 3 di-
cembre 1904 venne a sostituire il precedente, come addizionale
ad esso, modificandolo in alcuni punti, integrandolo in altri.
La modificazione più essenziale è quella riguardante le ta-
riffe speciali, le quali oltre che per le variazioni connesse col
nuovo regime doganale della Germania, ^differiscono dalle pre-
620 SCIENZA DELLE FINANZE [LIBRO II.
cedenti perchè più non contengono le agevolazioni pattuite
con l'Austria-Ungheria.
Sino al 1868 i rapporti commerciali italo-elvetici furono ba-
sati sui trattati conclusi, ai 16 marzo 1816, ai 7 dicembre 1845
e ai 16 gennaio 1847 e agli 8 giugno 1851, fra la Svizzera e gli
Stati Sardi, le cui disposizioni furono estese, con le dichiara-
zioni del 1862, a tutte le provincie del nuovo regno d' Italia.
Nel 1868 (22 luglio) fu concluso il primo trattato di commercio
fra l'Italia e Svizzera ; col quale, oltre alla clausola della na-
zione più favorita, l'Italia accorda\ta alla Svizzera una tariffa
speciale e la Svizzera faceva lo stesso verso l'Italia. Il trattato
del 1868 fu denunziato dall'Italia con effetto del 1° maggio
1877, e, poi che gravi erano le difficoltà doganali nelle quali si di-
batteva in quel tempo l'Italia, specie nei riguardi della Francia,
si andava avanti colla Svizzera a forza di proroghe dei patti
del 1868. Ai 22 marzo del 1883 fu firmato il nuovo trattato,
andato in vigore al 1° febbraio 1884, e che fu denunziato dal-
l'Italia a decorrere dal 1° febbraio 1888. Tra i due Stati si ad-
divenne perciò ad una convenzione per effetto della quale si
assicuravano il regime più favorevole ; convenzione , sine die,
la quale durò sino all'entrata in vigore (15 aprile 1889) del
nuovo trattato dei 23 gennaio 1889 ; che non differisce molto
da quello del 1883, doveva durare sino al 1° febbraio 1892 e fu
disdetto dalla Svizzera con effetto dai 12 di quel mese. Dai 12
febbraio 1891 ai 18 giugno 1892 i due paesi si applicarono reci-
procamente le tariffe generali. In quel giorno fu ratificato il
nuovo trattato di commercio, sottoscritto a Zurigo il 19 aprile
1892, non molto diverso dai precedenti, da finire al 31 decem.bre
1903. Ai 13 luglio 1904 veniva concluso il trattato che è andato
in vigore col 1° gennaio 1906 e regola ora i rapporti fra' due
paesi. « Questo patto non potè correggere la differenza esistente
tra i due rami del commercio italo-elvetico. Com'è noto, la Sviz-
zera compera dall'Italia più merci di quanto ad essa non ne
venda. Contro questo stato di cose cercarono sempre, ma
inutilmente, di reagire gli svizzeri. Però tanta differenza deriva
da motivi naturali, sui quali nulla può il regime daziario.
I rapporti commerciali fra il Regno d'Italia e la Russia furono
regolati sino al settembre 1863 dal trattato Sardo-russo del 1845.
CAP. XXI.] LA POLITICA DOGANALE ITALIANA 621
Il trattato del 1863 resse a lungo, quasi nove lustri, i rapporti
-commerciali e di navigazione fra l'Italia e l'Impero Moscovita.
Gli subentrò il trattato, conchiuso a Pietroburgo il 15-28 giugno
1907, che ebbe applicazione il 17 gennaio 1908. I suoi risul-
tati riuscirono molto modesti perchè limitate a poche merci le
concessioni reciproche. Venne data facoltà di daziare a volume
o a peso il petrolio nisso, mentre si ri duceva di poco il dazio
sugli agrumi italiani.
La tariffa del 1887 ha avuto vigore sino alla promulgazione
della tariffa del 24 novembre 1895. Quali effetti queste tariffe
abbiano portato, quale azione abbiano avuto sull'economia
delle singole regioni, non è qui il caso di discutere. È bene solo
notare che l'Italia settentrionale ha compiuto in gran parte la
sua trasformazione industriale * e che, viceversa, nell'Italia meri-
* A giudicare del progresso industriale di un paese è bene tener conto
■del valore delle materie necessarie all'industria importate dall'estero e di
quello dei manufatti esportati, confrontandoli alle importazioni e alle
esportazioni dei generi alimentari e alla importazione dei prodotti fabbri-
cati. Riportiamo quindi, per il 1909 e per il 1910, il valore complessivo delle
importazioni e delle esportazioni, distinte in materie necessarie all'indu-
stria (greggia e lavorate), in prodotti fabbricati, e in generi alimentari e
■animali vivi.
Materie necessarie
all'industria Prodotti Generi
ANNI — fabbricati alimentari
greggie lavorate
Totale
Importazione (milioni di lire)
1909 .... 1,127,7 571,0 754,4 658,6 3,111.7
T910 .... 1,180,2 606,8 799,1 659,9 3,246,0
Difif. assoluta -f 52,5 + 35,2 + 44,7 + ^'3 + I34,3
Id. percent. . + 4,6% + 6,3% + 5,9% -f 0,2% + 4,%
Esportazione (milioni di lire)
1909 .... 279,8 617,3 475,1 494,7 1,866,9
1910 .... 276,3 580,3 600,3 613,2 2,080,0
Diff. assoluta — 3.5 — 27,0 + 125,1 + 118,5 + 213,1
Id. percent. . — 1,3% — 4,4% + 26,3%+ 24,0% + 11,4%
Tra il 1900 e il 1909 crebbero del 4,6% le importazioni delle materie
;gregge e del 6,3% quelle delle materie lavorate necessarie all'industria .
622 SCIENZA DELLE FINANZE [LIBRO II .
dionale, le cause di depressione non sono sparite. I successivi
trattati conchiusi con gli stati dell'Europa centrale hanno modi-
ficato il senso più liberale l'ordinamento doganale italiano, che
rimane sempre però tra i più protezionisti di Europa.
dal che è lecito indurre una maggiore attività delle fabbriche nazionali,
ciò che è anche dimostrato dalla maggiore esportazione dei prodotti fab-
bricati (26,3%), dei quali l'importazione crebbe rolo in ragione di 5,9%.
La stessa importazione dei generi alimentari non aumentò che di 0,2% men-
tre l'esportazione di essi cresceva del 24%. In complesso le esportazioni
aumentavano di 11,4% mentre le importazioni crescevano solo di 4%.
Nel 19H cioè nell'ultimo anno di vera pace non troppo turbato dalla
guerra di Libia, non ancora sconvolto dalla guerra europea, di fronte al
1910, le importazioni crebbero di 112,117,669 lire (e cioè in ragione del
3,33 %) ; le esportazioni aumentarono di 89,355,114 lire (e cioè del 4,12%).
In complesso il 1911 fu anno più sfavorevole del precedente. La differenza
fra le importazioni e le esportazioni fu nel 191 1 di lire i,if<8,78i,i42, men-
tre non era stata nel 1910 che di 1,006,018,585.
I prodotti che principalmente concorsero a formare, nel 191 1, il valore
delle importazioni sono : frumento e cereali milioni 392,8 ; cotone greggio
345,6 ; carbon fossile 259,2 ; caldaie e macchine 146,3 ; legname 138,4 ;
seta tratta greggia 96,9 ; lane e cascami 89,1 ; pelli crude 73 ; strumenti
scientifici 66 ; lavori e utensili di ferro e di acciaio 62,1 ; animaU bovini
55,6 ; tessuti e manufatti di lana 54,3 ; tessuti e manufatti di seta 53,9 r
rottami di ferro e ghisa in pani 51,1 ; bozzoli 51,2.
AUe nostre esportazioni concorsero principalmente, nel 191 1, i seguenti
prodotti : seta tratta e cascami, mihoni 383 ; tessuti e manufatti di cotone
178,4 ; tessuti e manufatti di seta 103,1 ; formaggio 62,2 ; oUo di oliva
58,8 ; frutta secche 57,5 ; vini e vermouth 57,1 ; canapa 44,9 ; agrumi 44,3 ;
uova di pollame 44,3 ; frutta fresche 43,1 ; zolfo 4,9 ; cappelli 39,1, ecc. ecc.
Come è saldato dall'ItaHa negli anni che precedettero la guerra lo sbi-
lancio fra importazioni ed esportazioni ? Il comm. Bonaldo Stringher
ha, recentemente, dedicato alla questione una importante memoria, che
è negU Atti della Commissione per lo Studio del Commercio coli' estero, pub-
blicati dal Ministero del Commercio. Nel 1910, la eccedenza delle importa-
zioni era calcolata in hre 1,165,998,000. Secondo Stringher a questo sbi-
lancio, che potrebbe forse (tenuto conto del modo onde sono calcolati i
valori doganali e della imperfezione delle statistiche) ridursi alla somma di
oltre un miliardo di hre (pag. 6), si oppongono vari elementi» compensatori.
Le rimesse dei nostri emigrati andrebbero valutate a 450 milioni all'anno
al netto ; le spese fatte dai forestieri in Italia (calcolati in numero medio
annuo di 922 mila) ascenderebbero ad altri 450 mihoni ; l'ammontare delle
somme che l'Amministrazione postale italiana riceve dalle estere a saldo
di conti formano una media di 200 mihoni annui ; le somme pervenute
dall'estero per essere investite in libretti postah (nel 1910) ascesero a lire
62,569,579, di cui solo 1,735,255 furono ritirate per essere rinviate all'estero.
CAP. XXI.] LA POLITICA DOGANALE ITALIANA 623
La guerra europea sconvolse il commercio italiano molto
profondamente.
L'Italia per la sua grande densità di popolazione e per la
ristrettezza del suo territorio, è costretta ad esportare merci e
uomini. Ora l'emigrazione veniva dopo la guerra a essere
ridotta al minimo, dalla crise di quasi tutti i mercati, il com-
mercio perdeva le sue correnti, che erano stato il frutto di
una lunga e lenta formazione, sopra tutto nell'Europa centrale.
Ma avveniva anche che, poco dopo la guerra, l'Italia, se-
guendo l'esempio non lodevole degli altri stati continentali
si spingeva sempre più nella via di un esagerato protezionismo.
L'on. Nitti, ministro del Commercio avea nominato nel
191 3 una commissione che dovea preparare le tariffe doganali;
nel 191 7 per le condizioni determinate dalla guerra si ricorse
a una nuova commissione, la quale fece proposte in senso
nettam ente protezionale .
Il 9 giugno 1921, senza che ve ne fosse alcuna necessità,
il Governo del tempo senza il voto del Parlamento mise in
vigore una tariffa per decreto catenaccio. In seguito alla legge
dei pieni poteri accordata al Governo per tutto l'anno 1923 è
diventata esecutiva una tariffa doganale, che non rappresenta
punto il risultato di una coordinazione avveduta degl'inte-
In complesso, la partita attiva del bilancio dei pagamenti fra l'Italia e
l'estero supererebbe lire 1,100,000,000 in tondo. Le partite passive, cioè
le somme che l'Italia ogni anno manda all'estero, sono calcolate in 133
milioni, risultanti dai pagamenti del tesoro all'estero per servizi dei debiti
pubblici ; dall'impiego di capitali stranieri neUe industrie e nelle imprese
di varie specie esercitate in Italia ; dalle somme, onde l'ItaUa, per interessi
ed ammortizzaziom', è tributaria all'estero per azioni, obbligazioni, car-
telle fondiarie, ecc. Dall'attivo di iioo milioni, detratti 135 milioni di
passività, restano a nostro favore 965 milioni, piuttosto più che meno, per
fronteggiare il disavanzo mercantile. Stringher: Stc la Bilancia dei
pagamenti fra l'Italia e VEstero, Roma, 1912.
È opportuno ricordare che il Commissario generale delV emigrazione,
nella veramente notevole Relazione per l'anno 1909-910, per minute in-
dagini, ritiene che le rimesse de nostri emigrati « non si possano fare ascen-
dere, in condizioni normah, ad un ammontare inferiore ai 500 milioni al-
l'anno » (pag. 396). Il prof. Francesco Coletti in una Nota, che
è in appendice alla Memoria citata dello Stringher, (pp. 43-47) cal-
cola a 500 milioni, in complesso, le rimesse degli emigranti per il 1907.
624 SCIENZA DELLE FINANZE [LIBRO II.
ressi nazionali, ma piuttosto una esagerata tendenza di alcuni
ceti industriali.
La tariffa in vigore contiene i dazi che la commissione del
191 7 avea proposti, ma con l'aggiunte di numerose voci spe-
ciali e con cosi detto coefficiente di maggiorazione, che eleva
praticamente i dazi in forma assai grave : elevazione resa
maggiore dal fatto che i dazi doganali devono essere pagati in
oro (praticamente in certificati doganali, che seguono il prezzo
dell'oro) e il prezzo dell'oro è altissimo per la svalutazione
della moneta di carta. Le voci della vecchia tariffa erano 472,
quelle della nuova 953, cioè più del doppio ; ma le sottovoci
sono poco meno di 30 mila. Molto probabilmente questa ta-
riffa si rivelerà non solo un errore costituzionale, ma anche,
ciò che sotto alcuni aspetti è peggio, un errore economico.
Nell'anno che precedette la guerra, nel 191 3, l' Italia avea
un commercio estero di poco oltre 6 miliardi : 3639 milioni
di importazioni e ;2.503 d'esportazioni. Piccolo commercio per
un paese così popoloso : ma che rappresentava già un pro-
gresso notevole e compiuto traverso difi&coltà assai gravi *.
* Commercio dell'Italia in milioni di lire :
1862
1872
1882
1887
1892
1897
1902
1905
1910
1911
1913 •
Per effetto della guerra l'Italia ha ridotto notevolmente le erportazioni
€ sviluppato notevolmente le importazioni (sopra tutto s 'intende tenendo
conto dei valori doganali per il mutato valore della lira) .
Lasciando stare le importazioni e le esportazioni durante la guerra in
cui il disquilibrio è stato necessariamente enorme ed è durato e dura tuttora,
nel 1920 le importazioni sono state 15,862 milioni e le esportazioni 7,803
Importazioni
Esportazioni
830
577
963
1,167
1,332
1,155
1,689
1,109
1,217
1,012
1,200
1,223
1,775
1,472
2,078
1,707
3,245
2,079
3,389
2,204
3,637
2,503
CAP. XXI.] LA POLITICA DOGANALE ITALIANA 625
La politica doganale degli Stati Uniti di America meriterebbe
da sola un lungo studio. Gli Stati Uniti, che fra i paesi civili
possiedono la più bella e immensa estensione di terre coltiva-
bili, ottima rete di fiumi ed eccellente distribuzione di acque,
immensi depositi minerari di gran lunga maggiori di quelli
dell'Inghilterra e, a differenza della Gran Brettagna e della
e nel 1921 : le importazioni sono state di circa 20 miliardi e le esporta-
zioni di circa to.800 milioni (cifre non definitive).
La massa dei debiti che l'Jtalia ha contratto con l'estero, la differenza
fra le importazioni e le esportazioni e l'abbondante circolazione sono la
causa dei cambi molto elevati. Il disquilibrio della bilancia commerciale
non può essere pagato con le rimesse degli emigrati e con le spese, ormai
esili, dei forestieri.
Del resto la situazione di crise è comune a molti dei paesi usciti dalla
guerra e nei paesi vinti la depressione è assai profonda.
Per calcolare l'incremento del commercio generale (importazioni e espor-
tazioni di merci) italiano, dal 1871 al 1910, per medie quinquennali, e, in
fine per anni singoli, è bene procedere col metodo dei numeri-indici. Si
suppone uguale a 100 la media del 1° quinquennio, e si traducono le cifre
dei quinquenni o degli anni posteriori in cifre relative alla media quinquen-
nale 1871-7*5, uguale a 100.
Cifre assolute Cifre relative
MEDIA Totale Imp. Esp. Totale Imp. Esp.
(milioni di lire)
1871-75 2,255 1,181 1,973 100,- 100,- 100,—
1876-80 2,257 1,189 1,067 100,1 100,7 99,4
1S81-85 2,411 1,306 1,104 106,9 110,6 102,9
1886-90 2,344 1,389 954 103,9 ^^7,7 88,9
1891-95 2,127 1,154 972 94,3 97,7 96,6
1896-900 2,621 1,398 1,223 116,3 118,4 ii3>9
1901-905 3,347 1,829 1,517 148,4 154,9 141,4
1906-910 4,836 2,933 1,906 224,6 248,3 176,6
ANNI
1906 4,420 2,514 1,905 196,- 212,0 177,5
1907 4,829 2,880 1,948 214,1 243,9 181,5
1908 4,642 2,913 1,729 295,8 246,6 161,0
1909 4,978 3,111 1,866 220,7 263,4 173,9
1910 5,325 3,245 2,079 236,2 274,7 193,7
Nel periodo considerato, le importazioni passavano da 100 a 274,7 ;
le esportazioni da zoo a 193,7 ; il commercio totale da 100 a 236,2. Nel
626 SCIENZA DELLE FINANZE [LIBRO II.
Germania, anche immense cadute di acqua, capaci di svilup-
pare energie elettriche di straordinaria potenza, gli Stati Uniti
non potevano essere soltanto un paese agricolo, ma dovevano
aspirare ad avere il più grande sviluppo industriale. Ciò non
era o non pareva possibile se non attraverso una fase di pro-
tezionismo industriale. Così, abbandonata la politica liberale,
nel 1871 e nel 1874, gli Stati Uniti iniziarono il movimento
protezionista, che si accentuò nel 1883 e si completò nel 1890
discorso col quale inaugurava l'Esposizione intemazionale dell'industria
e del lavoro in Torino, ai 29 aprile 1911, il Ministro di Agricoltura poteva
dire : « Tutti gl'indici dell'attività economica segnano un progresso con-
tinuo. L'indomani dell'unità costituiva grave preoccupazione un piccola
sbilancio commerciale ; oggi che i valori del commercio internazionale
sono più che quadruplicati, uno sbilancio di oltre milleduecento mihoni
si salda assai agevolmente. Anche industrie le quali trovavano difficoltà
di sviluppo si sono formate e progrediscono, e alcune si sono nobilmente
affermate sul mercato mondiale. Poche industrie appena potettero com-
parire alla prima festa del lavoro italiano a Firenze, nel 1861 ; e come par
dimessa la veste di allora di fronte allo imponente edifìcio industriale che
qui l'Italia ha eretto per cimentarsi nel confronto coi progressi delle altre
nazioni ! L'industria cotoniera nel 1862 non lavorava nelle filature ita-
liane più di centocinquantamila quintali, mentre ora già ne raccogUe due
milioni ; anche l'industria della seta, che è tradizione italiana, ha fatto
passi da gigante. Nel 1860 la produzione di seta greggia superava appena
il milione di chilogrammi ; ora siamo intomo ai sei milioni. A questi e ad
altri indici sicuri di progresso industriale e commerciale fa complemento
orgoglioso il progresso della produzione agricola, che ascendeva nel 1860
appena a tre miliardi, vale a dire ad un prodotto medio di 124 lire per
ettaro, mentre raggiunge ora già i sette miliardi, con un prodotto medio
per ettaro più che doppio, e cioè di circa 260 lire. La produzione indu-
striale ed agricola , non più ormai di questa o quella regione , bensì del-
l'Italia tutta, col suo progredire incessante, trova riscontro nel continuo
sviluppo del traf&co intemo ed esterno ». Ed a conforto di queste affer-
mazioni , il Ministro richiamava l'attenzione sui principah indici del
movimento economico italiano, durante l'ultimo cinquantennio, che sono
pubblicati in Appendice a quel discorso. Confronta : Discorso pronunziato
dalVon. N i 1 1 i. Ministro di Agricoltura, per l'inaugurazione dell'Esposi-
zione di Torino, Roma Bertero, igii, pp. 13-64. La guerra ha tatto sor-
gere o sviluppare molte industrie, che però sono in buona parte già cadute-
per il loro stesso carattere e per i corsi di produzione : alcune industrie
si sono allargate, molte si sono ridotte. In generale la produzione indu-
striale è diminuita come dimostra il consumo delle materie prime più fon-
damentali.
CAP. XXI.] LA POLITICA DOGANALE NORD-AMERICANA 02/
con i famosi bills di Mac Kinley. Alla Tariffa Mac Kinley
{Mac Kinley act) del 1890, succedettero il Wilson act del 1894
e il Dingley act del 1897. La trasfonr azione industriale degli
Stati Uniti, resa facile da condizioni naturali vantaggiosissime,
è stata enorme. ^
Ai 15 marzo 1909, il Presidente Taft convocava, in sessione
speciale, il Congresso e, ai 16, presentava un breve Messaggio
per chiedere una revisione della tariffa doganale, che « assi-
curasse una protezione uguale alla differenza esistente fra il
costo di produzione all'estero e il costo di produzione nel-
l'Unione ^>, che fornisse entrate nuove e che servisse da op-
portuno mezzo di rappresaglia. Ai 17 (nel Nord-America si
corre assai) era presentato il progetto di legge, che fu detto
Payne Tariti Bill. La Payne Tariff proponeva riduzioni sul
ferro e l'acciaio, franchigie per gli strumenti agricoli, un diritto
di 8 cents sul thè ed aumenti su altre voci. La caratteristica del
Payne Tariff Bill era nelle rappresaglie proposte : tariffa mas-
sima più alta, in genere del 20%, della tariffa Dingley, da
applicarsi automaticamente ai paesi che non accordassero alle
esportazioni dall'Unione nord-americana il trattamento della
nazione più favorita ; estensione del principio dei diritti com-
pensatori e via dicendo. Durante la discussione, furono scartati
i diritti sul thè, ma il Payne Tariff Bill fu adottato. La tariffa
generale approvata dal Congresso era in media di 1% più alta
di quella Dingley. Approvata dal Congresso, la Tariffa fu portata
al Senato. Quivi il senatore Aldrich presentava un Aldrich
Tariff Bill, chiedendo fosse sostituito a quello Payne, approvato
già dalla Camera, lu' Aldrich Bill proponeva una tariffa massima
più elevata del 25% di quella Dingley e una generale che la
seguiva assai da vicino. Nella discussione molte modifiche fu-
rono concordate, e la Tariffa Aldrich fu vivamente attaccata,
appunto perchè troppo simile a quella Dingley. Ad ogni modo
una nuova tariffa (che prese il nome di Tariffa Payne Aldrich)
fu votata ai 5 agosto 1909. La tariffa generale andò subito in
vigore, quella massima fu protratta ai 31 marzo 1910. In virtù
della tariffa massima, dazi differenziali del 25% saranno im-
posti alle merci dei paesi che facciano ai prodotti americani un
trattamento differenziale sfavorevole. Il Presidente degli Stati
628 SCIENZA DELLE FINANZE [LIBRO II.
Uniti deve giudicare se' esiste o non questo trattamento diffe-
renziale sfavorevole : se non esiste deve proclamarlo ; ove esi-
sta si applica automaticamente la tariffa differenziale nord-
americana. La tariffa generale Payne-Aldrich è in media più
alta di 1,10% di quella Dingley, ed è gravemente protettiva :
quella cnrferenziale è proibitiva affatta *.
La Payne Adrich tariff ha raggiunto l'effetto desiderato di
procurare maggiori entrate ? Applicata ai 6 agosto 1909, nel-
l'anno finanziario chiusosi ai 6 agosto 1910, le dogane davano
quanto mai aveano per lo innanzi dato : le merci entrate in
franchigia erano solo il 49,15 % del totale, invece del 53 %
quanto erano sotto l'impero della tariffa Dingley. Sembra pe-
rò che al maggiore introito delle dogane abbia contribuito il
rush degli importatori che si affrettarono a introdurre nel paese
merci in grande quantità, prima che entrassero in vigore i di-
ritti più elevati f . Per quanto la tariffa generale Payne-Aldrich,
non si distacchi molto da quella Dingley, il paese, specialmente
le classi popolari, fu scontento e i repubblicani pagarono nelle
elezioni, il fio di averla votata. Una maggioranza di democra-
tici e di progressivi fu mandata al congresso, la quale si è im-
pegnata, nei Comizi, alla riduzione delle tariffe. Convocato il
Congresso, democratici e progressisti si misero all'opera, co-
minciando col ridurre dal 44% al 29 % ad valorem i dazi sul-
le lane. Il presidente Taft oppose il suo veto e annullò la ridu-
zione. Lo stesso avvenne in seguito per gh sgravii votati dal
Congresso sui cotoni, sui prodotti chimici, sul ferro e sull'ac-
ciaio, nell'agosto del 1911, e subito annullati da Taft.
Gli Stati Uniti che non ne hanno punto bisogno hanno
conservato tariffe protezioniste : anche le tariffe introdotte
dopo la guerra e le disposizioni doganale sono inspirate a cri-
teri di protezionismo.
Gli Stati Uniti aveano prima della guerra, una posizione
eccezionalmente importante ; hanno dopo la guerra una si-
* Confr. Bogart: Cronique financières (États-Unjs), in Revtie de
Sciente et Législation fifiancières, del 1909, pp. 600-604.
t Conf. Bogart: Cronique financières [Écats-Unis), in Revue de Science
et Législation financières del 191 1, pp. 103-104.
CAP. XXI.] LA POLITICA DOGANALE NORD-AMERICANA 629
tuazione di così grande superiorità da esercitare il controllo
di molte materie prime.
Se prendiamo le otto materie prime più fondamentali (ce-
reali, lana, cotone, carbone, petrolio, ferro) troviamo gli Stati
Uniti di America in situazione eminente prima della guerra
in situazione di vera egemonia dopo la guerra. Le cifre rac-
colte e pubblicate dalla società delle nazioni sono veramente
impressionanti.
Ora gli Stati Uniti sono nello, stesso tempo il più gran paese
industriale e il più gran paese agricolo, e non è lontana l'ora
in cui sentiranno il bisogno di un libero scambio completo non
avendo più nulla a temere e ogni concessione liberale potendo
essere loro di vantaggio *.
Da quanto si è detto finora risulta che prima della guerra
i grandi paesi dell'Europa moderna non consideravano il li-
bero scambio o il protezionismo come forme economiche pure,
come tipi da raggiungere. Ma, ciascuno cercava con quei mezzi
di politica finanziaria che riteneva più adatti, di sviluppare
il più grande numero di risorse possibili : ciascuno sentiva la
* Commercio degli Stati Uniti di America in milioni di dollari.
Importazione Esportazione
1790 23 20
1820 74 69
1850 173 144
1870 435 392
1880 667 835
1890 789 857
1895 731 807
1898 6i6 1.231
1900 849 1.394
I9<^i 825 1.487
1905 1.117 I-49I
1911 1.527 2,291
1914 1.892 2.461
1919 3.095 7.074
1920 5.238 6.756
Data la diminuita capacità di acquisto dell'Europa gli Stati Uniti di
America tendono sopra tutto a sviluppare il loro immenso mercato intemo.
Nitti. 41 '
630 SCIENZA DFXLE FINANZE [LIBRO II.
necessità di una grande industria nazionale e per ragioni de-
mografiche e per la sua conservazione futura, non rinunziava
a proteggere l'agricoltura dalla concorrenza dei paesi nuovi.
Si affermava in tutti una tendenza sempre più manifesta di
equilibrare la produzione al consumo. Mentre non vi era
quasi in nessuna parte, un vero ritorno a quelle pratiche libe-
riste, che mezzo secolo fa paxeano sacre, e tali ancora son dette
da non pochi economisti, si accentuava il bisogno verso grandi
accordi internazionali, intesi a regolare gli scambi e quindi la
produzione all'interno di ciascuna nazione nel modo più vantag-
gioso. Era non già un sistema assoluto (vi sono mai nella pratica
sistemi assoluti ?) di libertà o di protezionismo ; ma qualche cosa
di mezzo ; ma l'accprdo per evitare i contrasti più aspri e nello
stesso tempo lasciare la produzione di ciascun paese sempre
nel bisogno di lottare.
Ma, dopo la guerra, avendo i trattati di pace voluto non
già realizzare i principi di nazionalità, di autodecisione e di
democrazia, ma deprimere i vinti é disordinare la loro vita
intema, il commercio- intemazionale si è fortemente para-
lizzato. Le cifre del commercio attuale, ridotte in oro, indicano
una profonda depressione : sono diminuiti gli scambi, come
è diminuita la produzione. La guerra ha prodotto dal punto
di vista economico assai minore danno dei trattati di pace.
È difficile dire quanti stati vi sono in Europa ; in molte parti
i nuovi stati sono creazioni arbitrarie. Ora ognuno ha svi-
luppato forme di protezionismo esageratissime. D'altra parte
i cambi elevatissimi limitano ogni commercio internazionale
e la loro instabilità è più dannosa della loro elevazione. Il
commercio internazionale diventa spesso una speculazione
rischiosa : si compera a un cambio, non si sa a che cambio si
possa vendere. Gl'importatori temono ogni diminuzione dal
giorno dei loro acquisti ; gli esportatori si rallegrano di ogni
aumento. La Germania era il più grande regolatore e anche il
più grande calmiere della produzione continentale e al suo
sforzo e alla sua organizzazione si doveano sopra tutto i bassi
prezzi. Ora all'interno di ogni paese si creano monopoli di fatto,
fra le tariffe doganali protezioniste, gli alti cambi e la mancanza
di una vera concorrenza.
CAP. XXII.] IMPOSTE SULLA FABBRICAZIONE 63 1
Questo periodo di disordine si potea facilmente prevedere :
ma ha superato in realtà le previsioni più pessimiste.
XXII.
Le imposte sulla fabbricazione, sulla vendita
e sul consumo di merci.
179. Le imposte indirette assumono, abbiam detto, fonre
diversissime : ma oltre i dazi di dogana, principale importanza
hanno le imposte sulla fabbricazione e sullo spaccio, i dazi sul
consumo, le privative fiscali. Hanno minore importanza nei
bilanci moderni le imposte di riscossione immediata.
Una forma, in apparenza almeno, semplice, è quella delle
imposte di fabbricazione. Vi sono merci di largo consumo che
si fabbricano, in generale , in pochi siti : invece di colpire il
consumo si colpisce preferibilmente la fabbricazione. Qualche
volta ciò può essere una economia di spesa, una semplifica-
zione, più spesso ancora si preferiscono queste imposte per la
loro semplicità e perchè non mettono gli agenti del fisco in
diretto contatto con i consumatori.
Le imposte sulla fabbricazione sono d'origine assai recente ;
quando l'industria non era ancora accentrata doveano riescire
di impossibile applicazione. Non mancavano bensì prima in
qualche paese imposte sullo spaccio, o imposte generali di
fabbricazione, che colpivano ogni produzione*.
* In Spagna esistevano \alcavala, che colpiva tutte le vendite imobiliari
delle merci in vendita e la bolla, che colpiva nell'interno stesso delle mani-
fatture i prodotti labbricati. Adamo Smith attribuisce in gran parte al-
Valcavala le cause deUa decadenza spagnuola. Ma a quante cose questa
decadenza è stata attribuita ! Alcuni hanno voluto vederne la causa nei
gesuiti, nella inquisizione e nell'educazione clericale ; altri, nell'accentra-
mento di ogni potere ; altri nella scoperta dell'America e nelle cattive abi-
tudini derivate dalla grandezza coloniale ; altri nello sviluppo delle grandi
fortune da una parte e nell accattonaggio dall'altra ; chi in una cosa e chi
in un'altra. Tutti coloro che studiano un solo lato di un grande problema
non tengono mai presente la complessità dei fenomeni della vita sociale.
Certo Valcavala dovè essere molto dannosa se perfino una grande regina
di Spagna, nel suo testamento, ne consigliava ai successori l'abolizione.
632 SCIENZA DELLE FINANZE [LIBRO II.
Ma fra le vecchie e le nuove imposte sulla fabbricazione esi-
ste una differenza profonda. Quando i consumi erano scarsi
(e sono ancora in non pochi paesi) si colpivano i generi di prima
necessità con le imposte indirette : sopra tutto la fabbricazione
del pane. In Italia è esistita lungamente una imposta estrema-
mente vessatoria, che si chiamava appunto il macinato : in
ogni molino gli agenti del fìsco colpivano la trasformazione
del grano in farina. Il numero dei molini era grandissimo : la
riscossione risultava penosa, mancando mezzi di facile con-
trollo e trovandosi quasi sempre gli agenti del fìsco in diretto
contatto con i piccoli consumatori, che difendevano giusta-
mente il primo elemento della nutrizione popolare *. Queste
forme quasi selvagge di imposizione sono abbandonate ora-
mai anche nei paesi meno ricchi : e in generale si tende a col-
pire alcuni generi non indispensabili e a cui produzione è ac-
centrata , come per esempio, la fabbricazione dello zucchero
dell'alcool, della birra, ecc.
Le imposte sulla fabbricazione, per essere convenientemente
applicate, richiedono che la produzione sia accentrata in pochi
punti e in intraprese di facile sorveglianza : si applicano, o
alle materie prime, o ai prodotti lavorati.
In questa materia, i sistemi di accertamento e di riscossione
hanno una importanza anche maggiore ehe in altre. Le esigenze
fiscali non devono ostacolare i progressi delle industrie : e né
meno gli accertamenti avere carattere di arbitrarietà. D'ordi-
nario, le imposte di fabbricazione si riferiscono a industrie, le
quali si svolgono in limiti definiti e per cui, quindi, la tassazione
non trova ostacoli ehe altrimenti troverebbe. Spesso, anche le
imposte di fabbricazione hanno non soltanto un'azione fiscale :
ma servono come correttivo dei dazi esterni di dogana. Così
accade .per lo zucchero. Vi sono alcune merci che non potreb-
bero essere prodotte in monopolio dallo Stato senza grave
danno, che sfuggirebbero assai spesso alle licenze e ai dazi sul
consumo e che si preferisce quindi colpire con imposte di fab-
* Negli ultimi anni però i metodi di riscossione e di controllo si erano
perfezionati e il macmato sarebbe entrato nelle abitudini senza grandi
difl&coltà.
CAP. XXII.] IMPOSTA SULLA FABBRICAZIONE 633
bricazione. Ma è la natura stessa dei prodotti che determina
le forme differenti di imposizione.
Imposte di fabbricazione è forse termine impreciso : forse
sarebbe meglio dire imposte sulla produzione.
Di fatti qualche volta non si colpisce la trasformazione della
materia prima (come il grano in farina ; la barbabietola in
zucchero, ecc.) ma a dirittura la produzione.
In alcuni paesi vi sono, come in Italia, speciali imposte sul
vino : o si colpisce la quantità di uva o di vino ottenuta, o si
colpisce la superfìcie coltivata a viti. Dove non vi è monopolio
del tabacco, si colpisce la superfìcie coltivata a piante di ta-
bacco.
Si colpisce in altri paesi non il consumo, ma la produzione
del gaz luce e della energia elettri ea per riscaldamento ed il-
luminazione.
Vi sono paesi in fine che hanno colpito, per le necessità de-
rivanti dalla situazione finanziaria dopo la guerra, anche la
produzione di merci che sembrano adatte a questo genere di
importazione: i saponi, le acque minerali, i tessuti, i guanti,
i fiammiferi, le polveri piriche ecc.
180. Sono soggette in molti paesi alla imposta sulla fab-
bricazione, e in generale si prestanò meglio a questa forma tri-
butaria, alcune merci di grande consumo e che non rispondono
in generale a bisogni di prima necessità : l'alcool , lo zucchero
la birra, ecc.
L'alcool in alcuni paesi è monopolio di Stato ; e si verifica
dovunque una spiccata tendenza verso la forma di monopolio.
Dove non vi è monopolio vi è imposta sulla produzione. In
Italia, con decreto di catenaccio dei 21 settembre 1910, la tassa
intema di fabbricazione degli spiriti fu portata da Hre 200 a
lire 270 per ogni ettolitro di alcool anidro, alla temperatura
di gradi 15' 56 del termometro centesimale. Dopo quella del-
l'alcool fra tutte le imposte di fabbricazione, primeggia per
importanza quella dello zucchero.
La legislazione dello zucchero è fra le più complicate ed è
tuttavia in mutazione frequente. Lo zucchero costituisce ora-
mai uno dei più grandi prodotti di consumo. L'uso, che prima
era relativamente scarso, si va sempre più generalizzando.
634 SCIENZA DELLE FINANZE [LIBRO II.
Pochissimi prodotti possono vantare una progressione di con-
sumo come lo zucchero. L'Italia soltanto sembra fare eccezione
a questa regola quasi generale ; il consumo dello zucchero in-
fatti, per le alte tariffe doganali e le elevate imposte di fabbri-
cazione, si è mantenuto quasi stazionario ! In altri paesi, dove
lo zucchero costa la metà o un terzo o anche assai meno che
non costi in Italia, invece, il consumo medio individuale dello
zucchero è cresciuto rapidissimamente. Or chi sappia quanta
utilità abbia lo zucchero per l'economia dell'organismo non
può non impensierirsene. L'altissimo prezzo del sale e il de-
bole consumo dello zucchero, due fatti che dipendono da cause
esclusivamente fiscali, sono se non di pari gravità, almeno
due cose ehe in Italia non possono non preoccupare *.
Dato l'aumento crescente della produzione dello zucchero,
ora che la più gran parte di esso non viene dalla canna, ma dalla
barbabietola, si comprende come in tutti i paesi la imposta
sullo zucchero sia stata considerata come un grande cespite
di entrata : è una imposta ehe, come ha detto sir Stafford
Nortchote, è divenuta l'eroe di tanti bilanci e il tormento di
tanti ministri. Non è piccolo problema (e non è questione ri-
soluta definitivamente in alcun paese) quello di conciliare
* In Italia le imposte di fabbrica/.ione anche prima della guerra erano
moltissime. Esse colpivano la fabbricazione degli spiriti, deUa birra, delle
acque gassose, delle polveri e altre materie esplosive, della cicoria prepa-
rata, dello zucchero indigeno, del glucosio, dei fiammiieri ; la rettificazione
degli oH minerali greggi e la estrazione degli oli minerali di resina, di ca-
trame e di ogni altra materia : la fabbricazione dell'olio di seme di cotone ;
la produzione del gaz luce e della energia elettrica : la fabbricazione del-
l'acido acetico puro e la rettificazione dell'acido impuro. Erano dunque
già tante che comprendevano quelle che si trovano nella maggior parte
degli altri paesi Le più notevoli imposte di fabbricazione, dopo quelle
dell'alcool e sugli zuccheri, erano quelle sul gas e sulV energia elettrica (0,02
per ogni m.3 d- gas luce proveniente dalla distillazione del caibone ; 0,08
per ogni m.3 di gas luce proveniente dalla distillazione di oli minerai ,
eccetto pel gas prodotto pei consumi pubblici ; e L 0,60 per ogni cttowat
ora di energia e ettnca) • l'imposta sui fiammiferi (un centesimo per ogni
30 fianmiiferi fini ; un centesimo per ogni 60 fiammiferi comuni ; un cen-
tesimo per ogni tre fiammiferi ascendi-scale), quella sulla birra (L. 1,20
per ettol. mentre il dazio doganale è di tre lire), quella sul glucosio ecc. Dopo
la guerra quasi tutte le antiche imposte di fabbricazione sono state au-
mentate e molte nuove aggiunte.
GAP. XXII.] IMPOSTE SULLA FABBRICAZIONE 635
in questa materia gl'interessi della industria e quelli del fisco :
coordinare le imposte di fabbricazione e i dazi di confine in
modo che non vi siano impedimenti dannopi da una parte,
ma né meno extraprofitti immeritati dall'altra. La Germania,
avea prima della guerra il primo posto nella industria dello
zucchero, ha determinato con i suoi ordinamenti fiscali in
non poca parte lo svolgersi rapido e potente di tale industria.
Isella determinazione della imposta sulla fabbricazione dello
zucchero si sono seguiti da prima criteri esteriori e indiziari e
poi, solo assai più tardi, l'imposta ha cercato di seguire una
via meno empirica. Quasi dovunque si è colpita da principio
la materia prima e più tardi soltanto si è giunti a colpire il
prodotto. La grande difficoltà, è, nel coordinare il regime do-
ganale alle imposte dì fabbricazione. Da una parte non è pos-
sibile riconoscere che senza un regime doganale adatto è assai
difficile che una industria saccarifera nazionale possa sorgere.
Dall'altra le imposte sulla fabbricazione dovrebbero correggere
le ingiustizie derivanti dalla protezione . Drawhacks , sovra
tasse, premi, accordi internazionali, tutto, si può dire, è stato
tentato in questa materia, che è certamente una delle più com-
plicate in materia d'imposizione e in materia di dogane *.
La corsa ai premi, agli incoraggiamenti artificiali alla produ-
zione interna fu frenata dalla convenzione di Bruxelles, dei
5 marzo 1902. In tale convenzione (intervenuta fra l'Italia,
l'Austria Ungheria, il Belgio, la Francia, la Germania, la Gran
Brettagna, i Paesi Bassi, la Spagna, la Svezia e la Norvegia)
si soppressero i premi diretti e indiretti alla produzione ed
eàportazione dello zucchero. Fu imposto il regime dei depo-
siti doganali sotto sorveglianza alle fabbriche e raffinerie ; fu
limitata la sopra tassa e imposto alla importazione un diritto
* Cfr. E 1 1 e n a : / tributi sullo zucchero e sugli spiriti Dell'Archivio di
statistica, Roma, 1878 Wolfi: Die Zuckersteuer. etc. Tubfngen 18S2
<^strattoj ; B i v o r t : Législalion des sucres en France et dans les princi-
Puux pay% étr anger s, Paris, 1885, 5. ed., Paasche: Zucker industrie
und Zuckersteuer, 1894; (estratto) e die Zuckerproduckunder We.U, Leipzig.
iyo5 , Stringher: Lo zucchero nella legislazione internazionale, Roma,
1899 (estratto) , Truch y : La notivelle législation des sucres in Revue de
Science e Législuti^t financtères de! 1903, p 225 e La Convention sucriere
df 1907, nella stessa Rivista, i>jo8. p 483.
636 SCIENZA DELLE FINANZE [LIBRO II.
non minore dell'ammontare dei premi diretti e indiretti ac-
cordati nel paese di origine. Però a questi vincoli non sono
tenute la Spagna, l'Italia e la Svezia fino a tanto che non espor-
teranno.
La convenzione del 1902 fu completata dall'atto addizio-
nale dei 28 agosto 1907 relativamente all'Inghilterra, la quale
volle essere liberata dall'obbhgo di colpire, con una sovratassa
uguale al premio, gli zuccheri che godono premi nei paesi di
origine ; gli altri Stati contraenti si sono impegnati a non con-
tinuare ad accordar premi. Col protocollo dei 19 decembre
1907, aderiva alla Convenzione di Bruxelles anche la Russia,
impegnandosi, pur conservando il suo regime fiscale degli zuc-
cheri, a non garentire ai suoi produttori vantaggi maggiori
del prezzo massimo di vendita del mercato intemo e a. limi-
tare la quantità di zucchero da esportarsi con restituzione o
esenzione delle imposte sul consumo intemo. Il nuovo regime
degli zuccheri obbligava le potenze contraenti per cinque anni
a partire dal 1° settembre 1908 *.
Le imposte di fabbricazione riguardano come abbiam detto
in generale merci la cui produzione è accentrata : non sono
possibili, anzi, o almeno non sono convenienti, dove questa
condizione non esiste. E per ciò che, oltre quelle accennate,
* Il 4 ottobre 1 910 lo zucchero valeva L. 52,25, il i. luglio 191 1 era salilo
a I.. 56,25, a fine settembre 191 1 il disponibile costava L. 59 a tonnellata.
La produzione della campagna 1910-1911 fu di tonnellate 2,530.231 per la
Germania, d tonn. 1,536,143 per l'Austria Ungheria di tomi. 650.540 per ia
Francia, di tonnellate 284,474 per il Belgio e di toim. 221.359 per l'Olanda
Le altre nazioni hanno avuto una produzione assai limitata, quindi pos-
siamo dire che la produzione europea nel 1910-1911 è stata di tonn 5,272 -
TX^, a CUI si possono aggiungere tonn. 408,423 che corrispondono all'am-
montare delle importazioni d'oltre Oceano. Il consumo dell'Europa con-
tinentale ammontò a tonn. 2,719,762 e le esportazioni sulle quali l'Inghil-
terra ha prelevato la maggior parte di ciò che le bisognava, sommarono
a tonnellate 2,488,509. La Germania, in un brevissimo periodo di anni
si è portata alla testa della produzione di zucchero di barbabietola. Dopo
aver ottenuto, con 469,750 ettari di barbabietole, 2,600,000 tonnellate
di zucchero, essa si apprestava a produrne nel 1911-1912 ancora di più,
con 499,834 ettari di barbabietola Dopo la guerra tutta la produzione
dello zucchero nell'Europa centrale è stata sconvolta per la divisione dei
vari territori produttori e per la situazione politica di molti paesi, fra cui
sopra tutto la Russia.
CAP. XXII.] LE IMPOSTE SUL CONSUMO 637
hanno in generale grande importanza le imposte di fabbri-
cazione sulla birra, sui fiammiferi, sulla produzione della luce
mediante il gaz, l'elettricità e il carburo di calcio, ecc. ecc.
In generale, nei paesi più progrediti, le imposte sulla fabbri-
cazione hanno seguito presso a poco lo stesso cammino. Hanno
cominciato con colpire materie prime necessarie all'esistenza,
il grano nella sua macinazione, le carni all'atto della vendita,
e man mano, sono andate a colpire generi di grande consumo,
ma non strettamente necessari all'esistenza : alcool, zucchero,
birra, polveri piriche, glucosio, fiammiferi, ecc. Si tratta in
generale di industrie che per la loro specializzazione e i loro
progressi di fabbricazione non tollerano monopoli ; ma che ri-
guardano generi di largo consumo. Da principio queste imposte
si applicavano d'ordinario sulle materie prime necessarie all'in-
dustria : ora che i progressi tecnici sono notevolissimi, si ap-
plicano ordinariamente ai prodotti di ciascuna industria.
181. Ma le merci di più largo uso possono essere col-
pite o da imposte di fabbricazione, o quando ciò non sia
possibile, da imposte sulla circolazione o sul consumo. Si può,
o chiudendo con barriere i centri abitati e inducendo coloro
che introducono merci a pagare secondo le tariffe, o colpendo
con speciali imposte i rivenditori e in generale gli spacci di
merci, ecc. Tutte querte imposte però sono generalmente odiose
quando riescono inquisitive. Così in Italia, dove le città sono
custodite da speciali agenti finanziari, l'inquisizione riesce mo-
lesta. Più semplice e più comodo ?istema è colpire le riven-
dite ; così si può spcFSO fare a meno di turbe di agenti fiscali
e di inutili molestie ai contribuenti.
Vi sono due sistemi principali in questa materia : il sistema
francese {octrois) e il sistema inglese (excises). Parecchi stati
non hanno mai avuto dazi «-ul consumo {octrois) sul -modello
francese : ca^ì la Svezia, la Norvegia, la Russia, ecc. ; altri li
hanno avuti e li hanno aboliti : così il Belgio, la Svizzera, la
Danimarca. La Francia e l'Italia soltanto, fra le grandi nazioni,
hanno dazi sul consumo : ma mentre in Francia i dazi sono sol-
tanto locali, in ItaUa alimentano insieme il bilancio dello Stato
e il bilancio dei comuni *.
* I dazi intemi sui consumi {octrois) i quali colpiscono i generi di con-
638 SCIENZA DELLE FINANZE [LIBRO II.
In Francia Voctroi costituisce la base della finanza locale, e
se non è simpatico alle popolazioni e non è rispettabile per i
risultati, è rispettabile almeno per l'età e per la tradizione.
Quando nel 1791 tutte le imposte indirette furono soppresse,
anche Voctrois scomparve. Ma poi, sotto l'altro nome di octroi
municipal et de bienfaisance, fu ristabilito nel 1799. Fu presen-
tato come avente per scopo di venire in aiuto della pubblica
assistenza, e da Parigi fu esteso a tutti i comuni. Nel 1809
furono stabilite cinque categorie, fuori di cui nessun articolo
poteva essere colpito. La legge del 1816 dichiarava che sareb-
bero soggetti ad imposta solo i generi di consumo legale. I
diritti di octrois possono essere aumentati di sovratasse che por-
tano il nome di decime e mezze decime. Gli octrois possono
essere esercitati in regia semplice, in regia interessata e dati
in appalto. La dichiarazione è una formalità obbligatoria. Il
viaggiatore, come del resto in Italia, deve mettere l'impiegato
in grado di verificare se gli oggetti che porta sono sottomessi
all' octroi. In Francia, come in Italia, le spese di riscossione
sono rilevantissime e i dazi intemi sono di non piccolo osta-
colo alla circolazione delle merci e allo svolgersi degli scambi.
Il combustibile e le materie prime destinate agli stabilimenti
industriali e alle manifatture dello Stato, possono essere intro-
dotti senza essere sottopasti a dazio ; sempre che siano destinati
alla produzione. 'L'octroi è stato sempre attaccato dagli econo-
misti come l'imposta che più noccia alla libertà di circolazione,
che è prima condizione della vita economica di un paese. Pure
in Francia, non ostante tutti i tentativi fatti prima e la grande
ricchezza del paese, solo assai tardi, con la legge del 29 de-
cembre 1897, ^ stata fatta una vera riforma degli octrois. Ora-
mai gli octrois, che sono in vigore, cadono principalmente sul-
l'alcool, sui vini, sui commestibili, sui combustibili, sui fo-
raggi, sui materiali di costruzione e su altri oggetti diversi.
sumo nella loro circola/.ione all'interno di uno stesso Stato assumono forme
assai diverse. Erano nei Medio Evo ordinati con varietà grande di criteri:
ma costituivano entrate importanti e spesso assai malefiche allo sviluppo
degli scambi. Sono celebri le riforme fatte in Inghilterr.i nel 1660 ; ed è
celebre quella eseguita nel 1661 da Colbert in Francia.
CAP. XXII.] LE IMPOSTE SUL CONSUMO 639
Le imposte nascono difficilmente : ma, come dicea L. Say,
muoiono più difficilmente ancora.
Dopo la riforma del 1897, gli octrois sono vere imposte lo-
cali sui consumi, possono avere carattere fiscale soltanto, e non
risolversi in dogane locali interne con fini di protezione, si sta-
bili'^cono solo quando un comune non ha come fare altrimenti
fronte alle spese obbligatorie, e devono cadere esclusivamente
sugli oggetti di consumo locale. Gli octrois hanno quindi per-
duta l'importanza che aveano prima della legge del 1897 e danno
ora in complesso assai meno. L' octroi non esi.'^te ormai che nei
comuni importanti, (nel 1909, solo 15 16 comuni, su di un to-
tale di 36225 comuni francesi, il 4, 18%, cioè, aveano octrois) ;
ma dove esiste è la principale entrata locale. Il prodotto totale
dell' octrois è sempre considerevole.
La legge del 1897 autorizzava i comuni a sostituire ai di-
ritti di octrois imposte autonome sul reddito dei capitali, sul
reddito delle professioni, sul valore locativo, licenze municipali
e imposte sulle vetture, sui cavalli ecc. Nel 1910 solo 207 comuni
aveano usufruito di questa facoltà, applicando imposte auto-
nome (sul reddito netto dei fabbricati, sul valore venale dei
fabbricati, sul valore locativo, sui velocipedi, sui pianoforti, di
licenza ecc.)
Le spese di riscossione degli octrois in media (1908) rappre-
sentavano 11,27% dell'entrata lorda. Nel maggior numero dei
comuni (886 su 15 16) gli octrois erano nel 1909 amministrati in
regia semplice. In Italia i dazi interni di consumo sono an-
che più molesti, alimentando insieme la finanza dello Stato e
la finanza locale. Riescono inoltre assai costosi e anche assai
dannosi alla circolazione *.
* La materia del dazio consumo ha dato luogo in Francia a innumerevoli
pubblicazioni. Cfr. tra le tante : 01 ibo : Code des contribuiions indirectes
et des octrois, Lyon, 1878; E. Bonn al : Tratte des octrois, Paris, 1873:
Bamberger: Die A ufhebung der indirekten Gemeindeabgaben in Bel
gien, Holland und Frankreich, Beilin, 1871 ; Wagner: Finanz, pag.
888 e seg.; Bloch: L'octrois 1878. G. de Greef: Les impóts de con-
summation, Paris, 1884 ; A. des Cilleuls: Caractères et diffcrences des
ancicns et nouveaux octrois, Paris, 1885 ; ecc. Qui non si è potuto che ac-
cennate alla antica origine e allo sviluppo degL". octrois in Francia ; ma
senza poter entrare in dettagh sulla loro organizzazione.
640 SCIENZA DELLE FINANZE [LIBRO II.
182. Secondo rordinamento italiano vi sono comuni aperti e
comuni chiusi. I comuni chiusi sono quelli che hanno popola-
zione più numerosa (sono già da gran tempo oltre 200), e in
essi l'entrata di talune merci di più largo consumo è colpita dal
dazio. I comuni aperti, e sono la grandissima maggioranza, non
hanno barriere daziarie ; ma è colpita la vendita a minuto dei
prodotti tassati. In Italia i dazi di consumo sono governativi e
comunali. Il dazio di consumo governativo colpisce merci di con-
sumo generale (come le bevande [vino, vinello, mezzo vino
uva e liquori] le carne suine, bovine ed ovine, il riso il burro,
l'olio, il sego, i semi e i frutti oleiferi e lo zuccjiero) e il dazio
comunale colpisce di preferenza oggetti di consumo locale
(come la birra estera e nazionale, le acque gassose, il pollame,
le uova, la cacciagione e la selvaggina, i latticini, i pesci freschi
e salati, gli erbaggi, le frutta, i foraggi, le conserve, i coloniali,
i commestibili, le materie grasse, la profumeria, la carta, i ve-
tri, i metalli ed i materiali di costruzione, il mobilio, la neve
ed il ghiaccio). Ma i comuni hanno, per effetto della legge del
3 luglio 1864 e di leggi seguenti, il diritto di mettere dazi ad-
dizionali sui generi colpiti dal dazio governativo. I comuni pren-
devano prima, poco meno della metà di tutte le loro entrate
dal dazio di consumo ; ora, dopo la legge 23 gennaio 1902, che ha
abolito il dazio sulle farine, sul pane e sulle paste ricavano as-
sai meno.
La legge del 3 luglio 1864 disponeva che fossero colpiti dal
dazio governativo il vino, i liquori, le carni, concedendo ai co-
muni di aggiungere quote addizionali in loro vantaggio fino al
limite del 40%. Potevano inoltre i comuni stabilire dazi su
altri generi commestibili, determinati uno per uno, e ciò fino
al massimo del 10% del loro valore medio dell'ultimo quin-
quennio ; ma, subito, il decreto legislativo del 28 giugno 1865,
mentre ribassò dal 40 al 30% della tariffa governativa il dazio
addizionale dei comuni, estese il dazio governativo anche alle
farine, al riso, agli oli, al burro, al sego, allo strutto, e allo zuc-
chero. In seguito si continuò sulla stessa via dannosa di con-
cedere allo Stato ciò che si toglieva ai comuni e a mettere dazi
nuovi. La legge 11 agosto 1870 allargò notevolmente i diritti
dei comuni in materia di dazi di consumo : accordò loro per-
CAP. XXII.] I DAZI DI CONSUMO IN ITALIA 64I
fino di tassaxe, previo decreto reale, merci non contemplate
dalle leggi *. Nell'ordinamento italiano il dazio comunale
si estende a tutte le merci non colpite da dazio governativo ;
mentre quest'ultimo riguarda merci tassativamente indicate
dalle leggi.
Vi sono ora comuni aperti e comuni chiusi ; la tendenza però
è ad abolire le cinte daziarie ; quindi le recenti leggi hanno a-
gevolata la trasformazione dei comuni chiusi.
E' evidente che, nell'ordinamento attuale, il dazio è sempre
più grave nei comuni chiusi, anche quando le tariffe non sono
molto elevate. Invece ne' comuni aperti gli spacci e le rivendite
sono colpiti sempre con scarsa approssimazione. Da questo
deriva che nell'Italia settentrionale e nella centrale, ove è po-
polazione sparsa in assai maggior misura, e dove quindi gran-
dissimo è il numero dei comuni aperti, mentre il consumo per
la maggior ricchezza è assai più grande che non sia nell'Italia
meridionale, il dazio è meno aspro. E non solo agli effetti del
dazio governativo ; ma anche, per quanto riguarda la finanza
locale, la prevalenza del dazio di consumo è assai mag-
giore nei paesi a popolazione agglomerata. Si noti che, nel caso
del dazio di consumo, la minore educazione politica, il minore
sviluppo e la minore coscienza delle classi popolari fanno si
che nel Mezzogiorno i dazi di consumo siano quasi la base della
finanza locale ; mentre hanno importanza relativamente assai
* La legge del i866 divideva i comuni in quattro classi • a) di prima
classe sono quei comuni che hanno una popolazione agglomerata di oltre
50 mila abitanti ; b) di seconda classe, quelli che hanno una popolazione
agglomerata da 20 mila a 50 mila abitanti ; e) di ter-r.a classe quelli che
anno una popolazione agglomerata da 8 mila a 20 mila abitanti • d) di
quarta classe sono infine quei comuni che hanno una popola/ione agglo-
merata inferiore a 8 mila abitanti.
I comuni di quarta classe sono dichiarati aperti, cioè pagano in base
alle imposte sulla vendita al minuto dei prodotti colpiti. Le frazioni dei
grandi comuni posti fuori dell'abitato sono agli effetti della legge consi-
derati come comuni aperti. Comuni chiusi sono tutti quelli delle tre prime
categorie. Nei comuni chmsi vi è una cinta daziaria, ove tutte le prime
merci indicate dalla tariffa vengono colpite al loro passaggio , nei comuni
aperti, come si è visto, i generi non si presentano alla visita daziaria ma
quando sono messi in vendita, vengono colpiti dai dazi ; e quindi gli eser-
centi riversano a lor volta il dazio sui consumatori.
642 SCIENZA DELLE FINANZE [LIBRO II.
f
minore nella Italia centrale e nella settentrionale. Ma anche
per il dazio governativo la differenza della imposizione è spesso
enorme *.
In materia di dazi sul consumo lo Stato si è ritenuto tutti
quelli che hanno maggiore importanza e più grande produttività
fiscale, ed ha lasciato ai comuni di imporre o di sovraimporre
assai largamente. Possono infatti i comuni imporre un grandis-
simo numero di generi : l'enumerazione che fa la legge è piut-
tosto una sommaria indicazione di categorie che non la speci-
ficazione di singoli articoli. Dal punto di vista dei comuni vi
possono essere : a) dazi addizionali ai dazi governativi, cosi nei
comuni aperti, come nei chiusi ; b) dazi speciali dei comuni,
cosi negli aperti, come nei chiusi ; e) dazi speciali di minuta
vendita sul vino e sulle carni nei comuni chiusi.
La percezione dei dazi essendo fatta dai comuni e intera-
mente a loro spese, il dazio di consumo rappresenta per lo Stato
una entrata netta. Per i comuni di Napoli e di Roma la ri-^cos-
sione del dazio consumo è fatta direttamente dallo Stato, il
quale è obbligato ad assicurare a Napoli lire 13,215,000 annue,
qualunque sia l'ammontare dell'entrata riscossa, e a Roma
15,000,000 lire, oltre la metà degli utili netti, dedotta ogni
spesa, della gestione. Bisogna però notare che per i comuni le
spese di riscossione sono enormi e assorbono grandissima parte
di tutte le entrate : i comuni chiusi devono mantenere veri
eserciti di agenti o cedere l'esercizio del dazio a privati appal-
tatori con danno notevole della loro finanza. In non pochi
comuni le spese di riscossione assorbono il quarto di tutte le
entrate ; proporzione enorme la quale dimostra che mentre
* Lo zucchero paga 5 lire nei comuni aperti, io nei chiusi di prima classe ,
il vino rispettivamente 3,50 e 7 ; i buoi e 1 manzi per capo 20 e 40; la carne
macellata fresca 6 e 12,50 ecc. Sono rlifforenze enormi non infenoii nel
maggior numero al 100 per % ; spesso superiori. La letteratura sui dazi
di consumo in Italia è larghissima. Cfr. Ricca-SaJerno: Le finanze
locali nel Trattato di Orlando, cap. VII ; ecc Sui dazi di consumo nei
vecchi stati italiani, v la nota opera diCappeilari della Colom-
ba : Le; imposte di confine, i monopoli govertiativi e i dazi di consumo in
Italia, Firenze, 1866 . Bianchini: op. cil. png. 621 ; Alessio, op.
di. voi. II, cap. VI ; ecc.
GAP. XXII.j I DAZI DI CONSUMO IN ITALIA 643
assai gravoso è il dazio per le popolazioni, anche per il suo ca-
rattere vessatorio e molesto, le entrate che si ricavano non
sono punto proporzionali al danno che si produce. La media
delle spese di riscossione è generalmente elevata : ma in alcuni
comuni è a dirittura altissima.
I dazi di consumo sono generalmente assai malvisti. E senza
dubbio essi, colpendo generi di consumo più necessari alla vita,
riescono più molesti alle classi povere, che contribuiscono in
misura assai aspra. Un dazio sulle farine è poco molesto a
una famiglia agiata : molestissimo a una famiglia povera *.
Una importante riforma è stata operata con la legge del 23
gennaio 1902. Questa legge ha disposto l'abolizione del dazio
di consumo sul pane, sulle paste e sui prodotti farinacei, entro
il 30 giugno 1904, in generale. Per quei comuni per i quali il
dazio sui farinacei forpassava il 40% dell'entrata fu consentito
protrarre il termine dell'abolizione; e al 30 giugno 1907 vi erano
ancora in Italia due comuni (2 soltanto) che profittavano di
tale facoltà. Fino a quando non sarà provveduto a un riordina-
mento della finanza locale, lo Stato concorrerà ad aiutare i
comuni a riparare al vuoto portato nei loro bilanci dall'aboli-
zione, con un assegno annuo a favore dei comuni singoli, in
ragione di otto decimi del provento lordo dei dazio cessato pei
comuni chiusi e di sette decimi per gli aperti. Lo Stato si è
venuto cosi ad addossare oneri sensibili. I comuni in cui cessa
il dazio sui farinacei possono disporre di altre imposte indi-
rette e in alcuni casi aumentare le imposte esistenti (art. io).
È stata resa più facile la trasformazione dei comuni chiusi in
comuni aperti ; è stata fissata infine una tariffa massima dei
dazi di consumo, che tien conto dei consumi popolari. Sono
i primi, incerti passi verso l'abolizione totale dei comuni chiusi,
delle barriere messe allo scambio e alla circolazione.
•
* Si aggiunga il carattere inquisitore e qualche volta veramente offen-
sivo che la riscossione ha d'ordinario, nei comuni chiusi. Chi entra in città
deve assoggettarsi a visite moleste : tanto pir moleste quanto più si ap-
partiene alle classi popolari. Gli agenti del dazio ragionano un pò come i
vecchi canonisti : colunus ergo fur e anche villicus ergo mendax et falsus ;
la visita è tanto più minuziosa e molesta quanto più si tratti di contadini
o di operai. È perciò che il dazio riesce singolarmente odioso alle popola-
zioni ed è perciò che in Italia ha determinato non poche rivolte locali.
644 SCIENZA DELLE FINANZE [LIBRO II.
Il Belgio ha già, con la grande riforma di Frère Orban, abo-
lito il vecchio sistema di dazi. L'abolizione pareva impossibile ;
ma sono molti anni da che è venuta e tutti sono concordi nel
riconoscere i benefizi che ha portato. Nell'America del Nord, in
Scozia, in Sassonia ecc. numerose riforme sono state fatte e
ovunque si tende a rinunziare da parte dello Stato a ogni im-
posta indiretta sul consumo sotto forma di dazi interni. È una
tendenza che si va delineando, anche nell'ordinamento tri-
butario italiano.
183. Ben diverso è l'ordinamento inglese delle imposte sul
consumo {excise). Le accise colpiscono 1' oggetto di consumo
all'atto della fabbricazione o produzione, oppure all'atto della
vendita o dello spaccio : lo colpiscono, cioè, o presso chi lo pro-
duce o presso chi lo vende. Le accise costituiscono, ora, dopo
le riforme di Lloyd George, la entrata più grande, dopo ì'in-
come tax, del bilancio inglese. Ma questa grande entrata è co-
stituita da alcune imposte molto semplici : diritto sulla birra,
sull'alcool, sul tabacco, sulle bevande spiritose, sulla cicoria ;
infine i diritti per la concessione di licenze, ecc. Ma due imposte
soltanto : quelle sulla birra e sugli spiriti costituiscono la quasi
totalità delle entrate ; le altre imposte indirette nella stessa ca-
tegoria, in paragone, hanno, meno i diritti di licenza, che, per
la rifonna di Lloyd George acquistarono maggior peso , pochis-
sima importanza.
Dopo la guerra le accise sono state enormemente accre-
sciute : basti dire che soltanto le bevande alcooliche hanno
reso nel 192 1 non meno di 60,9 milioni di sterline, il malto
(per la birra) 124.9 mihoni di sterline. Nel magnifico sforzo
fatto dalla Gran Brettagna per colmare con ogni sacrifizio il
deficit del bilancio han concorso largamente tutte le fonti di
entrata e tutte le classi dei cittadini.
Chiamansi,*come abbiamo" detto, dagli inglesi accise quelle
imposte che colpiscono le merci o generi di consumo prodotti
nell'interno del regno, differenti dalle imposte dei customs,
che riguardano le merci e generi di consumo importati nel
regno da paesi stranieri {dazi fiscali di confine) . La parola ex-
cise (latino excido e nel basso latino accisia, tagha, imposta)
CAP. XXII.] LE ACCISE INGLESI 645
significa etimologicamente qualche cosa di estratto ; e l'imposta
di accise può infatti essere considerata cornei una parte di ri-
cavato dal prezzo del genere, pagata dal consumatore a bene-
fizio dello Stato. Se la imposta non esistespe. il consumatore
pagherebbe naturaln^ ente un più basso prezzo sulla merce.
L'im poeta per altro si com penetra nel prezzo della merce. Il
prezzo in fatti è divi^'o in due parti : una è sottratta del tutto a
benefizio dello Stato, e il rimanente va al venditore. Le accise
appartengono alla categoria delle imposte indirette , perchè
quantunque messe sul produttore , ricadono in effetti sul con-
sumatore. La consuetudine parlamentare inglese, non pertanto,
classifica tra le accise anche l'imposta sui passeggieri delle
ferrovie, che ha ben altro carattere e in cui l'incidenza reale
e apparente ricade tutta sulle compagnie delle ferrovie, come
pure un notevole gruppo di assessed taxes, che consistono in
permessi di alcuni sports, commerci, occupazioni, come per
esempio, permessi di caccia, porto d'armi, licenze a birrai,
venditori all'incanto, ecc. *.
Le accise inglesi comprendono generi di consumo non neces-
sario. Come dice nmo Lloyd George propose riforme anche per le
accise, concretate nella legge di Finanza dei 29 aprile 19 io
* Il sistema fiscale olandese comprendeva le accise assai priaa che esse
fossero introdotte in Inghilterra. In Inghilterra furono mtrodotte per la
prima volta nel 1643 dal Long Parliamcnt, per formare i fondi per la guerra
contro Carlo I. I primi articoli soggetti all'importa turono da principio la
birra, il sidro, l'acquavite : in seguito si aggiunsero una quantità di merci
e articoli alimentari e vestimenti : carne, sale, vettavaglie, allume, ve-
tnuolo, cappelli, amido, zafiferano e ogni «specie di seterie o stoffe per ve-
stiti Le merci di prima necessità, come la carne e il sale, furono sottratte
all'imposta • nondimeno, dopo il 1660, fino all'amimnis trazione Walpole,
v'è stata sempre una tendenza all' accrescimento delle accise Walpole,
le cui larghe riforme finanziarie portarono grandi vantaggi all'Inghilterra,
non solo riformò profondamente il regime doganale inglese (; uiòtoms)
ma anche l'ordinamento delle accise ; molte e vecchie excùes infatti sem-
phficò, altre mousse, altre soppresse. Il suo più importante progetto fu
quello denominato Excises Scheme : il bill cioè dell'esercizio dei negozi di
vino e tabacco. L'Excise scheme di Walpole fu la base di una grande ri-
forma E se Walpole non potè condurre a termine la sua opera, di cui Adamo
Smith fece più tardi l'apologia, essa fu la base delle gi-andi riforme com-
piute, nel 1777, da William Pitt. Cfr. sulle accise inglesi Bastable:
F inance, libro IV, cap. 5.
Nitti. 42
646 SCIENZA DELLE FINANZE [LIBRO II.
(articoli 80 a 84) e per i diritti di licenza dei fabbricanti e ri-
venditori di bevlnde alcooliche e di birra (articoli 43 a 53).
Furono elevate le accise sugli alcool, sulla birra, sul tabacco.
In quanto ai diritti di licenza, ricordiamo che essi, nel sistema
inglese, sostituiscono le imposte su la vendita, e devono essere
pagati per ottenere l'autorizzazione a vendere determinati og-
getti, il cui consumo può ritenersi d'interesse pubblico. Lloyd
George ha fatto della riforma dei diritti di licenza uno dei
capisaldi del suo programma. Nella esposizione finanziaria dei
29 aprile 1909 egli, infatti, diceva : « È generalmente ricono-
sciuto che lo Stato non ha ottenuto un compenso sufficiente
per l'invidiabile monopolio accordato al commercio, coi di-
ritti di licenza. Il valore di questo monopolio è cresciuto negli
ultimi anni, sovra tutto per la repugnanza dei magistrati a
concedere nuove licenze e per i loro sforzi a restringere il numero
delle esistenti. Le riduzioni, inoltre, operate nel numero delle
Hcenze agli effetti della legge del 1904, hanno certo aumentato
il valore delle licenze, che, cessando di essere annuali, diven-
nero perpetue. Il commercio stima il valore delle licenze a
3,783,000,000 di lire italiane, con un reddito annuo di
378,300,000 hre al 10%, sul quale lo Stato non è riescito a
percepire, sino al 1909, che lire 35,412,298. Una prova del
valore delle licenze si ha nella indennità che, agli effetti della
legge del 1904 si sono dovute corrispondere a coloro, cui i
magistrati furono costretti a ritirarle. Tra il 1889 e il 1907, il
Consiglio di Contea di Londra ritirò 141 licenze a 141 epercizi,
che occupavano locali, espropriati per lavori edilizi di varia
natura ; ora il plus valore totale attribuito a quei locali per il
solo fatto della licenza fu in complesso di lire 8,689,551, e
cioè in media di lire 61,682,46 per locale. La contribuzione
che richiede il Tesoro, è, dunque, ridicolmente bas'^a. È es-
senziale, cosi, procedere ad una nuova valutazione delle licenze
smila base delle indennità richieste dagli espropriati (base che
gli interessati dovranno ritenere giusta) ; valutazione da tra-
dursi in valore annuale, sul quale sarà imposto il diritto di licenza.
Poi che le operazioni di valutazione richiederanno un certo
tempo, il Governo propone, in via provvisoria, di aumentare i
diritti di licenza sulla base della valutazione attuale, portan-
CAP. XXII.] LE ACCISE INGLESI 647
doli a un minimo di lire 126,10 per i distretti rurali, e in genere
al tasso uniforme del 50 % del valore annuale della licenza.
In quanto alle città, non è a dimenticare che gran parte dei
misfatti derivanti dal commercio delle bevande alcooliche è
attribuibile ai piccoli e poco raccomandabili esercizi, che non
avrebbero mai dovuto avere licenze ; perciò proponiamo un di-
ritto minimo di lire 252,20 per le città sino a 5000 abitanti ;
un diritto minimo di lire 378,30 per le città sino a loooo abi-
tanti ; un diritto minimo di lire 504,40 per le città sino a 50000
abitanti ; un diritto minimo di lire italiane 756,60 per le città
sino a looooo abitanti ; e un diritto minimo di lire 882,70 per le
città la cui popolazione supera i 1 00000 abitanti. Ma occorre
anche provvedere alle rivendite di birra, nelle quali io pro-
pongo un diritto di licenza uguale ad un terzo del valore an-
nuale del locale, con un diritto minimo che va da lire 95,66
per i distretti rurali a 580 per le città con oltre 1 00000 abi-
tanti. È bene colpire anche la vendita dei liquori negli hotel s
e nei restaurants ; ma occorre distinguere gli hótels e i restau-
rants veri dalle case in cui non si vendono che bevande alcool
che, sotto mentite spoglie : queste ultime saranno colpite con
un diritto di licenza piena ; gli hótels e i restaurants paghe-
ranno la metà, ove ricavino dalla vendita delle bevande alcoo-
liche un quarto delle loro entrate, e , un terzo del diritto di
licenza, ove ricavino da detta vendita un sesto delle loro en-
trate. È anche giusto colpire la vendita dei liquori e delle
bevande alcooliche {intoxicating liquor s) nei clubs, che fanno
ora una grande concorrenza alle rivendite ordinarie.* I clubs
non saranno colpiti dal diritto di licenza, ma dovranno tenere
la contabilità dei liquori venduti e pagheranno una imposta
proporzionale all'entrata (3 d. per sterlina). Propongo infine
di riformare il sistema delle licenze per i rivenditori e i fabbri-
canti di bevande alcooliche, sostituendo agli attuali diritti
fissi, diritti graduali, in massima, e fissi, in misura più elevati,
in casi speciali ». L'agitazione prodotta dalle richieste di Lloyd
George fu grande : i birrai furono i più validi alleati degliUnio-
nisti nelle elezioni generali politiche che seguirono al rigetto
del Finance Bill del 1909 da parte della Camera dei Lords. Dopo
la vittoria dei liberali nei comizii, anche i Lords accolsero in-
648 SCIENZA DELLE FINANZE [LIBRO II.
tegralm ente le proposte di George e il nuovo regime, nel primo
anno di prova, fece si che i diritti di licenza passassero da un
provento di lire italiane 35,412,298 (1908), ad uno di lire
198,456,154,78, nel 1910-11. Una parte del provento dei di-
ritti di licenza sulle bevande alcooliche e sulla birra va agli
enti locali.
184. Le imposte indirette, di cui si è finora parlato, sono
in generale, fatta eccezione di alcune, imposte di riscossione
mediata : la legge colpisce il produttore o il venditore, che rie-
scono solo mediante un processo di traslazione a riversare
l'onere sui consumatori. Ma vi sono molte imposte indirette che
si esigono per ruoli, che colpiscono senz'altro il consumatore,
in quanto egli fa uso di alcuni oggetti. Quste imposte indirette
di riscossione immediata prendono forme assai differenti e sono
in generale abbandonate alla tassazione locale. Scomparse in
molta parte le vecchie imposte suntuarie, vi sono sempre,
in maggiore o minore misura, in alcuni paesi, imposte indi-
rette sulle vetture, sui domestici, sui cavalli, sui bigliardi, .-ui
pianoforti, «uUe automobili, sui velocipedi, ecc. '
Queste imposte, per le esigenze dei bilanci sono state straor-
dinariamente aumentate dopo la guerra e hanno assunto in
bilancio importanza che prima non aveano.
Sono state create moltissime imposte sui trasporti ferroviari
e tram. viari ; imposte che colpiscono i biglietti, le fotografie, i
blasoni, la cipria, i cappelli, i guanti, gli orologi, ecc. In alcuni
paesi pare che con le imposte sulla vendita si torni ai criteri
delle vecchie imposte suntuarie. È inutile fare una enumera-
zione di queste imposte: ciascun paese ne ha create a suo modo,
le ha mantenute, o le ha abolite secondo i casi. Si tratta di una
finanza quasi tumultuaria : bisogna crearsi entrate dovunque,
comunque ; e spesso i criteri economici e la logica non pre-
iiedono alle imposte nuove.
Anche la imposta sull'abitazione, (o sul valore locativo), ab-
bandonata ai comuni, (è applicata in pochi comuni e rendeva
in Italia, nel 1907, 3 milioni e mezzo di lire), è una imposta
della stessa natura: si paga in proporzione dei fitti, supponendo
che vi sia corrispondenza fra il reddito e la spesa per l'abita-
zione. Corrispondenza che manca spesso, o per il numero dei
CAP. XXIII.j I MONOPOLI FISCALI 649
figli, o per la natura diversa delle professioni, o per altre cir-
costanze, ed è in pochi casi indice di un certo valore.
Alcune di queste imposte sono di riscossione facile e possono,
se bene applicate, essere molto fruttifere, senza riescire molto
vessatorie. Però l'abusarne è estremamente pericoloso in quanto
riesce sempre dannoso al consumo e alla produzione.
XXIII.
I MONOPOLI FISCALI
185. Fra tutte le imposte indirette, le privative fiscali
hanno importanza grandissima ; ne avranno senza dubbio una
assai maggiore in avvenire. Lo Stato si riserba il diritto di pro-
(Jurre o di vendere, o nel tempo stesso di produrre e di vendere
alcuni generi di consumo più o meno largo. A differenza della
posta o del telegrafo, servizi che lo Stato assume solo per ra-
gioni di utilità pubblica e in cui non entra, o non prevale, il
criterio fiscale, le privative o monopoli fiscali non hanno in gene-
rale aJtro scopo fuorché quello di assicurare un' entrata finan-
ziaria, un provento più o meno grande all'erario. I monopoli
sono in generale possibili quando la produzione è accentrata :
riguardano quasi sempre poche industrie che non hanno pia-
cessi complicati di produzione e di vendita. Cosi, per esempio
prima della guerra erano quasi sempre rima*=ti monopoli di
Stato il tabacco in Italia, in Austria Ungheria, in Francia, in
Spagna, ecc. ; il sale in Italia, e in Austria Ungheria, l'alcool
in Russia, in Olanda e in Svizzera, il lotto in Italia, in Austria
Ungheria, in Spagna, i fiajnmiferi in Spagna e in Francia, le
polveri piriche in Svizzera, in Spagna, in Francia, ecc. La
Germania e l'Inghilterra non aveano monopoli, o perchè non
aveano voluto introdurne, o perchè non riuscirono a rom-
pere le esigenze degli interessati. In generale le privative fi-
scali ten'lono anch'esse a rivolgersi ai consumi voluttuari
e non necessari e, tranne dove esiste la privativa del sale,
non riguardano consumi necessari alla vita. Si possono clas-
sificare secondo la loro natura, in tre specie : a) privative sui
consumi necessari, in generale abolite dovunque, o limitate al
650 SCIENZA DELLE FINANZE [lTBP.O II.
sale ; b) privative sui consumi non necessari, assai importanti
in alcuni Stati, e riguardanti tabacco, alcool, carte da giuoco, ecc.
e) privative di speculazioni aleatorie in cui la certezza di vin-
cita è da parte di chi le esercita {lotto), o che possono essere
disciplinate in guisa da evitare ogni rischio.
La ragione principale della preferenza per i monopoli sta nel
fatto che, in alcuni casi, garentiscono una entrata più alta che
qualsiasi imposta di fabbricazione o imposta sul consumo. Il
benefizio dello Stato è costituito dalla differenza tra il costo di
produzione e il prezzo ; ciò che costituisce la imposta è la dif-
ferenza fra ciò che i consumatori pagherebbero in regim^e di li-
bera concorrenza e ciò che pagano in regime di monopolio. Ma
spesso accade che tale differenza o non esiste, o la bontà del pro-
•dotto in regime di monopolio la compensa dove anche esiste.
Cosi, in generale, i paesi dove i consumatori del tabacco si trg-
vano meglio, sono spesso i paesi di monopolio, mentre nei paesi
ove il monopolio non esiste, se anche i prezzi sono più bassi, e
non sempre sono, per effetto della concorrenza eccessiva o del-
l'accaparramento che ne consegue, la c[ualità della m.erce è in
assai casi inferiore. Prima si diceva contro tutti i monopoli in
generale che lo Stato è sempre un cattivo amministratore : è
una soluzione troppo semplicista. Certo tra i privati individui
cjpie lottano nel proprio interesse e lo Stato, i primi fanno, spesso,
meglio : ma tra lo Stato e una grande società anonima, dove gli
azionisti siano a decine di migliaia e non conoscono né meno il
carattere dell'azienda cui partecipano, si può dire che la dif-
ferenza sia estrema ? La lotta fra le grandi imprese più pericolosa
e ogni giorno più si attenua l'antipatia per alcune forme di
monopoli fiscali, prima ritenute dannose.
D'altra parte lo Stato non fa spesso che sostituire un mono-
polio nell'interesse pubblico a un monopolio nell'interesse
privato, trattandosi di industrie che non consentono la con-
correnza o non se ne giovano.
/. La privativa del sale.
186. Il sale è la sola privativa che colpisca, in paesi moderni
i generi di prima necessità. Si tratta di un consumo universale,
di una produzione semplice, che per il basso costo di produzione
CAP, XXIII.] IL MONOPOLIO DEL SALE 65I
rende impossibili le falsificazioni e le sostituzioni. Alcuni scrit-
tori hanno una grande antipatia per il monopolio del sale, che
considerano come un testatico, che colpisce le famiglie 5',enza
proporzione con il reddito. Questa antipatia è però ingiusta se
intesa come un fatto generale, cioè come una ripugnanza alia
forma di monopolio; è viceversa giusta se intesa contro la ele-
vazione del prezzo del sale, che è un consumo necessario, so-
pra tutto per le classi popolari.
L'Inghilterra, il Eelgio, la Norvegia, la Russia e gli Stati
Uniti non colpiscono il sale con alcuna imposta. Il sale è col-
pito da una imposta di fabbricazione in Francia e in Germania :
in Italia, in Austria, in Ungheria, in Grecia, in Turchia, nel Giap-
pone, nei Cantoni Svizzeri, nell'India inglese, nel Perù è vi-
ceversa un monopoho dello Stato. Il sale è come abbiamo
detto, un alimento indispensabile alla vita ; sopra tutto nei
popoli che hanno un'alimentazione prevalentemente vegetalo*.
Gli erbivori sono in generale ghiotti di sale; anzi il sale è per
essi una necessità; là dove i carnivori ne fanno a meno assai
spesso. È noto il celebre principio di Bunge il quale affeiTna
che in tutti ì tempi e luoghi, i popoli che fanno uso di solo
cibo animale (carne, latte), o non conoscono il sale, o lo abor-
rono dopo che lo hanno imparato a conoscere ; mentre quanti
si nutrono a a preferenza di cibo vegetale hanno pel sale un
trasporto irresistibile e lo riguardano come una sostanza pre-
ziosa e indispensabile alla conservazione della vita. Le diffi-
coltà di digerire l'albumina vegetale sono rese minori solo dal
largo consumo del sale ; la cui mancanza predispone a una non
piccola serie di malattie. È stato provato ripetutamente che
il sale, mentre per i carnivori ricchi è un lusso, per gli erbivori,
e quindi per le classi povere, è un'assoluta necessità. Tra tutte
le imposte indirette, quindi, quella che, quando è molto alta,
reca spesso effetti più dannosi sul popolo, è la imposta sul sale,
che annulla con i suoi eccessi uno dei grandi benefìzi della na-
tura, la quale distribuì provvidamente il sale dovunque, come
* Fin dal suo tempo, Sallustio metteva in evidenza che i popoli carni-
vori fanno poco consumo di sale, raccontando che Numidae plctumque
lacta et ferina carne vescebantur et neque salein, neque alia irritanienta gulae
quaer ebani.
D5'i SCIENZA DELLE FINANZE [lIERO II.
un elemento necessario alla vita. Bene inteso che non è la torma
di monopolio che riesca dannosa, ma gli alti prezzi del sale,
da qualunque causa derivino : anzi il monopolio può in qualche
caso assicurare prezzi più bassi.
, Qualche studioso ha calcolato che la spesa del sale rappresen-
ta nelle famiglie povere una proporzione di gran lunga mag-
giore che nelle famiglie ricche : perciò gli alti prezzi sono da
evitare. Non è da negare che l'imposta sul sale colpisce, non
solo proporzionalmente, ma qualche volta assolutamente, in
maggior misura i più poveri ; e che spesso peggiora l'alimen-
tazione popolare e nuoce in grave misura all'igiene sociale.
Né si può negare che le popolazioni agricole consumino più
sale delle urbane, anche quando sono assai meno ricche *. Ac-
cade che, dove maggiore è la povertà e quindi dove prevale
l'alimentazione vegetale, e più vivo è il bisogno del sale, si ri-
sentono maggiormente i danni di quella inedia del sale, che è
veramente dannosissima ad alcune popolazioni e costituisce
causa di depressione e di malattia. E accade che le regioni più
povere e più prevalentemente agricole , come il Mezzogiorno
d'Italia, più risentono la mancanza di un alimento così indi-
spensabile. È avvenuto perfino ( e il fatto è stato varie volte
messo in rilievo ) che scemato il consumo del sale commestibile
si è avuto aumento di quello pastorizio ; così la povera gente
ha dovuto, in alcune regioni, spartire con le bestie oltre il cibo
anche il sale.
Il monopolio del sale è spesso assai conveniente, perchè sem-
plice, poco costoso e relativamente assai produttivo : non me-
rita nessuna antipatia e preconcetto. Ciò che invece è dannoso,
trattandosi di consumo di prima necessità, é di mantenere
alti i prezzi di monopolio.
Abbiamo detto che, oltre che in Italia, il monopoUo del sale
* Sulla privativa del sale cfr. Lehr: S-tlz, Salzsteuer ncWHandwor-
terbuch der Staatswissenschaft, Jena, 1890 voi. V, pag. 404; Alessio:
op. cit., voi. II. pag. 450 e seg. : Ricca-Salerno; op. cit., pag. 512
e seg. ; C e 1 1 i in R. S. del 1894. Sulla inedia del sale e sui danni che l'alto
prezzo del sale produce cfr. Forster nella Zeitschrijt fur Biologie, voi.
IX, pag. 19S ; Bunge; Trattato di chimioz fisiologica e pitoìogica (tra-
duzione Albertoni); Nitti in R. S. del ir'94.
GAP. XXIII.] IL MONOPOLIO DEL TABACCO 653
esiste in Austria, in Ungheria, nel Giappone, nei cantoni della
Svizzera, ecc.
Il sale, essendo un elemento indispensabile alla nutrizione,
non può essere colpito fortemente senza danno. La forma
dell'imposizione (imposta di fabbricazione o di vendita, mono-
polio, ecc.) importa poco. Ciò che importa è il prezzo. In Italia
da molto tempo il prezzo del sale ha superato 40 lire per quin-
tale : è troppo. Anche in paesi molto fiscali come l'Austria
era prima della guerra di 6 lire. Se con il sale si applica la ge-
neraUtà della imposta, nel senso che si colpiscono tutti i citta-
dini, è anche vero che si colpiscono in assai diseguale misura.
I contadini, le famiglie povere che hanno alimentazione pre-
valentemente vegetale sono colpite assai più delle famiglie
ricche ; le famiglie numerose assai più di quelle che con red-
dito eguale o superiore sono poco numerose. Vi sono in forma
tipica tutti i difetti sulle imposte sui consumi di prima necessità.
II. La privativa del tabacco.
187. Il più grande monopolio fiscale che esista, l'unico il
cui sviluppo appare straordinario dovunque si sia riesciti a in-
trodurlo, e contro cui in tutti i paesi di Europa ninna ragione
valida può accamparsi, è qu^lo del tabacco. Si tratta di un ge-
nere, che pure essendo di largo consumo, non risponde certo
a bisogni di prima necessità. Nessun paese rinunzierebbe, dove
fosse riescito a stabilirla (è nota la resistenza dell'opinione pub-
bhca e dei grossi commercianti in qualche paese dell'Europa
centrale) a una imposta sul tabacco, o a dirittura a un mono-
polio.
Ma se l'Austria, l'Ungheria, la Francia, la Spagna e l'Italia
sono riesci te a stabilire poderosi monopoli, altri stati fì son do-
vuti contentare d'imposte sulla coltivazione o sull'importa-
zione assai meno redditizie. Vi sono differenti forme di imposta
sul tabacco : imposta interna, che può colpire il tabacco greg-
gio, cioè di piantagione, o quello lavorato : imposta sul com-
mercio del tabacco o di importazione : imposta di licenza per
la fabbricazione, il commercio, la vendita, ecc. ; monopolio
dello Stato, che e-^clude ogni concorrenza *.
* Sulla piivativa del tabacco v. ; Ricca-Salerno: loc. cii, ; B o -
r^S4 SGJENtA BELLI FlNANJlg [USRO U.
Gli ordinamenti legiilaUvi che regolano il tabacco dal p\int«
dì vista d^*impo»^ sono molto difierenti, M^tre il Porto^
gaUo vieta assolatamente la coltivatione d^ tabacco e col
pisce con alti dati i tabacchi* al mom«[ito della loro importa*
Kione, mentre in Germania e in Belgio la coltivasione è Uberto
ma colpita da grave imposta supe^fkùdé o di estensione ; men-
tre, come negU Stati Uniti* il coltivatore paò produrre Ubera-
mente* ma può vendere il suo prodotto solo agU spacciatori
muniti di licensa, che lo rivendono con una marca o bollo di
Stato ; mentre le più diverse torme si riscontrano e si seguono*
il monopdio rappresenta sempre il sistema più produttivo,
L'Inghilterra ha* con la legge di Finansa dei ^9 aprile 1910
stabilito un éMUo di Heéwm per chiunque* in Inghilterra e in
Scosia* voglia piantare* coltivare o raccogliere tabacco, e un
diritto di uccisa 9ui tabacchi raccolti in Inghilterra e in Scosia ;
ha regolato il dirimback sui tabacchi manifatturati nel Regno
Unito e esportati all'estero ; ha aumentati i diritti di dogana
sul tabacco impor^to (cusioms)^ abrogando in pari tempo
(articolo 83 della legge) tutte le leggi precedenti* che proibi-
vano o res^ngevano la piantagione, la cultura o la raccolta
del tabacco in Inghilterra e nella Scosia* a partire dal i« gen-
naio 1910. È cosi un altro grand% Stato, che, mentre proibiva
prima la coltivasione* diventa ora coltivatore di tfibacoo.
«Faccio appello al tabacco, diceva nella sua Esposisione Fi-
nansiaria dei 39 aprile 1909, Lloyd George come ad ima dcUc
miKlìGri fotUi di éniraitt ». In Russia il tabacco è colpito con
\ìn*9ccisa sulla produsione e sul consumo e con un diritto di
licenza sulle rivendite.
Il a r d i in R. S. io e è$ aovembre 18^6 ; R 0 « e h @ r ; Finmti. PM« «3^
e «eg. ; S 0 h a 1 1 : Té^H» sp^itUé «Mie impelle ati msausle di Sohof>ob«rg
in R. d. B.* serie. m, voi, XIV; G. voa Msyr; T^b^h %mé Tébàkè-
sl<mrtm#nel H(tné»oHifb¥^ itf Slff«U»wt««^«e^/lm* voi, V* psg. 176
e »eit.; Pierfttoll: ÀUen wii4 m^tft Li^^miMt iw Fm^i iiit téfifikbè-
sltitnMifs/^|i$ net Conrad' « /«Vòtte^, Jena \%f% Sulla privativa dei
tabMOO nei vecchi «tati italiani v, CappellarL: ^. tU. pag, «40 e
seg. ; Alestio: 0^. £a. voi II, pag. 337 e «eg. eco ecc. Sul tabacco t
sulla legialatione che lo riguarda 8i trovano numerote e importanti mono-
grafie nella Rivi&^n ttmim tUlU primiiu, già pubblicata in Italia pt^v cura
deUa Direiionc generalo dolW privative.
\ IL MONOPOLIO DEL TABACCO ('S .
A consigliare il monopolio del tabacco in molti paesi d'Eu-
>pa contribuiscono ragioni di vario ordine. Si tratta prima
i tutto di materia prima in generale importata in gran parte,
» cui produtione è facilmente accen trabile il consumo è dif-
u.ilmente sostituibile con altri e in ogni caso non necessario ;
i produzione non presenta innovazioni tecniche rapide ; è una
UH tv o di uso largo e nello stesso tempo non utile ; ecc. D'altia
p.wtc, chi ha l'abitudine di usar tabacco niente preferisce come
i fissità dei tipi : quindi anche i danni del monopolio riescono
i (|\ir^to lato qualche volta di vantaggio. I paesi in cui pri-
I > le 11.1 guerra il consumo del tabacco era maggiore, in Eu-
; 1 oran il Belgio, roianda, la Germania. Vengono solo a di-
uì/.v l'Austria, la Norvegia, la Danimarca, la Francia, l'Un-
hcria ; in ultimo sono l'Italia e la Spagna. Il tabacco è Un
li mento nervino: nei paesi ove è sostituito largamente da
Itri alimenti compensatori, l'uso n* è relativamente tenue.
l < t lUre ragioni, nei jxiesi meridionali il cons\m\o, fatte poche
( ^ ( ioni, è sempre minore che nei paesi settentrionah. Non
i è alcun paese che, essendo riuscito a introdurre il mo-
>polio del tabacco (e non è riuscita, non ostante ogni sforzo
.1 Bismarck, la Germania) o a colpire fortemente il consumo
di tale merce, jx>ssa o voglia più rinunziare a questa imposta
indiretta, che ò così redditizia.
In Francia, il tabiicco dava prima della guerra un' entrata
otta che superava da parecchi anni l'imposta ^fondiaria e
•mposta delle patenti insieme. In Italia rendeva presso a poco
luanto l'imposta sui terreni e l'imposta sui fabbricati assie-
..e. Con\e si j^wtrebbe rinunziare a una entrata così enorme e
pur così jx)co risentita dai contribuenti ì
Come abbiamo detto, esiste il monopolio del tabacco, oltre
he in Italia e in Francia, anche nell'Austria, nell'Ungheria e
lullv Spagna, nel Portogallo, nel Giap^ìone, nella Romania.
II tabacco, sia sotto la fonna di monoix)lio, sia sotto altre
rmo d'imivxsizione costituisce uno dei cespiti più rilevanti
ontrat,v della finanza del più gran numero degli Stati.
656 SCIENZA DELLE FINANZE [LIBRO II.
III. L'alcool.
188. Il monopolio dell'acool esiste in Svizzera, esisteva
limitatamente in Russia; vi è in Olanda, nel Venezuela (dal
1904) : è stato proposto in altri paesi, caldeggiato vivamente
in Francia; e in Germania da von Bulow nel 1908, per scopi
fiscali e per scopi sociali insieme. In Russia le imposte sugli
spiriti erano la base stessa del bilancio, in Olanda rendono
poco meno che tutte le imposte fondiarie, la imposta personale
e la imposta sul patrimonio unite insieme. Il regime cui gli
spiriti sono sottomessi è diversissimo in tutti i paesi ; vi sono
sistemi diversi : monopoli, imposte di fabbricazione, imposte
sul consumo, ecc.
Fino a tempo non lontano l'alcool si ricavava quasi esclu-
sivamente dal prodotto della distillazione del vino. Era l'al-
cool etilico dei chimici, nella forma primitiva. Ma ora tutto è
mutato. L'alcool, come è noto, si ricava attualmente dai mo-
sti zuccherati, il cui zucchero è trasformato dalla fermentazione.
Si ricava principalmente dalle frutta, dalla barbabietola, dalle
melasse, dalle canne di zucchero, ecc., che tengono lo zucchero
fermentabile allo stato naturale ; si ricava inoltre da altre
materie come il grano, le patate, il mais, il riso, ecc., che con-
tengono materie amidacee (amido, fecola) che bisogna trasfor-
mare in zucchero fermentabile prima di sottometterle alla fer-
mentazione alcoolica. E' solo in parte, e in minor parte, che lo
spirito si riqava dal vino; l'aqua vitae propriamente detta.
Il consumo dell'alcool è cresciuto e cresce ogni giorno in mi-
sura preoccupante. Alcuni paesi come la Francia e il Belgio, ecc.,
sono minacciati dall'alcoolismo come da uno dei più grandi
pericoli. L'alcoolismo è anzi per essi un vero flagello, che ab-
brutisce molti esseri e li degrada
In Italia il terribile male dell' alcool ismo è minore (sebbene
aumenti) ed è minore o per mitezza di clima, o per abitudini, o
perchè la maggior parte della popolazione vive dell'agricoltura,
o per tutte queste cose assieme.
L'alcool puro è dannoso di gran lunga meno che tutte le
altre forme di alcool che sono in commercio e che rappresen-
tano spesso altrettanti pericoli *. Ora, per quanto i sistemi di
* Basterà, per far notare le differenze, ricordare che secondo le espe-
CAP. XXIII.] IL MONOPOLIO DELL'ALCOOL 657
sorveglianza siano accurati , non sono mai fino a tal punto da
impedire la frode. E perciò che alcuni paesi hanno cercato di
risolvere il duplice problema di dare da una parte alcool puro;
e quindi meno dannoso, e dall'altra di assicurare un guadagno
rilevante allo Stato. Quasi dovunque lo scopo finanziario , se è
stata la principale, non è stata la sola causa del monopoUo.
Dal- punto di vista igienico e morale non si può negare che il
monopolio abbia raggiunto spesso risultati notevoli. Rialzare il
prezzo della merce e quindi ridurre il consumo e nello stes^^o
tempo migliorarla ; concentrare la industria sbarazzando il
paese dalla serie di piccole distillerie, rappresentano altret-
tanti vantaggi. Appunto forse perciò il monopolio dell'alcool
urta contro tale difficoltà e con tanti interessi che è assai difiì-
cile introdurlo. >Jon vi riesci, non ostante tutta la sua energia,
Bismarck in Germania, come non vi riesci, nel 1908, De Bulow ;
in Francia, gli ostacoli sono stati insormontabili *.
In Svizzera il monopolio di fabbricazione e di vendita del-
l'alcool esiste dal 1886 ; ma è stato meglio regolato dalla legge
del 27 giugno 1900. Secondo l'ordinamento svizzero il diritto
di fabbricare e importare spiriti appartiene soltanto alla Confe-
derazione, la quale ha l'obbligo di provvedere perchè gli spiriti
destinati al consumo siano sufficientemente rettificati. L'in-
troduzione di spiriti dall'estero è sottomessa, oltre che al dazio,
rienze di Sérieux e Mathieu, per uccidere un cane di 30 libbre occorrono
90 granimi di alcool etilico, mentre ne bastano 45 di alcool profìlico, 27
di alcool butillico, 25 di alcool amilico.
* Cfr. S t o u r m. : L'impóf sur l'alcool dans les principaux pavs, Paris,
1886 ; E M a r t i n : L^ monopole de l'alcool. Paris, 188S e L'alcool en Suisse,
Paris, i8yi ; CombesdeL^strade. La Russie économique et so-
ciale, pag. 164 e seg. ; ecc. In Italia la legislazione sugli spiriti è stata ri-
petutamente modificata : anzi si può dire sia stata troppo tormentata.
L'imposta sulla fabbricazione degli spiriti, presenta ditìicoltà grandissime
per quanto riguarda l'applicazione. In alcuni paesi essa è commisurata
alla materia prima, cioè alla quantità delle sostanze usate per la distilla-
zione o dei recipienti che servono alla fermenta/ione : in altri è presunta,
o direttamente o indireiiamente tenendo conto del rendimento approssi-
mativo degli apparecchi di distillazione. La R. P. P. fece qualche anno
fa una inchiesta sui regimi di imposte riguardanti l'alcool Ne vennero
fuori ordinamenti diversissimi, di cui non è possibile qui dare né meno un
cenno fuggevole.
658 SCIENZA DELLE FINANZE [LIBRO II'
a un diritto speciale di 80 franchi a quintale. Con la legge del
30 settembre 1887 furono espropriate tutte le distillerie e il
monopolio entrò in vigore senza grandi difficoltà. In seguito al
monopolio il consumo dell'alcool si è leggermente ridotto. La
Confederazione vende l'alcool a quantità non inferiori a 150
litri almeno. I risultati finanziari del monopolio non sono
molto importanti, l'entrata netta mantenendosi inferiore sino
al 1910 a IO milioni; ma dal punto di vista igienico, il primo
vantaggio è stato la diminuzione del consumo dell'alcool.
La Russia prima dell'attuale rivoluzione ha mutato molte
volte la sua legislazione sull'alcool: fino a che nel 1895 il mo-
nojK)lio è stato introdotto a titolo di sperimento in una parte
dell'Impero, Il m.onopolio concerneva la vendita dei prodotti
alccMjlici; la distilleria rimaneva libera, salvo l'esercizio e i re-
golamenti attuali. Ogni introduzione di alcool nella zona del
monopolio era interdetta : la vendita all'ingrosso e la vendita
al minuto erano regolate. Il monopolio dell'alcool non abbrac-
ciava tutte le regioni dell'Impero: erano escluse le regioni Tran-
scaucasiche, il Turkestan, l'Amour, le province del Litorale
(Estrema Asia), le Transcaspi che e Sémiretchié, nelle quah
vi era un'imposta su? consumo.
In Francia, ne^ 1888, il dottor Alglave determinò una vera
agitazione in favore del monopolio dell'alcool : cercava di di-
mostrare come un tale monopolio potesse facilmente diven-
tare la base del bilancio. Alglave voleva, non un monopolio
di fabbricazione, m.a un monopolio di vendita dell'alcool,
adottando l'uso di piccole bottiglie, impossibili a riempire
dopo essere state vuotate.
I paesi che hanno su larga scala la viticoltura non hanno vo-
luto ostacolare lo sviluppo dell'industria degli spiriti, temendo
di perdere un grande cespite di entrata : ma, dovunque, l'alcool
che SI ricava dal vino rappresenta una proporzione sempre
minore. Gli Stati Uniti di America sono diventati un paese
dry, in cui è vietato qualunque commercio d» vini e bevande
alcooliche.
CAP. XXIII.] IL MONOPOLIO DEL LOTTO 659
IV. I. lotto.
i8g. La privativa del lotto incontra non solo l'avversione
dei teorici, ma anche quella degli uomini politici più illumi-
nati, degli statisti più avveduti. Anzi molti fanno un torto al-
l'Italia di conservare una istituzione, la c[ua e è stata abolita
quasi dovunque e che non è certo la più adatta a diffondere
nel popolo l'abitudine della previdenza. È un rimprovero" ec-
cessivo, perchè fuori d'Italia molti stati, in una forma o nel-
l'altra, mantengono il lotto.
Tutti gh economisti sono d'accordo nel ritenere il lotto
un'istituzione condannevole, come quella che impedisce la for-
m.azione del risparmio, desta l'imprevidenza, abitua le classi
popolari a contare sul caso più che sulla paziente assiduità del
lavoro. Tutte queste Cose sono vere : solo non è vero che si
giochi perchè esiste un monopolio governativo ; ma perchè
condizioni particolari di civiltà spingono il grande numero a
contare sull'opera del caso o della fortuna. Soppresso il mo-
nopolio di Stato, la speculazione privata assumerebbe forme
sempre più gravi. A iSapoli anche ora, vicino al lotto pubbhco
vi è il lotto privato, il lotto clandestino, le cui entrate ascen-
dono a qualche milione ogni anno e la cui base sta nell'ofìrire
condizioni un pò migliori di quelle che lo Stato non ofìra.
L'abolizione del lotto è più una necessità morale, che si im-
porrà lentamente, che un fatto il quale possa tradursi in atto
da un momento all'altro. È notevole come anche i paesi i quali
hanno abolito il lotto tollerino forme di giuoco non meno bia-
simevoli, le quali determinano da parte della popolazione spese
maggiori che il lotto non faccia in Italia. A Parigi quasi tutte
le classi della cittadinanza nelle scommesse sui cavalli da corsa
(avvengono corse quasi ogni settimana) trovano qualche cosa
che rassomiglia al lotto. \'i sono grandissime bische, Monte-
carlo, fino a poco tempo fa Ostenda, ere. con un movimento
annuale spesso assai superiore a quello che non abbia tutto il
lotto in Italia. Le bische di Ostenda sono state per molti anni
se non legalmente in fatto riconosciute dal governo belga : la
bisca di Montecarlo, tollerata dalla Francia, è la base finanzia-
ria del piccolo principato di Monaco. In Germania e in Inghil-
terra non m^ancano forme di gioco cui si ricorre per la stessa
66o SCIENZA DELLE FINANZE [LIBRO II.
causa cui si ricorre al lotto in Italia. Spesso i giornali inglesi
oiganizzano vere lotterie a premi, che sono presso a poco un
succedaneo del lotto *.
In ogni modo la Spagna, la Prussia, l'Austria, la Serbia,
l'Ungheria, la Danimiarca, i 'Olanda, hanno lotto o lotterie sotto
forme diverse. Accade, dunque, che in una forma o in un'altra
si giochi dovunque. E questo è ammesso da tutti. Solo non fi
vuole ammettere che io Stato disciplini il gioco e regolamenti,
diremo così, una tendenza che non è certo delie più morali.
Ma dove esiste il fatto, è più morale che lo Stato monopolizzi
la industria e non che la lasci ai privati. In Francia e in In
ghilterra l'abolizione del lotto corrispose alla sua decadenza,
cioè a quando esso spontaneamente finiva. La Prussia ha con-
cludo, tra il 1904 e il 1905, accordi con un certo numero di
Stati tedeschi, che aveano lotterie, coi quali gii altn Stati sop-
primevano le loro lotterie e accordavano alla lotteria prussiana
di Stato un privilegio esclusivo sui loro territori.
190. Quando nessuna causa perturbatrice ne alteri i risul-
tati, il lotto rende né più né meno della differenza che corre
fra quel tanto che lo Stato dovrebbe pagare tenendo banco
alla pari e queUo che effettivamente paga in base alla tariffa f.
* Si è discusso molto sulla origine del lotto : e sopra tutto sulla sua ori-
gine italiana. Alcuni scrittori, con poco rispetto verso la magistratura di
una grande città, attribuiscono l'ordinamento del lotto nella forma attuale
alle elezioni... dei magistrati cittadini di Genova. Nella seconda metà del
secolo decimosesto, a Genova fu stabilito che tutti i cittadini dovessero
nominare 120 candidati al Serenissimo CoUeqio. Fra essi poi per estrazione
a sorte si sceglievano 5 destinati a sostituire gli uscenti di carica. Poiché
si scommetteva (o imverenza !) sui nomi dei 5 che dovevano essere sor-
teggiati e l'aspettativa grande Lnduceva molti al gioco e si formavano
compagnie e queste si univano fra loro formando un monte delle scommesse,
si andò man mano verso una completa organizzazione del gioco. Più tardi
il governo genovese, che da prima l'avea proibito, lo diede in appalto e poi
lo esercitò direttamente, in monopolio. Questa è una delle origini attri-
buite ; ma ve ne sono anche altre. Il lotto è così antico come poco rispet-
tabile.
t « Notate, diceva Sella, alla Camera dei deputati, che quando si dice
guadagno probabile, siccome si tratta di un numero di giuocate che ascende
a parecchi milioni, tanto vale dire il guadagno vero del Governo, perchè
come dimostra il calcolo e il fatto stesso, i risultati di un gran numero di
fatti si avvicinano in un modo veramente singolare e meraviglioso ai ri-
sultati del calcolo delle probabilità».
CAP. XXIIlJ IL MONOPOLIO DEL LOTTO 66l
Lo Stato, che tien banco, ha un numero di combinazioni fa-
vorevoK assai maggiore che non abbiano colore che giocano ;
•e siccome il banco ha condizioni favorevoli in molto maggiore
numero, ha quindi la certezza di vincere. Or, se il benefizio
derivante dal lotto va alla collettività, il gioco, almeno pei suoi
risultati finanziari, è tollerabile, ma sarebbe profondamente ira-
morale se fosse esercitato a benefizio di società private. In ogni
modo, se il lotto è da riprovare, e si deve tendere ad abohrlo,
è sopra tutto per una ragione di ordine morale, perchè educa
le folle alla imprevidenza. Franklin diceva : ogni uomo che vi
dirà che la fortuna si possa acquistare altrimenti che con il la-
voro è un avvelenatore.
Il lotto prende due forme. La forma tipo è il lotto per nu-
meri come in Austria, in Italia, in Spagna, come, prima del 1S36
{epoca della sua abolizione), era in Francia *.
Vi sono in Italia 90 numeri che danno luogo a una serie gran-
dissima di combinazioni. Perchè ne escano tre fra i 90 la pro-
babilità è di cioè la probabilità è la stessa che se do.
11.478.
vesse uscire una palla bianca da un'urna dove ne fossero ap"
punto 11,747 nere e una bianca. Viceversa lo Stato non dà, a
chi gioca I lira e vince, 11,748 lire o una somma di poco minore,
che rappresenterebbe la vera vincita, tolte le sj)ese dell'ammi-
nistrazione, ma solo 4,250 lire. Allora, dunque, lo Stato è di
fronte a chi gioca al lotto come 11,748 di fronte a 4,250 nel
caso del terno : cioè, am.messo il grande numero di coloro che
giocano, deve sempre guadagnare poco oltre la metà della en-
trata lorda. Sopra un gran numero di persone che concorrono
all'estrazione, qualcuna vince. Ma la posizione dei banco è
rappresentata da 11,748 contro 4,250. Si pensi quanto più
grandi sono le difficoltà del quaterne .
* Sul lotto sulle sue origini e su ciò ch'era nei vecchi Stati italiani v. C.
J. P e t i 1 1 i : // giuoco del letto, Torino,. 1S51, ecc. ecc. La storia del lotto
in Italia e la base finanziaria e tecnica di questo antico monopolio sono
stati studiati dall'ingegnere E. Gorgo nella Rivista tecnica e di ammi-
nistrazione dei servizi, delle privative finanziarie. Roma 1895, fosc. TV. Cfr.
poi l'interessante studio diP. Steghart: Die Offentlichen Gliickspiele,
Mainz, lyoi.
Nitti. 43
662 SCIENZA DELLE FINANZE [LIBRO II.
Vi è un'altra forma di lotto, ia lotteria per classi, che i tede-
schi chiamano KlassenhUerie, e che fu introdotta, appunto ad
Amburgo, nel 1619 : la base è essenzialmente divei-sa, perchè
cui si tratta di un numero di combinazioni fissato da prima,
come nelle lotterie ordinarie *.
Cavour diceva che iì lotto è un'iniposta sulla imbecillità. ISulla
di meno vero, sebbene possa parere a pnma giunta che cosi
sia. Infatti, chi prende parte a un gioco in cui sa di avere
1/11,748 di probabilità di vincere e che vincendo non riceverà
11,748 ma 4,250 può parere un imbecille. Ma prima di tutto il
pubblico non si rende conto di queste difficoltà • e poi (ciò va
tenuto in conto) gioca anche chi sa queste cose. Il lotto non è
un'imposta sulla imbecillità : ma piuttosto sulla sofferenza e
sulla povertà. Chi è in situazione difficile tenta l'ultima risorsa,
anche se appaia inverosimile. Chi non ppera per le vie regolari
tenta qualunque cosa, anche l'incerto, anche l'improbabile.
Cosi iSlapoli, che è la grande città in condizioni più disagiate in
Italia, è quella dove si gioca di più.. È innegabile però che l'abo-
lizione immediata del lotto nei paesi dove esiste e prospera de-
terminerebbe lo svolgersi dei lotti clandestini. È perciò che da
molto tempo qualche scrittore aveva proposto di trasformare il
lotto in un istituto di previdenza. La proposta è stata parecchie
volte ripresentata in seguito. Se infatti lo Stato non ave<^se
alcuno scopo di guadagno, potrebbe, dedotte le spese, consi-
derare come fondi di risparmio le somme derivanti dal numero
di probabilità favorevoli a chi tien banco. Chi gioca ora, se non
vince (accade così raramente che vinca) perde ogni cosa. Vi-
ceversa, se giocando una lira e avendo la probabilità di vincere
per un temo 5 mi .'a lire, trovasse, anche non vincendo nulla, di
* È curioso che, come i peccatori v?Jino a depositare un obolo per i
defunti, sperando con un'opera di pietà ottenere indulgenze, cosi gli stati
che esercitavano il lotto in passato facevano opere di pietà come per farsi
perdonare. In qualche stato d Italia, il sacerdote che dicea messa prima
dell'estrazione dei numeri era largamente pagato In altri, a ognuno dei
novanta numeri corrispondeva, in ogni estrazione, il nome di una donzella
povera, che concorreva a una dote. In altri paesi, infine, la concessione di
Hn banco andava unita all'obbligo di corrispondere ima piccola pensione
a una faraigha povera. Anche ad Amburgo, le entrate del lotto erano in
origine destinate a costruire una casa di correzione.
GAP. XXTII.j ALTRI MONOPOLI FISCALI 663
aver messo a cassa di risparmio o come fondo per scopo di pre-
videnza da stabilirsi, mezza lira, si può dire che il gioco perde-
rebbe gran parte del suo aspetto immorale. L'organizzazione
non sarebbe difficile. .
In Italia le proposte di trasformare il lotto 'n istituto di pre-
videnza risalgono al 1848, in Austria al 1849 : non hanno avuto
fortuna, per ragioni finanziane ; ma non si può dire che non
ia meritino. Se chi gioca su un temo una hra, concorrendo
alla vincita vedesse la differenza fra le probabilità di vincita e
quelle contrarie registrate in un libretto di risparmio in una
somma, supponiamo di 60 centesimi, il lotto sarebbe una forma
di previdenza. È stato detto che, trattandosi del lotto, la mi-
gliore riforma è nell'abolizione ; ma è molto a dubitare, se, non
mutando i sentimenti, l'abolizione sia tutta a beneficio del
pubblico. Certo la più gran parte degli slati ha già abolito il
lotto : ma tollera alcune forme di gioco, che non sono ne più
morali, né migliori. L'Austria e la Spagna hanno il lotto per
numeri come l'Italia.
VI. Altri monopoli ft<;i:ah.
191. I maggiori monopoli fiscali sono quelli indicati finora.
Ma ve ne sono stati, ve ne sono tuttavia al tn: qualcuno di
essi è destinato, anche in avvenire, a rappresentare una parte
importante nella finanza di alcuni stati. I fiammiferi, le carte
da gioco, gli esplosivi ecc., sono monopolio di Stato in molti
paesi. Si sono proposti monopoli sul petrolio, sul caffè, sulle
assicurazioni, sulla corrente elettrica (proposto in Germania
da Schmoller), sul caffè, sulle lampadine elettriche, ecc.
La Francia ha già da molti anni il m.onopolio dei fiammiferi,
che esercitava per mezzo di una com.pagnia concessionaria e
ora esercita dal 1° gennaio 1890 direttamente : ogni importa-
zione di fiammiferi esteri è proibita. È un monopolio di eser-
cizio non difficile, ma di produttività non grande. L'Italia
ha avuto durante la finanza di guerra per breve tempo un mo-
nopolio dei fiam_miferi ; la Spagna lo ha sin dal 1892. Il mono-
polio dei fiammifeii fu prima affidato, nella Spagna, ad un
sindacato di fabbricanti, che forniva al pubblico qualità de-
terminate di fiammiferi ad un prezzo stabilito e corrispondeva
664 SCIENZA DELLE FINANZE [LIBRO TI.
allo Stato un canone annuo, che fu sino al 1900 di 4,250,000 pe-
setas e avrebbe dovuto, per un contratto del 1900, elevai-si, in
seguito, e scomporsi in una paite fissa di 5 milioni di pesetas
e in una proporzionale alle maggiori vendite, al disopra della
vendita minima ; ma che sino al 1907 non superò mai di fatto
i 5,000,000 di lire. Con la legge di finanza dei 31 decembre 1907,
il governo spaglinolo fu autorizzato ad asfjumere la gestione
diretta del monopolio dei fiammiferi ; ma di fatto la fabbrica-
zione ne restò affidata al sindacato. Con legge 29 lugLo 19 io il
Ministro delle finanze fu autorizzato alle misure occorrenti al-
l'assunzione diretta del monopolio, e, con l'articolo 11 della
legge di finanza del 1911, furono accordati i crediti necessari
all'esercizio del monopolio dei fiammiferi e al pagamento delle
indennità d'espropriazione agli antichi fabbiicanti. Con decreto
reale dei 9 febbraio 1911, finalmente, la Spagna ha avocato allo
Stato il monopolio di fabbricazione e di vendita dei fiammiferi,
dal quale ha ricavato, nel primo anno di gestione diretta, lire
11,000,000. Anche la Columbia ha un monopolio delle .sigarette
e dei fiammiferi.
11 monopolio delle polveri ardenti e degli esplosivi spesso
non ha scopo prevalentemente fiscale, ma di evitare i danni
che portano alla sicurezza pubblica la fabbricazione privata di
polveri e di esplosivi. Così in Svizzera io scopo fiscale quasi
non esiste. La Spagna ha il monopolio degli esplosivi. Anche
la Turchia ha un monopolio delie polveri. La Francia ha il
monopolio delle polveri piriche : monopolio di fabbricazione
e di vendita : che ha reso, nel 1908, al lordo 18,400,000 franchi.
Il Giappone ha, oltre il monopolio del tabacco (dal 190.4),
del sale marino {dai 1905), dal 1903 anche il monopolio di
vendita della canfora grezza e dell'olio canforato. La canfora
è un prodotto speciale del Giappone, che ne fornisce tutto il
mondo, in rilevanti quantità. Il monopolio era prima limitato
all'isola di Formosa, nella quale la produzione della canfora
era diffusa. Col propagarsi della produzione nelle altre parti
delio Stato, si ebbero svilimenti di prezzo sensibili, onde il
Governo, per restringere la quantità prodotta, mantenere i
prezzi ad un livello conveniente e assicurare la maggior durata
possibile della produzione, estese, con legge del giugno 1903,
GAP. XXIII.j ALTRI MONOPOLI FISCALI 665
a tutto il territorio nazionale il monopolio di Stato della vendita
della canfora e dell olio canforato. Il Governo acquista, al prezzo
stabilito per legge, i prodotti già manifatturati dai privati e li
vende a un prezzo deternànato. Può, in alcuni casi, restnngere
la produzione. È interdetta la vendita e l'esportazione della
canfora e dell'olio canforato se non a mezzo dello Stato.
Nelle Indie inglesi vi è oltre che il monopolio del sale anche
un monopolio parziale dell'oppio. La coltivazione del papavero
è permessa solo in parte delle province del Bengala e delle
Provincie Unite di Agra e di Onolh ; nello Stato di Punjab si
danno cinquecento acri di oppio per il consumo locale. Nei
distretti in cui vige il monopolio, i coltivatori ricevono dal
Gk)vemo anticipazioni sufficienti a metterli in grado di portare
avanti la produzione e sono obbligati a vendere ad un prezzo
determinato, tutto il prodotto agli agenti delle amministrazioni,
i quaJi lo raccolgono e io mandano agli stabilimenti governativi
di Patnà e di Ghàzipur, dove lo si prepara per il mercato.
La Grecia ha, oltre il monopolio del sale, quelli dei pub-
blici giochi, del petiolio e delle carte da gioco.
Vi sono altri monopoli di piccola importanza : e in qualche
paese di Europa si è anche pensato a monopolizzare e si è
monopolizzata per qualche tempo la vendita di alcuni pro-
dotti coloniali come il caffè o di alcuni prodotti esclusivi
dei paesi stranieri come il petrolio.
I monopoli del petrolio e del caffè sono stati troppo legger-
mente trascurati in quanto presentano vantaggi conside-
revoli.
Un compratore unico come lo Stato può acquistare quanto
mai in condizioni estremamente vantaggiose essendo i cen-
tri di produzione pochi e, come nel petrolio, essendo intensa
la lotta fra i vari sindacali.
Anche le lampadine elettriche possono essere facilmente
materia di monopolio. In alcuni paesi la produzione e il com-
mercio delle lamipadine elettriche sono accentrati in poche
mani : in qualche pgese è controllato perfino il 05 per cento
della produzione e ciò può spiegare più facilmente la legittimità
del monopolio.
L'Italia non ha come si dice impropriamente il monopolio
666 SCIENZA DELLE FINANZE [libkO II.
del chinino di Stato ; ma con legge dei 23 dicembre 1900 e del
9 maggio I90:j lo Stato è autorizzato ad assumere la produ-
zione e la vendita dei chinino e non in regime di monopolio
e a scopo fiscale, ma per garantire nella lotta contro la
malaria, terribile riagello di oltre la metà dell'Italia, la ge-
nuinità del prodotto e il basso prezzo.
VII. Monopolio delle assicurazioni.
192. Il monopolio di tutte o di alcune forme di assicu-
razioni è stato, fuori Italia, vagheggiato da molti ; non sempre
con fini identici, I più si proponevano, in passato, ed alcuni
si propongono ancora scopi fiscali ; altri lo vorrebbero per
destinarne le entrate a scopi sociali (pensioni operaie, assistenza
pubblica ecc.) ; altri infine lo invocano a tutela di una funzione
che è insieme di previdenza e di rispannio, e che, nella società
presente, nella quale prevalgono i redditi della attività per-
sonale, deve essere dallo Stato gelosamente salvaguardata.
Può quindi dirsi che il monopolio delle assicurazioni è stato
sinora guardato : o come monopolio esclusivamente fiscale ;
o come monopolio fiscale con fini sociali (sul tipo, ad esempio,
della privativa dell'alcool in Svizzera, parte dei cui provventi
sono destinati a combattere l'alcoolismo, nelle sue cause e nelle
sue conseguenze) ; o come monopolio soltanto sociale. Per il
monopolio delle assicurazioni della vita vi è anche e prevalente
una preoccupazione di Tesoro. Quando un Istituto di assicu-
razione di Stato abbia miliardi di capitale assicurato, può con
i premi annuali contribuire largamente all'acquisto, del titoli
pubblici e costituire un fondo per il Tesoro estremamente
importante.
Chi vorrebbe fare dell'attività assicuratrice im monopolio
dello Stato a scopi puramente fiscali guarda allo squilibrio
sempre crescente fra lo sviluppo delle funzioni statali e la limi-
tazione delle entrate di diritto pubblico. La pressione tributaria
è, in tutti i paesi, oramai massima ; riconere a nuove im.poste
non è quasi possibile ; aumentare le esistenti si può solo dove
esse, come in Inghilterra, erano prima moderate, onde elasti-
che ; qualche volta si riesce a trovare un nuovo cespite impo-
nibile (come prima della guerra i plus-valori immobiliari in
CAP. XXTII.] IL MONOPOLIO DELLE ASSICURAZIONI 667
Germaiua ed in Inghilterra) ; ma si devono incontrare resi-
stenze non poche, e, vincendole, bisogna contentarsi di utili,
almeno sulle prime, modesti . Le funzioni dello Stato, e quindi
le spese pubbliche, sono intanto in aumento costante ed im-
pressionante : le spese militari si moltiplicano, le provvidenze
sociali s'impongono. Sino a pochissimi anni or sono l'assicu-
razione operaia era un privilegio germanico ; oggi Inghilter-
ra, Francia, Italia si sono messe sulla stessa via. Come far
fronte a tutto ciò ? Per tanti e tanti anni, si è ripetuto che lo
Stato deve necessariamente starsene alle sue funzioni di ca-
rabiniere, e lasciare indisturbate le vicende della produzione ;
mentre che il carabiniere diventava medico, educatore, inse-
gnante, vettore, costruttore, colonizzatore ed... anche produt-
tore, non sempre a perdita, perchè quando uno Stato riesce
a guadagnare da alcune sue imprese qualche miliardo, quanto
rendono alcuni monopoli fiscali, deve convenirsi che per un
ex carabiniere il produrre qualche cosa non è poi tanto
impossibile. Così coloro che vedono le funzioni dello Stato al-
largarsi, per le necessità della vita collettiva, sempre più intensa,
nelle nostie società democratiche, e vedono, infine, che a mani-
fatturare tabacchi, a gestir ferrovie, a vendere alcool o magari
canfora od oppio, in qualche parte del mondo non si adatta
male del tutto, hanno pensato e pensano che il produrre premi
di assicurazione non deve essere più arduo del fabbricar sigari
e poi che la produzione di siffatti premi qualche cosa rende,
hanno proposto e propongono che lo Stato l'assuma in regime
di monopolio, unicamente per procurarsi delle entrate. lira
questo il punto di vista di molti autori di proposte, special-
mente in Francia. Ora è a dire presto che siffatta maniera
di concepire il problema è pericolosa. Un monopolio fiscale è
una forma d'imposizione indiretta, è un modo di percepire
un'imposta sul consumo. Quando Buisson, relatore alla Camera
francese per i disegni di legge Carlier e Cauderc sul monopolio
delle assicurazioni, scriveva che "<- comperando una scatola di
fiammiferi ninno s'indigna, comperandola cinque volte quel
che vaie (in Francia vi è il monopolio dei fiammiferi) ; mentre
tutti protesterebbero vivamente se l'avviso di pagamento delle
contribuzioni dirette portasse qualche lira di aumento », di-
668 SCIENZA DELLE FINANZE [LIBRO II.
menticava che il caso dei fiammiferi e dei tabacchi è diverso
da quello delle assicurazioni. Il fumo è un vizio, è almeno un
consumo inutile, che risponde a bisogni riflessi, nervosi, alla
cui soddisfazione l'uomo potrebbe rinunziare con suo vantag-
gio presente e futuro. Perciò far pagare più caro un sigaro o più
cara una scatola di fiammiferi è poco male ; è un modo coijie
un'altro di percepire un'imposta. Rendere invece più cara
un'assicurazione sarebbe da parte dello Stato un delitto. Ci si
assicura contro l'imprevisto, contro il rischio che può gittarci
sul lastrico, contro la sorte che può privare del frutto del la-
voro nostro i figli nostri. Il bisogno della previdenza è dell 'noma
essenzialmente civile, è delle società più progredite; è bisogna
individuale che si risolve in vantaggio collettivo, perchè il
danno di alcuni è, dati gli obblighi crescenti delia sohdanetà
sociale, il danno di molti. L'assicurazione è quindi necessità
individuale e sociale insieme : ostacolarne l'esercizio, arre-
starne la diffusione, mantenendo elevati i premi a scopi fiscali,,
sarebbe errore e colpa. Ma, dicono alcuni, può lo Stato assumere
il monopolio delle assicurazioni a scopo fiscale senza elevare
le tariffe dei premi, senza cercare di guadagnare più di quanto
le compagnie private guadagnano (e non è poco : « è lo stato
diceva alla Camera francese, nel 19 io, l' on. CoUn, deputato
di Algeri, che diventa commerciante od industriale per arric-
chire il Tesoro dei benefici normali di un'industria o di un com-
mercio ». Guardata così la quistione muta di aspetto ; ma an-
che simil modo di guardarla ha i suoi pericoli.
Meglio pensano coloro che vogliono un monopolio fiscale sì,
ma con fini sociali : che si preoccupano di procurare mezzi allo-
Stato, perchè l'impieghi a determinati scopi d'interesse sociale.
Era quanto si proponeva, col suo disegno di legge del 1908,
il deputato francese Cailier : monopolio di tutte le assicura-
zioni per far fronte alle pensioni operaie. Qui imo scopo vi è, ed
altissimo. Giacché le assicurazioni fruttano e bene, lasciamo
che fruttino a vantaggio dei meno fortunati : di coloro che pure
sono, col loro lavoro, i primi artefici della fortuna di tutti, e
cui attendono, negli anni tardi, la disoccupazione, l'abbandono,
la miseria. La previdenza dei più agiati servirà a dare i mezzi
per la previdenza di chi vive alla giornata e non può, solo col
CAP. XXIII.] IL MONOPOLIO DELLE ASSICURAZIONI 669
SUO, garentirsi contro le insidie del malsicuro domani. Obbie-
zioni generiche a questo modo di concepire un monopolio delle
assicurazioni non possono esservi ; particolari vi sono alcune.
Quando si tratta dei più, delle classi operaie, occorre esser
sinceri : non si può promettere al di là di quanto si possa man-
tenere. Si può cogli utili del monopolio delle assicurazioni
affrontare il problema delle pensioni operaie e risolverlo ? È
necessario distinguere fra monopolio parziale e monopolio ge-
nerale delle assicurazioni e fra paese e paese. È una questione
contingente. Se gli utili dello Stato possono esser tali da met-
terlo in grado di assumersi il carico delle pensioni operaie, senza
elevare le tariffe dei premi, il monopolio, a questo fine, è per-
fettamente giustificato. Ma si deve ponderar bene le cose.
L'onere delle pensioni opeiaie è sempre grave. Se uno Stato
s'impegna a farvi fronte deve, in ogni caso, evitare, i successivi
elevamenti nelle tariffe dei premi, cui lo scopo fiscale e le ne-
cessità di bilancio, potrebbero indurlo. La previdenza è fun-
zione così importante che occorre metterla al sicuro di ogni
ostacolo.
Onde è assai più conforme alla natura delle cose riguardare
il monopolio delle assicurazioni come un monopolio puramente
sociale. Si può aggiunger pregio all'opera dando agli utili una
destinazione prefissa di carattere anch'esso sociale, destinan-
doli, ad esempio, ad istituti di pi evidenza per le classi ope-
raie : ma facendo in modo che le due finalità restino l'una
dall'altra distinte. Maggiori saranno gli utili m.eglio potrà adem-
piersi il fine cui li si destina ; ma se, per impossibile ipotesi,
utili non vi fossero, non si cercherà di procurarli, ricorrendo ad
aun;enti di tariffe. È la via seguita dalla legge italiana (ISlitti)
4 aprile 1912, che istituiva il monopolio delle assicurazioni
sulla durata della vita umana. Gli utili netti sono devoluti
per intero alla Cassa nazionale di previdenza per la invalidità
e la vecchiaia degli operai.
Bisogna nettamente distinguere fra le assicurazioni delle
cose e le assicurazioni sulla durata della vita um.ana.
Lo Stato compie facilmente quelle funzioni economiche che
non richiedono mutamenti tecnici rapidi, né hanno contrasti
d'interessi, né lasciano alcuna cosa all'arbitrio del funzionario.
670 SCIENZA DELLE FINANZE [LIBRO II.
Bisogna distinguere fra l'assicurazione delle cose (danni) e
l'assicurazione sulla durata della vita umana. L'assicurazione
contro i danni (incendi, grandine, disgrazie accidentali, rischi
di navigazione, e6c.) suppone che vi sia un danno che si possa
o no verificare. Il danno può anche essere maggiore o minore,
totale o parziale. L'incendio può distruggere una casa intera,
o una gran parte di essa, o anche una piccola parte. L'assicu-
ratore deve pagare nella misura del danno. Ora il pubblico
funzionario che deve misurare il danno, deve per necessità
urtare interessi privati e può esser soggetto a pressioni di ordine
pubblico.
Invece nelle assicurazioni sulla durata della vita umana,
non vi è nulla di arbitrario. Le tavole di moi-talità, elaborate
dopo secoli di esperienza, mettono in grado di misurare con
sicurezza matematica il prem.io ; nessun rischio dunque. A un
certo tempo dal contratto di assicurazione l'assicurato non
può essere che vivo o morto : nessuna frode è quindi possibile.
La morte o la scadenza del termine, nelle assicurazioni a tempo
o morte, sono fatti che non consentono nessuna frode. Non vi
è nulla di arbitrario, né d'incerto e nessuna impresa si presta
alla statizzazione come le assicurazioni sulla durata della vita
umana. Un grande istituto di Stato, come fu costituito con la
legge del 1912 l'Istituto nazionale delle assicurazioni in Italia,
costituiva in realtà come una grande ricchezza, che offriva
il massimo di sicurezza e il minimo di spesa per l'assicurato.
La previdenza è non solo una virtù sociale, ma una necessità
sociale : i popoli civili si distinguono per il loro spirito di pre-
videnza. Cercano di lasciare il meno possibile all'opera del caso ;
di evitare turto ciò che possa, per effetto di un evento impre-
visto diminuire la compagine della famiglia o scemare l'atti-
vità produttrice. L^ii minimo di previdenza è necessario quanto
un minimo di istruzione.
I clamori che si sollevano contro ogni monopolio delle assi-
curazioni dipendono sopra tutto dagli inteiessi offesi.
È l'assicurazione come pubblico servizio, cosa nuova, cosa
mai tentata ? In Prussia Federico Guglielmo, Grande Elet-
tore, ha lottato dal 1685 al 1711 coi suoi sudditi per introdurre
l'assicurazione di Stato contro gl'incendi : finalmente nel
GAP. XXIII.] II, MONOPOLIO DELLE ASSICURAZIONI 6jl
171 8 riesci a stabilire quelle casse locali di assicurazione {Brand
Kdssen), che presto si diftusero in tutta la Prussia, e, di là, si
propagarono in Sassonia (1729), nella Slesia (1741), nel Brun-
swick (1742), nello Hannover (1743), nel Wurtemberg (1773).
In Prussia le società, pubbliche loca/i conservarono, sino al
1877, una specie di controllo permanente sulle società private
di assicurazioni contro gl'incendi ; del 1877 perdettero ogni
ingerenza. Ora in Prussia vi sono casse pubbliche di assicura-
zione contro gl'incendi, mutue libere e compagnie per azioni.
In Baviera, in Sassonia, nel Wurtemberg vi sono casse uniche
di assicurazione per ogni Stato. In Sassonia vi sono oltre l'Isti-
tuto nazionale di assicurazione contro gl'incendi due altri :
uno per l'assicurazione contro la grandine e un terzo contro
la mortalità del bestiame. In Prussia le casse pubbliche sono
facoltative, meno che a Berlino, Breslau, Stettino, nella Frisia
occidentale e nello HoenzoUern. Sono invece obbligatorie in
Sassonia, nel Wurtemberg. nel Baden, ad Hesse, nell'Olden-
burg e nei territori di Weimar, Altenburg, Anhalt, Lippe.
Waldech ed Amburgo. Ad Hesse-Cassel e a Nassau, in Baviera
e nel Brunswich sono facoltative ; ma agiscono in monopolio.
Nel 1901, in Germania, le assicurazioni incendi coprirono per
marchi 135,120,000,000 di rischi : dei quali 47 miliardi erano
assicurati presso le società pubbliche e 75 miliardi presso so-
cietà private. Per quanto le casse pubbliche siano tenute ad
assumere rischi, che le compagnie private rifiutano, hanno
tariffe di premi più basse delle private : 1,44 % del capitaJe
assicurato per le casse pubbliche ; 2,17 % per le compagnie
private ; 2,57 % per le mutue, in Prussia ; 1,15 % per le so-
cietà pubbliche nelle altre parti dell'Impero. Le cifre delle
indennità versate rappresentavano (tra il 1886 e il 1890) per le
casse pubbliche tedesche una media di 84,4 % dei premi incas-
sati ; per le mutue una media di 77,1 % ; per le compagnie
private di 57,2 %. Ma ciò che più im. porta è accennare alle
spese. La media delle spese (generali di amministrazione e per
commissioni) era di 11 % per le società pubbliche e di ^i,g %
per le società private. Non si direbbe, quindi che l'assicurazione
pubblica costi più della privata. E si aggiunga che le società
pubbliche versano ogni anno più di 3.000.000 di marchi per
672 SCIENZA DELLE FINANZE [LIBRO II.
scopi di pubblica utilità*. «La rivalità fra le casse pubbliche
di assicurazione contro l'incendio, con o senza monopolio, e
le società per azioni e le mutue è del più grande interesse in
Germania, in Austria e altrove... Le casse pubbliche rimpro-
verano alle private le grandi spese di amministrazione, scrive
Gustavo Schmoller, i loro eserciti di agenti, la loro reclame,
la loro maniera di far concorrenza, i loro grossi dividendi...
In ogni caso è certo che, in moltissimi punti, si è contenti delle
casse pubbliche e sovra tutto colà dove esse agiscono in mono-
polio. Al modo stesso è quasi generalmente riconosciuto oggi,
che la concorrenza, in questo campo, è ben diversa da ciò che
essa è nel campo della produzione ordinaria, dei beni t »
Nella Svizzera, tredici cantoni e quattro mezzi cantoni hanno
una cassa cantonale di assicurazione immobiliare obbligatoria
contro gli incendi ; Vaud e Glarona hanno casse di assicura-
zione mobiliare anche obbligatorie. iSeuchàtel ha una cassa
cantonale popolare di assicurazioni sulla vita. Anche Vaud ha"
una cassa cantonale di assicurazione sulla vita. Solo tre cantoni
(Grigioni, Vallese e Ginevra) e un mezzo cantone (Unterwal-
den superiore) non hanno casse cantonali di assicurazione.
Delle diciassette casse cantonali, undici riassicurano in parte
(2/3, 3/4 o 4/5) i loro rischi presso private com.pagnie di assi-
curazione. Il premio è percepito come le imposte ordinarie
dagli esattori comunali : varia secondo il rischio, ma a Glarona,
Friburgo, Argovia e Zug è premio unico, proporzionale solo
all'ammontare del valore assicurato e non al rischio. Le casse
cantonali contribuiscono in larga misura al mantenimento
del corpo dei pom.pieri e al materiale contro gli incendi e sono
autorizzate (dalla, legge cantonale dal 1885) a colpire con una
tassa, destinata al mantenimento dei pompieri, le compa.gnie
private. I premi sono in diminuzione costante : da 1,57 sono
discesi per le casse cantonali di assicurazione immobiliare a
1.08 % del capitale assicurato. Quelli delle compagnie private
* Conf. PaulAlglave: Uassurance contre Vincendic. en Alle-
magne, Paris, lyoi.-
t G. Schmoller: Principes d'Economie Politique, traduit de Tal
lemand par Pollale, II. Partie, Tome IV, Paris, 1907, PP- 189-191.
CAP. XXIII.] IL MONOPOLIO DELLE ASSICURAZIONI 673
erano intomo ad 1,25 % *. Per le casse di assicurazione mobi-
liare si hanno risultati' anche migliori : nel cantone di Vaud
i premi rappresentavano 1,19 % del capitale assicurato per le
compagnie private e 1,026 % per la cassa cantonale, erano,
dunque, del 13 % meno elevati : nel cantone di GJarona la
differenza è ancora più notevole : il premio della cassa cantonale
era 0,50 % di capitale mobiliare assicurato e nella assicura-
zione privata di 1,19.
Isella Svezia esistono mutue pubbliche di assicurazione
m.obiliare e immobiliare contro gli incendi. In ^io^v'egia vi è
una cassa di Stato di assicurazione contro l'incendio. In Da-
nimarca esistono tre classi pubbliche di assicurazione immobi-
liare contro gli incendi. Casse provinciali di assicurazioni con-
tro gli incendi esistono in Russi'a. In Austria si hanno casse
pubbliche municipali (come a Praga) o provinciali (come nel
Tirolo, nell'Alta Austria, nella Bassa Austria, a Vienna), che
assicurano contro l'incendio, sulla vita, contro gii infortuni
e alcuni rischi agricoli. Mell'Uiaguay esiste il monopoho di
stato di tutte le forme d'. assicurazione.
Neha Nuova Zelanda, infine, lo Stato esercita, in concorrenza
con le compagnie private, l'assicurazione sulla vita, e, dal
1903. quella contro gl'incendi. Nel 1908 erano in corso 127,721
polizze di assicurazione sulla vita, di cui 47,033 presso l'Isti-
tuto di Stato ; i premi incassati, sempre per le assicurazioni
vita, ammontavano nello stesso anno a sterline 997,089, di
cui sterline 330,806 dall'Istituto di Stato. L'Istituto di Stato
ha vita oramai quasi quarantenne. Di questa istituzione dice
Mètin che somigha ad un'azienda privata, coi suoi attuarli, coi
suoi ispettori, col suo sistema di polizia. È fuori della politica
e mira solo a procurarsi utili. L'assicurazione sulla vita è molto
lucrosa nella Nuova Zelanda, e l'azienda di Stato riesce assai
bene f. L'Istituto di Stato per l'asscurazione contro i(l'in-
cend' è troppo giovane ancora, ed è nel periodo della concor-
* Paul Alglave: Les assurances cantre l'incendie par VEtat ou les
Cantons en Suisse, ctc. Paris, 1902.
t Confr. A. Métin: L^ Sorialisme sans doctrines, Paris, 1901; pp.
234-23Ó ; e Jhe Neu> Zeeland officiai Year Book, 1908.
674 SCIENZA DELLE FINANZE [LIBRO II.
renza acuta colle compagnie private : per ora i premi sono di
33 33 % pi^ bassi che nelle assicurazioni private.
Non è punto vero che le forme di assicurazione private,
sopra tutto per la durata della vita umana, siano più a buon
mercato degli istituti pubblici : il costo enorme degli stessi
medici e della concorrenza eleva spesso il prezzo delle assi-
curazioni .
D'altra parte l'uso delle riserve nelle compagnie private
non è sempre oculato e prudente ed è materia di speculazioni
dannose. L'eccessive rimunerazione degli agenti, lo scambio di
spese generali, le aite rimunerazioni caratteristiche di questa
industria, sono argomenti sicuri in favore del monopolio di
Stato.
Le grandi compagnie primate tendono a lor volta a diven-
tare monopolistiche sopra tutto per effetto dei sindacati.
Oramai tutti riconoscono che in materie di assicurazioni è
negativa per il consumatore. Le più potenti industrie assicu-
rative hanno un mimmo capitale : si tratta di una industria
che non ha macchine, che non può subire trasformazioni pro-
fonde, che non abbisogna di capitali e, almeno per quanto
riguarda la durata della vita umana è la più adatta al mono-
polio di Stato.
La legge italiana stabiliva nel 1912 il -monopolio delle assi-
curazioni sulla durata della vita umana e creava l'Istituto Na-
zionale delle assicurazioni, con carattere puramente indu-
striale. Si vietava l'esercizio delle associazioni fondiarie e di
ripartizione. Le polizze, oltre che la garanzia della riserva,
aveano la garanzia dello Stato. In una fase intermedia di dieci
anni le compagnie potevano essere autorizzate a continuare
le loro operazioni purché adempissero alle condizioni stabi-
lite dalla legge e cedendo all'Istituto nazionale delle assicu-
razioni il quaranta per cento di ciascun rischio assunto dopo
l'entrata in vigore della legge.
Scopo del legislatore italiano era di costituire un grande
e unico istituto di Stato delle assicurazioni della durata della
vita umana e di preparare lo stesso Istituto a esercitare, senza
alcun rischio e con benefizio dell'economia nazionale, Ja rias-
sicurazione di tutte le forme di rischio.
CAP. XXTIT.J IL MONOPOLIO DELLE ASSICURAZIONI 675
L'Istituto Nazionale delle Assicurazioni era già un grande
e potente organismo e avea superato tutte le prove, organiz-
zandosi in modo mirabile ed era destinato ed avere il più grande
sviluppo, quando nel 1923, per effetto della legge che con-
serva al Governo i pieni poteri, è stato abbattuto nel suo pieno
rigoglio. L'Istituto rimane ora in concorrenza di compagnie
private, che non hanno se non l'obbligo di una minima ces-
sione di rischi e vengono a mancare gli scopi fondamentali
per cui fu Ì!?tituito.
NOTA
Il Ministro Nitti così si esprimeva nella sua relazione al Senato :
K Le società moderne tendono nella piìi larga misura possibile a ridurre i
rischi : lo sviluppo di tutte le forme di assicurazioni sono la prova di que
sto bisogno, l'espressione di questa necessità.
« Le assiciuazioni sulla vita costituiscono una forma speciale di rispar-
mio. Man mano che il senso di responsabilità si sviluppa, gli uomini sen-
tono che non basta risparmiare, ma che occorro mettere al coperto dai ri-
schi l'attività produttrice degl'individui e la sicurezza delle famiglie. Le
assicurazioni sulla durata della vita umana rispondono a questo bisogno.
Coloro che si assicurano trovano in certa guisa gli uni negli altri una garan-
zia reciproca : più grande è il numero di coloro che si associano e maggiore
è la garenzia e, in generale, più grande il buon mercato. Ciò spiega perchè,
mentre le aziende industriali, che sono organismi viventi, invecchiando
raggiungono un grado di esaurimento, le imprese assicuratrici, che sono
veri istituti di deposito, si sentono più poderose e più sohde, man mano
che si espandono e che invecchiano. Idealmente lo Stato, che è la più grande
forma di cooperazione sociale, consente di avere il massimo di sicurezza
e il minimo di spesa per gli assicurati. Poi che lo Stato non "muore e la sua
longevità è pari alla fiducia che inspira, s'intende facilmente come sia il
più adatto a esercitare una fonna d impresa, che si basa sullo spirito di
previdenza delle moltitudini, sulla fiducia, sulla onestà e sulla regolarità
degU investimenti. E poi che in defim'tiva tutte le colpe della imprevi-
denza degli individui ricadono sempre sulla collettività, e lo Stato sopporta
tutti gU oneri della imprevidenza niente di più nobile che aiutare la mi-
glior forma della previdenza e far servire i benefizi di essa a nuovi e più
alti fini di previdenza sociale.
« In questa materia l'elaterio della concorrenza, l'acredine delle lotte
determinate dall'interesse individuale, lungi dall'essere causa della dimi-
nu^iione del costo di produzione, agiscono spesso nel senso contrario. Le
spese della concorrenza non fanno che aumentare il costo : i milioni che le
Società spendono per contendersi il campo, hanno un risultato utile solo
in quanto possono svegliare idee o desiderii di previdenza in persone che
676 SCIENZA DELLE FINANZE [lIBRO II.
sarebbero, rimaste indifferenti ; ma sono ben lungi dall'esprimere o dai
determinare un progresso. Qui la concorrenza non può determinare pro-
cedimenti molto ingegnosi, né far costruire macchine più perfette, né tanto
meno introdurre perfezionamenti di fabbricazione. La industria delle assi-
curazioni ha limiti di sviluppo assai modesti, in quanto riguarda i suoi
progressi tecnici, che si riducono piuttosto in facilitaziom nei mezzi di ri-
scossione, in assunzione di nuovi rischi, in maggiore semplicità delle po-
lizze.
« Teoricamente, più iì gruppo degli assicurati è piccx)lo e maggiore è il
rischio collettivo e più grandi dovrebbero essere le garanzie e le riserve.
In pratica avviene l'opposto e sono solo le grandi Società che presentano
la più grande sicurezza. Ciò spiega come questa industria tenda a concen-
trarsi : vi sono quasi dovunque dei veri raonopo'i di fatto che trovano la
loro espressione in grandi trusts. Quando i grandi sindacati sono la unione
di capitali effettivamente versati da azionisti, che pagano di persona i
loro eccessi e i loro errori, il fenomeno presenta ins eme a pericoli e incon-
venienti anche vantaggi ; tra cui quello di Imùtare le spese di concorrenza.
Ma la caratteristica delle imprese di assicurazione è che, fatte poche ec-
cezion , il loro capitale è spesso una quantità trascurabile, e le grandi unioni
che si formano non sono unione di capitah, ma unione di depositi, di cui
soltanto pochissimi individui dispongono, spesso nelle forme più assolute.
Spesso il capitale riceve nelle vecchie Società profitti e dividendi del 100,
del 200 per cento e .incor più.
" L'inchiesta dei Governo degli Stati Uniti si riferisce a fenomeni che
trovano riscontro anche altrove. Nelie forme attuali — ciò è stato ricono-
ciuto dagli stessi economisti più avversi a ogni ingerenza dello Stato nei
fatti economici — l'assicurazione è una combinazione onerosa in cui i
gruppi assicurati ricevono appena, con le indennità per i rischi, dal 50 al
60 per cento delie somme versate, e spesso assai meno.
« La concorrenza spesso fa aumentare i costi di produzione e le giovani
compagnie e quelle che vogliono penetrare sul mercato pagano provvi-
gioni enoimi, ignote m tutte le industrie. Nessuno che voglia vendere co-
toni penserebbe nel primo anno a vendere con provvigioni del 70 per cento,
spesso del 90, qualch*^ volta di oltre il 100 per cento.
« Anche nei più grandi paesi sono spesso tre o quattro compagnie che
fanno il 60 o il 70 per cento di tutti gli affari di assicurazione e anche l'So
o il 90 per cento delle forme popolari ».
Il Ministro Nitti avea pensato di fare dell'Istituto Nazionale delle assi-
curazioni il più potente ausiUo del Tesoro.
La legge americana vieta alle compagnie di assumere affari oltre un certo
limite. Le compagnie quindi che operano in tutto il mondo devono limi-
tare la loro produzione L'America ha temuto di creare organismi troppo
giganteschi. Ora le grandi compagnie, quando raggiungono il massimo
di produzione, fissato dalla legge, devono arrestarsi.
Il Ministro Nitti concepì e attuò un primo accordo con The EquUàhls
perchè le compagnie americane cedessero in coassicurazione i loro rìschi ;
si sarebbe cosi potuto fare in tutto il mondo una massa enorme di assicura-
CAP. XXIII.] IL MONOPOLIO DELLE ASSICURAZIONI 677
zioni, alcuni miliardi all'anno, senza rischio, senza spesa. Ciò ch'era più
importante è che l'Istituto Nazionale delle assicurazioni veniva in questo
modo a ricevere cambi per il pagamento dei premi da tutt i paesi : dagli
Stati Uniti, al Giappone dai Brasile alla Cina e l'Istituto diventava una
immensa risorsa per il Tesoro, un enorme fonte di ricchezza per il paese.
Quando l'on. Nitti lasciò il Ministero del Commercio ie convenzioni
furono annullate e l'idea fu abbandonata : venne poi Ja guerra e non fu
possibile far più nulla.
Si perdette così il più grande e sicuro vantaggio che sia mai stato offerto
•senza spesa, senza rischio, senza sforzo alia finanza italiana.
Nitti. ^^
PARTE V.
LE IMPOSTE SPECIALI.
XXIV.
Imposte speciali con carattere proibitivo
o compensativo.
193. Vi sono alcune imposte (vi sono in quasi tutti gli stati
moderni e ve n'erano" negli stati antichi) il cui scopo non è
già di assicurare un'entrata allo Stato, o per lo meno il cui
scopo pieva.ente non è tale. Sono imposte, che hanno un ca-
I attere limitativo o proibitivo : o che, senza essere vere tasse,
haimo un carattere compensativo. L'imposta, come abbiam no-
tato già precedentemente, ha non solo scopi fiscali, ma spesso
scopi di altro ordine e sopra tutto scopi limitativi e compensa-
tivi. Gli studiosi di finanza in generale' si rifiutano di riconoscere
la convenienza di adoperare imposte, le quali abbiano altro
scopo all'infuori di quello produttivo. Non si può negare però
che esistano imposte le quali hanno solo come scopo assai se-
condario, quello di fornire entrate al Tesoro dello Stato e si pro-
pongono : i di compensare speciali vantaggi ed esenzioni ac-
cordati ad alcuni membri del consorzio politico, a diff^rrenza
di altri (esempio : imposta militare) ; di fare che coloro i quali
godono di benefizi che il consorzio politico accorda, senza sop-
portarne gli oneri, partecipino anche a questi (esempio: im-
poste sugli .stranieri, imposte sm viaggiatori di coinmexcio, im-
poste sui cittadini esteri esercenti professioni) ; 2 di impedire
GAP. XXIV.] LA IMPOSTA MILITARE 6/9
accrescimenti di patrimoni di enti ritenuti pei il loro sviluppo
eccessivo, dannosi alla società (leggi sulle congregazioni re-
ligiose) ; 3 di impedire o di limitare alcune manifestazioni ri-
tenute dannose (leggi suntuarie). Molte di queste disposizioni
limitative e proibitive sono nella pratica inutili : altre sono
utili o a dirittura necessarie. Ma qualunque giudizio si dia di
esse, non si jjuò non tener presente ciò che esiste e non studiare
le fonne presenti si come sono.
Noi ci fermeiemo solo su alcune fra le più importanti di
queste imposte.
1. La imposta militare.
194. La imposta militare anche prima della guerra esi-
steva in Isvi zzerà, in Austria Ungheria, in Francia, in Serbia
e in Portogallo ecc., e quasi dovunque in questi paesi, era ap-
plicata a tutti coloro che effettivamente non prestavano ser-
vizio militare per tutti o per una parte degli anni in cui avreb-
bero dovuto prestame. La imposta militare in Svizzera e in
Francia, consta di una parte 'fìssa e di un'altra proporzionale ,
in Austria Ungheria e in Serbia era tutta variabile ; era fissa
in Portogallo. Kei paesi dove esisteva la imposta militare era
applicata con un criterio fondamentale unico, colpiva gli essn-
tati e riiormati dallo leve militari, i quali, fatte le debite ecce-
zioni per gli indigenti e per gli assolutamente incapaci a la-
voro proficuo, si può dire che godevano di una situazione van-
taggiosa di fronte alla massa dei cittadini. Il servizio, militare
attivo colpiva i giovani di sesso maschile nella età in cui spesso
si decide dv^lle carriere, e nelle classi operaie si affennano e si
consolidano i guadagni. Se per una persona delle classi medi?
il servizio militare è spesso un danno, è danno assai maggiore
per le persone del popolo ; anche iielie class' medie, del resto, la
scelta della carriera avvenendo appunto in generale dopo i
venti anni, non si può negare che il servizio militare, che pure
rappresenta una necessità, sposti moltissimi interessi privati.
Ora le leggi in tutti i paesi riconoscono speciali esenzioni o
cause di riforma : così si esentano molto spesso i fighuoli unici
e sono riformati i gobbi, gU zoppi e tutti coloro che dimostrino
difetto o incapacità fisica. Così dunque i riformati come gli
68o SCIENZA DELLE FINANZE [LIBRO II.
esentati (quaiunque sia la causa) godono di uno speciale be-
nefizio ; e si vuole appunto, che in compenso di questa situa-
zione privilegiata, essi concorrano alle spese generali. Vi è una
constatazione demografica, che milita in favore della imposta
militare : ed è che, in generale, i poveri sono dìù prolifici dei
ricchi e che il massimo di esentati è in generale nelle classi
medie e ricche. Il figlio unico rappresenta nel popolo, assai più
che non si creda, una eccezione*. Senza dubbio il caso è un
pò diverso quando si tratti di riformati per difetti fisici. Sem-
bra ingiusto che si aggravi la loro situazione, costringendoli a
pagare per una esenzione che essi non desideravano. In Fran-
cia ia imposta militare era chiamata appunto la lassa dei gobbi.
Ma non è nien vero che se i gobbi possono lavorare e guada-
gnare si trovano in condizioni vantaggiose di fronte a coloro
che prestano servizio militare. Molti scrittori militari sosten-
gono che l'imposta possa avere anche un'azione utile nel senso
di impedire alcune pratiche immorali. È generalmente noto che
moltissimi si rassegnano a cure esaurienti, o sformanti, pur di
essere esentati dal servizio militare. Il desiderio di non lasciar
la famiglia e più spesso ancora quello di non ritardar ia car-
riera, inducono a pratiche dannosissime. Ora senza dubbio la
imposta è un gravissimo freno a queste pratiche.
In Svizzera l'imposta militare, applicata con la legge 28
giugno 1878, colpiva tutti i cittadini in età di prestar servizio
(20 a 40 anni^ e che non lo prestavano: erano esclusi i notoria-
mente indigenti e gli assolutamente incapaci a lavoro proficuo
oltre a poche altre categorie di persone. La durata della ira-
posta era di 24 anni. Vi era una parte fissa proporzionale di lire
5 e una parte proporzionata alla fortuna (lire 1,50 per ogni 1000
lire) o al reddito (lire 1,50 per ogni 100 lire). Il massimo con-
sentito dalla legge era di lire 3,000 : ma dopo il 1884 era stato
ridotto a metà.
In Austria Ungheria la imposta militale (23 giugno e 17 lu-
glio 1880) colpiva tutti quelli che non prestavano servizio mili-
tare effettivo ; avea una durata di 12 anni ; era proporzionale
ed erano stabilite 14 classi di cittadini, determinate dal red-
* Cfr. N i 1 1 i : La population et le shtème social, Paris 1897.
GAP. XXIV.] LA IMPOSTA MILITARE 68l
dito e dal patrimonio. Il massimo era di loo fiorini : il minimo di
I fiorino in Austria e 3 fiorini m Ungheria. Le esenzioni erano
presso a poco le stesse che in Svizzera. In Serbia la imposta
militare {1° novembre 1886) colpiva tra i 20 e i 37 anni ; era
proporzionale a ilio delle imposte dirette che pagava ciascun
esentato o riformato. In Portogallo {22 settembre 1887Ì l'im-
posta militare colpiva così gli esentati, come coloro che ottene-
vano ritardi nel servizio ; esentava gli indigenti ed era stabi-
lita in una quota fissa.
In Francia la legge 15 luglio 1889, che ha introdotto l'impo-
sta militare, si applicava a tutti coloro che nor. prestavano servi-
zio militare effettivo minimo di tre anni (riformati, assegnati ei
servizi ausiliari, ascritti alla 2* categoria del contingente, esen-
tati quelli che lanno servizio per uno o du*:" anni). Erano di-
spensati i notoriamente indigenti e i riformati per cause di-
pendenti dal servizio. L'imposta durava ló anni per quelli che
non prestavano servizio, 14 per i^uelJi de prestavano servizio di
j anno; 13 per queili che prestavano servizio di 2 anni. Vi era
nella imposta una parte fissa (sei franchi) e una proporzionale.
Quest'ultima era uguale all'ammontare principale della im-
posta personale e mobiliare pagata dall'individuo esentato o
riformiate. Però pagavano due terzi di questa imposta gh in-
dividui assoggettati pei 1.4 anni e pagavano un terzo «juelii che
erano assoggettati per 13 anni, cioè che avevano fatto rispetti-
vamente uno o due anni di servizio*.
Durante e do^x^ la guerra imposte militari, con carattere
autonomo o in un sistema di imposte complementari sul red-
dito (come in Italia^ sono state proposte o attuate in quasi
tutti i paesi bcligerariti .
* Sull'imposta militare cfr. l'aiticolo di un ex in R. S. voi. I, pag. 353-38 :
gli studi di Carlo F. Ferraris, pubblicati nella Nuova Antologia
15 marzo 1883, i febbraio 18^0 e 1 giugno 1897 , A. W a gner : Die Wehr-
steuer neWHandbuck der politischen Ocì-onomie di Schoenberg:Vo-
cke: Die Grundzuge der Fùuinzwissenschajt, Leip/.ig, 1894, pag. 93-99 i
Von Treitschke: Fu/ inneren Lage am J ahresschlusse nel Preussi-
schc Jah/bucker, dicembre 1889; ecc. Una completa bibliografia si trova
negli articoli del Ferraris. In senso contrario si veda sopra tutto
Schaeffle: Die Grundsatze der SteuerpolUik , Tubingen, 1880, pag.
497-503.
682 Scienza delle finanze [libro ii.
II. Imposte limitative o compensative.
195. Come VI sono paesi importatori ed esportatori di
merci, vi seno paesi im. portatori di nomini. In Europa è nella
prima cates^oria la Francia, limitatamente la Svizzera e qual-
che altro paese : sono stati esportatori di uomini l'Inghilterra, la
Germania, l'Austria, sopra tutto i Paesi scandinavi e l'Italia.
L'Italia e il Belgio davano prima della guerra una forma di
entigrazione speciale, l'emigrazione temporanea composta di
persone che vanno in una parte dell'anno a lavorare all'estero
e poi ritornano in patria. Ora i paesi che sono poco densi o che
hanno per alcuni lavori bisogno di mano d'opera poco costosa,
tiaggono grandissimo vantaggio dalla mano d'opera straniera.
Quando dunque adottano imposte basate sulla diffidenza, su
idee a,ssuide di protezione del lavorg nazionale, essi rinunziano
spontaneamente a un benefizio grandissimo. Nondimeno, in
qualche caso, im^poste specia,U sugli stranieri possono essere
giustificate.
Gli stranieri non sono sottom.essi a molti d'agli obblighi che
gravano i cittadini di una nazione, viceversa risentono i van-
taggi dell'azione dello Stato. Così alcuni paesi colpiscono il
commxrcio am.bulante esercitato dagli stranieri (e fin qui nulla
vi è da obbiettare) ; altri richiedono una piccola imposta agh
stranieri che si stabiliscono. Queste imposte, quando sono te-
nuissime, quando non sono basate sulia diffidenza e sulla avver-
sione, possono in qualche caso essere giustificate. La Francia è
il paesie di Europa con maggior numero di stranieri : sono oltre
i milione, e sono molti appunto, perchè la Francia ha una
debole natalità, un grande territorio e una notevole ricchezza.
E rappresentano, trattandosi di una popò azione giovane e
adulta, una grande forza di produzione. INei paesi molto densi,
come l'Italia, gli stranieri sono viceversa pochissimi : erano
65 mila o presso a poco nel censim.ento del igoi. In Francia sono
state presentate molte proposte per colpire gli operai stranieri
con imposte speciali: si tratta di una protezione del lavoro na-
zionale un pò arbitraria e assurda e che sarebbe dannosissima
alla, stessa Francia. Gli Stati Uniti di America fanno pagare una
piccola tassa a tutti gh immigranti; ma ora hanno limitata ri-
gidamente l'immigrazione.
CAP. XXIV.] IMPOSTE LIMITATIVE O COMPENSATIVE 6S3
Molti pp.esi però hanno imposte speciali sui commessi viag-
giatori esteri, che sono ima estensione legittima delle loro leggi
sui profìtti dell' ndustria. Alcuni stati preferiscono una com-
pleta libertà, non chiedono ai viaggiatori di commercio né carte
speciah. ne imposte, né qualsiasi formalità. Così fanno l'Inghil-
terra e l'Italia ed é forse ii meglio che si possa. Altri stati chie-
dono un permesso di circolazione che è sottomesso a una Lassa :
cosi la Svizzera, la Geixnania, 1' Austria Ungheria ecc. Vi sono
poi alcuni stati che richiedono i diritti di patente ; il Belgio
20 franchi, la Danimarca t6o corone, l'Olanda 15 fiorini, la
Svezia 100 corone a! mese, ecc.
Alcuni paesi hanno anche speciali imposte su enti o congre-
gazioni religiose. In quasi tutti i paesi lo Stato assoggetta la
Chiesa al diritto tributario comune e il pyivilegium immunita-
tis di un tempo tend'^ quasi dovunque a scomparire. Ma vi sono
alcuni paesi che hanno imposte e tasse speciali con cui colpi-
scono la Chiesa o le chiese. Taie è in Francia il droit d'accrots-
semcnt.
In alcuni paesi lo Stato ha speciali imposte o tasse che gra-
vano sa Chiesa o gli ascritti a una determinata confessione :
ma non hanno carattere fiscale e sono dirette a benefizio della
Chiesa stessa. Sono quote di concorso, contribuzioni dovute dai
fedeli o da enti ecclesiastici *.
HI. Le imposte suntuarie.
iq6. Le imposte che colpiscono il lusso in tutte le sue
manifestazioni hanno avuto una parte notevole negli ordina-
menti portici dei passato. Le ritennero poderoso stromento fli
riforma ; furono sfruttante dalle vecchie democrazie. La que-
stione delle impo-^te suntuarie ha appassionato un tempo ; ora
è quasi indifferente. Le stesse scuole socialistiche tendono ora
a colpire le fonti del reddito privato, della ncchezza, non le
manifestazioni sue. Le imposte sul lusso per impedire il lusso
o per correggerlo, rassomigliano a quei rimedi empirici che
* Erano molto in uso in Germania; anche in Austria vi è il Religtonsfond-
sbeitmg. In Italia in forza di antiche leggi non mancano esempi di queste
imposte speciali. Cfr. l'interessantissimo studio diF. Ruffini:L« quota
di concorso, Milano, 1904.
684 SCIENZA DKLLE FINANZE [LIBRO II,
cercano combattere le manifestazioni dolorose, non le cause del
maje. Le imposte suntuarie sono non solo inutili, ma estrema-
mente vessatorie : poiché loro requisito essenziale è una certa
tendenza inquisitoria. Le vecchie democrazie credevano spesso
di correggere i costumi e mitigare le diftercnze di condizioni,
colpendo aspramente con la im. posta alcune n: anifestazioni più
dannose del lusso, o a dirittura colpendole quasi tutte *.
Ma che cosa è il lusso ? La vecchia questione, che ha fatto
scrivere utilmente o inutilmente tanti volumi, è lungi dall'es-
ser risoluta. Molte cose che ora appaiono come indispensabili
alla vita parcano un tempo lusso rfrenato. 11 lusso , è ':tato detto,
•consiste in quella parte del superduo che sorpassa ciò che la
generalità degli abitanti di un paese, in un tempo determinato,
considera come essenziale, non soltanto ai bisogni della esi-
stenza,, ma anche alla decenza e al godimento della vita. Anche
accettando questa definizione, noi dobbiamo ricordare come ogni
criterio su questo argomento sia del tutto relativo e mutevole.
Molte cose che ora sembrano indispensabili alla vita erano
qualche tempo fa oggetto di lusso : si può dire che la civiltà
allontani sempre più ciò che costituiva la barriera del lusso.
Che cosa intanto chiamiamo oggetti di lusso ? Quelli che hanno
un prezzo molto elevato e che quindi sono alla portata di poche
persone. Ma di ogni cosa in principio è accaduto che sia stata
considerata come oggetto di lusso. In una società di trogloditi
la casa sarebbe un lusso ; la camicia, il fazzoletto da naso, sono
stati oggetti di lusso, in principio, nserbati ai re e ai prindpi •'•.
Gli studiosi s'ono lungi dall'avere per il lusso la compiacente
am.mirazione degli uomini volgari. Le società m.odorne. non
* Su questa materia, così studiata da storici, economisti e filosofi cfr.
sopra tutto Roscher: Ueher den Luxua 1843; Cunningham:
op. cii. voi. 'II, pag. 230, 338 e le notissime opere di B a u d r i 11 a r t, L a-
V e 1 e y e, Rogers. .eco Interessanti e acute sono le osservazioni di
Proudhon sulla inutilità delle imposte suntuarie.
t Quando Lucullo introdusse il ciliegio, l'umile frutto era riservato ai
ricchi : persino la patata è stata un lusso, al momento della sua intiodu-
rionc. E lo zucchero, il caffè, il thè, le bevande spiritose, per non citare che
alcum esempi a caso, sono stati oggett' di grande lusso : e ora entrano in
proporzioni maggior- o minori nelle più umili famiglie di lavoratori. Tutti
CAP. XXIV.] LE IMPOSTE SUNTUARIE 685
ostante lo sviluppo della loro ricchezza, sono ancora assai po-
vere perchè ogni dispersione debba essere incoraggiata. 11 pub-
blico è disposto a considerare le persone che spendono come
persone che fanno lavorare e le persone parsimoniose, che ri-
sparmiano e aumentano il loro reddito, come persone che non
giovano ad alcuno. In realtà, chi risparmia e capitalizza agisce
nello stesso modo di chi spende largamente, aumenta la do-
manda di lavoro ; ma, mentre chi sciupa fa lavorare al suo ser-
vizio dei cucinieri, dei sarti, dei giardinieri, degli staffieri, ecc .
chi risparmia e capitalizza, se migliora le sue terre, o fabbrica
case, o anche compra titoli di ferrovie, di società industriali,
ecc. fa lavorare contadini, muratori operai delle miniere ecc.
Chi risparmia e capitalizza non solo non riduce la domanda di
lavoro, ma sotto certi aspetti provvede a preparare con il ri-
sparmio quelle derrate che servono al consumo degli operai,
intenti alla produzione. Onde la simpatia che ha spesso il pub-
blico per chi spende largamente, per chi sciupa, è del tutto
irrazionale. Tutto ciò è evidente : ma vale la pena di fare leggi
che impediscano di spendere largamente e di spender male ?
Quando ciò non è assurdo, è inutile.
, Caratteristica delle leggi suntuarie, è l'idea di proibire o limi-
tare alcuni consumi o alcune abitudini : ora leggi suntuarie non
vi sono più. Vi sono spesso imposte sugli automobili, sui ca-
valli, sulle vetture, sui domestici, sulle biciclette, sui bigliardi,
sui pianoforti, ecc., ma nessun legislatore pensa che l'imposta
deva ridurre il consumo di tali cose. Sono semplici imposte di
consumo : solo, data la natura degli oggetti che colpiscono, sono
i bisogni più elevati nascono in una piccola minoranza e poi si diffondono ,
tutti i consumi nuovi sono riserbati in principio a pochissimi e nessuno
con leggi d'imposta assurde può interdirli Le biciclette, prima di essere
un mezzo di locomozione, sono state un oggetto di lusso, domani gli auto-
mobili saranno un mezzo di trasporto a buon mercato, mentre sono sorti
come oggetti di lusso. Il lusso non è daimoso, se non in quanto degenera
in prodigalità, quando non soddisfa che a bisogni di ordine inferiore di
vanità e di orgoglio. E il lusso riprovevole non è solo degli uomini ricchi :
ma qualche volta anche dei meno ricchi. L'aleooUsmo, quando non è una
trista conseguenza del debole nutrimento e dell'intenso lavoro, è una lorma
di lusso volgare non però meno dannosa alla società che non sia il cattivo
lusso dei r:cchi.
686 SCIENZA DELLE FINANZE [LIBRO li.
di riscossione immediata e in generale, trattandosi di cose il
cui godimento è durevole, si ripetono per tutta la durata del-
l'oggetto. In generale, queste imposte hanno un valore assai
mediocre e sono abbandonate agli enti locali *.
Durante e dopo la guerra è stata una vera pioggia di imposte
suntuarie : messe un poco a caso, senza criterio, o anche con
il solo criterio di procurarsi delle entrate. In alcuni paesi sono
stati colpiti un poco tutti gli oggetti di lusso, le vendite, il
consumo di ogni merce considerata come capace di esser sog-
getta a imposizione. L'elenco di queste imposte sarebbe in-
terminabile. Non vi è stato l'idea di mettere imposte suntuarie;
ma di ricavare comunque delle entrate. Si sono prese tutte le
entrate che era possibile ricavare.
Nei vecchi stati vi erano imposte suntuarie numerose : spesso,
come nelle città del medio evo, quando il popolo andava al
governo, colpiva aspramente tutte le manifestazioni del lusso.
Ciò accendeva gli odi, moderava forse, almeno in apparenza, al-
cuni stridenti contrasti, ma non risolveva nulla. Le imposte
suntuarie sono nello stesso tempo molto vessatorie e poco reddi-
tizie. Ve ne sono state in passato in gran numero, e Roscher ne
enumera di ogni genere. Si sono colpite per gran tempo tutte le
manifestazioni del lusso, anche quelle che ora tra noi hanno
perduto tale carattere, anzi rappresentano soddisfazioni di
bisogni essenziali.
Qualche volta erano i sovrani che credevano impedire spese
inutili e domare l'orgoglio dei sudditi ; più spesso erano le de-
mocrazie gelose, che pretendevano - ristabilire l'uguaglianza.
Allo stesso modo che un medico pretendesse di ricondurre un
malato di febbre allo stato normale, mettendolo in un am-
biente freddo e non già curando il male, le imposte suntuarie
pretendono curare il fatto esteriore, non la causa f.
* L'Inghilterra ha avuto anche nel 1794 (e l'ha conservata fino al 1870)
una imposta sulla cipria Quando i servitori deUe famiglie eleganti inci-
priavano le parrucche, rendeva qualche cosa ; ma con quanto fastidio si
p uo immagmare
t Grandissimo sviluppo ebbe ia legislazione suntuaria in Inghilterra,
dove ancora adesso larghe tracce rimangono nella legislazione vigente,
Notevole numero di scrittori, ti a cui sopra tutto Gunningham e Rogers,
CAP. XXIV.J LE IMPOSTE STRAORDINARIE 687
IV. Le imposte straordinarie.
197, Durante e dopo la guerra europea la enormità delle
spese e la enormità dei debiti, per cui occorreva ai paesi vari
mettere almeno tante imposte quante assicurassero le spese
ordinarie e gl'interessi dei debiti (scopo raggiunto dopo cinque
anni dal'a fine» della guerra solo dalia Gran Brettagna, che si
è imposti i più grandi sacrifizi e ha dato prova della più grand,e
serietà) ha spinto la intelligenza dei finanzieri veri e la fantasia
dei finanzieri non veri, questi ultimi spesso assai più numerosi,
ad applicare le imposte più diverse con carattere di provviso-
rietà.
Dopo esser ricorsi il più largamente possibile ai prestiti
e alla carta moneta è stato necessario, anche per i paesi meno
previdenti, aumentare straordinariamente tutte le imposte
esistenti e creare imposte nuove.
Vi sono state anche speciali imf)oste determinate dalla si-
tuazione in seguito alla guerra.
Oitre dunque ad aumenti dichiarati temporanei delle im-
poste esistenti, vi sono state imposte sul capitale, in cui il ca-
pitale è stato obbligato a contribuire una volta tanto e tutti
i possidenti a dare una quota parte del loro patrimonio, per lo
ne hanno ampiamente latta la storia : una legge riguardava il cibo : lo sta-
tuto De cibariis utendis restringeva i pasti di tutte le classi a due portate,
con una straordinaria per i giorni festivi. Questa legge passò il 1356 quando
Eduardo III aveva bisogno di fondi per la guerra A lui pareva di mettere
cosi treno alle stravaganze dei popolo che si trovava impreparato alle lotte.
Nel 1363 una legge suntuaria inglese riguardante i vestiti destinava ad
ogni classe le stoffe da usare Per esempio tutti coloro clie non possedevano
40 sterline non potevano portare panno, ma stoffe di lino ; nelle classi più
elevate il panno si doveva pure portare più fino, secondo i gradi ; e i mer-
canti erano obbligati d; venderne per tutti i gradi. Una classe limitatissima
poteva concedersi il lusso di vestir di seta e portare gioielli e pellicce ve-
nuti dall'estero. Ma come questa importazione nuoceva aUa ricchezza in-
terna del paese, favorendo i paesi stranieri, provocò nel 1436 la proibizione
dell'importazione di merci estere ; e le restrizioni divennero anche mag-
giori. Solo coloro che avevano il titolo di kntght potevano usare ermellino,
velluto, raso. Aicune imposte suntuarie in Germania erano veramente stra-
vaganti e Roscher ne rifensce moltissime, che ora paiono quasi incredibili.
Anche nei vecchi municip' italiani le imposte suntuarie erano diffusissime :
e vi sono negli antichi statuti tracce larghissime di esse.
688 SCIENZA DELLE FINANZE [LIBRO II.
più nella forma di pagamenti in grosse rate di cinque o dieci
anni. Vi sono state imposte sugli aumenti di patiimonio, per
colpire sopra tutto i patrimoni formatosi durante e per causa,
della guerra : e imposte smì sovrapro fitti di innerva, cioè sui red-
diti eccezionali creati durante la guerra. Queste imposte in
gran parte giuste sono state però spesso applicate senza cri-
terio e molto disordinatamente. Ma in tempo di guerra e dopo
grandi guerre è difficile fare una buona finanza.
NOTA
Se è difficile dopo la guerra a ogni paese faie una buona finanza è però-
difficile fare una finanzvi più dannosa e più distruttrice di ricchezza di quella
che è stata fatta in Italia con le leggi sull'avocazione allo Stato dei pro-
fitti di guerra {24 settembre 1920) , sulla modifica alle tasse di registro e
di successione (24 settembre 1921) , sui dividendi delie società anonime
(regi decreti 24 novembre 1919 e 22 aprile 1920) ; sulìa conversione in no-
minativi dei titoli al portatore (legge 24 settembre 1920; r sulle automobili
(legge 8 gennaio 1920) ; ecc.
Nessun paese presenta forse l'esempio di un insieme di provvedimenti
finanziari così demagogici, cosi disordinati così diretti a sconvolgere e ad
distruggere la pubblica ricchezza.
Le industrie itaìiane dopo la guerra aveano bisogno di calma, di ordine
bisognava turbarle il meno possibile. Tutti i provvedimenti adottati nel
secondo semestre dei 1920 e ne; primo semestre del 1921 sembrano diretti
non già a produrre redditi allò Stato, ma a disordinare la produzione.
Unico paese al mondo fra tutti : paesi usciti dalla guerra l'Italia faceva,
quando maggiore ora il bisogno di calma, una inchiesta parlamentare sulle
spese di guerra (legge 18 luglio iQ20i. Tutte le grandi industrie italiane
venivano sottomesse a inchiesta : quasi tutte infatti erano state fornitrici
delio Stato durante la guerra ed erano state stimolate a produrre anche
con criteri non economici. Nei paesi latini le inchieste sono fatte assai spesso
solo a scopo di intimorire gli avversari o di usare vendette pubbiiche.
Questa inchiesta in Italia era tanto più assur^lu in quanto la legse sul-
l'avocazione dei profitti di guerra disponeva che tutti i profitti realizzati
in guerra oitre un saggio medio assai basso, dato il deprezzamento della
moneta, dovessero essere versati allo Stato Questa legge era insieme stu-
pida e disonesta ; se v erano stati indJstriali voraci e disonesti era anche
vero che solo gli ultimi detentori delle azioni venivano colpiti e spesso i.a
forma fatale, perchè i benefìzi erano stati investiti negli impianti stessi
delle aziende. L'Italia mancò in quest-a occasione ai suoi solenni impegni
e introdusse co7i carattere retroattivo provvedimenti che negavano quanto
era diventato obbligo.
La legge sulla nominatività dei titoli è stata infine la più grande assurdità
che ricordi la storia finanziaria dei tempi moderni e solo la estrema igno-
CAP. XXIV.] LE IMPOSTE STRAORDINARIE 689
raiiza dei fenomeni economici e finanziari ha potuto consentire ciò che ogni
altro paese avrebbe considerato come l'inutUe rovina. Anche paesi che
aveano da gran tempo la nominatività dei titoli aveaiio dovuto o abolirla
o ridurla al minuno (come la Gran Brettagna). L'Italia quando avea biso-
gno di credito e le sue industrie, per effetto della crise generale e del mer-
cato e della rovina determinata dalle disposizioni sull'avocazione dei profitti
di guerra, pericolavano, introduceva la nominatività obbligatoria !
I provvedimenti adottati durante l'esercizio finanziario 1920-21 sono
stati la notte di San Bartolomeo della ricchezza nazionale e per fortuna
i governi seguenti non li hanno applicati che in parte, o non li hanno ap-
plicati di fatto o li hanno aboliti, come l'assurda nominatività.
L'inchiesta sulla guerra non ha portato nessun benefizio all'erario dello
Stato e molto danno alle industrie.
Ha però provato che non è vero che il disordine e la scorrettez^-a e la
poca attitudine siano maggior nelle imprese di Stato, che nelle imprese
private. Le più grandi dispersioni di ricchezza, le più grandi appropii azioni
illecite, sono state compiute proprio da quei finanzieri e da quei banchieri
che per mezzo dei loro g ornali e dei loro scrittori più gridano contro lo
Stato, più vilipendono la burocrazia e p'ù insultano le idee di coopcrazione
e di previden;.a sociale.
LIBRO III.
LE ENTRATE STRAORDINARIE
DELLO STATO
Le entrate straordinarie minori.
198. Abbiamo parlato finóra delle entrate ordinarie, le
quali ricorrono periodicamente e servono appunto a provvedere
alle spese ordinarie, cioè che corrispondono a bisogni di natura
permanente. Ma vi sono spese straordinarie, le quali non si
ripetono a periodi fissi, o non si ripetono addirittura : la co-
struzione di una strada ferrata, una guerra o una indennità di
guerra da pagare, sono cose di loro natura accidentali. In ogni
tempo lo Stato ha dovuto provvedere ai bisogni di guerra e ha
provveduto con entrate straordinarie; alienazione di beni, ac-
censione di debiti, tesoro di guerra, ecc.
Le entrate straordinarie dello Stato sono di natura assai
difierente, ma possono raggrupparsi dintorno ad alcune forme
principali, ecc. : i alienazione del demanio fiscale : 2 ricorso al
tesoro pubblico, uso temporaneo delle riserve del tesoro o
delle banche di emissione : 3 prelevazione di imposte straor-
dinarie : 4 dichiarazione del corso forzato ; 5 accensione di de-
biti. Così i privati, i quali abbiano bisogno di provvedere con
spese straordinarie a straordinarie contingenze, possono o
ricorrere ad economie messe da parte, o vendere dei beni, o
accendere debiti. Lo Stato, a differenza dei privati, ha ancora
qualche altra risorsa : può dichiarare il corso forzato e può pre-
levare imposte straordinarie.
199. \.' alienazione dei beni demaniali è stata per assai
tempo una fonte assai grande di entrate straordinarie. L'accre-
scimento della popolazione e il passaggio dalla cultura esten-
Nitti. 45
694 SCIENZA DELLE FINANZE [LIBRO HI.
si va alla intensiva hanno in passato non poco contribuito a
spingere gli stati verso la vendita dei demani boschivi e agri-
coli ; parca anzi buona norma vendere. I soliti aforismi della
saggezza comune, affermavano che lo Stato è sempre un cattivo
amministratore ; che migliore e più prudente cosa è alienare il
demanio fiscale ; ecc. Spesso in alcuni paesi .si è venduto con una
larghez7a estrema : demanio boschivo, demanio minerario sono
stati venduti assai frequentemente a condizioni molto svantag-
giose. Solo qualche i:)aese, con suo grande benefizio, è sfuggito a
questa tendenza. Cosi la Prussia, che ha il più grande dema.nit)
fondiario, minerario e industriale di Europa e h^ saputo con
mirabile persistenza non s'^lo consei*varlo, ma accrescerlo.
Invece, ridotto quasi dovunque presso che a nulla il demanio
agricolo, è penetrata la convinzione che sia utile conservare
piuttosto che alienare il solo demanio boschivo : le entrate de-
rivanti da alienazione del demanio fiscale sono però general-
mente assai poca cosa. Solo le alienazioni del demanio indu-
striale, sopra tutto delle ferrovie, possono costituire grandi
entrate. Ma in lealtà esiste o esisteva una tendenza opposta ;
quella cioè da parte deilo Stato di riscattare piuttosto che di
vendere. Sono solo paesi poveri o decadenti che vend'jno iJ
loro patrinuniio in momenti di grandi necessità o di gravissime
strettezze. Negli ulrimi venti anni molti stati hanno ri icatta+o
in tutto o in parte le ferrovie. Poiché la pcpolazione cresce rapi-
damente, gli scambi aumentano e si svolgono con ampiezza
assai più grande che in passato, si può prevedere che in .av-
venire le ferrovie saranno grandemente fruttìfere e che il ca-
pitale investito in esse avrà ogni giorno un rendimento mag-
giore. Sopra tutto, ciò accadrà nei paesi di grande transito :
accadrà in forma minore in ?,lcuiii paesi come l' Italia, i quali
per la loro forma geografica, hanno lunghe linee trasversali, e
non sono quasi affatto ne saranno mai paesi di grande tran-
sito.
In generale uno Stato che è in buone condizioni non aliena
il suo demanio : viceversa, se è in cattive condizioni o non pio-
spere, lo aliena sempre nella forrna più svantaggiosa. Sopra
tutto l'offerta di grandi masse di beni immobili, quando il prezzo
del danaro è alto, non fa che determinare un peggioramento nella
CAP. l] li- TESORO DI GUERRA 695
situazione dei proprietari fondiari senza benefìzio molto grande
da parte dello Stato *.
Ma vendere le ferrovie, o i telegrafi, o cedere a dirittura 1'^
riscossioni doganali, è procedimento da stati in cond-zioni tri-
stissime. Come abbiamo detto, nei paes- moderni vi è da parte
dello Stato assai più tendenza a ri-scattare le linee ferroviarie e
le linee telegrafiche e in genera-e tutti i grandi mezzi di comuni-
cazione e di trasporto, che non a venderli.
In qualche paese, dopo la gueira, si è manifestata una ten-
denza ad alienare rapidamente, spesso disordinatamente il
dem.anio fi5:cale le ferrovie e a rinunziare all'e?:ercizio di al-
cuni servizi pubblici. In questo stato d'anin^o è una reazione
contro le esagerazioni della burocrazia ; vi è la preoccupazione
di ricavare con^.unque delle entrate e vi sono soprattutto ten-
denze capitalistiche di appropriazione e di accaparramento.
Is;el passato, quando l'uso dei prer.titi pubbL'ci non era molto
diffuso (e non poteva essere) e d'altra parte vi erano guerre
frequentissime, si usava avere un grande tesoro pubblico.
Oramai il tesoro pubblico negli stati moderni non ha impor-
tanza militare e non serve che per i bisogni della circolazione
e anche là dove, (come negli Stati Uniti di America) ha una
grande importanza, non é costituite mai per scopi di guerra.
Le guerre nei tempi m.oderni non costano già diecine e centi-
naia di milioni : ma centinaia di miliardi di lire. Non sarebbe
possibile a nespun paese di sottraiTe matis-e monetarie enonri
dalla circolazione^ aspettando guerre che ]:)ossono non avve-
nire e nei tempi moderni diventano più rare e in ogni modo
qualunque tesoro di guerra non ha alcuna importanza agli
effetti delia guerra e delle azioni mihtari.
La Germania soltanto, prima delia guerra del 1014-18 se-
* In Italia dal 1860 a oggi lo Stato ha ricavato oltre i miliardo della
vendita dei beni demaniali e dei beni ecclesiastici. La maggior parte d: essi
era nell'Italia meridionale. Il così detto demanio antùo, formato da terre
pubbliche in grandissima parte, terre che lo Stato per nuove leggi (21 ago-
sto 1862) o per applicazione di vecchie metteva in vendita, era quasi tutto
nell Italia meridionale e in Sicilia : in poca parte in Sardegna per beni
exademprivili. in Toscana per beni di Masemnidi. I beni ecclesiastici a loro
volta eiano in assai maggior misura nell'Italia meridionale.
696 SCIENZA DELLE FINANZE [lIP.RO IH..
gnendo un'antica tradizione, nella torre di Spandau, conservava
un tesoro di guerra {Kriessschùtz). In quella storica torre si
custodivano infatti circa 150 milioni in moneta metallica
e parecchie centinaia di milioni in valori e titoli facilmente
realizzabili *.
Se come dice Machiavelli l'oro è il nerbo delle guerre, ciò
va inteso nel senso di disponibilità di ricchezze. Ma il vero
tesoro di guerra è una istituzione arcaica, che alla Germania
non è servita a nulla e che ora nessun paese si prenderà la pena
di rinnovare.
A parte il Tesoro dello Stato, che serv^e per le esigenze or-
dinarie e della circolazione, tutte le banche di emissione hanno
o avevano grandi riserve metalliche, che sorpassano spesso
due o tre miliardi. Senza accantonare inutilmente in tempi
ordinari masse ingenti di ricchezza, (jiieste riserve sono in
tempo di guerra il tesoro più largo e di più facile uso. Dopo la
guerra gran parte dell'oro dell'Europa si è trasferito in Anicrica.
E ciò senza tener conto delie riserve del tesoro dello Stato.
Ora per entrare in campagna nulla è più facile a uno Stato, in
condizioni prospere, che valersi delle riserve del tesoro e delle
riserve bancarie, tranne poi a reintegrarle a guerra finita:
Wagner cercava spiegare l'esistenza del tesoro di guerra in
Germania con la conformazione geografica di quel paese ;
ma la vera spiegazione non era se non nella tradizione, che in
certi casi ha una importanza decisiva.
La Francia nel 1814, dopo aver disordinata e dominata
con Napoleone tutta l'Europa, dov^ette rientrare nei suoi con-
fini. I popoli vincitori Inghilterra, Prussia, Russia, ecc. im-
posero una modesta indennità di 700 milioni, che la Francia
potè pagare senza sforzo. Ben altri erano i darmi, i preleva-
menti e le sottrazioni di beni che la Francia avea fatto durante
la sua dispotica dominazione militare.
La Prussia vinse la Francia nel 1870 ; chiese una indennità
di guerra di 5 miliardi, che la Francia potè pagare senza troppo
grandi difficoltà in poche settimane j.
* Cir. Lab and : Das Staafareckt des deuhchen Reiches, III, ed., tom.
II, pag. 818 e seg.
t Sull'operazione del pagamento della indennità di guerra del 1870
GAP. I.] l'indennità di GUERRA 697
Dopo la guerra europea 191 4- 191 8, contrariamente a tutti
i precedenti impegni e a tutte le solenni dichiarazioni, che gli
Stati dell'Intesa avevano fatti durante la guerra, il trattato
di Versailles fra i paesi vincitori e la Germania e i trattati di
Saint Germain-en-Laye con l'Austria, del 'Jnanon con l'Un-
gheria, di Neuilly con la Bulgaria e di Sévres con la Turchia,
sanzionarono il principio, della indennità sotto la forma della
riparazione dei danni : forma equivoca che è stata la maggior
causa di depressione economica dell' Europa, il pretesto di
tutte le violenze e la legittimazione di tutte le rapine *.
La Germania avendo vinto la Francia nel 181 4 e nei 1870
non chiese che una indennità molto modesta e nel 1870 due
province, che sono da secoU ragione di lunga contesa, l' Al-
sazia e la Lorena.
L'articolo 231 del trattato di Versailles è un fatto nuovo
nella storia dei trattati. Esso dice che i governi alleati e asso-
ciati (gU Stati Uniti di America tenner sempre a dichiararsi
non alleati, ma semplicemente associati per la sola azione della
guerra e per il tempo della guerra, senza voler partecipare ad
alcuna responsabilità) dichiarano e la Germania riconosce,
che la Germania e i suoi alleati sono responsabili per averli
causati, di tutte le perdite e di tutti i danni subiti dai governi
alleati e associati e da' loro nazionali in conseguenza della
guerra imposta dall'aggressione della Germania e dei suoi
cfr. i. magistrale studio diLéon Say scrtto nel 1875 e pubblicato anche
in. appendice all'opera di Goschen: Thèorie cUs cìuinges étrangers ; E.
de B r a y . Indenniié de guerre nel Dictionnaire des finances di L. S a y
ecc. Secondo A. Nejrmarck (Val mob. voi. Il), la Francia pagò alla Ger-
mania in realtà per spese dell'annata di occupazione 248,6 milioni di Iran-
chi, per imposte diverse 62,6 milioni, per rindennit\ di guerra 5,315, 7 mi-
lioni, per indennità delle città 251 : cioè in tutto 5,877 milioni.
Pagate tutte le spese di guerra, i vari stati tedeschi che aveano preso pai te
alla guerra ebbero :
Ba\'iera marchi 270,792,297,67
Wurtemberg » 85,414,733,76
Baden » 61,360,828.82
Assia dei Sud » 28,8^,3,184,52
Confederazione de' Nord » 443,908,146,68
* Cfr. N i 1 1 i : L'Europa senzà^acé, Firenze ^ig'zi e La decadenza del-
l' Europa, Firenze, Iì;23. >• . .j <Jf'.:'r- ;
OgS SCIENZA DELLE FINANZE [LIBRO III.
alleati. Questa dichiarazione è ripetuta in tutti i trattati con
i paesi vinti.
Questa afìermaiiione di responsabilità, che non ha nessun
valore perchè solo ia storia dirà a chi e in quale misura spetti
la responsabilità della- guerra, ha il solo scopo di far dichiarare
(art. 232) che i governi alleati e associati ricono':cono che la
Germania, tenendo conto anche dejje perdite della guerra,
non è in condizione di riparare tutti i danni e tutte le perdite.
Ma vogliono che la Germania prenda /impegno che siano
riparate tutte le perdite e i danni causati alla popolazione ci-
vile di ciascuna delle potenze alleate e associate e ai loro beni
durante il tempo della guerra ; ia Germania e i paesi vinti
devono rispondere in via generale di tutti i danni elencati nel-
l'allegato I, che segue l'articolo 232. Ora quell'elenco con-
tiene perfino i sussidi pagati durante la gueiTa e le pensioni
che saran pagate dopo ]a guerra ed è quindi una vera indennità
di guerra.
La Germania, oltre a disarmare, ha dovuto cedere ie sue navi
mercantili, le sue colonie, i suoi crediti e la sua organizzazione
commerciale all'estero, alcuni dei migliori suoi territori se anche
interamente o prevalentemente tedeschi ; gran parte delle
sue risorse minerarie (oltre quattro quinti del minorale di ferro),
miniere di carbone della Saar date a perpetuità in compenso dei
danni temporanei prodotti alle miniere del Pas-de-Calais, ecc.
Deve inoltre pagare sotto la forma di riparazione di danni
una indennità, che rappresenta la più grande assurdità finan-
ziaria.
Poi che non si poteva chiedere una indennità che sarebbe
parsa per la sua enormità troppo grande, si è lasciato alla così
detta Commissione delle riparazioni di stebilire l'ammontare.
La Germania deve finché non ha pagato le indennità mantenere
a sue spese un esercito di occupazione dei vincitori sul Reno.
La Commissione delle riparazioni è al di sopra del Governo
tedesco e ha diritto di controllare tutti gli uffici della Germ.a-
nia, a ingerirsi in ogni fatto della vita economica e finanziaria
(art. 240) e può obbligare la Geririania a far promu Igare e man-
tenere in vigore e a pubblicare tutte le leggi, i regolamenti e
i decreti, che possono essere necessari per assicurare ia com-
CAP. I.] l'indennità di guerra 699
pietà esecuzione deile disposizioni del trattato (articolo 24T).
La Germania e i paesi vinti non hanno quindi più una vera
autonomia, ma sono sotto il controllo dei vincitori e praticamente
della sola Francia, fin quando non avran pagato la indennità.
E siccome la indennità non può e-sere pagata si occupano
sempre nuovi territori.
In tutte Je guerre precedenti il vincitore avea chiesto una
indennità che fosse immediatamente, rapidamente liquidabile.
È naturale che coloro che han perduto la guerra siano ritenuti
anche responsabili: ciò è accaduto veramente un pò sempre. Per
la prima volta però la indennità sotto foiTna eufemistica di ri-
parazioni, è stata imposta in guisa che devono o dovrebbero pa-
garla (perchè in fatti non può essere pagata) non solo coloro che
per la loro tenera età non presero parte alla guerra, ma anche
coloro che al tempo della guerra non eran nati e anche i loro
nepoti. Tutto ciò ha non solo sconvolto profondamente la Ger-
mania e i paesi vinti, ma paralizzato ogni commercio intema*
zionale. avvelenati tutti i rapporti, scosso ledifizio del credito,
rovinata se non spenta per molti anni ogni solidarietà econo-
mica e nazionale.
Le indennità richieste sono anche quanto di più stravagante
si possa imaginare. Basterà dire che tutta la ricchezza nazio-^
naie della Francia era prima della guerra valutata in 250 mi-
liardi di franchi. Ora poi che i danni prodotti dall'esercito te-
desco non riguardavano ne meno un decimo del territorio na-
zionale francese e la terra e le miniere, se bene danneggiate,
non eran certo scomparse, le riparazioni non potevano sor-
passare 20 o 25 miliardi. La sola Francia chiese nel 1920 alla
Commiss:one delle riparazioni una indennità di 218 miliardi,
di cui 141 mihardi di danni e 77 di pe.nsioni. Secondo i criteri
adottati in successive conferenze 52 per cento di tutte le somme
date in conto riparazioni dovrebbero essere, date alla Francia,
22 per cento alia Gran Brettagna, io per cento all'Italia, più
il 25 per cento delle riparazioni austriache, bulgare e ungheresi
(di valore quasi identico all'oro della luna), 8 per cento al Bel-
gio, 0.75 per cento al Giappone : 6,50 per cento agli altri al-
leati, di cui 5 per cento alla sola Jugoslavia.
I criteri economici e finanziari che han preceduto queste
700 SCIENZA DELLE FINANZE [LIBRO UT.
attribuzioni e il criterio stesso della indennità costituiscono
fatti di una tale assurdità dal punte di vista della scienza eco-
nr»mica, che non vale la pena di esaminarli. Sono, come ha
detto Clemenceau, piuttosto una finanza di lotta : un modo
di continuare la guerra mediante i trattati di pace. Difatti la
guerra si può dire che continui piìi che mai e solo il tempo
dirà se questa politica di trattati, che costituisce un fatto nuovo
nella storia della riviltà moderna, sarà nella stessa misura
dannosa ai vincitori o ai vinti o a tutti, vietando all'Europa
intera di progredire e di r.fare le ricchezze perdute e più che
altro la perduta solidarietà. Ma queste considerazioni esulano
dal campo finanziario e sarà solo necessario dire che le inden-
nità richieste sotto forma di riparazioni co.stituiscono un'as-
surdità economica e finanziaria.
Un'entrata non solo straordinaria, ma di carattere vera-
mente eccezionale e spess«> immorale, può essere costituita
dalla indennità di guerra, che i paesi vinti sono costretti a
pagare qualche volta ai paesi vincitori.
20I. Senza mutare il regime tributario si può, in contin-
genze straordinarie, accrescere per tempo determinato le impo-
ste esistenti : o si può metters imposte nuove per una durata pili
o meno breve. In questo caso, anche le imposte assumono carat-
tere di entrate straordinarie. La possibilità per il Tesoro dello
Stato di ricercare risorse notevoli da imposte straordinarie, è
cosa riguardante la politica finanziaria * un fatto la cui conve-
nienza deve esser giudicata caso per caso. iMon mancano né
meno in Italia esempi in cui anche prima della gueira, per
bi<5ogni urgenti e straordinari dello Stato, quasi tutti i tributi
abbiano avuto un accrescimento eguale : sono stati accresciuti
di un tanto per cento. Ma ciò è tanto più facile nei paesi che
possiedono grandi imposte generali sul reddito.
Durante la guerra 1914-1918 e dopo in quasi tutti i paesi,
anche in molti che furono neutrali e che della guerra soffrirono
se non in eguale misura dei paesi belligeranti, in grave misura,
vi sono stati aumenti temporanei delle imposte esistenti. Sono
stati dichiarati temporanei ; ma pur troppo l'aumento delle
spese pubbliche rende questa temporaneità piuttosto inde
terminata e durevole.
CAP. I.J IL CORSO FORZATO 701
202. Un'entrata straordinaria estremamente pericolosa,
ma di notevole importanza, può essere in alcuni casi la dichia-
razione di corso forzato *.
Il corso forzato si ha, come è noto, quando il pubblico è
costretto ad accettare carta moneta, emessa dallo Stato e dalle
banche di emissione, senza avere in corrispettivo il diritto di
barattarla in moneta. Ora, che i biglietti siano emessi per conto
dello Stato da esso direttamente o da una banca per suo conto o
mediante corrispettivo, è sempre vero che lo Stato ricava dalla
emissione una entrata straordinaria. Che il corso forzato agisca
dannosamente sulla economia del paese che lo adotta, non vi è
alcuno che dubiti : benché in qualche caso, sia un rimedio
eroico, cui bisogna ricorrere per necessità e per evitare mali
maggiori. Durante il corso forzato lo Stato paga i suoi creditori
in carta, che ha valore convenzionale e precario.
Assai spesso con poca oculatezza molti stati preferiscono gon-
fiare la circolazione piuttosto che ricorrere al rimedio doloroso
e onesto di mettere nuove imposte. Cosi si è fatto in Spagna,
dove per molti anni la merce che è stata esportata in maggior
misura è il debito ; e lo Stato ha contratto debiti da una parte
ed esagerato e fatto esagerare dalle banche la circolazione fidu-
ciaria, fino ad andare rapidamente al corso forzato. L'Itaha ha
abusato anch'essa per molto tempo delle emissioni abbondanti
e si è salvata solo fermandosi in tempo sulla china pericolosa,
è la peggiore e la più dannosa. I danni che rinflazione porta sono
incalcolabilmente superiori ai pochi vantaggi immediati e fugge-
voli che arreca alla finanza dello Stato. I re falsi monetari del
medio evo lasciarono spesso assai cattivo nome per la loro in-
genuità : essi erodevano la moneta e pretendevano conser-
varne il valore. Ora vi sono mezzi molto più semplici : l'emis-
sione di carta moneta a corso forzato è il mezzo più sempUce
e anche il più pericoloso. Molti stati hanno ceduto alle illusioni
delle emissioni abbondanti ; ma il danno che è venuto loro dal
* Cfr. Ferraris : Moneta e corso forzoso, Milano, 1879 , A r n a u n é :
La tnonnaie, le crédU et le change, 2. ed., Paris, 1902, pag. 358 e seg. ; L a w •
son : Hisiory of Banking, London, 1855, pag. 87 e seg. ecc. Eccellente è
la relai-ione presentata il 15 dicembre 1880 dal nunistro Magliani alla Ca-
mera dei deputati per i'abolizione del corso forzato
702 SCIENZA DELLE FINANZE [LIBRO III.
debito sotto la forma di carta moneta è stato sempre più grande
di quello che sarebbe venuto sotto qualsiasi altra forma di
reddito o di imposta.
Quando è che uno Stato ricorre al corso forzato ? Quando ha
bisogno di risorse abbondanti e immediate, che non riesce a tro-
vare altrimenti. Allora esso allarga la circolazione, deprezzando
il medio circolante. Non vi è nulla di più dannoso, i vantaggi
immediati che ne riceve lo Stato, essendo poca cosa di fronte al
danno che ne riceve l'economia della nazione. Deprezzare il me-
dio circolante significa ridurre il valore dei crediti ; diminuire
coloro che sono pagati a stipendio fisso : significa inoltre elevale
i prezzi delie derr.ate sopra tutto di quelle che s'introducono
dall'estero. In certa guisa il male è di tal natura da determinare
ii. proprio sviluppo. Le prime emissioni a corso forzato produ-
cono infatti un'attività fittizia, un'apparenza di prosperità :
così si verifica spesso un vero fenomeno di accelerazione delle
emissioni e del deprezzamento.
Quasi tutti i paesi civili son passati per il corso forzato, e i
più forti e i più civili han cercato di uscirne come prima era
possibile. Il miglior modo di uscirne consiste nell'assicurare con
forti economie il pareggio del bilancio dello Stato, nel fare che
prima o dopo gli avanzi delle entrate servano a diminuire la
circolazione malsana, sopra tutto nel non fare nuove emissioni.
Tutti gli altri rimedi servono piuttosto ad aggravare il male
che a ridurlo.
Prima della guerra del 1914-18 il corso forzato era in Europa
piuttosto una eccezione : o pure la quantità della carta moneta
era tale che le monete più deprezzate non prendevano quasi
mai più del io al 20 per cento. Si ricordava in tutte le scuole
la storia degli assegnati della rivoluzione francese ; si parlava
dei fallimenti dell'Austria, per eccesso di spese e di circola-
zione e si ricordavano i suoi sforzi per il risanamento finan-
ziario.
Ma, durante la guerra e sopra tutto dopo la guerra sono avve-
nuti in Europa i più strani svolgimenti . Si sono formati nuovi
stati, che per la loro costituzione non nazionale (ve ne sono
come la Ceco Slovacchia in cui i cechi sono una minoranza di
fronte agli slovacchi, ai tedeschi, agli ungheresi, ai ruteni ; ecc.).
CAP. I.] l'aumento temporaneo delle imposte 703
Quando il limite massimo delle imposte è stato raggiunto
e vi è stata necessità di procurarsi comunque mezzi di pa-
gamento, la circolazione è stato il terribile espediente che ha
sconvolto tutta la vita economica europea. Vi sono stati in
cui Ja carta moneta non ha che un valore minimo : in cui oc-
corre oramai una somma enorme per comperare anche le più
piccole cose necessarie alla vita.
Degli stati belligeranti europei solo la Gran Brettagna con
grande serietà, affrontando ogni sacrifizio, imponendosi la
tassazione più dura, realizzando tutte le economie ha raggiunto
il pareggio del bilancio ed è ritornata alla parità dell'oro. Tutti
gli altri paesi sono in varia misura sconvolti.
È inutile parlare della Russia, dove la carta moneta è abo-
lita : ma la Germania, l'Austria, l'Ungheria, la Polonia, gran
parte degli stati successori dell'Austria Ungheria hanno una
circolazione che non si può risanare se non annullandola.
Il marco tedesco è in parità monetaria lira 1,23 un dollaro
5,18 e una sterlina 25,22 ; ma oramai (fine aprile 1923) con
una sterlina si possono avere oltre 98 mila marchi e con un
dollaro se ne possono avere oltre 21 mila, A fine aprile 1923 bi-
sogna dare 136 lire italiane per avere 100 franchi Irancesi.
94.15 per avere una sterlina, 371 per avere 100 franchi sviz-
zeri, 20,30 per avere un dollaro.
In Europa, Gran Brettagna, Svizzera, Olanda, Paesi Scan-
dinavi, Spagna sono a cii colazione sana o presso che sana ;
Francia e Italia sono a circolazione deprezzata ma ancora
salvabile ; tutti i paesi vinti o sorti sulla monarchia austro un-
garica, il Portogallo, la Grecia, hanno circolazione di migliaia di
miliardi, che non si può più salvare.
Se i prezzi attuali son cresciuti estratti in cifre approssima-
tive e considerati al'a fine del 1922, in confronto dei prezzi
di anteguerra, di circa 170 per 100 in Gran Brettagna di 150
per cento negli Stati Uniti di America e in Svizzera, di 140
per cento in Australia, di 200 per cento m Danimarca, di 80 per
cento in Olanda son cresciuti assai di più nei paesi a circola-
zione deprezzata. Si calcola che son cresciuti quindi del 300
per cento in Francia, del 500 per cento in Italia. Ma l'accresci-
mento è stato enorme nei paesi in cui si è più abusato della
704 SCIENZA DELLE FINANZE [LIBRO ITI
circoiazione, incluso la Polonia, l'Austria, la Germania. In
Germania eran cresciuti già di loo a 11.400 in ottobre 1922.
Dopo l'accrescimento è stato anche maggiore.
L'abuso de!;a carta moneta sconvolge tutti i rapporti so-
ciali distrugge le classi che vivono di rendite (rendite di Stato,
prestiti obbligazioni, ecc.) sconvolge 'a produzione. È difficile
fare previsioni ma si può dire che l'Euiopa non è mai stata
minacciata da nessuna epidemia come dall'abuso di carta
moneta dopo il 1919 *.
II
]Sl ATURA E FORMA DEI DEBITI PUBBLICI
203. Fra tutte le entrate straordinarie dello Stato, la più
caratteristica, la più nota, quella che nei tempi moderni ha una
importanza più grande, è il debito pubblico. Bisogna aggiungere
che, in via ordinaha, è anche l'entrata straordinaria più vantag-
giosa. I debiti pubblici hanno oramai nella economia finanziaria
degli stati moderni, un'importanza così grande che solo mediante
ess. S' sono potute fare alcune ingenti spese, che altrimenti sa-
rebbero state impossibili.
Prima di addentrarci nell'esame delle questioni relative a.
debito pubblico sarà bene fermarci prima di tutto su alcune di-
stinzioni fondamentali. Le due forme tipiche del debito sono :
I debito ftuttiuinte o di amministrazione ; 2 debito consolidato
o di finanza. Lo stato contrae il debito fluttuante per breve pe-
riodo di tempo (m Italia non oltre l'anno e per provvedere a
momentanei bisogni della finanza). Fra le entrate e le spese
non sempre vi è corrispondenza. Le spese avvengono con una
regolarità relativamente più grande : le entrate sono meno
regolari. Per le dogane vi sono mesi di forte importazione e
me«i in cui l'importazione è debole. Le cosi dette tasse sugli
affari in alcuni mesi hanno un gettito tenue, in altri relatlva-
* L'oro dell'Europa si è molto diminuito dòpo la guerra. Le più grandi
quantità di oro sono state per necessità dei pagamenti trasportate negli
Stati Uniti di America e questa situazione tende molto ad aggravarsi.
CAP. II.] NATURA E FORMA DEI DEBITI PUBBLICI 705
mente assai più elevato. Deriva da questa mancanza di corri-
spondenza che lo stato è costretto, mediante operazioni di
tesoreria, a prendere in prestito somme a breve scadenza o,
ciò che è lo stesso, a rimborsare i suoi creditori con promesse
di pagamento fruttifere a breve scadenza {buoni del tesoro).
È un debito che fluttua, secondo i bisogni del Tesoro : è di sua
natura provvisorio ed è formato da titoli rimborsabili *.
Il debito pubblico consolidato è un vero debito fatto per sup-
plire a spese cui non corrispondono entrate. Or vi sono un con-
solidato redimibile e un consolidato irredimibile. Il consolidato
redimibile in tempo e in condizioni prestabiliti. Corrisponde
dunque l'interesse stipulato e assume l'obbligo di restituire il
capitate preso in prestito al tempo convenuto in cinque, sei
sette anni e anche p.ù. Il consolidato irredimitile è la forma più
importante del credito pubblico. In questo caso, lo stato si
obbliga a corrispondere gl'interessi senza indicare in alcun modo
se, e quando restituirà il capitale. Bene inteso, che chi possiede
una cartella di rendita ccnsolidata. può bene venderla e quindi
riavere a prezzo di borsa il capitale prestato (s'intende m più
o meno, secondo che il prezzo di borsa è maggiore o minore).
Ogni giorno più il debito redimibile perde la importanza spe-
ciale che prima attribuivano ad esso molti finanzieri. Infatti,
molti debiti redimibili appaiono nello stesso tempo ingom-
branti e molesti. Se bono un utile richiamo, poiché obbligano
io Stato ad estinguerli dentro un certo termine, sono anche
spesso un richiamo eccessivo e continuo. Ogni rinvio equivale,
quando si tratta di un termine fisso, a una dichiarazione din-
capacità. Ora è forse, nella maggior paite dei casi, vantaggioso
emettere consolidato irredimibile : poiché, senza che ve ne
sia obbligo, lo Stato può ammortizzare comprando esso stesso
* In Ingh Iterra vi sono : Excheque.r bills, che lo Stato deve pagare al
massimo entro cinque anni, ma che il portatore ha il diritto di farsi rim-
borsare tutti gli anni a una certa data e anche sei mesi prima di tale data
di dare m pagamento delle imposte ; 2 Treasury bills, a scadenza di tre, sei
mesi o anche più ; 3 Deficiency avances, cioè prestiti fatti per uno o due
mesi e destinati a provvedere al servizio del debito, al principio di ogni
trimestre , 4 Exchequer bonds, obbligazioni dello scacchiere a tre anni al
più. Gli Exchequer bills e gh Exchequer bonds non possono considerarsi come
un vero debito fluttuante.
706 SCIENZA DELLE FINANZE [lIBKO III .
quella quantità di rendita che crede opportuna e può conver-
tire, quando in seguito a richiesta, il prezzo della rendita si
faccia troppo alto *.
Una molto importante distinzione è da fare tra prestili for-
zali e prestiti volontari. In passato la forrra più comune era
quella dei; prestiti forzati ; in cui lo Stato richiedeva un prestito^
a interesse o non : per scopi patriottici, coattivamente. Basan»
dosi su criteri di relativa approssimazione, come i ruoli delle
imposte, lo Stato a ogni cittadino reputato in condizioni di
prestar danaro, imponeva di prestare una somma determinata.
Ma questi prestiti eiano ordinariamente poco produttivi e
molto vessatori. Mancavano in fatti e mancano criteri per in-
dicare chi possieda danaro disponibile. Ison è punto vero che
chi sia inscritto nei ruoli delle imposte, come proprietario di
terra o di case, abbia risparmi disponibili da investire. E d'al-
tra parte, può bene accadere, e accade nella realtà, che molta
spesso grandi somme si trovino disponibili presso persone che
non sono né meno in qualche caso ritenute ricche. Nei prestiti
patriottici e forzati il reddito di ogni cittadino non può essere
presunto che in via molto indiziaria e fallace. Benché più volte
siano stati usati in Francia, in Italia, in Ispagna, ecc., i pre-
stiti patriottici e forzati hanno assai probabilità di non rinno-
varsi più. Oramai quasi dovunque la forma esclusivamente
accolta è quella dei prestiti ordinari, in cui lo Stato prende il
danaro a prestito al prezzo in cui esso è, e trova tanto maggiore
* La larghissima bibUografia sui debiti pubblici si trova in L. C o s s a
nel G. d. E giugno iSy6 e R. Gràtzer nella Zeitsch, fur Lttteraiur und
Gesch. der Staatstwiss . , Leipzig, 1893, pag. 135 e seg. Fra le opere princi-
pali cfr. 4 e. Adams: Public dchts, New-Vork, 1887; R i e e a - S a-
1 e r n o . // debito pubblico in Europa e negli Stati Uniti di America nei B.
I. S. 1878 e Di alcune questioni relative al debito pubblico ncìV AnnUiXrio di
Ferraris 1882 ; G i f t e n : Essays in Finance, i. serie, saggio XT .
B a s t a b 1 e : Finance pag. 609 ; Hook: Die òffentichen Ahgaben-- und
Schuldcn, Stuttgart, 1863 , E. C o s s e : La dette pubUquc et les droit da VEiat
Paris, 1884, ecc., Dufresne Saint Leon: F.tudes du crédit public
et des dettes publigues, Paris, 1824; R. D. Baxter: National debts Lon-
don, 1871; Wagner: Staatsschulder. nel Deutsches Staatsuorterbuck di
Bluntschli e Brater, 1867, voi. X, ecc. Classica sempre, non ostante
le sue vedute troppo esclusive, è la opera di David H u m e sul credito
pubblico.
CAP. II.] NATURA E FORMA DEI DEBITI PUBBLICI 707
o minore credito quanto maggiore o minore è la sicurezza del-
l'investimento. I prestiti forzati sono pei il credito di uno Stato
quasi tanto disastrosi con la bancarotta. Niente è più difficile
che ripartire un prestito forzato fra varie classi di cittadini
che possono concorrervi, gli indizi esteriori non potendo es-
sere indice sufficiente. Un banchiere che faccia commercio
dei suoi capitali può prestare senza molto danno, ma anche
un grande industriale può non avere capitali disponibili. E
d'altra parte, se lo Stato è in condizioni così difficili da ricor-
rere ai prestito forzato, vuol dire che il credito è in situazione
pessima. Allora anche un ricco industriale riesce difficilmente
a trovar capitali se non a condizione disastrose per la indu-
stria. Sotto alcuni aspetti, sarebbe assai meglio che lo Stato
prendesse alle condizioni che i creditori gl'impongonu, invece
chesso stesso imporre a chi non ne ha di ti o vare danaro a
qualsiasi condizione.
Lo Stato non può forzare il patriottismo, obbligare i citta-
dini a dare, se anche costi loro troppo sacrifizio : può soltanto
sollecitare il patriottismo. I cosi detti pyestih patrioUici sono
fatti, o almeno sono tentati a condizioni più vantaggiose per lo
Stato di quelle che offrirebbero i creditori ordinari ; si dà per
esempio loo per ciò che sul mercato sarebbe quotato 80. L'espe-
rienza ha dimostrato che i prestiti patriottici sono un insuc-
cesso e una ingenuità insieme, e che è per lo meno temerario
contare sul patriottismo dei capitalisti, quando si ha bisogno
di centinaia di milioni ♦.
204. È incredibile l'entusiasmo degli scrittori del secolo
passato per i prestiti pubblici. Pareva che, secondo essi, si fosse
* Il debito pubblico fluttuante secondo la legge italiana, prende la forma
di biioni del Tesolo. Il ministro del Tesoro, che come abbiamo visto, pre-
siede alla spesa, può emettere obbligazioni al latore frutt fere a brevissima
scadenza ; 3 6 o 7 m.esi, e al massimo un anno I buoni del Tesoro, che in
Italia sono al latore, devono essere estinti entro l'anno ; sono di sette serie,
la minore di lire 500, la magjJoxG di lire 100 mila.
L'art. 62 della legge di contabilità e il regolamento disciplinano la emis-
sione dei buoni del Tesoro Secondo le disposizioni vigenti in Italia, la emis-
sione dei buoni del Tesoro e il limite massimo della somma che può tener-
sene in corso, sono stabiliti dalle leggi annuali di approvazione dei bilanc»
e delle leggi speciali.
708 SCIENZA DELLE FINANZE [LIBRO IH
trovato il modo migliore per disporre di grandi ricchezze a
beneficio della collettività.
Vi era chi affermava che, quando che fosse, i debiti pubbhci
avrebbero sostituito le imposte (Becker), quasi che gl'interessi
dei debiti a lungo andare si potessero pagare altrimenti che con
imposte ; A. Hamilton si rallietava al pensiero che il debito
pubblico non avrebbe mai fatto mancare il capitale alle fab-
briche, quasi che le somme prestate agli stati non fossero tanti
capitali disponibili sottratti in gran parte a impieghi indu-
striali ; Berkeley, da parte sua, paragonava i debiti pubblici
a vere miniere d'oro e non vedeva che in realtà si trattava
piuttosto di carta. Perfino Voltaire, che aveva trovato frasi
così crudeli e così argute, facea la strana scoperta che un Etat
qui ne doit qu'a ìui mime ne s'appauvrit pas *. E non vedeva
che lo Stato non deve a sé stesso, ma ai cittadini, e che l'im-
piego dei denari che costoro prestano allo Stato può esser
buono e può essere cattivo : ma è non di rado in gran parte
destinato a scopi che non sono di produzione. Non è possibile
pensare alle illusioni che i debiti pubblici hanno fatto sorgere
e che pur troppo sono rimaste ancora in molti politici f.
205. Si è discusso lungamente sulla natura dei prestiti
pubblici : e in pochi argomenti è stato emesso maggior numero
di sofismi che in questo. Si è detto che i debiti non arricchi-
scono, né impoveriscono la nazione, poiché non .si tratta che
* Questi sofismi in tempo assai recente sono stati rinnovati da E. de
Girardin e sopratutto da I. P e r e i r e • Questions financiéres : rè/orme de
Vimpot par l'smprunt, Paris, 1876.
t Quante volte si ripete ancora da noi che lo Stato che prende a prestito
non distrugge né consuma ricchezze, ma ia solo uno spostamento ? Bisogna
leggere gli aiti parlamentari della Francia, dell'Austria, dell'Italia per vedere
come le vecchie aberrazioni siano tutt'altre che finite o presso a finire, e
come si rinnovmo ancora adesso in forma non meno pericolosa. Queste
esagerazioni strapparono a Marx l'amaro rimprovero che il ci edito pub-
blico è il vero cred to del capitale. La mancanza di fede nel debito pubblico,
egli diceva, viene a pighare il posto del peccato contro lo Spirito Santo, il
solo che un tempo non poteva essere perdonato. La tesi opposta che il de-
bito sia quasi sempre o sempre un male spingendo all'imprevidenza si trova
in Hume (o la nazione distruggerà il credito pubblico, 0 il credito pubblico
distruggerà la nàziotie, egU concludeva), in A. Smith, in . Montesquieu, in
Ricardo, in J. B Say, in Gladstone ecc.
•CAP. II.] NATURA DEI DEBITI PUBBLICI 709
di trasferimenti di ricchezza all'interno di ciascun paese ; che
il debito è pagato dalle generazioni avvenire e non dalle pre-
senti ; che accresce il rispaiiriio nazionale ; ecc. Non si tratta
che di una fantasmagoria. È evidente infatti che i trasferimenti
di ricchezza non avvengono senza dispersione. Non è, come
dicea superficialmente qualcuno, il caso della mano destra che
dà alla mano sinistra : è una troppo superficiale osservazione
che autorizza ipotesi simili. Infatti, supponiamo che lo Stato
prenda a prestito un mihardo, all'interesse del 4 per cento :
si obbliga a pagare 40 milioni d'interessi all'anno, cioè a pren-
dere 40 mihoni di imposte ai cittadini e a darli a coloro che
hanno prestato il danaro. Pare a prima giunta che non vi sia né
perdita, né guadaguv^ per una nazione se una classe di cittadini
dà a un'altra. Ma che cosa accadrebbe se non vi fosse il debito ?
La prima classe di cittadini conserverebbe il suo danaro o lo
investirebbe a condizioni più o meno vantaggiose in industrie ;
la seconda non pagherebbe le imposte. In ogni caso la massa
di capitale privato a servizio della industria sarebbe assai
maggiore.
Bisogna bene aver presente che lo Stato il quale prende a
prestito non aumenta, né diminuisce, per il fatto del prestito,
la ricchezza nazionale. Chi sia creditore di un proprietario di
terre di io mila lire, sa che il suo credito rappresenta una ric-
chezza ; ma sa pure che il proprietario di terre, appunto a
causa del suo debito, possiede io mila lire meno di prima. Ora
il proprietario che ha preso in prestito io mila lire può, invece
che sciuparle, averle investite nella terra. In questo caso la
terra, valendo io mila lire di più, non vi è nessuna diminuzione
nella ricchezza. Ma può invece aver destinato la somma presa
in prestito per un viaggio di piacere all'estero. In questo caso
egli avrà provato una serie di piacevoli impressioni, ma senza
dubbio la sua ricchezza e anche quella della società sono di-
minuite in proporzione, perché io mila lire sono passate da
un individuo a un altro, non solo, ma anche supponiamo dal-
1 Italia in Francia. E cosi é dello Stato. Supponiamo che vi
sia da costruire una ferrovia : e supponiamo anche che questa
ferrovia possa rendere al capitale investito in essa il 3 % al-
l'anno. Se io Stato per costruina, prende a prestito la somma di
N i 1 1 i. 46
7IO SCIENZA DELLE FINANZE [LIBRO III,
loo milioni obbligandosi a corrispondere 3 milioni di interessi
all'anno, è perfettamente al coverto, perchè la ferrovia gli ren-
derà appunto annualmente 3 milioni. In questo caso la ric-
chezza deila nazione non è scemata in nessuna guisa e lo Stata
non ha avuto un azione se non nel determinare l'impiego dei
100 milioni disponibili nell'economia nazionale, che altrimenti,
supponiamo si sarebbero indirizzati verso l'industria manifat-
turiera. Ma facciamo un'altra ipotesi. Per una spesa improdut-
tiva, lo Stato spenda 500 milioni presi: mediante il debito e per
cui al 4 % deva corrispondere 20 milioni di interessi all'anno.
In questo caso, mezzo miliardo di ricchezza nazionale è stato
in gran parte distrutto e la nazione dunque si è impoverita
di tutto l'ammontare di questo debito. E nello stesso tempo,
essendo per la grande richiesta dei capitali da parte dello Stato
diventato più alto il prezzo del danaro e quindi assai più diffi-
cile la situazione delle industrie, lo Stato avrà agito nel senso
più dannoso alla produzione. È sopra tutto la destinazione
la Cjuaie fa sì che dai prestiti pubbhci venga o non danno. Ma
(guanti eirori si commettono negli apprezzamenti ! Quante
-ferrovie ritenute indispensabili non danno uè meno l'interesse
del capitale investito in esse ! Queste cose non si potrebbero
fai e se i debiti non vi fossero ! ed è perciò che i debiti pubblici
non vanno considerati solo nei loro effetti economici, ma anche,
e sopra tutto, nella loro azione politica.
11 debito non differisce dalla imposta se non nell'azione che
esso ha sull'economia pubblica e sulla politica degli stati. Gl'in-
teressi dei debiti non possono essere pagati in definitivo che con
entrate ordinarie, sopra tutto con imposte. Ma il debito ha un
carattere che gli è particolare : esso spinge al massimo la capa-
cità contributiva del paese. Ogni inasprimento delle imposte ha
un'azione immediata e i cittadini ne risentono Teff etto : ogni
emissione di rendita pubblica non fa che assorbire i capitali
disponibili, e i suo: effetti sono spesso in un primo periodo di
più grande benessere, poiché corrispondono a un aumento di
spese.
206. Malauguratamente il debito illude. È ciò che vedeva
fin dal suo tempo con estrema chiarezza Adamo Smith. Molte
guerre non si farebbero senza il debito ; anche molte spese inu-
GAP. II.] LE ILLUSIONI DEI DEBITI 7II
tili in tempo di pace. I governi, spesso non vogliono urtare i
popolo con forti accrescimenti di imposte, spesso non hanno
il mezzo di procurarsi con esse grandi entrate : ricorrono quindi
più facilmente ai prestiti. Basta un aumento moderato d'im-
poste per pagare gl'interessi dei più grandi debiti.
Ciò non toglie che il debito pubblico rappresenti un'entrata
straordinaria di grande importanza e che in alcuni casi sia pre-
feribile alle imposte. Con il debito si prende spesso quella parte
di capitale che non cercava o che non trovava investimenti : se
si potesse dire così, si prende la parte meno utile del capitale
della società. Mentre la imposta colpisce a diritta e a manca un
pò tutti, anche quelli che più hanno bisogno di capitale : ma è
questa facilità, che gli deriva dalla origine, che rende il debito
più pericoloso.
207. In quali casi nei tempi ordinari e in circostanze ordi-
narie si può ricorrere al debito invece che alle imposte ? Molti
dicono semplicemente : bisogna provvedere alle spese oidinarie
con entrate ordinarie e alle spese straordinarie con entrate
straordinarie. È una soluzione un pò semplicista. Le spese
straordinarie nei bilanci moderni sono ogni giorno più grandi,
anzi finiscono con l'assumere a loro volta un carattere di re-
golarità. Vi sono molti bilanci in Europa in cui le spese straor-
dinarie sorpassano per molti anni loo, 200 anche 300 milioni
di lire. Che significa ciò ? che un paese possa fare in venti anni
2, o 4, o 6 miliardi di debiti ? e che sarebbe dopo il secondo,
o dopo il terzo ventennio ? Se si guarda in fondo, le cosi dette
spese straordinarie non hanno per nove decimi nulla di vera-
mente straordinario : corrispondono in generale a costruzioni,
ad armamenti, ad ampliamenti di pubblici servizi. Che cosa
vi è in tutto ciò di straordinario ? Dunque questa regola non
è accettabile.
Altri dicono : si può ricorrere al debito tutte le volte che ri
tratti di investimenti dì capitali. In mo'ti parlamenti è pre-
valsa la idea che il debito, quando serve a costruzioni, a lavori
pubblici sopra tutto, sia niente altro che una trasformazione di
capitali : un ministro itahano di straordinaria intelligenza : ma
disposto a larghezze eccessive, Magiiani, diceva, che le ferrov'^ie
erano niente altro che U7i equivalente del debito. Anche in ciò
712 SCIENZA DELLE FINANZE [LIBRO III.
non vi è che una fantasmagoria. Se lo Stato costruisse le fer-
rovie come una società privata, cioè con criteri esclusivamente
industriali, richiedendo saggi d'investimenti pari a quelli of-
ferti dal mercato, in realtà la costruzione di ferrovie sarebbe un
equivalente del debito, cioè una trasformazione di capitali
circolanti in fìssi. Ma lo Stato, in nessun paese, costruisce con
criteri puramente industriali : esso ha scopi politici, scopi mi-
litari, scopi di civiltà : e spesso sono questi scopi che.prevalgono.
Non è dunque che generalmente la stipulazione di ciascun de-
bito deva agire allo stesso modo ; ma ciascun prestito può rie-
sci re utile o nocevole, secondo la sua destinazione, sopra tutto
secondo lo scopo per cui è stato latto. Certo però, che quando si
tratti di fare dei debiti perchè uno stato acquisti o costruisca
una ferrovia che renda per lo meno gl'interessi del capitale in-
vestito o quando il municipio faccia un debito per acquistare
un acquedotto o un impianto di gaz, che adempiono alla stessa
condizione, non si può considerare il debito altrimenti che
come una trasformazione di capitale. Ma la questione è tutta
appunto nel sapere se il capitale ricavato da un debito e inve-
stito in una costruzione o m un acquisto dia almeno quanto si
paga per gl'interessi dei debiti *. Poiché questa condizione non è
adempiuta, i parlamentari, la cui mente è fertile di invenzioni,
parlano sempre di una produttività indiretta : e afiermano che
i lavori che si fanno producono in via indiretta.
Vi sono altri che dicono che le imposte possono essere im-
piegate per le spese di utilità temporanea e i prestiti per quelli
di utilità permanente che riguardano appunto le generazioni
venture. Ma né meno ciò è troppo chiaro. Difendere il paese
dai nemici estemi : ecco un interesse permanente. Ma le for-
tezze che oggi si costruiscono domani diventano inutili : allora
* «Cosi sono piene d'interesse le discussioni sul bilancio austriaco in-
tomo alle così dette spese di rinvestiraento, dalle quali si trae con quanto
sottile ingegno si cerchi per le bonifiche, per le ferrovie, per le scuole e per
somiglianti fini, di creare una specie di bilancio straordinario coperto dai
debiti. Il che si faceva una volta in Italia, troppo indiilg^endo alla fatale
teoria delia trasformazione dei rapitali, esclusa oggidì col concorso di tutti
i partiti e con manifesta utilità del credito pubblico ». L, L u z z a 1 1 i :
Esposizione finanziaria aiJa Camera dei deputati, ai 7 dicembre 1896.
CAP. II.] IL DEBITO E LA IMPOSTA 7I3
come possiamo considerarle di utilità pennanente ? Così è
delle strade, così di ogni altra spesa.
In fondo si ricorre al debito perchè non si può provvedere
con le imposte, o perchè si vuole cercare quella parte del ca-
pitale che è più disponibile, che ha quindi una utilità sociale
minore. Il debito può essere vantaggioso solo quando sia une
vera trasformazione di capitali, cioè quando copra spese vera-
mente produttive. Se i debiti per la guena sono una necessità,
nessuno vorrà dire che siano un bene, e né meno che si possa
ricorrere ad essi senza danno.
In quanto alla idea che il debito sia pagato dalle generazioni
future e non dalle attuali, si tratta anche di una illusione. Sup-
ponendo che una terra renda il 3 per cento del capitale inve-
stito, è la stessa cosa togliere un pezzo di suolo che valga
1000 lire, che costringere il proprietario del fondo a pagare a
tempo indefinito 50 lire. all'anno. Pagando infatti 50 lire all'anno
il fondo rimane svalutato di 1000 lire : e, se si dovrà vendere,
varrà allo stesso modo che se fosse stato proporzionalmente
diminuito in estensione. Ora, per gli abitanti di una nazione,
obbligarsi a pagare a tempo indefinito 50 milioni all'anno, o
dare in una volta sola i miliardo, non differisce gran fatto.
Vuol dire (supponendo che lo scopo il quale ha determinato il
prestito o l'imposta sia assolutamente improduttivo, come pa-
gare una indennità a un paese vincitore) che le generazioni le
quali seguono possono o non trovare un capitale di i miliardo,
o trovandolo, pagare 50 milioni all'anno, cioè tutto quel che
il miliardo rende, ^^el^un caso o nell'altro non si agisce di-
versamente, giudicando le cose da un punto di vista puramente
dottrinale. E sono soltanto ragioni di convenienza pratica che
possono volta per volta far preferire il debito o l'imposta.
Infine la idea che lo Stato facendo debiti ecciti al risparmio, è
semplicemente assurda. È come dire che, dando prova di spen-
der troppo, si spinga alla parsimonia, poiché se lo Stato fa de-
biti è perchè le sue entrate ordinarie non sono sufficienti. Quando
lo Stato emette un debito e molti piccoli risparmi s'investono
in cartelle di rendita pubblica non è che si sia risparmiato per
questo scopo ma è che lo Stato fa affluire più facilmente i ri-
sparmi esistenti che non per esempio le banche di credito mo-
714 SCIENZA DELLE FINANZE [LIBRO III.
biliare. 11 piccolo risparmio, sopra tutto, ama la grande si-
curezza : e si ritiene che lo Stato inspiri più che altri questa
sicurezza * . Vi sono però tanti modi per eccitare il risparmio,
che non è proprio necessario ricorrere alla forma pericolosis-
sima del debito : e non è proprio necessario abusare della im-
previdenza, sotto la forma di debiti, per spingere il paese ad
essere previdente. Se molto, dunque, si è discusso relativamente
alla natura dei debiti pubblici e delle imposte, è evidente che le
une e gli altri hanno un fondamento comune. Gl'interessi dei
debiti non possono essere pagati che con imposte. Ora, ammesso
un interesse di 5 e un tasso di capitalizzazione di 20, è la stessa
cosa chiedere a un proprietario di terre un pezzo della sua
terra del valore di 100 lire che renda 5 lire all'anno, come chie-
dergli un contributo annuale di cinque lire.
208. È stato detto che i prestiti si coprono più facilmente
quando servono a uno scopo patriottico ; la storia finanziaria
non sempre conferma questa ossei-vaziohe. Spesso chi presta il
danaro non sa a che scopo deve servire : si può dire nove volte
su dieci che non si occupi della destinazione f.
Certamente la destinazione di un debito può molto agire nel
* Questo sofisma è particolarmente pericoloso, perchè contribuisce a
sottrarre capitali al 'industria e a rendere cronici i disavanzi dei bilanci.
« Vi è, diceva L. Luzzatti alla Camera dei deputati italiani il 2 marzo
i8yi , un' azione vicendevole nel bene come nel male, fra le condizioni
del bilancio finanziario dello Stato e quelle del bilancio economico della
nazione , l'uno sta all'altro come 1 gitto alla pressior'C della fonte ».
t Ho visto anzi frequentemente persone religio^^issime possedere ren-
dita turca o egiziana. È noto che vi sono degli inglesi, i quali traflìcano
nell'India in idoh indiani e quindi contribuiscono a sviluppare la idolatria :
ma viceversa dalla loro rigida fede anglicana, si credono costretti a mandare
nell'India stessa, a loro spese, predicatori i quali devono combattere l'ido-
latria. Così è, spesso del debito pubbLco. Io ho conosciuto un rentier reli-
giosissimo e anche in buona fede religioso, i' quale ai tempi in cui le più
odiose speculazioni bancarie mantenevano alto il corso della rendita otto-
mana, aveva investito buona parte dei suoi rispanm in consolidato turco.
La cosa gli pareva naturalissima. E quando io gli feci notare che quel de-
naro che egli aveva dato serviva forse a pagare gli eserciti briganteschi che
taglieggiavano i cristiani dall'Asia minore, e che viceversa il danaro che
egli riceveva era stato cavato soldo a soldo dai cristiani sofferenti, mi guardò
quasi trasognato. Non avea certamente mai creduto o supposto nulla di
simile.
CAP. II .] I DEBITI PATRIOTTICI 715
fare che sia o non bene accolto dal pubblico : ma agiscono so-
pì a tutto la quantità dei capitali disponibili e le condizioni cui
il prestito è fatto. I prestiti patriottici fatti a condizioni non
buone non sono quasi mai coverti : o sono coverti solo in parte.
Il prestito patriottico francese del 1831, con cui in realtà si
pagava 100 ciò che valeva 80, comprando alla pari le cartelle
5 %, non produsse che 20 niilioni e mezzo su 100 che se ne do-
mandavano : il prestito del 1848 in condizioni quasi analoghe
non ne produsse che 26. Senza dubbio però, dove sono molti ca-
pitali disponibili, lo scopo di un prestito può agire nel richia-
marli in più larga misura. L'enorme slancio del pubblico degU
Stati Uniti nel coprire tutti i prestiti contratti in occasione della
guerra con la Spagna non può essere attribuito che al fine cui
i prestiti doveano servire.
Accade che la fjjcilità dei debito è assai spesso un grande
stimolo alle spese. Le nazioni del Nord, più prudenti e più
previdenti si sono spinte un pò meno di noi ; ma la fallace
illusione ha vinto anch'esse. Il debito pubblico degli Stati di
Europa, che nel 1825 Dufresne Saint Leon faceva ammontare
a 38 miliardi, era fatto ascendere da Von Reden a 47 nel 1850,
da Hor a 56 nel 1860, da Legoyt a 66 nel 1867, da Boiteau a
108 nel 1885, nel 1895 ascendeva a circa 136 mihaidi, senza
tener conto della immane cifra dei debiti degli enti locali,
che agiscono tutti nello stesso senso e operano alla stessa guisa .
'E se teniamo presenti i paesi fuori di Europa, saliremo a cifra
più alta e minacciosa. Non si è lontani dalla verità dicendo
che debiti dello Stato e debiti di enti locali ascendono in Eu-
ropa a circa 250 miliardi. Tutti sanno come le democrazie
parlamentari abbiano facile l'abitudine a spendere. Non è ve-
ramente un privilegio dei Parlamenti, poiché il male è antico,
ma è, almeno, un fatto che i Parlamenti hanno esagerato*.
* Quando Luigi XIV volle ini7.iaie il periodo delle grandi intraprese e
delle enormi spese, si trovò indeciso fra l'imposta e il debito. Colbert, ammi-
nistratore rigido e onesto, detestava il debito ; al contrario di Louvois, il
<juale pensava che le imposte avrebbero rese impopolari in Francia, cos«
la guerra come le intraprese del re. Fu chiamato a risolvere la contesa La-
moignon, il quale fu del parere di Louvois. Ali uscire dal colloquio col re,
Colbert disse a Lamoignon ; « Voi giubilate ; voi pensate di aver fatta una
7l6 SCIENZA DELLE FINANZE [LIBRO III.
Il debito pubblico è una entrata straordinaria : non può
quindi essere destinato che a coprire alcune spese straordinarie.
Quei paesi i quali coprono con il debito pubblico le spese ordi-
narie sono destinati al fallimento. E una via pericolosa su cui
s'era incamminata l'Italia, la quale, per fortuna, se n^è ritirata
in tempo, lestaurando anzi completamente le sue finanze : la
Grecia, la Turchia, il Portogallo sono scivolati sino al falli-
mento. È una via che ha parvenze seduttrici, sopra tutto dove
la morale pubblica non è elevata. L'abuso del debito ha alcune
conseguenze dannose che non è possibile negare : consolida la
prevalenza economica di alcune classi ; rende poco plastico il
capitale ; arresta la diminuzione del tasso dell'interesse ; di-
minuisce il fondo dei salari.
L'azione che i prestiti pubblici hanno sull'economia nazio-
nale è stata assai bene studiata da Mill, da Loria, da de Mo-
linari e da altri. Essa va esaminata da molteplici punti di vista :
sopra tutto da quello dell'aumento delle spese ; della azione sui
salari, dell'ostacolo che crea alla tendenza a discendere che si
verifica nel tasso dell'interesse.
In generale i paesi che più si spingono sulla via del debito
pubblico sono anche quelli che più abusano delle imposte indi-
rette. Si può anche dire che, se i debiti pubblici sono fatti con
capitali realmente disponibili nella nazione, il caso è men«>
grave che quando si ricorre all'estero. Senza dubbio l'inter-
vento di capitali esteri può giovare all'industria nazionale ; ma
gli stati che assumono troppi impegni verso paesi esteri sono
generalmente soggetti a tutte le vicende della politica intema-
zionale. La stabilità dei loro consolidato è senza dubbio minore
e sopra tutto se non sono glandi stati, diventano in certa guisa
vassalli delle grandi nazioni estere. I romani dicevano non senza
azione di uomo da bene. Eh ' non sapevo anch'io, al pari di voi, che il re
avrebbe trovato denaro a prestito ? Però mi guardavo bene dal dirlo. Ecco
ora aperta la via dei prestiti. Quale mezzo rimarrà d'ora innanzi per ar-
restare il re nelle sue spese ? Dopo i prestiti saranno necessarie delle im-
poste per pagarli : e se i debiti non hanno limiti, le imposte nemmeno esse
ne avranno ». Colbert avrebbe potuto estendere ancora al di là la sua pro-
lezia, ma egli non prevedeva le nuove forme parlamentari, che rendono
l'abuso del debito anche più facile.
GAP. in.] STIPULAZIONE DEI DEBITI 7I7
ragione : aìienum aes acerba servitus. Non oseremo dire che il
Portogallo e la Polonia abbiano nella politica intemazionale la
stessa posizione indipendente della Svizzera e dell'Olanda.
L'abuso dei prestiti pubblici non va studiato solo sotto gli
aspetti economici e finanziari ; ma anche va considerata l'a-
zione che essi esercitano sulle condizioni politiche e morali d^
ciascun paese. In paesi in cui le iniziative individuali non sono
potenti, nulla è peggiore che stimolare con le emissioni con-
tinue l'abitudine di considerare come la migliore forma di in-
vestimento i titoli di Stato. La gente che si abitua al 4 o al
5 %, ottenuto automaticamente, non ha coscienza della respon-
sabilità politica, ed è d'ordinario la meno intraprendente e la
meno audace. Ond'è che con tutti gli sforzi bisogna tendere
a ridurre quanto è possibile l'ammontare del debito pubblico
e non bisogna ricorrere ai prestiti se non avendo piena cono-
scenza delle difficoltà che essi creano e delle conseguenze che
hanno sull'economia delle nazioni.
IIL
Stipulazione, conversione, a^imortamento
dei debiti pubblici.
209. L'emissione dei buoni pel tesoro non avendo altro scopo
che quello di provvedere a momentanee deficienze del Tesoro,
per mancata corrispondenza delle entrate con le spese, si riduce
a un'operazione bancaria. Lo Stato colloca i suoi buoni, come
scontasse cambiali, presso banche di emissione, istituti di cre-
dito ordinario, casse di risparmir, ecc. Ben diverso è invece il
caso della emissione del vero debito pubbhco, sotto la forma di
consolidato.
La stipulazione dei debiti pubblici può essere fatta o diretta-
mente dallo Stato, o per mezzo di case bancarie. Nel primo
caso lo Stato negozia direttamente i suoi titoli per sottoscrizione
Stabihto un prezzo minimo delle cartelle emesse, si accordano
a coloro che offrono un prezzo maggiore. Accade qualche volta
che un prestito sia coperto dieci, quindici o anche venti volte.
7l8 SCIENZA DELLE FINANZE [LIBRO III.
Sono preferiti dunque i capitalisti che offrono condizioni mi-
gliori e lo Stato emette direttamente.
Ma spesse si trova conveniente affidare la emissione a case
bancarie. Le cartelle 3 % emesse nominalmente a 100, sono
vendute, supponiamo, a case bancarie, al prezzo di 90. A loro
volta sono i banchieri che cercano di rivenderne al prezzo più
alto, guadagnando sulla differenza. Vi sono molte glandi case
bancarie che sono, sopra tutto per i paesi minori, veri nego-
zianti di rendita : acquistano all'ingrosso dai governi e riven-
dono al minuto ai loro numerosi clienti.
È preferibile in ogni caso che lo Stato, potendo, emetta di-
rettamente e ciò fanno gli stati in migliori condizioni : ma quelli
che non sono in situazione cosi vantaggiosa non hanno spesso il
beneficio della scelta e trovano preferibile rivolgersi a case ban-
carie. Le quali, d'altra parte, scelgono assai volentieri i fondi
che possono ottenere al disotto della pari, come quelli in cui
più facile è per esse la speculazione. Molti stati minori trovaiio
quindi vantaggioso affidarsi a case bancarie piuttosto che ven-
dere direttamente.
Accade però che gli stati meno prosperi non riescono a emet-
tere alla pari e devono contentarsi spesso di una somma assai
minore di quella per cui s'impegnano. Si faccia il caso di un
paese in cui il corso dei fondi pubblici sia a poco oltre 80 : cioè
in borsa un titolo di 100 lire sia quotato 80. Se accade una nuova
emissione, è del tutto impossibile sperare che possa avvenire
alla pari. Nella ipotesi più favorevole essa avverrà anche a 80,
benché sia da presumere che l'ofierta del nuovo titolo determini
ancora un corso più basso. Ora lo Stato contrae un debito no-
minale di 100, avendo in realtà 80 : è vero che ciò non è punto
arbitrario e dijiende dal prezzo del danaro e dalla fiducia che
l'emittente gode. Ma non si può negare che sia pericoloso assu-
mere impegni nuovi in tali condizioni. È chiaro che l'interesse
corrente del danaro sia la condizione principale determinante
il saggio di emissione. Se il prezzo corrente del danaro, suppo-
niamo, è 6 % se, cioè non si ha in prestito danaro, in condi-
zioni normali, se non a queste condizioni, uno Stato che voglia
emettere al 5 %, non riceverà da un titolo di 100 lire che
83,33. Bisogna ancora tener conto della fiducia che l'emittente
CAP. TU.] STIPULAZIONE DEI DEBITI 719
gode : l'Inghilterra e la Polonia, gli Stati Uniti di America e la
Romania sono, dal punto di vista della fiducia di cui godono sul
mercato monetario, in condizioni estremamente diverse. La
Polonia entra nel numero degli stati politici, che non riuscirà
forse mai a fare una finanza seria.
Gli stati più ricchi hanno già da gran tempo sostituito il si-
stema della sottoscrizione nazionale a quello dei prestiti fatti
mediante le banche. Le sottoscrizioni nazionali sono il vero suf-
fragio universale : vi sono molti prestiti coperti 20, 30, 40 volte.
Anche in questo caso accade però che, quando hanno interesse,
i banchieri riescono in realtà a disporre della più gran parte dei
prestiti. Infatti, se essi sottoscrivono per venti o trenta volte,
assorbono quasi tutto il prestito impedendo ai privati capitali-
sti che non conoscono il meccanismo della emissione, di otte-
nere se non una quota minima della somma sottoscritta. Cosi,
accade quasi sempre che i titoli di debito pubblico non vanno ai
loro compratori se non traverso le banche, interessate alla spe-
culazione.
Durante la guerra tutti gli stati belligeranti sono stati ob-
bligati a contrarre prestiti enormi e qualcuno che ha voluto
consolidare il debito fluttuante ne ha contratti anche dopo.
Naturalmente questi debiti sono stati contratti a condizioni
molto onerose ; emessi a 90, a 80 anche a 70 per cento del prezzo
di emissione. Ma vi è una grande ingiustizia quando si parla,
dell'alto interesse che si dà ai detentori dei titoli. In realtà essi
prestavano in una moneta ch'era ancora apprezzata e che
avea quindi una potenza d'acquisto molto più grande della
moneta attuale. Hanno dato spesso in realtà più di quanto
ricevono e riceveranno.
Vi possono essere a) prestiti a capitale fisso e a interesse va-
riàbile, che furono frequenti in Inghilterra nel secolo passato :
h) prestiti a interesse fisso e capitale variabile, sì come sono ora
comunemente quasi dovunque. Nei primi, lo Stato indica nel
titolo il capitale effettivamente ricevuto al momento della sti-
pulazione ; supponiamo 100 milioni a 7 %. Lo Stato si obbliga
a restituire sempre 100 milioni, ma varierà l'interesse secondo
le condizioni del mercato. Nei secondi lo Stato corrisponde un
aggio d'interesse fisso e il prezzo di borsa del titolo varia quindi
720 SCIENZA DELLE FINANZE [LIBRO III.
secondo le mutazioni dell'interesse nel mercato. Supponendo che
un prestito sia stato fatto al 5 %, supponendo che sul mercati^
il prezzo del danaro sia appena 4, il titolo avrà un rialzo gran-
dissimo. Si chiama consolidazione la sistemazione definitiva del
debito nel bilancio dello Stato.
210. I debiti pubblici, come abbiamo visto, hanno tre
forme fondamentalmente diverse : debito fluttuante, debito redi-
mibile e debito consolidato irredimibile. Ma anche quest'ultimo
può assumere e assume forme diversissime.
In quasi tutti i paesi l'amministrazione del debito pubblico^
regolata da leggi speciali è sottomessa al controllo di commis-
sioni parlamentari. Da quando Cam.bon l'introdusse in Francia,,
nel 1793, esiste un gran libro del debito pubblico, dove sono
registrati tutti i debiti dello Stato: d'ordinario il Gran Libro si
compone di tanti registri quante sono le speciali categorie del
debito pubblico.
In Italia la legge fondamentale del 19 luglio 1861 dispone che
la prima assegnazione da farsi nel bilancio di ciascun anno sarà
pel pagamento delle rendite che costituiscono il debito pubblico.
Questa disposizione è comune alle leggi di molti paesi e serve
appunto a dare più ampia sicurezza ai creditori dello Stato.
I titoli di debito pubblico si dividono in : titoli nominativi, in-
scritti nel Gran Libro sotto il nome di chi li possiede ; sono
rappresentati da certificati di inscrizione della rendita accesa
nel registro de] debito pubblico per le iscrizioni nominative e
contengono la indicazione dell'annua rendita e la data da cui ne
comincia il godimento ; titoli al portatore, rappresentati da car-
telle senza indicazione della persona che li possiede. D'ordi-
nario i titoli al latore non possono sottoporsi a vincoli : si alie-
nano con semplice consegna della cartella ; titoli misti, sono
titoli nominativi, essendo rappresentati da un certificato della
iscrizione della rendita, ma con le cedole al portatore. Alcuni
paesi come l'Italia e la Francia hanno tutte e tre le forme : ma
vi è in molti stati una spiccata tendenza a rendere tutti i titoli
nominativi.
Molti stati accordano alcuni privilegi ai detentori della ren-
dita pubblica e ciò non è ultima causa della diffusione di essa
fra i piccoli capitalisti. Uno di tali progetti, e il più importante
GAP. III.J FORME DI DEBITI 72I
fra essi, è il riconoscere la insequestrabililà * ; un altro privi-
legio è nel dichiarare la rendita esente da imposte speciali.
Molti stati sono debitori verso cittadini stranieri. Ora se al-
l'interno della nazione è possibile fare i pagamenti nella valuta
corrente, all'estero non si può farli se non in oro. Ma ammesso
che vi sia corso forzoso, questo fatto può determinare e deter-
mina una speculazione attiva. Coloro che possiedono titoli al
latore mandano i coupons all'estero. Ciò oltre che creare un
imbarazzo al Tesoro, aggrava sempre più i paesi che, per le
sfavorevoli condizioni coramerciaU e per disordini nella circola
zione, erano già al regime del corso forzato. Per riparare in
parte a questo fatto si usano speciali provvedimenti come Vaf-
Hdavit (chi riscuote presso banca estera giura di essere proprie-
tario del titolo). Ua/fidavit è di origine inglese. In Inghilterra
l'affidavit è la dichiarazione giurata (da parte degli stranieri
residenti in Inghilterra) di possedere fondi di Stato esteri o
azioni estere di società commerciali. Per sottrarsi al pagamento
deìVincome fax il detentore straniero di titoli dichiarava davanti
a un console o a un notaio che egli non risiede in Inghiltena.
Perciò l'Italia che ha il corso forzato e non paga all'interno
in oro, chiede che i detentori stranieri di rendita italiana, di-
chiarino di essere in realtà i detentori del titolo per cui si paga
all'estero interesse in oro f.
211. Emettendo rendita consolidata, lo Stato si obbliga a
corrispondere un interesse, ma non mai a sostituire il capitale.
Ben vero che è sempre in diritto di riscattare il suo debito tutte
le volte che creda poterlo ammortizzare. Però i creditori dello
Stato possono benissimo, desiderando di rientrare nel possesso
dei loro capitali, alienare il titolo di rendita. Nelle borse com-
merciali si negoziano i titoli di Stato. Ora il prezzo di tali ti-
toli è determinato (come quello dei titoli di qualsiasi società
commerciale), dal loro rendimento e dalla loro sicurezza. I ti-
toli di un'estrema sicurezza hanno spesso un corso superiore
* In Francia la legge 8 nevoso anno VI disponeva all'art. 4 « qu'il ne sera ,
plus regu à l'avenir d'opposition sur le tiers conserve de la dette p ublique
inscritte ou à inserire ».
t Però questa misura ha ora per l'Italia importanza scarsa, visto che,
da qualche tempo la rendita 3.50 è poca cosa in confronto del consolidato 5°/o.
722 SCIENZA DELLE FINANZE [LIBRO III.
a quelli poco sicuri, anche quando questi ultimi rendano assai
di più. Poiché l'interesse che lo Stato dà per la rendita pub-
blica non può variare che a lungo termine, mediante operazioni
di conversione, il prezzo dei titoli è influenzato dalla maggiore
o minore richiesta di danaro, e dalle condizioni di sicurezza.
Supponiamo che uno Stato corrisponda il 4 % quando il prezzo
del denaro è 5 % nella media degli investimenti, anche nei più
sicuri vuol dire che la rendita non può essere alla pari, e il
suo corso all'incirca 80. Supponiamo che giungano notizie po-
litiche poco rassicuranti e vi sarà ancora discesa ; al contrario
una situazione politica vantaggiosa, diminuendo ciò che in realtà
costituisce il premio di assicurazione, non può che giovare al
titolo ed elevarne il prezzo. Si dice che la rendita è alla pari
quando il suo corso corrisponde al prezzo nominale di emis-
sione ; se è più in alto o più in basso, è al disopra o al disotto
della pari. Dunque titoli di Stato, emessi allo stesso saggio
d'interesse, valgono più o meno secondo la fiducia che lo Stato
emittente insfyir-.i. Allo stesso modo che due piivati i quali chie-
dono danaro in prestito, pagano un interesse maggioie o mi-
nore, secondo che sono ricchi o poveri, onesti o disonesti,
secondo infine che sono conosciuti per le ioro abitudini di pun-
tualità o disordine. S'intende bene che tutti gli avvenimenti
i quali giovano alla sicurezza e alla solidità di uno Stato elevino
il corso della sua rendita diminuendo ciò che costituisce il
premio di assicurazione e viceversa lo deprimano tutti gli av-
venimenti nocevoli . Come non si può rialzare in modo durevole
artificialmente il prezzo delle merci, cosi non si può il corso
della rendita pubblica. La fiducia o sfiducia non sono cose che
si possano imporre *. Ciò non impedisce che siano da consi-
* Il 27 luglio 1882, Leon Savy diceva, alla Camera francese, ridendo dei
pregiudizi sui corsi della rendita : Ainsi le baissier est un ennemi pubblio
qu'il faut poursuivxe : il faut tàcher de mettre la main dessus ; je sais que
cette doctrine a coiu-s. Il m'est arrivé un jour une histoire assez singuliére,
à propos d'une personne qui professait les mémes doctrines, mais en sens
inverse. J'étais ministre des Finances ; je vis arriver dans mon cabinet
un homme qui avait joué un certain róle à la Bourse : il est mort depuis.
Il me dit : « Monsieur le Ministre, je vais vous dire une chose qui va bien
veus étonner ; depuis trente ans que je suis à la Bourse, j'ai toujours été
à la hausse, et je ne suis pas encore décoré ». {Hilarité generale).
GAP. ITI.] IL CORSO DELLA RENDITA 723
derare come malfattori coloro che spargono false notizie, a
scopo di produrre panico : come chi producesse artificialmente
panico in una folla sarebbe responsabile generalmente delle con-
seguenze determinate.
Qualunque paese può servire di esempio : la rendita è alta
solo se le condizioni generali sono buone. Dal 1793 al 1900 il
consolidato inglese è disceso una volta sola a 52, in seguito a
gueira e a grande crisi di comm^ercio : si è mantenuto basso du-
lante le guerre napoleoniche : è salito subito dopo e dal 1826
non è mai disceso al di sotto di 80, raggiungendo il m.assimo
di 114 alla vigilia della guerra con il Tiansvaal. Ebbene, tutte
le volte che tra il 1825 e il 1900 vi sono state grandi discese
nei corsi dei consolidato, ciò è dipeso da guerre o da rivolu-
zioni o da grandi perturbamenti. « In alcuni mesi dello scorso
anno (19 11) si ebbe a lamentare una forte discesa nei conso-
lidati di tutti i paesi, i motivi turono vari, e non tutti di na-
tura politica. Vi era un forte bisogno di capitale da impiegare
a scopo di diretta produzione : capitale a cui arrideva la spe-
ranza di più alto compenso. E allora, con moto spontaneo,
esso si disimpegnò dai fondi pubblici per investirsi in azioni
di Società private. Le vendite, divenute per tal motivo im-
provvise e notevoli, cacciarono in basso i titoli di Stato e li
mantennero depressi per tempo non breve. Però, di fronte a
cosi sensibile discesa, il nostro 3,75 %, divenuto poi 3,50,
seppe opporre molta resistenza, la quale si spiegò non soltanto
col saggio d'interesse corrisposto dal consolidato italiano, ma
anche con la meritata fiducia, che i detentori esteri riponevano
nella nostra Finanza di Stato. Se esso, nel 1911, subì una qual-
che falcidia, ciò si dovette alla riduzione automatica dal 3,75
^^ 3>50 %> riduzione che ebbe luogo dal 1° gennaio 1912, e di
cui si cominciarono a sentire gli effetti sin daJlo scorcio del-
l'anno precedente. Le alte quotazioni raggiunte dal nostro
consolidato rispetto agli altri, dipesero, senza dubbio dall'in-
teresse abbastanza alto che da esso derivava ». La discesa del
resto dei consolidati prima della guerra era un fatto generale,
e avea attratta l'attenzione di molte persone autorevoli per
le future convenzioni. Si era occupata del fatto anche la Rovai
Statistical Society, con un ingegnoso studio del Wi^^iams, dal
724 SCIENZA DELLE FINANZE [LIBRO HI.
titolo « // tasso di sconto e i corsi dei consolidati ». Il Williams
prende a considerare il tempo che va dal 1850 al 1910 e lo divide
in tre periodi : 1° quello dal 1850 al 1870, durante il quale i
prezzi e il tasso di sconto erano in ascendenza ; 2° quello dal
1870 al 1895, in cui al contrario, i prezzi e il tasso dello sconto
erano in ribasso ; 3" quello dal 1895 al 19 io in cui tali corsi sono
di nuovo in aumento. Al principio di ognuno di questi periodi
si constata che il maximum dell'aumento o del ribasso è rapi-
damente raggiunto. Riguardo al modo con cui i banchieri
impiegano le loro risorse vediamo che in generale due sono
i modi principali : l'uno consiste nell'acquisto di Consolidati,
l'altro nello sconto delle cambiali, e allorché il tasso dello
sconto è superiore al rendimento dei Consolidati, questi, dice
Williams, necessaiiamente ribassano. Se il tasso delio sconto
discende al disotto del rendimento dei Consolidati, questi, al
contrario, risalgono. Secondo Williams, dunque, il saggio dello
sconto essendo, in questo periodo in aumento, i consolidati
devono tendere al ribasso. « Ora non disconoscendo l'influenza
che il tasso di sconto deve necessariamente esercitare sull'an-
damento dei corsi dei consolidati non si deve escludere che
causa dell'odierna discesa di essi sia la scarsezza dei capitali
di fronte al progredire dell'industrie e dei commerci per cui
si fa sempre più intensa la richiesta di essi, spingendo in alto
il saggio dell'interesse » *.
* Per esaminare il grado di relativa depressione subito dai vari consoli-
dati, riportiamo le seguenti cifre, avvertendo che esse riguardano le più
basse quotazioni avutesi nei vari anni. Avvertiamo altresì che le quota-
zioni dei consolidati francese, italiano, russo, austriaco, spagnuolo e turco-
unificato son ottenute nella Borsa di Parigi; mentre quelle del consolidato
inglese si ottennero a Londra, e a Berlino quelle dei consolidati tedeschi:
1907
1908
1909
1910
1911
Italiano 3-75 % • •
100.70
101.42
102.57
102,75
99.40
Francese 3 %
. 94-25
94.70
96.65
97.10
93-95
Russo 4 %
. 72.50
81.80
82 —
93-90
93.25
Austriaco 4 % . . .
. 96.15
95.35
94-30
94.40
91.25
Spagnuolo 4 % . . .
. 91.20
93-45
95.85
92.75
91.90
Turco-im. 4 % ...
. 92.60
90.25
93-30
91 —
85.40
Inglese 2 y2 % • • •
. 82 —
83.87
82.12
79.10
77-25
Imperiale tedesco 3 14
% 93 —
91.20
93-10
92.10
91.80
Prussiano 3 1/2 % • •
•
. 93.30
91.20
93.10
92.20
91.80
CAP. HI.] IL CORSO DELLA RENDITA 725
Le Operazioni di arbitraggio fanno «ì che presso tutte le borse
i titoli tendano ad avere lo stesso corso. 1/arbitraggio consi-
ste nel cercare tra tutte le operazioni che si possono fare per
pagare, quelle che riescono più economiche e per vendere quelle
che rendono di più. Gli arbitraggi si fanno d'ordinario in let-
tere di cambio, in metalli preziosi e in fondi pubblici. 1 titoli di
stati sono diventati veri stromenti intemazionali di circolazione.
Si spiega facilmente l'azione che il corso della rendita pubblica
ha su tutti gli altri valori. Il credito in certa guisa è la risul-
tante della solvibilità dei singoli individui ed è perciò che va-
considerato con ogni prudenza. L'abuso dei debiti pubblici
mena all'esagerazione delle imposte ed è, come dicevamo, an-
che più pericoloso per la facilità con cui vi si ricorre.
212. Supponiamo che un paese abbia emesso al 5 % e che,
per le sue prospere condizioni a per l'abbondanza di danaro
disponibile sul mercato, il titolo sia quotato in borsa 125. Al-
lora il titolo rende in realtà il 4 % ; è possibile una operazione
che si chiama di conversione e che consiste nella riduzione dei-
Come si vede, anche tenendo conto delle quotazioni più basse, il nostro
consolidato ebbe miglior trattamento di tutti gli altri. Né le condizioni ac-
cennano a mutar nei primi mesi del 191 2. Ecco infatti il listino della Borsa
di Parigi del 2 marzo 1912.
Rendita francese 3 % 94-70
Rendita italiana 3.50 % 97-72
Rendita turca 4 % 92.47
Rendita spagnuola 4 % 96.07
Rendita ungherese 93 -90
Rendita brasile 5 %
Rendita serba 4 % 88.57
Rendita portoghese
Rendita russa 3 % 1891 83.45
Rendita russa 4 % % 1903 loi. —
Rendita russa 5 % 106.10
Astrazion fatta della russa, che avea interessi elevati, la nostra rendita
è stata ancora tra le meglio quotate.
Queste notizie hanno ora valore soltanto storico. Dopo la guerra tutto
è mutato : vi sono rendite e consolidati che, espressi in oro, quasi non valgo-
no più nulla e vi è stato un profondo sconvolgimento di tutta l'economia
del credito.
Ni tti. 47
726 SCIENZA DELLE FINANZE [LIBRO III.
Tinteresse. Lo Stato può rimborsare il debito antico ed emet-
terne un altro a condizióni migliori. Bene inteso che lo Stato
il quale converte il suo titolo, cioè ne riduce gli interessi in vi-
sta della situazione del mercato, dà ai suoi creditori la sce Ita tra
il contentarsi di un interesse minore e l'essere rimborsati alla
pari. Quindi chi possiede un titolo nominale di loo lire, al
4 % o accetta un interesse di 3 ^, oppure riavrà il capitale
di lire 100. Ogni altra operazione, la quale non lasci questa li-
bera scelta, non è già una conversione, ma una riduzione for-
zata : può essere giustificata da suprema necessità finanziaria,
ma non è da considerarsi in alcuna guisa come una leale ope-
razione di conversione.
Perchè la conversione possa riescire, è chiaro che alcune con-
dizioni sono necessarie. È evidente che, prima di tutto, si deve
ammettere che i creditori trovino vantaggio a conservare il
titolo quando frutti meno : altrimenti ne chiederebbero il rim-
borso. E perchè ciò avvenga, occorre che altri investimenti di
eguale sicurezza non presentino maggiore vantaggio ; occorre
che il prezzo del danaro sia tale che la riduzione di interesse
convenga ; occorre infine che le condizioni generali della fi-
nanza siano taU da rendere conveniente l'operazione. Non è
possibile che un artifizio di borsa possa riescire in materia
simile. Difatti se il rialzo dei titoli avviene per lavorìo di borsa,
al momento della conversione non cessa di venir fuori la situa-
zione vera. Perchè conversioni siano rese possibili e la finanza
sia veramente giovata, bisogna sopra tutto ch'essa sia onesta
e rigida. La Spagna corrisponde, per la maggior parte del suo
consohdato, il 4 % netto : altri paesi più ricchi corrispondono
meno. E pure accade che i titoli di questi ultimi siano pagati di
più e che quindi in borsa siano quotati a prezzo più alto. Ab-
biamo visto che titoli di Stato emessi allo stesso saggio di in-
teresse valgono più o meno, sono pagati più o meno secondo
la -fiducia che lo Stato emittente ispira. AUo stesso modo che due
privati i quali chiedono danaro in prestito, pagano un interesse
maggiore o minore, secondo che sono ricchi o poveri, onesti o
disonesti, secondo infine che sono conosciuti per le loro abi-
tudini di puntualità o di disordine. Nessuna conversione è possi-
bile dove vi sieno abitudini finanziarie disordinate.
CAP. III.] LA CONVERSIONE DELLA RENDITA 727
Nei paesi a corso forzato e debitori all'estero, prima condi-
zione perchè una conversione possa farsi e riescire è risanare
la circolazione. Dato il rinvilimento della carta moneta circo-
lante e il cambio elevato, non è possibile sperare in alcuna
conversione. Ed è anche perciò che i problemi della circola-
zione hanno capitale importanza.
Vi possono essere molteplici forme di conversione.
I>a più semplice, la più naturale è la conversione alla pari.
Quando la rendita è sopra la pari e nelle condizioni già indi-
cate, lo Stato offre ai suoi creditori o un nuovo titolo o il rim-
borso alla pari. È la forma più usata. Qualche volta, se le do-
mande di rimborso possono essere molto numerose, lo Stato può
ammettere il rimborso per serie. Non è, come si pretende, un
mezzo di intimidazione ; ma una forma di previdenza. Del re-
sto non nuoce in alcuna guisa ai creditori di essere pagati al-
cuni subito, altri dopo tre, altri dopo sei mesi. La conversione
può essere equitativa, {avec soulté), come dicono i Francesi,
quando non è fatta per ridurre gl'interessi, ma per procurarsi
dei capitali. Supponendo una rendita 4 % a 115, lo stato po-
trebbe fare convenientemente la conversione a 3 %, essendo,
il credito a 2,48. Ma in alcuni casi si preferisce domandare ai
detentori del titolo una certa somma [soulté), promettendo la
inconvertibihtà temporanea del titolo. Lo Stato, invece di ri-
durre l'interesse al 3,50 promette la inconvertibilità per un pe-
riodo, supponiamo di io anni e in contraccambio chiede su-
bito il vantaggio di dieci annualità di 0,50. È un sistema se-
ducente, ma pericoloso, essendo difficile prevedere l'avvenire.
Vi sono anche convenzioni al di sotto della pari che non pro-
ducono alcun benefizio al Tesoro e consistono nell'oflrire ai
detentori di titoli al di sopra della pari di scambiarli con titoli
al di sotto. Se una rendita al 4% èa 113 essa frutta in realtà a
chi la compera 3,34. Se vi è un 3 % dello Stato, a 70 esso frutta
in realtà 4,28. Ora si può dallo Stato convertire il 4 % alla
pari e realizzare una economia sugli interessi, offrendo lo stesso
reddito in titoli 3 %, sia pure con qualche piccolo vantaggio.
Questa forma di conversione non è vantaggiosa, perchè au-
menta il capitale del debito ed è stata qualche volta usata solo
per unificare il debito.
728 SCIENZA DELLE FINANZE [LIBRO III.
Vi sono infine conversioni con ammortamento, le quali danno
allo Stato un benefizio lontano, ma cominciano con l'accrescere
le spese per il debito. Vi sono in questa forma conversioni in
annuita terminabili, che consistono nello scambiare i titoli di
un fondo costituito in perpetuo contro nuovi titoli con ammor-
tamento regolare, per cui dopo una serie di anni il debito è
estinto ; e vi possono essere conversioni in rendite vitalizie , in
cui il bilancio di ammortamento è variabile secondo la durata
della vita dei detentori del titolo. Si tratta di una vera opera-
zione di assicurazione. Vi possono essere anche altre forme.
Ma la prima, la conversione alla pari, è la più semplice e quella
che generalmente viene adottata.
Lo Stato che vuole operare una conversione deve osservare
attentamente che i corsi della rendita pabblica non solo siano
al disopra della pari, ma che lo siano da un tempo sufficiente
a togliere ogni dubbio che la estimazione del titolo non sia
dovuta a circostanze esteriori. La conversione deve presentarsi
perchè riesca, nella forma più chiara, più semplice, più leale :
ogni combinazione aleatoria deve essere bandita *.
Le conversioni differite consistono nel ridurre l'interesse dei
titoli mobiliari non in una volta sola, ma in due o tre ; gene-
ralmente si preferisce non ricorrere a questo mezzo, essendo più
utile aspettare il momento più adatto per una conversione
pronta e completa t- Le regole che presiedono a ogni con ve r-
* Montesquieu diceva: «Lorsque l'État emprunte, ce son les
particuliers qui fixent le taux de l'intéret ; lorsque l'État veut payer c'est
à lui à le fixer». Esprit des lois, Ub. XXII, cap. XVIII.
t Fra gli studi sulle conversioni cfr. E. W. Hamilton : Conversion and
Redemption, London, 1899 e Mac GuUoch: A treatise on the princi-
ples and practices influence of taxation and the funding system, Edimburg,
1863, 3. ediz., dove anche le questioni generali relative alla conversione
sono )bene esaminate; Courtois: Traité des opèrations de bourse, 12. me
ed., Paris, 1902, pag. 147 e seg. ; H. Labeyrie: Théorie et histoire des
conversions de tenie. Paris, 1876 ; B o u e a r d e t J é z e, Finance, tom. I,
pag. 386 e seg. ; Robert Doucet: La conversion des fonds d'Etat eH
France au XIX siede Paris, 1903 ; P o 1 i z i o : Sul miglior sistema di con-
versione, Napoli, 1904; Sch anz : Die Konvertierung preussischer Staatss-
chulden, in Finanz-Archiv., 1883; Heekel: Konversionen in Handwòr-
terbuch der Staatswissenschaften di Conrad; F. Garonna: La Con -
•grsione della Rendita, Palermo, 1907.
GAP. III.] LA CONVERSIONE DELLA RENDITA 729
sione sono molteplici e derivano dalla natura dell'operazione.
Prima di tutto l'offerta di rimborso deve essere sincera : se si dà
ai creditori la scelta fra un titolo nuovo e il rimborso del titolo
vecchio, bisogna che la scelta sia effettiva. Bene inteso che la
conversione si basa sempre sulla convinzione (risultante dalle
condizioni del mercato) che è più conveniente non eh. edere il
rimborso. La conversione deve essere obbligatoria : e perciò le
conversioni facoltative, usate qualche volta in passato, hanno
avuto per effetto di creare vere ingiustizie, alcuni detentori
renitenti alla conversione avendo avuto condizioni partico
larmente vantaggiose. Infine la conversione non deve aumentare
il rapporto del debito ; le conversioni con aumento di capitali
sono quindi specialmente riprovevoli. E non è meno dannoso
offrire premi che spesso non sono indispensabili e che riescono
solo a creare difficoltà o abusi.
L'Inghilterra prima di tutti, e poi la Francia e gli Stati Uniti
hanno fatto grandi e ben riesci te conversioni. Che cosa dicono
queste conversioni ? Che non vi è nessun artifizio che possa
prevalere se le condizioni economiche non sono adatte. Il mec-
canismo è semplice : lo Stato chiama al rimborso il suo debito
e nello stesso tempo fa un altro debito a condizioni più favo-
revoli. I detentori dei titoli di rendita possono così accettare
il nuovo titolo o chiedere il rimborso. La conversione si dice
riescita quando l'ammontare integrale del debito antico si
trova coverto dal debito nuovo, vi siano stati o non rimborsi ♦.
* Per la sicurezza sempre crescente e per il fatto che il capitale diventa più
abbondante, molte conversioni sono state operate, in Europa negli ultimi
anni. Si calcola che le sole conversioni operate fra il 1889 e il 1896 abbiano
ridotto l'interesse dei diversi debiti pubblici di 250 milioni. Neymarck
in Val. mob. voi. II, pag. 15. Ricardo avea idee audacissime su questo
punto. Il 16 dicembre 1819 egli diceva alla Camera dei comuni : « In quanto
al debito nazionale, io so molto bene che le mie opinioni passeranno per
stravaganti presso più di uno fra voi. Io credo che vi sia modo di rimbor-
sarlo e che il paese sia in condizioni di farlo in questo momento. Io non
intendo punto che deva essere rimborsato alla pari : il creditore pubblico
non ha alcun diritto a questo tasso ; la buona fede pubblica sarà salva se si
rimborsa al corso della borsa. Che ciascuno paghi la sua parte e il rimborso
si effettuerà al prezzo del sacrifizio di un capitale eguale». Il 24 dicembre
esponeva poi un piano assai ardito. Parliatnentary Debates, voi. XLI, pag
1209 e 1577.
730 SCIENZA DELLE FINANZE [LIBRO III.
Con legge 27 giugno 1906, in Italia, è stata eseguita una
conversione. La rendita 5 per cento lordo (4 per cento netto)
è stata convertita in rendita 3,50 ; esente da imposte. La con-
versione è stata operata facilmente. Dal 1° luglio 19 12, agli
antichi possessori della rendita 4 per cento vien dato 3,50 per
cento. La conversione italiana dei 27 giugno 1906 si compì in
due tempi e a cinque anni di distanza. Il primo atto portò
l'interesse dal 4 al 3,75 % ; il secondo dal 3,75 al 3,50 ^//.
Il bilancio ritraeva dal primo atto un vantaggio di 20 milioni,
ed ora, che siamo già al secondo, ne, ritrae uno di quaranta
milioni all'anno.
Quando i corsi della rendita consentano e il mercato mo-
netario sia in buona condizione, bisogna senz'altro fare la con-
versione. È a prevedere che i debiti pubblici dei grandi stati
moderni passeranno per una serie successiva di conversioni.
Il saggio dell'interesse dovrà discendere. D'altra parte l'essere
i grandi lavori pubblici in gran parte compiuti fa si che la
richiesta dei fondi da parte degli Stati si farà sempre meno
viva quando vi sarà la vera pace e diminuiranno gli arma-
menti attuali.
Ora la enormità dei debiti contratti durante e dopo la guerra
rende impossibile per molti anni grandi conversioni : forse
anche non consente alcuna conversione. Ciò potrà avvenire
quando la situazione finanziaria dei principali stati si sarà
notevolmente migliorata, cosa che però è ancora ben lontana.
213. Convertire vuol dire ridurre l'interesse: però gli
stati moderni tendono non solo a pagar meno, ma sopra tutto
a estinguere i loro debiti. Come possono estinguerli ? O pa-
gandoli, o a dirittura rifiutando di pagarli : quest'ultimo mezzo
è estremamente immorale e non varrebbe né meno la pena di
accennare ad esso. Pure non manca l'esempio di stati che siano
ricorsi alla bancarotta, totale o parziale, e che abbiano total-
mente o parzialmente ripudiato i loro debiti. Il mezzo più sem-
plice per i paesi che non hanno assunto impegno di pagare
gli interessi della rendita in oro, sta appunto nel pagare in
carta screditata. Ma due altri mezzi vi sono : mettere imposte
speciali sulla rendita e ridurre gl'interessi annuali senza con-
cordato e senza conversione. Questi procedimenti non sono
CAP. III.] l'ammortamento dei debiti 731
ignoti in qualche piccolo stato di Europa e in alcuni stati ame-
ricani : ma diventano ogni giorno più rari *. D'altra parte,
bisogna pure dire che i banchieri hanno usato spesso verso quei
piccoli stati tutte le male arti della speculazione più immorale.
Ma uno Stato può volere onestamente pagare i suoi debiti,
ammortizzarli, come si dice. I.' ammortamento è quella opera-
zione che ha per scopo di ricostituire un capitale, mediante il
prelevamento periodico o quasi periodico di una somma presa
dal bilancio, somma che alla fine di ciascun esercizio accresce
la somma totale, la quale aumenta a causa degli interessi capi-
talizzati che vi si aggiungono. Il problema dell'ammortamento
è di capitale importanza f- Come può lo Stato pagare i suoi
debiti ? Isella forma comune a tutti i debitori, cioè restituendo
in tutto o in parte, in tempo più o meno breve, il capitale ri-
cevuto. Senza dubbio la restituzione è sempre una operazione
penosa, anche quando chi restituisce è lo Stato : ma è tanto
più penosa in quanto i maggiori prestiti sono stati contratti a
condizioni cattive e si restituiscono 100 lire, quando invece si
sono ricevute in realtà per molta parte del debito 80, 70, 60
lire, qualche volta anche meno. Ma lo Stato non può né meno
discutere questo punto perchè non ha di fronte i suoi antichi
creditori e ne meno i loro eredi, ma persone che in seguito
hanno comperato assai spesso al disopra della pari. In tutti i
paesi i sistemi di ammortamento praticati sinora si basano :
I sul metodo delle annuita, 2 sul metodo delle eccedenze di
bilancio, destinate a un unico scopo, 3 sul metodo degli in-
teressi composti. Il primo metodo si basa sul criterio che se
gli stati non ammortizzano è che non vi sono d'ordinario ob-
bligati, consiste quindi nel mettere in ciascun prestito le norme
e la data dell'estinzione. Il secondo metodo è il solo praticato
vantaggiosamente ; il terzo è quello che più dà luogo alla il-
lusione.
* Cfr. Lewandawski: De la protection des capitaux empruntés en
France Paris, 1896.
t Cfr. Richard Prie e: Works, London, i8i6, Voi. V, VI, VII, e
Vili; L. S a y : Oeuvres voi. Ili, pag. 551, scg. ; A. Joubert: L'amottis-
sement de la dette publique, Paris, 1895 ; M. Trin q u a t : De Vamortisse-
ment des Emprunts d'Etat, Paris, 1899 ; E. A. Ross: Sinking funds, Bal-
timore, 1892 ; ecc.
732 SCIENZA DELLE FINANZE [LIBRO III.
In tutti i tempi gli uomini amano ciò che toglie loro le preoc-
cupazioni. Restituire il capitale dei debiti significa, in realtà,
prendere ogni anno mediante le imposte una grossa parte di
ricchezza ai cittadini e destinarla ai creditori. Se si potesse fai e
a meno della imposta ? Così è nata appunto Tidea di ricorrere
a un mezzo più comodo : pagare il debito con il debito. Questa
volta, ceci tuera cela, un debito uccide raltro. Disgraziatamente
si tratta solo di una fantasmagoria che, se ha avuto i suoi teo-
rici e anche i suoi pratici, rimane sempre una fantasmagoria.
Questo modo di uccidere il debito prende nome dal dottor Ri-
chard Price, il quale, nel 1786, presentò al Pitt un piano che
era o pareva assai semplice per ammortizzare il debito pubblico
inglese. Venivano dal governo destinate 200 mila lire all'anno
per acquistare rendite ; le quali producendo interessi che erano
investiti in nuove rendite, per il consolidato del 5 per %, si
potevano estinguere automaticamente, dopo 86 anni, 262 mi-
lioni di debito. Bastava che lo Stato, secondo Price, destinasse
200 mila lire ogni anno a crescere a interesse composto, perchè
si potesse, dopo un certo numero di anni, permettere il lusso di
fare tre milioni all'anno di estinzioni di debiti.
Roberto Hamilton nella sua opera sul debito pubblico della
Gran Brettagna * racconta i puerili disegni che si facevano al
suo tempo, sulla prodigiosa potenza dell'interesse composto.
Questi calcoli si fanno anche ora nei giornali di varietà f •
* Hamilton: An Inquiry concernmg the National deht of Greai Bri-
tain and Ireland, Edinburgh, 181 8.
t Hamilton dice dunque che alcuni suoi contemporanei aveano calcolato
che un soldo impiegato a interessi composti del 5 % al principio dell'era
cristiana sarebbe già diventato una somma maggiore di quella che potrebbe
essere rinchiuso in 500 milioni di globi tanto estesi come quello della terra ;
Hamilton riferisce oltre questo calcolo, molti testamenti fantastici conce-
piti sulla base dell'in'teresse composto. Qualche decina di migliaia di lire
lasciata per testamento, trasformandosi col tempo in centinaia di milioni,
dava modo al testatore di disporre fondazione di città nuove, riforme so-
ciali profonde destinate a far sconiparire la povertà dal mondo. Perchè
non si potea così estinguere il debito dello Stato ? Collocando una lira ogni
anno e accumulando gh interessi del 5 % si ottiene, dopo 36 anni, una somma
di 100 lire. Ora se lo Stato collocava a interessi i per 100 dell'ammontare
del suo debito al momento che lo contraeva, potea restituire il capitale
dopo 36 anni. Il debito paga il debito : quale pericolo dirnque nel debito ?
m^.
CAP. III.] l'ammortamento dei debiti 733
Ogni ricchezza deriva dal lavoro e dal capitale, applicati a
energie e forze naturali. La moneta in quantità limitatissima,
non è che un intermediario di scambi e una misura di valore.
Il prestito a interesse è possibile per i capitali e per la moneta
e avviene quando v'è richiesta di essi : se la loro quantità
aumenta, il fitto dei capitai o del danaro diminuisce. IL se la
quantità aumenta ancora si deve idealmente supporre che i ca-
pitali non producano più nulla. Ora dunque il concetto di Price
e le illusioni che ne derivano non hanno bisogno di essere
confutati.
Quale è allora il migliore modo di ammortizzare ? Il mij^lioi
modo di ammortizzare è quello di avere una finanza rigida, di
non fare nuovi debiti e di operare conversioni tutte le volte che
<iono possibili : la conversione non é che il primo passo efficace
verso l'ammortamento. E per ammortizzare, la forma più adatta
è sempre quella di riscattare ogni anno una parte del debito
con l'eccedenza delle entrate sulle spese. // migliore ammorta-
mente è quello basato sulle risorse ordinarie del bilancio : sì come
si facea già in Am. erica da prima e fu introdotto in Inghilteria
con Vact del i<* giugno 1829 ; e come Thiers voleva si facesse in
Francia nel 1871. Il migliore mezzo per pagare i debiti consiste
nell'avere un bilancio forte e nel dedicare gli avanzi di esso a
estinguere il debito. Uno Stato che mantiene il suo credito vede
i corsi del consolidato elevarsi : ed efictto degli alti corsi è d'or-
dinario la conversione. Avere un bilancio solido, convertire e
ammortizzare : ecco il programma migliore.
Sulla credenza che l'interesse composto possa dare allo Stato
i mezzi di estinguere i suoi debiti, molti paesi hanno fatto casse
speciali di ammortamento. Alcuni le hanno abolite, altri le
mantengono ancora. L'Inghilterra l'ebbe nel 1786 e l'aboH in
seguito : la Francia l'ha avuta dal 181D al 1817. In Italia esiste
un Consorzio nazionale per l'ammortizzazione del debito, pre-
sieduto ora dal duca di Genova. Si tratta di una istituzione
arcaica e, dòpo gli enormi debiti di guerra, di una istituzione
Questa illusione di Price ha per un tempo dominato i più noti uomin*
politici di Inghilterra e del continente. È inutile però avvertire che tutto
ciò è niente altro che una illusione.
734 SCIENZA DELLE FINANZE [lIEKO III.
ironica. Nondimeno non si può né meno affermare che le Casse
di ammortamento non abbiano alcun vantaggio. Solo bisogna
considerarle per quello che sono, per un meccanismo buono
o cattivo secondo l'uso cui servono. Sono buone per gli stati
che vogliono veramente ridurre il debito, e sono cattive per
quelli che si creano in tal guisa delie illusioni per aumentarlo.
In alcuni funzionano assai modestamente, in alcuni vi sono
quasi solo nominalmente.
In ogni nazione che voglia veramente ammortizzare il debito
non deve mai mancare tra le spese ordinarie una somma annuale
destinata alla riduzione del debito. E ciò che fa 1" Inghilterra
dopo il 1875 con l'istituzione del new sinking fund e faceva la
Prussia con le leggi del 27 marzo 1882 e del 9 marzo 1897. La
Francia ha introdotto anche nel 1901 un sistema analogo. Ma
il male è che tutti i paesi d'Europa si mostrano più disposti
ad accrescere il debito che a diminuirlo. Dopo la guerra solo la
Gran Brettagna si è occupata sul serio deirammortamento.
NOT.\
Alcune questioni riguardanti i deb ih pubblici
Il celebre rapporto di C a m b o n, dopo aver descritto che cosa dovea
essere il Grand Livre de la dette publique diceva testualmente così : « Par
cette opération simple et facile, toute la dette publique non viagère re-
posera sur un titre unique J on verrà disparaitre tous les parchemins et
paperasses de l'ancien regime... Que l'inscription sur le Grand Livre soit
le tombeau des anciens contrats et le titre unique et fondamental de touts
ies créanciers ; que la dette contractée par le despotisme ne puisse etre di-
stinguée de celle qui a été contractée depuis la Revolution. Je défie a Mon-
seigneur le Dispotisme, s'il ressuscite, de reconnaìtre son ancienne dette
lorsqu ' elle sera confondue avec la nouvelle ».
Secondo cifre di A. Chaperon, direttore del debito pubblico, in Val.
mob. Voi. I. Le spese per interessi ai debiti erano in Francia:
I gennaio 1800 interessi 40,216,000 i gennaio 1871 interessi 402,977,516
I aprile 1814 » 63,307,637 i gennaio 1880 » 762,326,395
I agosto 1830 » 202,381,180 I gennaio 1890 » 856.444,770
I gennaio 1852 » 242,774,478 i gennaio 1900 » 809,881,276
CAP. III.] QUESTIONI RIGUARDANTI I DEBITI PUBBLICI 735
Sulla storia dei debiti pubblici e sul loro ordinamento prima della guerra
europea vi è larga bibliografia.
Si cfr. P i e h o n : De la constitution de la dette publique de la France,
Paris, 1824 ; D'Audiffre: Système financier de la France, Paris, 1884 :
ecc.
La North American Review nel 1901 e 1902 ha pubblicato una serie di
studi sulla storia dei debiti pubblici dei principali stati. Questi studi sono
di Harold Gox per la Gran Brettagna e le colonie britann'.che, CE.
Dawkins per l'Egitto, H o n g t o n per la Spagna, Raffa lov ich
per la Russia, Yasufumi Sawaki per il Giappone, M o r i z D u b
per l'Austria Ungheria, Martinez per l'Argentina, M. Ferraris*
per l'Italia, A. Wagner per la Germania, Moranitz per la Turchia ,
Austin per gli Stati Uniti,
Le variazioni principali del debito pubblico britannico fino alla fine delle
guerre napoleoniche sono state le seguenti :
Regno di Guglielmo III (1688-1702) sterline 15,730,436
Regno della Regina Anna, guerra della succes-
sione di Spagna, ecc. (1702-13) » 15,750,667
Guerra di America (1775-1886) » 121,267,993
Guerra con la Francia (1793-1815) > 603,842,161
Per la Germania prima della guerra cfr. Wagner: loc. cU. ; Bull. S.
L. C. ottobre 1902 ; Neymarck in Val. mob. voi. II ; 0. D a n d e r :
Die VerwaUung der Staatsschulden in Kònigreich Preussen, Hannover»
1885; Krug: Geschichte der Preussischen Staatsschulden, Breslau, 1861 ;
ecc.
Il debito pubblico dell'Italia ammontava, al 31 dicembre 1911, a lire
13,814,936,443,72 di capitale : cifra senza dubbio assai rilevante e tanto
più notevole se si pensi al fatto che l'Italia non è un paese nuovo e che la
riproduttività dei capitaU in essa è lenta. Quando l'Italia si unificò, il Regno
di Napoli aveva il debito pubblico minore tra gli stati maggiori.
Nei primi tempi, dopo il 1860, si fecero spese enormi : in gran parte erano
necessarie, in parte non. Cosi si ricorse a emissioni di debiti sovrabbondanti
e spesso fatte a condizioni disastrose.
Tenendo conto della popolazione censita nel i8<ji la spesa media per il de-
bito ereditato dai vari stati era : Regno di Sardegna : quota annuale per
abitante 13,98; Granducato di Toscana ^,43; Regno delle Due Sicilie
3,58 ; Lombardia 2,68 ; Ducato di Modena 1,32 ; Ducato di Parma 1,21 ,
Ron^agna, Umbria 0,08. Variazioni successive mutarono ancora queste
situazioni , entrò ii debito del V^eneto, entro la grossa massa del deb ito
pontificio, 22 milioni e mezzo di rendita all'incirca ; alcune correzioni fu-
rono latte L'Italia meridionale avea, dunque, piccolo numero di debiti
e in rapporto alla popolazione, tra i grandi stati autonomi della penisola ,
venva ultimo fra tutti per debiti, e anche a gran d'Stanza dagh a' tri. li
736 SCIENZA DELLE FINANZE [LIBRO III,
governo borbonico avea egualmente avversione per i debiti e per le imposte ;
e come queste tiltime metteva malvolentieri, temendo l'impopolarità, ai
primi ricorreva il meno che fosse possibile.
Sella parlando del debito pubblico italiano, tra il 1860 e il 1870 diceva
alla Camera il 14 marzo 1871 : « Ebbene per accattare 2691 milioni eflettivi,
ci siamo impegnati per un debito nominale di 3852 milioni, ed in questo
stesso decennio in cui abbiamo fatto queste operazioni, abbiamo pagato
1369 milioni per interessi e per premi e per rimborsi (però solo 150 milioni)^
sopra queste operazioni che ci fruttarono 2691. Questa è la storia dellim-
provvido figlio di famiglia ; a tal passo non si regge. Considerate che tra
perdite sul capitale nominale e ciò che abbiamo pagato in questo decennio
per tali operazioni veniamo a scapitare di 2630 miliom. E non abbiamo
avuto che 2691 I Ed in tal modo voi vi spiegate l'incremento degli interessi
del debito pubblico a cui accennai ». Lo Stato dimque s'impegnò per 3852
nailioni e ricavò in realtà dal suo debito 2691 milioni. Le regioni che com-
perarono nel primo periodo della nostra unità e che o ritennero o rivendet-
tero la rendita quand'era d'intorno alla pari, guadagnarono ima cifra quasi
uguale. Né dopo le condizioni mutarono per molte emissioni, fatte in ge-
nerale in condizioni sfavorevolissime.
La distribuzione della rendita italiana nell'esercizio i9oi-i902.
Italia settentrionale
» centrale
» meridionale
Sicilia
Sardegna
Al cambio decennale delle cartelle, nel 1900, risultò che il 65 % della
rendita era nell'ItaUa settentrionale.
Sulla storia dei debiti pubblici dei vecchi stati italiani e sull'ordinamento
attuale vedansi : Pasini: Finanze italiane nell'Annuario statistico ita-
liano anno II, 1864; Morpurgo: La finanza, pag. 130; Bonghi:
La vita e i tempi di Valentino Pasini, Firenze, 1867, pag. 871 e Storia della
Finanza italiana pag. 237 e lettera XI ; la pubblicazione della Direzione
generale del Debito pubblico : Sommario storico amministrativo dei debiti
consolidati, redimibili e perpetui amministrati dalla Direzione generale del
debito pubblico, Roma, 1899 ; la serie delle Relazioni della commissione di
vii^ilanza sul debito pubblico, a cominciare da quella importantissima sulla
gestione degli anni 1861-64 6no all'ultima, Ricca Salerno: Il de-
bito Pubblico in Europa e ne^li Stati Uniti di America nel B. I. S. ; Fran-
cesco Mancardi: Cenni storici sull'amministrazione del debito pub-
Popolazione
Rendita
Rendita per
1901
I gol -1902
abitante
11.815.872
211.560.077
17.90
7915.376
108.698.202
13-73
8.399.926
49.584.201
5.93
3.529.266
18.243065
9.17
789.314
2.010.735
2.55
32.449.754
390.326.283
12.03
CAP. III.] QUESTIONI RIGUARDANTI I DEBITI PUBBLICI 737
blico e sulk atntntnistranoni annesse, ^ velami, Roma, 1875 . P 1 e b a u o :
op. cit., vói. l, pag. 76, Iacopo T i v a r o n i : Storia del Debito pubblico
del Re^no d'Italia in 2 voi. Pavia 1908-1910.
Anche prima della guerra europea vi erano nazioni povere in cui la più
gran parte delle entrate serviva a pagare gl'interessi del debito. Questa
situazione è assai più grave quando si tratta di paesi che hanno contratti
debiti con l'estero : questi paesi, se si ostinano a vivere a lungo con le ri-
sorse del Tesoro e ad alienare le loro rendite all'estero, si trovano prima o
dopo in imo stato di vera soggezione.
Può parere assai vantaggioso che uno Stato introduca dall'estero ca-
pitali vendendo rendita pubblica: questi capitali possono servire a costruire
strade, a migliorare porti, a sviluppare l'agricoltura, l'industria, la navi-
gazione. E nessuno nega che sopra tutto per i paesi nuovi la introduzione
di capitali stranieri sia assai utile ; spesso è più che utile, indispensabile
alla loro risurrezione. Ma il caso è assai diverso quando si tratti di paesi
antichi di cui le spese sono in gran parte vere spese ordinarie, dove la ri-
produttività dei capitah è scarsa, dove non si tratta già di provvedere a
spese di primo impianto, ma piuttosto a una gestione normale.
L'alta banca è stata spesso senza scrupoli. Un osservatore non sospetto,
Le Play, scriveva : « Une influence tonte nouvelle tend à déchainer le fléau
de la guerre. G'est celle de certains manieurs d'argent, qui appuyés sur
l'agiotage des bourses européennes, fondent des fortunes scandaleuses stu:
les emprunts contractés pour les frais de guerre et pour les rancons exces-
sìves imposées de nos jours aux vaincus. La constitution essentielle de Vhu-
maniié, pag. 247. E Claudio Jannet, così, dell'alta banca scrive :
Les calamités publiques sont pour elle occasion de profits exceptionnels.
Le capital, la speculation et la finance au XIX siede, pag. 413.
I paesi, che hanno la più gran parte dei loro debiti all'estero, sono in
alcuni casi in vero stato di vassallaggio. Ogni fatto riguardante la loro
poUtica ha sulla loro rendita un'azione grandissima : le oscillazioni dei
corsi della rendita sono brusche ; le condizioni del cambio sono general-
mente svantaggiose.
Benché né meno sia desiderabile in larga misura, altra cosa è la vendita
all'estero di titoli di società industriah, altra l'alienazione di rendita pub-
bhca. Nel primo caso si tratta del capitale straniero che viene a investirsi
in intraprese, alla cui vita partecipa, e che quindi finisce col nazionalizzarsi
nel secondo di creditori che danno per opere ad essi ignote, che rimangono
stranieri e che ad ogni stormire di foglie sono pronti a sbarazzarsi delle
rendite che possiedono.
Alcuni paesi come la Turchia, la Grecia, l'Egitto, aveano prima della
guerra accettato im controllo sulle loro finanze : senza dubbio questo con-
trollo riesce loro utile, ma non é da alcun Stato desiderabile questa forma
d'intervento straniero. Altri paesi, come il Portogallo e gran parte degh
stati sud-americani, vedono spesso la loro politica economica più indiriz-
zata dai paesi creditori che non dagli stessi cittadini della nazione.
In linea generale si deve ammettere che uno Stato, quando ha emesso
738 SCIENZA DELLE FINANZE [LIBRO UJ.
debiti senza l'indicazione speciale di debito estemo {dette extétieure), sia
libero di accrescere le imposte esistenti o mettere nuove imposte sulla ren-
dita pubblica, purché non sottoponga a trattamento speciale gli stranieri»
come qualche Stato minore ha tentato di fare. Quando si tratti di debito
esteriore, specificamente indicato, lo Stato, sopra tutto quando abbia pro-
messo l'inconvertibilità e l'esenzione di imposte, è, naturalmente, legato
da questo impegno. Alcimi stati minori han cercato mancare a questi ob-
blighi : ciò non è assolutamente ammissibile né giustificabile. La disonestà
loro é solo, se non giustificata, spiegata dalla disonestà che spesso i grandi
finanzieri hanno adoperata verso di loro.
II
Alcune valutazioni dei debiti pubblici.
Una valutazione comparativa del debito pubblico dei principali stati
risulta assai difficile : d'altra parte si cade spesso in molti errori di confronto,
jcosì calcolando l'interesse come il capitale dei vari debiti. Infatti, suppo-
niamo che si paragoni l'interesse dei debiti : vi sono stati che pagano un
alto interesse per la poca fiducia che inspirano : viceversa il capitale del
debito non é alto. Se si paragona invece il capitale del debito si é ben lungi
dall 'esprimere la situazione reale r due paesi, di cui l'imo sia ricco, l'altro
povero, pagano interessi assai differenti.
Se era dif&cil.e calcolare i debiti prima della guerra, è assai più diffìcile
dopo.
E poi vi sono, anche quando si riesca senza difficoltà a raccogliere le
spese, tante cose ancora da tener presenti. Non si può paragonare il debito
di imo Stato unitario a quello di imo Stato federale, senza tener conto dei
singoli stati che formano quest'ultimo : non si può ritenere identica la
situazione di due paesi di cui l'uno abbia i suoi debiti con cittadini, l'altro
con stranieri ; né identica quella di tin paese ricco o di imo povero che
abbiano lo stesso debito, variando assai la pressione.
'i^eW Economiste europèen (4 febbraio 1898) l'ammontare dei debiti dei
principali stati di Europa, veniva calcolato in 122 miliardi. Noi riportiamo
quella statistica a titolo documentale, e poiché anche il Ministero delle
finanze francese le ha dato attendibihtà, riproducendola nel Bull. S. L.
C. ; ma avvertiamo che la pressione dei debiti non può esser valutata dal
debito medio per ogni abitante ; ma tenendo presente la ricchezza media
per abitante e l'ammontare della quantità posseduta all'interno della na-
zione e all'estero.
GAP. III.J ALCUNE VALUTAZIONI DEI DEBITI PUBBLICI
739
Debito pubblico negoziabile dell'Europa nel 1887 e 1897
Stati
Debito pubblico nel 1887 Debito pubblico nel 1897
Differenza
Totale per abitante Totale per abitante sul 1887
migliaia franchi migliaia franchi milioni
di franchi d i di
franchi franchi
Francia
25.869.512
676
26.132.723
678
—
263.2
Germania
9.971.9S9
212
15.752.302
301
—
5780.3
Austria-Un-
gheria
T2.288.40Q
307
13.971 662
321
—
1.683.2
Belgio
2.162.396
366
2.308.497
355
—
146.1
Bulgaria
20.363
6
169814
51
—
149.4
Danimarca
270.210
129
276 696
119
—
6.4
Spagna
6.324.071
360
5.941.459
330
—
382,6
Gran Brett.
18469476
495
10.019.342
402
—
2 450.1
Grecia
424.430
194
533.244
228
—
128.8
Italia
10.930.789
.-,65
12.935.348
413
—
2.004.5
Lussemburgo
16.170
75
12.000
55
—
4 1
Norvegia
150.714
78
218.693
106
—
67.9
Olanda
2.255678
513
2.284.364
463
—
28.6
Portogallo
3.747.698
583 •
3.718.357
736
—
970.6
Romania
578.419
141
1.240.433
222
—
482.5
Russia
J3. 315.094
154
16 276.906
157
—
2.961.8
Finlandia
71.245
32
86.365
33
—
15.1
Serbia
320. oco
16^
408.237
173
—
88.2
Svezia
34 1-673
72
402.498
8i
—
60.8
Svizzera
36.671
12
80,871
26
—
44-2
Turchia
2.611.460
5S0
318
3.467.850
596
322
856.3
109.356-475
122.257.661
12.901.1
Ma dopo il 1897 quanti avvenimenti si sono svolti ! Grandi guerre sono
avvenute in Europa, in America, in Africa, in Asia, e il secolo XIX si è
chiuso con un tramonto di sangue cui è seguita la rossa alba del secolo XX;
il debito pubblico di alcuni stati, sopra tutto dell'Inghilterra e della Spa-
gna, è molto cresciuto alla fine del secolo XIX; nel secolo XX quasi tutti
i debiti pubblici son cresciuti in proporzioni fantastiche.
Lo statistico americano O. P. Austin, capo dell'ufl&cio di statistica degli
Stati Uniti, calcolava che alla fine del 1900 il debito pubblico di tutti i
paesi del mondo ascendeva a 34 miliardi di dollari con interessi di 124
milioni di doUari, così ripartiti;
740
SCIENZA DELLE FINANZE
fLIBRO III.
Paesi
Debito Interessi per abitante
e altri pesi annuali debito interessi
dollari dollari dollari dollari
Francia
5. 800.691. 814
241.762.029
150.01
6.28
Russia
3.167.320.000
141. 519. 000
24.56
1.18
Gran Brett.
3.060.926.304
112.985. 531
74.83
2.76
Italia
2.583.983-780
114. 177. 158
81.11
3.58
Spagna
1,727.994-620
80.782.000
95 53
4.46
Australia
1.183.055-000
45.458.000
263.90
10.44
Austria- Ungheria
1.154.791.000
51.175.285
25.80
1.14
Stati Uniti
1. 107. 711. 257
33-545 130
14.52
44
India
1.031 603.705
33.971.400
4.67
15
Ungheria
904.941.000
41.802.000
47.75
2.22
Turchia
726.5 II. 195
28.419.600
29.25
1.14
Portogallo
670.221.374
21.550.320
143-82
4.62
Austria
642.194.000
30.969.000
24.89
1.20
Imp. Germ.
557.626.622
1.^.283.441
9.96
33
Argentina
509.604.444
26.902.377
128.85
6.80
Belgio
504.459-540
19.536. 811
75.63
2.93
Egitto
500.402.729
20.063.637
53.61
2.15
Brasile
480.985.000
21.500.000
33.56
1.50
Paesi Bassi
466.419.29^
14.117.83S
90.74
2.74
Cina
287.123.500
12.000.000
72
3
Romania
280.136 991
17.904.996
47.37
3.00
Colonie inglesi
265.541.000
10.500.000
26.43
1.04
Canada
265.494.000
13 392.000
50.59
2.55
Giappone
206.799.994
18.126.702
4.73
41
Messico
168.771.428
10.699.689
13.36
«4
Grecia
168.548.444
6.293.730
69.25
2.58
Uraguay
124.374.189
6.056.000
148.06
7.20
Chili
113 240.000
965.455
36.41
31
Honduras
89.376.920
1.125.190
219.60
2.76
Svezia
85.154.320
3.173.388
16.71
62
Danimarca
55.795.724
I.89r.8i2
24.15
82
Altri paesi
2.309.960.086
14.131-958
Totale
31.301.749.274
1.214.871.504
Gfr. O. P. A u s t i n : Natioml Debts of the World nel Monthly Summary
of commerce and finance, marzo 1901.
Alla Germania erano da aggiungersi al debito imperiale i debiti dei sin-
goli stati tedeschi che avéano nel 1900 un debito totale di dollari 2,015,950 000
CAP. III.] ALCUNE VALUTAZIONI DEI DEBITI PUBBLICI 74I
contratto sopra tutto per opere di utilità pubblica ; e nelle cifre della Gran
Brettagna non sono compresi i debiti dell'Australia, del Canada e dell'India.
Ma oltre il debito dello Stato bisogna tener conto del debito deg li enti
Jocali, che in alcuni paesi supera o eguaglia quello dello Stato. In tutta
Europa, secondo Neymarck, a 125 miliardi di debiti di Stato si contrap-
pongono 100 miliardi di debiti di enti locali.
In alcimi paesi di Europa anche prima deUa guerra gli interessi dei de-
biti assorbivano gran parte delle pubbliche entrate. Il ministro del tesoro,
G Rubini, nell'accurata e importante esposizione finanziaria latta alla
Camera italiana il 2 dicembre 1900, presentava un quadro comparativo
degli oneri, che gravano il Tesoro in alcuni fra i principali stati di Europa.
Fra gli oneri del Tesoro figurano gl'interessi del debito le annualità, le
sovvenzioni ferroviarie e le pensioni Risulta dal calcolo del Rubini che la
pressione dei debiti dello Stato è la seguente:
Percentuale della spesa
Spesa per abitante per i debiti a tutta
la spesa dello Stato
Italia 25.50 48 50
Francia 32.90 36.70
Gran Brettagna . . 20.70 28.50
Germania 18.10 22tio
Austria Ungheria. . 21.90 33.50
Senza tener conto della Germania, dove esiste un ordinamento federale,
risulta che in tutti i bilanci buona parte delle entrate è assorbita dagli in-
teressi del debito, dagli oneri del Tesoro, anche negli stati più ricchi.
«Alla fine del 1910 secondo Neymarck l'insieme dei valori diversi, com-
presi i debiti dello Siato, negoziabili sopra i diversi mercati europei ed ex-
tra-europei, poteva essere valutato a 8is mUtardi. In questi 815 miliardi,
negoziabili nel mondo, da s^g a 600 miliardi di valori appartenevano in
proprio ai cittadini dei singoli Stati. Non bisogna quindi confondere —
notava giustamente Neymarck — l'ammontare dei valori negoziabili,
quotati sopra uno o più mercati, con quello che appartiene in proprio ai
capitalisti di questi paesi. E poiché un valore può essere contemporanea-
mente quotato sopra più mercati bisogna stabilire (nelle statistiche na-
zionali e intemazionali) numerose distinzioni per non cadere in duplica-
zioni ingannatrici ».
«Nel 1908 fu valutato a 770 miliardi l'insieme dei valori mobiliari ne
goziabili nel mondo, e da 523 a 550 miliardi l'insieme dei valori apparte-
nenti in proprio ai cittadini dei singoli Stati. L'auutnento di 45 miliardi al
meno, che noi rileviamo dalla fine del 1908 alla fine del 1910 nei titoli ne-
goziabili e nell'insieme dei titoli in proprio, senza contare le conversioni,
ha per causa ; i il salire dei debiti pubblici : prestiti di Stato, Provincie
e comixni. 2 prestiti contratti per la creazione o aumento di capitali degli
istituti di credito e società bancarie. 3 I prestiti contratti per la costruzione
Nitti. 48
742 SCIENZA DELLE FINANZE [LIBRO III.
di nuove strade ferrate o lo sviluppo delle antiche reti. 4. I prestiti fatti
per la costituzione e sviluppo di società industriali nuove ed antiche, ecc.
ecc.».
Queste cifre che abbiamo voluto riportare hanno oramai soltanto valore
storico : per efietto della guerra europea del 1914-1918 la massa del
debito pubblico è cresciuta ovunque in proporzioni quasi imprevedibih,
Alcuni paesi hanno, almeno nominalmente, aumentato il loro debito di
cinque o sei volte, altri di dieci o di dodici volte e ancor più e ciò a parte
la circolazione.
È stata una necessità : ma ora tutti i bilanci sono tormentati dall'in-
teresse' dei debiti e la massa dei consolidati rappresenta il maggior peso
Peso e pericolo assai più grave è il debito fluttuante, sotto la forma di buoni
del Tesoro. Per molti stati è una vera minaccia trattandosi di un debito
a breve scadenza e in generale a interesse assai elevato.
Vediamo prima di tutto l'Italia.
Al 31 maggio 1922 il debito complessivo dell'Italia era di poco meno che
114 miliardi : prima della guerra non raggiungeva 14 miliardi. Ma, in realtà
purtroppo, il debito è superiore, perchè nella cifra sono compresi 21.361
milioni di debito verso la Gran Brettagna e gli Stati Uniti di America, che
per semplificazione sono calcolati alla pari, mentre la lira non vaie ancora
(aprile 1923) 25 centesimi.
La somma di 114 miliardi va ripartita nel seguente modo •
Debito pubblico pre-bellico milioni 13 .358
Prestiti nazionah » 35 .905
Buoni ordinari 9 25 .253
Buoni poliennali » 7,238
Circolazione bancaria a debito dello Stato e cir-
colazione di Stato. 0 10,328
Prestiti all'estero (computati alla pari) ... » 21 ,361
Depositi in conto corrente fruttifero della
Cassa depositi e prestiti . » 487
Totale miliom 113.930
Queste cifre si riferiscono dunque a fine maggio 1922 . ma per effetto
del disavanzo il debito è ancora cresciuto e non è ora (aprile 1923) lontano
dai 120 miliardi, sempre calcolando in parità della lira i 21 miliardi di de-
bito estero.
Ciò che preoccupa è la grande quantità d debiti sotto la forma di buoni
ordinar e poliennali. L'on. Nitti avea fatto ogni sforzo per diminuire la
circolazione e per ridurre i buoni
Cosi dei 35.905 milioni di prestiti nazionali ben 6,245 furono ricavati
dal quinto prestito nazionale che l'on. Nitti fece dopo Caporetto come
Ministro del Tesoro e 21.097 dal sesto prestito nazionale, f.itto sopra tutto
per pagare le spese di guerra dall'on. Nitti com e Presidente del Consiglio
CAP. III.] ALCUNE VALUTAZIONI DEI DEBITI PUBBLICI 743
Sono i due più grandi prestiti che l'Italia abbia fatto e in condizioni che
parvero inverosimili.
Dopo Caporetto tutto pareva perduto. Assumendo la Direzione del
Ministero del Tesoro l'on. Nitti trovò non solo scossa ogni fiducia, ma ro-
vinato tutto l'edifizio del credito. Basterà dire che la Cassa del Tesoro era
vuota, al punto che non solo non vi era nulla ; ma vi erano 242 milioni di
deficit .
L'on. Nitti affrontò la difficile situazione con fede. La disfatta militare
avea fatto perdere quasi la metà del materiale bellico, sopra tutto cannoni
e mitraghatrici ; i grandi depositi di carni, di cotoni, di lane, di alimenti.
I depositi si ritiravano rapidamente: nel dubbio che l'invasione po-
tesse estendersi e decisa ogni resistenza, si trasportarono in luoghi sicuri i
valori delle banche. L'on. Nitti non volle né meno la moratoria, che era stata
adottata in situazioni molto meno gravi all'inizio della guerra europea. Dichia-
rò che bisognava aver fede e che avrebbe trovato i 30 miliardi necessari per
la riorganizzazione e per la resistenza. E per affermazione di fiducia, subito
dopo affermata la resistenza al Piave, lanciò un grande prestito. Tutti i ban-
chieri convenuti al Ministero del Tesoro dichiararono di non poter assumere
impegni per oltre i miliardo o al massimo i miliardo e mezzo. L'on. Nitti
dichiarò fra la incredulità generale che bisognava raccoglierne 6 e ne furono
raccolti di più ! L'on. Nitti non esitò anche in quelle difficili condizioni del
Tesoro ad assumere la responsabilità di tutte le opere che potevano sollevare
il morale dell'esercito. Istituì là polizza per i combattenti e concepì l'Opera
Nazionale per i combattenti. Concepì anche, pur n^elle difficoltà del Tesoro,
l'opera dei sussidi diretti alle famiglie bisognose dei militari mobilitati.
Quando già la vittoria era sicvura, il 20 ottobre 1918, il generale Diaz,
dichiarando la sua gratitudine così si esprimeva nel suo rapporto :
« Dalle relazioni che mi sono pervenute dai comandi di grandi unità di
guerra sull'andamento e sui risultati dell'opera dei sussidi da essi inviati
alle famiglie bisognose dei militari mobilitati, per il periodo di tempo che
va dal maggio al settembre e. a. ho rilevato col maggiore compiacimento
che i benefici morali che si attendevano da tale provvedimento, possono
dirsi raggiunti.
«I Comandi giudicano concordemente tale opera uno dei fattori p%ii
efficaci di propaganda per la resistenza, di attaccamento e devozione ri-
conoscente dei gregari ai capi, di solidarietà fra l'esercito e il paese.
« Sono stati particolarmente segnalati un roafggiore interessamento al
servizio da parte dei militari beneficati, un miglioramento della loro con-
dotta, una emulazione fra essi per meritare dai propri capi il premio.
« Il pensiero che le loro famiglie sono assistite economicamente anche
dalle autorità mihtari ha sollevato lo spirito delle truppe. Rapporti
di simpatia e di gratitudine si sono annodati tra le famiglie dei militari
beneficati e i comandi, che non sono più considerati unicamente come or-
gani di restrizione e di disciplina, ma come amici dei soldati e dei loro cari
lontani.
« Della simpatia e dell'affetto che tale opera guadagna all'Esercito, sono
testimonianza sincera ed eloquente le lettere, disadorne nella forma, ma
744
SCIENZA DELLE FINANZE
[libro in.
ricche di sentimento, che le famiglie beneficate inviano ai comandanti di
reparto ».
Se dmrante la guerra era una necessità spendere largamente ed era pa-
triottismo ; dopo la guerra il più grande patriottismo consisteva nel ri-
durre le spese e nel dare stabilità alla vita economica italiana.
È difi&cile dire ora il debito dei principali stati in cifre comparab ili. L'on.
Paratore nella relazione sullo stato di previsione della spesa del Ministero
del Tesoro per l'esercizio finanziario 1922-23 ha riimito alcune cifre molto
interessanti.
Secondo i dati più approssimativi la situazione dei debiti nei principali
stati era la seguente :
Debito pubblico intemo Debito estero Totale
consolidato fluttuante —
Belgio (in milioni di franchi)
31 dicembre 1913 4.022 337 196 4.626
31 dicembie 1921 10.970 16.770 6.494 34-234
Francia (in milioni di franchi)
31 dicembre 191 3 31436 2.081
X settembre 1921 140.443 90.443
— 33-537
77306 308.193
Gran Brettagna (in milioni di sterline)
31 marzo 1914 616 90
31 marzo 1921 4.933 1.528
Olanda (in milioni di fiorini)
31 dicembre 1913 1.148 13
31 dicembre 1921 2.502 834
1.161
706
7.623
1.161
3-336
Italia (in milioni di lire)
30 giugno 1914 14.130 939 — 15-071
30 giugno 1921 54-972 30.597 20.857 106.427
Svizzera (in milioni di franchi)
31 dicembre 191 3 1.640
31 dicembre 1920 3 396
Svezia (in milioni di corone)
31 dicembre 1913 511
31 dicembre 1920 862
Norvegia (in milioni di corone)
31 dicembre 1913 21
30 giugno 1921 445
69
645
:i5
341
338
433
1.710
4.041
511
1.077
350
1.220
270
36a
399
1.136
8.452
26.851
848.248
1.099.477
CAP, III.] ALCUNE VALUTAZIONI DEI DEBITI PUBBLICI 745
Debito pubblico intemo Debito estero Totale
consolidato fluttuante
Danimarca (in milioni di corone)
31 marzo 1914 91 —
31 marzo 1921 664 72
Ceco Slovacchia (in milioni di corone)
31 dicembre 1921 6.083 12.315
Polonia (in milioni di marchi)
I gennaio 1921 12.835 283.393
Romania (in milioni di leu)
I marzo 1921 3-733 12.150 4.427 20.311
Germania (in milioni di marchi)
31 marzo 1914 4.915 284 — 5-199
■30 ottobre 1921 73-945 228.708 — 302.203
Ungheria (in milioni di corone)
31 luglio 1921 17.852 83.193 5569 —
Spagna (in milioni di pesetas)
I gennaio 1921 9.387 2.601 910 11.900
Stati Uniti di America (milioni di dollari)
31 dicembre 1913 967 222 1.189
30 giugno 1921 16.189 7.857 23.976
Ma questi dati non sono comparabili e essi dimostrano solo l'aumento
generale dei debiti pubblici. Ma non dimostrano tutta la gravità della si-
tuazione.
Vi è prima di tutto la circolazione, che per la più gran parte degli Stati
non è compresa nella cifra del debito, mentre per altri è compresa nelle
cifre riferite.
Al 31 dicembre 1921 la circolaxione del Belgio era di 6337 milioni di
franchi, della Francia di 36,4871 mihoni di franchi, dell'Italia di 21, 754
milioni di lire, della Gran Brettagna di 438 milioni di sterline, dell'Olanda
di 1046 milioni di fiorini, della Spagna di 4244 milioni di pesetas, della
Svizzera di 1015 milioni di franchi, della Svezia di 628 milioni di corone,
della Norvegia di 419 mihoni di fiorini, della Grecia di 2.161 milioni di
dracme ; della Ceco Slovacchia di 12,130 mihoni di corone ; della Polonia
di 229.538 mihoni di marchi, della Romania di 13.722 milioni di leu, della
Danimarca di 471 mihoni di corone, della Finlandia di 1356 milioni di
746 SCIENZA DELLE FINANZE [LIBRO III.
marchi, della Jugoslavia di 4.688 milioni di dinac, della Germania di 122.497
milioni di marchi, dell'Austria di 174. 115 milioni di corone, dell'Ungheria di
25,175 milioni di corone, degli Stati Uniti di America di 4.351 milioni di
dollari. Ma dopo tutto è precipitato e la circolazione della Germania ha
da molto tempo sorpassato anche i 2 mila miliardi e le condizioni della
circolazione in Austria, in Ungheria, in Grecia e in altri paesi dell'Europa
centrale sono veramente gravi ; senza parlare della Polonia che ha sempre
il record del disoMine finanziario e amministrativo.
I titoli di Stato di alcuni paesi espressi in buona moneta non valgono più
né meno qualche centesimo di dollaro.
Oramai paesi a finanze sane sono sopra tutto gli Stati Uniti di America ,
la Gran Brettagna, i Paesi scandinavi, l'Olanda, la Svizzera, la Spagna
e pochi stati fuori d'Europa.
La Francia e l'Italia hanno situazione finanziaria grave ; ma che può
ancora con energia esser salvata.
I paesi vinti e i nuovi stati dell'Europa centrale assai difficilmente po-
tranno risanare la loro circolazione e i loro titoli di debito pubblico non
hanno che scarsissimo valore. v
Per gli Stati Uniti di America e per la Gran Brettagna bisogna tener
conto dei loro crediti verso Stati esteri, a causa della guerra.
Gli Stati Uniti erano creditori al 31 dicembre 1921 di 12.663 milioni
di dollari, la Gran Brettagna di 1963 milioni di sterline.
LIBRO IV.
L'ORDINAMENTO DEL BILANCIO
DELLO STATO
Nozioni generali
La preparazione del bilancio.
214. L'ordinamento del bilancio ha la maggiore impor-
tanza non solo dal punto di vista politico o del diritto pubblico,
ma anche, e sopra tutto, dal punto di vista finanziario. Or che
si tratta di disporre di masse enormi di ricchezza e i bilanci
salgono a miliardi, ciò che riguarda il loro ordinamento è og-
getto dello studio di particolari discipline. U^bilanciq non è
altra cosa, se non il libro documentato delle entrate previste
e delle spese accreditate allo Stato o agli ènti amministrativi :
è un atto contenente l'approvazione preventiva deile"en'tfàte
e delle spese pubbliche*.
I bilanci dei grandi stati moderni non sono più di centinaia
di milioni, ma di miliardi, spesso di parecchi miliardi : lo Stato
e gli enti locali prendono ai cittadini im ventesimo, un de-
cimo, qualche volta un quarte o un quinto di tutte le loro en-
trate. Come 'si spende questa enorme massa di ricchezza? I
bilanci devono contenere tutte le entrate, tutte le spese ; niente
♦ Il bilancio, dice l'articolo 5 del decreto regolamento francese del
31 marzo 1S62, è l'atto mediante il quale sono prex-iste e autorizzate le
entrate e le spese aimuali dello Stato e degli altri servizi che le leggi assog-
gettano alle stesse regole. In molte altre leggi di contabilità non vi è al-
cuna definizione : è che la idea di ci-t- che sia il bilancio si presenta quasi
spont aneamente .
750 SCIENZA DELLE FINANZE [LIBRO IV.
deve essere nascosto, nessuna ricchezza deve perdersi per vi^
occulte * .
Il diritto al bilancio, come vedremo, è il primo segno d'in-
dipendenza. I paesi che fissano le loro entrate e le loro spese
pubbliche liberamente sono o autonomi o sulla via della più
completa autonomia. Cosi le colonie inglesi che hanno diritto
al bilancio e autonomia finanziaria come il Canada e le colonie
dell'Australia, sono legate alla madre patria solo da un tenue
ftlo. È vero che, secondo la espressione di Chamberlain, spesso
attraverso un filo sottile passano le più grandi correnti di elet-
tricità. Il diritto costituzionale, o almeno la storia costituzio-
nale, si occupa come di fatto fondamentale del diritto al bi-
lancio. Molte rivoluzioni non hanno avuto altra origine che
controversie sulla funzione dei Parlamenti in materia di en-
trate e di spese pubbliche.
È evidente che il popolo, che sopporta le spese, deve avere
il diritto di limitarle e quello di concedere le entrate. Ma non
sempre questo principio è stato accettato. L'Inghilterra ha
preceduto tutti gli altri paesi nell'afierm azione dei principio
che ogni imposta deve essere consentita dal popolo e le sue
vecchissime carte costituzionali contenevano questa massima,
che è poi diventata patrimonio di tutte le nazioni civili. Anzi
questa massima è cosi antica che gli storici della costituzione
inglese non hanno potuto ritrovarne l'origine f .
* Sul bilancio in generale si veda l'eccellente studio diRené Stourm :
he budget, Paris, 6. ediz. 1909, e quello, anche eccellente, del J èz e : Le
Budget, Paris, 1910. Si possono vedere inoltre molto utilmente Max v o n
B e e k e 1 : Dos Budget, Leipzig, 1898 ; Max Boucard et Gaston
J è z e : Elhnents de science des finances et de législalion financiére francaise,
Paris, 1892, 2. ediz., voi. I:Arcoleo:7/ bilancio dello Slato e il sindacato
parlamentare, Napoli, 1881 ; W a <;'n er : Ordinamento delVeconomta ,^-
nanziaria in R. d. E. serie III, voi. XIV; Leroy B e au 1 i e u : o/>. cti.
voi. II ; G r a z i a n i ; 7/ bilancio e le spese pubbliche nel Manuale di diritto
amministrativo di Orlando; F. Rosta. e no: Contabilità dt Stato ,
Napoli 188S : A. De Cupis: Legge sulV amministrazione del patrimonio
dello Stato e sulla coiUabilUà generale dello Stato, Torino, 1896; Brun i"
Contabilità dello Stato, III ediz., Milano, 1909 ; De FI a m i n i i : La ma-
teria e la forma del bilancio inglese, Torino 1904 ;Gagliardi:// Bilancio
dello Stato, Torino 1908, ecc
t Se sotto i Tudors, Enrico VII ed Elisabetta in alcune occasioni vio-
CAP. I.] IL DIRITTO AL BILANCIO 751
La storia del diritto al bilancio in Frància va divisa, secondo
Stourm, in tre grandi periodi : i periodo degli Stati Gene-
rali, cioè fino al 1614 ; 2 periodo dei parlamenti, fino al 1789 ;
3 periodo di organizzazione attuale, dal 1789 in poi. Gli Stati
Generali erano la continuazione delle vecchie assemblee feu-
dali. Risulta che, fin dal 1314, sotto Filippo il «Bello» essi
si occupavano di quistioni fiscali. Ma non ebbero forse mai
una funzione molto efiicace, dopo il secolo XVI : ad ogni modo
non si riunirono più tra il 1614 e il 1789.
Nel periodo dei parlamenti gli Stati Generali non furono con-
vocati : ma i parlamenti cercarono di conquistare essi il diritto
al bilancio. Però non bisogna dimenticare che allora i re en-
travano nei parlamenti ed ordinavano seduta stante la regi-
strazione di quegli editti contro cui i parlamenti stessi avevano
protestato.
Negli altri stati d'Europa, sopra tutto nei maggiori di essi,
il diritto al bilancio, è un fatto recente ; recentissimo in Italia
larono l'antico diritto, fu solo sotto gli Stuarts che, al decimosettimo se-
colo, si cercò veramente di romperlo. Lo sventurato re Carlo I, accettando
il principio della vice gerenza divina, che il suo predecessore Giacomo I
aveva proclamato tentò limitare o distruggere il diritto al bilancio di cui
sì antica era l'origine in Inghilterra. Ma il tentativo gli costò la vita e fu
infruttuoso. «Tutti i reami cristiani (faceva egli dire minacciosamente dal
suo rappresentante in Parlamento) avevano prima l'uso dei parlamenti,
fino a che i monarchi avendo cominciato a conoscere le loro proprie forze
e vedendo lo spirito turbolento di queste assemblee, sono venuti lentamente
a far prevalere le loro prerogative. E in tutta la cristianità, ad eccezione
del nostro paese, hanno infine abolito i parlamenti ». In seguito a queste
affermazioni, volle contrarre un prestito senza autorizzazione parlamentare .
I casuisti e i giuristi di corte, fecero fin d'allora una sottile quistione, se U
debito e l'imposta dovessero considerarsi allo stesso modo o diversamente.
I giuristi discussero, ma la rivoluzione scoppiò e il re stesso vi perde mi-
seramente la vita. I.a nazione intera, dice Macaulay, prese le armi per in-
dignazione. D'allora in poi molte lotte vi furono, fino alla separazione com-
pleta della Usta civile dal bilancio, ma il diritto fondamentale non fu mai
soppresso. Colui che provocò la resistenza alla Corona, che voleva esigere
imposte non consentite, fu Hampden, che si foce giudicare e condannare,
per non pagare solo 20 scellini. G u i z o t racconta neìVHistoire de la re-
volution d'Angleterre : « Hampden refusa de payer mais sans colere, sans
bruit, uniquement preoccupò de parvenir à faire juger solennellement
dans sa personne le droit de son pays ».
752 SCIENZA DELLE FINANZE [LIBRO IV.
la cui storia costituzionale è di data non antica ; in generale
ha risentito l'impulso rivoluzionario, è venuto in seguito a lotte.
Questa differente origine spiega la differente struttura. In In-
ghilterra il bilancio ha una parte statica, composta dal fondo
consolidato, che non è materia di discussioni, e una parte di-
namica, che muta sempre, o per dir meglio può mutare.
È noto che negh Stati Uniti d'America fu la difesa del diritto
al bilancio che determinò la rivoluzione vittoriosa e il distacco
dall'Inghilterra. Gli Stati Uniti d'America, benché colonie, ave-
vano bilancio autonomo quando, nel 1765, l'Inghilterra volle
costringerli a contribuire alle spese del governo della metropoli,
e mise prima un'imposta sul bollo che sostituì, due anni * dopo,
in seguito alle vive proteste, con altre imposte sui vetri, la carta,
i colori e il thè. Erano imposte mitissime, così miti che nel loro
complesso non sorpassavano un milione di lire italiane. Non era
dunque quistione di reagire ad una gravezza, ma di difendere un
diritto. Washington scriveva. « Di che si tratta ? È forse del
pagamento di una miserabile tassa di sei soldi sopra ogni libbra
di thè ? No, è il diritto solo che noi contestiamo ». E fu d'al-
lora che cominciò l'insieme di dispute e di lotte che menò poi
alla guerra, così grandiosa, per gli Stati Uniti. Come avverti-
vamo, la storia del diritto al bilancio è la storia vera delle
origini delle costituzioni. E se volessimo ancora insistere su
quest'argomento esso non potrebbe essere contenuto se non
in un corso completo di diritto costituzionale.
Il bilancio nei paesi moderni è oggetto di tutta una legisla-
zione, ninno Stato volendo che entrate e spese sfuggano all'a-
zione di controllo. Il bilancio è una determinazione anticipata
[preventivo) o posticipata [consuntivo) delle entrate e delle spese
ordinate ed esposte in cifre, sistematicamente.
Negli stati retti da regime assoluto il bilancio non è che un
atto intemo di amministrazione, un semplice prospetto di en-
trate e di spese. Nel regno delle Due Sicilie, durante il regime
* t L'esprit qui résistait en Amérique 4 l'acte du timbre était l'esprit qu*
avait autrefois établi cette maxime fondamentale des libertès britanniques .
qu'un sujet anglais ne peut étré taxé sans son consentemeni ». G o r n é *
li s de W i t : Histoite de Washintgon, Paris, 1855,
CAP. I.] PREPARAZIONE DEL BILANCIO 753
borbonico, i bilanci non erano a dirittura pubblicati e costi-
tuivano quasi un secreto di Stato. Anche adesso la stessa Rus^
sia, pubblicando i suoi bilanci non li documenta, né li arric-
chisce di quegli elementi che sono necessari a formare un sicuro
giudizio. Invece negli stati ove esiste un governo costituzionale,
il bilancio è un atto pubblico che permette alle assemblee le-
gislative di esercitare largamente un'azione di controllo.
215. Un buon ordinamento del bilancio non si è raggiunto
che lentamente e solo in modo molto limitato. Or esso ha la
più grande importanza non solo dal punto di vista costituzio-
nale, ma anche dal punto di vista economico. La molteplicità
delle pubbliche spese, la complessità e la diversità delle en-
trate, la varietà nei modi di pagamento non hanno reso pos-
sibile un completo e logico ordinamento del bilancio, dal punto
di vista economico e finanziario. Bisogna però riconoscere che
l'ordinamento del bilancio italiano è più semplice e più evi-
dente che non sia in molti fra i grandi paesi di Europa e che
il bilancio italiano si è venuto sempre più semplificando negli
ultimi venti anni, si da rappresentare tecnicamente un progresso
notevolissimo. Non si può entrare qui nelle quistioni di detta-
glio : dal punto di vista storico e politico esse vanno studiate
dal diritto costituzionale ; dal punto di vista contabile possono
formare oggetto di un corso speciale di contabilità di stato.
Noi accenneremo solo alle linee generali dell'ordinamento del
bilancio, fermandoci più a lungo sull'ordinamento italiano.
A chi spetta la preparazione dei bilanci ? Dovunque è il po-
tere esecutivo che prepara e presenta il bilancio ed è incaricato
della sua esecuzione nei modi determinati dalle leggi. Questa
funzione è cosi necessaria e così evidente che non è né meno
indicata in molte carte costituzionali. In Italia è lo Statuto che
stabiUsce la presentazione del bilancio da parte del Governo.
In Francia, in Germania, in Inghilterra, in Italia, dovunque
vi é regime costituzionale, il potere esecutivo prepara e pre-
senta il bilancio. Secondo la formola di Sir StafEort Nortchote,
l'ufficio del governo consiste nel proporre, queUo del parla-
mento nell'accordare. Gl'inglesi hanno anche un'altra formula
fra quelle più comunemente accettate : la corona chiede, i co-
muni accordano, i lords consentono.
754 SCIENZA DELLE FINANZE [liBRO IV .
Negli stati Uniti di America soltanto il bilancio è l'opera
dell'assemblea legislativa, del congresso, che non solo lo vota,
ma lo elabora. Praticamente il sistema americano abbandona il
bilancio a due comitati diversi, uno per le entrate, l'altro per
le spese : spesso quei comitati hanno vedute differenti. La di-
scussione del bilancio nelle Camere, lungi dal procedere ordi-
nata, come in molti stati europei, è spesso incoerente e di-
sordinata *.
Quale è la funzione delle due Camere in materia finanziaria ?
In tutti i paesi i disegni di legge di finanza vengono pre-
sentati prima alla Camera eletta a suffragio più largo : in alcuni
paesi, come in Francia, in Italia, in Inghilterra', negli Stati
Uniti questo è a dirittura un obbligo costituzionale. Viceversa
in Germania, in Austria Ungheria, in Svizzera le Camere pos-
siedono, almeno dal punto di vista costituzionale, gli stessi
diritti.
Si è discusso anche in alcuni paesi se il Senato abbia diritto
di emendamento in materia di bilanci e in generale di leggi fi-
nanziarie : se possa in altri termini modificare ciò che è stato
votato dalla Camera dei deputati. Senza dubbio se il Senato do-
vesse limitarsi a « prender visione » di ciò che stabilisce la Ca-
mera, la sua opera sarebbe inutile ; ma non è né meno dubbio
che sopra tutto in materia di bilanci la prima e l'ultima parola
spettino sempre alla Camera dei deputati.
Nessuna legge toglie, in tutti i paesi, meno l'Inghilterra, al
* Chateaubriand, che si occupò di finanza a tempo perso e certo con
meno fortuna che di arte, scriveva doversi ritenere regola generale che il
bilancio deva essere fatto dal ministero e non dalla Camera dei deputati,
che è il giudice del bilancio. Se la Camera, egli d'ceva, facesse il bilancio,
non potrebbe poi domandare a sé stessa conto del proprio operato ; e.i
Ministero rifiuterebbe di essere responsabile della più importante parte
dell'amministrazione. Cosi gli elementi delia costituzione sarebbero spo-
stati. (Chateaubriand:!)^ /a monarchie selon la Charte, Paris 1 826) .
Ciò è semplice ed evidente ; eppure la pratica costituzionale viene ogni
giorno a violare, in questa materia, i buoni principi.
« Comme personne n'a mission, ni dans le Comité, ni dans les Chambres
pour les dénoncer, le gaspillace n'a pas de hmites ». Boucardet Jéze:
Ftnance, voi. II, pag. 44. Cfr. pure Bryce: Lm, répuhlique américaine ^
(trad. frane.) tom. I, pag. 254 e seg.
CAP. I.l PREPARAZIONE DEL BILANCIO 755
Senato il diritto di emendamento, ma il Senato sente che noA
può usare di questo diritto se non con estrema moderazione *
e non vi ricorre quasi mai.
Quasi ogni paese, dunque, affida alle due Camere il diritto
di votare i bilanci e le leggi finanziarie, dando alla Camera
popolare maggior larghezza ed autorità in materia e spesso
accordandole la priorità dell'esame. Sino al 191 1 anche l'In-
ghilterra accordava il privilegio della priorità e della più larga
iniziativa ai Comuni ; e ai Lords poteri, ridotti, ma effettivi.
Dal 19 II è tutto mutato. Quando nel 1909 presentò le sue
riforme tributarie, Lloyd George, che avea trionfato ai Co-
muni, si vide battuto dai Lords, che le respinsero. Il governo-
liberale pose allora netta la questione sostenendo che ai Lords
non spettasse in materia finanziaria, né diritto d'iniziativa, né
diritto di emendamento. Una lotta, che è tra le più interes-
santi che la Storia costituzionale ricordi, si ingaggiò ; e fu chiusa
con la legge dei 18 agosto 191 1 [Parliament Act 1911), la quale
consacra la supremazia, assoluta e quasi incontrollabile, dei
Comuni, in materia di Finanza e di Bilancio. Ai Lords resta
solo la facoltà di presentare osservazioni platoniche. I money
bills (leggi di finanza) devono essere presentati prima ai Co-
muni e da questi approvati. Indi si presentano ai Lords per-
chè li consentano. I Lords però devono limitarsi a consentire
e a discutere ; senza poter emendare in nulla ; e se, entro un
mese dalla presentazione alla Camera alta non hanno ap-
provato, senza emendamenti, il bill, questo (se i Comuni non
vogliono altrimenti) sarà presentato al Re, perchè sanzioni
a malgrado del voto contrario dei Lords ; e, se il Re accon-
sente e sanziona, il bill diverrà legge dello Stato t •
Per qualche secolo in Inghilterra è stata ritenuta norma fon-
damentale della costituzione l'iniziativa di ogni spesa spettante
* Cfr. G. P erre au in R. s. 1. f. 1903, tom. I.
t Confr. per il Testo del Parliament Act 1911 il BuUetin de Statistique et
Législation cotnparée di agosto 1911 (pp. 222-227). Sul conflitto e in gene-
rale sulla questione dei poteri finanziari dei Lords conf. gli interessanti
articoli del J èz e, in Revue de Science et de Législation financiètes di giugno.
1910 (p. 241 e seg.) e di decembre 191 1 (pag. 587 e seg.).
756 SCIENZA DELLE FINANZE [LIBRO IV.
al governo *. Sono celebri le parole con cui Gladstorie rifiutava
la proposta di un membro del parlamento che proponeva au-
mento di spese. L'iniziativa di ogni aumento, egli diceva, spetta
al governo e non al parlamento, la cui funzione è solo di con-
cedere o di negare. La Camera è incaricata di consentire l'im-
posta, non di offrirla, e deve in certa guisa essere la naturale
difesa dei contribuenti. I parlamenti in effetti, per la loro ori-
gine stessa, avevano la funzione di difendere il contribuente
contro le esigenze del fisco. Ma con l'entrata di numerosi ele-
menti nuovi e con la partecipazione sempre crescente delle classi
inferiori, è accaduto dovunque e anche in Inghilterra, che ogni
barriera messa dalla legge o dalla consuetudine all'iniziativa
parlamentare in materia di spese è scomparsa o si è indebolita.
Da prima un deputato che avesse proposto aumento di spese
diventava impopolare : ora gli aumenti sono proposti per con-
servare ed ottenere la popolarità f.
Nella stessa Inghilterra, dove in materia parlamentare la
tradizione ha vero valore di legge, l'iniziativa parlamentare in
materia di spese non manca. Nel 1887 Goschen constatava
che in 17 anni le spese dei servizi civili erano aumentate di
oltre otto milioni di sterline e diceva che questo fatto era da
attribuirsi piuttosto al parlamento che al governo. Nel 1893
Harcourt, il vecchio ministro liberale, gloriandosi di essere
dell'antica scuola, osservava che nei parlamenti e nel pub-
blico si dimenticavano le regole dell'economia : — L'economia
finanziaria, egli diceva, ha avuta la stessa sorte che l'econo-
mia politica ; e un cancelliere dello scacchiere che predichi ora
l'economia, predica nel deserto. Si accusa spesso la tesoreria
di avarizia. Piacesse a Dio che fosse più avara ancora ! Oggi
* Negli Standing orders fin dal 1706 figura questa regola della Camera dei
comuni : — Questa Camera non riceverà alcuna petizione per alcuna somma
relativa ai servizi pubblici, non esaminerà alcuna mozione tendente a vo-
tare un sussidio o un carico sui redditi pubblici... in altro modo che su rac-
comandazione della Corona.
t I ministri inglesi sono in certa guisa sottomessi essi medesimi a un
ciotrollo preventivo. Nessun ministro può proporre nuove spese senza il
consenso della Tesoreria. Il Consiglio della Teserei ia discute con i capi dei
diversi servizi dell'opportunità di ciascuna spesa.
CAP. I.] l'iniziativa parlamentare 757
quando si viene a proporre una spesa nuova si è accolti come
se si fosse scoperto un piacere nuovo.
La soppressione dell'iniziativa parlamentare in materia di
spese sarebbe forse utile, molti scrittori l'hanno proposta e
molti finanzieri l'hanno patrocinata. Ma è a ritenere che, con le
cattive abitudini che si sono fatte strada, assai difficilmente
riuscirebbe efficace. Nella sua esposizione finanziaria del 25
novembre 1895, l'onorevole Sonnino parlava in Italia, nella
Camera dei deputati, dell'influenza sempre crescente delle
sollecitazioni e delle esigenze che si traducono in interventi
parlamentari, appena viene annunziato il ristabilimento del
bilancio *.
Nella repubblica Veneta vi era una istituzione speciale : gli
scanzadori delle spese superflue, che aveano la funzione di ricer-
care in tutte le amministrazioni pubbliche quali econoniie si
potevano introdurre. Negli stati moderni si abusa nel senso op-
posto : sono i rappresentanti del paese che spingono più alla
imprevidenza e la iniziativa parlamentare in materia di spese
appare sempre più dannosa. I deputati, che non sono punto
responsabili del buon ordinamento del bilancio, hanno spesso
nel dare una larghezza di sovrani orientali : ma il male è che
tutte le loro liberaUtà sono pagate dai contribuenti.
La Camera dei Comuni inglese votò il 20 marzo 1866 uj
ordine del giorno cosi concepito : « La Camera dei Comuni non
ammetterà alcuna proposta tendente a ottenere un reddito
qualsiasi per i servizi pubblici e non darà seguito ad alcuna mo-
zione che implica una spesa da imputare sul reddito dello
Stato, sia sui fondi costituiti in dotazione, sia sui fondi pro-
posti dal Parlamento al di fuori delle domande formulate dalla
Corona ». Ma quest'ordine del giorno ha avuto un valore rela-
* R i b o t diceva il 16 marzo 1900 alla Camera francese a proposito della
facilità da parte dei Parlamenti nell'accordare nuove spese : « Quand on
vient nous demander de nous prononcer par un vote sollecite éloquemment,
ardemment, et sans meme nous laisser le temps de la réfllexion. . . on nous
demande quelquefois un effort qui se trouve au dessus des forces d'un cer-
tain nombre, entre nous. Il faut dono prende certaines précautions, non
pas pour supprimer le droit de la Chambre, mais pour en assurer l'exercice
d'une fagon plus réfléchie et moins dommageable ».
Nitti. 49
758 SCIENZA DELLE FINANZE [LIBRO IV.
tivo. Più recentemente, il 16 marzo 1900, la Camera francese
ha votato un ordine del giorno del deputato Berthelot con cui
si interdiceva il proporre aumenti di spese per via di emenda-
menti del bilancio. Sono voti piuttosto platonici dal momento
che il potere parlamentare dilaga con gran danno degli stessi
ordini costituzionali *.
215. Data la importanza delle spese nei bilanci moderni e
la grandiosità delle pubbliche entrate, i ministri finanziari hanno
un'azione sempre crescente. Ordinare una così grande massa di
entrate e di spese, disporne la riscossione e la erogazione nel
modo più economico possibile, richiede, o almeno richiederebbe
speciali attitudini.
In Francia il ministro delle finanze è incaricato di tutte le
funzioni finanziarie : entrata e spesa. In Italia vi è separazione
dei due ministeri del tesoro e delle finanze. In Inghilterra più che
negli altri paesi la situazione del capo del Ministero finanziario
è prevalente su quella degli altri ministri. Il primo lord della
Tesoreria, generalmente, è il capo del Gabinetto ; in ogni caso
* Cfr. Emiie Larcher: Uinitiative parlementaire en France, Póiris,
1896; L. Michon: Uinitiative parlementaire et la réforme du travail
legislatif, Paris, 1898,; ecc. Cfr. anche ErskineMay: op. cit. cap.
XVIII. Bastia t non senza spirito, a proposito delle contraddizioni
parlamentari facea il seguente ritratto del Ministero delle finanze nei par-
lamenti moderni : e Hélas ! comme Figaro il ne sait ni qui intendre, ni de
quel coté se toumer. Les cent mille bouches de la presse et de la tribune
lui crient à la fois : organisez le travail et les travailleurs ; extirpez l'égoi-
sme ; réprimez l'insolence et la tyrannie du capital ; faites des expériences
sur les fumiers et sur les oeuf : sillonnez le pays de chemins de fer ; irriguez
les plaines, reboisez les montagnes, fondez des fermes modèles, fondez des
ateliers harmoniques, colonisez l'Algerie, allaitez les enfants, instruisez
la jeunesse, secourez la vieillesse ; envoyez dans les campagnes les habi-
tants des villes, modérez les profits de toutes les' industries, prétez de l'ar-
gent et sans intéret, à ceux qui en désirent ; affranchissez l'Italie, la Po-
logne, la Hongrie ; élevez et perfectionnez le cheval' de ?:elle ; encouragez
l'art ; formez des musiciens et des danseuses ; probibee le commerce et
créez ime marine marchande etc. L'Ètat a pour mission d'éclairer, de dé-
velopper, de grandir, de fortifier, de spiri tualiser et de sanctionner l'àme
des peuples. Mais loin de nous les nouvelles taxes 1 Nous vous sommons
de retirer les anciennes. Supprimez l'impót du sei, l'impót des boissons,
rimpòt des lettres, l'octroi, la patente, les prestations •.
GAP. I.] I MINISTERI FINANZIARI ' 759
è leader del partito e dirige la politica generale *. Al disotto
di lui è il Cancelliere dello scacchiere, particolarmente incari-
cato della direzione degli affari finanziari. Il Cancelliere dello
scacchiere è il secondo membro del consiglio della Tesoreria e
il solo personalmente responsabile verso il Parlamento di ogni
cosa fatta da essa ; egli prepara e discute il bilancio e ha anche
funzione di controllo sulle spese pubbliche. Infine tre lords
iuniors e due segretari della Tesoreria son membri del Mini-
stero e costituiscono in sette l'ufficio delle finanze : la Treasury .
La tesoreria è sopra tutto un ufficio di revisione e di controllo
e cosi il Parlamento può ritenere responsabile la tesoreria di
ogni atto di spesa che si verifichi in qualunque ministero f •
L'uf&cio della Tesoreria, in cui sono quasi sempre gli uomini
più importanti del partito che è al governo, ha dunque un'im-
portanza straordinaria.
In realtà bisogna distinguere nella Tesoreria inglese una fun-
zione politica (affidata al primo lord e ai Junior Lords) e una
funzione finanziaria, affidata sopra tutto al Cancelliere dello
scacchiere, «Jie è il vero e solo ministro delle finanze. Rara-
mente nella storia parlamentare inglese le funzioni di primo
lord e di cancelliere dello scacchiere sono state riunite dalla
stessa persona : il cancelliere dello scacchiere ha una prepon-
deranza sui suoi colleghi, ha largo diritto di controllo.
In Italia, l'importanza dei ministri finanziari è molto minore.
Il ministrò del tesoro, ha avuto fino ad ora una situazione più
prevalente; èra incaricato particolarmente della spesa. Da lui
dipendevano quindi la direzione generale del tesoro, cui sono
sottomesse le banche di emissione, la ragioneria generale, la
cassa dei depositi e prestiti, e la direzione generale del debito
* Il primo lord della tesoreria ha la posizione più importante ; è sempre
il ministro che sorveglia tutto rindirizzo dell'azienda dello Stato e in cui
si riconoscono le maggiori attitudini. (Lord Broughamin Scke tches
of statespten, voi T, pag 278, dice che in una conversazione pubblica si
discuteva della quahtà principale richiesta al Primo lord, ed, avendo una
persona osservato essere l'eloquenza, un altra la sapienza, una terza la
perseveranza, Pitt disse: — No, la pazienza),
t Cfr. A. To d d : /i governo parlamentare in Inghilterra (trad. italiana),
Torino 1886, pag 1008 e seg.
760 SCIENZA DELLE FINANZE [LIBRO IV .
pubblico. Il ministro delle finanze si occupava sopra tutto delle
entrate, cioè della riscossione delle imposte dirette, del catasto,
del demanio e delle tasse, delle dogane e delle privative. Il
ministro del tesoro presenta il bilancio alle Camere. Il periodo
della presentazione dipende dalla durata dell'anno' finanziario.
Con recente provvedimento i Ministeri del Tesoro e delle Fi-
nanze sono stati unificati e il Ministro delle Finanze ha sotto
il suo controllo tutta l'amministrazione finanziaria.
217. Si chiama anno finanziario o esercizio finanziano il
tempo che intercede tra l'apertura e la chiusura di ogni conta-
bilità dello Stato. L'anno finanziario coincide con l'anno solare
in Francia, Austria Ungheria, Belgio, Olanda, Lussemburgo,
Svezia, Russia, Finlandia, Baviera, Sassonia, Baden, Grecia,
Svizzera, ecc. ; va dal 1° aprile al 31 di marzo nella Gran Bret-
tagna, nella Danimarca, in Romania, Germania, Prussia, ecc. ;
va dal 1° luglio al 30 giugno in Italia, Portogallo, Norvegia,
Spagna, Serbia e, fuori di Europa negli Stati Uniti di America
nel Messico, nel Giappone, ecc. In Inghilterra, nel secolo scorso,
l'anno finanziario cominciava il giorno di S. Michele (29 set-
tembre) ; ma, a datare dal 1884, l'anno finanziario comincia
il 1° aprile e si chiude al 31 marzo.
In Italia per molto tempo l'anno finanziario e l'anno solare
coincidevano; fino al 1882 erano identici, ma siccome non, si
riesci va mai a discutere il bilancio, fu necessario mutare. Ba-
sterà dire, che dal 1870 al 1883 non si riesci, nonostante gh
sforzi, ad approvare il bilancio preventivo prima che si aprisse
il relativo esercizio finanziario se non in tre soli anni. Per tali
ragioni, il primo luglio 1884 fu inaugurato il primo anno fi-
nanziario 1884-85, dopo un esercizio eccezionale di sei mesi
per il passaggio dal 1° gennaio al 30 giugno 1884.
In Francia accade che il bilancio è preparato circa diciassette
mesi prima dell'apertura dell'esercizio finanziario : in Inghil-
terra gli estimates delle spese sono fatti solo tre o quattro mesi
prima che cominci l'anno finanziario.
Per disposizioni di legge, o per consuetudine, in Francia il
bilancio di previsione vien presentato alle Camere nei primi
mesi dell'anno che precede l'esercizio ; in Belgio almeno dieci
mesi prima ; in Italia otto mesi. In Inghilterra l'intervallo fra
GAP. I.J l'anno finanziario 76 1
la preparazione del bilancio e l'apertura dell'anno finanziario
non è che di cinque o sei mesi.
In occasione della presentazione dei bilanci il ministro che ha
la responsabilità della spesa, d'ordinario espone alla Camera dei
deputati la situazione delle finanze. In Prussia è costantemente
nel gennaio che il Ministro delle finanze fa al « Landtag » la sua
esposizione ; in Italia, poiché l'esercizio finanziario comincia più
tardi e non vi è regola fissa, l'esposizione finanziaria si fa nei
periodi più diversi ; ma d'ordinario avviene fra il dicembre e
il febbraio. In generale nei vari stati non vi è norma stabile :
la determinazione dell'anno finanziario dipendendo da consue-
tudini e da situazioni differenti in ciascun paese. In Italia il
bilancio può essere esaminato dalla Camera nei mesi tra no-
vembre e giugno ; in Inghilterra, dove le discussioni sono brevi,
è presentato solo tre mesi prima della sua esecuzione ; in Francia
il bilancio, data la durata dell'anno finanziario, è presentato
troppo prima della esecuzione, ed è per questo che vi è spesso
notevole divario tra le entrate e le spese previste e le entrate
e le spese effettive.
In quasi tutti i paesi, mentre si ammette che in materia le-
gislativa ordinaria le due Camere hanno poteri eguali, si ri-
conosce che la Camera bassa ha come prerogativa il diritto di
priorità : il bilancio e in generale tutti i progetti di legge di
carattere finanziario devono prima che alla Camera alta essere
presentati e discussi dalla Camera bassa. L'imposta deve essere
votata da chi la paga : quindi le Camere elette a suffragio più
largo devono esseme prima richieste *. In Italia l'art, io dello
Statuto prescrive a dirittura la priorità.
♦ Cir. sopratutto Boucard et Jéze: Finance, voi. I, pag. 244 e
seg.
762 SCIENZA DELLE FINANZE [LIBRO IV.
II.
Struttura del bilancio
preparazione e discussione nelle camere legislative
2x8. Un bilancio moderno che adempia veramente allo
scopo, deve avere alcuni requisiti di cui non può mai fare a
meno. Requisiti principali sono :
I la veridicità. Ninna cosa nel bilancio deve essere taciuta,
niuna occultata. Cavour diceva doversi i fondi dello Stato custo-
dire in casse di vetro. Veridicità e pubblicità sono due cose che
vanno insieme. ISel bilancio devono comparire tutte le entrate,
tutte le spese, senza che vi siano finzioni inutili, o misteriose
denominazioni : la verità, per quanto possa essere dispiacevole,
è sempre preferibile alla finzione. Un governo che mantiene
secreta la sua contabilità, nei momenti difficili non trova cre-
dito e le angustie sono spesso esacerbate dal sospetto del pub-
blico. Gli stati che pubblicano i loro bilanci e non nascondono
alcuna cosa si trovano sempre meglio di chi occulta la situa-
zione reale, sia pure senza cattive intenzioni. Le finzioni sono
nello stesso tempo inutili e dannose. Oramai i grandi istituti
di credito possiedono mezzi di informazione cosi precisi che
niun artifizio può riescire a ingannarli ; e se il mistero o la
finzione non giovano a un paese che non deve ricorrere al cre-
dito, sono a dirittura esiziali a un paese che ne ha bisogno.
Veridicità e pubblicità dunque occorrono, e occorre che ogni
cittadino possa sapere esattamente l'impiego delle pubbliche
contribuzioni ;
2 l'esatta corrispondenza fra le entrate e le spese. Pierson
dice a dirittura : costi qualunque sacrifizio, il bilancio non deve
nel suo insieme chiudersi mai in disavanzo*. Un disavanzo cro-
nico è un vero cancro per la vita dello Stato : se vi son cir-
costanze di natura politica e di altra natura che si oppongano
all'applicazione di imposte relativamente buone, si ricorre a
imposte meno buone : tutto per evitare il disavanzo. Un paese
♦ Pierson: Problemi, pag. 419,
CAP. II.] I REQUISITI DEL BILANCIO 763
che spende ogni anno 50 milioni più di ciò che ricava dalle
sue entrate deve fare 50 milioni di debiti e l'anno dopo deve
fare 50 milioni più gl'interessi dei debiti precedenti ; e così an-
cora indefinitamente. Tutto ciò rovina il credito pubblico e un
paese trova danaro in condizioni sempre più gravi. In alcuni
paesi si è formata una terminologia un pò ridicola : si mette
in burla il pareggio aritmetico e si dice che il pareggio deve
essere economico. Che significa tutto ciò ? Il pareggio non può
essere che aritmetico, e se un paese spende troppo è meglio che
ricorrere a debiti, ridurre le spese pubbliche. Ma niente più ro-
vina una nazione quanto la dissipazione finanziaria ; è una
vera distruzione di capitale, con danno grandissimo delle classi
popolari a cui in un primo momento può sembrare che la dis-
sipazione riesca vantaggiosa ;
3 l'unità, cioè che tutte le entrate e tutte le spese devono
essere registrate in guisa che si sappia non solo la entrata netta,'
ma l'entrata lorda. Bisogna vedere non solo quanto arriva allo
Stato, ma quanto danno i contribuenti *. Se un monopolio che
rende 200 miH-oni determina 30 milioni di spese, entrambe que-
ste cifre devono comparire, la prima nella entrata, la seconda
nella spesa : e non solo la entrata netta di 170 milioni. Nel
passato l'unità non esisteva quasi mai. Vi erano tanti bilanci
particolari quante erano le speciali amministrazioni. Ora, anche
avendo ogni ministero un bilancio proprio, tutti hanno per base
la stessa cassa ;
4 l'universalità. Tutte le entrate e tutte le spese devono
figurare nel bilancio, non solo collettivamente ma anche in modo
particolareggiato : in altri termini tutte le operazioni di entrata
e di spesa devono essere segnate senza alcuna restrizione o
limitazione. Lungi dal rendere poco chiari i bilanci, bisogna con
ogni sforzo cercare che ogni cosa figuri in essi, tutti sia ben
chiaro e ben definito : la soverchia complicazione deve essere
in ogni guisa evitata. Il bilancio, è stato detto, non dev'es-
sere una specie di logogrifo che solo pochi possano compren-
dere, ma dev'essere fatto nel modo più chiaro. Ben s'intende
♦ Cfr. L. S a y . Les finanus de la France, voi. I. pag. L.
764 SCIENZA DELLE FINANZE [LIBRO IV.
che il saper bene valutare i vari elementi del bilancio , quale che
sia la chiarezza con cui esso è redatto, non sarà mai da tutti ;
5 la specialità. Tutte le entrate e tutte le spese devono
in un buon bilancio comparire specificatamente. I bilanci si
dividono in generale in categorie, capitoli, titoli, articoli : in
Italia la discussione e il voto si estendono fino ai capitoli e il
potere esecutivo non può, dopo che il bilancio è approvato,
passare i fondi da un capitolo all'altro. Il Governo è stato in
molti paesi restio alla specialità, che veniva a ridurre il suo
potere : e sono note le lotte combattute in Francia dove ancora
in tempo non lontano il bilancio si discuteva e si votava per
dicasteri. Della specialità non bisogna però abusare, e se è
utile che non vi siano grossi agglomeramenti, non è utile né
meno la polverizzazione. Il bilancio inglese, essendo per cifra
assai maggiore, è diviso in quasi un terzo dei capitoli del bi-
lancio italiano ;
6 l'annualità : è bene che il bilancio sia fatto anno per
anno essendo difficili le previsioni man mano che sono più
lontane. Tranne poche e poco importanti eccezioni, dovunque
il bilancio è annuale, bene inteso che ciò non implica che tutte
le spese (principalm.ente queUe per la costituzione) devano es-
sere discusse ogni anno ; e né meno le entrate per alcune spese
fondamentali. Anzi, nei paesi, dove il diritto al bilancio è più
antico una parte, come il fondo consoHdato inglese, si consi-
dera come statica e sfugge aUe discussioni annuali e alle vota-
zioni del Parlamento.
Infine, il bilancio fra i moltissimi requisiti che gli sono ne-
cessari e di cui abbiamo enumerato i principali, ne deve avere
altri :
7 deve essere preventivo. Pare una cosa naturale che le
entrate e le spese devono formare oggetto di previsione, ma
questo principio non si è introdotto che attraverso grandi dif-
ficoltà. Anche adesso, scrive L. Say, molti non sono lontani
dall'ammettere che il bilancio di previsione sia un male, per-
ché incatena la volontà del Parlamento *. Ora invece deve es-
sere ogni spesa prevista, perchè se gl'impegni per le spese
* IL. S a. y : op . cU voi. I» Introduction .
CAP. II.] I REQUISITI DEL BILANCIO 765
precedessero il voto del Paxlamento, questo si troverebbe im-
pegnato e costretto a dare il suo assenso :
8 deve rappresentare una personalità contabile : deve in altri
termini avere una vita propria. Le operazioni immense del te-
soro pubblico non potrebbero essere giustamente valutate se
buoni sistemi di contabilità non fossero adottati. Il Parlamento,
come deve fare una legge per approvare il preventivo, deve
farne un'altra per approvare il consuntivo.
La previsione in materia di pubbliche entrate e di pubbliche
spese non è nemmeno nei paesi bene ordinati cosi facile come
a prima giunta può sembrare. Confrontando le previsioni e le
entrate e le spese effettive, si vede come anche in Inghilterra
dove il bilancio è preparato, presentato e discusso breve tempo
prima della sua esecuzione, le differenze rimangono sempre no-
tevolissime.
Dal punto di vista tecnico bisogna fare una distinzione molto
importante tra bilancio di cassa, e bilancio di competenza, op-
pure in altri termini tra bilancio di gestione e di esercizio. Il
bilancio di competenza è di sua natura un bilancio essenzial-
mente giuridico. Vengono in esso registrate le entrate cui in
conseguenza di leggi lo stato ha diritto di riscuotere e le spese
che per la stessa causa ha il dovere di fare. Le previsioni, in
altri termini, non riguardano il fatto di riscuotere e di pagare,
ma il diritto. Mentre un pagamento eseguito è un'uscita di
cassa, un pagamento da eseguire è un'uscita di competenza.
Il bilancio di competenza determina ogni anno l'esistenza dei
residui attivi o passivi per introiti non avvenuti o per paga-
menti non fatti. A sua volta il bilancio di cassa non indica se
non ciò che realmente s'introita o si spende durante l'eser-
cizio, L'Inghilterra ha il bilancio di cassa, l'Italia *, la Francia
* Fu nel 1869 che l'Italia adottò il sistema attuale. L'articolo 135 del
regolamento della legge di contabilità dello Stato dispone : « Le en trate
e le spese che si inscrivono in questi documenti preventivi rappresentano
le competenze dell'esercizio, cioè per le entrate ciò che si crede potranno
produrre, durante il suddetto periodo, i diversi cespiti di entrate fisse sta-
bilite da leggi e quelli eventuali che sono prevedibili ; e per le spese quelle
che il Governo è autorizzato a fare nel corso, dell'anno finanziario per prov-
vedere ai pubbhci servizi e agli obblighi assunti dallo Stato ».
766 SCIENZA DELLE FINANZE [LIBRO IV.
e il maggior numero di paesi hanno il bilancio di competenza.
Anche ciò costituisce una difficoltà quando si vogHano con-
frontare le entrate e le spese di paeiSi differenti.
Logicamente il sistema di competenza può parere sotto molti
aspetti preferibile. Infatti, dato il bilancio di c^ssa, è innega-
bile che il potere ministeriale sia molto maggiore. In Inghilterra
il Cancelliere dello scacchiere può, con una piccola trasposizione
di scritture, passare un grande pagamento da un anno all'altro
e modificare quindi in apparenza la situazione finanziaria. Può,
in altri termini, mettere trenta milioni che devono essere pagati
nel marzo, cioè alla chiusura dell'esercizio, nell'aprile, cioè
nell'esercizio seguente. Ma in Inghilterra il potere ministeriale,
benché di fatto maggiore che in Francia e in Italia, non dà mai
luogo a questi abusi, e da questo punto di vista, da lungo
tempo, nessun governo ha demeritato della fiducia del Parla-
mento. Il bilancio di previsione italiano rimane un bilancio di
entrate e uscite di competenza.
21Q. Il bilancio italiano che è, tecnicamente, uno dei me-
gUo ordinati in Europa, si divide in quattro grandi categorie :
I entrate e spese effettive, ordinarie e straordinarie ; 2 movimento
di capitali, formato dall'accensione di debiti e dall'alienazione
di beni patrimoniali ; oppure dall'estinzione di debiti e dal-
l'accensione di crediti ; 3 costruzioni di strade ferrate. È una
speciale categoria del bilancio e rappresenta da una parte
quanto si ricava dalla vendita di cartelle di rendita pubbhca e
da obbligazioni ferroviarie, destinate le une e l'altra a costru-
zioni di ferrovie, e dall'altra l'importo deUe nuove costru-
zioni, che essendo un bene patrimoniale, si suppone che pa-
reggino l'ammontare del debito ; 4 partite di giro. Queste ul-
time hanno niente altro che un valore figurativo. Per esempio,
lo Stato riscuote il dazio di consumo di Napoli e di Roma,
ma paga ai rispettivi comuni un canone annuo. La somma
rappresentata da questo canone figura cosi nell'attivo come
nel passivo.
220. Presentandosi dal governo il bilancio, la discussione
avviene in ciascun parlamento in forme e modi molto differenti.
In Inghilterra, negli Stati Uniti di America,- in Francia, in
Italia, in Germania si seguono metodi differentissimi, che deri-
CAP. II.] DISCUSSIONE DEL BILANCIO 767
vano non solo da ordinamenti diversi, ma da tradizioni diver-
sissime. In Inghilterra, appena il bilancio è presentato (e tra
la presentazione e l'approvazione il periodo è breve) i membri
più volenterosi della Camera dei comuni, o coloro che possie-
dono speciali attitudini, senza designazione di alcuno, formano
la commissione che discute il bilancio. È una commissione per
modo di dire : poiché si tratta di tutta la Camera rappresentata
liberamente da chi crede di poter prendere parte utilmente alle
discussioni : Committee of the whole House, come dicono gl'in-
glesi *. Tutti i membri della Camera possono prender parte
alle sedute ; ma, in realtà vanno coloro che si credono o son
creduti più competenti. Le discussioni avvengono in forma più
familiare del solito. Infatti il presidente della Camera, il cui
prestigio in Inghilterra è grandissimo, lo speaker, non dirige
le sedute. Quando si deve iniziare la discussione del bilancio,
una mozione è presentata da un certo numero di deputati :
essa dice solo « che il presidente lasci il suo posto ». Un altro
presidente è designato allora dai colleghi : un chairman, come
dicono gl'inglesi. Nella discussione che avviene e che, come
si è detto, non ha nessuna forma solenne, ciascuno può espri'
mersi più liberamente ; può prendere molte volte la parola, ecc . V.
Vi sono d'ordinario due comitati : Committee of supply, cioè
la commissione per le spese, comm,ittee of way and means, cioè
la .commissione per le entrate. Quando la discussione è avve-
nuta nella forma più larga, il chairman prepara una relazione
verbale, che pronunzia alla Camera presieduta nuovamente
dallo speaker. Nella Camera riunita nella forma pubblica e so-
lenne le discussioni sono allora brevissime. Non si stampano
in Inghilterra i grossi volumi dei bilanci francesi e italiani.
Quando la commissione, formata liberamente, ha esaurito i
suoi lavori, il chairman non fa che indicare verbalmente le
discussioni avvenute e i risultati. Si evitano in tal guisa le
lungaggini consuete in altri parlamenti ; la discussione è rapida ;
* Il sistema inglese è formulato dallo Standing order della Camera dei
cornimi dei 29 marzo 1707, che prescrive che la Camera non discuterà al-
cuna mozione, . alcuna domanda, alcun bill finanziario o una transazione
finanziaria se non è in a Commiltee of the whole house.
768 SCIENZA DELLE FINANZE [LIBRO IV .
non vi sono esclusioni ingiuste e tutti possono prender parte
alla discussione preliminare del bilancio. Il controllo però è
meno grande che non sia in Italia e in Francia. È sono sol-
tanto la lunga tradizione parlamentare e le condizioni della
finanza inglese che rendono possibile un tale metodo, a cui si
fanno forse lodi eccessive.
Negli Stati Uniti di America si segue un metodo differente.
Il Congresso di Washington ha due comitati permanenti, due
commissioni chiuse : l'una per le entrate e l'altra per le spese.
Queste commissioni sono nominate dal Parlamento : 26 mem-
bri per il Senato e 43 per la Camera. Sono queste commissioni
che preparano in realtà il bilancio e che conservano diritto di
iniziativa. La scelta dei componenti le commissioni spetta allo
speaker e ciò non è senza pericoli, essendo lo speaker prima di
tutto la emanazione di un partito. Le commissioni rimangono
in carica durante tutta la legislatura. Queste commissioni hanno
una natura singolare ; hanno infatti nelle loro mani una parte
del potere esecutivo. Infatti non solo si riserbano l'iniziativa
delle proposte, ma trattano direttamente coi capi di servizio
dello Stato ; hanno dunque vere attribuzioni governative. La
legge americana fissa un limite di 10 giorni alla durata dello
studio del bilancio fatto dalle commissioni.
In Francia il bilancio segue la procedura delle leggi ordina-
rie : cioè la procedura degli uffici. La Camera francese, e cosi
il Senato, si dividono in un certo numero di uf&ci ; ciascun
ufficio nomina uno o due membri di una commissione chiusa,
che è la commi ssion du budget. La commissione non è che una
emanazione della maggioranza ; e per essere chiusa o per avere
un potere assai largo, riesce in realtà a esercitare spesso un'a-
zione preponderante. La commissione entra qualche volta in
troppi dettagli. Vi è per il bilancio di ciascun ministero una
relazione separata e inoltre una relazione generale sulle en-
trate e sulle spese.
La procedura italiana era in passato diversa sostanzialmente
dalle altre ; però ha anch'essa per base le commissioni chiuse.
La Camera dei deputati sceglieva nel suo seno 36 membri, i
quali formavano la giunta del bilancio, che rimaneva in carica
durante tutta la sessione parlamentare. La commissione o
CAP. II.j DISCUSSIONE DEL BILANCIO 769
giunta eleggeva fra i suoi componenti due vice presidenti e
tre segretari. Si divideva poi in cinque sottocommissioni :
I finanze e tesoro ; 2 intemi ed estemi ; 3 guerra e marina ;
4 lavori pubblici, agricoltura, industria e commercio e poste
e telegrafi; 5 grazia e giustizia, e istruzione pubblica. Vi era
inoltre una sottocommissione di 11 membri, uno per ministero,
per i conti consuntivi. Il presidente presiedeva di diritto la
sottocommissione di finanze e tesoro e la sottocommissione
dei consuntivi, e riferiva alla Camera sul bilancio di assesta-
mento. Ciascuna sottocommissione aveva un presidente, un
segretario e un relatore, ogni relazione doveva essere approvata
dalla sottocommissione competente, tranne quella del presi-
dente per il bilancio di assestamento. Le relazioni erano pre-
sentate alla Camera dai relatori e distribuite a stampa.
Era un ordinamento molto vantaggioso e avea dato buoni
risultati, permettendo anche di creare la specializzazione
e promovendo studi e ricerche utili. Ma con il regolamento
approvato in luglio-agosto 1920 la Camera adottò un ordina-
mento che non può dare se non cattivi risultati. I deputati
sono tenuti a dichiarare entro un breve termine a quale gruppo
intendano ascriversi, anche se non intendano ascriversi ad
alcuno, nel qual caso fanno parte del gruppo misto . Ciascun
gruppo di almeno venti deputati forma un ufficio. Gli uffici no-
minano i loro rappresentanti nelle commissioni e quindi anche
nella commissione di finanze. In questo caso l'esagerazione
del criterio della proporzionalità ha molto contribuito a di-
minuire la scelta delle attitudini e la formazione delle com-
petenze.
Il Senato ha una commissione di 15 membri {Commissione
permanente di finanza), che non si divide in sotto commissioni :
ma affida ai suoi membri il preparare le relazioni su ciascun
bilancio La commissione di Finanza del Senato ha essa pure
un presidente, un vice presidente e un segretario.
277. In Italia l'art 27 della legge 17 febbraio 1863 sulla
contabilità generale dello Stato dispone che nel mese di no-
vembre il ministro del tesoro deve presentare ogni anno : i ii
bilancio di previsione dell'esercizio seguente ; 2 iin progetto. di
assestamento del bilancio preventivo dell'esercizio in corbO ; 3 ii
77^ SCIENZA DELLE FINANZE lLIBRO IV.
rendiconto generale dell'esercizio scaduto il 30 giugno prece
dente. Poiché, come si è già detto, l'esercizio finanziario d'uia
in Italia dal 1° luglio al 30 giugno dell'anno seguente, la di-
sposizione della legge è chiara Secondo essa, per fornire un
esempio evidente, nel rioven.bre del 1912, il ministro del te-
soro deve presentare il bilancio di previsione 1913-1914, l'as-
sestamento del preventivo 1012-1913 e il rendiconto generale
dell'esercizio 1911-1912 TI bilancio di previsione è in realtà
un bilancio di autorizzazione ; mediante esso il potere legislativo
autorizza speciali entrate e spese
Ma poiché le previsioni fatte a distanza non sono sempre
molto vicine alla realtà ; bisogna, quand'è necessario, poterle
correggere Così il bilancio di assestamento, cioè di correzione o
di rettifica, viene presentato dal ministro del tesoro nel novem
bre dell'anno in corso ; cioè per l'anno 19 12 -19 13 nel novembre
del 1912, cinque mesi dopo che il bilancio è andato in esecu-
zione ; il bilancio di assestamento non include tutti i capitoli
del bilancio preventivo, ma soltanto i capitoli variati su cui
deve cadere l'esame delle Camere *.
Il bilancio consuntivo o rendiconto generale delio Stato é pre-
sentato ogni anno in Italia nel novembre seguente all'anno che
contempla. Quindi il consuntivo del bilancio 1911-1912 che si
chiuderà il 30 giugno, sarà presentato dal ministro del Tesoro
nel novembre 1912 In Italia il rendiconto generale si divide in
due parti : l'una segue da vicino anche nella forma le partizioni
del bilancio di previsione, l'altra indica le variazioni avvenute
nella situazione patrimoniale dello Stato, nell'attivo e nel pas-
sivo, durante l'anno fino al termine dell'esercizio. Il bilancio
* Secondo l'art. 29 della legge di contabilità . « il progetto di legge per
l'assestamento del bilancio dell'esercizio in corso comprende . i il pro-
spetto dei capitoli del bilancio da variarsi sia per legge votata dal Parla-
mento, sia per nuove concorrenze, ovvero per prelevamenti già approvati
sul fondo di riserva ; 2 il riepilogo del bilancio di previsione rettificato colle
modificazioni e aggiimte risultanti dalle variazioni suddette Vi sarà unita
la presimta situazione delle attività e passività dell'amministrazione del
tesoro alla fine dell'esercizio ». L'articolo 20 dispone inoltre : t Colla legge
di assestamento del bilancio si approvano i capitoli portanti variazioni e
il riepilogo del bilancio di previsione rettificato nonché i provvedimenti
che abbisognassero per assicurare il pareggio delle entrate colle spese».
GAP II.] ORDINAMENTO DEL BILANCIO 77I
consuntivo come il preventivo, distingue tra : entrate e spese
effettive, movimenti di capitali, costruzioni di strade ferrate ,
partite di giro. La gestione dei residui è tenuta separata :
quindi vi è ora distinzione fra la competenza e i residui.
I residui derivano o da entrate non riscosse e sono residui
attivi ; o da pagamenti non fatti e sono residui passivi. Minute
sono le norme per la classifica e la sistemazione dei crediti
arretrati nell'ordinamento italiano. Si è voluto in ogni modo
evitare la confusione tra il conto dei residui e quello della com-
petenza. I residui ottenuti in ogni capitolo, alla chiusura di ogni
esercizio, passano nell'anno seguente e rimangono nel conto del
bilancio, separati dal conto della competenza. Nei limiti fissati
il governo dispone dei residui. I residui passivi non pagati nel
quinquennio sono perenti, secondo l'art. 32 della legge di con-
tabilità agli effetti amministrativi. Ma possono riproporsi in un
capitolo speciale del bilancio successivo.
Come si è visto, il bilancio di previsione viene presentato se-
paratamente per ciaspun nànistero ; e cosi il bilancio dell'en-
trata. In Italia il bilancio di ciascun ministero viene votato ca-
pitolo per capitolo ed è vietato, dopo l'approvazione, il pae-
saggio di somme da un capitolo a un altro. Il ministro che di-
spone la distribuzione in articoli delle somme stanziate in cia-
scun capitolo, non può però dispome il passaggio da un capi-
tolo all'altro. Da prima il bilancio si votava per grandi se-
zioni. In Francia, nel bilancio di Necker, 1789- 1790, le entrate
erano divise in 42 sezioni e le spese in 30. Fu solo dopo il 1830
che la Francia adottò il sistema del voto per capitolo. In Italia
i bilanci si discutono e si votano capitolo per capitolo : e così
la discussione può svolgersi largamente : qualche volta, come
abbiamo già avvertito, forse troppo largamente.
222. Tutte le entrate e tutte le spese devono andare an-
nualmente in discussione ? In Italia e in Francia non vi è al-
cuna limitazione, benché moltissime spese, sopra tutto quelle
riferentisi alla costituzione politica e al debito pubblico, cioè a
impegni costituzionali o contrattuali non danno mai luogo a
discussione. Quasi dovunque il bilancio è annuale, cioè è di-
scusso e votato ogni anno e per l'anno seguente.
Bismarck, cui le lunghe discussioni e gli ordinamenti costi-
772 SCIENZA DELLE FINANZE [LIBRO IV.
tuzionali moderni erano ugualmente ingrati, tentò invano, nel
1880 e nel 1881, di rendere il bilancio della Germania biennale.
Gli esempi di bilanci biennali tra gli stati tedeschi non man-
cano Hanno bilanci biennali la Baviera, il Wurtemberg, il
Baden, il regno di Sassonia e il Brunswick. La Baviera fino
a qualche tempo fa votava i bilanci per 5 anni : ora ogni bien-
nio. In altri stati tedeschi il bilancio è triennale (Assia), o qua-
driennale (Sassonia-Coburgo e Gotha). In alcuni stati della
Confederazione Ivi ord-Americana la Costituzione prescrive che
la legislatura non si convochi tutti gli anni : in quegli Stati,
quindi, il bilancio non è annuale. Ma sono eccezioni quasi
senza importanza, tanto il principio dell'annualità è genera-
lizzato.
Più grave è l'altra questione se tutte le spese e le entrate
devano andare in discussione. A che serve infatti mettere in
discussione spese le quali non possono essere ridotte, né au-
mentate ? L'Inghilterra ha la istituzione del fondo consolidato :
Consolidated fund. Di questa istituzione fondamentale del dritto
pubblico inglese, si ritiene che sia un utile freno alle velleità
parlamentari da una parte ; ai possibili abusi della corona dal-
l'altra. Nel fondo consolidato inglese sono contenute quelle spese
le quali si riferiscono all'esistenza politica dello Stato, (lista
civile, debito pubblico, stipendi dell'alta magistratura, dello
speaker dei comuni, dei diplomatici) ; ora questo fondo è votato
definitivamente una volta per sempre all'avvento di ciascun
sovrano. E l'uso ne fu introdotto in Inghilterra all'avvento al
trono del re Guglielmo III, nel 1688. Poiché a ogni spesa deve
corrispondere una entrata, vi sono alcune imposte le quali son
considerate come tali da supplire ai bisogni del Consolidated
fund. Tutte le imposte (tranne V income tax e quella sul thè,
che sono considerate come precarie e aventi bisogno di voto
annuale) formano la parte attiva del fondo consolidato, poiché
sussistono finché una legge speciale non le modifichi.
Si è voluto in tal guisa evitare non solo le discussioni inu-
tili, ma le sorprese spiacevoli. Ma è a notare che le spese con-
tenute nel fondo consolidato non raggiungono in Inghilterra
i 27 milioni e mezzo di sterline; mentre il bilancio é molte volte
superiore a questa cifra. Invece il fondo consolidato nella parte
GAP. III.] IL RIFIUTO DEL BILANCIO 773
attiva è molto più largo. Cosi va in discussione ogni anno nel
parlamento inglese solo una parte delle entrate. È un savio
ordinamento costituzionale ; ma ha solo limitata importanza, in
quanto non prevede i risultati del rifiuto del bilancio.
In Germania vi è stato il celebre settennato militare, voluto
da Bismarck. Come è noto, la costituzione tedesca del 1871
non solo mette l'esercito alla dipendenza del sovrano, ma dà a
questi un potere molto più largo che in altri stati. Bismarck
si valse appunto di questo articolo della costituzione germanica
perchè le spese militari fossero consolidate per sette anni *.
In Italia, come neila massima parte degli Stati, non vi è
alcuna limitazione. Tutte le spese, e per conseguenza tutte le
entrate, vengono discusse anno per anno e il bilancio è annuale.
Non è dubbio però che l'ordinamento inglese presenti una serie
di vantaggi, che sono per sé stessi evidenti.
III.
Il rifiuto del bilancio e l'esercizio provvisorio.
Il controllo del bilancio.
223. Il rifiuto del bilancio da parte della Camera è un fatto
gravissimo e di cui le conseguenze pericolose sono evidenti.
Respingere il bilancio, cioè rifiutare le entrate e le spese, si-
gnifica rendere in fatto impossibile il funzionamento dello Stato.
Del rifiuto si servono quindi le camere legislative in periodi
eccezionali, qualche volta solo a titolo comminatorio. Cessando
le imposte di diventare esigibili, non vi possono essere né en-
* L'art. 63 della costituzione germanica dice . « L'imperatore ha l'eser-
cito sotto i suoi ordini, così in pace come in guerra, ed è per lui un dovere
mantenerlo sempre al completo, pronto a combattere, e di assicurarne il
meglio che sia possibile a questo scopo, la sua esistenza materiale e morale,
ia sua mobilizzazione, i suoi mezzi di azione in campagna ». Bismarck non
poteva tollerare che ogni anno le spese militari fossero oggetto di lunghe
discussioni. L'ii gennaio 1887 egli diceva al Reichstag : « Il nostro eser-
cito deve essere dell'imperatore o del Parlamento ? Ecco la questione.
L'effettivo di pace deve essere discusso ogni anno ? no, non deve essere».
Per la legge del 7 marzo 1874 il bilancio della guerra tedesca si trovò in-
fatti votato per sette anni.
Nitti. 50
774 SCIENZA DELLE FINANZE [LIBRO IV.
trate ne spese *. Il rifiuto del bilancio può essere un'arma di
lotta in periodi di rivoluzione, può essere una minaccia in tempo
di lotte ardenti ; ma in un paese bene organizzato questo pro-
cedimento, ritenuto troppo pericoloso, non è mai applicato :
l'arma arruginisce nell'arsenale delle leggi costituzionali, dice
con pittorica frase Erskine May f-
In realtà il preteso diritto al rifiuto del bilancio è in con-
traddizione con l'organismo dello Stato moderno : è niente
altro che un mezzo rivoluzionario che può essere in casi estremi
spiegabile, mai forse utile. Pretendere che tutte le entrate
si arrestino e tutti i servizi pubblici siano paralizzati, è in
realtà pretendere che sia proclamata non solo la decadenza di
una forma di governo, ma anche l'anarchia. Onde alcuni paesi
hanno giustamente limitato questo diritto. In Inghilterra
il fondo consolidato rappresenta la parte statica del bilancio^
* « Une assemblèe polUique, diceva, nel 1846, De Donald alla Camera
francese, n'a pas plus le droit de re/user le budget au'un nomme n'a le droit
de se dètruire lui-méme de scs propres mains 1. Vi è un pò di esagerazione
forse, ma è evidente che non si può ammettere che in tempi normali sia
respinto il bilancio senza riconoscere le conseguenze gravissime che poli-
ticamente questo fatto avrebbe.
t Nondimeno non mancano precedenti in cui U Parlamento abbia re-
spinto il bilancio È celebre la lotta impegnata, nel 1764, in Inghilterra,
WiUiam Pitt, allora primo ministro, non aveva che 24 anni. Il re Giorgio III
aveva in lui piena fiducia : molta avversione gii dimostravano invece le
Camere. L'opposizione, guidata da Fox, per rovesciare Pitt, si valse di
tutte le armi, anche del rifiuto del bilancio. Ma Pitt, che era uomo di atti-
vità straordinaria, ottenuto il voto della land fax, mediante ii fondo con-
solidato, riesci ad andare avanti per qualche mese, finché potè formarsi
la maggioranza. D'allora in poi la Camera dei comuni, nemmeno a titolo
comminatorio, ricorse mai più al procedimento del rifiuto del bilancio.
L'arma pericolosa, dunque, arruginisce da assai più d'un secolo. In Francia
è celebre la lotta dei 1879 tra la Camera e il Ministero : rifiutandosi la Ca-
mera, per opera di Gambetta e di Jules Ferry, di discutere il bilancio, rie-
sci con questa minaccia ad aver ragione dei procedimenti del governo.
Nei paesi nuovi, dove le lotte sono spesso più ardenti ma i pericoli di esse
assai meno grandi, poiché non vi sono vicini da cui si è dimisi da secoli di
storia e da vittorie o disfatte non dimenticate, accade non di rado che 1
bilanci siano respinti. Il parlamento di Melbourne in Austraha ha respinto-
una volta tutti i bilanci. Sono procedimenti tumultuosi di paesi non ancora
educati alla vita costituzionale : in Europa si può dire che siano anche
procedimenti dimenticati.
CAP. III.] n- RIFIUTO DEL BILANCIO 775
che non va in discussione, che non si può respingere. In Ger-
mania, e sopra tutto in Prussia *, non solo le leggi costituzio-
nali, ma anche la tradizione e la dottrina hanno reso impossi-
bile che il rifiuto dei bilanci venisse a paralizzare la vita della
nazione. Ma negli altri stati europei in generale, il principio
francese che considera il bilancio come derivante ogni anno da
un voto del Parlamento, vige sempre, benché la pratica costi-
tuzionale ne abbia assai attenuata la importanza j.
224. 'L'esercizio provvisorio è necessario allorquando il bi-
lancio non è stato sottoposto in tempo al Parlamento, o non
è stato in tempo approvato. Supponiamo che il bilancio, che
deve andare in esecuzione in luglio, non fosse stato in giugno
approvato ; il governo chiede l'esercizio provvisorio per dodice-
simi : per cinque, per sei, per sette dodicesimi, cioè per cinque,
per sei, per sette mesi. Tutti i paesi seguono lo stesso metodo,
che è oramai abbastanza antico. Quando apparve fu ritenuto
un grandissimo pericolo : un pericolo costituzionale e finanzia-
rio. Ma in realtà i danni che si temevano non si sono mai ve-
rificati. Non vi è alcun paese di Europa che non sia ricorso agli
esercizi provvisori. In Inghilterra e nel Belgio, anzi, la pratica
di essi è stata cosi ben disciplinata che si può dire non avvenga
quasi alcun inconveniente. L'Italia però è ricorsa, in passato, un
pò spesso agli esercizi provvisori e ciò faceva che le discussioni
del bilancio avvenissero spesso quando esso era già in gran
parte eseguito. Si discute molto se accordando l'esercizio prov-
* Non mancano dunque costituzioni, come quella di Prussia, le quali
ragionevolmente dispongono (art. 100) che se anche il Parlamento rifiutasse
il bilancio, l'esazione dei tributi avverrebbe allo stesso modo.
t Se logicamente si può ammettere che il diritto di rifiutare il bilancio
vi sia, non è meno vero che la pratica costituzionale ha già corretto i danni
che possono derivare da questo diritto, che rimane solo come diritto po-
tenziale, non esperibile nella realtà, almeno in tempi normali. Non bisogna
dimenticare che in materia di bilancio il diritto della Camera, che non ha
essa l'iniziativa, è principalmente di controllo. Si può ammettere bene che
il Parlamento neghi la sua fiducia a un'amministrazione e che quindi la
costringa ad andar via ; ma non mai che a ogni amministrazione si neghi
l'approvazione dei bilanci. Nel primo caso il rifiuto non è che un piccolo
avvenimento pohtico, e dal punto di vista amministrativo come da quello
costituzionale, non ha nessuna importanza.
776 SCIENZA DELLE FINANZE [LIBRO IV.
visorio deve andare in esecuzione l'ultimo bilancio discusso o
approvato, o il nuovo presentato dal Governo. D'ordinario è
il nuovo. Ma non si può negare che questo fatto determini al-
cune spese che non sono state in qualche caso mai discusse dal
Parlamento. Non mancano quindi scrittori i quali preferireb-
bero che andasse in esecuzione l'ultimo bilancio approvato.
Bisogna ricorrere il meno che sia possibile agli esercizi prov-
visori : solo circostanze eccezionali, casi di forza maggiore,
possono giustificare il Governo che chiede l'esercizio provvi-
sorio ; la lentezza tacita ed ostentata, l'imprevidenza dei mi-
nistri e delle camere legislative sono sempre biasimevoli,
225. È il bilancio una legge ? Senza dubbio il bilancio segue
la procedura delle leggi ordinarie, per quanto riguarda la sua
approvazione e la sua sanzione. Ma, mentre per alcuni scrittori
è una vera legge, per altri non è che una legge formale * .
Non bisogna dimenticare ciò che il bilancio è in realtà ; un
conto di amministrazione, un conto preventivo delle entrate e
delle spese, o un rendiconto di esse. La legge del bilancio è
l'approvazione di un conto, quindi non deve avere un'impor-
tanza maggiore ; il bilancio non contiene norme di diritto, non
modifica o crea rapporti se non indirettamente. In questo senso
non è una legge materiale. Ma, dato il suo carattere obbliga-
torio, data la procedura della sua approvazione, non si può
negare che sia una legge formale. Bisogna distinguere fra leggi
costituzionali, leggi ordinarie e leggi di bilancio e riconoscere
una diversa forza esecutoria. In generale si ritiene che il bi-
lancio, benché sia una legge, non possa derogare alle leggi
fondamentali. Per esempio, non si può con modificazioni di
bilancio aumentare l'imposta fondiaria ; ma occorre una legge
speciale ; non si può del pari abolire una università, ma occorre
modificare prima le leggi sulla istruzione superiore. A questa
buona norma vengono spesso meno le camere legislative ; ma
non si può dire che scelgano la via migliore, né seguano la
più corretta norma costituzionale. In quasi tutti i parlamenti
vi sono cattive abitudini, che il tempo ha reso invincibili.
* Confr. G. Vitagliano: // conUnuto giuridico della legge del Bi-
lancio : Roma, 1910.
CAP. III.J LA LEGGE DEL BILANCIO 777
Occorre che la funzione di controllo sia il più che si possa
larga. Il controllo parlamentare, di cui abbiamo già detto, è
inefficace, in quanto non ha forma preventiva, né regolare.
Occorrono dunque organi speciali, magistrature che integrino il
controllo parlamentare, che possano, rimanendo al di fuori delle
ingerenze del potere esecutivo, agire come più largo e continuo
potere di controllo. Vi sono quasi dovunque speciali corti dei
conti. Ora in alcuni paesi esse hanno funzioni limitate al con-
trollo susseguente delle spese (Francia, Prussia, Germania,
Austria Ungheria, ecc.). In altri paesi hanno un controllo pre-
ventivo sulle spese (cosi in Italia, in Belgio, in Spagna, in
Olanda, ecc.). Mentre nei paesi come la Francia, la corte dei
conti rimane un'emanazione governativa, il cui controllo è
fatto nell'interesse dell'amministrazione ; nei paesi come il
Belgio, la corte dei conti è una vera delegazione parlamentare
con poteri preventivi. La storia del controllo del danaro pub-
blico, ha scritto Mill, per quanto riguarda il modo di dispome
la spesa e di specificarlo, può considerarsi come un continuo
indicatore dello sviluppo della libertà inglese *.
226. Bisogna, quanto più si può, ridurre al minimo le
spese di riscossione delle imposte ; i mighori sistemi sono quelli
che maggiormente raggiungono questo scopo. Ciò che i con-
tribuenti danno deve andare nella maggiore misura possibile
allo Stato: i sistemi tributari che hanno spese di riscos.sione
elevate sono da condannarsi : vuol dire che la pressione tribu-
taria è massima, o le imposte sono male ordinate, o l'una e
l'altra cosa insieme. I sistemi tributari moderni tendono a
spogliarsi di tutte quelle formalità che in passato rendevano
più odiose alcune imposte e spesso le rendono tuttavia : per-
quisizioni domiciliari, sorveglianze speciali, giuramenti, ecc.
Lo Stato può esigere direttamente le imposte, può appaltarle :
questa seconda forma, in alcune condizioni, è non solo neces-
saria, ma utile, sopra tutto quando gli appalti siano sottoposti
a condizioni precise e circondati da tutte le cautele. Ma tutte
* Mill: On liberty, cap. XIV, Cfr. Besson: Le contróle des budgets
cn Frutice et à rètranger, Paris, 1899; ecc.
778 SCIENZA DELLE FINANZE [LIBRO IV ;
le volte che si può, senza danno e senza perdita, la riscossione
diretta è preferibile.
Le imposte indirette, le più importanti fra tutte, sono d'or-
dinajìo percepite direttamente dallo Stato ; le dogane sempre ;
quasi sempre le imposte inteme sul consumo, i monopoli, il
registro e il bollo. Oramai solo qualche Stato, ridotto in con-
dizioni assai miserabiU, appalta le dogane e le dà ai suoi cre-
ditori in garenzia. Anche i monopoli, che prima erano dati
frequentemente in regia, sono oramai esercitati direttamente
dallo Stato quasi dovunque. Le imposte indirette colpiscono
d'ordinario un atto, un fatto uno scambio : la forma di riscos-
sione è indicata dalla loro natura.
Le imposte dirette sono riscosse per ruoli nominativi ; per
ritenute dirette o indirette ; per rivalsa : molto spesso sono date
in appalto. Non mancano alcuni esempi di imposte dirette che
si applicano in base alle divisioni amministrative in guisa che
tutti i contribuenti, sopra tutto nelle imposte di contingenza,
sono sempre costretti a pagare la somma loro imputata com-
plessivamente, se anche alcuni fra essi non paghino *.
Le imposte e le tasse fanno ogni giorno affluire allo Stato
masse ingenti di ricchezza : d'altra parte lo Stato fa ogni giorno
spese enormi. La funzione del tesoro dello Stato diventa sempre
più importante, non solo dal punto di vista della circolazione,
ma dal punto di vista di tutta l'economia nazionale. Lo Stato
riscuote ed eroga somme in ogni parte del territorio nazionale :
quindi la funzione del tesoro è tale da agire poderosamente
sulla situazione monetaria e sul credito. In molti paesi la fun-
zione di tesoreria rimane affidata alle banche di emissione :
cosi esse riscuotono spesso gratuitamente le somme versate
dagli agenti fiscali e fanno i pagamenti per conto dello Stato.
L'emissione della moneta, l'amministrazione delle varie forme
del debito pubblico, la sorveglianza degli istituti bancari di
emissione danno al Tesoro negli stati moderni una importanza
♦ Cfr. Ricca: op. cit., pag. 174 e seg. ; Stourm: Le Budget, pzg
395 e seg.
CAP. III.] FORME DELLA RISCOSSIONE 779
sempre maggiore. Importanza grandissima ha il Tesoro sopra
tutto negli Stati Uniti di America*.
NOTA
La Corte dei conti italiana ha funzione sopra tutto di controllo pre-
ventivo . I presidenti e i consiglieri sono nominati su proposta del Consi-
glio dei ministri : non possono essere revocati, né collocati a riposo se
non con il parere conforme di una commissione speciale, costituita dai
presidenti e vice presidenti del Senato e della Camera dei deputati. La
Corte dei conti esercita in Italia funzioni molteplici : rispetto all'opera
dei fimzionari del potere esecutivo ha funzioni di controllo costituxionaU
o di controllo giudiziario : quest'ultimo è però soltanto un controllo sus-
seguente e non preventivo. Secondo l'ordinamento amministrativo e con-
tabile italiano devono andare alla Corte dei conti per la registrazione
tutti i decreti reali quale che sia il loro oggetto e i decreti ministeriali
che riguardino in qualsiasi guisa servizi finanziari, o che determinino
spese. Il visto della Corte dei conti implica non solo la conformità del
decreto alle leggi, ma ancora, quando si tratti di spese, l'esistenza dei
fondi per provvedere.
Se la Corte nega la registrazione e respinge con deliberazione motivata 11
decreto, il Ministro competente può chiedere al Consiglio dei ministri che
la registrazione sia fatta. Se il Consigho aderisce, il decreto è rinviato alla
Corte dei conti, che deve riesaminarlo. Se essa persiste nel suo rifiuto, la
registrazione del decreto è fatta con riserva. I decreti registrati con riserva
devono ogni quindici giorni essere spediti alle Camere. In materia di paga-
menti le norme sono numerose. I mandati di pagamento, imputati al ca-
pitolo del bilancio cui si riferiscono, controfirmati dal capo della ragioneria
di ogni ministero, sono spediti alla Corte dei conti. Quando essa visti il
decreto, questo viene rinviato al Direttore generale del tesoro, che lo am-
mette al pagamento. Il rifiuto della Corte dei conti di apporre il visto non
sospende la esecuzione del credito, tranne che manchino i fondi stanziati
nel capitolo di bilancio, né si possa sopperire con i fondi di riserva ; o quando
il mandato riguardi un capitolo già esaurito. L'ordinamento della Dire-
zione generale del tesoro e il servizio di Tesoreria meriterebbe uno stu-
dio a parte, che si può far megho in un corso speciale di contabilità di stato.
In generale, si cerca quanto più è possibile di sottrarre la funzione di
controllo preventivo da ogni ingerenza politica ; ma non si può dire che
vi si riesca sempre. I modi come si effettuano le entrate sono in Italia estre-
mamente vari; sopra tutto il sistema di accertamento e di riscossione delle
♦ Una larga bibliografia su questo argomento si trova in Alessio:
La /unzione del Tesoro nello stato moderno, Padova, 1S04. Cfr. pure Bou -
card et Jéze: Fitiances, voi. II, pag. 1145 e seg.
-780 SCIENZA DELLE FINANZE [LIBRO IV.
imposte dirette. Così, se lo spazio consentisse, andrebbe studiato anche
largamente il modo come si effettuino le uscite.
La Corte dei conti italiana rappresenta un tipo intermedio fra l'ordina-
mento belga e l'ordinamento francese, con maggiori tendenze verso il primo.
In Italia la legge 20 aprile 1871 regola la riscossione delle imposte di-
rette ; è stata modificata da leggi posteriori. Il testo unico ora vigente è
del 29 gennaio 1902. Le imposte dirette e le sovraimposte locali sono ri-
scosse dagli esattori comunali, o consorziali. Gli esattori sono retribuiti
dai comuni, o dai consorzi di comuni mediante aggi che non possono in
niun caso superare il 6 per cento. L'esattore riscuote le imposte in confor-
mità dei ruoU a lui consegnati, controfirmati dall'agente delle imposte
e dal sindaco. Le scadenze ordinarie per il pagamento delle imposte di-
rette sono ripartite in sei rate bimestrah eguali : il io dei mesi di febbraio,
aprile, giugno agosto, ottobre, dicembre. Trascorsi cinque giorni dalla
scadenza, se il pagamento non è avvenuto, l'esattore procede per mezzo
dei suoi messi al pignoramento dei beni mobiU esistenti nel comune in cui
è dovuta la imposta. L'esattore non può procedere alla esecuzione su immo-
biU del debitore se non quando sia tornata insufficiente la esecuzione dei
beni mobili. Nel capoluogo di ogni provincia vi è un ricevitore provinciale,
il quale, a tutto suo rischio e pericolo e coll'obbligo del non riscosso per
riscosso, riscuote dagli esattori comunali le somme dovute allo Stato e
alla provincia. Entro dodici giorni dalla scadenza di ciascuna rata, l'esattore
versa l'ammontare delle somme dovute al Governo e alla provincia per
imposte fondiarie e gli otto decimi delle somme dovute per imposte non
fondiarie. GU ultimi due decimi di queste devono esser versati nel corso del
bimestre. Esattori e ricevitori provinciah sono tenuti a prestare cauzione.
L'esattore ha diritto al rimborso delle imposte o sovraimposte inscritte
nei ruoli che non ha esatto, purché faccia constare : o che la esecuzione non
ha potuto aver luogo per assoluta mancanza di beni mobili e immobili
del debitore nella provincia ; o che la esecuzione è tornata insufficiente.
Nel primo caso il Governo esonerando l'esattore, conserva il diritto di
escutere il debitore, in qualunque parte del Regno abbia beni mobili e im-
mobili.
Le imposte indirette sono tutte riscosse dallo Stato, e, finita quella del
tabacco, non vi è più in Itaha alcuna regia per monopoli.
LIBRO V.
LA FINANZA LOCALE
Il governo locale.
227. Lo Stato è prima di tutto una forma politica coerci-
tiva : e, benché le sue funzioni sociali aumentino ogni giorno e
relativamente le funzioni politiche diminuiscano, pure la sua
natura originaria non muta, né può mutare. Quindi, oltre lo
Stato, vi sono forme minori di cooperazione sociale, forme di
cui lo sviluppo é crescente, poiché l'attività è crescente. Vi
sono bisogni collettivi che hanno carattere generale a cui lo
Stato adempie, e vi sono bisogni particolari a ciascun gruppo e
a cui meglio adempiono gli organi della vita locale. Cosi la
nettezza urbana, i mezzi urbani di comunicazione, l'acqua
potabile, l'illuminazione, ecc., sono esclusivamente devoluti
agU organi della vita locale ; altri servizi sono in varia misura
da questi esercitati insieme allo Stato : servizi di '^assistenza
pubblica, d'igiene, di previdenza sociale, d'istruzione ecc. La
vita locale è più o meno sviluppata secondo le circostanze
storiche, la situazione geografica e l'ordinamento politico di
ciascun paese : ha fra gli stati unitari la maggiore espansione
in Inghilterra, la minore in Francia ; l'Italia rappresenta un
tipo medio : cosi non si trova in essa né l'accentramento della
Francia, né il grande decentramento della Inghilterra*.
Se lo Stato ha funzione essenzialmente politica, intesa nel
senso più largo della parola, il comune è un aggruppamento di
famiglie con scopo essenzialmente economico e la cui forma-
zione è dipesa quasi sempre da cause economiche : così gli al-
tri organi amministrativi hanno a loro volta gli stessi caratteri,
• Cfr. libro I, cap. IX.
784 SCIENZA DELLE FINANZE [LIBRO V.
se non la stessa origine e la stessa importanza *. Naturalmente
il crescere e l'intensificarsi dei rapporti sociali nella civiltà mo-
derna ha dato alle attribuzioni dei comuni, sopra tutto, una
più larga estensione ; e funzioni di carattere intellettuale
(l'istruzione) o sociale (l'igiene) si sono venute sempre più svi-
luppando. In ogni modo la vita locale ha scopo prevalente-
mente, non mai esclusivamente, economico : cosi non occorre
che la imposizione si basi sul criterio delle controprestazioni ;
ma può bene avere in mira, almeno ih larga parte, la capacità
contributiva dei cittadini. Poiché occorre provvedere ai bi-
sogni della vita locale con speciali entrate, la finanza locale
è in stretta connessione con quella dello Stato. Ciascun paese
ha ordinamenti propri e i principi che regolano la finanza lo-
cale sono assai differenti : le origini di alcune imposte locali
sono anzi più antiche di quelle dello Stato. D'ordinario i red-
diti degli enti locali sono costituiti da speciali imposte, o da
imposte sui consumi locali, o da aumento sulle imposte dirette
dello Stato. L'ordinamento della finanza locale nei differenti
paesi è anche più vario che non sia quello della finanza dello
Stato ; rappresentano tipi assai differenti l'Inghilterra e la
Francia, la Prussia e l'Italia, la Russia e gli Stati Uniti di
America.
Il principale organo della vita locale è il comune, che ha, come
abbiam detto, carattere prevalentemente economico ; ciò è la
differenza principale con lo Stato, che ha carattere prevalente-
mente politico. La tendenza che si riscontra nella finanza dello
Stato a basarsi sopra grandi imposte indirette da una parte e
grandi imposte dirette personali dall'altra, fa riscontro alla
tendenza del comune, che mira a ricavare le sue entrate, se non
esclusivamente, prevalentemente da grandi imposte dirette
reali . È assai difficile che un'imposta più gravosa ci costringa ad
andare da uno Stato ad un altro : perciò anche le grandi im-
* Questo concetto è magistralmente sviluppato nella memoria che il
Ministro Miquel presentò al Landtag in appoggio dei suoi tre progetti fi-
scali : che riguardavano anche la finanza locale. Denkschrift V. 12 nov.
1892 ZM den Entwùrfen der preussischen Steuenejortn. V. anche Fiedberg :
Die Besteuerung der Gemeinden, Berlin, 1887, pag. 3.
CAP. I.] IL GOVERNO LOCALE 785
poste dirette personali sono compatibili con la esistenza di
uno Stato. Ma in un comune non si può chiedere ai cittadini
che paghino in proporzione della loro situazione economica in
generale : vi sono anche molti individui che hanno interessi
ed affari in molti comuni e non potrebbero pagare in tutti in
proporzione del reddito complessivo che percepiscono ; ma
soltanto degli interessi che hanno in ciascuno.
La complessità dei rapporti della vita moderna impone in
ogni modo che l'accertamento del reddito complessivo non av-
venga nella cerchia ristretta di un comune : la faciltà con cui si
può passare da un comune all'altro contribuisce a sua volta
a dare alla finanza locale come base le imposte reali.
La maggiore difficoltà nell'ordinamento della finanza locale
sta in ciò che essa è in diretto contatto con quella dello Stato e
in certa guisa dipende da essa. Ai contribuenti importa pagare
non eccessivamente e non ingiustamente. D'altra parte, se è
logico che lo Stato sia libero nella scelta delle sue imposte,
rappresentando una grande collettività, dove le oligarchie non
sono possibili o non sono limitate, non si può lasciare che i
comuni scelgano liberamente le loro imposte e tanto meno che
fissino a piacere le aliquote. In quasi tutti i paesi, dunque, lo
Stato fissa le imposte che gli enti locali possono applicare e ne
determina le modalità. Naturalmente, poiché in uno stesso paese
possono esservi comuni al disotto di 100 abitanti e città di molte
centinaia di migliaia di abitanti, bisogna che la finanza locale
si adatti alle forme più diverse, lasciando una certa libertà di
scelta : la pesante uniformità che è nell'ordinamento della fi-
nanza locale francese, e non meno in quella italiana, non può
considerarsi come vantaggiosa.
228. Quali sono le funzioni più importanti del governo \
locale ? In generale, in quasi tutti i paesi vi sono servizi che
hanno un carattere prevalentemente nazionale e giovano a tutti
i cittadini in generale : altri che hanno un carattere locale e
danno un particolare vantaggio ai contribuenti di una zona de-
terminata. La differenza spesso non è molto evidente ed è per-
ciò che alcuni servizi spettano nello stesso tempo allo stato e
agli enti locali. Questi ultimi mancano di sovranità : il diritto
all'imposta deriva ed è riconosciuto solo dallo Stato. Dal punto
786 SCIENZA DELLE FINANZE [LIBRO V.
di vista sociale si può dire che le amministrazioni locali, sopra
tutto i comuni, rappresentino in parte la nazione o l'unità po-
litica nazionale *.
Il comune, la forma più spontanea di organizzazione, rimane
dovunque il fondamento della vita locale ; ma fra esso e lo Stato
vi sono numerosi enti intermedi ed è qui in generale che la
differenza è più grande fra i vari paesi moderni.
L'ordinamento amministrativo inglese è essenzialmente
diverso da quello dei paesi del continente : esso è una formazione
storica che non ha riscontro altrove e presenta una grandissima
vitalità. La contea, il borgo, la parrocchia, i comitati speciali
per la sanità pubblica, per le vie di comunicazione, per l'inse-^
gnamento primario, vivono ciascuno di una vita propria, frutto*
di trasformazioni lente e secolari. Londra ha, da parte sua,
sopra tutto dopo la legge del 13 agosto 1888, un ordinamenta
speciale. La vita degli enti locali in Inghilterra è così intensa,,
che le loro spese sono di gran lunga superiori a quelle di ogni
altro paese di Europa e comprendono moltissime attribuzioni
che altrove sono dello Stato.
Il principale organo della vita locale è la parrocchia, la quale-
è una circoscrizione civile ed ecclesiastica insieme, che gode di
grande economia. La direzione della parrocchia era eletta prima
dalla vestry (assemblea degli abitanti che pagano l'imposta) : la
legge del 1804 ha allargata la base elettorale e prendono parte
alla nomina del governo della parrocchia gli elettori politici della
contea che in essa risiedono. Le parrocchie possono unirsi fra
loro e costituire per scopi comuni, sopra tutto di assistenza,
unions ; possono anche, per scopi di viabilità, entrare negli
highwaysdistricts.
La contea, che è l'esempio più significativo della persistenza
delle istituzioni politiche inglesi, poiché le contee con lievi mo-
dificazioni durano da dieci secoli, ha a capo lo sceriffo, che da
prima rappresentava il potere del monarca e avea funzioni
asssi complicate di giustizia, finanza, polizia, forza armata ecc.
Anche adesso ninno può essere nominato scheriff se non ha nella
* Cfr. H a u r i o u : Prècis de droU adtninistratif, 3. me edit., Paris, 1897^
pag. 26.
GAP. l] IL GOVERNO LOCALE INGLESE 787
contea proprietà sufficienti per servirgli di cauzione di fronte
alla Corona e al popolo. Dopo la creazione dei giudici di pace,
la funzione dello sceriffo è molto diminuita : ma rimane ancora *
importante per la vita locale. I giudici di pace, nominati dal
sovrano, hanno funzioni estese in riguardo alla polizia, alla
giustizia, alla viabilità, alla igiene, ecc. ; ora però molte delle
loro attribuzioni sono passate ai consigli di contea. In quanto
alla vita municipale, che è diversissima sopra tutto per le grandi
città, bisogna appunto distinguere fra le cosi dette città in-
corporate {corporate towns) e i borghi municipali {municipal
boroughs) .
L'Inghilterra e il Paese di Galles sono divisi in 61 contee,
compresa quella di Londra, di grande estensione e assai più
importante delle altre : un county council, consigUo di contea,
è a capo ognuna. Le contee amministrative, a eccezione di
quella di Londra, sono divise in distretti sanitari, urbani o ru-
rali : i distretti rurali racchiudono d'ordinario alcune parroc-
chie. I proprietari e i contribuenti delle parrocchie urbane
eleggono ogni 4 anni i membri del board of guardians, che diri-
gono e amministrano le work houses.
L'ordinamento locale inglese è estremamente complesso. Dal
punto di vista amministrativo si può dire che il territorio na-
zionale è diviso in contee, entro cui sono i borghi, che godono di
un'autonomia quasi completa, anche di fronte alle autorità delle
contee. La parrocchia è una istituzione che sta nei limiti dei bor-
ghi e delle contee. GU enti locedi sono generalmente assai liberi
e solo dal 1871 esiste un Locai government board, con funzioni
di controllo abbastanza larghe *.
Quali sono le spese degli enti locali in Inghilterra ? Da pa-
recchi anni (1902) per tutta la Gran Brettagna hanno sorpassato
i 3.800 milioni di lire cioè da sole superavano i bilanci di alcuni
* Cfr fra 1 molti autori : M. D. Ghalmers: I^cal government, Lon-
don, 18S3 : T W. Probyn: Locai government and tavattan, London,.
1878 e Locai government and taxation in thf United Kingdom, London, 1862
P. B e r t o 1 i : // governo locale inglese ecc. Torino, 1897 ; A r m i n j o n :
L'adminisiration locale df l'Angleterre, Paris, 1895; Vauthier: Le
gouvernement locai de l'Angleterre, Paris, 1885 ; ecc.
788 SCIENZA DELLE FINANZE [LIBRO V.
fra i maggiori stati del continente europeo. Hanno importanza
prevalente le spese per la pubblica beneficenza : fra le spese
delle municipalità sono anche assai importanti quelle per la
viabilità, per la istruzione ecc. *.
229. Rappresenta un tipo tutto affatto diverso l'ordina-
mento locale francese, su cui è modellato in gran parte quello
dell'Italia. Gli organi importanti della vita locale (poiché gli
arrondissements come i circondari italiani sono soltanto circo-
scrizioni burocratiche e giudiziarie) sono i dipartimenti e i
comuni. Tra le funzioni dei dipartimenti sono in Francia sopra
tutto quelle della viabilità e dell'assistenza pubblica ; que-
st'ultima comprende a titolo obbligatorio l'assistenza degli
alienati, dei fanciulli assistiti, dei malati a domicilio ; a titolo
facoltativo tutte le istituzioni di assistenza pubblica che il
consiglio dipartimentale crea. Le attribuzioni dei comuni sono
in Francia minori che in Inghilterra e anche in Italia ; i comuni
hanno regime uniforme**.
' I due grandi organi di diritto amministrativo sono in Italia
la provincia e il comune : la provincia però non ha una funzione
ben definita. Sopra tutto per il suo carattere di ente interme-
dio fra i comuni e lo Stato, spesso ha circoscrizione territoriale
molto angusta, spesso non ha tradizione, spesso non corrisponde
né meno alle tradizioni regionali. Le province sono in Italia 69,
i comuni 8262. La legge comunale e provinciale stabihsce quali
siano le spese obbligatorie delle provincie e dei -comuni : fissa
in altri termini quale deve essere la sfera minima di attività
degli enti locali f. Anche in Italia, come in Belgio e in altri
paesi, è ammessa la costituzione di consorzi particolari con
fini speciali.
In Italia le spese delle amministrazioni locali si distinguono
* Secondo lo StatisHcal AbstraU (1906, firty-third number) le spese
locali sono state sterline 152,167,096 nel 1902-3 e le entrate 152,295,439 l
nel 1903-4 le entrate sono state 158,253,849 Le sole spese locali superavano
in Inghilterra l'ammontare del bilancio dello Stato in Francia, in quel tempo!
** Sulle varie forme del Governo municipale nel continente europeo
cfr. Albert Shaw: Municipal Government in the Continent of Europe,
New- York, 1896.
. t Articoli 174 e 175 della legge 4 maggio 1898.
CAP. II.] LA MUNICIPALIZZAZIONE 789
in obbligatorie e facoltative : le prime sono determinate dallo
Stato e possono essere sinanco iscritte di ufficio dal potere go-
vernativo nei bilanci comunali. Le spese obbligatorie riguardano
i servizi di polizia, igiene, sicurezza pubblica e giustizia, l'i-
struzione, il culto e la beneficenza. Non sempre i limiti fra
l'azione dello stato e la locale sono rispettati nei compiti che lo
Stato impone obbligatoriamente ai comuni e nei piccoli co-
muni le spese obbligatorie assorbono la maggior parte del
bilancio.
Le spese facoltative riguardano tutti gli altri scopi q. civiltà
e di benessere che gli enti locali possono proporsi. Le spese
facoltative preponderano nei maggiori centri e mancano quasi,
a volta, nei bilanci dei comuni minuscoli, oberati dalle obbli-
gatorie. Disgraziatamente non sempre i comuni si limitano a
spese facoltative di civiltà e di benessere : in molti casi riguar-
dano cose tutto altro che utili o almeno utili per la maggio-
ranza dei cittadini.
Le spese obbligatorie si dividono in ordinarie e straordinarie,
effettive e non effettive. Le non effettive provengono da re-
sidui passivi, da partite di giro e da contabilità speciali. Le
spese ordinarie sono in aumento continuo, specie le scolastiche,
quelle per l'igiene e per l'assistenza pubblica ; crescono anche
più le straordinarie di viabilità, di fornitura di acque, di fo-
gnatura, di sistemazione ediUzia, di costruzione di case ope-
raie ecc.
Il governo locale è più plastico che non sia il governo dello
Stato : rispecchia in certa guisa meglio l'indole di ciascuna na-
zione : il governo municipale sopra tutto è destinato a svol-
gersi più largamente,- rappresentando in generale aggregazioni
naturali e spontanee.
II.
La finanza locale
230. Donde il governo locale ritrae le sue risorse ? A quali
funzioni provvede d'ordinario ? Delle spese abbiamo già somma-
riamente parlato. Importanza maggiore ha in questa materia
Nitti. 5»
790 SCIENZA DELLE FINANZE [LIBRO V.
l'argomento delle pubbliche entrate. La finanza locale è inne-
gabilmente in stretto contatto con quella dello Stato : non
solo perchè i contribuenti dello Stato concorrono poi per le
amministrazioni locali dei paer.i ove risiedono o dove hanno
interessi, ma perchè vi sono spesso fini comuni da raggiungere .
Vi sono spese locali che, se fruttano particolarmente ai compo-
nenti una collettività, si riflettono in certa guisa a benefizio dello
Stato : e vi sono spese di quest'ultimo che fruttano particolar-
mente ad alcune circoscrizioni territoriali. Le spese relative a
scopi di Stato hanno una tendenza o politica o generale : così^
anche quando lo Stato le mette a carico dei comuni, le dichiara
in generale obbhgatorie.
Anche per gli enti locali vi sono entrate originarie ed entrate
derivate ; e anche per essi prevalgono in generale le prime, il
demanio e gli esercizi industriali avendo importanza minore. Il
demanio industriale è frequente sotto forma di boschi, di edi-
fizi pubblici, ecc. : spesso il demanio pubbUco e il demanio indu-
striale in certa guisa si compenetrano. Le strade, per esempio»
sono di demanio pubblico ; ma se una società privata vi colloca
binari per linee di tramways, paga un canone ; così il demanio
diventa fruttifero.
Hanno sviluppo notevole in molti paesi le pubbliche imprese
da parte dei comuni sopra tutto nelle grandi città ; la munici-
palizzazione, come si dice, di alcuni pubblici servizi.
Vi sono alcuni servizi di utilità generale che d'ordinario ten-
dono ad assumere, almeno in parte, la forma di monopoli e che
si basano in generale sulla occupazione del demanio stradale.
Noi abbiamo già accennato alla natura di queste intraprese,
che quasi sempre escludono la concorrenza. Dove è una so-
cietà per la produzione del gaz, difi&cilmente se ne impianta una
seconda (in Italia solo Torino ha due società), più difficilmente
ancora una terza, quasi mai una quarta. In ogni modo l'accre-
scere il numero non significa che fare una dispersione di ric-
chezza : cioè moltiplicare inutilmente le spese di impianto. Dove
vi sono industrie limitate in numero e viceversa, per lo sviluppo
della popolazione, sottomesse alla legge economica della produt-
tività crescente e dove queste industrie non possono formarsi
senza occupazione di demanio pubblico, occorre che siano disci-
CAP. II.] LA MUNICIPALIZZAZIONE 791
plinate in guisa da impedire forme di sfruttamento e benefizio
di privati imprenditori. La concorrenza è inutile o dannosa o non
è possibile quando non si tratti di industrie che forniscono pro-
dotti indispensabili, occupano particolarmente spazi di terreno
in situazione favorevole ; provvedono generi o servizi che de-
vono essere consumati sul luogo dove esiste l'impianto e in
connessione di questo ; possono accrescere l'offerta dei prodotti
e dei servizi senza aumento proporzionale di spesa o debbono
essere armonicamente sotto un'unica direzione * . Molti co-
muni tendono perciò a esercitare direttamente i tramways,
il gaz, la luce elettrica, gli acquedotti per l'acqua potabile, ecc.
•Alcune volte queste imprese sono molto remunerative : ma
anche qualche volta non sono. Nella stessa Inghilterra mol-
tissime intraprese municipali non danno un vantaggio apprez-
zabile ; molte a dirittura sono in perdita. L'idea dunque che
il comune eserciti largamente intraprese di utilità pubblica va
giudicata solo da un punto di vista della convenienza economica.
Ma non è a credere possa riescire vantaggioso o ammissibile
l'esercizio di farmacie, di teatri, ecc. come spesso è stato pro-
posto ; si tratta qui di industrie non limitate, in continua mu-
tazione e dove i privati fanno assai meglio che le pubbliche
amministrazioni f-
Anche la panificazione municipale (quando non concorrano
circostanze eccezionalmente favorevoli, come la utilizzazione
dei cascami o dechets di energia elettrica) è una intrapresa
assai pericolosa e di nessun vantaggio.
I soli casi dunque in cui si può ammettere utilmente la mu-
nicipalizzazione di un servizio, è quando rivesta i caratteri già
indicati ; quando il comune può produrre a un costo eguale, se
* Cfr. Supino: La concorrenza, pag. 33-34.
t La letteratura larghissima siilla municipalizzazione' si trova fino al
1900 in R, C, Brooks: A bibliography of municipal problems, pag, 340
in Mumcipal Affairs, marzo 1901. Cfr. Morelli: La mitnicipalizzazione
dei servizi pubblici, Torino, 1901 ; G. Montemartini: Municipaliz'
zazione dei pubblici servizi, MOano, 1902; M. RoyMalthie: Munici-
pal functions, New- York, 1898; V. Mata j a in R. S. del 1895; Mun-
sterberg: Die Aufgaben Stdttscher Sozialpolitik. Ambiirg, 1896 ; B e r -
nis: Municipal monopolies, New- York, 1898; ecc.
792""^ SCIENZA DELLE FINANZE [LIBRO V.
non inferiore, ai privati ; e quando, mediante l'assunzione di un
pubblico servizio in economia diretta, si può avere un vantag-
gio finanziario che permetta diminuire le vecchie imposte ed
evitarne nuove.
Ciò che riesce particolarmente pericoloso nelle imprese muni-
cipali è che la gestione di grandi aziende dà al comune, o per
dir meglio, ai suoi amministratori, potenti mezzi di corruzione e
di dominio, forma una classe privilegiata di operai, che tendono
piuttosto a considerarsi come impiegati con danno evidente
della impresa ; isterilisce molte attività che si sarebbero deter-
minate. La esperienza della stessa Inghilterra non ha da questo
punto di vista un valore decisivo ; i comuni che hanno munici-
palizzato largamente i pubblici servizi non avendone in gene-
rale ricavato i benefizi che si ripromettevano in principio.
Un gran passo si farà quando, smesse le illusioni frequenti
in questa materia, si tenderà a restringere la municipalizzazione
a quei grandi serv-izi, che sono specialmente indicati dalla loro
natura (illuminazione, acqua, tramways) e a piccole intraprese
che la convenienza pratica può indicare in ciascuna città ; ma
sopra tutto quando si terrà presente che intrapresa a benefizio
di un municipio non vuol dire intrapresa esercitata dagli am-
ministratori di un municipio. Molte volte è preferibile che il
comune faccia esercitare per conto proprio una pubblica intra-
presa da una società privata : i benefici della gestione privata
sono così uniti al vantaggio di vedere i proventi di essa de-
stinati alla collettività. Molte volte anche bisogna che il muni-
cipio, per non moltiplicare le spese di gestione, di controllo,
di riscossione, ricorra a più semplici forme. Cosi, un municipio
che eserciti un acquedotto può colpire tutti cittadini in vista di
un consumo medio probabile secondo le professioni e il fitto
dell'abitazione e riscuotere la quota di consumo mediante la
forma semplice dei ruoli delle imposte dirette. La legislazione
dovrà tendere appunto a dare ai comuni le più vaste intra-
prese che possano assicurare un reddito rilevante ; ma anche a
darle in modo che non rappresentino una inutile e dannosa
distruzione di ricchezza.
In Italia molti comuni hanno municipalizzato non poche in-
traprese industriali : un progetto già approvato dalla Camera dei
CAr. II.] LE IMPOSTE LOCALI 793
deputati contiene le norme che regoleranno d'ora in poi questa
materia *.
231. Tolte queste entrate originarie degli enti locali, come
possono essere concepite le entrate derivate ? La finanza locale
per queste ultime può essere basata o su un criterio di auto-
nomia : imposte separate da quelle dello Stato ; o su un criterio
di unione : imposte addizionali alle imposte di Stato (sovraim-
poste locali). Se molti paesi tendono verso questo ultimo si-
stema, è ch'esso presenta più grande facilità per la riscossione.
Ma non si può negare che il sistema delle sovraimposte locali
spinga alla prodigalità : che ai contribuenti manchi spesso ogni
criterio di distinzione fra l'onere che impone loro lo Stato e
l'onere che impongono gli enti locali e che le riforme finanziarie
dello Stato, anche le più utili, diventino per questo sistema
assai difficili .
L'ordinamento tributario inglese rappresenta tipicamente il
sistema delle imposte autonome : la Francia il sistema delle so-
vrimposte.
Quali imposte sono più adatte al sistema tributario locale ?
La finanza municipale sopra tutto su quali elementi deve ba-
sarsi ? Le imposte più generalmente ammesse sono le imposte
dirette reali ; non solo perchè le spese locali vantaggiano in più
larga misura coloro che possiedono immobili o esercitano indu-
strie nella zona in cui le spese avvengono ; ma anche perchè
sono meno inquisitive. Per le stesse ragioni hanno importanza
sempre maggiore i contributi di miglioria {beiierment taxes), già
esaminati altrove, che si pagano dai proprietari d'immobili in
una volta sola in corrispettivo di speciali vantaggi recati loro
da un'opera di pubblica utilità e le imposte speciah sull'incre-
mento di valore delle aree ediiizie.
L'importanza di queste entrate è limitata però ai più grandi
comuni, alle città in sviluppo rapido, non a quelle minori dove
il movimento della popolazione e delle industrie è lento. In
generale su di esse, come sulla municipalizzazione dei pubblici
servizi, esistono molte illusioni : perchè si prendono a esempio.
* Una inchiesta sulla municipalizzazione dei pubblici servizi in Italia
è stata pubblicata da R. B a e h i in R. S. 15 gennaio 1903.
794 SCIENZA DELLE FINANZE [LIBRO V.
d'ordinario, alcune città inglesi o americane, in sviluppo rapi-
dissimo e in condizioni quasi eccezionali. In quasi tutti i si-
stemi tributari locali l'elemento reale predomina sull'elemento
personale : alcuni paesi a dirittura hanno anzi cercato di dare
le imposte dirette reali ai comuni e di lasciare allo Stato le im-
poste dirette personali. Queste ultime, se sono sempre di diffì-
cile attuazione, sono difficilissime quando si tratti di piccole
collettività, dove le investigazioni sono destinate a suscitare
gelosie, a turbare e offendere interessi. Perciò alle imposte
sul reddito complessivo in pratica si preferiscono imposte sulle
manifestazioni esteme del reddito stesso : così l'imposta sul
valor locativo, che in definitiva è una vera imposta di con-
sumo che si paga sulla spesa per l'abitazione, considerata come
indizio di reddito. È vero che si tratta di indizio poco sicuro
nelle città, trascurabile nelle campagne, ma è in ogni modo un
indizio che è comodo tener presente in molti casi.
È chiaro che le imposte dirette reali escludono quasi del
tutto la grande massa dei cittadini, che non possiedono beni
immobili, o non possiedono industrie ; se le spese locali sono
prevalentemente a vantaggio delle persone più ricche, non sono
però esclusivamente. Anzi vi sono alcune spese sanitarie, altre
per la istruzione, che sono prevalentemente a benefizio delle
persone povere. Le imposte indirette non vanno quindi escluse
dalla finanza locale. Ma, mentre lo Stato tende ogni giorno più
a basare le sue entrate su grandi imposte indirette e come cor-
rezione o compensazione su imposte personali sul reddito e
imposte di successione, i comuni tendono a basarsi sulle imposte
dirette reali, senza escludere alcune imposte indirette sul con-
sumo. Ma in questo caso sono preferibili le imposte indirette
immediate anzi che quelle mediate sul consumo ; e inoltre per
le prime è bene preferire alcuni generi di consumo largo e
poco soggetti a mutamenti improvvisi. Alcune imposte indirette
su consumi di vero lusso, vetture, domestici, cavalli, biciclette
sono spesso redditìzie e di facile riscossione. Fra le imposte
indirette locali le più dannose sono i dazi intemi, sopra tutto
quando elevano barriere all'interno di ogni Stato : quando ren-
dono più difficile la circolazione delle merci e determinano
forme locali di assurdo protezionismo.
CAP. II.] LA FINANZA LOCALE INGLESE 795
Spesso in alcuni paesi lo Stato accorda ai comuni dotazioni
e sovvenzioni : le prime per una più generale estensione dei
compiti dei consorzi politici comunali ; le seconde in generale
in corrispettivo dell'obbligo di corrispondere a nuovi servizi.
Dotazioni e sovvenzioni sono assai sovente rese necessarie dalla
incapacità degli enti locali di provvedere ad alcuni obblighi.
232. Ora vediamo, a cominciare dall'Inghilterra, cioè dalla
nazione ove laC vita locale è più intensa, le linee generali della
finanza locale nei vari paesi *. L'Inghilterra ha divisione netta
fra imposte di Stato e imposte locali ; base di queste ultime è
la poor rate,- l'imposta dei poveri, istituita nel 1601 dalla re-
gina Elisabetta come tributo parrocchiale e poi successivamente
modificata. Sono colpiti dalla imposta dei poveri tutti i posses-
sori di miniere, di boschi, di diritti reali, di beni immobili in
generale tutti coloro che possiedono redditi fondati. Le entrate
dei corpi locali in Inghilterra sono in larga parte costituite da
tasse di carattere speciale, aventi una destinazione particolare,
così come la poor rate, vi sono tasse sanitarie, tasse scolastiche :
tasse di polizia, tasse di illuminazione, ecc. Però tutte queste
rates speciali non sono che una percentuale aggiunta alla poor
rate. L'imposta dei poveri è come il regolo su cui si modellano
le altre imposte locali. E se queste ultime sono autonome, sono
sempre proporzionali alla poor rate \ . Le entrate demaniali sono
♦ Nei paesi anglosassoni la vita locale è molto intensa. Ne dà la misura
l'ammontare delle spese locali. Nel 19 14, prima della guerra, negli Stati
Uniti di America l'ammontare delle spese dei comuni e degli enti locali
superava a dirittura le spese degli stati e del Governo federale. Nel 1914
in Inghilterra le spese dello Stato erano di 194 miUoni di sterline, quelle
degli enti locali di 171-
t P algr a V e (in J. R. SS., pag. 136) annoverava 44 speciali autorità
<5he prelevano rates per scopi differenti. In Inghilterra gU enti locali o ritrag-
gono le loro entrate dalla poor rate o da imposte speciali sulle bevande al-
cool! eh e, -sulle rivendite, su alcune materie di lusso. Secondo dati che si
riferivano al 1916-17 {Statesman's Yearbook, 1920) le entrate degli enti
locali erano di 199 milioni di sterline : 88 derivavano dalla poor rate, 32
dagli esercizi di gaz, acqua, luce elettrica, -13 dalle tramvie, 28 dai con-
tributi governativi, 11 da prestiti, 27 da entrate varie. Ciò senza tener conto
delle sovvenzioni {grants) che derivavano dal Tesoro e che ammontavano
a 25 milioni di sterline.
796 SCIENZA DELLE FINANZE [LIBRO V,
a bastanza alte per i corpi locali nella Gran Brettagna : ogni
giorno più si sviluppano poi anche in essa i redditi derivati da
concessioni di monopoli industriali, acqua, gaz, ecc. ; le sovven-
zioni dello Stato ai corpi locali sono anche assai rilevanti. L'or-
dinamento della finanza locale inglese si basa dunque su impo-
ste e tasse speciali, prevalentemente dirette e reali e in gran
parte destinate a speciali servizi, su molte imposte indirette sui
prodotti demaniali e sui servizi pubblici e in larga misura su
sovvenzioni dello Stato o grants. Questi sussidi sono in gene-
rale destinati alle autorità locali per determinate spese, da ese-
guirsi sotto il controllo e con la revivsione dello Stato. Da al-
cuni anni a questa parte, ma sopra tutto dopo il 1858, lo Stato
ha preso su di sé molte spese che prima erano dei comuni (come
per esempio quelle per le carceri) e ha sviluppato il sistema
dei grants, o sussidi condizionali, che ha trasformato poi nel
1888, cedendo agli enti locali non poche entrate di Stato, de-
rivanti sopra tutto da imposte indirette e anche da una parte-
cipazione alla imposta di successione. È un ordinamento spe-
ciale dunque, dove le imposte dello Stato e quelle degli enti
locali rimangono divise : mentre nella più gran parte dei paesi
del continente le imposte locali sono prevalentemente o al
meno in parte addizionali di quelle di Stato.
La finanza locale francese si basa su criteri interamente di-
versi. I dipartimenti francesi non hanno che imposte dirette, cioè
i centesimi addizionali sulle grandi imposte dirette dello Stato.
Vi sono centesimi ordinari e straordinari, che si suddividono in
centesimi generali, senza designazione speciale e centesimi spe-
ciali cioè con particolare designazione (per esempio : il catasto,
le strade vicinali, ecc.). Questi centesimi sono stabiliti dal Consi-
glio generale del dipartimento nei limiti fissati annualiiiente
dalla legge di finanza. Le entrate dei comuni in Francia sono
rappresentate dai centesimi addizionali sulle imposte dirette
dello Stato, che presentato gli stessi caratteri delle imposte dei
dipartimenti : da alcuni prelevamenti su speciali imposte di
Stato (patenti, cavalli e vetture, velocipedi) : da alcu»^ imposte
e tasse speciali e dalle imposte sul consumo locale "^pctrois).
In Francia i dazi di consumo sono molto molesti agli scambi
e la loro produttività è relativamente scarsa. Le spese di riscos-
CAP. II.J LA FINANZA LOCALE 797
sione anche nelle città maggiori superano in media il 6 per
cento, in alcune sorpassano il io, in qualcuna perfino il 20.
Si può osservare che la finanza locale francese è troppo stret-
tamente legata a quella dello Stato e che ancora adesso attende
un diverso e più moderno indirizzo.
Le finanze locali della Prussia, riordinate in base alla legge
del 14 luglio 1893, offrono un esempio importantissimo delle
nuove tendenze che prima della guerra si erano manifestate in
questo campo. La legge prussiana del 1893, partendo dal prin-
cipio che le imposte reali sono più adatte ai comuni, le imposte
personali allo Stato, cercò di fare in guisa che ogni abitante
partecipasse alle spese comunali e pagasse le imposte in pro-
porzione soltanto del vantaggio ricavato da queste spese. II
comune deve prima di tutto valersi delle risorse demaniali, dei
contributi relativi a pubbliche imprese, delle tasse : solo in
caso che questi cespiti siano insufficienti può stabilire imposte,
dando prima la preferenza alle imposte indirette. Dovendo
ricorrere a imposte locali dirette, la legge favorisce la forma-
zione di imposte reali speciali, la legge non permette ai comuni
alcuna imposta sul reddito, se non in alcuni casi sotto forma di
centesimi addizionali all'imposta di Stato. Le imposte dirette
reali (Realsteuern) sono tre : quella sulla proprietà fondiaria
rurale e urbana, quella sulle patenti industriali, quella infine
sui grandi magazzini creata con legge 18 luglio 1900. Dalle
imposte indirette sono esenti la ca,me, i cereali, le paste, le
patate e i combustibili, cioè gli oggetti di prima necessità.
In fondo la finanza locale prussiana si basa largamente sulle
entrate demaniali, sulle tasse, sulle imposte dirette reali ; su
imposte indirette, che escludono i consumi di prima necessità.
I comuni prussiani sono rigidamente controllati dallo Stato,
mediante il Ministero dell'interno nella loro gestione finanziaria.
La finanza locale dell'Italia * si basa su un complicato si-
stema di imposte dirette e indirette. Le province alimentano i
loro bilanci quasi esclusivamente con centesimi addizionali alle
due imposte fondiarie sui terreni e sui fabbricati.
* Cfr. Derbanne: op. cit., pag. 56 e seg. ; W a g n e r in F. A. de
1 891-2 ; Seligman: Essay ; Anntiaire de Ugislation étrangère, Paris ,
1894; ecc.
798 SCIENZA DELLE FINANZE [LIBRO V.
Il sistema finanziario dei comuni poggia :
1 sulla sovraimposta alle contribuzioni dirette sui terreni
e sui fabbricati ;
2 su minori imposte dirette, come l'imposta di famiglia o
fuocatico ;
3 su un gran numero di imposte indirette. Principale fra
tutte è il dazio di consumo, autonomo o addizionale. Seguono
l'imposta sul valor locativo delle abitazioni, le imposte sulle
bestie da tiro, da soma e da sella, l'imposta di esercizio e ri-
vendita, l'imposta sul bestiame agricolo, sui domestici, sui cani,
sulle vetture private, ecc. Con legge ii decembre 1910 è stata
consentita ai Comuni, che siano stazioni climatiche o balnearie,
l'imposizione di una tassa di soggiorno, la quale non può su-
perare le lire io per ogni persona che si rechi nel Comune a
scopo di cura e vi dimori oltre quattro giorni. Tasse simili
di soggiorno ebbero origine e sviluppo negli Stati dell'Europa
centrale {Kurtaxe). Furono poi consentite in Francia (legge 13
aprile 19 io) e in Italia.
Manca per tutte queste contribuzioni un opportuno coordi-
namento : il sistema tributario locale è stato formato da suc-
cessive sovrapposizioni ed ha risentito l'azione continua dei
bisogni nuovi della finanza dello Stato * .
233. L'imposta è prerogativa sovrana dello Stato, gli enti
di diritto amministrativo è solo dallo Stato che ricevono il di-
ritto alla imposta. Or lo Stato può in alcuni casi aiutare lo svol-
gersi di particolari associazioni o consorzi professionali o con-
fessionali, accordando loro come fondamento il diritto a pre-
levare contributi da coloro che ne fanno parte. Possono essere
costituiti e funzionare in tal guisa camere di commercio, con-
sorzi agrari, consorzi industriali, ecc. Qualche volta lo Stato
può anche obbligare gli ascritti a una religione che non è quella
* Cfr. fra le numerose pubblicazioni sulla finanza locale in Italia : L a -
cava; La finanza locale in Italia, Torino 1875; Alessio nella R S.
del 1896 e nel G. d. E. del iSgq ; M agli ani : La questione finanziaria
dei comuni nella Nuoim Antologia del 1878, sett. e ott. ; Conigliani :
La rijorma delle lessai sui tributi locali, Modena, 1898 ; Caronna: / tri-
buti comunali in Italia, Palermo 1900; De Francisci-Gerbino :
Studii sui presiiti comutuili, Palermo 1909.
CAP. II .J LA FINANZA LOCALE IN ITALIA 799
della maggioranza, né quindi quella dello Stato, a versare
contribuzioni speciali alla propria chiesa per assicurarne l'esi-
stenza. In ogni modo dunque, poiché la imposta é prerogativa
sovrana dello Stato, esso solo può imporre contribuzioni coat-
tive a vantaggio di speciali associazioni o consorzi, di carattere
economico o sociale.
NOTA
In Italia due sono gli organi essenziali della vita amministrativa : la
provincia e il comune.
Le amministrazioni provinciali devono adempiere a due ordini di spese :
l'imo riguardante il loro funzionamento (costituzione e conservazione del
patrimonio, personale amministrativo, ecc.), l'altro una serie di servizi
pubblici in cui prevale l'interesse locale. Bisogna aggiungere che fra le
spese obbligatorie delle provincie ve ne sono alcune, le quali non rispondono
in alcima guisa a una ripartizione razionale : molte volte lo Stato non ha
fatto che riversare sulle province e i comuni spese che avevano carattere
generale, senza badare affatto alla loro natura. Le spese obbligatorie più
importanti sono quelle che riguardano, oltre il fvmzionamento dell'ammi-
nistrazione provinfciale : le opere pubbliche designate dalla legge ; il man-
tenimento dei manicomi e degli esposti {beneficenza) ; l'accasermamento
di carabinieri e il locale e il mobilio per le autorità di pubbUca sicurezza
{sicurezza pubblica) ; il concorso al servizio forestale, ippico o antifilosse-
rico {agricoltura) ; il concorso ad alcune spese per la istruzione pubblica ;
la conservazione del vaccino ; le ispezioni sanitarie nel caso di epidemie,
epizoozie ecc. {sanità e i-2,iene) ; e infine una serie di servizi senza speciale
•carattere : come concorsi per giunte tecniche per la imposta fondiaria,
concorso per il tiro a segno nazionale, fornitura di alloggio e mobili ai pre-
fetti e sottoprefetti.
Le province le quali non eccedano nella sovraimpostazione più di cLi-
quanta centesimi per ogni hra di imposta provinciale erariale sui terreni
e sui fabbricati possono assumere altre spese, che non è necessario indicare,
poiché, avendo carattere facoltativo, sono diversissime.
Le spese effettive delle 69 province del Regno d'ItaUa, secondo i bilanci
di previsione per l'anno 1909 raccolti dalla Direzione Generale della Sta-
tistica e pubblicati nella Gazzetta Ufficiale del 25 giugno 1910 ammonta-
vano a lire 130.106.456; la parte obbHgatoria di taU spese assorbiva lire
121. III. 362 e le facoltative lire 8.995.094 e cioè su 100 lire di spese in to-
tale le spese facoltative rappresentavano lire 6.9.
Le spese erano così ripartite :
800 SCIENZA DELLE FINANZE
[libro V.
Cifre effettive Cifre proporzionali a
100 di spesa totale
Oneri patrimoniali lire 11.480.890
Spese generali » 12.465.771
iRÌene ••> 774.ov2 0.6
Sicurezza pubblica » 5. 315. 170 4.1
Opere pubbliche » 55-875.284 43.0
Istruzione pubblica » 7.638.015 5.9
Agricoltura industria e commercio » 1.900.847 1.4
( esposti , 6.223.215 4.8
Beneficenza < maniaci .... » 26.115.786
9.5
20.1
altre spese ...» 2.317.386 1.8
lire 130.106.456
Dalle cifre sopra riportate si rileva che circa il 70 per cento delle spese
effettive stanziate nei bilanci delle Provincie è destinato ad opere pubbHche
ed alla beneficenza, particolarmente a vantaggio degli alienati poveri ;
questi due scopi infatti assorbono 91 mihoni circa sopra un totale di 130
milioni
È notevole il fatto che per le Provincie come per i comuni le spese fa-
coltative non rappresentano che una minima parte • quasi tutte le entrate
sono assorbite dagli oneri che la legge impone e che solo in parte hanno
interesse locale. Per molti anni, per presentare il bilancio d'alio Stato in
pareggio, si è usato riversare sulle Provincie, e sui comuni moltissime spese,
le quali è addirittura assurdo che gravino gli enti locali.
Le entrate effettive delle 69 province del Regno erano previste per
l'anno 1909 in L. 121.661.877, delle quali 113. 396. 231 erano costituite da
entrate ordinarie e 8.265.646 da entrate straordinarie (cioè concorsi per
opere pubbliche, per la pubblica istruzione, altri concorsi, rimborsi, alie-
nazioni d'immobili fuori d'uso, ecc.).
La maggior parte della entrata della provincia è data dalla sovraimposta
provinciale sui terreni e sui fabbrirati che si prevedeva dovesse dare nel
1909 lire 107.182.479 e cioè il 94.5 per cento delle entrate ordinarie pre-
\'iste. Le altre entrate hanno tutte una piccola importanza, intatti le ren-
dite patrimoniali, rappresentano il 2.6 per cento delle entrate previste, i
proventi diversi, il 2.7 %, le tasòe e diritti il 0.2 %
È utile confrontare le principali risultanze della statistica dei bilanci
provinciali per l'anno 1909 con quelle della statistica del 1899 Le entrate
e le spese delle province che nel 1909 si bilanciavano come si è detco, in
L. 183.772.634, nel 1899 si bilanciavano in L. 131.676.329. Facendo i con-
fronti «eparatamente per i titoli principali delle entrate e delle spese, si
nota che le entrate effettive, le quali nel 1899 ascendevano a lire 94.857.667
salirono nel 1909 a lire 121. 661. 877, con un aumento di oltre 27 milioni,
pari al 28 % circa.
CAP. II.] LA FINANZA LOCALE IN ITALIA 8oi
L'aumento maggiore, in cifre assolute, è dato dalla sovraimposta sui
terreni e fabbricati, la quale da 86.810.289 lire nel 1899 è salita a L. 107.182 -
479 nel 1909.
Passando alle spese "^i trova che quelle effettive, le quali furono di lire
97 143 495 ^^^ 1899 salirono nel 1909 a lire 130.106.456 con un aumento
di ben 33 milioni, pari al 34 % ; aumento superiore a quello verificatosi
nell'entrate effettive, sia in cifre assolute, sia in cifre proporzionali.
Esaminando le spese secondo i titoli, l'aumento più torte avvenne nelle
spese obbligatorie ordinarie e straordinarie, essendo cresciute le prime da
lire 68.382.556 nel 1899 a lire 92.744.460 nel 1909, e le altre da lire 19. 281. 172
a 28. 366.902 ; mentre nelle spese facoltative si è verificata una diminuzione
di circa mezzo milione, da lire 9.479-767 nel 1899 a lire 8.995.09.Ì nel 1909.
Considerando invece le spese secondo i principali titoli di esse, troviamo
che l'aumento di 33 mihoni verificatosi nel decennio per il complesso delle
spese effettive è per la massima parte, ossia per ben 26 milioni, assorbito
dai due titoli : spese per opere pubbliche, che da lire 41 398.852 nel 1899
salirono a 55.875.284 lire nel 1909 e spese per il mantenimento dei maniaci
che da lire 14.420.585 nel 1899 salirono a lire 26.115.786 nel 1909. Anche
gli altri titoli di spese presentano un aumento, ma in misura più modesta.
Infatti gli oneri patrimoniali da 9755. 529 lire nel 1899 salirono a 11.480.890
nel 1909 ; le spese generali da 10.244.336 a 12.465.771 ; le spese per l'igiene
da 276.603 a 774.092 ; quelle per la sicurezza pubbhca da 5.207.624 a
5,315.170; per l'istruzione pubblica da 5,807.127 a 7.638.015 e finalmente
le spese per l'agricoltura, l'industria ed il commercio salirono da lire 1.457.627
a lire 1.900.847.
L'ultimo anno di cui abbiamo notizia per i bilanci provinciali di previ-
sione è il 1915. Ammontavano nel complesso a 259 milioni. Le entrate
ordinarie erano costituite da 3.7 milioni di rendite patrimoniali, solo 10.2
milioni di proventi diversi, da 143.1 milioni da sovraimposte tasse e di-
ritti (di cui 141,2 milioni da sole sovraimposte), 11 milioni da entrate stra-
ordinarie ; 50.4 mihoni da movimento di capitali, cioè sopratutto da debiti.
Ma in questi anni l'aumento delle spese provinciali è stato grandissimo,
se bene in proporzione assai minore dei comimi e quindi il deficit dei bi-
lanci provinciah è assai rilevante.
Nel 191 5 le spese erano costituite sopra tutto da opere pubbliche per
46.3 milioni di spese obbhgatorie ordinarie e 49 nùlioni di spese obbliga-
torie straordinarie; da beneficenza e principalmente manicomi, per 50.1
milioni di spese ordinarie e 2.4 di spese straordinarie.
Hanno assai maggiore importanza ed estensione le spese dei comuni, le
quali rappresentano più fedelmente lo sviluppo della vita locale. Come per
le Provincie cosi per i comuni, la legge italiana indica quali siano le spese
obbhgatorie. Oltre quelle che riguardano il funzionamento dell'anunini.
ttrazione comunale e la gestione del patrimonio, sono per i comuni obbli.
gatorie le spese che riguardano la manutenzione delle strade, delle piazze
V.
8o2 SCIENZA DELLE FINANZE [LIBRO V.
delle opere idrauliche per la difesa dell'abitato {opere pubbliche) ; dei ci-
miteri, delle guardie campestri e iirbane, della illumiaazione delle vie e
delle piazze, del sen'izio sanitario per i poveri (polizia locale e igiene). Inol-
tre la legge 15 luglio 1877 poneva sui comuni tutto U peso dell'insegnamento
elementare, che ò obbligatorio e gratuito {isUuzione pubblica).
La legge 8 giugno luii sulla istruzione primaria modifica in parte la
dispo'.izione della legge del 1877 e pur creando nuovi aggravi anticipa ai
comuni la spesa necessaria all'obbligo della istruzione. Oltre queste spese
obbligatorie principali, ve ne sono altre minori : come U. concorso al man-
tenimento degli esposti e degh inabih al lavoro e ad alcimi servizi di culto.
Infine la legge mette fra le spese obbligatorie dei cornimi alcune che in
ninna guisa possono considerarsi come d'interesse locale. Così, per esempio,
la tenuta dei registri dello stato civUe, le spese per le elezioni, la custodia
dei detenuti nelle carceri mandamentali, il aiantenimento degli uffici di
concihazione e perfino quote di concorso per altii uffici giudiziari. Solo
quando i comuni abbiano adempiuto a queste spese di carattere obbliga-
torio, possono fare spese di altra natura, dette quindi facoltative. Ma le
spese obbligatorie sono tante e di così diversa indole, che la'^ciano poco
margine.
Difetto fondamentale dell'ordinamento italiano è la uniformiià di tutte
le disposizioni riguardanti la vita locale : comuni di 100 abitanti (e ve ne
sono II che hanno meno di 100 e oltre 50 che hanno fra 100 e 200) hanno
gli stessi ordinamenti, sono retti dalle stesse norme che i comum' di oltre
mezzo milione di abitanti. Unità non vuol dire uniformità : e la pesantezza
dell'ordinamento amministrativo italiano è sopra tutto nella sua deso-
lante uniformità. Anche quando in ima provincia si mamfestano incon-
venienti e fatti di natura speciale, ninno osa proporre leggi e ordinamenti
speciali. Il pregiudizio ùeW uniformità (che nulla ha che fare con il senti-
mento della unità) è \m vero letto di Procuste.
Le spese effettive dei comimi nel 1899 erano di 467,7 milioni, di cui meno
di 55 facoltative. Ciò dimostra ancora ima volta come le gravi spese degU
enti locali, di cui la proporzione di accrescimento è stata rapidissima, sono
state non già determinate da spirito di dissipazione dei comuni, ma im-
poste dalle leggi. Di tutti i 467-7 milioni di spese fatte nel 1899 fra obbli-
gatorie e facoltative, 81 milioni rappresentavano oneri patrimoniali, di
cui 51 interessi di debiti ; 98.2 mihoni spese generali costituite in gran parte
da paghe degli impiegati e salariati e aggi ai tesorieri, pensioni, spese per il
personale per la riscossione del dazio di consumo, ecc. ; 92.6 milioni rap-
presentavano spese per polizia locale e igiene ; 10.7 mihoni spese per si-
curezza pubblica e per giustizia ; 76.1 spese per opere pubbliche ; 80 spese per
istruzione pubblica ; 3.2 spese per culti e 34.6 milioni spese per beneficenza.
Nel 191 2 poco prima della guerra le spese dei comuni erano saHte a 1.339
mihoni : 89.1 milioni di oneri patrimoniali per interessi dei debiti ; 567 di
spese obbhgatorie ordinarie (di cui 125.7 di spese generah, sopra tutto per
impiegati, 125.3 di polizia locale e igiene, 3.8 di sicurezza pubbhca e giu-
stizia, 57.8 di opere pubbliche, 135.7 di istruzione pubblica, 2.3 di culti,
27 di beneficenza) ; 300 di spese obbligatorie straordinarie (di cui 93.6
GAP. II.] LA FINANZA LOCALE IN ITALIA 803
di pulizia e igiene, loi di spese pubbliche, 58 di istruzione pubblica), 92
di spese facoltative quasi tutte per gli stessi scopi.
Le entrate effettive non erano che 766 milioni ; ciò che dimostra come
da molti anni i comuni italiani vivano in gran parte sul debito e come vi
siano disavanzi cronici e pericolosi. Delle entrate ordinarie 200 milioni
derivavano dal dazio consumo, 117 dalla sovraimposta comimale sui ter-
reni, 77.3 dalla sovraimposta sui fabbricati, ecc.
Ma che cosa è accaduto dopo il 1915 ?
Per effetto dell'aumento dei prezzi e spesso anche per abuso come nei
maggiori comuni gli stipendi sono stati duplicati, tripUcati, quadruplicati,
in molti cornimi assorbono la quasi totalità delle entrate ordinarie effettive.
Fenomeni veramente morbosi di uà periodo che deve considerarsi come
transitorio.
Per provvedere a entrate così rilevanti i comuni possono contare in mi-
nima parte su rendite patrimoniali: esse rappresentano 74.4 milioni nel
1912 e sono ben lungi dal costituire l'entrata principale. Sono sempre le
imposte che costituiscono la base di tutte le entrate, le stesse tasse liiuni-
cipali avendo importanza assai minore.
Non essendo possibile fare un esame dettagliato, sarà dato un cenno di
ciascuna imposta e tassa.
I. Principalissima fra tutte le imposte comunali è il dazio di consumo ,
che ha reso da solo nel 191 2 oltre di 200 milioni. Sono soggetti a dazio esclu-
sivamente comunale le tarine, il pane e le paste nel limite del io per 100,
estensibile con decreto reale fino al 15 per 100. I comuni sono anche in
diritto di imporre fino al 20 per 100, la introduzione dei seguenti generi :
birra ed acque gazose, pollame, uova, cacciagione e selvaggina, latticini,
pesci, erbaggi, frutta, foraggi, dolci, generi coloniali, conserve, combusti-
bili, materie grasse, profumerie, carte, cristaUi, metalli, legnami d'opera,
mobili, utensili di legno, materiali da costruzione, neve, ghiaccio. Possono
essere soggetti anche a dazio altri prodotti, sentito il parere della Camera
di commercio e del Consiglio di Stato ed in seguito a decreto reale. Data
però la scarsezza del consumo e la povertà di molte province, si può dire
che il grosso cespite di entrata sia stato costituito finora dai generi fari-
nacei. Su i generi colpiti da dazio governativo vi possono essere sovraim-
poste comunali, che però non devono sorpassare 50 per 100 del dazio go-
vernativo, il quale deriva dalla differenza fra il dazio riscosso al netto delle
spese e il canone annuo di abbonamento doviito allo Stato. Come abbiamo
già detto altrove la legge del 23 gennaio 1902 ha aboUto entro il 1904 il
dazio sui farinacei. Lo Stato contribuisce all'abolizione con speciali quote
di concorso in ragione di otto decimi del provento del dazio abolito per i
comuni chiusi e di sette decimi per i comuni aperti. A favore dei cornimi
in cui viene a cessare il dazio sui farinacei sono state concesse altre tasse
e il diritto di metter dazi siiUe carni, sui foraggi, sui materiali di costruzion
di edifici nuovi, sul consumo del gaz luce e della energia elettrica per illu
minazione : e anche ove i mezzi indicati fossero inefficaci, di elevare la so-
vraimposta, ecc.
8o4 SCIENZA DELLE FINANZE [LIBRO V.
Dopo il decreto legge 28 aprile 191 8 che ha sospeso i canoni di abbona-
mento governativo il dazio consumo in alcune città è riesci to a rappresen-
tare nei bilanci comunali di alcune grandi città l'entrata fondamentale,
anzi la entrata su cui si regge prevalentemente la finanza comunale.
2. segue m ordine di importanza la sovraimposta sui terreni e i fabbri-
cati che giusta la legge, non deve eccedere i 50 centesimi delia imposta pa-
gata allo Stato, né la sovraimposta stabilita nei bilanci del 1894. Per ec-
cedere il limite del 50 per 100 i comuni dcyono prima aver esaurito altre
risorse, cioè aver stanziato in bilancio il dazio di consumo, le tasse di eser-
cizio sulle vetture e i domestici, di licenza, e almeno una delle tasse di fa-
miglia, valor locativo e bestiame agricolo. Il limite del 50 per 100 nei cen-
tesimi addizionali è generalmente sorpassato ; poiché, invece di rimanere
al di sotto di 100 milioni, i centesimi addizionali rendevano nel 1912 la
somma di L. 194.3, di cui n7 per imposta sui terreni e 77.3 la imposta sui
fabbricati. Con i decreti legge 6 gennaio 191 8 e 13 febbraio 191 9 il Go-
verno permise fino all'anno seguente alla pace la disegnata sovxaimposi-
zione dei terreni e dei fabbricati senza alcun limite. Il decreto legge 4 mag-
gio 1920 ammise anche che i redditi per industriali e professionali delle
categorie B. e C, esclusi i redditi tassati per rivalsa, possano esbere colpiti
per non oltre dieci centesimi per ogni lira di imposta erariale.
Vi é poi un svariatissimo sistema di tasse e di imposte : sopra tutto im-
poste sul consumo, di natura assai diversa. Vanno ricordate, oltre le due
imposte fondamentali di cui si é detto ;
3. la imposta di esercizio e di rivendita sui generi non soggetti a mono-
polio governativo, la quale può essere applicata a tutti gli esercenti una pro-
fessione, un commercio o un'industria, non dipendente dalle amministra-
zioni pubbliche. Per l'apphcazione di questa imposta i comuni sono divisi
in sei classi, secondo il numero degli abitanti ed è fissato per ogni classe
il massimo imponibile. Rendeva nel 191 2 circa 14.6 mihoni. Risale alla
legge II agosto 1870. Colpisce l'esercizio di un'arte, di un commercio o di
un'industria qualsiasi e la rivendita di qualunque merce. È una specie di
imposta sulle patenti. L'ammontare della imposta è commisurato al red-
dito ricavato dall'esercizio oppure al dazio di consumo pagato per la ri-
vendita delle merci oppure infine al reddito per imposta di ricchezza mo-
bile attribuito all'esercizio della rivendita obbhgatoria pei comuni che
eccedono il limite della sovraimposta. Può riscuotersi ripartendo in ca-
tegorie i soggetti : le quali variano da 4 a 30, secondo la popolazione ;
Modificata successivamente con i decreti legge 30 ottobre 191 5 e 7 aprile
1921 ha ora limiti d'imposizione nolto alti nelle grandi città e spesso è una
vera imposta di patente non bene organizzata. Questa imposta è obbli-
gatoria per i comuni che eccedono i limiti legali della sovraimposta ;
4. la imposta sul valore locativo delle abitazioni, è pagata da qualsiasi
persona che abbia a sua disposizione un appartamento con mobili propri
o di altri. Questa imposta prende la spesa per l'abitazione (reale o presunta/
come indice di agiatezza. È applicata in forma proporzionale con l'ahquoti
massima del 2 per 100 o con il sistema graduale nei limiti dal 4 al io per
CAP. II. LA FINANZA LOCALE IN ITALIA 805
cento. È applicata in pochi comuni e rendeva nel 1907 circa 3 milioni e
mezzo.
È imposta indiretta. Colpisce la rendita complessiva di qualimque pri-
vato assumendo come criterio di rendita il valore locativo della abitazione,
il quale si desume a sua volta dal suo affitto reale o presunto. É riscossa a
mezzo di ruoli per dichiarazione del contribuente accertata da apposita
commissione. Può essere applicata con saggi proporzionali non più alti
del 2 % o progressivi graduati dal 4 al io % (legge 28 giugno 1866).
Rendeva 4.3 milioni nel 1912 ; ora è straordinariamente aumentata.
Sono esenti gli opifici e gli stabilimenti industriali con i magazzini che ne
dipendono, i locali degli uffici pubblici, delle scuole, delle società di mutuo
soccorso e degli istituti di beneficenza ;
5. le imposte su alcuni consumi ritenuti di lusso o di godimento :
le vetture, pubbliche e private, i domestici, i cani, e le imposte sul bestiame,
ecc. La imposta sulle vetture colpisce o le vetture pubbUche o le vetture pri-
vate, e queste ultime secondo la importanza del comune. I comuni sono
divisi in 5 classi a seconda della popolazione. Le vetture si dividono in ca-
tegorie, secondo la loro capacità e secondo il numero di ruote e di cavalli.
L'imposta è facoltativa. La imposta sui domestici di poca importanza e
anche di poca simpatia può essere applicata a chi ha persone al suo ser-
vizio col limite di IO hre per ogni uomo e di 5 per ogni donna e può essere
raddoppiata per i domestici che indossano divise speciali o livree. La im-
posta sui cani esenta i cani destinati alla custodia del gregge e degli edifizi
rurah, i cani lattanti, i cani che servono di guida ai ciechi e queUi non ap-
partenenti a persone che hanno stabile dimora nel comune. La imposta
sul bestiame è di due forme differenti : colpisce il bestiame agricolo e be-
stie da tiro, da sella e da soma. L'imposta sul bestiame agricolo è spesso
singolarmente dannosa e ingiusta e ha dato luogo in pratica a inconve-
nienti gravi. Tutta la imposta ha reso 20,4 milioni nel 1912 ;
. 6. la imposta di famiglia o fuocaiico, colpisce ciascuna famiglia in prò
porzione della sua agiatezza. Ha un hmite massimo e minimo stabiUto dal
regolamenti municipali ; è una vera imposta sui reddito con limiti molto
rigidi : ha reso nel 191 2 oltre 35 mihoni. Questa imposta diretta, se fosse
meglio organizzata, potrebbe avere molta importanza in un assetto mi-
gUore della finanza locale ; se non fosse più opportuno cambiare a dirittura ,
nel senso della Prussia, l'orcUnamento della finanza locale. Ora dà luogo
in pratica a molti inconvenienti.
L'imposta (comunemente e impropriamente detta tassa) di famiglia o
fuocatico, risale alle legge 26 lugho i?68. «Colpisce il reddito complessivo
delle famighe o delle persone unite da vincoli di parentela o di affinità o di
agnazione o di cognazioni viventi insieme con patrimonio unico o comune »,
È apphcata distinguendo le famiglie di ogni comune in classi entro i limiti
stabiliti dai regolamenti provinciali a seconda della loro agiatezza presunta ;
ad ogni data classe corrisponde una quota fissa di imposta. Il reddito si
accerta in base ai ruoli di ricchezza mobile o alle somme pagate per le im-
poste sui terreni o sui fabbricati e più generalmente in base alla agiatezza
Nitti. 52
8o6 SCIENZA DELLE FINANZE [LIBRO V.
presunta con esenzione dei redditi minimi. I comuni possono o pur non
adottarla : lo devono però quando vogliono eccedere i limiti legali della so-
vraimposta e non hanno ancora applicata la tassa (imposta sui bestiame) ;
7. le tasse scolastiche, che rendono molto poco. La scuola primaria
essendo obbhgatoria e gratuita, queste tasse sono ricavate dalle scuole
secondarie municipali, dagli asili d'infanzia, ecc. ;
8. le tasse sulle occupazioni di spazi ed aree pubbliche, che colpisccmo
sopra tutto coloro che occupano suolo pubblico, le mostre, le vetrine, le
tende sporgenti;
9. le tasse di licenza, ^ox apertura o vidimazione annuale delle licenze,
per alberghi, cafiFè, osterie, locande, liquorerie, sale da bigliardi o bagni
pubblici. Hanno reso meno di mezzo milione nel 1907;
10. le tasse di macellazione ;
11. una serie di tasse minori, e di pìccole i mposte che comprendono i
diritti di peso e misura ; ima tassa sulle fotografie, bizzarramente ideata e che
non è stata mai attuata in nessun corhune, una tassa sulle insegne, una
partecipazione ai dritti negli atti dello stato civile, di segreteria, sugli atti
dei giudizi di concihatori, ecc. ;
L'ordinamento della finanza locale in Italia appare formato per succes-
sive sovrapposizioni, spesso contraddittorie, con imposte e tas.-e di natura
diversissima.
Ogni utile ritorma finanziaria deve cominciare dalla finanza locale.
Alla fine del 1911 i debiti dei comuni ammonta vario a 1.659 milioni,
i debiti delle province a 304 miliom ; ora il debito locale ammonta forse a
oltre 3 miHardi.
Converrà in avvenire quando l'Italia avrà una situazione di credito sta-
bile i) consolidare il debito deile grandi città e unificare il debito dei co-
muni riducendolo al tasso stesso della rendita pubblica ; 2) passare alle
province e ai comuni interamente la imposta fondiaria sui terreni e sui
fabbricati ; 3) dare allo Stato tutto il dazio di consumo, trasformandolo sul
tipo delle accise inglesi ; 4) completare le deficienze eventuali che ne ve-
nissero alla finanza dello Stato con una moderata imposta generale sul
reddito con carattere personale da sovrapporsi alle imposte dirette reali
appe;ndice I.
1 SISTEMI DIMPOSTE.
Nessun paese ha avuto mai un'imposta unica : è probabile che nessuno
l'avrà mai. Come i redditi assumono forme assai diverse, cosi anche i si-
stemi tributari : qumdi le imposte sono assai differenti ora da quelle del
passato, tendono ancora a mutare.
Spesso, come abbiam già notato, si esagerano le virtù civili di alcuni paesi
che esentano i consumi di prima necessità : ciò dipende dalla loro ricchezza.
Colpendo i consumi voluttuari o non necessari essi ricavano in esuberanza
ciò che occorre loro : perchè colpirebbero i consumi necessari ?
Si constata anche assai spesso che nei paesi più progrediti le* imposte
dirette reali hanno un'importanza sempre minore e che viceversa le imposte
dirette personali assumono una importanza crescente. E bene ; anche ciò
è meno un merito di una finanza più illuminata che di una condizione di
cose migliore e più vantaggiosa. L'imposta reale è indispensabile ai paesi
poveri, come la sola che permetta di colpire il reddito alla fonte senza ec-
cezioni o mitigazioni personali : l'imposta personale, perduto il primitivo
carattere, corrisponde a condizioni più floride della economia e della fi-
nanza pubblica. Cosi l'imposta applicata col metodo di contingenza è so-
stituita ogni giorno dall'imposta di quotità, dove le riscossioni sono più
facili e più sicure e l'economia pubblica in sviluppo.
Le imposte indirette sono la base di tutta la finanza moderna : rappre-
sentano in alcuni paesi la quasi totalità delle entrate, in tutti sono pre-
valenti. Ma, mentre i paesi poveri ricavano le loro grandi entrate dalle im-
poste indirette sui consumi di prima necessità : grano, sale, cotone, pe-
trolio, ecc., i paesi ricchi non colpiscono che i consumi voluttuari, sopra
tutto gli alimenti nervini (tabacco, thè, caffè, cacao, alcool ecc.), e in ge-
nerale consumi non necessari alla esistenza. Ciò non prova un migUore stato
d'animo, ma una migliore situazione. L' Inghilterra, esclusivamente da un
piccolo dazio di entrata sul thè, ricava poco meno del doppio che la Spagna
non ricavi da una asprissima imposta sul sale.
Le imposte dirette a loro volta tendono nei paesi ricchi a esentare i red*
diti minori, ad abbandonare i sistemi di contingenza, a dare una prevalenza
sempre più grande all'elemento personale.
8o8 SCIENZA DELLE FINANZE [APPENDICE I,
Ciò che avvertiamo ci sarà reso più evidente dall'esame sommario del-
l'ordinamento finanziario di alcimi paesi.
Noi desideriamo dare le linee dei sistemi finanziari dei principali stati.
Ma quali sono ora questi sistemi negli stati continentali di Europa usciti
dalla guerra ? Molti si possono ritenere già falliti : vivono sulla carta mo- .
neta. Nuove emissioni si succedono ogni giorno : vi sono paesi che emettono
diecine di milioni di carta moneta ogni giorno, altri centinaia di milioni.
È la finanza del fallimento. Anche i paesi vincitori ricercano le entrate dove
possono, come possono, faticosamente.
Per dare dunque un'idea dei sistemi finanziari bisogna parlare dei si-
stemi finanziari prima della guerra. Pariare della situazione attuale è de-
scrivere un periodo assolutamente eccezionale. E se pur troppo questo pe-
riodo durerà per molti anni, non è meno vero che il suo carattere patolo-
gico non può inspirare altro concetto che quello della descrizione di una
fase patologica delia vita delle nazioni.
Nessuno può prevedere quando l'Europa entrerà in un periodo di sta-
bilità. Molti nuovi stati che non hanno formazione nazionale, come la Po-
lonia, è anche difficile che sopravvivano nella forma attuale. Il disordine
delle finanze politiche è poca cosa di fronte al disordine dell'economia pub-
bhca e più ancora al disordine che deriva dalla gara delle nazioni, desti-
nate inevitabilmente a urtarsi.
Bisogna distinguere prima di tutto tra finanza dei paesi unitari e finanza
dei paesi federali. L'ordinamento è assai diverso ; e, per necessità, lo stato
federale € gli stati che ne fan parte si dividono alcune entrate, secondo
forme differenti.
In Germania si deve distinguere infatti fra il bilancio dell'Impero e quello
degli stati che lo compongono. La legge 14 maggio 1904 avea regolata la
divisione fra le finanze dell'Impero e quelle degli stati, prevista già dall'ar-
ticolo 70 della costituzione dell'Impero. Secondo tale articolo le spese co-
muni dovevano essere coperte dai contributi degli Stati, nella parte che non
è coperta dai prodotti delle dogane, dalle imposte di consumo e dalle altre
imposte riserbate allo Stato federale. I contributi matricolali erano la sola
parte del bilancio che richiedeva ogni anno il voto del Reichstag. Nel 1879
fu deciso che i prodotti delle dogane solo fino a 130 mhoni di marchi sa-
rebbero andati alla confederazione : il resto ai singoli Stati, in proporzione
de' loro contributi. Questo criterio fu apphcato anche per le altre imposte.
Le fluttuazioni delle entrate doganali, l'inutilità di versare l'eccedenza delle
dogane agii Stati e poi di riprenderla sotto forma di contributi hanno me-
nato alla legge del 1904, che destinava allo Stato federale i diritti di dogana * .
* L'art. 2 della legge 14 maggio 1904 è così concepito : «L'art. 70 della
Costituzione è modificato come segue . « LXX ». Per coprire tutte le spese
comuni, si farà prima di tutto uso delle entrate comuni, provenienti dalle
dogane e dalle imposte comuni, dei prodotti delle ferrovie, delle poste e
telegrafi e degli altri rami dell'Amministrazione. Se le spese non sono co-
APPENDICE I.] LA FINANZA GERMANICA 809
Una seconda riforma avvenne nel 1906, giustificata dal disavanzo cronico
delle finanze imperiali *, e tendente ad eliminarlo. Ma neanco nel igo6 si
riesci a conseguire il pareggio ; nell'esercizio 1907 908 si era ancora ad im
disavanzo di quasi 653 milioni di lire. Da ciò il progetto di riforme finan-
ziarie che il Cancelliere De Bulow presentava al Reichstag, nella seduta del
3 novembre 1908. De Bulow diceva allora : «Noi abbiamo sempre pensato
che bastasse costruire la casa bene e rapidamente ; e abbiamo, come il
giovane del Poema dello Schiller, lasciata la questione finanziaria al secondo
piano ». Le spese dell'Impero erano in aumento continuo, mentre non si
era mai affrontato con serietà il problema della entrata. Tra il 1872 e il
1907 erano aumentate tutte le spese. Facendo uguali a 100 le spese del
1907 e paragonando ad esse quelle dei 1872 si aveva che le spese per l'eser-
cito erano passate da •jo a loo, quelle per la marina da 12 a zoo, il servizio
del debito pubblico da 2 a 100 ; le spese dell'amministrazione da 7 a 100 ;
quelle per la politica sociale (dal 1891-92 al 1907) da 24 a 100, le pensioni
da 21 a 100. Anche per l'entrata vi era un aumento notevole (le dogane
erano passate da 16 a 100, le imposte sul consumo da 29 a 100, le imposte
sulle transazioni da 4 a zoo) ; ma non tale da eliminare lo sbilancio e di
risolvere il problema finanziario federale. Poche volte un disegno di riforma
tributaria fu più coscenziosamente preparato di quello del De Bulow. 11
Governo imperiale lo avea fatto precedere da una pubblicazione notevohs-
sima, in quattro volumi {Denkschriftenhand zur Begrundung eines Entwurfs
cines Gesetzes hetreffend Aenderungen im Finanzwesen, Berlin, 1908) nella
quale è esposta la storia economica e finanziaria dell'Impero e dei singoli
Stati, sono studiate le presenti loro condizioni dal punto di vista della
organizzazione economica e della finanza pubblica, non solo ; ma insieme
è guardata la legislazione finanziaria dei principali paesi e la pressione tri-
butaria in ciascimo di essi ; è infine studiato lo sviluppo del benessere ia
Germania dal 1870 in poi. In base ai risultati di questo studio, vera miniera
di informazioni per gli studiosi e gli uomini politici, De Bulow potea dire
che il carico tributario non era in Germania né grave né ingiusto e che «lo
sviluppo della fortuna pubblica rendeva legittime le nuove esigenze fi-
scah del legislatore». Infatti la fortuna complessiva della Germania era
stimata (Steinmann Bucher) nel 1908 in 319 miliardi di marchi, e il carico
perte da queste entrate, saranno coperte per mezzo di contributi versati
da ciascun Stato confederato e il cui ammontare sarà fissato dal Cancelliere
dell'Impero, fino a concorrenza della cifra del bilancio. Se questi contributi
non sono coperti dalle ripartizioni, saranno restituiti alla fine dell'esercizio
ai differenti stati federali, nella misura in cui le entrate ordinarie dell'Im-
pero sorpasseranno i bisogni di questo ultimo. Le eccedenze degli anni pre-
cedenti dovranno servire, quando non sia deciso altrimenti dalle leggi di
finanza, a coprire le spese comuni straordinarie ».
* O.Gerlach:Zva Riforme desfinances de V Empire allemand, in Revu*
d4 Science et de Législation Firuincières, del 1906 ; pag, 455 e seguente.
8lO SCIENZA DELLE FINANZE [APPENDICE I.
tributario totale del contribuente tedesco (per quanto pagava agli Stati
e all'Impero) non era che di marchi 48,97 a testa (marchi 25,80 per imposte
dirette, comprendendovi le successioni, e marchi 23,20 per le indirette) ;
carico non certo eccessivo e non ingiustamente ripartito, meno che per le
imposte sui consumi, che cadevano necessariamente di più sulle classi
povere. Nel 1906, infatti, il carico tributario era, in Germania, tra il 5,25
e il 6 % del reddito pei redditi inferiori ai 4000 marchi, tra il 10,66 e il 13%
pei redditi fra 4000 e 10000 marchi, tra il 13 e il 16 % pei redditi superiori
ai 10,000 marchi. È dunque possibile, concludeva De Bulow, chiedere
nuovi sacrifizi ai contribuenti e dare una larga autonomia aUa finanza
federale. Nel 1907 i contribuenti pagarono in tutto agli Stati e all'Impero
marchi 3,058,900,000, di cui 1,579,200,000 per imposte dirette e 1,479,700,000
per imposte indirette (compresa la suécessioneì. È erroneo, riteneva De
Bulow, continuare a far dell'Impero un pensionario e un pensionarlo assai
oneroso degli Stati, col sistema delle contribuzioni matricolari • è un entrata
autonoma che gU occorre. Perciò proponeva di aumentare ancora le im-
poste sulla birra di altri 100 milioni di marchi ; di chiedere 100 milioni di
marchi al monopoUo degli alcools, limitato alla vendita all'ingrosso, di
introdurre una imposta addizionale sui tabacchi e sulle sigarette, che avrebbe
gittato 77 milioni di marchi ; di chiedere 50 milioni di marchi ad un'imposta
moderata sul consumo del gas e deD'elettricità, 39 milioni di marchi ad una
imposta sugli annunzi, 20 milioni di marchi ad un'imposta sui vini, 92 mi-
lioni alle modifiche della imposta sulle successioni, e, infine, 25 altri mi-
li on' alle contribuzioni matricolari, portando da 40 a 80 pf. per abitante
la somma che può essere richiesta a ciascuno degli Stati confederati. Dopo
lunga discussione, 1 Reichstag respinse .a riforma della importa sulle suc-
cessioni, il monopolio degli alcools e l'impost? sugli annunzi ; sostituì per
gli alcools al monopolio un'imposta sul consumo, ridusse, meno quella sulla
birra (che restò prev'Sta in 100 m^lioa. di marchi\ le altre imposte pro-
gettate, e cioè l'addizionale sul tabacco e suLe sigarette da 77 a 45 milioni,
''imposta sul coiisumo del gas e della elettricità da 50 a 20, l'i-.nposta sui
vmo di 20 a 5 : ai diritt. sui consumo degH alcools si chiesero 80 milioni di
marchi. Il Reichstag accordava cosi 250 miUoni di imposte nuove sui con-
sumi. In sostituzione delle imposte non consentite (riforma delle succes-
sioni, imposta sugli annunzi, monopolio di vendita dell'alcool) e a supple
mento di quelle ridotte, per far fronte alle necessità del bilancio federale,
il Reichstag accordava 1° un'imposta sui plu--vaiori immoblìarì (da
• entrare in vigore fra tre anni con un gettito di 40 mil. di marchi) ; 2° un'im-
posta da 2, 5 a IO marchi %o di capitale nominale, a seconda del valore
imponibile, sui coupons ; 3^ un aumento dei diritti di bollo imperiale sui
titoli stranieri ; 4° un'imposta sugli chéques e sulle cambiaU ; 5» un aumento
delle imposte sul consumo del cafié e del thè e un'altra sui fiammiferi
Aumentava, infine, da 40 a 80 centesimi per abitante le contribuzioni ma-
tricolari, (in complesso di 25 milioni di marchi) e lasciava in vita le imposte
suUo zucchero e sui biglietti ferroviari! di cui De^ulow avea proposto l'abo-
lizione. Così 500 mil'oni di nuove entrate erano assicurate all'Impero ;
ma il bel piano di De Bulow era scombussolato. Aumentavano le imposte
APPENDICE T.] LA FINANZA GERMANICA 8ll
sui consumi senza corrispettivo, mentre De Bulow avea proposto di rifor-
mare le imposte sulle successioni con fini compensativi ; diventava più
cara la vita dei meno agiati in conseguenza delle nuove imposte (è stato
calcolato che è divenuta più cara di io marchi al mese per l'aumento di
prezzo della birra del thè, del caffé, dei fiammiferi) e la questione fonda-
mentale— l'autonomia delle finanze dello Impero — non -è stata risoluta,
né i pericoli di un nuovo deficit sono stati eliminati. Nella seduta del Reich-
stag dei IO luglio 1909. il successore di De Bulow, Bethmann-Hollweg,
dichiarava « che il governo era obbligato ad accettare la riforma del Reich-
stag, malgrado dei suoi difetti » per le necessità impellenti del bilancio
federale *.
Prima della guerra l'Impero Germanico aveva una sola imposta diretta,
quella sui plus-valori immobihari, e un'imposta federale sulle successioni-
L'impero ricavava le sue maggiori entrate dai dazii di confine, di cui si è
parlato, e dalle imposte sui consumi, che cadevano sul tabacco, sulle si-
garette, sullo zucchero, sul sale, sugli alcool, sui vini, sugU apparecchi di
illuminazione, sui fiammiferi, ecc. L'Impero esercitava le posto e i telegra
e alcune ferrovie. Le entrate postali e telegrafiche venivano per importanza
subito dopo quelle sui consumi e superavano anche quelle delle dogane con-
siderate separatamente. Al terzo posto, in ordine di entità, venivano le
imposte sui trasferimenti e i diritti imperiali di bollo, che cadevano sulle
carte da gioco, suhe cambiali, sugli chéques ecc. , e succedevano al quarto
posto le contribuzioni matricolari. Tra le entrate d' una certa importanza
seguiva al quinto posto quella delle ferrovie imperiali. Per il 1911-12, le
entrate complessive dell'impero Germanico erano previste in lire nostre
3,603,115,730,275 ; di cui lire 1,497,003,274 per le dogane e le imposte sui
consumi (le sole dogane per lire 788,288,385) ; lire 906,689,570 per le en-
trate postali e telegrafiche; lire 334,344,271,50 per le imposte sui trasferi-
menti e il bollo imperiale; lire 261,825,804,50 di contributi matricolari;
lire 159,182,855 per le entrate ferroviarie. L'Impero germanico non avea
monopoli, come non ne aveano, meno per il sale, gli Stati che lo compongono.
I contributi matricolari, che fanno, come diceva Bulow, dell'Impero il pen-
siojiato oneroso degli Stati, cadevano su tutti i ventisei Stati della Confede-
razione germanica, in ragione di 80 pf per abitante, cioè in ragione della
popolazione di ciascimo di essi ; quindi paga più di tutti la Prussia (oltre
la metà : 132 mihoni di marchi quasi su 212 milioni di marchi). Occorre
notare che la Baviera, il Baden, l'Alsazia Lorena e il Wurtemberg non
cedevano allo Impero i proventi della imposta sul consumo della birra ; che
la Baviera e O Wurtemberg avean un'amministrazione particolare delle
poste e dei telegrafi e che, in compenso, pagavano un contributo matricolare
più elevato di quello oltre che avrebbero dovuto in proporzione dei loro
abitanti. Degli stati che fanno parte dello Impero ognuno ha forme speciali
di finanza. La Prussia che rappresenta la più gran parte dello Impero ha
* Conf. G. Escarra: Cronique financière : Alterna gne ; in Revue de
Science et de Législation financières del 1909, pp. 461-477.
8l2 SCIENZA DELLE FINANZE [APPENDICE I.
un grande demanio fiscale, sopra tutto boschi e miniere : esercizio diretto
delle ferrovie e quindi le grandi entrate da esso derivanti ; ha poche im-
poste indirette. La imposizione diretta si basava su una grande imposta
sul reddito {Einkommensteuer) con carattere progressivo e basso limite di
esenzione dei redditi minimi e ima imposta complementare sul patrim onio,
diretta sopra tutto a correggere l'imposta sul reddito che non ha discri-
minazione fra le varie categorie di redditi ; avea però tutta la imposizione
diretta importanza assai limitata. La imposizione diretta reale rimaneva
in Prussia quasi interamente agli enti locali.
Dopo la guerra la finanza della Germania è stata interamente sconvolta.
Sottomessa a tutti i tormenti del trattato di Versailles, dovendo pagare
per sole truppe di occupazione, più di quello che non abbia mai speso per
il suo esercito e la sua flotta, avendo perduto quasi tutte le sue ricchezze
trasferibili e gron parte delle materie prime, la Germania ha visto diminuire
tutte le fonti di entrata e aumentare spaventosamente tutte le spese. Così,'
a traverso l'inflazione più assurda, la sua circolazione raggiunge ora cifre
assolutamente inverosimili e quali non erano mai state raggiunte da alcun
paese !
Il bilancio per il 1921 e per il 1922 è più che altro ima serie di ipotesi, le
imposte stesse e le spese variando ogni giorno per effetto della svalutazione
del marco e ninna previsione essendo assolutamente possibile. Tutte le
imposte sono state enormemente aumentate e alcune sono cresciute in
proporzione quasi ignote altrove. Ma ninna stabilizzazione è possibile fin
che dura la pohtica dei trattati.
La finanza federale degh Stati Uniti non può essere intesa se non da chi
conosca la storia costituzionale di quel paese : è una finanza con caratteri
del tutto speciali.
Già dieci anni or sono il bilancio federale degli Stati T'niti era pari a
quello dei maggiori Stati di Eiuropa : benché non rappresentasse che la
minor parte delle spese pubbliche. Il governo federale si basava esclusi-
vamente sulle imposte indirette e su alcuni servizi pubblici (poste princi-
palmente). Le dogane sopra tutto, con carattere fiscale e protettivo insieme,
costituivano la grande entrata. Entrata anche importante era un insieme
di imposte indirette che forma\ano VinUrnal revenue. Quest'ultimo era
composto sopra tutto dall'alcool, dal tabacco, dalle bevande fermentate ;
lo stesso bollo aveva poca importanza. Perii 1912-13 le entrate della Confe-
derazione nord-americana erano valutate in 1.014 miUoni di dollari. L'en-
trata più importante era costituita dalle dogane, che doveano dare 318,8
miliom di dollari ; venivano dopo le entrate interne {internai revenue) va-
lutate in 314 milioni di dollari : e ad esse seguivan le entrate postali che
raggiungevano 206 milioni di dollari. È a ricordare, in fine, il diritto federale
sulle società {corporation tax). Il reddito degli stati che fanno parte della
confederazione era ricavato in generale dalle imposte dirette ; e la più grande
entrata era la tax upon general property, una imposta che colpiva in modo
uniforme o di un tanto per cento tutta la proprietà personale e reale, non
dichiarata esente. In molti stati questa imposta riguarda la scia propiietà
APPENDICE I.] LA FINANZA DEGLI STATI UNITI 813
reale. La general property tax colpisce quasi sempre l'insieme dei beni. Vi
sono in essa due tendenze diverse. Negli Stati dell'Est sopra tutto, le en-
trate dello Stato, erano costituite dalle Imposte sulle corporazioni e dalla
imposta di successione, e la general property tax era abbandonata agli enti
locali. Negli Stati del Sud e dell'Ovest l'imposta generale era base delle en-
trate dello Stato e per lo più tutti i beni erano colpiti con un tasso uniforme.
Le tasse sugli affari, suUe successioni e sulle società commerciali prendevano
ogni giorno sviluppo e in alcuni stati tendevano a sostituire o a supplire
le deficienze della imposta generale sulla proprietà; altre entrate degli stati
erano alcune imposte sulla circolazione, sopra tutto sulle società finan-
ziarie, le successioni e le patenti sulle successioni e sul commercio e data
la diversità di legislazione, alcuni stati non avevano imposte sulle corpora-
zioni o ne avevano mitissime : quindi le società commerciali si formavano
spesso in essi. New Jersey, chiamato spesso lo stato perfido, the ttaitor
State, ha attirato con la sua facile legislazione molti trusti>, dando loro la
personalità giuridica ; così ha potuto ricavare entrate ingenti, ridurre le
tasse e fare a meno della general property tax. Ma altri stati ora seguono
New Jersey nella larghezza e faciUtà dei procedimenti : e così il guadagno
è dùninuito subito.
Negli ultimi anni grandi modificazioni tributarie sono avvenute anche
negU Stati ^Tniti di America e la guerra ha determinato anche lì la necessità
di aumentare le entrate. Ne abbiamo già parlato a lungo in parecchi ca-
pitoh di questo libro,
U bilancio di previsione del 1922-23 porta le entrate a 3.338 mihoni
di dollari. Ma le basi del bilancio, per efietto della introduzione delle imposte
sul reddito sono mutate. Di fatti il bilancio ricava ora 1.940 milioni dalle
imposte dirette e i.ooi milioni dalle indirette, È stata una mutazione com-
pleta dell'antica finanza federale.
In Svizzera le eiitrate dello Stato federale sono costituite dalle dogane,
da alcuni servizi pubblici (poste, telegrafi, telefoni, ferrovie, banca di cmis-
zione federale), dal monopoho dell'alcool. Tutte le imposte dirette e le altre
imposte indirette sono abbandonate ai cantoni e agli enti locali.
L'ordinamento degli stati unitari è diverso e spesso più semplice.
L'Inghilterra, come abbiamo visto, ricava molto dalle imposte indirette :
ma può, per la sua straordinaria ricchezza, Umitarsi a colpire generiche non
sono di prima necessità. Osserviamo la finanza dell'anteguerra. Accanto
alle imposte indirette sul consumo e alle imposte sul bollo, si .trovano una
grande imposta diretta {income tax) con caratteri personali e reali insieme,
una imposta sulle successioni, progressiva e con esenzione dei redditi mi-
nori e alcune imposte reali sulla proprietà fondiaria : imposte sui plus-
valori immobiliari, house duty e land tax. L'Inghilterra ha un piccoHssimo
demanio fiscale : non ha monopoli fiscali : non esercita, all'infuori delle
poste e dei telegrafi (in parte), grandi servizi pubbhci : le ferrovie sono nelle
mani dei privati. Così le grandi entrate dello Stato sono costituite dall'w-
cotne tax dalle dogane {customs), dalle accise {excises), dal bollo e dalle suc-
cessioni. Le accise non riguardano che le bevande spiritose, la birra, la ci-
8l4 SCIENZA DELLE FINANZE [APPENDICE I.
coria, il caffè, il tabacco : le dogane colpiscono oltre quelle poche merci,
il cacao, il thè, alcune frutta secche ; consumi non necessari, in generale.
L'imposta sulle successioni ha avuto un grande sviluppo. L'importanza
proporzionale dell'incorna tax è cresciuta dopo le riforme del George. Le
linee generali della finanza inglese sono quelle di un paese assai ricco e ad
assai grande accentramento di ricchezza ; la finanza dell'Inghilterra rap-
presenta, più che un indirizzo, una situazione speciale.
Le riforme del igro, dovute a fJoyd George, hanno in parte mutato le
linee fondamentah della finanza inglese.
Il bilancio consuntivo dell' anno 191 3-1 4, cioè dell' anno finanziario
anteriore aUa guerra faceva ascendere le entrate ordinarie delia Gran Bret-
tagna a 210.9 milioni di sterline : 35.4 milioni dalle dogane (di cui 20.8 dal
tabacco, 3.3 dallo zucchero, 5.4 dalle bevande spiritose, 6.5 dal thè, ecc.) ;
39.5 milioni di sterline dalle accise (di cui 21.2 dalle bevande spiritose, 13.8
dal malto per la fabbricazione della birra) ; 37,3 milioni dal bollo ; 2.7 mi-
lioni dalla imposta fondiaria e sui fabbricati ; 47.2 milioni daìVincome tax ;
21.1 milioni dalle poste, 9.6 milioni dai telegrafi e dai telefoni.
Ma dopo la guerra nessun paese di Europa si è imposto i duri sacrifizi
della Gran Brettagna, per avere la buona moneta e raggiungere il pareggio
del bilancio ; due scopi che ha raggiunti con serietà ammirevole. Ma tutte
le imposte sono state accresciute ; molte nuove imposte sono state intro-
dotte e niun sacrifizio è stato risparmiato al capitale e al lavoro.
Sopratutto le classi ricche han dato prova di grande coraggio, soppor-
tando i più gravi pesi con rassegnazione, pur di raggiungere la sanità fi-
nanziaria.
Il bilancio consimtivo del 1920-21 si basava su entrate ordinarie di
1425 milioni di sterline ricavati 134 dalle dogane (di cui 62,2 dal tabacco,
29.9 dallo zucchero, 20.7 dalle bevande alcooliche, 16,8 dal thè, 2.9 dal
vino, ecc.) ; 199 dalle accise (di cui 60 dalle bevande spiritose, 124 dal malto
per la birra, ecc.), 7 milioni dalle automobili, 74,3 milioni dal boUo
2.5 milioni dalle imposte fondiarie, ecc. Dalla imposta generale sul reddito,
Incnme tax e da imposte varie sul reddito si ricavavano per ben 394.1 mi-
lioni di sterline, 219.8 milioni dai profitti di guerra, 49.5 milioni dalle poste
dai telegrafi, dai telefoni ; 313.3 milioni erano costituite da entrate diverse
di carattere piuttosto transitorio. Ma nei due esercizi seguenti affrontando
tutte le difficoltà e anche la disoccupazione, pur di avere il pareggio del
bilancio la Gran Brettagna, ha potuto con mirabile coraggio sistemare la
sua finanza e avere non solo il pareggio, ma l'avanzo. Mentre la Francia
manteneva quasi tutte le sue spese e metteva in bilancio la indennità te-
desca, la Gran Brettagna si dichiarava disposta (con la nota di lord Bal-
four) non solo a rinunziare ai suoi crediti per riparazioni verso la Germania
(crediti più che tre volte «superiori a qaelU promessi all'ItaUa), ma all'e-
norme credito verso la Francia e l'Italia e tutti gli altri stati debitori di
guerra, purché gli altri paesi, per la causa della pace, si dichiarassero ani-
mati dallo "stesso spirito di sacrifizio. Mirabile esempio, che se non è stato
imitato, rimarrà sempre gbria della Gran Brettagna, che come fu fattore
APPENDICE I,] FINANZA DELLA GRAN BRETTAGNA 815
decisivo della guerra ha desiderato di essere fattore decisivo della pace e ha
cercato le sue risorse non nella spoliazione dei vinti, ma nel proprio sforzo
di lavoro e nella ripresa della sua attività economica.
La Francia anche prima della guerra rappresentava un indirizzo finan-
ziario del tutto diverso, come diversa è la situazione economica e sociale.
La ricchezza largamente suddivisa non permetteva alti limiti di esenzione
nelle imposte dirette ; le imposte dirette reali prevalevano largamente sulle
imposte personali : le imposte indirette erano la base del bilancio.
La Francia aveva uno scarso demanio. Le varie imposte dirette non
rappresentavano che la parte minore delle entrate: vi era l'imposta fondiaria
la imposta personale e mobiliare, la imposta di porte e finestre, l'imposta
delle patenti. Il bilancio di previsione del 1914, anno in cui fu dichiaratala
guerra era di 5.189 milioni, ma soltanto 635.9 erano costituiti dalle imposte
dirette, 2.873 dalle imposte indirette, 1034.5 dai monopoli e dai servizi
pubblici, 410 da entrate diverse. In cifra tonda con 5 miliardi, oltre 4 mi-
liardi erano di imposte indirette : registro, bollo, dogane, licenze, mono-
polio del tabacco, ecc. Il solo registro era previsto in 834 milioni mentre
tutte le imposte dirette messe assieme non davano che Ò35.9 milioni.
La spina dorsale del bilancio francese era dunque costituita dalle imposte
sui trasferimenti della ricchezza, dalle dogane ; dalle imposte indirette
sulla fabbricazione e dai monopoli.
La finanza francese, avendo bisogno di entrate enormi, manifestava una
grande tendenza per le imposte indirette : l'indole degli abitanti, o le pre-
venzioni politiche, o le tradizioni davano alla imposizione diretta una
spiccata tendenza verso le forme reali.
Ma, dopo la guerra, anche la Francia ha dovuto provvedere diversamente
alle sue finanze. Prima di tutto essa ha un debito enorme, quasi tre volte
superiore a quello dell'Italia. Non si tratta più di un bilancio di 5miliardi,
ma di un bilancio in cui bisogna mettere l'interesse dei debiti di circa 350
miliardi. Secondo i dati forniti dal governo francese alla Società delle na-
zioni il bilancio francese per il 1922 era di 24.788 milioni di entrale : 15-743
milioni di imposte e tasse, 2.920 milioni di monopoli e servizi pubblici,
797.8 milioni di recettes d' ordre, 4.870 mihoni di economtes exceptionnelles.
Ma la Francia, come nelle spese mette molta contabilità fuori bilancio,
cosi neUe entrate, calcola (ancora nel bilancio del 1922) la somma di 12
miliardi dalle indennità tedesche, cifra assolutamente fantastica. Per il
1921 le imposte dirette erano soltanto 2.389.5 milioni e le imposte indirette
11.901 milioni, di cui 2.952 dal registro, 528 dal bollo, ecc. e i monopoli
rendevano 2.910.1 milioni. È continuato dunque lo stesso indirizzo per cui
le imposte indirette e i monopoli formano la base del bilancio e le imposte
dirette, se bene molto aumentate, sono la minor parte. Anche ora il registro
rende più che tutte le imposte dirette.
L'Austria prima deUa guerra aveva a base le imposte indirette le quali
non esentavano né alcuni generi di prima necessità, né altri di largo con-
sumo popolare, e ricavava solo in minor parte le sue entrate dalle imposte
dirette. Aveva fra queste ultime una imposta diretta progressiva sul red-
8l6 SCIENZA DELLE FINANZE [APPENDICE I.
dito con esenzione dei redditi miniini : era una imposta principale sotto di
cui vi erano imposte reali complementari. Aveva infine una imposta sulle
successioni.
n bilancio comune dell'Austria Ungheria riguardava sopra tutto le spese
dei ministeri militari, del ministero degli affari esteri, del ministero delle
finanze e della Corte dei conti, e le entrate erano costituite dai contributi
matricolari, cioè dalle contribuzioni delle due parti dell'impero.
I paesi rappresentati al Reichsrat, che formavano l'Austria, aveano entrate
demaniali di non rilevante importanza. L'Austria basava le sue entrate
sulle imposte indirette ; esse costituivano il fondamento di tutto il bilancio
e comprendevano oltre le dogane e imposte di consumo sulla birra, sull'al-
cool, sul vino, sul bestiame, suUo zucchero, sul petroho, alcuni grandi mo-
nopoli, come il sale e il tabacco ecc., parecchie imposte sulla circolazione.
L'Austria era costretta a colpire anche i generi di prima nece?sità. La im-
posizione diretta era varia e molteplice, sebbene avesse importanza assai
minore. In Ungheria aveano importanza proporzionalmente maggiore le
entrate demaniali e le imposte dirette ; ma anche in essa prevalevano di
gran lunga le imposte indirette.
Ora gli stati successori dell'Austria Ungheria sono in gran parte un vasto
campo di rovine finanziarie : alcimi paesi come la Polonia hanno il disor-
dine più grande e non fanno che vivere di carta moneta. Parlare degli or-
dinamenti finanziari attuali di molti di quegli stati : Austria, Polonia,
Ungheria, Romania, ecc. non ha alcun interesse dal punto di vista della
tecnica finanziaria. La circolazione è sempre l'entrata più grande.
L'Olanda, mentre ricava anch'essa le sue entrate principali dalle imposte
indirette, può, per causa stessa della sua ricchezza, limitarle ai consumi
voluttuari. Ha un'imposta sul patrimonio combinata con un'imposta sui
redditi professionali e con un'imposta personale : ha, come complemento,
una imposta fondiaria reale e una imposta di successione.
II Giappone, non ostante la sua grande popolazione, ha un piccolo bi-
lancio. Dato lo scarso sviluppo della ricchezza ricava le sue entrate sopra
tutto dalle maposte indirette su consumi necessari. L'impero giapponese ha
ima piccola imposta fondiaria ; una imposta progressiva sul reddito, che
colpisce 1 redditi da 300 yen in su ; una imposta sulle patenti. Ha tm'imposta
sulle successioni. Le imposte indirette colpiscono sopra tutto il saké, (be-
vanda non distillata ottenuta dalla fermentazione del riso) la birra, l'al-
cool e le bevande alcoohche sopra tutto lo shoyn (hquido preparato eoa
sai marino e sostanze vegetali), lo zucchero. Ha il bollo e 1 imposta sulle
operazioni di borsa. Il Giappone ha poi alcuni monopoli (tabacco, canfora).
Tutte le imposte cono estremamente gravi; ma hanno uno -carso rendi-
mento. È la finanza di un paese povero e grande, dove tutti i cittadini hanno
dato prova di una delle più nobili abnegazioni che la storia ricordi *.
* Cfr. Japon in the be^inning 0/ the XXth Century (pubblicato per l'Espo-
«izioae di S. Louis), pag. 481 e seg. e VAnntuitre statistique du Japon
APPENDICE I.j LA FINANZA ITALIANA E RUSSA V,. 817
Della finanza italiana parleremo a parte.
La Russia, in cui il passaggio dell'economia naturale a la economia mo-
netaria è stato assai tardivo, avea prima della guerra per base imposte in-
dirette piti alte che in tutti gli altri paesi in paragone delle dirette; e per
necessità era costretta a non esentare alcuni consumi necessari. Le imposte
dirette e fondiarie reali poco redditizie si completavano con una miposta
di successione i cui proventi non erano elevati. Ora è difficile dire, in tanto
disordine, che cosa sia la finanza della Russia.
Ogni paese ha, si può dire, un suo particolare ordinamento ; ciascuno
assegna alle varie imposte una ditìerente funzione, secondo il grado di svi-
luppo economico che esso ha raggiimto. Ma vi sono dovunque imposte mol-
tepUci e in nessun paese vi è una tendenza, s'a pure poco accentuata, verso
la unicità della imposta.
La finanza pubbhca trova rapporti esistenti e che essa non può mutare :
quindi in tutti i paesi riveste forme particolari. La finanza dei paesi ricchi
differisce completamente da quella dei paesi poveri ; la finanza dei paesi
industriali da quella dei paesi agricoli ; la finanza dei paesi in cui è accen-
tramento di ricchezza da quella in cui è frazionamento. Si notano solo in
tutti i paesi moderni alcune tendenze che rappresentano sotto certi aspetti
un bisogno stesso della produzione. Le imposte indirette, soverchiando di
gran lunga le dirette, fendono nei paesi ricchi a esentare i consumi di prima
necessità : le imposte dirette tendono d'altra parte a esentare i minori
redditi sopra tutto per compensare gli efietti delle imposte indirette. Nuove
forme demaniali sorgono : i servizi industriaU si sviluppano in tutti gli
stati. Fra le imposte indirette assumono importanza crescente i monopoli
fiscaU, che in alcuni paesi rappresentano già le entrate più grandi e qualche
volta meno odiate.
L'ampio ed interessante studio che, per incarico del De Bulow, fu fatto
dall'Ufficio del Tesoro imperiale di Germania, quando nel 1908, il Cancel-
liere presentò al Reichstag i suoi progetti di riforma finanziaria, tenta
alcune comparazioni intemazionali intomo all'ammontare del carico tri-
butario nei principali paesi. La stessa cosa avea tentato prima von Kauff-
mann, nel suo studio sulle finanze comunah della Gran Brettagna, della
Francia e della Russia. Il Bulktin de Statistique et Législatton comparèe,
edito dal Ministero delle Finanze di Francia, ha rifatto per conto suo i
calcoli della pubblicazione ufficiale tedesca, rettificandoli in qualche punto,
per la Francia, l'Inghilterra e l'Itaha. Si ha cosi una serie di elementi di
confronto, relativi agU anni tra il 1906 e il 1908. Quale il valore di codesti
elementi ? La pressione tributaria è stata calcolata proporzionando l'am-
montare complessivo delle imposte pagate al numero degU abitanti : il
quoziente ottenuto rappresenta cosi il carico tributano per capo, nei vari
paesi. Che un simile metodo porti 5 risultati apprezzabili nixmo vorrà dire.
La ripartizione del carico tributario per capo è assolutamente inadatta
a farci sapere come l'onere deUe imposte è diviso fra i contribuenti di di-
ritto, che, naturalmente, non sono tutti i cittadini di uno Stato ; la pressione
tributaria inoltre non può essere mai calcoilta se non in confronto della
8l8 SCIENZA DELLE FINANZE [APPENDICE I.
ricchezza privata : il che non è fatto. Giudicando da risultati assolutamente
empirici, come quelli cui il metodo accennato conduce, si giunge, a con-
clusioni erronee : a constatare, ad esempio, che il carico tributario del con-
tribuente inglese è superiore a quello dei contribuenti di paesi in cui la
ricchezza privata è tanto più scarsa. Si aggiunga che la distinzione fra im-
poste dirette e indirette, nei calcoli citati è assai incerta : è calcolata ad
esempio tra le imposte dirette la imposta sulle successioni e fra le indirette
si comprendono le altre imposte di registro. Questi calcoli, infine sono an
teriori alle grandi riforme inglesi del 1910 e alle riforme federali tedesche
del 1909 : per l'Inghilterra e la Germania non rispondono più alla realtà.
Ad ogni modo, è bene accennare ai risultati di ricerche, lodevoli per lo
sforzo che sono costate e degne di esser divulgate come indici di un'approssi-
mazione, grossolana e imprecisa quanto si voglia, ma utile in mancanza
di meglio.
L'onere delle imposte di Stato in Francia sarebbe stato, nel 1906, dì lire
78,92 per abitante (lire 23,27 per imposte dirette) ; quello delle imposte
locali di lire 21,70 : in complesso (imposte di Stato e locaii) di lire 100,62,
In complesso (Stato e enti locali) le imposte dirette gravavano per lire
37,64 e le indirette per lire 62,98 per abitante. Le imposte dirette rappre-
sentavano quindi il 37,40 % e le indirette (compreso il registro ed escluse
le successioni) per 62,60 % àel totale.
In Inghilterra, l'onere delle imposte di Stato (1905-906) era di lire 69,91
per abitante, (di cui lire 27,41 per imposte dirette), quello delle imposte
locah di lire 45,88 per abitante : m complesso (imposte di Stato e locali)
di Hre 115,79 per abitante. Le imposte dirette gravavano in complesso
(Stato ed enti locali) per lire 70,06 e le indirette per 45,73 per abitante;
le imposte dirette rappresenta\ano il 60,51 % e le indirette solo il 39,49 %
del totale. Una sproporzione cosi grave a favore delle imposte dirette si
spiega col modo di distinzione fra le une e le altre, adottato dagli autori
dei calcoM. Basterebbe infatti sottrarre dalle dirette la successione (il cui
carico prende oltre un terzo dell'onere delle dirette di Stato), e basterebbe
portare alle indirette alcune tra le imposte locali, che indirette sono (come
quelle che basano sul valore locativo) per spostare completamente la pro-
porzione di sopra.
In Italia l'onere delle imposte di Stato (1906-907) era di lire 45,89 per
abitante (di cui lire 14,98 per imposte dirette), quello delle imposte locali
(province e comuni) di Iure 14,71 per abitante : in complesso (imposte di
Stato e locah) di lire 60,60 per abitante. Le imposte dirette gravavano m
complesso (Stato ed enti locaU) per lire 23,32, le indirette per lire 37,28
per abitante. Le imposte dirette rappresentavano quindi il 38,48 % e le
indirette il 61,52 % del totale.
In Germania, l'onere delle imposte liercepite a favore dello Impero, dei
singoli Stati e degli enti locali era in complesso di lire 60,23 per abitante;
queUo delle sole imposte dirette di Ure 30,80 (escluse le successioni) per
abitante. Le imposte dirette^rappresentavano 52,65 % del totale e le m-
dirette 47,35 % del totale.
APPENDICE I.]
I SISTEMI D IMPOSTE
819
Benché questi confronti abbiano solo carattere storico e retrospettivo è
stato utile riprodurli.
È bene limitarsi, per gli altri paesi a' dati riassuntivi, che si riferiscono
nella tabella che segue.
Quadro riassuntivo dell'ammontare dell'onere
tributario per abitante.
{in ordine decrescente)
Paesi
Imposte sul
Imposte Successioni consumo Imposte Totale
dirette e Dogane sugli aflan
(hre) (lire) (lire) (lire) (lire)
Inghilterra (1906-907) 62,51
7,55
40,97
4,76
115,79
Francia (1906) , . . 30,94
6,70
48,85
14,13
100,62
Stati Uniti del Nord-
America (1906-907) 58,00
—
39,79
2,50
100,29
Svizzera (1907) . . . —
—
—
—
85.00
Italia (1906-907) • . 22,07
1,25
30,34
6,94
60,60
Germania (1907) . . 30,80
0,89
23,04
5,50
60,23
Austria (1906) . . . 23,38
0,98
20,91
6,03
51,30
Russia (1908) ... 3,05
—
20,62
2,00
25,67
Giappone (1906) . . 12,13
0,31
12,97
—
25,41
V
Gjnfr. Bulletin de statistique et lègislation campar èe di giugno 1907
(pp. 658 a 663) ; di aprile 1909 (pp. 473-478) ; e di maggio 1909 (pp. 560-
567)'
Ma dopo la guerra del 1914-1918 queste cifre hanno, è utile avvertirlo
ancora una volta, solo un valore storico. Anche riimendo tutte i dati a co-
minciare da quelli della conferenza finanziaria di Bruxelles del 1920 e il
Memorandum sur les fiimnces ptibhques del 1921 pubblicato dalla Società delle
nazioni, è difficile orientarsi. La tempesta finanziaria dura ancora e durerà
per molti anni ; sono poche le navi degli stati che navigano in acque tran-
quille. Alcune navi sono anche vicino al naufragio.
APPENDICE II.
Notizie sommarie sul bilancio dello Stato in Italia.
Lo Stato prendeva in Italia ogni anno negli ultimi esercizi che prece-
dettero la guerra circa 2 miliardi e mezzo ai contribuenti per imposte e
tasse di ogni specie ; e spendeva all'incirca la stessa somma per servizi
pubblici di ogni natura. Donde ricavava questa somma? come la spendeva?
La storia del bilancio italiano, dal 1862 (unificazione del sistema tribu-
tario) a ora, è ancora da fare; noi accenneremo solo ad alcime questioni
fondamentali e, nello stesso tempo, tracceremo le linee, in base all'ultimo
consuntivo, del bilancio nazionale. Ma questi cenni fuggevoli sono ben
lungi dall'avere carattere di completezza. Per le ragioni, che abbiamo
più volte accennato, il bilancio dello Stato ha in Italia nella economia della
nazione un'importanza assai superiore a quella che ha in ogni altro paese :
così sulla vita e sullo sviluppo delle singole regioni l'indirizzo della finanza
ha avuto in Italia im'azione maggiore che negli altri paesi.
L'Italia in passato è ricorsa in larga misura al debito e in molti anni ha
provveduto anche a spese ordinarie con entrate straordinarie.
L'aumento delle spese intangibili e delle spese militari fino al 1914 è
stato tale che il bilancio, non prcbcntava alcun margine e non aveva ela-
sticità alcuna. E- stato osservato con ragione che, se le risorse effettive del
bilancio giungevano a più di 2 miliardi, vi erano obbUghi del Tesoro per 800
milioni, vi erano 100 miUoni che rappresentavano quasi interamente altri
oneri del Tesoro nascosti in diversi bilanci. Erano 900 mihoni per obbli-
ghi indeclinabili. Il vero bilancio dunque, quello che andava in discussio-
ne, non sorpassava che di poco un miliardo. Poco meno della metà di
questa somma era dedicata alle spese di guerra e di marina ; le quali rap-
presentavano circa il 30 % del bilancio disponibile. Dal 1862 al 1914» gli
oneri del tesoro sono cresciuti di quattro volte " sono aumentati di 600 mi-
lioni. Seicento milioni, che, capitalizzati, equivalgono ad una cifra con-
siderata prima della guerra enorme. Dal 1862 al 1896, diceva l'on. Rubini,
presidente della Giunta generale del bilancio, abbiamo fatto un milione
al giorno di debiti. È una delle poche cose in cui i governi che si sono
succeduti sono stati concordi. Però non è possibile negare che l'Italia avea
compiuto progressi grandissimi.
APPENDICE II.] IL BILANCIO ITALIANO 821
Ora, dopo la guetra, è dijBficile dare le linee di quella che dovrà es$«re il
regime di finanza normale.
Esaminiamo quindi l'ultimo bilancio di prima della guerra. Daremo poi
poche notizie su qualcuno dei più recenti bilanci del dopo guerra.
Consuntivo del 1913-14
EntraU effettive ordinarie :
Redditi patrimoniali • , 340.989.961
Redditi di terreni e fabbricati del
demanio 10.168.739
Proventi dei canali Cavour . . 3.395020
Reddito dell'Asse ecclesiastico 528.610
Reddito patrimoniale di enti mo-
rali amministrati dal Demanio 828.185
Titoli di credito e azioni indu-
striali posseduti dal Tesoro . 454.238
Interessi dovuti sui crediti del-
rAmministrazione dello Stato 1.024. 164
Ricupero fitti 39-898
Prodotto netto dell'esercizio di-
retto delle Ferrovie non con-
cesse aUa industria privata . 28.068.062
Partecipazione dello Stato ai pro-
dotti lordi di ferrovie concesse
alla industria privata . . . 269 418
Imposte dirette 540.688.812
imposta tondiaria sui terreni . 81.63^.362
» sui fabbricati . 11 2. 833. 381
Ricchezza mobile per ruoli . . 260.736.703
» per ritenute . . 85.479.366
Tasse sugli affari 338.310.010
Successioni 50.451.453
Manomorta b.017.257
Registro 94.431. 641
Bollo 81. 901. 840
Tasse m surrogazione del Regi-
gistro e bollo 28.613.807
Ipoteche n. 137. 261
Concessioni governative . . . 14.138.909
Velocipedi, automobili, motoci-
ch 7.236.916
Tassa sul prodotto del movimen-
to delle ferrovie 43.436.209
Sigilli delle legazioni e consoli-
dati all'estero 942.717
Nitti. 5S
822 SCIENZA DELLE FINANZE [APPENDICE 11 .
Imposte dirette sui consnmi 625.280.597
Imposte di fabbricazione :
Spiriti 43 060.830
Birra 9 433-256
Acque gassose 152.104
Polveri ed esplodenti . . . . 3,921.172
Cicoria preparata 3 167.966
Zucchero indigeno ..... 139.359.130
Glucosio 1.233.845
Fiammiferi 11. 959.313
Rettificazo ne olii minerali . . . 1.800
Gaz luce ed energia elettrica . 17.729.y46
• Dogane e diritti marittimi
Non compreso il dazio sul grano 259.068.677
Dazio nell'importazione del grano 83.593.030
Dazi intemi di consumo (esclusi
Roma e Napoli) 48.628.980
Dazio consumo di Roma', . . . 3-34I-390
Privative e chinino dilStato 550.312.860
Tabacchi 349827. 344
Sah 90.064.410
Lotto e tassa sulle tombole . . 107.127.543
Chinino 3.167.270
Proventi di servizi pubblici: 218.407.293
Poste 126.586.499
Telegrafi 2). 983. 184
Telefoni 16.877-542
Proventi delle carceri .... 6.061.916
Tasse suU'insegnamento. . . . 17.504.693
Altri proventi 17-393-459
Rimborsi e concorsi 87.901.212
Entrate per reintegrazione di fondi in b ilancio . . 17-520.368
Riassumendo nelle quattro categorie le entrate dello stato nel 1913-M
si avea la seguente ripartizione :
I.» Categoria: Entrate effettive:
ordinarie 2.489-766.631)
straordinarie 33-979-157
in complesso 2.523-745-788
2.» Categoria : Costruzioni di strade ferrate . . • 50.000.000
3.» Categoria : Movimento di capitali 516.127-982
4.» Categoria : Partite di giro 70.356.272
In complesso 3.160.230.042
APPENDICE II.]
IL BILANCIO ITALIANO
823
Le spese effettive nell'esercizio 191 3-1914 raggruppate per Ministeri fu-
rono le seguenti :
• SPESE
Spese ordinarie Spese straordinarie Totale
1. Tesoro
2 . Finanze
3. Grazia e giustizia e culti
4. Affari esteri
5. Istruzione pubblica
6. Interni
7. Lavori pubblici . . .
8. Poste e telegrafi . .
9. Guerra .
10. Marina
11. Agricoltura, industria
commercio.
682.428.051
306.3jo.741
58.240.946
27.486.847
139.137-457
140.090.109
46.152.626
136.680.581
395.454-661
24^278.836
28.414.172
21.223.239
5.718.283
426.696
4-354-545
10.798.293
12.613.797
126.702.653
11.457.628
213.644.717
66.807.258
11.218.973
703.651.291
312.01.9.024
58.667.642
1.841.392
149.935.751
152.703.906
172.855.279
148.138.209
609.099.379
309.086.094
39.633.145
Totale 2.202.695.031 484.966.086 2.687.661.117
La situazione dei debiti pubblici dello Stato al 30 giugno 1914, cioè alla
vigilia della guerra europea, era la seguente ;
in rendita in capitale
Debiti pubblici consolidati e perpetui 359-662.387 10.051.107.362
• » redimibili . . 163.676.461 4.788.592.593
Totale . . 523-338.748 14.839.759.955
Buoni del Tesoro ordinari 13.840.615 379.984.500
Anticipazioni statutare degli istituti di
emissione
Conti correnti fruttiferi 2.137.365 61.381,356
Biglietti di Stato a corso legale . . . 490.513.090
Totale generale 539..318.228 15.771.638.901
Titoli di proprietà dello Stato non alienati
e che gli vengono rimborsati {da de-
dursi) 45.072.208 1.304.768.739
Debito effettivo dello «S^o 494.244.020 14466.870
In cifre tonde e di approssimazione dunque lo Stato italiano spendeva
2 miliardi e mezzo ; avea un debito di 14 miliardi e mezzo. La spesa dello
Stato per interessi del debito era di 539 milioni, oltre alcuni altri obblighi
di Tesoro.
L'Italia era riuscita anche a ridurre molto il suo debito verso l'estero. I
pagamenti per debito pubblico erano nel 1910-11 di 493.4 milioni all'in-
824 SCIENZA DELLE FINANZE [APPENDICE II.
temo e di 69,6 milioni all'estero. Erano un poco cresciuti i debiti verso
l'estero sopra tutto per l'impresa di Libia. Nel 1913-14 i pagamenti all'in-
terno erano stati 428.6 milioni ; quelli all'estero 94.8 milioni.
Le entrate e spese dell'Azienda deUe Ferrovie dello Stato erano state
nel 1913 le seguenti : entrate lire 629.835,875, spese 535.087.800.
• II
Esaminiamo ora le varie partite del bilancio 1913-14, che rapprese&ta
dunque il bilancio normale dell'anno anteriore alla guerra.
E cominciamo dalle entrate effettive ordinarie.
a) Vi è prima di tutto un grosso nucleo di entrate : i redditi patrimo-
niali dello Stato : ciò che lo Stato ha dai suoi possedimenti di ogni natura.
Lo Stato in Italia non ha un grande demanio ; a differenza della Prussia :
ma ne ha assai più che l'Inghilterra. I redditi patrimoniali hanno fruttato
44 milioni di lire. Ma questa cifra può dare molte illusioni. Lo Stato dai
suoi redditi demaniali fondiari, minerari, industriaU ricava pochi milioni.
Il più grosso nucleo è dato dalla partecipazione dello Stato ai prodotti lordi
delle ferrovie costituenti le reti principali e secondarie. Lo Stato è pro-
prietario di molte ferrovie e la più gran parte esercita direttamente, parte-
cipando ai prodotti lordi di essi. Dunque lo Stato in Italia ha un demanio
relativamente scarso ; ciò non vuol dire che deva in avvenire rimanere tale.
Tutto fa credere che con le sue acque pubbhche, capaci di sviluppare forze
grandissime, prima o dopo l'Italia avrà un grande demanio ;
b) seguono le imposte dirette il cui provento nel 1 910-911 è stato di
540.6 milioni ripartiti nel seguente modo :
Imposta sui fondi rustici milioni 81.6
Imposta sui fabbricati » 112.8
Imposta sui redditi di ricchezza mobile . » 346.1
Poco meno che mezzo mihardo era dunque ricavato dalle i nposte dirette-
L'imposta di ricchezza mobile per circa 2 terzi è stata riscossa per ruo li ;
il resto mediante ritenuta o è stata direttamente versata in tesore ria. 1
soli detentori d^l debito pubblico contribuiscono pe^ circa 16 milioni. Dopo
la conversione del 1906 l'imposta del 20 % sui redditi della categoria Ai
dei detentori di rendita pubblica 5 % è abolita. L'Italia, come abbiamo
avuto parecchie volte occasione di osservare, è fra i grandi paesi di tiiropa
uno di quelli che paga imposte dirette in più larga misura ;
^ e) le così" dette Msse sugli affari amministrate dal Ministero delle fi-
nanze comprendono un insieme di imposte e tasse di assai diversa natura .
Aveva dato, nello stesso anno, 340,9 milioni, derivanti da:
APPENDICE II.] IL BILANCIO ITALIANO 825
Imposta di successione mili
> manomorta
Tasse di registro
» di bollo
» in surrogazione del registro e del bollo ....
» sulle ipoteche
1 su varie concessioni governative
50.4
6.—
94 -.4
81.9
28.6
II. I
14. 1
Bisogna poi aggiungere le tasse sugli affari in amministrazione dei mi-
nisteri dei lavori pubblici e degli esteri. ;
d) le imposte sul consumo (escluse le privative) aveano una parte molto
importante nelle entrate ; il più grosso nucleo era formato dalle dogane
e dai diritti marittimi : 342.6 milioni : seguivano il dazio di consumo con
48.6 milioni e le imposte di fabbricazione; queste ultime imposte acqui-
stavano importanza sempre più grande, sopra tutto a causa dello sviluppo
della produzione dello zucchero ;
e) importanza crescente aveano le tre grandi privative fiscali che da
s<de hanno reso circa 499 milioni, cioè :
Tabacchi milioni 349.8
Sali '. » 90-
Lotto . » 107.1
L'entrata per il chinino è stata di 3.1; ma è entrata che dovrebbe au-
mentare. Impropriamente il chinino viene messo ira le privative fisca h :
esso è amministtato dalla Direzione generale delle gabelle ; ma è lungi
dall'essere un monopolio di Stato La vendita del chinino da parte dello
Stato costitiùsce un vero servizio pubblico. Come è noto, l'Italia è il paese
di Evuropa che più soffre la malaria, sopra tutto l'Italia meridionale, che
ha oltre i milione di individui all'anno colpiti da malaria. Ora contro la
malaria il chinino è non solo il migUor mezzo di cura, ma anche il miglior
mezzo di preservazione. I prezzi al dettaglio del chinino nelle farmacie
delle zone malariche rimanevano altissimi, senza che la merce fosse sempre
buona. Lo Stato adesso fabbrica e vende il chinino e la recente legislazione
rende la cura preventiva del chinino obbligatoria pei lavoratori delle zone
malariche. Pure essendo agli inizi questo nuovo servizio pubblico, lo Stato
avendo ridotto i prezzi del chinino al mmimo, non ha avuto alcuna per-
dita. È un tentativo eccellente ,
/) * proventi dei servizi pubblici erano costituiti da entrate assai diverse
e numerose e davano 178 milioni, fra cui :
Poste milioni 126.5
Telegrafi e telefoni ...» > 26.9
Tasse sul pubbHco insegnamento. . . » 16.8
Proventi delle carceri . » 6 —
826 SCIENZA DELLE FINANZE [APPENDICE II.
g) rimborsi e concorsi nelle spese 87.9 milioni formati per la maggior
parte da crediti dello Stato verso gli enti locali per lavori pubblici eseguiti
e dal rimborso dei vari ministeri per le spese delle pensioni ordinarie ;
h) entrate diverse : ricuperi di spese di giustizia, profitti netti annual i
della Cassa depositi e prestiti, ecc. ecc. Erano all'incirca 17.5 milioni.
Queste erano nelle loro linee generali le entrate effettive ordinarie.
Le spese effettive ordinarie andrebbero studiate capitolo per capitolo :
o almeno per ciascun servizio pubblico separatamente ; solo per facilità
accenneremo a quelle che erano spese effettive di ciascun ministero. Le spese
effettive ordmarie, nel 1913-14, sono state:
a) Ministero del Tesoro : 703 milioni di spese effettive. Dal Ministero
del Tesoro dipendono : la direzione generale del Tesoro, la Tesoreria cen-
trale del Regno, la direzione generale del Debito Pubblico, la direzione
generale della Cassa dei depositi e prestiti. La più gran parte di questa
spesa è assorbita dagli interessi del debito pubbUco, dalla lista chnie, ecc.
Nel 1913-914 le principali spese del Ministero dei Tesoro sono state :
Interessi di, debiti perpetui milioni 359.6
» » redimibili » 89.3
Debiti variabili » 165.2
Dotazioni alla casa reale t r6.o
Spese per le Camere legislative ... 4.6
È compresa nel bilancio di questo ministero anche la spesa per la Corte
dei Conti. Il Ministero del Tesoro ora è unito al Ministero delle Finanze;
6) Ministero delle Finanze: 312 milioni spese effettive, di cui 306.3
ordinarie. Rappresentavano in generale le spese di amministrazione e di ri-
scossione delle imposte. Dipendevano dal Ministero delle finanze le seguente
direzioni generali : gabelle, privative, demanio e tasse sugli affari, imposte
dirette, catasto. Le direzioni generali sono state successivamente mutate ;
Fra le principali spese del Ministero delle finanze sono quelle che si at
tengono all'esercizio delle privative, sopra tutto al lotto e ai tabacchi e
alla riscossione delle imposte ;
e) Ministero di grazia e giustizia : 58.6 milioni. Dipendevano da que-
sto Ministero oltre gh affari civili e penali, i culti e U notariato, anche una
speciale direzione generale del fondo per il culto e del fondo di beneficenza
della città di Roma. Recentemente anche la Direzione generale delle car-
ceri è passata al Ministero che si chiama della Giustizia e per gli affari di
culto ;
d) Ministero degli affari esteri : 31.8 milioni, compresa la spesa per
tutti 1 rapresentanti all' estero, e il contributo dello Stato per le spese
d'Africa ;
e) Ministero della pubblica tstruziofie : 149.9 milioni di spese effettive
di cui 107.5 ordinarie. Dipendono da esso la istruzione superiore e artistica
e la istruzione media e normale, i musei, le gallerie, le biblioteche, gli scavi.
APPENDICE II.] IL BILANCIO ITALIANO 827
ecc. L'istruzione elementare è a carico dei comuni e Jo Stato non provvede
che con sussidi.
/) Ministero éUW interno : 152.7 Dipendevano da questo ministero,
oltre il controllo delle amministrazioni locali, anche la pubblica sicurezza,
le carceri, la sanità pubblica e gli archivi di Stato, ecc.
g) Ministero dei lavori pubblici. 461 milioni di spese ordinarie 126.7
di straordinarie. Le Ferrovie di Stato hanno im bilancio a parte. Tutti i
lavori pubblici dello Stato sono sotto il controllo di questo ministero, che
in passato ha assorbito gran parte delle entrate. Dipendono da esso oltre
le Ferrovie dello Stato, anche le direzioni generali di pcMiti e strade e delle
opere idrauliche ;
h) Ministero di poste e telegrafi: 136.6 milioni di spese ordinarie for-
mate in generale dalle spese per Ife poste, i telegrafi, i telefoni; 14^ mi-
lioni di spese straordinarie;
i) Ministero della guerra : 395,4 miUoni di spese ordinarie e 213.6
di spese straordinarie. La spesa militare di questo Ministero era minore;
poiché oltre le pensioni vi erano le spese per i carabinieri reah che non
hanno servizio militare, ma solo di pubblica sicurezza ;
/) Ministero della marina : 242.2 milioni di spese ordinarie e 66.8 mi-
lioni di spese straordinarie : in generale in questo ministero le spese straor-
dinarie sono rilevanti.
m) Ministero di agricoltura industria e commercio : 28,4 miUoni, oltre
11,2 miUoni di spese straordinarie. Dipendevano da questo Ministero,
oltre che l'agricoltura l'industria e il commercio, anche la statistica ge-
nerale del Regno, l'ufficio del lavoro e altri servizi speciali, che riguarda-
vano le miniere, le acque, ecc.
Il Ministero di Agricoltura industria e commercio è stato poi diviso in
tre Ministeri dell'Agricoltura, dell'Industria e del Commercio, e del Lavoro.
Poi il Ministero del Lavoro è stato abolito.
Se riuniamo : interessi del debito pubbUco, dotazioni della Corona e
delle Camere legislative, e pensioni e gU obbhghi del tesoro di ogni natura
si avrà che questi raggiungevano quasi il miUardo nel loro complesso.
In cifra tonda, circa 900 milioni erano disponibih, di cui quasi la metà
erano reclamati dai ministeri mihtari e il resto dovea bastare a tutti i serviti
pubblici dello Stato. Ora, poiché le imposte eran già molto elevate, il bi-
lancio dello Stato presentava un'assai debole elasticità. La facihtà con cui
erano stati contratti debiti, contribuì non poco a codesto fatto.
Le entrate effettive erano per circa 85 % formate da imposte e tasse,
appena per 6 da redditi patrimoniaU dello Stato. Le spese erano assorbite
in grandissima parte da debiti e oneri del Tesoro, da spese militari, e da
spese di riscossione e di amministrazione. Tutti i servizi civiU formavano
appena la quinta parte deVe spese.
828
SCIENZA DELLE FINANZE
[appendice II.
Ili
Una interessante pubblicazione della Ragioneria Generale dello Stato,
il Bilancio italiano nel 7° cinquantennio della unificazione del Regno, ci
dà la storia del Bilancio dello Stato che, come si vede dalla seguente tabella,
era in un cinquantennio, aumentato di più di un miliardo e mezzo. Dopo la
guerra è cresciuto in proporzioni assolutamente imprevedibili.
ENTRATE EFFETTIVE ORDINARIE
Esercizi finanziari
1862 Proporzione 1909-910 Proporzione
a 100 a 100
del totale del totale
Redditi patrimoniali
Imposte dirette .
Tasse sugli affari
Tasse di consumo
Privative
Servizi pubblici . .
Rimborsi e concorsi
Entrate diverse. . .
Entrate per reìntegra
zione di fondi nel bi
lancio passivo . . .
35.086.369.20
7.5
60.621.156.07
2.8
128.845.127.66
27.5
464.176.216.38
21.0
54.972.460.61
II. 7
304 691.663.46
13.8
82.604.897.83
17.6
533-528.579.57
24.2
136.407.197.27
29.1
470.515-205.59
21.3
19.336.126.30
4.1
168 791.854-85
7.6
3.224. 001.41
0.7
145.969.577.12
6.6
8. 582. 122. 71
1.8
40.456.007.68
1.8
1.8 19.725.356.85
0.9
469.058.302.99 loo.o 2.208.475.617.57 lOO.O
SPESE EFFETTIVE ORDINARIE
Esercizi finanziari
Debiti perpetui . . .
Debiti redimibili . . .
Debiti variabili ...
Debito vitalizio . . .
Dotazione al Sovrano ed
ai Principi ....
Spese per le Camere le-
gislative ......
1862 Proporzione 1909-910 Proporzione
a 100 a 100
del totale del totale
133.954.948.13 18.2 380.042.627.72 19-7
14 401.785.70
16.003.198.58
33,310.165,65
16,850,000,00
I. 01 7. 800. 00
2.0
2.2
4,5
2.3
82.580.014.10
113.709.017.87
91,808,661,93
16,050,000,00
2.636.073-95
4-3
5-9
4.8
0.8
APPENDICE II.] IL BILANCIO ITALIANO 829
Spese della amministra-
zione civile . . . . .
20.240.637-82
2.8
70.230.801.92
3.6
Spese di commissioni, di
cambio e altro per pa-
gamenti all'estero . .
284.000.00
—
434.839-48
—
Spese di riscossione. .
112 016.308.27
15.3
261.662.744.60
13-5
Magistratura (spese di
ufficio di personale) .
19.340.718.64
2.6
32.749-155.71
1-7
Spese di giustizia . .
4-589.235^03
0.6
7.005.II9-72
0.4
Diplomazia ....
2.270.400.QO
0.3
10.062.836.09
05
Servizi pubblici . . .
I25.234.043.i'i
17.1
340.949.738.86
17.6
Asse ecclesiastico . . .
—
—
419.686.69
—
Ministero della guerra .
172.307.350.00
23.5
266.196.020.55
13.8
Ministero della marina
51.754.031-53
7.1
I40.3II.889.37
7.3
Spese diverse ....
10.477.866.94
1.4
10.903.052.85
0.6
Reintegrazione di fondi
—
—
19.725.356.85
I.O
Rimborsi dei vari mini-
steri al Tesoro della
spesa del debito vita-
lizio .......
—
lOO.O
84.904.732.46
4-4
Totale
734-052.459.40
1.932.382.470,72
lOO.O
Se le entrate e le spese del bilancio dell'esercizio finanziario 1909-1910
si confrontano con quelle del 1862 si ha che, per cento Ure di entrata o di
spesa per le singole voci, si avevano, nel 1909-910, i valori riportati nelle
seguenti tabelle :
Entrate effettive del Regno d'Italia nell'esercizio finanziario 1909-910
per cento lire di entrate nel 1862
Redditi patrimoniali 172.8
Imposte dirette 360.3
Tasse sugli affari .554.3
Tasse di consumo ... : 645.8
Privative 344-9
Servizi pubblici . 872.9
Rimborsi e concorsi 4527.6
Entrate diverse 471-4
Entrate per reintegrazione di fondi del bilancio passivo —
470.8
Spese effettive del Regno d'Italia nell'esercizio finanziario 1909-1910,
per cento hre di spese nel 1862 :
830 SCIENZA DELLE FINANZE [APPENDICE II.
Debiti perpetui 280.3
Debiti redimibili . 573.4
Debiti variabili 710.5
Debito vitalizio 275.6
Dotazione al Sovrano ed ai principi 100. o
Spese per le Camere legislative . 258.9
Spese dell'amministrazione civile 346.9
Spese di commissioni, di cambio ed altro per pagamenti
all'estero 153. i
Spese di riscossione 233.6
Magistratura (spese d'uf&cio e di personale) 169.3
Spese di giustizia 152.8
Diplomazia 443-2
Servizi pubblici 272.2
Asse ecclesiastico —
Ministero della guerra 154-5
Ministero della marina 271. i
Spese diverse 104. i
Reintegrazioni di fondi —
Rimborsi dei vari ministeri al Tesoro della spesa del de-
bito vitalizio —
Totale 263.2
Le entrate effettive ordinarie dello Stato, dal 1862 al 1909-1910, sono
state le seguenti :
ENTRATE EFFETTIVE ORDINARIE DAL 1 862 AL I909-9IO
Entrate effettive ordinarie
1862 al 1909-910 Proporzione a 100
del totale
Redditi patrimoniali 3.386.240.342.45
Imposte dirette 18.243.443.084.14
Tasse sugli affari 8.759.960.290.15
Tasse di consumo ...... 14. 516. 663. 315. io
Privative ' 14. 182. 501. 784. 42
Servizi pubblici 3.596.257.972.80
Rimborsi e concorsi .... 1.220.187.257.43
Entrate diverse 953-332.899.34
Entrate per reintegrazione di
fondi nel bilancio passivo . 21 7. 943. 182. 41
65.076.508.128.24
52
28.0
13-5
22.3
21.8
5.5
1-9
1-5
0.3
APPENDICE II.j
IL BILANCIO ITALIANO
831
Dunque, non tenendo conto delle entrate straordinarie e di quelle de-
rivanti soprattutto da debiti o diminuzioni di patrimonio, 1 Italia ha ri-
cavato le sue più grandi entrate dalle i japoste : principalmente da Uè im-
poste dirette e dalle tasse di consumo. Insieme queste due voci danno più
della metà delle entrate del Bilancio italiano.
Nello stes?o periodo le spese effettive ordinane hanno raggiunti' quasi
63.000.000.000 e gli oneri dello Stato (interessi di debiti, dotazioni, pen-
sioni» ecc.) ne hanno assorbito quasi la metà
SPESE effettivi: ORDIfJARIE DAL 1862 AL I909-9IO
spese effettive ordinarie
Debiti perpetui .......
Debiti redimibili
Debiti variabili
Débito vitalizio
Dotazione al Sovrano ed ai Prin-
cipi
Spese per le Camere legislative
Spese generali dell' Amministra-
zione Civile
Spese di commissione; di cambio ed
altro per pagamento all' estero.
Spese di riscossione
Magistratura (spese d'ufficio e di
personale). . . .
Spese di giustizia
Diplomazia . .
Servizi pubblici
Asse ecclesiastico
M'nistero della Guerra
Ministero della Marina
Spese diverse . . .
Rimborso dei vari ministeri al Te-
soro della spesa del debito vitahzio
Reintegrazione di fondi
862 al 1909.910
Proporzione a loo
del totale
18.522.466.889.51
29-5
3-572.936. 518.19
5-7
3.966.301.89704
6.3
2.882.626.394.91
4.6
746 143.430.96
1 .2
96.095.920 86
0.2
1.755 005.041 99
2 8
81 474.328.5y
O.I
7.482.763.937.96
II. 9
1.198,280.978.25
1.9
258.530.679.42
0.4
293.404.289.87
0.5
7.683,409.738.97
12.3
131.661,187.31
0.2
10.023.794.933.70
16.0
3.464.087.940.57
5.5
196.790.194.80
0.3
168,721.533.33
0.3
192,404.641.15
0.3
62.716.898.075.38
IV
Per effetto delle grandi spese fatte durante la guerra la situazione è ve
nuta del tutto a mutare.
832
SCIENZA DELLE FINANZE [APPENDICE II.
Secondo il Rendiconto consuntivo per l'esercizio finanziario igio-zi la
spesa effettiva dei vari Ministeri (spesa ordinaria e straordinana) è stata
U seguente in migliaia di lire .
Ministero del tesoro 15.019. 913
delle finanze 1.899.958
della giustizia e degli affari di
culto • 168.870
degli affari esteri 109.615
delle colonie 232.409
dell'istruzione pubblica .... 863.000
dell'interno 824.338
dei lavori pubblici 1.306. 018
delle poste e dei telegrafi. . . . 884.1 n
della guerra • • • 3-727.481
della marina . 1.331.850
dell' agricoltura 69.000
per r industria e il commercio . 1.500.004
per il lavoro e la previdenza so-
ciale 84.983
» per le terre Ubera te 671.938
Totale 28.763.488
migliaia di lire
Le spese effettive durante l'esercizio 1920-21 sono state quindi di 28.783
milioni.
Durante la guerra sono stati creati alcuni Ministeri, Commissariati e
segretariati generali : alcuni sono finiti anche con la guerra, o poco dopo,
le Armi e Munzioni; i Trasporti, gL" Approvvig'onamenti. le Terre liberate,
ecc.
Al 30 aprile 1922 la situazione del debito era la seguente espressa in
milioni di lire :
Debiti prebellici milioni 13.453-6
Prestiti nazionali » 35 816.1
Prestiti all'estero » 21 361.5
Buoni del tesoro poliennali .... > 26.037.-
Circolazione bancaria per conto dello
Stato » 8.359.8
Circolazione dei biglietti dello Stato ■ 2.627. -
Conto corrente fruttifero con la Cassa
depositi e prestiti » 487-7
Totale milioni H4.579-5
Le spese principali per il 1921-22 si riassumono così :
APPENDICE II.] IL BILANCIO ITALIANO 8^33
Interessi di debiti 5.300 milioni
Pensioni di guerra e assistenza u^alidi . 1.900 »
Risarcimenti di danni di guerra .... 2.41 1 »
Disavanzo ferroviario 960 »
Disavanzo approvigionamenti .... 600 •
Spese per la Guerra 2.492 »
Spese per la Marina 2. 112 »
Totale I5.?i4
Naturalmente tutte le più grandi spese si sono dovute fare con debiti
e in parte con aumenti di circolazioni, che sono la forma più pericolosa
del debito.
Dall'anno anteriore aUa guerra 1913-14 al 1922-23 si sono avute en-
trate e spese effettive nelle seguenti proporzioni
Entrate effettive Spese effettive Disavanzo
(in milioni)
1013-14
2.523.7
2 687.6
163.9
I9I4-I5
2.559.6
5.395 3
2.835.1
I9I5-X6
3733.7
10.625.2
6.891.5
1916-17
5-345-
17.395.2
12.250.2
19x7-13
7.332.8
25.298.8
17.766-
19IS-I9
9.675.8
32.451.5
22.775 7
1919-20
15.207.5
■ 23.098.4
7.885.)
1920-21
18.071 -
34.041.6
16.570.6
1921-22
18.120
24721.7
6.487.7
1922-23
18.202
22200
3.800-
Fu durante il 1919-io (gabinetto Nitti) che furono aumentate effetti-
vamente tutte le entrate e ricominciò l'opera di restaurazione della finanza
che ha richiesto e richiederà grandissimi sacrifizi.
Come è noto in ItaUa l'emissione dei biglietti di banca è affidata a tre
istituti, Banca d'Italia, che è una società per azioni, Banco di Napoli e
Banco di Sicilia, che sono istituti autonomi, derivanti da antiche fonda-
zioni. La sola circolazione degli istituti di emissione era al 31 gennaio 1922
di 18.755 milioni. Al 31 maggio 1922 la circolazione degli istituti di emis-
sione era in complesso di 17.495.0 miliom, quella dei biglietti di Stato
2 268 miiioni.
Ciò ha quindi molto contribuito a deprezzare il cambio italiano .
Il cambio è anche l'effetto della grande differenza fra l'ammontare delle
mportazioni e quello delle esportazioni.
Un dollaro in parità vale 5,18 lire, una sterlina 25,22, im franco svizzero
z lira.
834 SCIENZA DELLE FINANZE [APPENDICE II.
I cambi medi mensili sono stat espressi in. ragione percentuale :
Londra Svizzera New York
Media anno 1913-14 100.96 100,78 100.72
1914-15
106.79
105.15
106.89
luglio 1917
136.43
154-94
139-57
luglio 191 8
169.33
226.66
168.23
luglio 1919
148.84
151.36
162.47
luglio 1920
266.84
305.53
333-43
luglio 1921
317.28
363-55
422.59
Il 4 maggio 1923 a Milano una sterlina si paga 94,70, un dollaro 20.46,
100 franchi svizzeri 369.25.
Da ciò la necessità, volendo combattere l'altezza dei cambi , che deter-
mina in molta parte l'asperità dei prezzi, di ridurre la circolazione, di fare
grandi economie in tutte le spese pubbUche e di aumentare e consolidare
le entrate.
Secondo il consuntivo del 1921-22 le entrate principali dello Stato ita-
liano sono state : 3.785 milioni d imposte dirette, alcune però di carattere
transitorio come gli extraprofitti di guerra e gli aumenti di patrijaonio
derivati dalla guerra. Le imposte sui fondi rustici, sui fabbricati, sulla
ricchezza mobile e sul patrimonio contribuiscono con 2.001 milioni. Le im-
poste sui trasferimenti della ricchezza hanno reso, a causa dei gravi au-
menti 2.178 milioni; le imposte sui consumi 2.233 milioni, i monopoli
industriali 3.388 milioni, di cui 2688 il solo tabacco, 157 il sa e e 183 i
fiammiferi e le carte da gioco. I servizi postah, telegrafici e telefonici han
reso 633 milioni; ma l'azienda è sempre molto passiva. È forse inutile
entrare nell'esame dettagliato delle singole entrate, in quanto non solo
sono state molto mutate, ma molte delle imposte attuali dovrebbero es-
sere soggette a nuova revisione.
s
j i :, ;• ;<',c*l)/